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Ceremony – Joy Division

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LA CANZONE

Se c’è una cosa che vorresti accadesse quando ascolti Ceremony dei Joy Division, è che non finisca mai. Che continui all’infinito. E questa impressione la provo sempre, ancora oggi, nonostante l’abbia sentita migliaia di volte. Nonostante l’abbia messa e rimessa in macchina tutte le volte che mi si ripresentava nel lettore, consapevolmente o meno, nascosta magari in qualche playlist di cui non ricordavo l’ordine o il contenuto preciso. Nonostante l’abbia ‘riavvolta’ miliardi di volte accanto al finestrino di un treno, o sull’autobus come colonna sonora di qualsiasi cosa ti sfrecci sotto gli occhi in quel momento. Nonostante l’abbia ascoltata pomeriggi interi di fronte allo stereo in loop, muovendomi al ritmo della musica, ipnotizzato al ritmo delle chitarra di Bernard Summer e dai giri di basso di Peter Hook. Cercando di immaginare il modo in cui Ian Curtis si deve essere contorto mentre la ‘viveva’ sul palco, in quell’unica performance dove riuscì a cantarla dal vivo, il 2 maggio 1980 a Birmingham. Come noto, il 20 maggio la band avrebbe iniziato quel tour americano annullato dalla morte improvvisa di Ian Curtis, che tre giorni prima della partenza si impiccò nella sua casa di Macclesfield. Non aveva ancora compiuto 24 anni.

Una canzone che vale come un commiato, dunque. Ciò necessariamante inietta nel mio immaginario una suggestione ancora più profonda e una lisergica immedesimazione, proiettando la canzone in quel regno ininterpretabile e indefinito di angoscia, follia, disturbo esistenziale, nel quale solamente può maturare la decisione di farla finita.

Quel 2 maggio del 1980 Ceremony era ancora in uno stadio embrionale, al punto che nella scaletta fu indicata come “la canzone nuova”, e l’esecuzione che ci è giunta -prescindendo dalla qualità infima della registrazione live – rimane comunque assai ruvida e discontinua, come è naturale che accada con una pezzo che provato troppo poco. Eppure costituisce una summa dell’estetica e l’ideologia della band di Salford: l’incedere punk che trascolora in atmosfere dark, il suono quadrato e geometrico, quasi robotico, che perimetrando l’ascolto rimarrà uno dei marchi di fabbrica dei Joy Division; il martellare tribale della sezione ritmica, le gelide stilettate della chitarra che da subito ti lanciano dentro un qualcosa che sa già di grandioso, un astratto levigato mare di luce codificato da inespresse equazioni di velluto rosso e blu. E poi, naturalmente, il baritono melodrammatico di Ian Curtis, che ti avvolge come un abbraccio o un plotone di esecuzione, ipnotizzando il mondo e dipingendolo di nero. Non sembra, ma quello che stai ascoltando è salvezza.

Già, perché Ceremony contiene anche qualcos’altro: il seme fecondo di un’evoluzione stilistica che pare superare il vischioso pessimismo marchiato Joy Division per approdare ad una malinconica dolcezza, dal dramma alla quieta rassegnazione. Domandarsi quale direzione stilistica avrebbero preso i Joy Division se il loro cantante non avesse deciso di suicidarsi è un esercizio sciocco e sterile. Tuttavia, non è troppo azzardato sostenere che Ceremony rappresenti il punto di snodo tra il suono cupo e spettrale dei Joy Division e quello più dolce ed elegante dei New Order. Un passaggio che, secondo questa mia personalissima intepretazione, era già nella mente di Ian Curtis, e che, se non fosse stato troppo disgustato della sua stessa esistenza, avrebbe cambiato, e di molto, il suono della band.

Immaginiamo il giorno successivo al suicidio di Curtis: e cerchiamo di raffigurarci i superstiti Hook, Morris e Sumners, a fare i conti con il lutto, con il peso di un “marchio” impegnativo sulle spalle, e due soli pezzi quasi pronti (uno dei quali è appunto Ceremony). I Joy Division sono morti. No, anzi, continuano in tre (e poi in quattro) ma stabilendo una netta cesura con l’anima precedente della band. Sostituendo innanzitutto il nome della band con quello, assai più solare, di Manchester’s Beach Club, mutato poi in New Order (tanto per non perdere l’abitudine, discutibile, di giocare, quanto al nome, con tematiche legate al nazismo e all’estremismo di destra).

E quanto lavoro è costato alla nuova band, cui nel frattempo si era unita la chitarrista / tastierista Gillian Gilbert, per mettere a punto la versione perfetta di Ceremony. La prima, del marzo 1981 è caratterizzata da una batteria che “pompa” in modo formidabile e da un uso smodato di riverberi che confondono non poco la (bella) voce di Sumners nel tentativo di ricreare in qualche modo il timbro dello scomparso Curtis: un disastro. A settembre dello stesso anno vede finalmente la luce la versione definitiva, un vero gioiello di scrittura, esecuzione e produzione. Sumner finalmente canta con la sua voce, senza sforzarsi di essere qualcuno che non c’è più e il suono è dolce, equilibrato senza perdere in incisività. Mi piace immagine Ian Curtis dalla sua nuvoletta in cielo che finalmente fa agli amici un ok unendo indice e pollice in cerchio.

LE PAROLE

La realtà è per Ian Curtis sfuggente ed ambigua come acqua che scorre, gli eventi si dispongono a favore o contro chi scrive senza possibilità di discernere un filo logico (“Notice whom for wheels are turning / Turn again and turn towards this time“). Anche l’amore di una delle sue due donne (la moglie tradita o l’amante?) non basta, dato che, dopo aver trovato la forza di abbracciarlo, qualcosa succederà per riportare gli equilibri al punto di partenza (“Then again the same old story“). Eppure le ultime due strofe sembrano aprire uno spiraglio attraverso cui la speranza scivola dentro come un bel gatto rosso: chi scrive si sente gonfio d’amore e pronto a spaccare tutto (“Oh, I’ll break them down, no mercy shown“), questa è la volta buona per vedere l’amore crescere per sempre (“Picture me and then you start watching / Watching forever, forever“). E poi, naturalmente, l’immagine del viale alberato: a me piace pensare che Ian si immaginasse a percorrerlo a bordo di una Deux Chevaux gialla, una delle sue donne seduta accanto a lui, i capelli che turbinano scomposti al vento che entra dai finestrini aperti. E che non si tratti , invece, di un’istantanea mentale del macabro trasporto della sua bara verso la sua ultima dimora.

CONSIGLIATA PER…

Mettete nel lettore Ceremony se l’amore della vostra vita vi ha lasciati, ma non proprio del tutto, e insomma nell’ultima penosa conversazione che avete avuto con lui/lei, vi è stato data qualche pallida speranza (o così vi è sembrato di capire, almeno). Avete fatto la doccia, vi siete messi la vostra t shirt preferita che sa di bucato anche se non è stirata per piangere tranquillamente, avete una tazza di tè in una mano e una grossa canna nell’altra. Ogni tanto buttate l’occhio sul telefonino.

AMARCORD

La prima volta che ascoltai Ceremony fu nella versione dei Diaframma, contenuta nel Bootleg “Diaframma 8183”. Da quel momento entrò e rimarrà sempre nel mio ristrettissimo harem delle amanti che non mi tradiranno mai.

7 Comments

  1. Allora adolescente trascorrevo con gli amici intere serate a parlare di musica… altri tempi.
    Io facevo sentire Out of control degli U2 ed uno di loro, di qualche anno più “vecchio” rispondeva con Love will tear us apart. Anni dopo scoprì che Bono scrisse A day w/out me in memoria di Curtis.
    Poi ahimè vennero la disco e gli anni 80, ma io, quando volevo lasciare il mondo fuori, mettevo nel mangianastri quei suoni, gli accordi rtimati e reiterati di quelle chitarre, quei giri di basso ipnotici e quelle batterie senza tanti fronzoli… poco importa ora che fossero i Joy Division, gli U2, i Pixies o, di li a poco più di un lustro, i Nirvana.
    Grazie per il tuffo nel passato 😉

  2. Sto ascoltando tanto questa bellissima canzone, ma mi fa un male indescrivibile. A me non da speranza, neanche alla fine. È più come crogiolarsi nella (triste e angosciante) rassegnazione che quel che poteva essere non sarà. Come un saluto alla vita che avrei voluto avere, al suo fianco.

  3. tutti i commenti parlano degli autori dei commenti… EGO EGO EGO EGO

    a proposito, l’ho comprata quando è uscita (still ) non come voi sbarbatelli..

    EGO EGO EGO EGO EGO EGO EGO EGO EGO EGO

  4. 🙂 non me ne volere, ovviamente si scherza eh.. insomma, senza offesa i giovani d’oggi: vado a vedere peter hook e all’uscita un capannello aspetta p.h. mi unisco e vedo che fanno delle foto assieme a hookie, ne aprofitto per infilarmi e fare due chiacchere (nessuno parlava.. ) e per farmi autografare still che avevo nel baule dell’auto (non si sa mai) mi faccio fotografare (per la prima volta con una “rockstar”) a braccetto con hookie e forse mancando di rispetto gli faccio la V dietro la testa. chiedo agli sbarbi se potevano mandarmi una copia delle foto, lascio la mia mail, morale: ancora qui che aspetto 🙂
    come diceva quello.. sui giovani d’oggi… 🙂 manca qualcosa in questa generazione YZX e c’è troppo EGO EGO EGO EGO

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