un blog canaglia

Frontiera

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Oggi. Mentre aspetto sulla banchina, mi fanno compagnia Thom Yorke e soci. Ho scoperto solo da poco quanto mi piaccia guardare in alto mentre sento la musica. Le linee di basso di “Lotus Flower” e le istantanee di cielo occupato da rami ancora fronzuti mi conducono ad una mini-trance. Mi scuoto appena in tempo per accorgermi che il tram sta arrivando. Al margine del mio campo visivo percepisco un’anomalia: una di quelle cose che ci portiamo dentro dai tempi in cui rilevare tali discontinuità poteva fare la differenza tra finire ammazzati da qualche bestiaccia e tornare sani e salvi alla caverna. Un movimento violento, a scatti, turbava la quiete della macchia indistinta di persone in attesa. Ho messo a fuoco, mentre la mia frequenza cardiaca accelerava: tre donne, l’immagine vivente dell’angoscia, del dolore e della sua anticipazione. La prima era appoggiata alla ringhiera di metallo e sosteneva un’anziana dai candidi capelli corti, la cui testa si spostava violentemente a destra e sinistra, come se stesse rispondendo ad un folletto invisibile che le chiedeva se era pronta a morire.

Una formidabile angoscia mi stava crescendo dentro – perfino adesso che cerco di rievocare quel brutto momento, mi salgono delle lacrime agli occhi. Una terza donna, una signora un po’ più grande di me, era in piedi davanti all’anziana: la scrutava con il cellulare a mezz’aria. L’espressione alterata da minuscoli spasmi dei muscoli facciali, gli sguardi caotici con cui la donna visitava i dettagli delle fattezze della persona amata: era, semplicemente, la quint’essenza dell’anticipazione del male, il prototipo dolente e furente dell’inutile ed inevitabile conato di opposizione al destino. Ho orecchiato un frammento di conversazione: “Mamma, sei sicura di non voler andare in ospedale?”. “Mamma” per fortuna si era apparentemente ripresa, sorrideva timidamente. L’altra donna era solo una che si trovava per caso lì, come me, e che si era fermata a dare una mano. E’ salita al volo sul tram.

Quanto a me, sono rimasto qualche secondo sulla banchina, combattuto: forse avrei voluto rendermi utile, ma l’anziana e sua figlia stavano andando via sulle loro gambe, così sono scivolato dentro al tram anche io, un secondo prima che le porte si chiudessero. Mi sono detto che in fondo non c’era bisogno di me, la cosa sembrava risolta, e che in ogni caso non c’era molto che potessi fare. Ma so anche di essere fuggito, anche se non prima di avere messo in atto un piccolo show per aiutarmi a convivere più pacificamente con l’obbrobrio del dolore. Perché ho paura della tristezza, e detesto constatare fattualmente uno dei più triti luoghi comuni, ovvero che viviamo spensierati, falsamente inconsapevoli, su una frontiera pericolosa: un minuto ci sono le foglie che rubano il cielo, il minuto dopo, più niente.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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