un blog canaglia

I’m not a prostitute

in mondo/società by

Okay, la barra a destra dei quotidiani online italiani è il nuovo retro dell’edicola, quello in cui si esponevano le riviste un po’ sporcaccione, ma non sottovalutiamo: ci si trova di tutto, dal momento che alla strategia del nudo ricorre ormai chiunque voglia promuovere qualunque cosa, perchè un paio di tette fanno notizia a prescindere dalla forma, dal colore e dal movente.

E così questa estate tra le Sare Tommasi, le wags europee e i fondoschiena olimpici, non è passato praticamente giorno senza che le ragazze di Femen potessero tenersi la maglietta addosso, il che per altro sarebbe un peccato (dai dati pervenuti, sembrerebbe trattarsi del primo movimento politico che seleziona gli attivisti con gli stessi criteri di Enzo Mirigliani).

Perchè se di ingiustizia nel mondo ce n’è a bizzeffe, la panacea è drastica: scoprirsi le tette. Eccole dunque a Kiev, in una raffica di tette di fuori contro l’aumento della prostituzione causato dai tifosi degli Europei di calcio: 1 2 3 4 5. Subito dopo, correre a imbruttire il patriarca della chiesa russa: 6. Instancabili, eccole scoprirsi le tette a Londra contro la partecipazione alle Olimpiadi degli stati che applicano la Sharia: 7. E non c’è tempo neanche per una pausa a ferragosto, perchè tocca salvare le sorelle Pussy Riot con l’arma ben nota alle signorine da calendario e alle rockstar senza doti canore: tette fuori più immagine sacra 8.

Ora, per allontanare il giubilo dei lettori di Famiglia Cristiana, urge puntualizzare che qui nessuno è turbato dal nudo, men che meno dall’accostamento del nudo a croci o icone religiose: qui nessuno è turbato da quasi nulla, non fosse che l’uso markettaro del corpo finisce per alimentare la prurigine che circonda i nostri attributi sessuali primari e secondari, con la spiacevole conseguenza che poi, se uno vuol fare il bagno nudo per un privato piacere che non vi sto a raccontare quant’è un piacere, senza alcun secondo fine insomma, senza voler vendere un giornale nè una campagna politica , ecco, individui dalla morbosità continuamente sollecitata si sentono indebitamente disturbati. Ma questo è un altro discorso.

Tornando a Femen, più seriamente, il metodo del ribaltamento dell’uso del nudo femminile dal commerciale al politico in senso femminista è un esperimento interessante, anche se non originalissimo: la donna si spoglierebbe in quanto soggetto per sottrarsi al maschio in quanto oggetto. E pazienza se poi i click sui giornali provengono dallo stesso pubblico che clicca sul solito topless di Kate Moss a Saint Tropez. Dico davvero, pazienza: se la nudità muove i fili della comunicazione globale, non avrete da me nessun motivo di ordine morale per non usarla.

Va detto inoltre che leggere la questione femminile dell’Europa dell’Est con le lenti italiane è cosa difficile. Tutto quello che so l’ho appreso dai racconti delle donne che si sono avvicendate come badanti dei miei vecchi o per le pulizie di casa. Alla luce di questi racconti sono portato a pensare che la questione sia femminile quanto maschile, cioè legata alla condizione economica che accomuna i paesi post-comunisti. Molte di loro mi hanno inoltre riferito di violenze subìte da parte dei loro uomini perchè alcolisti. Anche questa mi sembra una preoccupante questione femminile E maschile.

Al di là di queste mie ingenue aspirazioni alla risoluzione intergenere delle violazioni di diritti umani e a un approccio meno situazionista e più politico ai problemi del lato B dell’Europa, l’istanza di Femen che proprio non mi convince è quella contro la legalizzazione della prostituzione e favorevole all’introduzione della responsabilità penale per chi usufruisce dei servizi proposti dall’industria del sesso. E’ al grido di Ukraine is not a brothel and I’m not a prostitute che le ragazze di Femen si sono raccolte, dal 2008 in poi, intorno alla giovanissima fondatrice Anna Hutsol, oggi ventottenne. Come se ci fosse qualcosa di male, ad essere una prostituta. Come se i bordelli fossere un male in sè.

Io non so se il femminismo nostrano sia poi riuscito a sciogliere il nodo del moralismo, mi è capitato di imbattermi in un dibattito alla Casa Internazionale delle Donne in cui qualcuno indicava la prostituzione come il gradino più basso delle condizioni femminili, ma magari si è trattato di un accidente e l’opinione non era largamente condivisa. So che su questi temi il confronto è difficilissimo tra donne diversamente femministe, praticamente impossibile tra femministe alla Femen e uomini.

Ma forse non è inutile proporre ancora una volta la semplice equazione che il diritto e la possibilità di scegliere di non prostituirsi si conquista insieme – non in opposizione – alla libertà di poterlo fare legalmente, senza coercizioni, come si sceglie di fare – che so – la commessa o l’insegnante o l’avvocato.

Che il turismo sessuale è largamente dovuto al proibizionismo degli stati occidentali, e che a una maggiore criminalizzazione in Europa corrisponderebbe un incremento dello sfruttamento sessuale in altri paesi.

Che distinguere tra prostituzione volontaria e schiavitù è necessario per poter, da un lato, contrastare efficacemente la schiavitù e, dall’altro, regolare quello che schiavitù non è.

Ignoro se il nuovo trend femminista preveda un dibattito su scala transnazionale e intergenere, se preveda un dibattito tout-court o se sia inesorabilmente avviato sulla strada dell’happening e del merchandising: è già on line il sito Femenshop per chi non potendo andare tette in fuori si accontenti di supportarle acquistando una maglietta o una tazza da esporre accanto a quella di Starbucs. Noi siamo sgamati, sappiamo che il marketing è uno degli strumenti della politica e che la necessità di autofinanziarsi sviluppa il senso degli affari.

Il claim del sito, tuttavia fa sperare molto male. We came, we stripped, we conquered : ragazze, è tutto al passato, quando è ancora tutto da fare.

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from mondo

Go to Top