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Death Disco – Public Image Ltd.

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Se pensate che una band sia una società per azioni; se avete contribuito in modo definitivo ad incendiare il Regno Unito con il punk e decidete che è ora di passare oltre; se, pur essendo collezionisti maniacali di dischi, pensate sia normale vendere (nel 1979) quattro 45 giri da 12” in una scatola di metallo; se non vi preoccupate di far incazzare i vostri fan storici con pezzi ballabili, né di turbare i nuovi parlando di angoscia urbana e nevrosi assortite; allora la band che vi rappresenta meglio sono i Public Image Ltd.

1978: dopo l’implosione dei Sex Pistols Lydon forma i Public Image. Alla chitarra chiama il ventenne Keith Levene, abilissimo, amante del progressive ma anche incline al free-form. Nel suo curriculum una breve militanza nei Flowers of Romance (con Palmolive e Viv Albertine, le quali avrebbero poi fondato le Slits assieme ad Ari Up, figliastra di Lydon) e nei Clash (si dice sia stato lui a convincere Strummer a lasciare i 101-ers), da cui però viene allontanato quasi subito, pur avendo co-scritto uno dei pezzi del primo album (What’s my name). Le strade dei Clash e di Levene si separano a causa della sua incompatibilità (artistica, ma forse anche ideologica) con Strummer e Jones (“non mi ci vedevo a cantare cose come White Riot, o ‘no Elvis, Beatles or Rolling Stones'”). Il suono glaciale ed ossessivo che spreme alle sue chitarre (tra cui alcune Veleno – totalmente in alluminio) è innovativo ed assai personale e ha ispirato generazioni di chitarristi, tra cui The Edge (U2).

Keith ha così riassunto il processo creativo dei primi PIL: “Il bassista Jah Wobble non sapeva suonare, che poi era una cosa ottima, dato che non aveva il cervello formattato su cosa fosse o non fosse rock ‘n roll, o su che cosa dovessse fare un chitarrista. E lo stesso valeva per me, se è per questo. Per cui non facevamo che stare insieme e suonare. Per esempio Theme, il pezzo più strutturato che abbiamo mai fatto – con strofa ritornello e intro – è stato costruito a mano a mano direttamente in studio. Lo abbiamo registrato su un multitraccia – la nostra prima esperienza con un 24 piste – poi abbiamo dovuto tagliarne un bel pezzo e fare un collage dei vari segmenti in una data sequenza.”

La ricostruzione di Levene è ingenerosa, dal momento che John Wardle (Jah Wobble è il modo in cui storpiava il suo nome da ubriaco) se la cava già un po’ con le quattro corde quando nel 1978 il vecchio amico Lydon gli propone di entrare nella band. In ogni caso, le linee di basso di Wobble, inspirate da dub, funk e disco (come e forse più delle staffilate chitarristiche di Levene) diventano il marchio di fabbrica dei Public Image Ltd (come disse Lydon, “chi sentiva il basso nella musica rock prima dei PIL?”). Wobble lavorerà con i PIL nel primo e nel secondo album, ma verrà cacciato dopo l’uscita di Second Edition con l’accusa (documentata) di aver usato basi dei PIL per il suo disco solista, significativamente intitolato The Legend Lives on – Jah Wobble in Betrayal.

First Issue (1978) – “In cui l’ex selvaggio-da-tre-accordi-in-croce Johnny Lydon si trasforma in primitivista imbarazzato, anche sofisticato nella sua maniera corrotta”

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Sulla copertina dell’esordio dei PIL campeggia un primo piano di Lydon con l’espressione allucinata di un internato in manicomio. Occhi sgranati, testa lievemente reclinata, capelli in ordine, e, al posto delle solite maglie stracciate, una giacca di taglio classico. Una foto che è una dichiarazione di intenti: come scrive Scaruffi, “La sceneggiata pubblica (il divismo e lo scandalo) dei Sex Pistols viene sostituita dai P.I.L. con una maniacale indagine della psiche collettiva.” Basta dunque con l’orrenda paccotiglia spacciata dagli esecrabili “anarchici-borghesi” Malcom McLaren e Vivienne Westwood.

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Scrive Pitchfork nelle note di commento alla ristampa di First Issue che i PIL “ridefiniscono il punk come qualcosa di più rispetto ad un tipo di musica o ad una moda, riferendosi piuttosto ad un’idea, ad una filosofia di liberazione incardinata sulla impollinazione incrociata pan-culturale e su un abraviso anticonformismo“.

First Issue può (anche) essere considerato uno dei primi album post-punk. Public Image, che non è più una band, ma una società per azioni, si apre ad un ventaglio ampio di influenze eterogenee: dub, kraut-rock, pop, musica del mondo, elettronica. Un percorso formidabile, una faconda decostruzione che condurrà, anni dopo, alla realizzazione di uno dei dischi rock meno convenzionali della storia, The Flowers Of Romance. Lydon e Levene, privi del basso di Jah Wobble, si divertiranno a fare musica usando, tra le altre cose, il ticchettio di un orologio, un’opera trasmessa per televisione, il violino amplificato Stroh, sassofoni, oltre a registrazioni suonate al contrario (“trucchetto” già usato da Beatles ed Hendrix).

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La rivolta si fa da dentro, dunque, ma non per questo essa è meno violenta: in Theme, nove minuti in cui, su un basso dub tempestato dai mille virtuosismi di Levene, Lydon mette in scena la sua depressione (causata dalle emicranie di cui soffre, strascico della meningite), culminando il rito con la geniale rima “terminal boredom“;  Attack bastona il conformismo borghese; Low Life è invece un ritratto molto realistico di McLaren (“Traditore egotico, sei ridicolo, le tue menzogne di tengono lontano, ignorante egoista“). Public Image è un manifesto del nuovo Lydon (“Voi non ascoltate una sola parola di quello che dico / Mi giudicate in base ai vestiti / (…) o forse in base al colore dei capelli / l’immagine pubblica è mia / il mio ingresso / la mia creazione / il mio finale / il mio addio). Il garage furioso di Annalisa, con il riff formidabile, celebra la morte di Annelise Michel, una giovane con problemi mentali ritenuta “indemoniata” e morta nel 1976 per mancanza di cure appropriate: la sua vicenda diventa paradigma dell’oscurantismo mortifero propagato dalla religione cattolica. Tema ripreso e ribadito di  Religion I (una poesia) e Religion II, che la mette in musica: qui la rabbia di Lydon diventa invettiva e, dopo aver fustigato l’ipocrisia dei preti e di chi riempie le loro chiese, si abbandona alla bestemmia, giocando con l’assonanza tra God e dog. A chiudere il cerchio iniziato con la disperazione di Theme, la folle Fodderstompf, genialmente insensata, sin dall’onomatopea del titolo. Su un giro ossessivo di basso il salmodiare delirante di Lydon si fa nenia da asilo o da manicomio, e, tra lallazioni dementi, spruzzate di synth e rumori di ogni genere (tra cui il flusso di un estintore sparato da Wobble direttamente contro il microfono) viene sgranato uno testi più esilaranti della storia del rock, in cui vengono misceltati metanarrazione “We only wanted to finish the album with the minimum amount of effort / Which we are now doing very suc-cess-fully” ed auto-ironia “I don’t know what these punk rockers get up to / Y’know these punk rockers with their spitting and their antics /Don’t they realise that love makes the world go roooond“). First Issue è un capolavoro e diventa immediatamente un riferimento imprescindibile per generazioni di musicisti.

Lydon, Levene e Wobble sono un vulcano di idee e a marzo del 1979 tornano in studio. Assieme a tre batteristi (alle pelli si alterneranno infatti, oltre a Levene e Wobble su quattro tracce, Richard Dudanski, Martin Atkins e David Humphrey) allestiscono un altro gioiello, Metal Box, che uscirà in 4 45 giri chiusi in una confezione di latta con il logo PIL a sbalzo.

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La scarsa praticità di questo formato fa in modo che a novembre 1979 il disco esca in un formato convenzionale: un doppio LP, Second Issue, la cui copertina mostra immagini distorte dei membri della band (ben distinguibile solo la zazzera bionda di Levene). Questo è un altro disco miliare, e merita la trattazione compiuta che presto leggerete su questa rubrica.

Death Disco

A fine giugno del 1979, ovvero a circa sei mesi dall’uscita di First Issue, arriva il primo singolo da Metal Box, Death Disco. Dice Levene che la base viene creata nel corso di una jamming session chitarra / basso: “nessun pezzo era stato scritto prima di andare in studio, tutti avevamo un mucchio di idee. Dicevamo agli ingegneri del suono: ‘tieni acceso il tasto del REC e basta’. Death Disco è nata così: Wobble aveva questa linea di basso e io ci ho suonato sopra Il Lago dei Cigni [di Tchaikovsky]: la gente credeva che venissi dalla musica classica, che cazzata! Conoscevo l’accordo di la, e mi sono allargato fino al la minore, tutto qui”. Sembra che la madre di Lydon, molto malata, avesse chiesto a John di scrivere per lei una canzone dance. Detto fatto: Death Disco è una summa di ossimori coerenti con lo stile post-moderno della band, in cui convivono felicemente contraddizioni apparentemente non riconciliabili: un pezzo ballabile per mettere in scena il rituale della perdita, rock e musica classica, estetica punk e romanticismo, sentimento e situazionismo. Sulla traccia messa a punto da Levene e Wobble Lydon canta come un muezzin pallido ed infreddolito, rievocando il silenzio negli occhi della madre in punto di morte, mentre soffoca sul letto, e osserva i fiori marci sul comodino del suo letto d’ospedale, in cui si sta spegnendo, oltre alla persona amata, anche la speranza. Il singolo esce con una agghiacciante copertina disegnata dallo stesso Lydon.

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Di Death Disco viene anche girato un video, in cui si dà vita ad un cabaret dark: la scena è scura, mentre la camera oscilla ruotando e soffermandosi ora su Lydon, ora su Levene, ora su Wobble – quest’ultimo suona da seduto, esibendosi in un campionario di sorrisi ebeti e puntando il manico del basso contro la macchina.

Il 2 luglio 1979 la band porterà il pezzo a Top of The Pops (“Ero determinato ad andare a quella trasmissione, anche se è stato un inferno. Volevo che si sentisse in giro. Che senso ha professare morale e principi se nessuno al mondo ti ascolta?”). Su una base pre-registrata, Lydon canta dal vivo indossando una gigantesca cuffia da studio, volgendo le spalle alla telecamera, mentre Levene e Wobble fingono di suonare (cosa insolita, dato che in quella trasmissione tutti i gruppi si esibivano in genere integralmente in playback). Anche in questo caso, Wobble è seduto, con il basso in grembo, e, dovutamente allucinato, sorride in camera esibendo un dente annerito per l’occasione.

Una versione di Death Disco verrà incluso in Second Edition con un titolo diverso (“Swan Lake”) ed un mix lievemente diverso, con delle parti di synth alla fine e la frase “Words cannot express” che girano in loop alla fine.

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