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Distopia radicale

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Il termine distopia indica realtà massimamente indesiderabili le cui tendenze sono portate ad estremi apocalittici. In diverse opere letterarie e cinematografiche tali realtà si traducono quasi sempre in strutture totalitarie fortemente gerarchiche, guidate da un leader carismatico vero o fittizio, che con fare reazionario non tollera dissidenti né pensiero indipendente e che si afferma tramite un progressivo e costante plagio mentale di cittadini e seguaci.

Dopo l’accordo con La Destra di Storace per le elezioni regionali del Lazio, pare proprio che buona parte del movimento radicale che fa riferimento a Marco Pannella sia finito in un tunnel distopico del tutto spiacevole e poco desiderabile. E ciò non per pregiudizi ideologici nei confronti dell’ex presidente del Lazio e del suo movimento politico, ma perché non se ne capisce il senso né l’opportunità. Se l’accordo viene giustificato come un tramite spregiudicato mirato ad assicurare una sorta di sopravvivenza istituzionale attraverso l’elezione di qualche consigliere regionale, non si capisce perché allora, peggio per peggio, non si sia trovato un accordo con il Pd, anche candidando dei radicali diversi da quelli presenti nel precedente Consiglio, i quali, quest’ultimi, sarebbero lo stesso stati valorizzati o collocati in varie situazioni e tramite diverse modalità. Si potrebbe pensare al fatto che si stia cercando di portare a termine un accordo con il Pdl per le elezioni politiche e che quest’operazione serva ad aprirne una qualche breccia, evocando il cd.spirito del ’94, il che porterebbe al ripetersi farsesco di un esperimento della cui tragicità fallimentare ancora rimangono ferite indelebili. Si potrebbe pensare all’ennesima intuizione ‘troppo avanti’ da teatro sperimentale prestato alla politica italiana del Julian Beck de noantri Marco Giacinto Pannella, anche se più che una brillante intuizione questa mossa sembra soprattutto un enigma in un labirinto, una sorta di delirio del Kurtz/Brando in Apocalipse now di conradiana memoria. In poche parole, una gran cazzata o, se preferite, una cagata pazzesca.

In realtà quello che emerge è una leadership ormai al tramonto, attorniata da un cerchio magico sprovvisto di metodo, incapace di elaborare una benché minima linea politica e di successione, menomata nell’elaborazione di una qualche rotta strategica, confusa ed esitante nella tattica, terrorizzata ed inerme di fronte al pensiero di rimanere soli senza il guru che detta il verbo. Ne sono esempi concreti l’invenzione strozzata appena dopo la nascita della lista/scopo, l’alleanza sfumata con Ambrosoli in Lombardia, l’accattonaggio fatto verso la lista Monti.

Come un sasso gettato in uno stagno, ai molti che hanno preso le distanze da tutto quello che abbiamo appena raccontato, segnaliamo le parole del filosofo tedesco Karl Loewenstein:“lo schema prevalente della designazione cooptativa della leadership viene meno solo quando la base degli iscritti riesce, con una rivolta di palazzo, a spodestare la dirigenza e ad imporre un proprio gruppo dirigente. Queste rivoluzioni interne ai partiti sono tuttavia rare e sono in genere il segno di un declino o di una crisi del partito da imputarsi al fallimento del gruppo dirigente in carica. Il più delle volte questi conflitti si configurano come contrasti generazionali, ma hanno successo solo se il partito ha ancora una sua vitalità”.

Soundtrack1:’Pulse’, Steve Reich

Soundtrack2:’I’m Jim Morrison, I’m dead’, Mogwai

 

 

4 Comments

  1. Analisi interessante e condivisibile.

    Ne riprendo la conclusione,che sottolinea un dettaglio fondamentale:
    “ma hanno successo solo se il partito ha ancora una sua vitalità”.

    Ecco questo è ilpunto:il partito-a mio avviso-NON ha più una sua vitalità.
    E’ morto da quel dì,bisognerebbe farsene serenamente una ragione e allontanarsi in punta di piedi dalle spoglie residue (la persona-partito e poco altro) lasciando che si compia il naturale processo di decomposizione.

    Veramente qualcosa resta,di non decomponibile e molto concreto:la “roba”:tanta roba,tenuta saldamente nelle mani e sotto l’esclusivo controllo della persona-partito.
    Ci sarà mai una Gabanelli ‘a Berlino’ che decida di farsi un bel giro dalle parti della tutt’altro che trasparente Lista Pannella?

  2. Mi dispiace solo per Emma Bonino, mi sembrava una persona con la testa sulle spalle, una bella testa, oggi debbo constatare che anche lei è succube di quel burattinaio che risponde al nome di Pannella. Il partito radicale è davvero un partito morto e chi lo segue non si rende conto di seguire un feretro.

  3. Quoto sia Platano che Annamaria. E’ un vero peccato che il patrimonio ideale dei Radicali stia finendo al macero, giorno dopo giorno – direi da quando il PR non esiste più (un quarto di secolo…). E trovo che l’aspetto più grave della faccenda Storace non sia tanto la possibilità dell’accordo in sé, quanto nel fatto che Pannella ormai non sappia riconoscere i giochetti e le buffonate.

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