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G per vendetta

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Quattordici, centoquaranta, millequattrocento omicidi.
Fa lo stesso. Non è una questione di numeri. Non è una questione di innocenza o di colpevolezza. E neppure di essere contrari alla pena di morte, di tirare in ballo i diritti umani, di citare i dati sull’effettiva efficacia delle esecuzioni capitali come deterrenti.
Il punto è che praticare l’iniezione letale a un essere umano trentadue anni dopo la sua condanna significa ammazzare una persona diversa rispetto a quella di trentadue anni prima: e quindi, di fatto, giustiziare un altro. Un po’ come si faceva nelle faide medievali, scegliendo uno dei “nemici” a casaccio e facendogliela pagare per tutti gli altri.
Il che, se da un lato potrebbe apparire come un paradossale caso singolo, svela impietosamente la logica che è sempre sottesa alla pena di morte: una logica che non ha niente a che vedere con la giustizia ma riguarda piuttosto la vendetta, la quale è cieca e ottusa e insensata per definizione ma lo diventa in modo ancora più evidente in casi del genere.
E’ lo Stato che decide, semplicemente, di vendicarsi, aspettando pazientemente più di trent’anni come farebbe un balordo qualsiasi: lo Stato che si rivela del tutto incapace di guidare i suoi cittadini, perché nel momento della verità si mette sullo stesso piano di quelli più problematici, ai quali dovrebbe invece sforzarsi di mostrare, nei fatti e non nelle chiacchiere, una strada diversa.
Non è uno Stato, uno Stato che si vendica. Non è uno Stato ma un boia incontrollabile che a me farebbe paura, come mi fanno paura tutte le situazioni in cui si mette da parte la ragionevolezza e si lascia spazio alla rabbia, alla furia, all’idiozia.
Come tutte le situazioni in cui si prende la giustizia e la si trasforma, impunemente, in vendetta.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

38 Comments

  1. Peccato che quelle che ha ammazzato trent’anni prima non ci sono più. Chissà magari dopo trent’anni sarebbero cambiate anche loro.

    Di contro NOI che la pena di morte non l’abbiamo nemmeno sappiamo gestire un campo di nomadi alcuni dei quali spediti senza patente ad ammazzare cittadini italiani in giro per il paese.

  2. Ferma tutto, Alphadog, ma come facciamo a sapere che sei tu il vero Alphadog e non un hacker che sta alphadoggando l’account di Alphadog? Urge un controllo rigoroso sulle tue credenziali da Alphadog!

  3. Condivido quello che scrivi Capriccioli, come ogni santissima volta.
    Però non posso esimermi da farti una domanda: sai di aver messo come immagine del post il boia di Resident Evil 5? Io spero tanto di si

  4. Tuttavia, in un luogo e tempo, per es l’Italia e la sua non-Giustizia di oggi, l’unico reato è considerato l’omicidio volontario, tutti gli altri sono tollerati, si possono commettere e si devono subire, lo Stato deve farsi garante di tutelare tutti i cittadini che subisono tutti i reati, che sono tutti GRAVI, nella misura in cui sono un problema per chi li subisce.
    E’ l’omicidio volontario che, a mio avviso, dovrebbe essere considerato non un reato come tutti gli altri.
    Infatti se pensiamo che la morte è il punto di non-ritorno, è la fine del tutto, dell’Universo e di tutti gli Universi in chi muore, ed è ciò che, per lo meno, “non sappiamo cosa c’è dopo”, lo Stato deve prendere atto che, provocare la morte, in modo “voluto”, volontario, deve essere considerato punto di non ritorno; quindi anche per chi ammazza, non solo per chi è ammazzato.
    Ecco perchè NON deve essere previsto il percorso rieducativo rispetto all’omicidio volontario, perchè chi ammazza ( in modo, definito da un processo con sentenza definitiva, volontario ) è già morto, ha la morte dentro.
    Allora le strade sono solo due: o lo Stato, in quanto Stato e non singola persona, si prende la responsabilità del punto di non-ritorno ( questa è la Pena di Morte per chi commette omicidio volontario ). Su questo non dico che sono d’accordo, ma dico che ne vedo dentro una certa logica ( certo, la Pena di morte per chi commette altri reati rispetto all’omicidio volontario, d’altra parte, non ha alcuna giustificazione ed è una cosa orrenda ). La seconda strada è carcere a vita: il senso è che hai passato il punto di non-ritorno, sei non-rieducabile, ma io non ti uccido, dato che, sebbene dentro una cella fino alla fine dei tuoi giorni, ti lascio la vita, il pensiero, la fantasia … proprio per il discorso di sopra che la fine della vita è la fine del tutto e nemmeno lo Stato si può assumere la responsabilità di darla.
    Non ci sono altre possibili scelte, secondo me, oltre alle due sopra, che lo Stato debba avere di fronte all’omicidio volontario.

    • Credo che potrebbe essere interessante scoprire l’origine di questo suo ragionamento e di altri affini, scoprirne la GENEALOGIA, di questa sua morale.

      • Caro Martin Dema, il limite dell’uomo, dell’Universo, del tutto, è la morte.
        Per questo non si può considerare l’ammazzare in modo volontario, un atto che la Giustizia vede in una scala che va dal “rubare una mela=una settimana di carcere”, “rubare un automobile=6 anni di carcere”, “rapina a mano armata=12 anni di carcere”, quindi “omicidio volontario=20 anni di carcere”. NO, sbagliato, l’omicidio volontario è fuori da questa scala, fuori quindi da questa logica.
        Il Messaggio che lo Stato deve dare al cittadino è che, si sappia, l’omicidio volontario è il punto di non ritorno, per chi lo subisce, come per chi lo commette.

        • si ma vedi il problema è anche che stabilire l’omicidio volontario può comportare degli errori, e se la pena è quella che dici, chi si prende la responsabilità?

          • Il tuo punto in effetti è contro la pena di morte e a favore del carcere a vita che, nel caso di verità processuali che si ridiscutono e processi che si riaprono, può venire meno nel caso il condannato fosse stato condannato per errore. Ma questo vale comunque per qualsiasi pena: se vieni condannato a 6 anni e intanto te ne sei fatti 3 prima che si scoprisse che non sei colpevole, il discorso è lo stesso.

        • Si, d’accordo, ma lei ha solo ribadito quello che aveva scritto precedentemente,lo stesso concetto. Mentre la mia domanda tentava di calarsi nelle profondità del suo ragionamento.
          Perché puniamo?
          Ma forse sono andato fuori tema, non si preoccupi e se vuole ci pensi pure a tempo perso. Se le interessa potrei consigliarle una lettura, attinente alla questione da me qui riportata, la quale mi è venuta in mente proprio mentre leggevo il suo commento.

          • Puniamo per deterrenza, puniamo per un motivo etico, di “bene comune”, nella direzione di incentivare comportamenti virtuosi e scoraggiare comportamenti dannosi, per una sorta di meritocrazia ( tutelare e inventivare il merito, disincentivare il non-merito ). Puniamo per tutela del cittadino “pagatore di tasse”, che deve essere certo che, per lo meno chi ha dimostrato, di “essere capace” di fare una rapina a mano armata ( perchè la ha fatta in passato ), venga messo dallo Stato nelle condizioni di non nuocere una seconda volta, per es rinchiuso fino a quando non si ritiene di essere nella ragionevole probabilità che approssima la certezza che tale persona non commetterà più lo stesso o più gravi reati.
            Questo, in generale. Sull’omicidio volontario, come Lei ricorda, ho già detto.
            La ringrazio se di seguito mi vorrà consigliare il libro a cui accennava.

          • Il libro è: Genealogia Della Morale, e l’autore è Nietzsche
            È stato un piacere conversare con lei anche se sono andato fuori tema, spero che il libro le piaccia, a me non piacque particolarmente ma fornisce una prospettiva di sicuro interessante sull’argomento da lei riportato, la pena, la punizione e le rispettive probabili origini.

          • Grazie per il suggerimento: metto “in coda” il libro e lo leggerò. Di Nietrzsche ho letto Zarathustra.

  5. “Non è uno Stato ma un boia incontrollabile…”
    … e, allo stesso tempo, privo di passioni: un’entità da incubo.

  6. Qua c’è gente che, da un paio di giorni, RUBA impunemente nickname altrui, vuole la direzione cortesemente intervenire o siamo sul blog ti giggetto ‘o scurreggione e allora va bene così? Tanto per sapere, almeno mi regolo. Prrrt! Che sgommata!

  7. Da Wikipedia:
    in 40 Stati al mondo la pena di morte è ancora prevista dal codice penale ed utilizzata;
    47 Stati mantengono la pena di morte anche per reati comuni ma di fatto non ne hanno fatto uso per almeno 10 anni ;
    in 7 Stati è in vigore ma solo limitatamente a reati commessi in situazioni eccezionali, ad esempio in tempo di guerra;
    Curiosamente l’indignazione monta quando la pena di morte è applicata dallo Zio Sam (il 5% degli stati dove ancora è praticata, 1% degli stati dove è prevista). Potenza del colonialismo culturale: anni e anni di Happy days coca cola e junk food hanno prodotto, tra l’altro un indignazione unidirezionale.

    • Buona osservazione, guarda caso coloro che si indignano in questo modo unidirezionale sono gli stessi che vagheggiano di diritti universali, globali; sono gli stessi che NON si oppongono alla propagazione in America e in Europa dell’ islam e quindi alla sharia (che è riconosciuta dall’ONU come garante dei diritti universali nei Paesi islamici) blaterando di libertà religiosa.
      Ma il nocciolo del discorso sta nell’esecuzione dopo 32 anni, e immagino che per Capriccioli questa sia un’ingiustizia ovunque. Con la sharia non ci si sarebbe messo 32 anni, sarà che non vogliono correre il “rischio di ammazzare un’altra persona”.

  8. In casi di dubbia colpevolezza (forse come in questo caso) la pena di morte è una brutalità. In casi di torture ad animali o persone invece, con certezza di colpevolezza, la pena di morte è una vendetta giusta, e se eseguita dopo 31 anni si è ingiustamente permesso al criminale di vivere così a lungo. Anzi talvolta il lasciar vivere il criminale diventa una lenta vendetta quotidiana, tant’è che c’è chi si suicida per non riuscire a convivere col tormento dell’anima.

    • “in caso di torture animali” hahahahahaha, perdonatemi, ogni tanto un mio parente stupido mi ruba la tastiera.

  9. Il problema non è la gravità del delitto.
    Il problema è che la pena di morte, praticata contro qualunque delitto, anche il più atroce, è una barbarie.

    La morte di Stato, la morte inflitta da uno Stato, da uno Stato organizzato come istituzione, è comunque, sempre, una barbarie.
    Barbarie. Senza ‘se’ e senza ‘ma’.

        • E perchè no? Segregazione, isolamento, niente aria, niente televisione, dieta ferrea…. e poi scusa diamo per scontato che in galera ci siano i delinquenti oppure è cambiato qualcosa in questi anni?

        • Vado avanti.

          Ieri sera a Milano alcuni extracomunitari a bordo di un treno Trenord alla richiesta del biglietto hanno aggredito con un macete due capitreno. Ad uno è stato amputato un braccio, l’altro è quasi in coma con una commozione cerebrale.

          Sicuramente la gravità del delitto è un aspetto secondario. Io gli regalerei oltre alla cittadinanza anche vitto e alloggio a vita. Li ospita Lei, vero?

  10. Scusi, dott. Capriccioli: secondo lei l’uomo oggetto di cotanta “barbarie” avrebbe preferito essere morto già dall’83?

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