Cecità

in società by

Dice che quei due euro gli servono per mangiare e restare pulito. Alla mattina cerca di piazzare i suoi giornalacci terribili ai pendolari che vanno in ufficio; alla sera ci riprova con quelli che tornano a casa con la cravatta allentata e il calzino cadente. Il mese scorso portava sotto braccio dei fascicoli di cucina tipica francese, roba che si trovava nelle edicole vent’anni fa e che nessuno comprava. È un ragazzone sulla quarantina: capelli brizzolati, barba ben rasata, giubbotto di jeans, buona dizione. Entra nel vagone con gli occhi sbarrati e il passo nevrotico, recita il suo copione e, procedendo verso il fondo salutando ognuno – ognuno ! – , mostra meccanicamente a destra e sinistra la sua merce. « Bonjour, bonjour, bonjour, bonjour, bonjour, bonjour, bonjour… ». Più che un saluto sembra il segnale orario di un’ora che è già passata, un inutile promemoria per un affare già risolto. « Bonsoir, bonsoir, bonsoir, bonsoir, bonsoir, bonsoir, bonsoir… ». Più che un saluto sembra una litania, una sorta di canto funebre non cantato per la giornata che sta per finire.

Quando lo vidi per la prima volta era ottobre, pochi giorni dopo essere arrivato a Parigi; rimasi sorpreso dalla sua freschezza e dalla sua aria tutto sommato serena. Mi vedevo al suo posto e non capivo quella serenità. Certo, recitava anche allora la stessa parte ma sembrava farlo con uno spirito diverso, come se fosse davvero convinto di poter piazzare quella cartastraccia; come se avesse appena cominciato e la faccenda non gli fosse ancora insopportabile.
Ieri l’ho rivisto quel ragazzone brizzolato: aveva un grosso eczema sul viso pulito e si guardava intorno con gli occhi rotanti dietro il suo paio di occhiali molto spessi. Le cose non devono andargli particolarmente bene – del resto, non ho mai visto nessuno comprargli qualcosa – e ogni volta che sale sul treno un brivido mi percorre la schiena.

Negli ultimi tempi mi capita di immaginare una scena: ad un’ora stupida, magari le tre del pomeriggio, un giorno qualunque di un mese qualsiasi il tizio salirà sul treno, proporrà come di consueto i suoi giornaletti di merda e, quando nessuno lo degnerà manco di uno sguardo, manco di un « no, grazie » , tirerà fuori dalla tasca della giacca una vecchia pistola semiautomatica. Nel caricatore ci saranno otto colpi, ne sparerà sette in testa ad altrettanti passeggeri e poi si farà saltare in aria il cervello con un colpo da sotto il mento. È un’immagine che vedo nitidamente e mi dico che può succedere. Mi sono quasi convinto che succederà. Anzi, mi chiedo per quale ragione non sia ancora successo. Ed ogni volta che questa immagine mi passa per la testa, mi ripeto che la violenza cieca non esiste, che è soltanto un’invenzione, un digestivo semantico, una di quelle storpiature concettuali del reale a cui siamo tanto affezionati.

Sì, perché forse la vera cecità sta nel negare la possibilità di una violenza non intelligibile, di una violenza che non ha niente a che fare con le stantie categorie del pensiero convenzionale, dello stanco ragionare quotidiano. Ed è lo stesso errore che si commette quando si tenta di spiegare un suicidio e non si trovano ragioni apparenti. « Non capisco, ieri sera sembrava tranquillo », si sente dire spesso. Non ci sono regole e non c’è psicologia che possano tracciare le linee dell’assurdo: ci si ammazza in un pomeriggio di maggio perché morire senza una ragione comunemente valida può sembrare una risposta a quell’assurdo. E si prendono a picconate i passanti perché loro sono l’assurdità senza nome – del resto, l’assurdo non ha nome –, sono quegli spettri dal volto umano che qualche voce « cattiva » ti chiede di abbattere.

Tuttavia, in queste occasioni c’è sempre qualcuno che parla di pazzia, di follia omicida, di furia cieca. Forse perché è la cosa più comoda da dare in pasto al pubblico, oltre che a se stessi: è rassicurante sapere che la violenza sia cieca e folle, quando non si riesce a spiegarla. Ancora più rassicurante è sapere che sia una violenza cieca, folle e nera come la pece. «Ho visto nero » si dice per spiegare l’inspiegabile, per non dire l’indicibile. E allora cosa c’è di meglio di un nero che ha visto nero e ha ammazzato tre bianchi per spiegare l’inspiegabile e non dire l’indicibile? Forse un bianco che vede nero e ammazza tre neri per confusione, perché pensa di colpire il vuoto, il buio, che è risaputo che non sanguina e tanto meno muore. Ah, già, per quello ci sono altri nomi: xenofobia, odio razziale. Ragioni ? No, definizioni. Come « assassino » e « pazzo » e « venditore di giornaletti invendibili ».

10 Comments

  1. Sono daccordo. La prima cosa che ho pensato è stata: che condizioni di vita disperate devono aver spinto un uomo a sfogare la sua rabbia con un piccone su degli incolpevoli passanti? Quando tutto il mondo appare come nemico, quando non c’è via d’uscita, quando tutto è perso, queste cose possono succedere. Purtroppo non mi sono meravigliato, per quanto assurda possa apparire la vicenda. Non è difficile prevedere che con l’aggravarsi della crisi, gli omicidi/suicidi “insensati” si moltiplicheranno.

  2. Bravo Roberto,
    articoli così dovremmo leggerli ogni giorno, magari in qualche quotidiano importante. Ma esistono giornali che non vivono sulle cecità dei propri lettori?

  3. Orco cane, qui si gioca d’anticipo!
    Una volta si aspettava la strage per trovare scuse.
    Ma una domanda… la definizione di pazzia o di atto folle quale sarebbe invece?

  4. l’ultima parte è razzista, si sa che i fratelli immigrati non fanno quelle cose. È colpa del sistema razzista/fascista che spinge i nostri fratelli a commettere questi piccoli reati.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*