Cosmin Moți e noi

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Sovente mi capita di partecipare a discussioni il cui tema è l’evoluzione del giuoco del calcio. Dato il tono di queste discussioni, più che dell’evoluzione si discute di una presunta involuzione. Tipicamente, c’è sempre un interlocutore che rimpiange “il calcio di una volta”, “le partite tutte alle 3 di pomeriggio”, “i calciatori che non erano milionari”, “i vecchi valori”.

Che negli ultimi 20 anni ci sia stata una lenta trasformazione del giuoco del calcio è fuor di dubbio. Non voglio annoiarvi analizzando gli eventi o le persone che l’hanno favorita: vi mostro soltanto un piccolo particolare, che secondo me racchiude dentro di sé tutto un mondo.

Questa che vedete sotto è una foto tratta dalla premiazione della Coppa delle Coppe 1992-1993, vinta dal mitico Parma di Nevio Scala.

Esatto, QUEL Parma: Taffarel, Benarrivo, Apolloni, Minotti, Grun, Di Chiara, Osio, Zoratto, Pin (Cuoghi), Melli (Brolin), Asprilla.
Esatto, QUEL Parma: Taffarel, Benarrivo, Apolloni, Minotti, Grun, Di Chiara, Osio, Zoratto, Pin (Cuoghi), Melli (Brolin), Asprilla.

Guardate bene questa foto. Fateci caso, sembrano i festeggiamenti che potremmo fare noi persone normali vincendo un trofeo di quartiere. Non ci sono fuochi artificiali e festoni colorati coi colori della squadra che ha vinto, non c’è una pedana con su scritto il nome della manifestazione, i calciatori sono messi un po’ a caso, mescolati con i massaggiatori, i dirigenti e qualche passante. Ah, e purtroppo non c’è nemmeno più la Coppa delle Coppe, abolita nel 1999.

È ciò che pensavo durante il Mondiale giocato in Brasile: gli stadi sembravano quelli di un videogioco, di Fifa 2014 o di Pro Evolution Soccer 2014: non c’erano striscioni, gli spettatori stavano quasi sempre composti e seduti, era tutto così preciso, ordinato. Niente emiro pazzo o difensori a cui non sono state spiegate le regole. Sembrava quasi una parata nazista. E difatti, a riprova che tutto è stato ormai codificato, durante la finale del Mondiale si è proceduto alla assolutamente ridicola premiazione del “Miglior Giocatore del Mondiale”, titolo vinto da Leo Messi. Cioè quel Leo Messi che pochi minuti prima aveva visto sfumare non solo la vittoria del Mondiale della sua Argentina grazie al gol di Götze, ma anche (e forse soprattutto) la sua personalissima ascesa al trono di Miglior Calciatore di Tutti i Tempi, trono ancora saldamente nelle mani di Diego Armando Maradona, grazie anche a quel mondiale del 1986 in Messico, vinto praticamente da solo e condito da due dei gesti più geniali di sempre, peraltro effettuati nella stessa partita: la Mano de Dios e il Gol del Secolo. Messi, invece, all’ennesimo Mondiale, ha fallito ciò che tutti gli chiedevano: portare l’Argentina alla vittoria grazie ai gol pazzeschi che però purtroppo di solito fa con l’Almeria o con la Real Sociedad. Ciononostante, mentre i tedeschi festeggiavano, un cupissimo Messi ha dovuto ritirare quel premio e persino abbozzare un sorriso. Kafka da lassù lo guardava con affetto.

Quindi, come dire: amici che pensate che le percentuali di spettacolo e sport nel calcio si siano via via sbilanciate in favore dello spettacolo, beh, non posso certo darvi torto. Sarebbe da cretini non ammettere ciò, in un Paese che fa giocare una partita della propria Serie A alle 12.30 in modo da poterla trasmettere, grazie al fuso orario, in prima serata alle 20.30 nel Sud Est Asiatico.

Detto tutto questo, però, va rilevata anche un’altra cosa. Che il calcio, per quanto si voglia normarlo, standardizzarlo, twittarlo, renderlo un prodotto vendibile e tutte quelle altre diavolerie che piacciono a Caressa, resta sempre uno sport. Resta sempre un gioco che simula una battaglia, e a volte, ancora oggi, alcune battaglie si risolvono nelle maniere più strane, casuali, incredibili.

Ieri sera, durante il turno di qualficazione alla UEFA Champions League 2014/2015, a Sofia si sono incontrate il Ludogorets, squadra bulgara, e la Steaua Bucarest, squadra rumena. La partita di andata, tenutasi la scorsa settimana in Romania, terminò 1-0 in favore della Steaua Bucarest. Quindi al Ludogorets, per passare il turno, sarebbe servita una vittoria con almeno due gol di scarto. O con un gol (ma senza subirne) per andare ai supplementari ed eventualmente ai rigori.

La partita è stata una battaglia nervosissima che ha costretto l’arbitro ad estrarre ben 10 volte il cartellino giallo, ma fino al 90′  è rimasta ferma sullo 0-0. La Steaua Bucarest ormai intravedeva la qualificazione, quando il brasiliano Wanderson Cristaldo Farias ha fatto scoccare il tiro decisivo che ha portato il Ludogorets sull’1-0, regalando alla squadra bulgara la possibilità di giocarsi ancora la qualificazione durante i tempi supplementari. Fin qui, episodi di questo tipo, sebbene rari, sono quasi dei classici: basti pensare alle finali di UEFA Champions League del 1999 o dell’anno scorso.

I supplementari, come spesso capita, sono stati una ulteriore guerra di nervi tra le due squadre, fino ad un episodio molto importante: al 119′ minuto, a un solo minuto dai calci di rigore, il portiere del Ludogorets, Vladislav Stojanov, viene espulso per un’uscita a valanga sull’attaccante avversario. Il problema per il Ludogorets era che aveva terminato le sostituzioni a sua disposizione, pertanto, non potendo giocare senza portiere, ha dovuto dirottare in porta un calciatore che di solito occupa un altro ruolo. Quel calciatore è il difensore Cosmin Moți. Ironia della sorte, Cosmin Moți è rumeno. Come la Steaua Bucarest. Cosmin Moți è l’unico rumeno che gioca nel Ludogorets. Inoltre, ha giocato per sette anni (inframmezzati da quattro mesi al Siena, tra l’altro) nella Dinamo Bucarest, l’acerrima rivale della Steaua Bucarest. Per capirci: è un po’ come se la Lazio dovesse giocare contro una oscura squadra svizzera che schiera però (per caso) Francesco Totti o Daniele De Rossi in porta.

Moți ha indossato la maglia numero 91 del secondo portiere Ivan Čvorović (e già qui, in un mondo in cui ci sono i numeri fissi e i nomi sulle maglie, vedere un calciatore con la maglia di un altro compagno è un gustosissimo ingranaggio che si inceppa in quel fantastico macchinario scintillante che è il calcio moderno), non si è perso d’animo, e ha portato a termine i tempi supplementari.

E i rigori? Probabilmente i giocatori della Steaua Bucarest già pregustavano una facile vittoria, pensando che un difensore non avrebbe mai e poi mai potuto essere all’altezza di un portiere. Evidentemente non sapevano nulla di Bilica e di Shevchenko. Moți però, a differenza di Bilica, non ha neutralizzato un rigore a fine partita, peraltro ininfluente ai fini del risultato (il rigore fu tirato sul 3-0 per il Milan).

Cosmin Moți, investito della responsabilità probabilmente più grande della sua intera carriera, ma, beffardamente non connessa a ciò di cui si occupa abitualmente (fare il difensore), decide di trasfigurarsi. E, così come il mitologico Ricardo di Euro 2004, decide persino di prendersi la responsabilità di tirarlo, un rigore. Moți ha infatti tirato il primo rigore della serie per il Ludogorets, e l’ha segnato.

Poi si è accomodato in porta. Secondo rigore. Invece di stare fermo come pensavano i calciatori dello Steaua, Moți si è buttato. Non solo, ha anche intuito il lato della porta in cui il pallone si è insaccato. A quel punto, terzo rigore: Wanderson, l’eroe che aveva portato il Ludogorets sull’1-0, sbaglia. La situazione in quel momento per il Ludogorets era a dir poco disperata: sotto di un gol e con un difensore al posto del portiere. E invece, Cosmin Moți, fa il capolavoro: para il quarto rigore, e rimette in gioco la sua squadra. Ed ha anche cominciato a fare il fesso, ballando sulla linea di porta, come il Dudek dei tempi d’oro. Da qui in poi, nessuno ha più sbagliato un rigore.

Fino al quattordicesimo rigore, quarto della serie a oltranza. Sul dischetto, per la Steaua Bucarest, si è presentato Cornel Râpă. E ha sbagliato. O meglio: Cosmin Moți ha parato anche questo rigore. Terminando la serie ad oltranza, e portando per la prima volta nella sua storia il Ludogorets alle fasi a gironi della UEFA Champions League.

Ricapitoliamo: sei l’unico rumeno in una squadra bulgara, giochi contro la squadra rumena di cui sei stato nemico giurato per sette anni, ti mettono in porta anche se non è il tuo ruolo, segni un rigore, ne pari due, e porti la tua squadra per la prima volta nella sua storia in UEFA Champions League. E hai pure giocato sei mesi nel Siena, per la gioia di noi appassionati di calcio italiani.

Ecco, davanti a tutto questo, penso possiate capire come sia possibile che, nonostante Blatter, nonostante Platini, nonostante mille divieti (non si può più esultare come Ravanelli o andare in giro con monili d’oro -e la faccia da parcheggiatore abusivo- di Hristo Stoichkov), nonostante il fatto che ormai metà delle inquadrature durante le partite trasmesse in tv siano primi piani dei calciatori o suggestive panoramiche dello stadio ripreso dall’elicottero, nonostante tutto questo, ci sarà sempre un nutrito gruppo di persone (di cui fieramente faccio parte) che amerà il giuoco del calcio. Perché questo gruppo di persone sa che, prima o poi, apparirà un Cosmin Moți a ricordarci cosa sia davvero il bello del calcio, come ci ha spiegato Chris Piersonqualche momento sublime, molti episodi ridicoli, e tutto ciò che sta nel mezzo tra i due opposti. 

Nato e cresciuto tra la provincia di Napoli e quella di Salerno, amo i loro lati positivi e odio quelli negativi. Dice: e grazie arcangelo. No no, provate a parlare con chi ci vive. Dal 2000 mi trovo stabilmente a Roma, dove ho cambiato idea diverse volte, credendo che sia questa la vera chiave. Vi amo tutti.

3 Comments

  1. E nel filone “la poesia nel giuoco del calcio”, vorrei ricordare il percorso incredibile della squadra di calcio del paese di Montceau-les-Mines in Francia, che, pur militando nella quarta divisione del campionato francese come squadra dilettantistica, nel 2007 partecipa alla Coupe de France venendo eliminata in semifinale dopo i tempi supplementari, dopo che agli ottavi ed ai quarti aveva eliminato due squadre di prima divisione.

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