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di nuovo tra voi (2)

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ero arrivato a raccontare fin qui

Mentre i miei due rapitori, di cui vedevo i pugni pelosi stretti attorno ai due lembi destro e sinistro della mia t shirt mi rimorchiavano di peso per il corridoio con la faccia diretta nella direzione opposta al senso di marcia, stavo soffocando. Mentre con l’unico occhio che riuscivo (parzialmente) a tenere aperto, mi concentravo assurdamente sul pessimo tatuaggio che decorava la mano del soldato di destra mentre le mie chiappe trascinate a forza percepivano tutte le asperità delle vecchie assi di legno bitorzoluto che costituivano il pavimento della dacia. Per questo quando mi sono trovato con il culo nella neve ghiacciata, circondato da uomini enormi che abbaiavano in russo, mi sembrò di essere arrivato in paradiso: l’aria a meno quindici gradi e la sensazione di dolore che mi proveniva dal sedere bagnato di neve, infatti, mi avevano sottratto al dolore senza speranza del soffocamento imminente, pur consegnandomi all’orgasmo che prelude alla morte per assideramento.

Dopo avermi legato le mani con delle fascette di plastica simili a fermacavi, mi avevano sbattuto nel vano posteriore della Mistubishi, che avevano lasciato opportunamente con il motore acceso e il riscaldamento al massimo. Mi sono rannicchiato in posizione fetale. Continuavo a sentire rumori, urla e risate, mentre la mente correva alla normale serata che avrei passato a casa mia in quello stesso momento, se solo non mi fossi messo a fare il buon samaritano: seduto al computer a sentire musica e scrivere un post su Libernazione. Dopo qualche minuto, sono saliti in macchina, tra loro c’era anche Ruslan (lo avevo sentito imprecare) e una donna dalla voce gutturale che urlava perfino più forte degli altri e rideva in modo grossolano, certamente la pazza in bikini e maschera antigas. Era difficile capire quanti erano; solo dopo avrei scoperto che erano cinque (tra cui, scoprii, Evgeniya), più Ruslan, che sedeva nella terza fila di sedili. Ed il sottoscritto, naturalmente, nel posto del cane.

Il SUV è partito sgommando in retromarcia sulla neve e sbattendo subito contro qualcosa di pesante che ha opposto una relativa resistenza, dal momento che la Mistubishi, dopo averlo abbattuto, ci è salita sopra: forse era un pezzo del muretto di cinta. Ho sentito lo schianto, e sono rotolato avanti ed indietro nel bagagliaio picchiando la testa contro l’interno della maniglia. Gemevo il più piano possibile mentre dall’abitacolo mi arrivavano chiacchiere animate, rutti e puzza di liquore. La macchina correva ad alta velocità sullo sterrato innevato, mentre lo stereo suonava a volume molto alto un disco dei Ministry. Anche se ogni tanto percepivo che sbandava pericolosamente, l’umore all’interno dell’abitacolo rimaneva allegro: ogni volta che il SUV perdeva aderenza c’erano solo grandi risate e fischi. Ho passato in questo modo un periodo di tempo indeterminato, certo qualche ora, finché la Mistubishi ha preso letteralmente il volo. Una sbandata più decisa e meno controllabile delle precedenti: a quanto ho potuto capire, la macchina si era dapprima messa di traverso continuando a scivolare in avanti, finché non aveva incontrato un ostacolo: a quel punto si era cappottata diverse volte per poi atterrare sul tetto sulla strada in un’orgia di rumore industriale. Quanto a me, ero uscito a spettacolo appena iniziato, dato che il portellone si era aperto al primo cappottamento ed ero volato su un prato, atterrando su un tumulo di terra (era un formicaio), la testa a dieci centimetri da un albero che con un po’ meno di fortuna, mi avrebbe con ogni probabilità ucciso.

Nonosante i traumi psicofisici, ero lucido ed avevo stilato la seguente lista delle cose da fare: 1) coprirmi (ero infatti ancora in pantaloni del pigiama e maglietta; 2) scappare; 3) controllare se Ruslan fosse ancora in vita. Sono corso verso il relitto fumante: tra i tanti detriti che l’incidente aveva sparso per la strada e per la campagna (tra cui una mano mozzata di netto dal suo legittimo proprietario, notai con notevole indifferenza) vidi uno zaino: lo afferrai e scappai in una radura per nascondermi. Non volevo quasi crederci: una superpippo di lana grezza, una mimetica asciutta e pulita, calzettoni e guanti di riserva. E poi cioccolata, una bottiglia di liquore un coltello e tanti altri simpatici gadget. Mi sono vestito alla svelta indossando tutto quello che potevo, ma avevo ancora bisogno di scarpe e piumino. Dalla macchina non proveniva alcun segno di vita. Ho visto sulla sinistra uno dei soldati: era sdraiato in una posizione innaturale. Mi sono avvicinato con molta calma e ho constatato che era morto, in modo pulito, però, senza aver versato molto sangue. Gli ho tolto la giacca imbottita da dosso e sfilati gli anfibi, indossando il tutto. Sono rimasto nacosto per un po’ dietro ad un albero. Niente. Ho letto l’ora sul cellulare del morto, che era rimasto nella tasca del giaccone, : le 4:47. Ora che ero con i piedi relativamente caldi (si fa per dire, dato che avevo comunque dovuto camminare sulla neve con gli antiscivolo) potevo forse riconsiderare le mie priorità, facendo salire dal numero 3) al numero 2) la voce “controllare se Ruslan è ancora in vita”. Mi avvicinai alla macchina e sentii delle voci che chiedevano aiuto con un filo di voce. Una apparteneva ad un soldato, che stesi immediatamente colpendolo forte sulla testa con un sasso che avevo raccolto da terra. L’altra era quella di Ruslan. Aveva una brutta ferita sulla fronte, con un lembo di pelle lacerata che si ripiegava su sé stesso verso l’esterno lasciando quasi scoperto l’osso. Quando lo aiutai ad uscire dai resti del SUV e soprattutto a districarsi dall’abbraccio di quelle membra morte che lo avviluppavano come i tentacoli di un polipo feticista delle divise, notai che aveva anche la gamba destra malmessa, forse fratturata. Evgeniya (era lei, l’avevo riconosciuta dalla foto che il molto lacrimevole Ruslan mi aveva mostrato la sera precedente) giaceva sul tetto della macchina rovesciata, la leva del cambio attraverso la trachea. Ruslan, a dispetto delle circostanze, era di ottimo umore: non la smetteva di ridere, e dopo qualche passo zoppicante, volle voltarsi verso il SUV per mostrargli il dito medio.

La narrazione continua qui

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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