un blog canaglia

di nuovo tra voi…

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Eccomi di nuovo al computer, a schizzare lettere sullo schermo bianco… A proposito, mentre ero via, ho avuto modo di collegarmi una volta e in quell’occasione su FB ho letto una cosa tipo: “chi dice di scrivere perché ne ha bisogno non ha mai sofferto la fame”. Mah, non si vive di solo pane, come diceva quello, ma anche di poesia, e in generale di espressione di sé, per quanto malata, fallace, sbrindellata, infame, inutile, sporca ed imperfetta possa essere, perfino agli occhi del suo estensore. Ma insomma.

Le ultime due settimane sono state le più strane di questa mia vita (la settima). Cominciamo dall’inizio: la sera del 14 novembre ho ricevuto una e-mail dal mio amico Ruslan [ovviamente non è il suo vero nome, e l’account era uno di quelli usa-e-getta]: sembrava caduto in una di quelle fasi di depressione acuta cui andava soggetto anche quando ci frequentavamo (ha vissuto per un lungo periodo a Roma). La sua ragazza, diceva, lo aveva lasciato all’improvviso dopo una manciata di giorni di gioia carnale e spirituale, ma la sua comprensibile disperazione sentimentale virava verso la paranoia conclamata. “Era una di loro, dovevo capirlo, era troppo bello per essere vero, mi si è piazzata in casa, mi ha fatto innamorare come un idiota… credo sappia troppe cose, mi consegnerà a quelli, mi ammazzeranno, non credo di farcela”… erano cose di questo tipo quelle che scriveva, tra l’altro, nella sua mail. Quando l’ho raggiunto sul cellulare, mi ha detto frettolosamente che quella linea non era sicura: mi ha contattato più tardi con un protocollo internet di cui non posso parlare (non saprei neanche bene di che si tratta), e ha continuato a sproloquiare. Ho avuto paura, davvero: Ruslan giustiziato dagli sgherri delle forze speciali (i suoi deliri erano ricchi di prove apparentemente incontrovertibili), Ruslan suicida? Mi vedevo scorrere davanti agli occhi su uno split screen i due film horror con il mio amico russo come protagonista, che finiva comunque privo di vita in un lago di sangue…

Non so come mi sia venuto, ma, ad un certo punto gli ho scritto in chat: “Vengo da te appena possibile, così parliamo con calma”. Ruslan mi ha risposto al volo dicendo che potevo partire la mattina successiva con il volo Lufhansa delle 12:00 da Fiumicino. Non c’era bisogno di pagare, beninteso. Cose di questo tipo, per uno come Ruslan, sono un gioco da ragazzi. “ma non c’è bisogno del visto?”, ho digitato. E lui: “non se sei nella lista speciale del FSB, vedrai, lo sbirro timbrapassaporti di Domodedovo non farà una grinza, courtesy of the house”. Vedete, Ruslan è un hacker, un tipo in gamba con la tastiera, uno di quelli che incasina la vita di Putin, insomma un pericolo pubblico da noi, ma soprattutto da nella Repubblica Federale. Così ho mandato qualche e-mail urgente per l’ufficio, riempito il mio trolley con tutti gli abiti più pesanti che ho trovato, tirato fuori il mio parka: pronto.

Meno di dodici ore dopo scendevo da un taxi Mercedes che ancora odorava di nuovo davanti alla dacia dove abitava Ruslan. Quando ha aperto la porta di casa, mi sono trovato davanti una persona che assomigliava al fratello magro e malaticcio del Ruslan che conoscevo ai tempi dell’università: era pallidissimo e nervoso, e quando l’ho abbracciato, una volta chiusa la porta, mi è sembrato che le sue ossa incastrate alla meglio l’una nell’altra si scuotessero rumorosamente come le posate in un cassetto della cucina chiuso di scatto. Mangiammo la zuppa con le rape e la panna acida ed un ottimo spezzatino che la mamma (o la ex ragazza di Ruslan) dovevano aver preparato e surgelato per lui (lui non sarebbe capace di farsi un uovo bollito).

Dopo cena ci facemmo un paio di canne sul divano vuotando mezza bottiglia della Russian Standard che avevo preso per lui all’aeroporto, mentre sullo schermo a 40 pollici andava un porno in bielorusso con il volume bassissimo. A motore caldo, arrivarono le rivelazioni: Evgeniya l’aveva rimorchiato alla stazione di Novokuznetskaya: una studentessa pallida e bellissima, e lui c’era cascato come un pollo. A letto era fantastica, e nel giro di qualche giorno, si era stabilita a casa sua. “Le tre settimane più belle della mia vita”, mormorava sognante Ruslan, guardando da qualche parte oltre lo schermo sul quale enormi tappeti di pelle umana si muovevano ritmicamente, giustapponendosi. Era abbastanza patetico, devo ammetterlo, e io stavo per vomitare. Una bella mattina, la bionda era sparita: oltra al suo cuore melanconico, si era portata via, pare, un paio di hard drive zeppi di roba che scottava (video di dissidenti torturati, ordini di eliminazione a carico di giornalisti, dossier che documentavano l’uso di armi chimiche in Cecenia). Ruslan non ricordava di averne mai parlato alla ragazza, di quelle memorie: ma lei doveva averlo spiato con molta circospezione. Quando gli aveva chiesto cosa faceva nella vita, lui era stato un po’ evasivo, e poi le aveva raccontato che aveva messo su uno schema non proprio legale su internet, che gli permetteva di alzare sui tra i 400 e 500 dollari al giorno. Lei aveva sorriso, e poi era uscita silenziosamente dalla sancta sanctorum di lui, piena zeppa di computer, monitor, cavi e dispositivi vari. Ruslan, che proprio ingenuo non era, aveva riportato l’impressione che se la fosse bevuta.

Verso le tre del mattino, andammo a letto. La vodka mi martellava le tempie e caddi in un dormiveglia costellato di spezzoni cinematografici: Ruslan nella sua war room in canottiera, la Paltrow dagli zigomi alti e rotondi con addosso solo un paio di mutandine grigie, la metropolitana di Mosca, la delatrice che fa rapporto ad un funzionario in un doppiopetto già fuori moda ai tempi di Gorbačëv.

Alle 4 del mattino mi svegliai di soprassalto: sentii il rumore di vetri sfondati, uomini che urlavano, il crepitare di armi automatiche. Non capivo un cazzo, e, folle dalla paura, schizzai fuori dal piumone nell’aria gelata della stanza. Istintivamente, mi affacciai alla finestra e vidi una ragazza in bikini (in bikini? ci saranno stati meno 15 gradi) ed anfibi con una maschera antigas sulla faccia, circondata da alcuni uomini che ridevano. La donna camminava spedita verso la porta d’ingresso, illuminata dalla luce argentea della luna russa. Nel cortile, proprio dietro a lei, era parcheggiato un grosso SUV scuro. Mentre mi domandavo a cosa potesse servire la maschera antigas, venni afferrato da due uomini enormi in mimetica (anche loro con la maschera in faccia) che mi trascinarono prima nel corridoio, trasformato dai lacrimogeni nel porto delle nebbie. L’aria che dovetti respirare una volta fuori dalla mia stanza bruciava in gola e nei polmoni come se fosse stata uno spray al peperoncino.

Ora devo andare, presto vi racconto il resto qui

 

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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