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Elogio della bestemmia

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Fra tutti i casini a cui è soggetta la giunta Marino (Mafia Capitale, le strade sempre allagate, i ritardi sul Giubileo, il Papa incazzato, l’invasione degli Evroniani), c’è chi trova pure il tempo per polemizzare sulla bestemmia dell’ormai fantozziano assessore Esposito, pronunciata, a quanto pare, nel corso di una lite furibonda in assemblea capitolina col consigliere Dario Rossin.

Al netto dell’opportunismo politico in una situazione di per sé delicata, dove ogni scusa è buona per infierire ulteriormente sul già agonizzante clan Marino, è interessante notare come la bestemmia venga stigmatizzata in un contesto, l’agone politico, che certo non brilla per savoir faire ed eleganza di costumi. La parolaccia, l’insulto personale e finanche la diffamazione sono pane quotidiano sulla scena pubblica, al punto che certi personaggi stranoti – da Gasparri a Buonanno, passando ovviamente per Beppe Grillo – possono dedicarsi quotidianamente all’impropero, all’allusione volgare o all’attacco diretto senza che alcuno batta ciglio. Eppure, in tutto questo, la bestemmia rimane un tabù, una sorta di area protetta alla quale persino il politico più scafato deve fare attenzione se non vuole ritrovarsi in un ginepraio di scuse improbabili e autodafé mediatici.

“Gioca coi fanti ma lascia stare i santi,” dice l’adagio. Ovvero, in Italia l’insulto personale si pone in secondo piano, su scala valoriale, rispetto alla blasfemia, all’offesa della sfera celeste. Laddove qualsiasi altra parolaccia è consentita, laddove sul piano morale l’accostamento di un epiteto volgare al nome di una persona è in un qualche modo accondisceso, al nome del Signore viene concessa una vera e propria immunità, un salvacondotto da quel turpiloquio così caro alla nostra realtà italica.

D’altronde, la sensibilità individuale è sempre la prima ad essere evocata: quante volte ci siamo sentiti dire, da credenti e non, che “le parolacce van bene, ma le bestemmie proprio no che mi disturbano”? Come se, appunto, la sensibilità del singolo giustificasse l’uso di un certo vocabolario piuttosto che un altro; così, se io sbatto un alluce contro la gamba di un tavolo e urlo “Cazzo!”, va tutto bene, capita, si è fatto male, vorrei veder te al suo posto, mentre se mi scappa un “porcamadonna” altrettanto liberatorio come minimo mi becco una pletora di occhiatacce e sguardi accusatori da tutti i presenti. Ugualmente, mutatis mutandis, se il vaffanculo costante dei grillini non è altro che l’espressione di un disagio sociale profondo, la bestemmia dell’assessore esasperato diventa invece un caso politico.

Insomma, “diocane” “porcodio” “madonnaladra” e varianti del caso risultano oggi essere molto più disturbanti, se non addirittura scioccanti, rispetto al vasto panorama linguistico di parolacce e insulti nazionali e dialettali. Panorama che, fra l’altro, nel corso dei secoli si è arricchito, in termini di blasfemia, anche grazie alla meravigliosa fantasia locale dei nostri avi: chiunque provenga da regioni come Veneto, Emilia o Toscana sa che il vero suono di casa non sono le campane della domenica, ma i “diocagnassléder” dei vecchi durante gli esecrabili tornei di briscola nei bar di paese.

E così, immemori del nostro passato di fieri bestemmiatori popolani, garantiamo alle fregnacce su Dio, la Madonna e diecimila santi una cura speciale, un’attenzione particolare, di cui noi stessi, come individui, non possiamo minimante godere. L’Invisibile (o l’Inesistente, secondo alcuni), merita molto più riguardo dell’essere umano reale, in carne e ossa. Ancora una volta, fingere di rispettare qualcosa che non è di questo mondo risulta molto più facile che fare i conti con la propria coscienza.

Prendetevi pure i vostri cari, amati vaffanculo. Io mi tengo stretto il mio diocane, che tanto lassù non c’è nessuno che possa davvero offendersi.

Nato nella Somalia italiana nel 1909, si dedica giovanissimo all'antropologia lombrosiana e alla frenologia. Dopo aver contribuito alla fondazione di Latina, nel 1938 fugge in Argentina con Ettore Majorana poiché non condivide la linea morbida di Mussolini sul banditismo molisano. Rientrato in Italia negli anni '70 in seguito a una scommessa persa con Cesare Battisti, si converte allo stragismo mafioso e alla briscola chiamata. Tra i fondatori occulti di Grom, oggi passa la maggior parte del suo tempo refreshando la pagina facebook di Marco Mengoni.

12 Comments

  1. Applausi. E comunque, anche se lassù ci fosse qualcuno, avremmo comunque ragione a turpiloquiarlo/la/i/gli/le. Poichè il saggio, dalla montagna disse: “La bestemmia nobilita l’uomo e sprona il buon dio a fare di meglio”. Cit.

  2. Non ho mai capito qual è il problema con le bestemmie.

    Se io sono credente, e tu bestemmi davanti a me, non è che le tue parole intacchino la mia fede. Al limite la questione è tra te e Dio, non certo tra te e me.

    Mi direte: ma se ti insultano la mamma, tu non ti incazzi? Certo che mi incazzo. La differenza è che mia mamma è una signora indifesa di una certa età che non ha mai fatto a male a nessuno, mentre Dio è un essere onnipotente che mi pare abbia parecchie cose da farsi perdonare.

  3. Il motivo principale per il quale non bestemmio mai è che ritengo che uno più bestemmia più crede. Dato che non credo, perchè perdere tempo? 😀

  4. Offendere deliberatamente qualcuno in una cosa che crede sacra è puro dispetto.
    Dici che se sbatti un alluce contro la gamba di un tavolo e urli “Cazzo!”, va tutto bene: beh lì non hai offeso deliberatamente qualcuno.
    La sensibilità del singolo dovrebbe eccome giustificare l’uso di un certo vocabolario piuttosto che un altro. Per lo stesso motivo per cui non si dovrebbe dire mongoloide a una persona disabile.
    Le parole sono importanti.

    • Be’, qui non si parlava di bestemmia rivolta deliberatamente al credente, ma piuttosto di intercalare o di situazioni contestualizzate (vedi l’esempio del tavolo e della reazione istintiva che ne segue). Bestemmiare in faccia a qualcuno per offenderlo è sullo stesso piano che mandarlo affanculo, ma in questo caso allora parliamo di modi e intenzioni dell’impropero – non tanto del suo contenuto.

      Poi sul discorso delle sensibilità bisogna stare molto attenti. Potrei dirti che i SUV, le persone troppo magre, le patatine al formaggio e i film della Fox sono cose che urtano profondamente la mia sensibilità, ma di sicuro non ne faccio una questione di principio generale, valida per tutti. L’individualità è sempre un campo troppo relativo per costruirci sopra delle regole.

  5. Io tirerei in ballo la famosa scommessa di Pascal.
    Se inchiodo il mio dito mignolo nello spigolo del tavolo che per qualche motivo si trova 10 centimetri piu a sinitra di quanto dovrebbe ci sono due possibilita’:
    1. Il caso e la sfiga
    2. Un disegno inconoscibile di Dio

    Faccio molto meglio a ringraziare Dio con una elaborata, fantasiosa e atroce bestemmia che e’ dimostrato genera rilascio di endorfine e dopamine che non prendermela con una non ben identificata coesistenza di condizioni casuali.

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