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Chiedi chi era George Martin

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Se qualcuno si è meritato il titolo di “Quinto Beatle”, quello è George. Dal giorno in cui ha fatto firmare ai Beatles il loro primo contratto fino all’ultima volta in cui l’ho incontrato è stato sempre uno degli uomini più generosi e intelligenti che abbia avuto il piacere di conoscere.

Sir Paul McCartney

Ci sono esattamente sette persone che hanno reso i Beatles, beh, i Beatles. Quattro ci potete arrivare da soli chi siano. Il quinto era un tale del Tennessee. Il sesto era il loro manager Brian Epstein il quale, fra le altre cose, li convinse a piantarla di conciarsi così per iniziare a conciarsi così. Il settimo era il loro produttore, Sir George Martin, un compositore di 34 anni che prese quattro ventenni di Liverpool reduci da anni di concerti negli stripclub di Amburgo (spesso e volentieri strafatti di speed) e li trasformò nei musicisti più influenti del ventesimo secolo.

Se il talento compositivo di Lennon e McCartney andava istintivamente oltre il canone del rock’n’roll, Martin fu colui che guidò e assecondò quel talento: i Beatles portavano le idee e Martin le metteva in pratica e, spesso e volentieri, le migliorava. Giusto per essere chiari: tutte le innovazioni rivoluzionarie che i Beatles hanno apportato all’idea stessa di musica rock, dall’uso estensivo di orchestrazioni classiche al considerare lo studio di registrazione come un vero e proprio strumento, portano la firma di Martin.

Martin è quello che suona il piano nell’accordo iniziale di A Hard Day’s Night (tutte le parti di piano nei primi album sono opera di Martin, più o meno finchè McCartney non imparò a suonarlo decentemente); Martin è quello che fa lasciare il feedback iniziale nella registrazione di I Feel Fine; Martin che prende una “semplice” ballata di Paul McCartney per chitarra acustica e voce, e ci aggiunge un quartetto d’archi scritto e diretto da lui stesso (di cui McCartney inizialmente non era manco convinto, bontà sua) per produrre LA canzone dei Beatles; Martin che si ispira a Bach per l’assolo di piano di In My Life (con la registrazione accelerata al punto da sembrare un clavicembalo) e a Bernard Hermann (ovvero alla colonna sonora di Psycho) per l’arrangiamento Eleonor Rigby; Martin che si fa canticchiare i motivetti che hanno in testa Lennon, McCartney ed Harrison e li trasforma nel solo di tromba di Penny Lane, e in quello di corno di For No One, nell’organo di Being for the benefit of Mr Kite!, nelle fanfare di Sgt. Peppers Lonely Heart’s Club Band e Good Morning, nel duo di clarinetti di When I’m Sixty-Four e nelle orchestre lisergiche di I Am The Walrus e A Day In the Life; Martin che ottiene Strawberry Fields Forever come sintesi di due take registrati con velocità diverse (cosa che per la tecnologia dell’epoca era a un passo dal miracolo).

Martin che pare che non fosse proprio convintissimo di scritturare i Beatles inizialmente (tanto è vero che fece licenziare Pete Best perché non gli era piaciuta la registrazione originale di Love Me Do) ma si decise quando George Harrison iniziò a prenderlo in giro per la cravatta.

Martin che nel 2006 fu persuaso dal Cirque du Soleil ad aprire l’archivio delle registrazioni (alcune ancora in 4 e 8-piste) e a produrre, insieme a suo figlio Giles, la colonna sonora di Love, il loro nuovo spettacolo basato alla musica dei Beatles. Il risultato è talmente straordinario che non ho intenzione di sprecare parole per descriververlo: ascoltatelo e comprenderete (e poi venite a scrivere nei commenti quali citazioni riuscite a cogliere nell’outro, che sarebbe il contrario dell’intro, di Strawberry Fields Forever).

Sir George Martin si è spento ieri a 90 anni. Ed io non ho che augurargli un buon riposo.

Per tutti quelli che pensavano che fosse morto il ciccione di Game of Thrones vi informo che Jon Snow sta ciucciando cazzi all’inferno.

E comunque viene resuscitato quando bruciano il suo cadavere in quanto è figlio di Rhaegar Targaryen e Lyanna Stark

3 Comments

  1. E dopo aver letto tutto l’articolo mi chiedo perché abbiate usato una foto di George RR Martin (“il ciccione di Game of Thrones”) per illustrare un articolo su qualcun altro.

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