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Gender: una follia collettiva

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Brevissimamente, esistono due narrative opposte e incompatibili sulla questione:

 

  1. “la teoria gender impone ai nostri figli di diventare finocchi, o di invertire i ruoli tra maschio e femmina, così che mio figlio tornerà a casa vestito da bambina”
  2. “sei completamente fuori di testa, parli di cose che non esistono”

Ora, la stragrande maggioranza delle persone perbenino aderisce, senza troppe sorprese, alla seconda narrativa. Che, chiariamoci, parte da un assunto difficile da contestare: i tradizionalisti ultracattolici in realtà ce l’hanno semplicemente coi froci e sono dei freak fuori dal mondo. Ma questo, purtroppo, non esaurisce la questione.

Si utilizza l’espressione “teoria gender“, in un’orgia di confusione che gli storici faticheranno a districare, per derivazione da un’altra espressione, gender studies, che invece è riferita a qualcosa di esistente. Questi, secondo Wikipedia:

“… rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere.

Nati in Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta nell’ambito degli studi culturali, si diffondono in Europa Occidentale negli anni ottanta. Si sviluppano a partire da un certo filone del pensiero femminista e trovano spunti fondamentali nel post-strutturalismo e decostruzionismo francese (soprattutto Michel Foucault e Jacques Derrida), negli studi che uniscono psicologia e linguaggio (Jacques Lacan e, in una prospettiva postlacaniana, Julia Kristeva). Di importanza specifica per gli studi di genere sono anche gli studi gay e lesbici e il postmodernismo.”

Mecojoni, no? Invece, purtroppo, è in base a queste cosine, più una serie di posizioni emerse per moda,  che si sono sviluppate una serie di c.d. gender policies. È questa la base concettuale di espressioni come “xxx is an equal opportunity employer”, “written and spoken language should express equal treatment of women and men”, e cosí via. Sembrano dei princìpi banali, tutto sommato anche condivisibili tra personcine a modo. Peccato che poi possano diventare la base culturale prima, e il pretesto materiale poi, per impiccare qualche disgraziato a cui si vuole fare uno sgambetto per altre ragioni.

Si possono fare parecchi esempi. La follia che identifica come responsabile di stupro – e ne trae le immediate conseguenze – chiunque vi sia semplicemente accusato, rovinando vite di persone la cui colpa sembra quasi, paradossalmente, l’essere maschi bianchi. L’idea che il sexual harassment sia, in fondo, praticamente qualsiasi cosa, a discrezione di chi è nella posizione di accusare. La percezione che anche l’ironia, o semplicemente l’essere un nerd, possa scatenare la folla invocante il diritto a non essere offesa.

Sia chiaro: tutto il casino sviluppato attorno alla riforma della Giannini, che ha correttamente replicato alle critiche deliranti dei “familisti” è completamente fuori posto. Ma, se fossero davvero interessati alla libertà, gli attivisti avrebbero di che lamentarsi: di una cultura che invoca il diritto di ciascuno a non essere toccato nello spazio delle sue convinzioni “sensibili” (tratto molto simile ai fondamentalisti religiosi, peraltro), di una cultura che postula “soffitti di vetro” per affermare in realtà una minorità genetica di donne e minoranze da aiutare con provvedimenti e quote ad hoc, e così via. Basterebbe affermare, senza timore di essere smentiti, che la legislazione vigente è già sufficiente se si desidera un trattamento uguale di fronte alla legge. Tutte queste campagne, chiaramente, chiedono altro: e quell’altro andrebbe rigettato.

Purtroppo, a una causa “dei buoni” è impossibile opporsi, specialmente quando è di moda. E allora, a contestarla sul serio rimangono solo i freak, che non hanno reputazione, carriere o immagine da difendere. A tutti gli altri non resta che sperare che la tempesta passi presto.

 

 

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

24 Comments

  1. >la legislazione vigente è già sufficiente se si desidera un trattamento uguale di fronte alla legge.

    Mazzone scusi, come questo si integra con il fatto che a parita’ di mansioni una donna ha un stipendio inferiore ad un uomo? Parlando di USA la capitale del politically correct.
    Cio’ non suggerisce che la semplice uguaglianza di diritto sia insufficiente senza misure complementari?

    • Non è scontato né ovvio che i dati siano ben disposti ad lo scopo è valutare il gap salariale dovuto al genere. Inoltre, non è scontato neanche che in assenza di pregiudizi/discriminazioni la differenza tra i salari dei due gruppi sia zero. Risolti questi problemi, se vediamo che il fenomeno c’è, vediamo se esistono misure utili da prendere.

  2. > Inoltre, non è scontato neanche che in assenza di pregiudizi/discriminazioni la differenza tra i salari dei due gruppi sia zero.

    Intendi che, ipotizzando parita’ di mansioni e risultati e assenzadi pregiudizi/discriminazioni, la donna potrebbe percepire di meno perche’ donna costa piu’ al datore di lavoro (maternita’, assenze per figli, etc) ?

    • Per mitigare questo effetto si potrebbe introdurre una paternity leave che avvicini i costi del lavoro (ad esempio passando dalle attuali ca 22 settimane di maternità a 12 di maternità e 10 di paternità). Se il gap di salario rimane simile a prima, vuol dire che la sua causa principale non è quella.
      Comunque, a monte bisogna tenere in conto che la causa del gap salariale potrebbe tranquillamente essere un fattore non modificabile per legge, cosa che renderebbe vana anche la migliore intenzione del legislatore di adottare “misure complementari” e soluzioni varie. Delle volte i problemi di questo tipo non possono, e altre volte nemmeno devono, passare dalla politica.

      • Ma anche no, nel senso che la ridistribuzione tramite paternity leave non servirebbe a questo.

        Piu’ che altro, se due lavoratori mi costano diversamente per la stessa mansione e questo inciderebbe in maniera diversa sul loro salario, si mediano i costi e li si ridistribuisce sul salario di entrambi.

        Quanto alla maternity leave, ricordo che puo’ essere vista anche come discriminatoria verso la DONNA: se e’ la sola supposta alla cura dei figli, spendera’ piu’ tempo lontano dal lavoro perdendo occasioni di fare carriera. Tant’e’ che in Svezia per pareggiare il padre e’ obbligato a prendersi una paternity leave per legge.

  3. Scusate, il congedo di maternità serve alla MADRE per due piccoli dettagli: ha partorito e di norma allatta. Quando anche i padri faranno queste due bazzeccole sarò d’accordo per concedere pari periodi per maternità e paternità. Ecchecazzo.

    • Infatti.
      Mi stavo appunto chiedendo cosa si fossero fumati, quelli dei commenti precedenti.
      Evidentemente fanno confusione fra il congedo di maternità ed i permessi per malattia dei figli, che sono cose DIVERSE e già oggi sono possibili allo stesso modo per entrambi i genitori.

    • Bhe’ la Svezia concede per legge un anno di maternity leave. Dato che questo sarebbe discriminatorio per LA DONNA, la quale restando lontana dal lavoro per un anno vedrebbe diminuire le sue occasioni di migliorarsi professionalmente e fare carriera, obbligano anche il padre a farsi un anno di paternity leave (altrimenti sono multe salatissime).

    • Ti da così fastidio che un uomo voglia star vicino ai figli, e chieda allo Stato di venirgli incontro in tal senso? Cos’è , la genitorialità è una prerogativa solo della donna, il maschio non ne ha diritto? E se la donna è sposata e per i primi dieci mesi dal parto sta a casa, magari con lo stipendio ridotto ma tranquilla perché c’è il marito che lavora, poi perché non potrebbero fare a cambio? Cos’è , parliamo per ore delle pari opportunità , della donna indipendente economicamente, e poi il pensiero di una moglie che sostiene economicamente il LEGITTIMO congedo di paternità del marito ti scandalizza? E perché , di grazia?

      • Infatti.

        le donne hanno partorito e di norma allattano. Ciò comporta necessariamente che debbano assentarsi dal lavoro per almeno otto-dieci mesi (e in Italia molto spesso rimanerne definitivamente estromesse), occuparsi in via quasi esclusiva dei figli e dato che ci sono anche delle pulizie di casa, essere le uniche che sanno azionare la lavatrice e, trascorsi anche quindici anni dalla nascita del figlio, passare i pomeriggi a fare le autiste per scarrozzarlo al corso di inglese o alla partita di pallavolo.

        E nel Nordeuropa, dove il congedo di paternità è obbligatorio e meglio retribuito se richiesto a parità di mesi rispetto alla madre, evidentemente sono maschilisti e perversi.

        • Valeria,
          >Ciò comporta necessariamente che debbano assentarsi dal lavoro per almeno otto-dieci mesi

          Negli USA la maternity leave per legge e’ di tre mesi non pagati (la maternity leave pagata e’ un benefit del datore di lavoro) tanto che la maggior parte delle donne torna dopo circa quattro settimane.
          Non confondiamo cio’ che e’ diritto in Italia con la necessita’: e’ conquista.

          >occuparsi in via quasi esclusiva dei figli e dato che ci sono anche delle pulizie di casa, essere le uniche che sanno azionare la lavatrice e, trascorsi anche quindici anni dalla nascita del figlio, passare i pomeriggi a fare le autiste per scarrozzarlo al corso di inglese o alla partita di pallavolo.

          Sostanzialmente si’, negli anni 60.
          Prima la famiglia allargata prendeva cura dei pargoli tutta insieme. Ora come ora, se tuo marito e’ uno stronzo (e sono sempre di meno), il carico va sui nonni.

        • Dal finale , voglio sperare che fossi ironica.

          Nel caso non lo fossi, sei una donna culturalmente profondamente arretrata, che ha interiorizzato lo stereotipo della donna sottomessa per costruirci sopra la propria identità , probabilmente perché non è capace di fare altro nella vita; e “giustamente” , al minimo sentore che qualcuno possa mettere in discussione i principi su cui si basa il surrogato d’identità che ti sei costruita, lo difendi a costo di arrampicarti sugli specchi – come hai fatto.

          Ma voglio essere buono, quindi voglio pensare che fossi ironica.

  4. Vorrei capire…
    Tutto ‘sto casino di articolo per equiparare la falsità e l’ipocrisia di chi teorizza l’esistenza di una “congiura gender” ed arriva, come l’ineffabile sindaco di Venezia, Brugnaro, dunque non generica “vox populi”, ma rappresentante delle istituzioni, a proibire libri innocentissimi, messi all’indice perché diffusori della suddetta congiura, con una morale dominante che processa in modo sommario i sospettati di stupro?
    Come dire: “Ho un’unghia incarnita, ma mi fa molto più male il fatto che il mio vicino è vegano!”
    Qui non siamo alla contrapposizione fra due teorie.
    Qui c’è qualcuno che ha preso le “teorie sugli studi gender”, che parlavano di tutt’altro, e le ha prese come pretesto per dire che qualcuno diffonde l’omosessualità a scuola.
    Si tratta, assai evidentemente, di individui mentalmente disturbati e l’equidistanza, in questo caso, fra loro e chi gli fa notare l’assurdità e l’ipocrisia delle loro tesi, è un modo piuttosto banale per fare il finto libertario a tutti i costi, anche a costo di limitare pesantemente la libertà di alcune persone ed il rispetto che è dovuto a loro, come a tutti.

  5. Io sono omosessuale. È una malattia che ho preso a scuola quando l’insegnate di greco spiegava Saffo. Purtroppo non ha funzionato nessuna cura.

  6. Nel mondo delle fiabe per correggere una stortura basta applicare il regolamento a regime. Nel mondo reale, prima bisogna sconfiggere l’infezione.

    Se nella mia città tutti buttano cartacce e immondizia per terra da anni, bene fa il sindaco a mettere una multa di 300 euro e sguinzagliare i vigili col blocchetto in mano. Magicamente succede che la gente a un certo punto si abitua a usare i bidoni, si accorge che la città pulita è più bella per loro stessi, e poi il sindaco può riportare la multa a 10 euro.

    La prima cosa da fare è sconfiggere la cultura dell’omofobia, anche se alcune cose possono apparirci (e sono) ridicole. Tempo fa ho mandato una candidatura in HP, dopo 4 pagine di quesiti c’era un form in cui mi si chiedeva il sesso. Oltre a ‘maschio’ e ‘femmina’ c’era ‘non voglio fornire questa informazione’, cosa abbastanza ridicola dopo nome, cognome, nazionalità. Dopo la risata, mi sono chiesto però se non fosse meglio che le mie competenze in un determinato ruolo non fossero valutate indipendentemente da sesso, aspetto fisico ed altro (sull’età, altra cosa per cui gli americani hanno la fobia nei colloqui, non sono d’accordo, per parecchie posizioni è importante: un programmatore di sessant’anni con cinque di esperienza in quel ruolo avrà una curva d’apprendimento statisticamente più lenta).

    E mi sono detto: andiamo avanti con queste ridicolaggini, se a un certo punto una donna di trent’anni potrà dire candidamente all’intervistatore che l’anno dopo ha intenzione di sposarsi, invece che ‘non si preoccupi, mi sono strappata da sola le tube l’anno scorso nel cesso di un autogrill’.

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