un blog canaglia

Einstein e Tenerezza

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“Oh, ma secondo te, l’uomo è buono?”

“L’uomo, cioè questo qui?”, rispose Tenerezza con un sospiro eloquente, indicando con un pollice sporco di sangue il tizio che aveva appena riempito di botte fino a farlo svenire.

“Ma no, l’uomo in generale, dico…”

“Ah, mi stavi chiedendo se gli esseri umani, le persone, sono buone o cattive?”

“Eh!”

“Mah, non saprei…”

“Prendi quello lì, ad esempio”. Einstein voltò la testa, ed alzò leggermente il mento. “Ivan, sì. A vederlo così, la faccia spappolata, un bel po’ di ossa rotte, i denti a pezzettini… insomma, fa un po’ pena, non puoi negarlo… Viene quasi da domandarsi se se la meritava, una fine come questa…”

“Ivan ha sgarrato, ha fatto il furbo, e lo sai che queste cose nel nostro ambiente si pagano”

“Sì, ma…”

“Se può aiutare, ti dico che Ivan era un violento, specie con le donne. Quando era un giovane promettente con il cappotto di pelle e i capelli rasati, in un paio di occasioni l’ho visto maltrattare delle ragazze. Nessuna di loro voleva rimanere sola con lui, erano terrorizzate, sapevano che non esitava ad usare il suo coltello…”

Un coltello da caccia giaceva in effetti sull’asfalto bagnato ed illuminato dal riverbero dei neon ad una decina di centimetri dalla enorme, contorta, bianca e fermissima mano destra di Ivan Lazarov, professione gangster, specializzazione in assassinio, tortura, stupro di minorenni, sfruttamento, spaccio ed organizzazione di lotte clandestine tra cani.

“Anzi, ora che mi ci fai pensare, forse dovremmo prenderglielo, non si sa mai. E’ mezzo morto, ma magari si riprende e ci ficca quell’affare nello stomaco. Che aspetti, Einstein?”

“Che palle”. Einstein sbuffò forte, si alzò con un’espressione da sollevamento pesi, e fece quanto gli era stato ordinato. Si sedette e si accese meditabondo una sigaretta senza filtro. Con l’indice ed il pollice pizzicò i frammenti di tabacco che gli erano rimasti appiccicati alle labbra.

Tenerezza guardava un punto lontano oltre le baracche di legno. Einstein  ammirava sinceramente la sua capacità di non annoiarsi mai. Tenerezza era capace di stare in macchina ad aspettare il boss anche per dieci ore filate senza praticamente muovere un muscolo, apparentemente privo degli stimoli di mangiare, pisciare, sgranchirsi le gambe, bere. In quelle occasioni, rimaneva immobile come un orso in letargo; ma non gli sfuggiva niente: teneva d’occhio la strada guardando oltre il parabrezza, e le altre tre direzioni negli specchietti retrovisori della Mercedes. Nell’ambiente si raccontava di quella volta che un tizio a cui doveva dei soldi aveva cercato di prenderlo alle spalle mentre, in un momento di pausa, si divertiva a sistemare la sua vecchia moto Triumph: si ritrovò con la punta di un cacciavite dentro il cervello: la punta era penetrata attraverso l’occhio sinistro. Da quella volta, i rischi attesi di fargli un’improvvisata furono stimati troppo elevati rispetto al beneficio atteso di togliere di mezzo un tirapiedi della mafia russa. Tenerezza non fumava e non beveva, ed era in grado di mandare un uomo robusto in coma con un solo cazzotto bel assestato alla radice del naso.

“Tenerezza?”

“…”

“Tenerezza?”

“Che vuoi?”

“Ma Ivan non aveva almeno un lato positivo?”

“Non so. Mi ricordo che un giorno di pioggia arrivò al locale tutto zuppo: sotto il cappotto fradicio e ormai senza forma teneva un cucciolo. Un cagnolino bastardo: diceva di averlo trovato per strada. Si era perso e lui aveva deciso di prenderlo con sé. Era divertente pensare che l’attacco di cuore tenero gli era venuto al ritorno da un lavoretto che gli aveva commissionato il capo. Era andato da certi tizi del conservatorio che di facevano di amfetamine, ma che erano indietro con i pagamenti. Indietro in un modo imbarazzante. Sopra al cappotto Ivan indossava uno di quegli impermeabili di plastica usa e getta. Quando si presentò alla porta, i ragazzi erano drogati e dovettero trattenersi per non ridere in faccia al tizio con la plastica gialla addosso. Tutto finì in pochi minuti: per puro divertimento Ivan sfondò un violoncello con una pedata e strangolò uno degli orchestrali con le corde dello strumento. Per divertimento, perché aveva con sé un paio di pistole con il silenziatore con cui aveva fatto fuori gli altri due. Dopo, aveva riposto l’impermeabile in una sacca di Tesco, e se ne era andato.”

“Che fine ha fatto il cane?”

“Morto. Una delle ragazze che aveva avuto a che fare con Ivan gli servì una polpetta imbottita di cocci di bottiglia. Tanto lo odiava che non aveva esitato a sacrificare una vita innocente pur di colpire Ivan. Del resto, lei non era meno innocente di quel bastardo. Quando Ivan trovò il cucciolo in un lago di sangue, non successe praticamente niente: chi l’ha visto in quel momento racconta che ha semplicemente annuito, e poi è sceso a comprare una bottiglia di vodka…”

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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