Contro chi o cosa ha vinto Renzi

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Tutti a pensare che la vittoria di Renzi sia contro “la parte comunista” del PD. Non a caso la gente ddesinistra, visto che si pensava perdente, a votare non ci e’ nemmeno andata, e ora gia’ frigna.

Ragazzi, state tranquilli: non e’ successo niente. La retorica comunista e le uscite da riformismo europeo, nella sinistra italiana, sono un fenomeno ciclico. Cio’ che permane sono gli interessi degli apparati, dei gruppi dirigenti e dei corpi collaterali. Renzi lo hanno votato praticamente tutti i precedenti segretari o leader: Bersani non si e’ espresso, pero’ di sicuro lui ha i voti di Veltroni, Franceschini, Prodi. Se non lo aveste gia’ capito, che certe formulette servono solo a togliersi di dosso la puzza di uno stalinismo che permane nei metodi e nella mentalita’, vi rimando a un paio di citazioni di un libretto scritto da D’Alema proprio col Cuperlo del “profumo di sinistra”:

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Federalismo

“(… ) il modo con il quale Nord e Sud hanno scelto di convivere per quasi cinquant’anni oggi non regge più, non ha un futuro. Non esistono più le condizioni materiali di quello scambio, travolte dalla dimensione del debito pubblico e dalla prospettiva dell’integrazione europea. Bisogna quindi riconoscere in primo luogo che il centralismo ha garantito trasferimenti di ricchezza, ma anche il permanere di una condizione di dipendenza. La spesa pubblica è stata per tante famiglie e imprese meridionali un po’ come il metadone per i tossicodipendenti: una terapia che non libera dalla dipendenza, che lo Stato ha disposto, finché ha potuto, per controllare il territorio e regolare i conflitti. Quella logica ha finito con il corrompere una parte della società meridionale, infiacchendola, alimentando il circuito dell’illegalità e delle varie mafie, dove la ricchezza non si produce con lavoro e competizione ma attraverso parassitismi e rendite.”

[p. 67]

 

Economia di mercato / sussidiarietà

“La posizione di Togliatti (nel dibattito con Dossetti sul primato della persona umana in Costituente, ndr) era abile, se si vuole astuta, ma certamente più intelligente di quella di alcuni esponenti della sinistra contemporanea, che si rinchiudono in una difesa ideologica dello «Stato», rimuovendo i numerosi fallimenti dell’intervento pubblico. Si tratta di un atteggiamento davvero incomprensibile, dal momento che ragionare su quei fallimenti è la sola condizione per sanare i guasti prodotti e non compromettere i principi fondamentali di un Welfare efficiente. Senza contare che una sinistra moderna e colta dovrebbe saper distinguere tra una responsabilità pubblica che garantisce la soddisfazione di diritti e bisogni sociali, e l’idea che quest’ultima si identifichi tout court con una gestione pubblica dei servizi.”

[p. 74]

 

Scuola e università

“Non c’è dubbio, per esempio, che le recenti norme in materia di parità scolastica determineranno una qualche forma di sostegno pubblico alle famiglie che sceglieranno di mandare i loro figli alla scuola privata, ma è anche vero che quell’onere pagato dallo Stato vincolerà gli istituti non statali a criteri certi nella qualità dell’offerta formativa, a precise modalità di reclutamento del personale docente, all’offerta di strutture idonee allo svolgimento di quel servizio. […]
Questo discorso implica forse una dequalificazione delle istituzioni pubbliche? Assolutamente no. Anzi, quegli standard qualitativi – sommate alle nuove condizioni di autonomia delle scuole e delle università – potranno determinare forme di competizione virtuosa, con il risultato di elevare complessivamente il nostro apparato formativo. Si potrà, appunto, aggiungere qualità, risorse, opportunità in uno dei settori da cui dipende il futuro delle giovani generazioni.

Una sinistra moderna non può e non deve temere questo nuovo scenario, a meno che non scelga di avere come unico orizzonte il passato, negandosi così la possibilità di governare i processi in atto.”

[pp. 75-76]

 

Riforme istituzionali

“Una parte della nostra cultura era contraria a ogni tipo di presidenzialismo, a causa di uno storico pregiudizio che intravede in tale forma di governo i germi della deriva plebiscitaria, quindi un rischio di limitazione della democrazia.

Dietro questa visione si nasconde un elemento essenziale della nostra tradizione, cioè l’idea della democrazia non come delega ma come partecipazione, un tratto che ha contrassegnato a lungo il «caso» italiano e ha accomunato la cultura della sinistra a quella di una parte significativa del cattolicesimo democratico. Questa cultura, che batteva l’accento sulla partecipazione più che sull’efficienza e che affermava il primato dei partiti e la centralità del Parlamento, era particolarmente sensibile a ogni eccesso di personalizzazione o identificazione delle istituzioni con i singoli, contro cui ha sempre opposto una ferma resistenza. […]

Ora, pur comprendendo i timori e l’esigenza di contrastare derive scioccamente «nuoviste», occorreva liberarsi da antichi pregiudizi e diffidenze. Per molte ragioni la nuova forma di governo ci obbligava a superare la concezione della centralità del Parlamento, ormai incompatibile con un sistema politico che trae la propria legittimazione dal maggioritario.

Eravamo di fatto l’unico paese al mondo ad avere una forma di governo parlamentare quasi perfetta, così perfetta da sfiorare l’assemblearismo”.

[pp. 107-108].

 

 

Infine, la chicca per quelli che denunciano l’AUSTERITI 

“Qualcuno si è chiesto: «Il risanamento è giusto, ma perché deve farlo proprio la sinistra?». A noi, in effetti, è toccata una sorte singolare, che Tony Blair ha ben sintetizzato quando una volta mi disse: «Voi dovete fare anche quello che in altri paesi ha fatto la destra». È vero. Il risanamento finanziario e la riforma dello stato sociale sono obiettivi che altrove hanno perseguito e realizzato i conservatori. In Inghilterra, l’ha fatto la Thatcher: mettendo ordine nei conti attraverso drastici tagli di spesa, combattendo il sindacato e facendo pagare costi salati ai lavoratori.

In Italia è toccato a noi, perché noi siamo l’unica effettiva classe dirigente di questo paese.”

[p. 157]

 

 

Il libro si intitola “la grande occasione“. Sono sicuro che dalle parti di Italianieuropei lo leggono ancora.  Quella e’ gente per cui i valori sono cose centrali, non meri strumenti utili solo per ottenere consenso.

[ringrazio TM per aver scovato queste perle]

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

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