un blog canaglia

Controllo

in società by

Una volta, parlo di appena una ventina d’anni fa, c’era il telefono e basta.
Quando cercavi qualcuno dovevi chiamarlo a casa: se c’era bene, se non c’era, o se si faceva negare, ciccia. Dovevi riprovare dopo. O aspettare che ti richiamasse. Ammesso e non concesso che a quel punto fossi a casa tu.
Ci si davano appuntamenti precisi: alle undici e un quarto a Porta Pia, sotto al bersagliere; perché se non si specificava finiva che uno si metteva da una parte e uno dall’altra, ed era possibile che non ci si trovasse. Se avevi un contrattempo, per avvertire quell’altro ti toccava aspettare che fosse lui a trovare una cabina e a chiamarti a casa: ammesso che fossi a casa, naturalmente, e che il contrattempo non fosse intervenuto in mezzo alla strada, nel qual caso quello dopo un po’ se ne andava e per spiegarsi si doveva aspettare la sera.
Tutto ciò con un telefono per famiglia, e quindi al netto della linea che a volte poteva essere occupata, e lo era sistematicamente nelle famiglie numerose, nelle quali per fare una chiamata si facevano segni di taglio con le dita, si istituivano turni, si biascicavano anatemi, ci si scannava.
Poi arrivarono i cellulari.
All’inizio non cambiò quasi nulla, perché ce li avevano in pochissimi, molti dei quali lo tenevano spento e lo accendevano solo per telefonare.
Bisognò aspettare qualche anno (non pochi) perché si diffondessero, implementassero gli sms e diventassero uno strumento grazie al quale le persone si potessero effettivamente trovare mentre erano in giro.
Gli appuntamenti diventarono via via più vaghi: ci vediamo verso le undici dalle parti di Porta Pia, poi quando siamo là ci telefoniamo. Si fece più facile avvertire le persone in caso di ritardi e inconvenienti, ma allo stesso tempo diventammo tutti meno puntuali e meno attenti. Quelli che erano già ritardatari si trasformarono progressivamente in individui disastrosamente inaffidabili, capaci di dare tre appuntamenti a tre persone diverse in tre posti lontani chilometri tra loro, tanto poi vediamo ci sentiamo o ci messaggiamo e dio vede e provvede.
Nel frattempo, inesorabilmente, aumentava il controllo.
Fu un processo inevitabile, del quale non ci accorgemmo neppure: però, oggettivamente, poter contattare una persona dovunque fosse, se da una parte si rivelò utile, dall’altra ridusse in modo drastico lo spazio “privato” di tutti noi. Dov’eri? Perché non mi hai risposto? Non hai visto il messaggio? Nascevano in modo naturale, quelle domande. Perlopiù senza malizia. Ma in un modo o nell’altro nascevano, e noi non ci accorgevamo che non ce ne saremmo liberati mai più.
In una manciata di anni la situazione precipitò: segreterie telefoniche, avvisi di chiamata, ricevute di notifica, software che ti dicono se quell’altro ha letto il messaggio, a che ora lo ha letto, quando è online, quando si sconnette, quando ha il telefono in mano, quando lo posa, quando sta scrivendo, quando cancella, quando si ferma e quando riprende.
Tutta roba comodissima, ci mancherebbe. Voglio dire, scrivere una cosa importante a qualcuno e sapere che l’ha letta è obiettivamente utile. Ma al tempo stesso le domande di prima si moltiplicano e tendono a diventare incontrollabili: perché hai letto e non mi hai risposto? Perché mi hai detto che avevi da fare e intanto twittavi? Dovevi essere a Firenze, perché Facebook dice che sei dietro al Pantheon?
La gente discute, litiga e a volte si lascia, per queste domande. Domande che vent’anni fa non avrebbe materialmente potuto porsi. Domande che il più delle volte hanno risposte stupide, banali, innocue: ma che finiscono per diventare un problema a prescindere dalle risposte, per il solo fatto di essere formulate.
Si chiama controllo, il prezzo che paghiamo per le nuove cose utili che abbiamo. E’ un controllo spesso involontario, implicito, perché le informazioni da cui scaturisce ci vengono sbattute in faccia e non possiamo non vederle: però, che ci piaccia o no, in quel controllo ci siamo immersi fino al collo, anche quando non avremmo la minima intenzione di esercitarlo.
E’ una delle cifre dei nostri tempi, forse la più importante.
Non credo sia possibile dire se si tratti di una cosa buona o di una cosa cattiva, se il gioco valga la candela, se essere trasformati in potenziali controllori o controllati sia un prezzo equo per ottenere in cambio la possibilità di comunicare col mondo in tempo reale.
Sta di fatto che a me piacciono ancora gli appuntamenti precisi. Che a volte, se devo incontrare qualcuno a Porta Pia, mi scappa di specificare che ci vediamo sotto al bersagliere. E che quando mi rispondono che poi ci sentiamo, poi ci messaggiamo, poi dio vede e provvede, mi viene sempre un vago senso di nausea.
Che volete, ognuno cerca di difendersi come può.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

6 Comments

  1. Utilità a parte, un mondo di controllori/controllanti è indubbiamente un mondo triste e deprimente.
    Mi sono spesso reso conto della situazione in cui siamo quando ho dimenticato il cellulare a casa.
    Decine di telefonate ovunque per capire dove fossi e cosa stessi facendo.

  2. Molte delle applicazioni che utilizziamo quotidianamente ci consentono di modificare le impostazioni privacy. Facciamolo.
    Su WhatsApp, per esempio, è possibile eliminare la funzione che rende pubblico il momento di ultima connessione. Facebook consente di impostare a piacimento la geolocalizzazione dei singoli contenuti – evitando di inserirla di default in ogni post.
    Piccole cose, che però danno l’impressione di mantenere il controllo sulla nostra riservatezza.

  3. La modifica di wa per “ultima connessione” non è possibile con Android – e comunque genererebbe un’ennesima domanda “perché hai tolto la funzione ultima connessione?”
    Non se ne esce se non con una presa di coscienza collettiva che l’eccessiva disponibilità crea pretese di reperibilità perenne (e maleducazione a mazzi)

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from società

Al posto di Fabo

Già si sentono i rumori di fondo dell’esercito di fondamentalisti che si
Go to Top