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Diario romano: prima della tempesta

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Domenica 19 febbraio a Roma c’è l’assemblea nazionale del Partito Democratico, il luogo dove Matteo Renzi dovrebbe ufficializzare le sue dimissioni da Segretario. L’attenzione dei media e dei militanti è al massimo: ci sarà, dunque, la scissione?

Il mio viaggio a Roma è iniziato ieri, venerdì 17. BlaBlaCar, ovviamente: prendere un treno all’ultimo minuto non è alla portata delle mie finanze. Coi compagni di viaggio sull’auto condivisa si parla, si parla eccome: molto favorevoli al referendum sugli appalti (due di loro sono nell’edilizia, uno dipendente, l’altro imprenditore), idee meno chiare sui voucher ma la convinzione che probabilmente sia giusto farne a meno. Un Paese ideale in quattro posti, pensavo: all’altezza di Orte invece si rivelano tutti convinti che il prezzo dei medicinali sia alto a causa di un complotto internazionale. Pazienza, piccoli passi.

Abbiamo parlato tanto, sì, ma non del PD. Al momento giusto ho detto perché scendevo: “domani voglio sentire Rossi, Speranza e Emiliano; domenica vado davanti all’assemblea nazionale del PD a vedere che succede”. Cortese interesse, domandina di rito sul mio essere militante, e basta. L’argomento non li tocca.

Inizio così un breve racconto in tre parti di questi giorni, annunciati come cruciali. Un terzo del PD prepara la scissione, un altro terzo li sfida a farla, un terzo terzo trema al pensiero di ritrovarsi da solo con il primo o col secondo. La legge elettorale proporzionale rende appetibiledirigentti l’idea di presentarsi agli elettori con un chiaro connotato ideale, se non ideologico. I militanti e gli elettori pensano meno a queste tattiche, ma i rapporti umani sono ai minimi storici e molti dicono che sì, certo, scindersi è una cosa brutta ma con QUELLI, no, con quelli mai più.

Scrivo dal teatro Vittoria, dove Enrico Rossi presenta una linea socialista: meno dirigenti con stipendi d’oro e più assunzioni; meno leader e più collegialità; schierarsi con gli ultimi e combattere l’establishment. Non a caso accanto a lui c’è Michele Emiliano, che di una linea anti-establishment sarebbe un credibile candidato alle elezioni. Qui al Vittoria c’è una massa critica sufficiente a rendere una scissione un successo, massa critica che oggi è sul tavolo, arma carica per costringere Renzi a un congresso lungo, sulle idee, fino a batterlo alle primarie. Renzi non teme la scissione, lui può correre da solo se vuole, anche senza il PD: ma gli alleati di Renzi? I Fassino, i Franceschini? L’arma carica li fa sudare freddo.

Docente di scuola superiore, non ama la contabilità ma la insegna. Milanese naturalizzato, "se si va via da Milano è solo per emigrare". Ama perdere ore su Wikipedia. Appassionato di storia, politica, sistemi elettorali e NBA.

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