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F. Sylos Labini, crackpot. Gli economisti sono liberisti?

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Francesco Sylos Labini è un ricercatore di astrofisica a Roma ed è inoltre impegnato su più fronti nel dibattito pubblico italiano, scrivendo di politiche pubbliche legate a università e ricerca, politica economica, temi sociali e dibattiti scientifici. Uno dei temi unificanti il suo pensiero è il fatto che la cosiddetta “economia neoclassica” sia in realtà una “pseudoscienza” che viene usata da individui politicamente interessati per avanzare proposte politiche “neoliberiste”, volte a favorire le classi più privilegiate.

Recentemente FSL ha addirittura scritto un libro sul tema (Rischio e Previsione, Editori Laterza) e ne ha discusso con Michele Boldrin, economista “neoclassico” amerikano, all’università di Venezia. In questo post, pubblicato sul blog Roars, ribadisce ancora i suoi argomenti e commenta la discussione. Qui cercherò di argomentare che

1. La (vaga e implicita) definizione di Economia Neoclassica di FSL è problematica e fuorviante
2. Le sue critiche epistemologiche sono semplicistiche; se applicate rigidamente bloccherebbero gran parte del progresso scientifico
3. Se fosse davvero convinto della sua linea argomentativa e la applicasse con onestà alle altre “scuole economiche”, di sicuro non ne individuerebbe alcuna di successo
4. La scienza economica, come altre in diversi contesti, è usata strumentalmente da persone di destra come di sinistra. La maggior parte degli economisti sono comunque molto cauti nel dedurre implicazioni di policy dai loro studi.

Cos’è questa economia neoclassica?
Se un vostro amico vi dice che sta facendo un Phd in economia (magari in Amerika), è sicuramente un perfido “economista neoclassico”? In realtà ciò di cui parla FSL assomiglia al più a una caricatura della macroeconomia dei cicli economici (come spiegare l’alternarsi di periodi di crescita e recessione, in pratica) sviluppata negli anni ’80.

Oltre che delle fluttuazioni di breve periodo, la macroeconomia si occupa di crescita economica di lungo periodo, commercio internazionale, del mercato del lavoro a livello aggregato, e molto altro. Fuori dal confine convenzionale della macroeconomia, gli economisti studiano il mercato del lavoro, le pensioni, gli effetti dell’immigrazione, tassazione, innovazione e politiche connesse, finanza, diseguaglianza economica (anche legata al sesso, l’etnia o altre caratteristiche osservabili), sviluppo economico nei paesi poveri, etc.

Quale delle precedenti categorie si riconoscerebbe nella definizione di “economista neoclassico”? Tutte e nessuna: tutte hanno imparato dagli sviluppi metodologici di Lucas, Kydland, Prescott ed altri negli anni ’80 ma sono andate tranquillamente avanti facendo del loro meglio, senza legarsi dogmaticamente alle assunzioni e ai metodi del passato[1]. Attualmente, la stessa macroeconomia dei cicli economici è molto diversa da quello che crede Sylos Labini.

La pseudoscienza
Avendo brevemente chiarito cos’è l’economia neoclassica, in che senso FSL considera quest’oggetto mal definito una pseudo-scienza? La definizione discende da un’interpretazione iper-semplificata del pensiero di Karl Popper, filosofo della scienza attivo nel Novecento. Nella lettura che ne dà FSL, la procedura da rispettare per fare scienza è semplice e ben definita:

1. prendete una teoria scientifica
2. estraetene una predizione empirica
3. confrontate la predizione coi risultati di un esperimento o altra osservazione rilevante[2]
4. scartate la teoria come sbagliata se la predizione è falsificata dall’esperimento; tenete provvisoriamente buona la teoria in caso contrario

FSL conclude dicendo che, dato che i modelli macroeconomici della “economia neoclassica” non sono in grado di prevedere le recessioni, allora sono da scartare. Chi continua a lavorare usando questi modelli si illude di fare ricerca scientifica ma sta in realtà facendo solo pseudo-scienza.

Il problema della procedura appena descritta è che è talmente iper-semplificata da essere solo utile a fini illustrativi, per spiegare agli studenti l’importanza della falsificabilità di una teoria e come, eliminando teorie sbagliate, la scienza può progredire[3]. Ma la pratica reale della ricerca scientifica è più complicata: vediamo solo alcuni dei punti rilevanti per il nostro caso.

Arrivare ad una teoria
Cominciamo dall’inizio, quando si “sceglie una teoria” da falsificare. Come si sceglie? Non esiste un’unica procedura codificata. Spesso quello che si fa in pratica è studiare modelli semplificati, pur sapendo dall’inizio che sono “sbagliati”, per cominciare a capire qualcosa. Si fanno assunzioni estreme pur di fare uno step sul quale continuare a costruire. Esempio: FSL si indigna ogni volta che sente parlare di “agenti razionali” ed è sicuro che gli economisti (neoclassici, ovviamente) “ci credono”. In realtà sono semplicemente convinti che si tratti di un’assunzione utile per muoversi nella giusta direzione e che permetta di capire alcuni aspetti del funzionamento dell’economia, soprattutto qualitativi, nel frattempo.[4]

Per chiarire meglio, un’assunzione è cosa diversa da un’approssimazione. La prima è un’ipotesi di lavoro che sembra ragionevole ma sui cui effetti non c’è nessun controllo quantitativo rigoroso, a differenza del secondo caso in cui siamo in grado di dire quanto l’approssimazione influenzerà la previsione del modello. Col tempo, alcune assunzioni teoriche stanno già diventando approssimazioni ben controllate, altre lo diventeranno mentre le rimanenti verranno “rilassate” o abbandonate del tutto.

 

Teoria o framework?

Un altro problema della semplicistica teoria di Sylos Labini su come dovrebbe funzionare la scienza è che, a seguito di un fallimento empirico, non è così facile capire cosa buttare e cosa tenere. Ad esempio, supponiamo che la nostra teoria si basi su due ipotesi fondamentali e si riveli inadeguata alla prova dei dati; abbandonare la teoria significa rinunciare alla combinazione delle due assunzioni, che singolarmente potrebbero benissimo essere valide: chiaramente rinunciare definitivamente a entrambe non sembra una buona idea[5]. Più precisamente, la macroeconomia contemporanea può essere descritta come un framework, una classe di modelli che condividono una metodologia di fondo e alcune assunzioni di base. Spesso l’obbiettivo del singolo studio è lavorare su delle estensioni di questi modelli, indebolendo un’ipotesi o incorporando dei nuovi aspetti realistici che venivano ignorati nei lavori precedenti.

Se a lungo andare questi tentativi di raffinamento del framework dovessero rivelarsi del tutto insufficienti a spiegare la realtà, è probabile che l’interesse scientifico verso questo tipo di modelli svanisca gradualmente. Un’altra possibilità è che, a un certo punto, venga fuori un approccio più convincente per studiare la macroeconomia: in questo caso la transizione sarà quasi certamente rapida. Nel frattempo, la strada più promettente sembra essere quella di continuare a lavorare su questo tipo di framework.

The only game in town (per ora)
FSL spesso accenna al fatto che altri paradigmi scientifici avessero con successo previsto la recente Grande Recessione, “il fallimento delle politiche di austerità” e praticamente ogni altro evento che ha sorpreso gli economisti mainstream. Si tratta di affermazioni molto vaghe, spesso basate su studi non quantitativi e con rigore argomentativo simile a quello di editoriali giornalistici. Si consideri invitato a presentare hard evidence che un approccio alternativo di sua scelta sia in grado di fornire previsioni macroeconomiche affidabili e non banali. Come dopo la rivoluzione metodologica degli anni ’80 di cui sopra, gli economisti, almeno i giovani, si lascerebbero convincere con entusiasmo.[6]

Ci si può chiedere cosa faccia preferire l’approccio mainstream contemporaneo agli altri, visto che entrambi non fanno benissimo dal punto di vista predittivo Per spiegarlo non basterebbe un intero articolo, il quale risulterebbe per altro incomprensibile ai non addetti ai lavori. Semplificando, non si può ignorare l’importanza dei contributi concettuali e qualitativi per la comprensione dell’economia. Ad esempio, capire i motivi fondamentali in virtù dei quali è sostanzialmente impossibile prevedere alcuni fenomeni macroeconomici è di per sé un obiettivo importante. Un altro punto interessante, inoltre, è lo studio dettagliato dei vari canali attraverso cui un cambiamento di policy può influenzare le variabili macroeconomiche. Pur non riuscendo a fare predizioni quantitative precise, questo tipo di studio è fondamentale per sviluppare intuizioni riguardo ai fattori in grado di determinare effetti diversi in situazioni diverse[7].
Le previsioni macroeconomiche

Se i macroeconomisti mainstream hanno una difficoltà così grande a fare previsioni affidabili, perché continuano a provarci? Fondamentalmente per due motivi. Da un lato capiscono l’importanza di confrontare le loro teorie con i dati, non per scartarle direttamente al primo fallimento ma per capire se la direzione presa è quella giusta (o, almeno, è promettente). Questa abitudine salutare, come detto, non è purtroppo diffusa nelle “scuole economiche” preferite da Sylos Labini.

L’altro motivo è meno legato agli aspetti scientifici e più a quelli di policy: chiunque si occupi di politica economica verrebbe conoscere informazioni sul futuro dell’economia; i macroeconomisti, consci dell’insufficienza predittiva delle loro teorie attuali, farebbero volentieri a meno di uscire allo scoperto ed esporsi alle critiche del giorno dopo. Alla fine, probabilmente è meglio avere una guida imperfetta che niente e, quindi, chiunque si occupi di macroeconomia applicata continua a fornire predizioni (qualitative e quantitative) ai policy makers.

 

Gli economisti sono neoliberisti?

Sylos Labini sostiene che il fine ultimo degli economisti “neoclassici” sia quello di influenzare la politica economica in direzione liberista: smantellando lo stato sociale, deregolamentando la finanza e il mercato del lavoro e promuovendo varie politiche di austerità. E’ sicuramente vero che esistono economisti, spesso molto vivaci nel dibattito pubblico, che usano science as a bitch per portare avanti le proprie preferenze politiche. Queste persone si schierano a destra come a sinistra; in alcuni casi sono addirittura degli economisti stimati e molto competenti nel loro lavoro accademico[8], molto più spesso sono dei crackpot (traduzione consigliata: cialtroni).Per la maggior parte degli economisti, invece, il massimo dell’impegno pubblico consiste nello scrivere qualche articolo semi-divulgativo sui giornali o siti web politically correct, e va benissimo così[9].

 

N.d.r. : Come Sylos Labini, anche l’autore di questo post è un fisico di formazione. Ma è anche un dottorando in economia. 

NOTE

[1] Nel dipingere il suo quadro manicheo degli studi economici, FSL ignora l’intenso dibattito interno alla disciplina, specie in macroeconomia. Un’illustrazione comica di questo fatto è che ha scelto come discussant, e presunto difensore dell’economia mainstream, Michele Boldrin, autore nel 2008 di un post dal titolo “La recessione e la miseria della macroeconomia”, pubblicato sul blog noiseFromAmerika. Nel post Boldrin critica estensivamente le teorie macroeconomiche più in voga negli ultimi anni, oltre a chiarire che anche quelle “neoclassiche” degli anni ’80 sono poco utili a capire la crisi finanziaria del 2007-2008.

[2] Se la teoria produce predizioni sulla distribuzione statistica degli outcomes, come è spesso il caso in macroeconomia, si raccolgano dati a sufficienza per l’analisi.

[3] Anticipando alcuni argomenti delle prossime sezioni, è istruttivo vedere la teoria epistemologica di FSL come un toy model in grado di catturare solo qualche aspetto di interesse per la questione (come funziona la scienza, in questo caso). Anche le teorie sviluppate dagli economisti possono spesso essere considerate come toy models; sono utili perché hanno il valore di illustrare un punto teorico e sono un’utilissima guida all’analisi rigorosa (ad esempio, nella prossima sezione analizzerò separatamente alcuni punti della procedura di FSL per capire in quali condizioni si rivelano troppo restrittivi). Ciò che è sbagliato è pensare che un toy model descriva davvero la realtà. Questo è ciò di cui Sylos Labini accusa, in gran parte sbagliando, gli economisti di fare coi loro modelli; è invece esattamente quello che fa lui in questo caso.

[4] Molti economisti  si dedicano a tempo pieno a studiare i tanti modi in cui il comportamento delle persone si differenzia da quello razionale. Da molti anni questi insights vengono utilizzati nei campi più tradizionali dell’economia, come finanza pubblica o anche macroeconomia. Si fa del proprio meglio.

[5] E’ più facile capire quale ipotesi fallisce, e di preciso in quali condizioni, nelle scienze sperimentali, dove è possibile ripetere esperimenti appositamente disegnati variando in modo controllato le condizioni della prova. Nonostante l’economia sperimentale sia oggi un campo di studio affermato, la macroeconomia resta una scienza prevalentemente osservativa.

[6]Due esempi critici riportati da FSL nel suo post meritano di essere discussi, gli altri presentano invece posizioni molto simili alla sua e valgono le considerazioni del testo principale.
-Il libro del matematico Benoit Mandelbrot si colloca a pieno in quella che Kuhn definirebbe “normal science”, nel senso che si pone in continuità con le teorie finanziarie mainstream dell’epoca (a parte qualche tentativo esagerato di differenziazione, dovuto per lo più a questioni di marketing, visto che si tratta di un libro divulgativo), discutendo e rilassando un’importante assunzione della letteratura precedente.
-Riguardo ai commenti all’articolo di Mehra e Prescott, “The Equity Premium: A Puzzle“, si tocca davvero l’incredibile: basta un po’ di familiarità con l’inglese per capire, dal titolo, che l’obbiettivo di quest’articolo è rilevare l’esistenza di un’anomalia, di un’incongruenza cioè tra dati e predizioni teoriche dei modelli teorici considerati dagli autori. Il punto è che l’articolo è firmato proprio da Prescott, evidenziando quindi all’interno della disciplina l’ovvio interesse per arrivare a teorie che meglio spieghino i dati empirici. FSL invece utilizza l’esistenza dell’articolo per argomentare che le teorie “neoclassiche” non funzionano. A quanto pare le uniche critiche sensate vengono dall’interno della disciplina.

 

[7] Inoltre stiamo sempre parlando di macroeconomia dei cicli di breve periodo, in altri campi le previsioni (semi)quantitative funzionano meglio.

[8] Questo è possibile perché buona parte degli studi scientifici sono di natura positiva, non normativa (e, quando lo sono, lo sono comunque sotto assunzioni forti ed esplicite). Poi nel dibattito basta avere una memoria selettiva sui fatti per diventare di parte.

[9] Per avere una conferma che difficilmente si può caratterizzare la maggior parte degli economisti accademici come neoliberisti, si guardi la risposta dell’IGM panel[9] a questa domanda sugli effetti dello stimolo fiscale del 2008 negli Stati Uniti.

 

 

2 Comments

  1. Mmmhhh. Potrei cominciare dalla celebre battuta ‘se gli economisti sapessero qualcosa di economia non farebbero gli economisti ma i broker, e sarebbero le persone più ricche del mondo’.
    La realtà è che credo che l’economia in generale non possa essere _ancora_ considerata una scienza, ma solo una pseudoscienza. E’ come applicare la meccanica classica alle particelle. Ci sono troppe variabili che sfuggono al controllo, il sistema è troppo complesso per giungere a delle predizioni o a dei modelli che coprano una percentuale accettabile della realtà.
    E ogni economista con una tesi che porta avanti con forza è come un complottista: se applicasse le sue stesse obiezioni ai modelli altrui al _proprio_ lo smonterebbe in dieci minuti.
    Credo che ci sia ancora molto da studiare e sperimentare, poi un giorno magari arriveremo a qualcosa come la psicostoria di Asimov, e avremo le Crisi Seldon del tipo ‘i mutui subprime’ eccetera 😀

  2. Sicuramente il libro di Sylos Labini contiene delle ingenuità: l’epistemologia dell’economia è molto complessa e sono in ballo questioni piuttosto spinose che vanno, appunto, dalla supremazia della coerenza logico-formale rispetto alla falsificabilità (si veda ad esempio Samuelson), alla questione del riduzionismo spinto e al realismo delle ipotesi, al problema dell’universalità, spaziale e temporale, delle teorie (su questo si veda p.e. Pasinetti). Insomma ce n’è di carne al fuoco. Non mi pare che questo articolo abbia comunque centrato i punti principali oggetto di dibattito da decenni.

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