un blog canaglia

Dolore ed identità

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Secondo chi l’ha disegnata, l’app Killswitch può dare un contributo a superare il trauma derivante dalla fine di una storia sentimentale documentata su social network. Supponiamo che la mia ragazza mi lasci per fuggire in Nuova Zelanda con la sua psicoterapeuta: sono disperato, il mio cuore è spezzato, ma soprattutto (accidenti!) sono tre giorni che mi collego sul Facebook e continuo ad imbattermi in tutte quelle foto che immortalano i giorni felici in Nepal; non faccio che rileggere i suoi messaggini piccanti o teneri – senza contare che la maledetta è ancora, tecnicamente, mia “amica” e … proprio ora sta postando degli scatti in cui compare anche la sua nuova fidanzata australiana. Mi basta possedere un iPhone (oddio, ci sarà la versione Android?) e pagare 99 centesimi: il software, complice la (misteriosa) tecnologia Clearhart, si mette a ravanare nel mio profilo Facebook, e a rimuovere ogni elemento che possa ricordarmi il mio grande amore perduto: lo può fare in modo brutale – cancellando tutti i post degli ultimi sei mesi – o in modo più chirurgico e ragionato, si può lasciargli mano libera come pure si può fare in modo che le modifiche alla nostra impronta digitale nel mondo vengano solo suggerite e necessitino di approvazione per essere eseguite.

Vista così, sembra la classica idea sciocca che pretende di “colmare” una lacuna di offerta destinata ad una “domanda” di mercato vivace e insoddisfatta. Ma il fatto che si sia sentita la necessità di realizzare qualcosa di simile obbliga ad alcune riflessioni: prima di tutto delegare un algoritmo ad effettuare scelte tanto personali al posto nostro sa di resa incondizionata, relega di fatto al ruolo della vittima impotente. Oddio – soffro troppo a vedere questa foto, questa frase sciocca che ho scritto in un dato contesto felice e che oggi non ha più senso (non sapevo, o fingevo di non sapere, perché avevo altro in testa – nel cuore – che, in teoria, è stata scritta con una tastiera su uno schermo di computer, ma in pratica è scritta nella pietra e potrebbe essermi rinfacciata fino alla fine dei miei giorni – per cui, pensaci tu, telefonino, a togliermela di mezzo, cosicché io possa continuare a frequentare Facebook senza rischiare di farmi male.

Ma lasciamo pure da parte questa considerazione intrisa di machismo sentimentale. Nota lo psicologo interpellato da Motherboard che, benché il beneficio di “sminare” il campo in una prima fase di elaborazione del lutto sia intuitivo, persino nel contesto impalpabile dell’estensione digitale dell’ego rappresentato dai social network una applicazione come Killswitch può fare dei danni. Ad esempio insufflando la convinzione di “avere il potere di eliminare ogni cosa [negativa], un atteggiamento non ottimale quando si tratti di venire a patti con le proprie delusioni”. Siamo inclini a confondere l’ego con l’avatar, è inevitabile. Ma è opportuno ricordare che possiamo rimuovere tutte le foto e tutte le parole scritte che vogliamo, ma questo potrebbe aiutare ad aumentare le nevrosi anziché anestetizzare il dolore. Si dovrebbe insomma poter dire, con il tempo, le cure, un altro amore, il pilates, “è andata male” anziché convincerci che “non è successo niente”.

E’ un po’ come nel film “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, in cui lo stesso principio è applicato alla memoria vera. Solo che Gondry a me pare più ottimista e anche più cinico. Nel suo capolavoro a me pare voglia dire: ok, andate pure avanti, rimuovetemi tutta questa relazione amorosa dalla testa, tanto non servirà a nulla: non solo continueremo ad innamorarci della stessa persona, ma saremo pure incapaci di smussare gli angoli che la prima volta l’hanno condotta al fallimento. Un eterno ritorno claustrofobico, che a me personalmente è arrivato solo alla terza o quarta volta che l’ho visto, e che mi ha fatto finalmente capire quanto duro e cinico sia il messaggio di fondo. Le altre volte ero troppo occupato a godere di stile visivo, regia, montaggio e musica per applicare un po’ di cervello.

Insomma, va benissimo tentare di lenire il dolore, ma, rimuovere la realtà sostituendola con una sanitarizzata significa “negare alle persone il loro passato” e quindi distruggere un pezzo della loro identità. Siamo quello che siamo anche per colpa del dolore che abbiamo provato. Ci amiamo, nel senso che amiamo noi stessi, questo è (di solito) inevitabile, per cui, in modo indiretto dobbiamo accettare (anche) il dolore che ci ha plasmato. E’ perfetta a questo proposito la frase di Bukoski citata da Jill Krasny:

“Mentre sedevo a bere, ho pensato di ammazzarmi, ma poi ho sentito uno strano affetto per il mio corpo, per la mia vita. Per quanto fossero pieni di cicatrici, erano pur sempre i miei.”

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

2 Comments

  1. beati voi ggggiovani che c’avete ‘sti probblemi. noi vecchi dovevamo cancellarci il nome della zoc(ehm) del perduto amore dal tatuaggio; vedi “il gladiatore” – vedi anche “memento”*; per noi “the eternalblablabla” è stato davvero “se mi lasci ti (s)cancello”…

    😀

    * no solo per dire che anche noi vecchi abbiamo perso del bel tempo al cinema…

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