A proposito di Michele

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Un commento della dottoressa Veronica Frilli, psicologa.

Lo sterile sport dell’indignazione non mi diverte granché e, quantomeno per rispetto verso me stessa e verso la professione che ho scelto, cerco di andare oltre quando leggo una qualsiasi notizia “shock” per cercare di non rimanere vittima della cosiddetta post verità, tuttavia un recente caso di cronaca, in realtà non del tutto accertato, è riuscito ad indignarmi per come è stato raccontato dai media e per come è stato “ricevuto” dalle persone, anche quelle normalmente più immuni dal credere alla bufala facile, forse perché su quel che riguarda i temi inerenti la psicologia e il disagio psichico l’ignoranza in Italia è veramente altissima: un ragazzo di 30 anni, udinese, si è suicidato “perché era precario e aveva ricevuto vari rifiuti lavorativi”. Nel farlo ha lasciato una lettera piena di rabbia e dolore ai genitori, che hanno pensato di rendere un servizio a lui e alla sua/nostra generazione consegnandola ai giornali come atto di denuncia verso un sistema e una società che non si prende cura dei giovani.

E’ una lettera che trasuda una grande sofferenza, mancanza di senso e di accettazione di sé, un disagio trascurato “per trent’anni”, un urlo di dolore nascosto dietro una coltre di rabbia mai espressa e poi rivolta contro di sé nell’atto finale del suicidio: ma la depressione non è un problema con cui ti svegli una mattina, all’improvviso, decidendo di farla finita.

Ansia e depressione, dato facilmente reperibile su internet, sono in forte ascesa: 11, 2 milioni di italiani assumono psicofarmaci e in particolare benzodiazepine come lo Xanax che i medici di base prescrivono come fosse acqua fresca, quasi sempre senza affiancare e vigilare sull’attuazione di un percorso psicoterapeutico. I depressi sono 4,5 milioni e solo 1 su 3 si fa curare adeguatamente.

A livello mondiale, secondo l’Ocse, tra 5-10 anni la depressione sarà la seconda causa di morte dopo le malattie cardiovascolari. Di fronte a questo appare del tutto inadeguata l’operazione da parte di alcune testate anche blasonate come Repubblica e Corriere della Sera, senza dimenticare il Fatto Quotidiano, il Giornale e da parte dell’immancabile blog di Grillo, volta a strumentalizzare, decontestualizzandole, le parole di un ragazzo afflitto da depressione per farlo apparire come una vittima del governo o come un eroe della ribellione.

Temo inoltre che la notizia di un suicidio pubblicata dai mezzi di comunicazione di massa che ha dipinto Michele come un eroe ribelle che si autoafferma con dignità, come fosse Socrate, possa provocare nella società una catena di altri suicidi o quantomeno che lo elevi a soluzione dignitosa e nobile.

Hanno parlato di un caso singolo ma non isolato, mentre mai una riga su centinaia di altre storie che con prevenzione e cura hanno avuto esiti felici. I vip nostrani che hanno affrontato e superato depressione o disturbi di ansia o che hanno fatto percorsi di counseling o coaching, per esempio, non donano la propria testimonianza ma se ne vergognano e la tengono ben nascosta.

Le persone spesso non sanno neppure che le ASL offrono al prezzo del ticket psicologi e psichiatri contro il luogo comune che gli psicoterapeuti costano sempre troppo e “certe cose” si devono risolvere da soli. Nel frattempo, il 40% degli Italiani si è rivolto almeno una volta ad un cartomante, solo il 20% ad uno psicologo. E certo il cartomante non costa meno.

Invece di incitare le strutture sociali ed educative e le famiglie a potenziare le risorse nel senso della prevenzione e la prosocialità, viene strumentalizzata la lettera di un ragazzo che si è tolto la vita – il Miché di De André che si impiccò con una corda al collo, la coincidenza è interessante e si evince la stessa mancanza di pietà per un ragazzo suicida strumentalizzato a scopi politici – per far credere che il problema sia solo che a 30 anni non hai un lavoro a tempo indeterminato e che autoaffermarsi togliendosi la vita sia onorevole e sintomo di consapevolezza e lucidità, come fosse la stessa cosa dell’eutanasia.

Ovviamente l’harakiri giapponese per la perdita dell’onore è considerato roba da matti nella nostra cultura ma qui si usa la storia di Michele come strumento contro il governo o nella ricerca di un colpevole unico o di una sola causa parlando del gesto come di una soluzione plausibile e dignitosa senza considerare i tanti anni di sofferenza e di indifferenza che probabilmente ha soggettivamente vissuto.

In alcuni paesi anglosassoni l’aumento dell’incidenza dei disturbi dell’umore, ansia e depressione, anche sul luogo di lavoro e specialmente nelle professioni sanitarie in cui il burnout aumenta vertiginosamente, hanno portato da anni alla creazione della figura dello psicologo di base, con risparmi enormi per la sanità (dalle ricerche emerge infatti che l’intervento psicologico nei disturbi mentali genera un risparmio di costi sanitari di un terzo). La prevenzione e l’educazione sul disagio psichico in molti paesi come Inghilterra, Australia, Nord Europa sono stati considerati seriamente: laddove il problema è stato affrontato vi è appunto un risparmio fino al 30% della spesa sanitaria, ad esempio affiancando al medico di base lo psicologo di base e facendo informazione e prevenzione, mentre nella scuola italiana si continua a insegnare fin da piccolo la competizione per i voti e il dover produrre e il dover fare come unico parametro del valore umano.

In alcuni paesi del Nord Europa hanno da tempo abolito i voti e adottano il cooperative learning e la peer education, la mindfulness per la gestione di emozioni e molti altri tipi di intervento efficace ed efficiente, evidence based.

Se oltre a spingere alla performatività nella competizione e in vista del “successo”, che vuol dire a diversi livelli “essere vincenti” (magri, giovani o giovanili, produttivi, affermati nel lavoro possibilmente a tempo indeterminato) a scuola educassero alla gestione delle emozioni, alla prosocialità, allo sviluppo dell’empatia e delle proprie risorse sicuramente non avremmo questi dati allarmanti sulla diffusione di ansia e depressione e avremo anche molti meno casi di bullismo e cyberbullismo e di xenofobia e omofobia.

E’ difficile fare il genitore e ancor più difficile è ammettere che il proprio figlio sia malato, abbia bisogno di aiuto perché sta male “da trent’anni”. E’ difficile soprattutto nella nostra cultura  e nella nostra “Repubblica fondata sul lavoro”, ma si può imparare ad accettare se stessi e la propria vulnerabilità, i limiti di essere umano che ognuno ha e né le famiglie né i politici né le scuole insegnano che chiedere supporto e aiuto non è un disonore. Si chiamano concause, i problemi sono multifattoriali, i politici facciano il loro lavoro ma le famiglie, i giornalisti, le scuole pure.

Perché il problema è complesso e qualunque Michele che si uccide è un problema che dovrebbe interessare tutti.

Un ragazzo di 30 anni che parla di trent’anni di dolore alle spalle non è solo vittima di una società che rende il lavoro più precario di un tempo, ma è vittima di un tabù che è quello del disagio psicologico e del nascondere i problemi e del non chiedere aiuto e della cultura del fare tutto da soli.

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