un blog canaglia

Abramovic and  Ulay

C’ERAVAMO TANTO AMATI (ULAY VS MARINA ABRAMOVIC)

in arte/ by

”    Art Vital: No fixed living place, permanent movement,
direct contact, local relation, self-selection,
passing limitations, taking risks, mobile energy. 
(Relation Work’s Art Vital Manifesto )”

 

 

Marina Abramovic non ha bisogno di presentazioni. Fino a qualche anno fa era la “Abramovic” (quella che appartiene al mondo dell’arte, non colui che appartiene al mondo del calcio). Da un paio di anni a questa parte è ascesa al semplice nome di “Marina”. La conoscono ormai anche le fan teenager di Lady Gaga, per farvi capire.
C’è un buon motivo per questo. Marina Abramovic è stata una delle più grandi performance artist della storia. Punto.
Nella sua fase produttiva migliore e piu´ conosciuta, Marina non era sola. Con lei c’era un uomo: Frank Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay, partner nella vita e nell’arte.
Dal 1976 al 1988 i due vivono in simbiosi, nel privato e nel lavoro, dando vita ai “Relation Works“, une serie di performance che sfidano, andando anche oltre, i limiti della resistenza fisica e psicologica nella società e nella coppia. Ulay si occupa della documentazione video e fotografica (fare attenzione a questa informazione).

 

 

A un certo punto la simbiosi si esaurisce, e i sue si separano. Nel modo più romantico e spettacolare possibile: nella performance finale “The great wall” Ulay e Marina partono a piedi dagli estremi opposti della muraglia cinese per incontrarsi a metà per un ultimo addio.
Piccola nota sul potere dei “media”: Ulay racconta in un’intervista che la relazione sentimentale era già terminata da un anno quando la performance è stata realizzata, ma Marina decise che quello sarebbe stato il modo ideale per presentare al pubblico la fine della storia.
Quello che succede poi resta abbastanza fuori dai riflettori. Long story short: i due continuano le rispettive carriere artistiche. Ulay riprende a lavorare con il suo primo amore, la fotografia, senza lasciare mai del tutto la performance. Marina prosegue come una furia nell’ambito in cui è sempre stata di casa, ormai con un nome a sostenerla. Le sue opere seguenti diventano più teatrali, perdendo forse un po’ il senso di sofferenza degli inizi. Ma Marina acquista una notorietà sempre più crescente.
Resta un “figlio” a cui badare: l’opera comune. A un certo punto Ulay vende alla Abramovic il suo archivio fisico con un accordo ben preciso: di ogni opera venduta, il 50% va alla galleria, il 30% a Marina e il 20% a Ulay, incluse, ovviamente le royalties. Il perchè di questa scelta la spiega Ulay in maniera molto semplice: “Con lei, non mi ci metto neanche a combattere”.
Ulay è un tipo tranquillo, Marina è una pantera slava, una che, da sempre, vuole il successo. Poi però a Ulay viene diagnosticato un tumore, da cui guarisce, e le cose cambiano. Nel 2014 Ulay pubblica un libro: “Whispers: Ulay on Ulay“, che la Abramovic cerca di boicottare, impedendo la riproduzione di 28 fotografie della loro opera comune. A Ulay girano finalmente le scatole. E si rende conto che in 16 anni e´ stato pagato appena 4 volte e sono entrate nelle sue tasche solo 35.000 dollari (cifra infinitamente bassa in proporzione alla quotazione delle opere dei due). Per non parlare delle royalties non riconosciute. Quindi l’ha denunciata.
A fine mese i due si incontreranno di nuovo, meno romanticamente, in un tribunale di Amsterdam.
Ulay ha dichiarato di essersi sentito molto ferito. E immagino che non sia per i soldi. L’artista è nato in un bunker tedesco durante la guerra, rimasto orfano da ragazzino, è cresciuto per strada e ha passato una vita da giramondo nel tentativo di crearsi un’identità  che lo allontanasse dalla Germania. Una vita, la sua, fuori dai compromessi e dedita ad un solo scopo: diventare un artista. Lo rincorre questo scopo, attraverso le sue opere, forti e bellissime.
La paura di Ulay è che Marina lo possa cancellare dalla storia. E può riuscirci. Se oggi il nome di Ulay è su tutti i testi di storia dell’arte, è molto probabile che in futuro non sia più così , se la sua proprietà intellettuale continua ad essere negata, da chi ha una visibilità pubblica immensamente maggiore.
Marina Abramovic è ormai una icona pop. Botox incluso. Pur essendo senz’altro una personalità straordinaria, è altrettanto fuori dubbio che la metà esatta del suo successo la deve a Ulay. Le loro opere sono state create al 50%, e funzionano tutt’ora per via del perfetto bilanciamento di questi due opposti, o come lo definisce quest ultimo, della vicinanza del corpo “comunista” di Marina, un po’  sovrappeso, a quello “fascista”, magro e nervoso, di Ulay.

La prova del nove è proprio la performance “The artist is present“, creata per la Restrospettiva della Abramovic al MoMA nel 2010, il momento più alto della sua carriera.
Questa performance di 90 giorni altro non è che lo spin off di “Nightsea crossing“, una serie di 21 performances realizzate da tra il 1981 e il 1987, in cui Marina e Ulay siedono per 7 ore consecutive agli estremi di un tavolo, immobili, digiuno, guardandosi.
Praticamente la stessa cosa che fa la Abramovic al MoMa, ma con degli sconosciuti davanti a se. La Performance, immortalata da un documentario che ha vinto anche la Berlinale, raggiunge il suo momento più emozionante quando Ulay si presenta e si siede davanti a Marina. Colpo al cuore, lacrime, Marina lascia per un attimo la sua algida immobilità e stringe le mani al suo ex amore. Il video su You tube è stato visto da milioni di persone, e più o meno giornalmente lo si vede postato su facebook da qualche romanticone. Questo a prova che Ulay, nonostante gli anni passati, riesce a far spledere ancora di più , una stella che di per se´ha già una forte luce propria.

La morale della storia è che anche i grandi amori finiscono, a volte anche molto male, ma forse, nella vita, si riesce a diventare quello che si è sempre sognato. Marina è diventata quello che desiderava: una Diva. E Ulay, beh, Ulay voleva essere un Artista.

 

 

 

Viola Kunst, di origine laziale misto terrone (o piu´ poeticamente magno-greca), pur lasciando gran parte del suo cuore a Roma, vive, lavora e soprattutto paga le tasse da anni (tanti) a Berlino, con allegre pause in Grecia e in Spagna. Viaggiatrice incallita, pittrice di spirito rinascimentale e indole incazzata, ama prendere per i fondelli un po´ tutto quello che le capita a tiro. Il suo cervello isterico-disfunzionale crea teorie bislacche, che la sopracitata vorrebbe inculcare a tutti. Crede che Winnie the Pooh sia l´origine dei mali del mondo e mantiene una fede incrollabile nel buon cibo di qualsivoglia provenienza, nel rock e in Jane Fonda.

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