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Punirli tutti per educare non si sa chi

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Se fate un giro sul blog di Rocco Berardo potrete approfondire tutti i dettagli della vicenda, per cui in questa sede mi limiterò a ricapitolare: secondo le decisioni che la giustizia sportiva ha iniziato ad applicare già da un po’, quando un manipolo di scemi fa un coro razzista allo stadio scatta la “chiusura” della curva la domenica successiva.
Trattasi di una norma punitiva, naturalmente: ma vediamo un po’ di capire bene per chi.
Tanto per cominciare viene punita la società sportiva interessata, che dovrà rinunciare a una parte dell’incasso e al sostegno di una parte del pubblico: il che è curioso, perché normalmente può essere oggetto di sanzione chi ha commesso un fatto censurabile o chi, avendone la possibilità, non ha evitato che fosse commesso; ed è molto vicino allo zero, per quanto ne so io, quello che le società possono fare per impedire che alcuni scemi spalanchino la bocca per pronunciare insulti razzisti. Anzi, in virtù di questo meccanismo perverso le società si troveranno nella spiacevole condizione di essere potenzialmente ricattabili da quei tifosi, che avranno il potere di creare loro un danno a proprio piacimento, con tutte le conseguenze che ciascuno può immaginare.
Ma non è tutto. Oltre alle società vengono puniti tutti gli abbonati alla curva chiusa (o al settore chiuso), ivi compresi quelli (normalmente la maggioranza) che ai cori razzisti non hanno partecipato: i quali, per giunta, non potranno vedere la partita successiva neanche in un altro settore dello stadio, perché secondo le normative vigenti, essendo già abbonati, non possono acquistare a proprio nome un altro biglietto. Questi tifosi, quindi, si troveranno sostanzialmente ad essere vittima di un vero e proprio DASPO senza aver fatto niente: mentre è astrattamente possibile che quegli altri, che dei cori razzisti sono responsabili, non fossero neppure abbonati, il consentirebbe loro di acquistare tranquillamente un tagliando per la partita successiva e ricominciare da capo.
Ora, va bene reprimere un comportamento che si ritiene sbagliato: ma reprimerlo punendo soggetti diversi da quelli che lo hanno adottato è, come dire, un tantino singolare; così com’è singolare creare una situazione che, di fatto, attribuisce ai più facinorosi il potere di decidere sulla sorte di tutti gli altri, ed eventualmente di capitalizzare questa possibilità nei modi più fantasiosi che sia lecito immaginare.
Siamo davvero sicuri che i problemi si possano risolvere in questo modo?

Fantacalcio e Disuguaglianze

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Ogni anno il Fantacalcio. Gioca al Fantacalcio praticamente un italiano adulto su cinque – potenzialmente una grande occasione per imparare lezioni importanti.

Proviamo con una: la disuguaglianza dei redditi e il processo che la genera.
Ora, e’ risaputo che i super-stipendi dei calciatori sono il simbolo preferito di chi grida allo scandalo per la disuguaglianza salariale. Un simbolo seguito dall’evocativo rapporto tra il numero di salari mensili di un operaio FIAT necessari a pareggiare lo stipendio di Valletta, ai tempi, e il numero di salari mensili di un operaio FIAT necessari a pareggiare lo stipendio di Marchionne.
Almeno chi gioca al Fantacalcio dovrebbe essere immune da questo tipo di argomenti. Perche’?E’ presto detto: tutti hanno partecipato a un’asta. Prendiamo la mia Lega, che quest’anno e’ bella equilibrata. Siamo in 10, e tutti sanno che una squadra di Fantacalcio e’ competitiva se e solo se ha almeno un top player. Il top player e’ essenziale non perche’ porti quattro, cinque, o dieci volte i punti che ci si puo’ aspettare da uno che top player non e’: ma perche’ quasi tutti i giocatori sono distribuiti intorno a una media di rendimento, e lui e’ giusto un po’ piu’ in la’. Ma i giocatori che sono “giusto un po’ piu’ in la’ ” sono pochi, pochissimi!
Ad esempio, in una Lega da 10, altrettanti fanta-allenatori hanno da contendersi la seguente lista di top-players: Balotelli, Di Natale, Gomez, Higuain, Tevez, piu’ probabilmente Palacio/Milito. Si tratta, in ogni caso, di un numero inferiore a 10: quindi ciascuno deve puntare parecchi soldi, per evitare di trovarsi nella spiacevole situazione di dover affrontare il campionato intero senza una macchina da gol affidabile e costante.
Data questa competizione agguerrita, fatto 300 il numero di “crediti” a disposizione, questi sono stati i risultati: Balotelli aggiudicato a 101, Di Natale a 110, Gomez a 101, Higuain a 99, Tevez a 73, Palacio a 44. In un mondo artificiale, un’asta fittizia ha prodotto una sperequazione delle risorse impiegate che fa impallidire quella del rapporto tra gli stipendi dei metalmeccanici e i supermanagers. Basti pensare al fatto che per ogni attaccante comprato a 1/3 delle risorse totali di ciascuna squadra, esiste al piu’ un altro top player (stavolta di centrocampo) in grado di attirare abbastanza risorse da far si’ che un fantallenatore si trovi ad aver speso almeno il 50% del suo budget in due giocatori (su una rosa che ne deve includere altri 22). Si hanno cosi’ i 100 spesi per Hamsik, i 70 spesi per Vidal, i 61 spesi per Ljajic, e cosi’ via.
Faccio notare che non e’ interessante guardare al rapporto tra il top player e il singolo giocatore: in un mondo di crediti divisibili in frazioni, molti giocatori verrebbero probabilmente aggiudicati a 0,01 crediti e inseriti in rosa. Quello che conta e’ che non esiste grande azienda al mondo che spende 2/3 del suo fatturato per stipendiare due dirigenti.
Fantacalcio
Ora: per spiegare l’evoluzione del caso FIAT, provate a immaginare l’esito di un’asta simile, ma realizzata in 4 giocatori. A questo punto, data la ragionevole certezza di potersi aggiudicare almeno un top player per i due reparti (attacco e centrocampo), l’asta avra’ come obiettivo la realizzazione di rose con molte alternative. Questo portera’ a una sperequazione molto minore. In parallelo, Valletta era un manager che operava su un mercato nazionale: le sue chances di lavorare per la Volkswagen o per la Ford, qualora avesse lasciato la FIAT, erano basse. Le cosiddette outside option di Marchionne, invece, sono numerose. Il suo maggiore potere contrattuale, come conseguenza, gli permette di spuntare stipendi faraonici.
Piaccia o no, questa e’ la spiegazione del fatto che esiste chi prende 3000 volte quello che guadagniamo noi. Non e’ che sia 3000 volte piu’ bravo o piu’ produttivo. E’ solo 2500 volte piu’ raro trovare qualcuno che faccia le cose 1.2 volte meglio.*
P.S. ovviamente provate a immaginare cosa succederebbe se a un giocatore (un paese) venisse imposto un tetto di spesa massima per calciatore acquistato (un tetto massimo a stipendi+bonus). Puntereste un euro sulla vittoria del campionato di quella squadra?
 *: astenersi esperti di corporate governance dediti a commenti pedanti. Ovvio che e’ piu’ complicato di cosi’, come la storia di Richard Fuld insegna. Ma per capire la patologia bisogna prima capire l’anatomia, altrimenti e’ tutto solo confusione.

la Bellezza del Calcio

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Il 2 marzo 2002, al St James Park, stadio situato nella città di Newcastle upon Tyde (Regno Unito), è accaduto ciò che riporta il seguente video.

Capite bene che qui è accaduto qualcosa di straordinario, e non soltanto in quel gesto col quale Dennis Bergkamp si libera del difensore per poi spiazzare il portiere. Questo gol va analizzato a fondo, a partire dal minuto 0.12, quando è Bergkamp stesso a servire Pires, il centrocampista dell’Arsenal che subito dopo gli ridarà palla, e gliela ridarà perché lui detta il passaggio. E a me piace pensare che già mentre stava alzando il braccio al minuto 0.17, Bergkamp avesse in mente quella cosa indefinibile e straniante che combina dopo.

Ora. Il tema vero di questo gol sta in ciò che dichiara Bergkamp quando gli viene chiesto di come gli sia saltato in mente di saltare il difensore in quel modo (dal minuto 1.09 del seguente video).

“it looked a bit, yeah, special, strange or nice, but that was for me the only option and the quickest way towards the ball and towards the goal”

Cioè, in parole povere (molto povere) ciò che per noi è CRISTO SANTO IL PIU’ BEL GOL CHE ABBIA MAI VISTO, per Bergkamp è, “well, you know, l’unica cosa che potevo fare in quel momento”. Ergo, per Dennis Bergkamp, ciò che per noi è straordinario, è invece la normalità. È scontato.

Ed è qui che risiede l’assoluta meraviglia del Giuoco del Calcio: tu guardi una partita, e da un momento all’altro uno come Bergkamp ti può regalare l’Assoluto.

E, come se non bastasse, per lui è del tutto normale.

I veri tifosi, che non tifano la nazionale

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Colgo l’occasione della partita che la nazionale italiana ha avuto modo di rapinare in nottata, prendendo altresì spunto dalla sottile speranza di vittoria nipponica che mi sono scoperto a coltivare mentre assistevo allo scippo, per mettere nero su bianco una cosa che penso da un po’ ma non avevo mai avuto occasione di puntualizzare.
La Confederation Cup, com’è noto, non costituisce una competizione di primaria importanza: di qui, almeno in apparenza, la leggerezza con la quale un tifoso di calcio quale lo scrivente è a tutti gli effetti si concede di assistervi.
C’è da dire, tuttavia, che se a giocare fosse stata la Lazio, in un torneo per club analogamente poco rilevante, me la sarei goduta con una spensieratezza assai più contenuta: anzi, all’atto del furto finale mi sarei perfino alzato in piedi, avrei agitato, sia pure con una certa compostezza, un pugno in aria, e avrei aspettato il replay di tutti e sette i gol prima di tornarmene a dormire.
Del resto la storia, a volerla leggere per quella che è, parla chiaro: ho mandato giù la sconfitta ai rigori ai mondiali del 1994 senza troppi patemi, mentre se si fosse trattato di una finale di Coppa Italia con la Lazio in campo probabilmente mi sarei sentito male; così come ho accolto la vittoria, sempre ai rigori, ai mondiali del 2006 con una certa soddisfazione, ma senza produrmi in scomposte manifestazioni di esultanza come mi è accaduto di fare, a mero titolo esemplificativo, lo scorso 21 maggio.
Insomma, io la vedo così: il tifoso di calcio, se è un tifoso di calcio autentico, tifa sul serio quasi solo per la sua squadra di club. Si tratta di un tifo personale, intimo, a tratti addirittura onanistico. Guarda le partite importanti con lo stomaco chiuso, lo sguardo vitreo, in apnea. Vive la sconfitta come una dramma, e la vittoria più come la cessazione di una sofferenza che come una vera gioia.
La nazionale fa simpatia, per carità, ma è un’altra cosa. La si guarda insieme agli amici, scherzando e ridendo: quando si vince bella per tutti perché ci beviamo un altro bicchiere e quando si perde pazienza, ce ne beviamo un altro lo stesso e magari pure un pezzettino di quella lasagna che è avanzata, così mettiamo a tacere il languorino di mezzanotte.
I soli individui capaci di tifare davvero per la nazionale sono quelli che tutto l’anno se ne fregano.
Gli altri, quelli come me, fanno un po’ finta. Cercano di entrare nel personaggio, mimano esultanza o delusione, si producono in abbracci affettati e imprecazioni fasulle. Ma sotto sotto, mentre lo fanno, contano i giorni che mancano all’inizio del campionato.
Quando, finalmente, si ricomincerà a fare sul serio.

Se saltelli muore Balotelli

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Al suo ritorno in Italia lo scorso febbraio, Mario Balotelli ha ritrovato gli stessi cori razzisti che aveva lasciato nel 2010 col trasferimento al Manchester City. Non sorprende affatto che i ricercati intellettuali che frequentano i nostri stadi, in questi tre anni, non abbiano cambiato atteggiamento verso il turbolento attaccante bresciano. Del resto, con certe menti sopraffine l’unico modo di dialogare sembra essere a colpi di squalifiche dei campi e multe alle società che si onorano di averli come tifosi. La cosa che colpisce però è il numero di persone che sostiene la seguente tesi: “Balotelli è uno stonzo e dunque i cori contro di lui non sono contro di lui perché nero, ma perché stonzo”. Questa tesi è poi condita da vari corollari del tipo: “Ma come si fa a capire se i buhhhh sono razzisti?”, “Se i tifosi sono razzisti, allora perché non fanno buhhhh nello stesso modo ad altri giocatori neri?” oppure “Allo stadio si insulta tutto e tutti e va bene così”. Un’ampia carrellata di corollari simili si trova in questo post de Linkiesta.

Una cosa che sfugge alla logica è come il fatto che Balotelli venga contestato dai tifosi perché antipatico possa in alcun modo escludere che i cori a lui diretti siano razzisti. Carissimi, il punto è proprio questo: Balotelli sta antipatico e il modo scelto per attaccarlo è renderlo oggetto di cori che si riferiscono al colore della sua pelle. Ne consegue che quei cori sono razzisti. Se non fosse antipatico non sarebbe oggetto di quei cori? Può essere, ma a me vengono in mente parecchi altri giocatori antipatici (Ibrahimovic? Cassano?), solo con la pelle più chiara, a cui non viene diretto nessun verso che ricorda quello di una scimmia. Se Balotelli continuasse a essere nero ma non fosse così antipatico, non sarebbe oggetto di quei cori, come non lo sono molti altri giocatori neri? Anche questo può essere. Io comunque ci vedo un gran bel razzismo nel usare il colore della pelle di un giocatore antipatico per schernirlo. Inoltre, il dubbio che ho sempre avuto nel caso di Balotelli è che sia sempre stato più bersagliato di altri giocatori neri in quanto primo ad essere italiano e a indossare la maglia della nazionale (per altro con grandi risultati). Come a dire, gli altri sono di passaggio, ci penseranno i razzisti di casa loro a sistemarli, questo qui invece lo dobbiamo sistemare noi.
P.S. Volevo precisare che secondo me chi trova Balotelli antipatico è un rosicone (forse pure interista). Io adoro Mario e non vedo l’ora di vederlo giocare il prossimo anno nel Milan e poi nella nazionale ai mondiali in Brasile.

 

Juventini antiberlusconiani

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“Fatti processare, buffone!”

“I processi si rispettano!”

“La legge e’ uguale per tutti!”

“Rispetta le istituzioni!”

“Chi non accetta l’esito dei processi ha una mentalita’ eversiva!”

Queste cose le dicono anche certi juventini, no?

 

scudetto 31-500x500

Amo le dichiarazioni di principio. L’aderenza ai principi e’ quello che rende grande un Paese, mica come certi posti nel terzo mondo dove i principi valgono a seconda di chi colpiscono, vah.

I “nuovi” italiani

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Una volta c’erano gli oriundi: giocatori di calcio bravi ma non bravissimi, in genere sudamericani, che appena venivano rimbalzati dall’Argentina o dal Brasile riesumavano un qualche nonno italiano, prendevano il passaporto e indossavano la maglia azzurra pur di fasi un giro ai mondiali. Famose furono le critiche mosse alle nazionali iridate del 1934 e del 1938,  piene di uruguayani. Piu’ recentemente pensiamo alle scene mute di Camoranesi durante l’inno ai mondiali del 2006 o ai balletti di Amauri (sigh) che fino all’ultimo ha sperato di essere convocato dalla Seleção e poi si e’ rassegnato a una luminosa carriera in azzurro (una presenza nel 2010, amichevole contro la Costa d’Avorio persa 1-0, sostituzione dal 59′).  Solo recentemente il fenomeno si e’ invertito, con la convocazione in nazionale di giocatori nati e cresciuti in Italia ma che hanno acquisito il passaporto italiano non per ius sanguinis, ma per naturalizzazione. Questi sono i casi di Mario Balotelli o di Angelo Ogbonna, figli di immigrati ghanesi e  nigeriani rispettivamente, entrambi nati e cresciuti in Italia. Per questi giocatori i commentatori hanno cominciato a usare l’espressione “nuovi italiani”. Pur non ritenendoli cosi’ nuovi rispetto ai loro coetanei con genitori italiani, posso anche rassegnarmi al fatto che siano visti come delle novita’. La cosa che invece mi irrita profondamente e’ che Stephan El Shaarawy sia messo nel gruppo dei “nuovi italiani” quando e’ nato e cresciuto a Savona, da mamma italiana e papa’ egiziano. Lo vogliamo considerare un nuovo italiano? Va bene, allora vorrei sentire qualche commentatore sportivo di casa nostra riferirsi a Riccardo Montolivo come un nuovo italiano, visto che ha la mamma tedesca, il passaporto tedesco e a differenza di El Shaarawy parla tedesco. No perche’ senno’ potrebbe venire il sospetto che i giornalisti italiani siano cosi’ beceri da valutare l’italianita’ di un giocatore da come suona il suo nome e pensare che El Shaarawy sia meno italiano di Montolivo. Roba degna delle peggiori curve italiane.

Legalizzare il doping

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Nove anni fa moriva Marco Pantani.
Moriva stritolato da un meccanismo mediatico diabolico, quello che prima ti proietta nella stratosfera per poi aspettare la tua caduta e calpestarti accuratamente quando sei inerme e non puoi difenderti.
Ma soprattutto moriva per essere stato colpevole di doparsi, in un ambiente composto da individui che dopo di lui hanno continuato a doparsi più e peggio di prima.
Forse sarebbe il caso di domandarsi se la legalizzazione del doping (ecco, l’ho detto) possa essere una risposta migliore di quella che lo sport (ed in particolare il ciclismo) si è dato fino ad oggi: non punirne uno per educarne cento; ma punirne uno, di solito il più forte di tutti, per lavarsi la coscienza e fingere che vada tutto bene.
Perché la realtà, amici miei, è che non va tutto bene, neanche un po’.
Nonostante i campioni morti che dovrebbero servirvi da foglia di fico.

Una cagata pazzesca!

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Per me, la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca“. Tutti conoscono il grido di dolore di Ugo Fantozzi, contro il film russo la cui visione – al posto di una partita della Nazionale – viene imposta a lui, colleghi e famiglie dal perfido Guidobaldo Maria Riccardelli.

Era in realtà il grido di dolore di Paolo Villaggio nei confronti dell” abitudine culturale italiana del tempo – diffusa soprattutto negli ambienti di sinistra radicale – di magnificare opere (film, libri, pitture) noiose e spesso incomprensibili, per il puro gusto di andare controcorrente.

Il grido di Fantozzi/Villaggio era del tutto salutare ma ha avuto delle controindicazioni.

Ad oggi, se hai la sfortuna – – di essere di sinistra, appena ti azzardi a dire: “quel film è una scemenza”, “non mi piacciono molto i cinepanettoni”, “il calcio non mi interessa” vieni subito azzannato. “Ecco la sinistra radicalchic, il solito snob! Non gli interessa il calcio, parla male dei cinepanettoni. Va” pure a vedere la Corazzata Kotiomkin (che poi sarebbe Potёmkin, ma vabbe…)”.

Il conformismo si è totalmente rovesciato: sei costretto a dire che apprezzi i B-Movie anni “70, che trovi il neorealismo noioso e che ti piace Moccia, altrimenti sei uno snob!

Sicuramente esagero ma non troppo: ogni qualvolta si mette in discussione o si mostra scarso interesse per un fenomeno nazionalpopolare salta sempre fuori il genio che ti dà dello snob, preferibilmente radicalchic.

Francamente, io mi sono rotto e quindi questo post è il mio grido di dolore fantozziano al contrario. Solo che ne ho diversi di gridi; eccoli:

“I CINEPANETTONI MI FANNO CAGARE!”

“I B-MOVIEs ANNI “70 NON MI FANNO RIDERE! SI SALVA AL MASSIMO QUALCHE SCENA DI “VIENI AVANTI CRETINO” E “FRACCHIA E LA BELVA UMANA“. IN PARTICOLARE, I FILM DI ABATANTUONO MI PROCURANO ORCHITI ACUTISSIME. I FILM CON EDVIGE FENECH, INVECE, SONO OTTIMI: MA SOLO PER FARTI LE PIPPE A 13 ANNI!”

“NON ME NE FOTTE NULLA DELLA NAZIONALE E NON PERCHÉ I CALCIATORI SIANO STRAPAGATI MA PERCHÉ TROVO IL CALCIO PALLOSISSIMO!”

“UNA DELLE SCENE COMICHE CHE PREFERISCO DEL CINEMA ITALIANO È IL BALLETTO DEL PASTICCERE TROTZKISTA DI NANNI MORETTI E NON ME FOTTE NIENTE SE RIDIAMO SOLO I QUATTRO!”

“NON COMPRO IL TELEVISORE PERCHÉ TUTTI I PROGRAMMI CHE GUARDO LI DANNO IN STREAMING E SE NON GUARDO I PROGRAMMI MEDIASET NON È PERCHE È LA TV DI BERLUSCONI MA PERCHÉ NON MI INTERESSANO!”

XFACTOR MI FA CAGARE! AVETE CAPITO? MI FA CAGARE! SE VI PIACE GUARDATELO, MA SE A ME FA SCHIFO NON È PER UN ATTEGGIAMENTO INTELLETTUALOIDE: ME NE FOTTO DEI TALENT SHOW!”

Ecco. Sono solo una minima parte delle mie paturnie ma mi sento già molto molto meglio! Santè

 

Un sogno

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Ai tifosi, com’è noto, piace vincere. Ne so qualcosa io, che da tifoso della Lazio ho vinto col contagocce, e di conseguenza ho assistito -e partecipato- a decenni di insulti nei confronti di una lunghissima serie di allenatori: perlopiù incolpevoli, a onor del vero, perché quando uno ha a dispozione materiale umano di terz’ordine non può compiere -fatte salve rare eccezioni- miracoli.
Ai tifosi, dunque, piace vincere, e ciò li conduce ad odiare tutti gli allenatori -ancorché incolpevoli- incapaci di realizzare tale velleità.
Tutti, tranne uno.
Perché se da un lato il fatto che Zdenek Zeman non abbia vinto mai niente è inconfutabile, dall’altro non ci si può non domandare perché sia l’unico allenatore al mondo ad essere amato a dispetto di questa circostanza.
Badate: i tifosi -tutti, in quanto tali- sono personaggi scorbutici, che raramente si lasciano infinocchiare dalle chiacchiere; ragion per cui ci andrei cauto a liquidare la faccenda come un fenomeno di moda, di pensiero radical chic o di snobismo.
Insomma, nel caso di Zeman dev’esserci qualcosa in più.
Io, che il suo calcio me lo sono goduto per qualche anno, credo che quel qualcosa in piú -nell’ambito limitato dello sport, ça va sans dire- abbia tutte le caratteristiche dell’utopia: vincere attaccando, divertendosi, segnando un gol piú degli avversari, dando spettacolo a scena aperta senza cedere neppure un millimetro al calcolo; cercare di realizzare i propri desideri senza mediazioni, senza compromessi, senza riserve; sentirsi più forti degli altri non perché si vince più di loro, ma perché si è più liberi di sognare.
Utopie, per l’appunto: che in quanto tali non hanno alcun bisogno di realizzarsi per rendere felice chi le porta nel cuore.
Del resto, pensateci un attimo: Fabio Capello ha portato alla Roma uno scudetto a vent’anni di distanza dal precedente, per di più scucendolo dalla maglia degli odiati laziali, e dopo qualche mese è dovuto scappare di notte come un ladro; Zdenek Zeman non ha vinto manco una coppa del nonno e oggi, quando torna, viene accolto come un messia.
Capello ha dato ai suoi tifosi un titolo, Zeman ha regalato loro un sogno.
La differenza, credo, è tutta qua.

Il Boemo

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Diciamolo una volta per tutte: Zdenek Zeman è un allenatore mediocre, che è andato avanti grazie a due fondamentali qualità, invero molto pornografiche: le partite che finiscono 4-5 e gli attacchi da bar alla Juventus.
Per il resto, come ha giustamente rilevato John Elkann, ha vinto di più Carrera in un giorno che Zeman in una carriera intera.

eh ma lui non ha vinto perché ostracizzato dal Palazzo, dalle squadre forti!!

La finiamo con questa STRONZATA? Lui non ha vinto perché è un maestro senza tempo nell’organizzare il gioco offensivo di una squadra, ma non è assolutamente in grado di dare un sistema di gioco alla squadra intera (e per sistema di gioco intendo giocare una partita intera e portarla a casa, non partire in 10 da centrocampo quando si batte il calcio d’inizio -che è divertentissimo, ci mancherebbe, ma è un’altra cosa). Tra l’altro scindere il concetto di gioco offensivo da quello di sistema di gioco di una squadra è una aberrazione a cui mi presto solo per fare finalmente un pizzico di chiarezza. Perché è come dire “quella ragazza scopa da dio, però quando mi fa un pompino mi morde il cazzo per staccarmelo!”.

Dice: ma questa è una tua opinione. No, questi sono i fatti. Zeman è diventato un fenomeno di costume nel 1997/98 (sì, d’accordo, Zemanlandia è del 1993, ma fino al 1997 non era per niente “il buono” del calcio. Era solo un simpatico picchiatello che faceva finire le partite con tanti gol, come era giusto che fosse), quando ha sparato a zero su Vialli e Del Piero, alludendo al loro presunto doping (prima che dite che Agricola dopava i calciatori: prescrizione. Come quella che ha tenuto al riparo l’FC Internazionale dallo scandalo “Calciopoli” nel 2006, quindi mettetevi d’accordo col vostro marcio cervello antijuventino).

Dal 1997/98 in poi ci sono state:

  • la vittorie dello scudetto del Milan di Zaccheroni (Zaccheroni! Riuscite a pensare ad un allenatore più incompetente? E invece ha vinto lo scudetto. Con Sala in difesa. Lui. Zeman NO);
  • la vittoria dello scudetto della Lazio di Eriksson;
  • la vittoria dello scudetto della Roma (allenata fino a due anni prima da Zeman!) di Capello.

 

Durante lo stesso periodo, Zeman ha allenato la Roma, il Fenerbache (esonerato) e il Napoli (esonerato). Intanto il Parma di Malesani (Malesani! Devo spiegarvi chi diavolo è Malesani? Ecco) vinceva Coppa Italia e Coppa Uefa. La Fiorentina di Mancini (Mancini!) e la Lazio di Eriksson la Coppa Italia. E non vado avanti con gli anni per non trascinarvi nel declino di Zeman da un lato e nel mondo del calcio che intanto andava avanti dall’altro.

I dati di fatto sono questi. Zeman non ha mai vinto nulla in tutta la sua carriera, se si fa eccezione per due campionati di Serie B (ah ah ah). Zero. Nada. Niente. Manco per sbaglio, manco un campionato che si è giocato fino alle ultime giornate, manco una finale. Niente, il nulla, zero. Le partite che finivano 8-2 e poi il nulla.

Ora. Chi di voi si ricorda di Denilson? Denilson nel 97 sembrava il calciatore più forte della terra. Dribblava come e quando voleva, saltava l’uomo, faceva finte mai viste. Eppure è sparito. Perché? Perché quel suo fare la foca monaca in campo non era funzionale al gioco della squadra.

Come un allenatore che conclude le stagioni delle sue squadre col migliore attacco, ma con la seconda o terza peggior difesa, e a cui non resta altro che crearsi una carriera mediatica parallela giocata tutta sull’attacco al Nemico Unico.

Grande comunicatore, grandissimo battutista (i suoi silenzi valgono più di tante parole, è proprio il caso di dirlo), genio nel creare fasi offensive, nullo nel dare un sistema di gioco completo ad una squadra.

Questo è Zeman, e nient’altro. I profeti sono ben altri.

Alecs Scivuarzer

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Quindi, famo a capisse: abbiamo avuto presidenti del consiglio e ministri indagati, rinviati a giudizio, condannati, prescritti per qualsiasi genere di reato.

Abbiamo avuto un numero di parlamentari indagati che credo neanche Travaglio  conosca.

Abbiamo la classe dirigente politica, economico-industriale e giornalistica più coinvolta da scandali giudiziari – ad ogni livello – di tutto il mondo occidentale; poliziotti e carabinieri violenti che – quando vengono puniti – beccano condanne ridicole.

Per di più, se l’autoassoluzione e l’impunità fossero discipline olimpiche avremmo battuto tutti i record da medagliere.

E tutti si stracciano le vesti per un atleta olimpico trovato positivo all’EPO.

Molto bene, non c’è che dire. Santè.

Come gli uomini? Sì, grazie!

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So che in questo agosto rovente sentivate la mancanza di un bel post “post-femminista” (io mi definisco post-femminista, ognuno ha le sue paturnie). L’altro giorno stavo guardano l’intervista al padre di Jessica Rossi, medaglia d’oro in tiro a volo. Il giornalista gli chiede come abbia fatto sua figlia a sfiorare la perfezione, arrivando a colpire 99 piattelli su 100. La risposta del padre è di quelle fastidiose: è semplice, Jessica non tira come una donna, ma come un uomo; da piccola l’ha portata al poligono e faceva quello facevano gli altri, quasi tutti uomini. Il fastidio spesso nasconde un’inconfessabile verità e devo ammettere che il padre della nostra quasi-perfetta-olimpionica ha ragione. Il punto, espresso in modo poco diplomatico, è che lei si è sempre allenata senza porsi limiti, senza guardare a cosa facevano (o non facevano, o dov’erano) le altre ragazze. Si è allenata coi più bravi che in questo, come in molti sport, sono spesso uomini (più per la rappresentanza dei i due sessi tra i partecipanti che per strane congiunzioni astrali che tengono lontane per persone che fanno la pipì sedute, mi vien da dire). Ci consoliamo con questo e gli altri ori al femminile, nella speranza che le nostre tante campionesse olimpiche siano fonte d’ispirazione anche per noi, che nel nostro piccolo viviamo la nostra vita “come uomini”, espressione che auspico un giorno venga sostituita da un banale “normalmente”.

Il nemico sbagliato

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Durante le Olimpiadi di Londra centinaia di agenti saranno in missione per l’Inghilterra a scovare i commercianti abusivi ma anche quelli “che si richiamino illegalmente ai Giochi olimpici a spese degli sponsor ufficiali come Adidas, McDonald’s, Coca Cola e British Petroleum” con licenza speciale di elevare multe fino a 20.000 sterline.

I ristoratori non potranno esporre piatti associati all’evento e 800 negozi sono stati diffidati dal servire patatine fritte per assicurare a McDonald’s l’esclusiva sul servizio di fast food.

Ma non basta: le aziende non potranno usare nelle pubblicità le parole “oro”, “argento” e “bronzo” e neppure “estate”, “sponsor”  e “Londra”.

Ora, a qualcuno è già venuto il dubbio che il famigerato libero mercato sia il nemico sbagliato?

Amici gay, con questo snobismo sul calcio non fate neanche più ridere

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Cari amici gay e intellettuali gay,

sbagliate a scrivere e sottolineare dovunque la vostra estraneità alla gioia di tanti milioni di persone per la nazionale di calcio. Sbagliate per tanti motivi, ma il mio, quello che mi spinge a dirvelo in pubblico è che in questi giorni è diventato davvero difficile con molti di voi avere anche un minimo scambio, da vicino o sui social media. Pare che vi sentiate eroi pronti al martirio, dando continuamente ai tifosi degli idioti, dei talebani, dei dementi. Be’ non siete monaci birmani, siete solo fessi. E pure vecchi nelle cose che dite.

Vi elenco senza approfondire i vostri errori, o perlomeno quelli che secondo me sono i vostri errori:

1) Queste polemiche e questi atteggiamenti sono roba vecchia. Si va avanti da 50 anni con questa cazzata, tipica della cultura “de sinistra”, ed ogni volta bisogna spiegare all’intellettuale di turno che il calcio è bello, è una dimensione emotiva della vita ed è un’esperienza liberatoria. E che non c’è niente di male o di “alienante” a gridare gol e vi assicuro che a farlo sono tutte persone consapevoli di se stesse

2) Volete proprio farla la polemica sul fanatismo? Dunque vediamo, va tutto bene nei pride, con i culi al vento e le piume di una moda morta da 25 anni e che serve solo a far guadagnar soldi a pochi imprenditori dell’intrattenimento gayo nostrano?

Va tutto bene nei concerti di MDNA, di cui fate cronache accalorate sui social media e per i quali spendete cifre che fanno offesa alla miseria corrente e che seguite in estasi nelle vostre notti di discoteca? Io avrei molte cose da dire e ridire ma non le dico, non le rilancio perché penso che ognuno abbia diritto alla frivolezza e allo svago come bisogno individuale e sociale. A voi MDNA e noi Balotelli: e voi non siete migliori di noi, e tutti continuiamo ad essere consapevoli dei problemi della società e di quelli personali.

3) Andiamo sulle ferite aperte: non è ignoto a nessuno di voi che l’area dell’omofobia si nutre anche di pregiudizi nei confronti dei gay. Paga davvero tanto  ripetere fino al grottesco atteggiamenti che li rafforzano dentro di noi? Come scrivere a due minuti dalla fine di una partita inutili malignità diffamatorie su quel giocatore che ha scommesso o cazzate sul tatauggio di Balottelli. Voglio dire che ogni volta che guardi dall’alto in basso uno che va alla partita, tu ribadisci lo stereotipo del gay snob, scemo e fuori dal mondo. Bisogna proprio non risparmiarselo questo errore?

4)  Le informazioni che mettete alla base di questo atteggiamento sono in gran parte spazzatura vecchia e scaduta: i cani dell’Ucraina, una balla grande come il mondo con una foto quasi certamente falsa, la polemica sui miliardari e sugli scommettitori. Il moralismo sul calcio è ipocrita, come se lo star system delle vostre icone – da Sir Elton a MDNA – avesse regole di funzionamento diverse. Ma piantatela, moralisti a senso unico. E’ proprio necessario essere così maestrine elementari, così, stavolta sì, talebani, secondo lo schema che va tanto nei social, per cui lo sport è un abbrutimento? Ma davvero? Più di smenare il culo fino alle sei di mattina in disco?

Sappiatelo: lo sport è un’espressione fisica dell’intelligenza umana ed un lavoro superspecializzato. Potreste chiedere ai grandi atleti gay che lo praticano o che lo hanno fatto: da Greg Louganis a Martina Navratilova. Quindi anche sul piano scientifico e culturale, questo atteggiamento verso lo sport è merda (se poi voleste parlare di doping vi proporrei qualche domanda sui muscoli gonfi che si vedono su certe spiagge di settore).

E non mi convince neanche la battuta di Ivan Scalfarotto, fatta ieri sera, per cui ci vorrebbe un centravanti gayo che facesse tanti gol. Ci sono stati e ci sono grandi calciatori gay verso i quali sarebbe utile fare una dura e civile battaglia polemica per il coming out, ma voi ve ne state lontani dal calcio e da lontano fate le smorfie: un po’ non vi si sente e un po’ fate ridere.

Tutto questo detto in amicizia, perché mi dà fastidio che “i miei” siano così fessi

baci a voi

 

Sì, però il pallone è arte in sé

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Sì, Danzica, non morire per…il corridoio, l”attacco alla Polonia (ma era il 1 settembre).

Sì, il 22 giugno: parte l”operazione Barbarossa. L”attacco nazi alla Russia. Ma era proprio oggi.

Sì, la Grecia, cui noi non spezzammo le reni, poco ci mancava che i Greci ci facessero a pezzi, e ci vollero i tedeschi per ammazzarli (qualche storico militare valuta come decisiva sull”esito della guerra la defaillance italiana in Grecia… ho letto ma non ricordo dove).

Sì, la Grecia, incapace di custodire i suoi tesori di storia e arte, soprattutto nelle parole di chi quel patrimonio gliel”ha predato (noi ce lo prediamo da soli).

Sì, la Grecia che come noi stessa faccia stessa razza, stesso sciupìo di pubblici danari e stessa incapacità di autogovernarci. Sporchi, indisciplinati, fumatori.

Sì, il Nord contro il Sud, l”Europa settentrionale contro il mediterraneo, il credito contro il debito. E… “il derby dello spread”, Dio vi perdoni.

Sì Davide e Golia, ma Davide non doveva soldi a Golia così tirò a mano più libera, figurarsi se un ebreo si indebitava con uno con quelle spalle.

Sì, un bel riscatto per la povera Grecia, se… se cosa? La palla è rotonda.

Sentite, è tutto vero. Però adesso prendete la retorica, mettetela nel cesso e tirate la catena della memoria. Una partita di pallone è solo una partita di pallone. 22 ragazzi che provano a superarsi.

Anche perché cinque pasti al giorni li faccio pure io e avrei problemi a rinfacciarli domenica agli inglesi.

Cattivi titolisti, alla larga:  lasciate al pallone la sua sovranità estetica e magica. La storia no, grazie, soprattutto sotto forma di cattiva memoria (C”è qualcosa di trombone e ignorante in tutta questa revivalistica).

 

Immagine: Johann Joachim Winckelmann, dipinto da Anton Raphael Mengs (ca. 1755) – da noi trovato e rubato in Wikipedia

 

 

 

Finisce che tifo contro

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Facciamo che l’Italia, alla fine della fiera, vince gli europei.

Facciamo che si va in strada, si strombazza, si festeggia, qualcuno si ubriaca e qualcun altro si fa un bagno nella fontana del paese.

Però, per pietà, non facciamo che viene fuori la solita storia degli italiani che hanno vinto proprio nell’anno dello scandalo scommesse, degli italiani che si esaltano nelle difficoltà, degli italiani che quando il gioco si fa duro mostrano al mondo di che pasta sono fatti, degli italiani un po’ mascalzoni che ci hanno bisogno di stimoli e via giù per analogia tutto il resto compresi la costituzione più bella del mondo la dieta mediterranea le donne che come sono belle qua non sono belle da nessuna parte il fascino del maschio latino l’inno di Mameli che l’ha cantato pure Cassano si vede dal labiale il bel clima che conta eccome se conta infatti in Svezia i mezzi pubblici funzionano però sono tristi Dante Alighieri la vera storia della pizza margherita Benigni  quando fa caldo bisogna mangiare tanta frutta e quale miglior posto di questo l’italian style l’angelus del papa le repubbliche marinare il made in Italy il mago Zurlì col coro dell’Antoniano che canta il valzer del moscerino.

Per pietà, no.

Altrimenti finisce davvero che tifo contro.

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