Fede

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Qualche giorno in piedi su un tram affolato, indulgevo nel passatempo di impicciarmi dei fatti altrui. Alla mia sinistra, pur compresso da ogni lato, rimaneva distinguibile un piccolo capannello di persone: un uomo sulla quarantina, al centro, circondato da tre o quattro donne, una delle quali un po’ più giovane delle altre. Un gruppo di bigotte attorno ad una specie di giovane predicatore. Si capiva dall’eloquio fluido e sperimentato di lui, dalla sua espressione febbricitante di verità assoluta, dallo sguardo attento e rispettoso (se non succube) delle donne, come pure dal loro abbigliamento triste. Quando mi sono sintonizzato e ho cominciato ad origliare la sua predica (diretta in modo speciale alla fedele più giovane), il tizio stava intrattenendo (in spagnolo) il suo piccolo gregge sulla “fede umana”. Immagino che l’idea fosse solo un passaggio intermedio per arrivare a parlare della fede in Dio. A quel punto non è riuscito ad arrivare, perché la metà sermone le donne sono scese: era la loro fermata. Le parole di quell’aspirante prete, però, mi hanno colpito: “Chi ci dice che l’autista del bus su cui viaggiamo non sia ubriaco? Nessuno. Magari viaggiamo per chilometri assieme a decine di altre persone su un veicolo condotto da una persona annebbiata dall’alcol. Dello stato di alterazione del guidatore possiamo venire a conoscenza solo quando succede un incidente, in seguito al quale all’autista viene somministrato un test alcolemico”. Vero. Vediamo: moltissime delle migliaia di azioni quotidiane della persona media sono basate sul presupposto di una fede folle quanto caparbia (non molto diversa, per intensità, a quella che faceva luccicare gli occhi scuri del prete).

Come possiamo escludere che: il parquet non sia fatto con il legno proveniente da Chernobyl; il nostro telefono non ci esploda in faccia mentre parliamo; la caldaia che scalda l’acqua della doccia non esploda; la porta a vetri della Rinascente non si stacchi dai suoi perni e ci colpisca; i freni della macchina cessino improvvisamente di funzionare; il pilota dell’aereo non decida di suicidarsi in modo eclatante insieme a tutti i passeggeri; il cibo del ristorante non sia velenoso o infetto; la cuffia con cui sentiamo la musica non ci assordi la prima volta che la inforchiamo; il film che guardiamo non ci trasmetta messaggi subliminali che ci impongono di uccidere; l’acqua del rubinetto non contenga troppo cianuro…

Si definiscono “fobici” quelle persone spinte alla paralisi da un tipo di paura da cui la maggioranza delle persone è immune (per natura o condizionamento): smembrando però il nostro quotidiano, ed osservandolo attraverso la lente della fede umana, mi viene il sospetto che i fobici sono quelli realistici, mentre noi “normali” siamo solo degli illusi che corrono ad occhi chiusi contromano di notte su una strada trafficata, sperando di non essere colpiti. E’ ovvio, il destino è casuale: gioia e dolore vengono distribuiti qua e là senza una logica: non a caso, nella mitologia la divinità della fortuna non solo è di sesso femminile (ovvero volubile, secondo l’antico luogo comune), ma è pure bendata. Ma lasciamo perdere il caso: per quello non c’è cura diversa dalla saggezza figlia della rassegnazione.

Dietro al miracoloso successo di ogni giorno che comincia e finisce senza gravi danni c’è il lavoro, l’impegno, e la diligenza di migliaia di persone che, tentando di schivare gli errori e di dare senso al proprio agire in una società organizzata, ci hanno consentito di sopravvivere. E noi, se abbiamo ben agito, abbiamo fatto a loro lo stesso dono. Senza dimenticare il peso della nostra granitica fede negli altri, che ci spinge a considerare talmente bassa la probabilità di una defaillance per noi fatale, da farcela apparire quasi pari a zero. La fede (in Dio, negli uomini, non fa differenza) è in effetti una malattia congenita da cui è difficile guarire per sempre.

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(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

5 Comments

  1. Laicamente: GRAZIE.
    Scientificamente: l’empirismo, insostenibile in logica, è sostenibile nella pratica secondo la teoria probabilistica di Karl R. Popper, epistemologo della scienza. Spoetizzo qualcosa?

    • P:S: – Disambiguazione: nel caso specifico per empirismo intendo l’applicazione fiduciosa del calcolo delle probabilità nella vita quotidiana. David Hume dimostrò che “per logica pura” ognuno che esce di casa ha pari probabilità di tornarvi vivo o di non tornarvi perché morto. O, per dirla con Bertrand Russell, “l’opinione del saggio vale quanto quella del matto che crede di essere un uovo in camicia” (God bless the british sense of humor). Fino a Karl Popper nessuno è riuscito a proporre un’alternativa convincente allo scetticismo assoluto e a riconsegnare all’umanità un po’ di buon senso.

  2. Caro Mario, tu parli di fede, ma non di fede in dio, piuttosto di fede nel mondo che ci circonda. Sai cosa scrisse Hans Magnus Enzenberger a riguardo? Sono d’accordo con lui.
    Giuliano

    • certo, Giuliano, è quello che cercavo di dire; no, non so che cosa ha detto in merito quel geniaccio di Enzenberger…

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