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Foto Mauro Scrobogna / LaPresse
12-10-2012 Roma, Italia
cronaca
Manifestazione studenti e lavoratori della scuola contro il Governo Monti
Nella foto: lavoratori della scuola e studenti contro il Governo Monti
Photo Mauro Scrobogna /LaPresse
12-10-2012 Rome, Italynews
Workers of the education and students protesting against the Monti Government
In the photo: Workers of the education and students during the potest

Chi ha paura del ‘piuttosto che’?

in cultura/società by

Ma davvero usare piuttosto che nel senso di oppure è un indizio dell’Apocalisse imminente? Me lo sono chiesto dopo aver riletto questo articolo del 2014 de Linkiesta, ripostato qualche giorno fa sulla pagina Facebook del magazine online, con tanto di didascalia che dice: “Una vera e propria battaglia culturale”. Nell’articolo si parla (non senza ironia, mi auguro) dell’uso improprio del piuttosto che come di “una sciagura” e “una iattura” e si cita questo estratto dell’opinione illustre dell’Accademia della Crusca:

Non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.

Una frase di questo passaggio è certamente vera: in effetti, non c’è bisogno di essere dei linguisti per pensarla come la Crusca o come Linkiesta. Possibile, tuttavia, che essere dei linguisti aiuti a evitare di impegolarsi in battaglie inutili e concettualmente sbagliate come questa.

Una piccola premessa di costume. C’è tutto un curioso fiorire di pagine Facebook, iniziative artistiche e dotti libretti dedicati agli strafalcioni dell’italiano di tutti i giorni. Pare comunque che nessuno abbia dubbi: tra tutti gli errori di grammatica e ortografia, il piuttosto che usato con valore disgiuntivo è diventato il “simbolo della degenerazione linguistica“. All’origine di questa ondata di indignazione c’è probabilmente quella che Wikipedia descrive come “una certa venatura di snobismo” e “aura di prestigio” percepita in chi utilizza impropriamente questa espressione. Anche la Crusca, congetturando sull’origine dell’errore, parla di una “moda” o un “malvezzo” di origine settentrionale, e precisamente milanese, verosimilmente incistatasi nell’italiano parlato per imitazione “ad opera di conduttori settentrionali”. A sentire queste fonti, ci troveremmo di fronte a una specie di complotto linguistico ordito da gruppi organizzati di fighèt meneghini.

Questa rappresentazione è tanto più fastidiosa in quanto contribuisce a diffondere un’immagine pubblica dei linguisti di professione come di sommi sacerdoti della lingua, col ditino perennemente alzato e che a correnti alterne si inteneriscono per un petaloso o si infiammano d’indignazione per un piuttosto che usato male. Per fortuna, accanto alla pedante battaglia purista, ci sono linguisti che, facendo il loro mestiere, provano a spiegare il fenomeno e a interrogarsi seriamente sulla sua origine utilizzando gli strumenti della semantica storica e dei processi di grammaticalizzazione. In un articolo apparso nel 2015 sulla rivista Cuadernos de Filología Italiana, le linguiste Caterina Mauri (Università di Bologna) e Anna Giacalone Ramat (Università di Pavia) propongono alcune ipotesi piuttosto convincenti e che vale la pena riassumere, con qualche semplificazione.

Per prima cosa, sulla base di dati raccolti in grandi banche dati dell’italiano scritto e parlato, le due autrici sottolineano come l’uso del piuttosto che con valore disgiuntivo sia in realtà ampiamente diffuso sul territorio nazionale: più che una moda passeggera o un malvezzo milanese, l’osservazione empirica sull’arco degli ultimi vent’anni suggerisce al contrario “le sembianze di un mutamento linguistico ormai avvenuto” (55). Che non si tratti poi semplicemente di una “discutibile voga di origine settentrionale”, come scrive ancora la Crusca, è testimoniato dal fatto che il tipo di processo linguistico osservato nel passaggio ai nuovi usi del piuttosto che trova dei chiari paralleli nello sviluppo di locuzioni analoghe in lingue diversissime dall’italiano, quali il Giapponese e il Koasati (una lingua nativa americana). D’accordo che la moda milanese è famosa in tutto il mondo, ma è improbabile che i nativi americani del Texas abbiano subito fino a questo punto il fascino del dialetto lombardo! Una terza notazione interessante riguarda l’etimologia del piuttosto che: l’originario “più tosto che” aveva un’accezione temporale equivalente a “più rapidamente, prima di” che gradualmente si è persa per fare posto, già a partire dal XV secolo, al significato di comparativo di preferenza (“Preferiscono mangiare piuttosto che essere mangiati”). Se nel tardo medioevo ci fossero stati i social e l’Accademia della Crusca, possiamo star sicuri che avremmo assistito a una levata di scudi contro “codesto heretico impiego” di più tosto che in funzione di comparativo.

Il parere della Crusca rafforza un’altra leggenda ben radicata, e cioè che l’uso del piuttosto che in funzione di disgiunzione sarebbe da rifiutare perché avrebbe come allarmante conseguenza nientemeno che quella di “compromettere la funzione fondamentale del linguaggio”! Stando sempre a Wikipedia, il glottoteta Diego Marani sul Sole24Ore si sarebbe spinto fino al punto di suggerire che il piuttosto che disgiuntivo sarebbe “dal punto di vista semiotico, un’espressione del tutto priva di contenuti comunicativi, classificabili al pari del «mi consenta» berlusconiano tra gli strumenti inutili del lessico di Porta a porta: mere formule utili a «tenere il microfono», ma con uno spessore semantico equivalente a quello di un grugnito”.

Anche su questo punto, il paper di Mauri e Giacalone Ramat ci viene in soccorso, dimostrando che questa presunta vacuità semantica e pericolosa ambiguità del piuttosto che disgiuntivo è in realtà inesistente. Al contrario, l’uso del piuttosto che nei cosiddetti contesti di “libera scelta” (dove cioè non è implicata o presupposta una preferenza tra gli elementi concordati da questa locuzione complessa) svolge – secondo le autrici – un ruolo semantico specifico, non assimilabile a quello della disgiunzione semplice (“o”, “oppure”). Che le cose stanno così è inoltre suggerito dal fatto che, laddove svolge funzione di disgiunzione, piuttosto che ha proprietà “distribuzionali” diverse da quelle dei semplici connettivi disgiuntivi: in altre parole, l’uso del piuttosto che non è accettabile in alcuni contesti nei quali la semplice disgiunzione “o” o “oppure” sarebbe invece lecita. Un esempio sono le domande alternative. Si può notare, in effetti, che una frase come

(1) Stasera andiamo a mangiare la pizza o il pesce?

pronunciata con la giusta intonazione, può indicare una richiesta all’interlocutore di indicare una preferenza tra le due alternative proposte (pizza o pesce). Al contrario, una frase come

(2) Stasera andiamo a mangiare la pizza piuttosto che il pesce?

non può essere interpretata in questo senso. Se pronunciata con la giusta intonazione finale di tipo sospensivo, questa domanda si può parafrasare solamente come: “stasera andiamo a mangiare qualcosa?, ad esempio pizza o pesce, etc, …?”.

Questa parafrasi rivela in effetti quella che secondo Mauri e Giacalone Ramat è la funzione semantica specifica del piuttosto che disgiuntivo, ovvero quella di una disgiunzione con valore esemplificativo. In parole povere, l’uso del piuttosto che servirebbe a indicare una lista aperta di alternative non esaustive e non specifiche, sulla base della menzione di alcuni esemplari noti al parlante. Attraverso l’uso di questa locuzione, l’interlocutore viene così invitato a elaborare mentalmente una categoria sovraordinata cosiddetta estemporanea o ad hoc, ovvero una classe di oggetti per la quale non esiste nel dizionario un nome convenzionale (ad esempio “uccelli” o “sedie”) ma la cui utilità comunicativa è limitata allo specifico contesto della conversazione (ad esempio: “cose che potremmo avere voglia di mangiare stasera”).

A conferma di questa analisi, le autrici segnalano che, nei corpus da loro analizzati, è attestato un ulteriore uso, più recente, del piuttosto che, a sua volta derivato dalla nuova accezione disgiuntivo-esemplificativa. In questo secondo caso, il piuttosto che compare a fine frase, o comunque prima di una forte pausa, ed ha una funzione più o meno equivalente a quella di espressioni come “etc.” o “e cose così”, come nella frase che segue tratta da un forum di discussione:

(3) Spesso c’è il problema di dire “dove si va”, magari per un giro pomeridiano, piuttosto che.

Anche questa nuova transizione semantica, dall’uso di disgiunzione esplicativa al significato di general extender (“etc…”) non sorprende se si guarda all’evoluzione di locuzioni analoghe in altre lingue, spiegano le autrici.

Questa storia forse un po’ noiosa ha una morale. Il linguaggio è uno strumento che usiamo per uno scopo, comunicare, e che di continuo noi, parlanti di una lingua naturale, modifichiamo e affiniamo con grande plasticità per adattarlo all’esigenza di comunicare cose sempre nuove. Le regole linguistiche di oggi sono nient’altro che il frutto di errori passati. Estendendo i limiti della grammatica e del lessico al di fuori dei confini fissati dallo standard dei libri di scuola, chi parla una lingua non fa altro che provare a colmare un vuoto che esiste tra ciò che vorrebbe comunicare (possibilmente con il minor sforzo possibile) e ciò che, in un certo momento storico, è codificato nelle parole che usiamo. A volte, chi “parla male” e “scrive male” sta cercando per noi le parole giuste, quelle che useremo tutti quanti domani. Forse bisognerebbe ricordarselo, prima di avventurarsi in “battaglie culturali” senza cultura.

Uomo dalle convinzioni granitiche, nell'arco della stessa giornata oscilla tra la difesa dell'anarco-capitalismo e il vagheggiamento del socialismo reale, per lo più sulla base della propria convenienza. Nemico di tutte le religioni, ispira la sua condotta morale a due imperative categorici: “viva la merda” (R. Ferretti) e “l’amore vince sempre sul'’invidia e sull'odio” (S.B.). Viene da un posto caldo e malsano, ma ora vive in un posto freddo e salubre. Aspira a vivere in un posto caldo e salubre, ma teme che finirà in un posto freddo e malsano.

17 Comments

  1. Vi state arrampicando sugli specchi voi e le due linguiste. Il piuttosto che ha soltanto valore comparativo (plus quam), tutte le altre attribuzioni sono scorrette, equivoche, arbitrarie.

    • le linguiste che ho citato fanno il loro lavoro, cioè provano a quantificare, descrivere e spiegare, con gli strumenti delle loro rispettive discipline, un fenomeno osservato di cambiamento linguistico. Non c’è nessun ragionamento ideologico dietro un articolo di linguistica.

        • Hai scritto che si arrampicano sugli specchi. Di solito si dice che uno si arrampica sugli specchi per cercare di difendere una tesi indifendibile. In questo caso, ti facevo notare, non c’è nessuna tesi da difendere perché il loro paper è meramente descrittivo, non normativo. Al massimo puoi obiettare contro la loro analisi semantica, puoi portare dei controesempi alle loro generalizzazioni. Ciò che non puoi fare è dire che loro si arrampicano sugli specchi per difendere un uso ‘scorretto’, proprio perché non è di scorrettezza o correttezza che un linguista si occupa, bensì di descrivere e spiegare cose che avvengono nell’uso delle lingue. Sono io che, nel riportare i risultati di queste ricerche, facevo notare che forse dovremmo superare questa indignazione e cercare di prendere atto del compiuto cambiamento linguistico e di quello che comporta circa le possibilità espressive dell’italiano.

          • Da quello che hai riportato ho capito che non si sono limitate a “descrivere” il cambiamento, ma hanno tentato di suffragarlo con argomentazioni secondo me inconsistenti. I cambiamenti linguistici, entro certi limiti, prima o poi vanno accettati, le storpiature grammaticali no. Il “piuttosto che” disgiuntivo è un obbrobrio linguistico verso il quale le indignazioni non sono mai troppe. Mi spiace se sono di diverso avviso e ti ringrazio comunque per la tua disponibilità.

  2. Capisco che si debba per forza essere contro per collezionare qualche link e non ho dubbi che le due linguiste stiano affrontando l’argomento per esaminarlo, ma la frase;
    “Stasera andiamo a mangiare la pizza piuttosto che il pesce?”
    Per me significa che si preferisce mangiare la pizza e non il pesce. Appellarsi all’intonazione è un’inutilità grammaticale.
    E’ dal XV secolo che ha quel significato, cambiarlo, come dice la crusca, manifesta un problema di comunicazione, perché sono cinque secoli, contro vent’anni. Diamoci una priorità, altrimenti vale tutto e tra vent’anni vedremo e accetteremo il verbo avere senza “h” perché entrato nel lessico comune.
    Suvvia!

  3. Non mi convince. L’uso del “piuttosto che” non avversativo, per il mio vecchio cervello, non ha senso. Fra cent’anni qualcuno magari scriverà un articolo su questa castroneria, e di come si sia rientrati nei ranghi del “buon senso”

  4. A me convince. Principalmente perchè è innegabile che il “piuttosto che” venga usato nel quotidiano esattamente con la funzione descritta dalle ricercatrici; al di là della frase utilizzata come esempio, che come puntualizza Keper è in effetti ambigua, se immagino una persona dire “Stasera potremmo mangiare la pizza, piuttosto che il pesce” il significato chiaramente non è quello di sollecitare una risposta sugli oggetti effettivamente elencati (pizza, pesce) bensì di sollecitare a pensare alla categoria superiore (“cose da mangiare”) ed esprimere una scelta non necessariamente limitata alle due opzioni. Secondo la mia esperienza la maggior parte delle persone usa il “piuttosto che” in questo contesto (me compreso, colpevole), e a quanto sembra anche i dati raccolti su un campione più ampio confermano l’impressione.
    Una nota sulle intonazioni: forse sono inutili dal punto di vista grammaticale, ma non certo da quello espressivo. Ironia e sarcasmo spesso e volentieri sono veicolate esclusivamente dall’intonazione e dal ritmo delle parole (tant’è che in forma scritta non sempre sono facili da cogliere). La grammatica corretta aiuta certamente a farsi comprendere, ma essa è appunto “serva” dell’espressione, ne è uno dei vari strumenti. Se in un dato contesto uno strumento “sgrammaticato” è più efficace a farsi comprendere, non trovo sbagliato servirsene. Questo non significa che tali strumenti “sgrammaticati” debbano essere insegnati a scuola, la quale giustamente deve pur ispirarsi a un canone ufficiale, ma per favore non ammazziamo l’innovazione spontanea del linguaggio. Anche perchè, come ricorda l’articolo, la lingua non è immutabile: magari cambia con tempi molto lunghi, ma non smette mai di evolvere, e i cambiamenti che hanno portato quella parlata oggi ad essere molto diversa da quella di 300 o 1000 anni fa da qualche parte dovranno pur venire.

    • A proposito di intonazioni, se anziché dire “la pizza piuttosto che il pesce” si dice “la pizza o il pesce” con l’opportuna intonazione l’utilità del piuttosto che va a farsi benedire…

  5. Credo che l’odio verso questa espressione nasca dal combinare l’imprecisione lessicale, con la ricerca dell’altisonanza. A me, semplicemente non piace . E’ vero che la lingua cambia, ed e’ giusto che lo faccia. Pero` da un punto di vista estetico preferisco di gran lunga le mutazioni linguistiche che in qualche modo semplificano, accorciano, e sopratutto adattano la lingua ad esigenze nuove. Per esempio “macchina” prima voleva dire qualsiasi marchingegno, mentre per il veicolo si diceva “automobile” (suppongo non ho fatto ricerche specifiche). Ma vista la diffusione del mezzo, si e’ “deciso” di usare “macchina” che e’ piu’ scorrevole. “Piuttosto che” invece, per me, dimostra l’intenzione di fare strada in piu’ pur di utilizzare parole che facciano sembrare in qualche modo colto chi le usa. Chi usa queste genere di espressioni probabilmente parla anche di “realta’ produttive” invece che di fabbrica o laboratorio. In principio non c’e’ nulla di male, ma in pratica e’ tristemente nota la correlazione tra la ricerca dell’altisonanza, e la poverta’ dei contenuti. Poi ognuno puo’ usare le espressioni che crede.

  6. il piuttosto che a fine frase, prima di un punto fermo, non si può sentire nè nella grammatica di oggi nè in quella di domani.

    • aggiungo che se ci basiamo sui forum di internet per la codificazione della nostra grammatica siamo alla frutta. Nei forum leggono cose che neanche delle scimmie con la tastiera riuscirebbero a battere. Fosse anche un’operazione dal solo valore descrittivo e non normativo, il basarsi su un campione tratto dai forum di internet è come spiegare cos’è la razionalità umana andando in un manicomio e rilevando: “c’è anche questo”. Le eccezioni di oggi possono forse spiegare forse le regole di domani, ma questo non significa che quanto oggi è considerato un errore ed avvertito come tale da un parlante con un minimo di istruzione elementare debba allora essere giustificato in virtù di una grammatica liquida, dal retaggio basso-poplare o di là da venire.

  7. Forse, per completezza, sarebbe stato utile anche citare che l’opinione della Crusca risale al 2002, e che quindi le evoluzioni avvenute da allora – e rilevate da Giacalone Ramat e Mauri tredici anni più tardi – possono essere non tanto in contrasto, quanto piuttosto in successione rispetto a quanto affermato dalla Castellani Pollidori.

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