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Florence Foster Jenkins, la migliore cantante peggiore di sempre.

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Qualcuno può dire che non so cantare, ma nessuno può dire che io non abbia cantato.

Iniziare una biografia con la citazione-emblema del personaggio di cui si vuole parlare è poco originale, lo so. Parlare di Steve Jobs cominciando con “Stay hungry, stay foolish” è oramai ridicolo, e sarebbe una sfida inumana scrivere di Winston Churchill senza mai far uso delle sue sentenze clamorose. Questa volta tuttavia è necessario cominciare così, perché mentre tutti sanno chi è il fondatore di Apple, troppi pochi conoscono la storia della migliore peggiore cantante lirica della storia: Florence Foster Jenkins, una donna che superò di mezzo miglio abbondante il confine dell’inarrivabile.

Il 1868 è un anno piuttosto tranquillo, negli Stati Uniti. Si stanno facendo ancora i conti con la guerra di secessione, terminata appena tre anni prima, e si comprende la necessità di un sistema di maggiori tutele per l’uguaglianza delle persone. Il 9 luglio viene ratificato il 14mo emendamento della costituzione americana, che garantisce anche agli schiavi il godimento dei diritti costituzionali, oltre a sancire il concetto di “giusto processo”. Dieci giorni dopo, a Wilkes-Barre, in Pennsylvania, nasce Florence Foster.

Non è una bambina prodigio. I genitori non rimangono esterrefatti davanti alle sue performance al pianoforte. Anzi, il padre, un ricco banchiere, è severissimo e per niente accondiscendente: quando a 17 anni la figlia gli chiederà il permesso di andare in Europa per imparare a cantare nelle migliori scuole di lirica, lui rifiuterà seccamente.

Ma la ragazza è cocciuta. Il suo sogno è diventare una diva del canto e – Santo Dio- lo diventerà. Il padre la ostacola tagliandole i fondi, e quindi Florence comincia a dare lezioni di pianoforte per pagarsi gli studi di canto. Gli anni passano e lei continua a coltivare il suo sogno. Le ambizioni crescono, e con loro la consapevolezza di avere grandi doti che le viene impedito di esprimere. Il padre muore nel 1909, lasciandole un’immensa eredità. Ma, soprattutto, viene a mancare il principale ostacolo alla sua carriera. Certo, la Signora Foster, che nel frattempo si è sposata (e ha anche già divorziato) con tal Dottor F.T. Jenkins, ha oramai 41 anni. Già ai nostri giorni è impensabile credere di farsi una carriera artistica a 41 anni, figurarsi all’inizio del Novecento, quando non esistevano né talent show né mezzi come internet dove ognuno può mostrare ciò che vuole, quando vuole e a chi vuole. Sarebbe comprensibile pensare che i sogni sono finiti e al massimo piangere ciò che si desiderava essere ma non si è diventati a causa di un padre stronzo. Ma non è il caso di Florence Foster Jenkins. Lei voleva diventare una cantante lirica.

Anzi, si rende conto – o meglio, crede – di esserlo già. Per cosa ha studiato così tanto, altrimenti? Così, comincia ad esibirsi nei pranzi tra amici e durante gli incontri ai club che il suo status di ereditiera le permette di frequentare. E gli amici rimangono attoniti. Basiti. Interdetti.

La signora Foster Jenkins non sa cantare.

A pensar bene, è una cagna. Una cagna maledetta. Ma che vuoi dirle, si è tra amici, tutti appartenenti ad una classe sociale altamente educata. “Brava, Signora Jenkins, complimenti! Lei è bravissima.” “Che gentili, grazie. Allora al prossimo pranzo canterò qualcosa di nuovo.” “Ah…eh…sì, sì, ma assolutamente! Non vediamo l’ora!”.

 

Incredibilmente, le persone dei club si rendono conto che davvero non vedono l’ora di assistere all’ennesima, ridicola, performance della Foster Jenkins. Anzi, invitano altre persone. E così lei va avanti a cantare, nei piccoli salottini privati, mentre la gente molto garbatamente trattiene le risate. Nota che gli ascoltatori aumentano ogni volta, e questa è la chiave che libera le sue ambizioni. È ricca, può permettersi di pagare per avere spazi sempre più ampi. Affitta piccole sale da concerto e invita tutti i conoscenti. Gli spazi poi aumentano. Le città si fanno sempre più lontane. È un vero e proprio tour.

Assolda un musicista con un nome improbabile, Cosme McMoon, che l’accompagni al pianoforte. In realtà ne aveva già avuto un altro, ma era stato licenziato perché durante un concerto non era riuscito a trattenersi ed era scoppiato a ridere. McMoon, personaggio ritenuto da alcuni piuttosto torbido, capisce il potenziale della donna, che ovviamente non è nella musica ma nell’intrattenimento. Dirà un giorno il pianista, intervistato:

At that time Frank Sinatra had started to sing and the teenagers used to faint during his notes and scream. So she thought she was producing the same kind of an effect.

Nel 1934 si esibisce con Die Mainacht di Brahms. Sul libretto fa scrivere: “O cantante, se non sei in grado di sognare, non cantare questa canzone.”. Semplicemente perfetto. Intanto arriva anche la benedizione di Enrico Caruso, che non può che dirle: “Non ho mai sentito nessuno cantare come lei”. L’ego di Florence arriva sulla Luna mezzo secolo prima del’uomo. Totalmente priva di orecchio, è sorda alle sporadiche critiche di chi, ascoltandola, si sente comprensibilmente preso in giro. Anzi, rilancia pubblicando un disco. Durante le registrazioni della difficilissima Regina della Notte, tratta dal Flauto Magico di Mozart, si dice preoccupata per una determinata nota. “Mia cara Madame Jenkins” le dice il direttore dello studio di registrazione della Melotone “lei non si deve sentire in ansia per alcuna singola nota.”. Ne venne fuori un capolavoro assoluto.

 

Ascoltando la registrazione Florence dice ai vertici della Melotone, in maniera educata ma convinta, che era una versione indubbiamente migliore di quelle di due prime donne a lei contemporanee, Frieda Hempel e Luisa Tetrazzini. Nel 1941 perderà poi anche l’ansia riguardo ad alcune note complicate a seguito di un incidente stradale in taxi. Grazie allo scontro, in qualche modo, ora riusciva a cantare un FA più alto. Il tassista venne ringraziato con una scatola di sigari pregiati.

Il successo non si arresta mai, ed è un continuo crescendo fino al 25 ottobre 1944 quando la cantante mette piede sul palco del Carnegie Hall, semplicemente la sala per concerti più importante di New York.

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I biglietti sono esauriti in pochi giorni dall’apertura delle prevendite (c’è chi dice “in poche ore”). Apre con alcune canzoni inglesi, e passa subito ad uno dei suoi cavalli di battaglia, la Regina della Notte. Prosegue con autori russi (Rachmaninoff, Tschaikowsky), poi un Puccini e infine la sua preferita, Clavelitos di Valverde. Ora, per comprendere pienamente la potenza dell’intrattenimento, bisogna sapere che Madame Jenkins si presentava in scena in abiti disegnati da lei e studiati per abbinarsi ai brani scelti. Per esempio indossava ali dorate nel costume dell'”Angelo dell’ispirazione”. Oppure, durante Clavelitos, si presentava con abiti della tradizione spagnola e cominciava a lanciare rose verso il pubblico che, ovviamente, andava in visibilio; a quel punto McMoon scendeva dal palco, raccoglieva i fiori e li restituiva alla dama, cosicché potesse fare il bis del brano. Voce stonata, costumi appariscenti, trucco pesantissimo e danze esotiche dalle movenze imbarazzanti. E aveva 76 anni.

 

 

Il pubblico esce entusiasta. Si dice che qualcuno non è in grado nemmeno di terminare lo spettacolo. McMoon testimonia di un’attrice famosa costretta ad uscire perché in preda all’isteria durante una danza del ventre. Il Carnegie Hall viene giù tutto.

I giornali, il giorno seguente, raccontano esattamente quello che era accaduto la sera prima. Esattamente. Ovvero, massacrano la Diva esplicitando, una volta per tutte, che la gente era lì perché le sue performance sono imbarazzanti. Non è una cantante lirica. Non sa cantare. È sostanzialmente un pagliaccio. Forse, in quel momento, Florence Foster Jenkins realizza veramente la caratura della sua arte. Cinque giorni dopo il concerto ha un attacco di cuore. Un mese e giorno dal concerto, il 26 novembre, muore nella sua camera all’Hotel Seymour di Manhattan.

Il manager disse che le cause erano interamente da attribuire alla vecchiaia e soprattutto che era morta con il cuore felice, e viene da pensare che se mai ebbe un sussulto riguardo alle sue capacità, fu solo per un attimo. Come sempre, aveva rigettato le parole dei critici definendoli invidiosi e ignoranti.

Madame Jenkins ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica. È un segno celato, come una macchiolina sulla camicia, che magari nessuno nota per giorni interi ma che, una volta vista, rimane sempre davanti ai nostri occhi. E non si lava. Oggi viene celebrata con spettacoli in tutto il mondo, da Broadway all’Italia. Qualcuno le ha scritto una canzone. Katia Ricciarelli nel 2008 portò in scena Gloriosa, uno spettacolo interamente dedicato alla Foster Jenkins. Cantare come lei, ha ammesso la Ricciarelli in un’intervista, è stato difficilissimo. È facile crederlo. E tra qualche mese tutto il mondo, finalmente, conoscerà la sua storia. È infatti in corso la produzione di un film: ad interpretarla sarà Meryl Streep, affiancata da Hugh Grant. Se non mi vedete in giro è perché sono già al cinema, sto scrivendo da lì.

Oggi, quando vediamo il web che impazzisce per Magalli e che la canzone Chocolate Rain ottiene più di 100 milioni di visualizzazioni, ci viene da pensare che l’idolatria per persone chiaramente inette (che, quantomeno inizialmente, pensano invece di non esserlo) sia un fenomeno tipicamente contemporaneo, intrinsecamente legato a Internet. Non è così.  E’ qualcosa di nascosto nell’uomo da secoli, come testimonia la storia di Florence Foster Jenkins. Che voleva diventare una stella della lirica, e lo diventò.

Per quelli che la partita doppia è andare allo stadio ubriachi. Prendo un libro o un giornale di economia, lo apro a caso, leggo e – qualche volta – capisco l'argomento, infine lo derido. Prima era il mio metodo di studio, adesso ci scrivo articoli. Sono Dan Marinos, e per paura che mi ritirino la laurea mantengo l’anonimato.

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