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Emergenze democratiche

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Ho passato la serata di ieri in un ristorante zurighese con appesi al muro i ritratti di Turati e “Carlo” Marx. Nel menu, dove si racconta brevemente della storia del locale, si cita un episodio in cui Bertold Brecht avrebbe lamentato, guardando le pareti, l’assenza due compagni di massima importanza: Lenin e Stalin. Sentitosi rispondere che i socialisti svizzeri erano dalla parte della libertà, non dei dittatori, un Brecht irritato liquidò questi distinguo come “quisquilie”. Abbiamo poi potuto comprendere fino in fondo quanto irrilevanti fossero queste quisquilie, aggiunge la storia.

Questa era la sinistra svizzera, quando quella italiana e francese inneggiavano a Stalin in maggioranza, e in alcuni casi non vedevano l’ora di rovesciare le instabili democrazie post-belliche. Mentre noi cenavamo, i primi risultati delle elezioni federali venivano commentati dalla stampa locale e internazionale. Un riassunto sobrio: la vittoria dell’Unione Democratica di Centro, con il rafforzamento dei Liberali, il ridimensionamento dei Socialisti e il crollo dei Verdi sposta a destra il baricentro della politica svizzera. Bisogna dire che i risultati non spostano in maniera clamorosa i rapporti di forza tra i partiti in un sistema votato a una certa stabilità.

Poi arriva il giornalismo stile rotocalco che ormai domina la nostra stampa: fioccano i paragoni tra Magdalena Martullo-Blocher e Marine Le Pen. Ad alcuni viene in mente di paragonare Blocher a Berlusconi. Alemanno non se lo fa dire due volte e paragona la destra degli amici suoi, quelli dei saluti romani in Campidoglio, all’UDC svizzera. Chissà che dramma, ora che questi fascisti xenofobi populisti e demagoghi hanno vinto, no?

Un primo sassolino negli ingranaggi della propaganda dei media: questi erano già il primo partito. Quindi non è esattamente una svolta epocale. Se invece di lanciare solo sassolini alla macchina della propaganda la si vuole letteralmente lapidare, allora basta compiere un atto eversivo e rivoluzionario: informarsi da soli e leggere il programma di questi pericolosi populisti. Perchè esistono i manifesti, dellUDC: sono il primo argomento che viene usato per liquidarli, e devo dire che retoricamente la cosa ha una forza indiscutibile, dato che sono orrendi. Orrendi nel senso dei contenuti, nel senso che fanno venir voglia di menar le mani con quello che li ha proposti. Però per giudicare un politico bisogna, innanzitutto, vedere cosa propone e cosa fa. E in un paese in cui il programma elettorale è una buona cartina tornasole di cosa sosterrà un partito, leggere il programma aiuta. Segue qualche considerazione.

È, indubbiamente, un programma che ha aspetti difficili da digerire per un liberale. D’altronde un partito liberale in Svizzera esiste (programma qui), è in salute ed in aperta polemica con l’UDC proprio sui punti caldi: immigrazione (notare la perla: la si vuole severa ma giusta), rapporti con l’UE, e una concezione meno conservatrice della società. Insomma, se si pensa alla destra svizzera bisogna pensare a una cosa in cui ci sono due partiti grandi, entrambi  relativamente in pace con il fatto che il 18% dei residenti attuali è immigrato, che esistono le unioni civili, che il sistema di asilo è largamente generoso, e così via. Il tutto, per entrambi, in un quadro improntato ad un liberalismo economico declinato in modi differenti – l’UDC è pur sempre l’ex partito dei contadini, quindi il PLR è ovviamente più ortodosso – ma che viaggia ad anni luce dal corporativismo clientelare gollista, berlusconiano, salviniano, e finanche merkeliano.  Proprio sugli immigrati aiuterebbe paragonare l’UDC svizzera, che propone cose attuabili anche se dannose, con le proposte lunari delle destre dei paesi vicini: da chi propone di bombardare navi nei porti stranieri a chi parla di ruspe, passando per chi solidarizza con il filo spinato di Orban mentre prende i soldi di Putin. È possibile sperare che si recuperi, per qualche ora, il senso delle proporzioni?

Esagererò, ma pare di assistere al solito atteggiamento dei giornalisti italiani quando parlano di una elezione all’estero in cui non ha vinto la sinistra: se c’è occasione di etichettarla come estremista e xenofoba farlo fino alla paradossalità (i Tories inglesi vengono fatti coincidere con Theresa May, l’UDC diventa una specie di Front National, il fpö austriaco viene caricaturizzato), se invece è inattaccabile allora semplicemente si ignora (si è letto quasi nulla di Passos Coelho). In compenso, si è molto generosi coi populisti di sinistra, anche di fronte all’evidenza del disastro – vedi Tsipras, vedi Podemos. Non credo di aver spiegazioni dietrologiche in materia: molto probabilmente il giornalista italiano medio è solo una persona che ha da fare, di letture mediocri, e che quindi non ha mai avuto la maturità nè il tempo di mettere in discussione i quattro luoghi comuni di sinistra che garantiscono accettabilità in un contesto sociale standard in quel di Roma o Milano. Quindi, nel liquidare ogni vittoria elettorale della destra come frutto di paura, regressione, volontà di chiusura e cedimento al populismo non fa altro che soddisfare il proprio sciocco pregiudizio per cui i buoni sono sempre e comunque a sinistra. Cose che succedono quando gli editorialisti del quotidiano della borghesia lombarda vanno ogni anno a portare i fiori sulla tomba di Togliatti. Peccato che a gente così sia affidato il compito di formare l’opinione pubblica di un Paese. L’effetto, che lo si voglia o meno, è legittimare la polarizzazione italiana (ma lo stesso ragionamento vale per molta della narrativa internazionale sulle elezioni in paesi diversi dal proprio) dicendosi che, in fondo, i freak sono un po’ ovunque, che anche quelli sono un po’ razzisti, un po’ demagoghi, un po’ cialtroni. Non proprio un bel servizio perchè, per l’appunto, le differenze tra Magdalena Blocher e Marine le Pen sono tutt’altro che quisquilie.

 

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

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