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Esco dall’Unesco

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Vivo all’estero da un anno e mezzo. Parigi, Francia. Quando mi chiedono “da che parte dell’Italia vieni?” rispondo “Dalla parte più bella, Roma”. Allora mi chiedono “Roma Roma?” e io rispondo “No, un paese della provincia, settemila anime”. E loro insistono “Come si chiama?” e io dico “Marcellina”. E loro fanno spallucce perché Marcellina non l’hanno mai sentito. Così mi sento in dovere di aiutarli e specifico “Tivoli, Villa Adriana, la villa dell’Imperatore Adriano”. Capiscono. Non solo capiscono, spesso ci sono stati.

Ad esempio, l’altro giorno, dopo averle detto da dove vengo, una ragazza cinese ha sgranato gli occhi e ha esclamato “Oh my God!”. Poi ha cominciato a farmi un sacco di domande sul territorio e sui siti archeologici della zona. Si occupa di conservazione del patrimonio e non vede l’ora di visitare Villa Adriana, ché fino adesso l’ha soltanto studiata sui libri. “Dev’essere stata una grande fortuna crescere a due passi dalla Villa” m’ha detto. “Non so” ho risposto. E non lo sapevo per davvero. Del resto, ci sono fortune che non si capiscono perché troppo vicine; e la mia non era altro che fortuna geografica. Peraltro ormai lontana.

In questi giorni, mi è capitato di leggere che l’Unesco ha minacciato di revocare lo status di “Patrimonio dell’umanità” alla Villa Adriana. “Sono scemi?” ho pensato. Poi ho letto meglio e mi sono risposto “no, non sono scemi, loro”. Dice che esiste una buffer zone, una zona cuscinetto che serve a proteggere l’area archeologica. Dice che questa zona cuscinetto l’hanno stabilita di comune accordo lo Stato italiano e l’Unesco e che non ci si può mica costruire.

Dice che qualcuno ha in progetto di colare 180 mila metri cubi di cemento proprio nella buffer zone. Vogliono cementificare il cuscinetto. Dice che il cuscinetto serve ad attutire l’impatto del paesaggio circostante sul patrimonio dell’umanità, che, in quanto patrimonio dell’umanità, dev’essere preservato in tutti i modi. Epperò, hanno fatto giustamente notare quelli dell’Unesco, un cuscinetto di cemento non preserva proprio un cazzo. E hanno fatto notare, questi puntigliosi dell’Unesco, che gli accordi vanno rispettati e che, se non si interviene per impedire lo scempio, loro sono costretti a stendere un piumone pietoso sulla Villa Adriana. Dice che allora i costruttori hanno pensato “sticazzi, il cuscinetto ce l’abbiamo, se portano il piumone stiamo a posto per l’inverno”.

Sicché gli studenti di Tivoli hanno scritto al Ministro Bray una bella lettera nella quale hanno detto che loro non c’hanno voglia di dormire, c’hanno voglia di cultura. Che poi ci si riempie troppo spesso la bocca di cultura ma loro sono proprio cazzuti  e la lettera sembra scritta da un gruppo di vecchi ecologisti incazzati. Bella. Tanto bella che il sottosegretario ai Beni Culturali, Ilaria Borletti Buitoni, è andata ad incontrarli questi studenti. E in un’intervista alla radio ha detto che la cementificazione umilia un bene del patrimonio nazionale e riduce la potenzialità turistica.

Ora, quelli dell’Unesco aspettano che qualcuno dica chiaro e tondo “non ci sarà nessuna colata di cemento nella zona cuscinetto, state tranquilli”; gli studenti aspettano che qualcuno dica “ve la lasciamo la cultura, ché di palazzi ce ne stanno già troppi”; la studentessa cinese aspetta sempre di visitare la Villa, ché sui libri c’è scritto che è patrimonio dell’umanità e dev’essere bellissima. Mentre io, io aspetto che qualcuno mi faccia capire se sono cresciuto a due passi da una storia normale e giusta o da una vergogna mondiale. Vediamo un po’.

2 Comments

  1. Senza aspettare ti rispondo io: sei cresciuto in una fogna. Ci sono cresciuto anch’io ed è forse, quella di Roma, una delle più brutte province d’Italia. Basti dire, nel caso specifico, che per arrivare a Villa Adriana bisogna aspettare pazienti il Cotral a Ponte Mammolo che parte ogni mezz’ora e impiega almeno un’ora per nemmeno una decina di km. Questo perché non c’è un servizio dedicato, perché la rete ferroviaria regionale è uno scandalo, perché i lavori di allargamento della Tiburtina sulla carta sono pronti da 20 anni, perché il riflesso di Roma, la grande monnezza, in provincia è un refolo di classismo e miseria persino più grigio di quello dell’urbe. E triste è il fatto che la nostra infanzia sia legata a quella manciata di tristi casermoni.

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