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I Cleveland Cavaliers per sempre nella storia NBA

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Tra un’ora c’è la finale NBA”.
Spunta questo in mezzo al flusso di messaggi che si rincorrono la notte di domenica durante la maratona dei risultati elettorali delle amministrative.
Non rispondo, ma quel messaggio mi rimane impresso come un pizzichìo leggero e costante.
Torno a casa, attacco la Tv che quasi ovunque propina programmi speciali dove la fanno da padrone le continue dichiarazioni ed analisi sulle proiezioni e sui primi dati reali, la carrellata solita di dissimulazioni, ritirate, “io l’avevo predetto”, il tutto ornato da facce distrutte e livide da una parte e contente e straentusiaste dall’altra.
Non ci metto troppo ad addormentarmi.
L’indomani mattina scoprirò di essermi perso una delle migliori finali Nba di sempre.

Ricevo e pubblico

“L’amore e la passione per il basket sono qualcosa di difficile da spiegare.
Uno o ce l’ha o non ce l’ha.
Ed è questa passione che ti porta a passare una notte insonne con un gruppo di amici “malati” come te, che in barba al fuso orario si ritrovano a guardare la Gara 7 delle finali NBA 2016 alle 2 di mattina.
E va bene così.

Finali NBA da cardiopalma come non mai. Golden State ci è arrivata battendo nella finale della Western Conference gli Oklahoma City Thunder di Kevin Durant dopo esser andata sotto 3-1, inanellando 3 vittorie di fila e quindi il 4-3 finale. E soprattutto forte del record ineguagliato di 73 partite vinte sulle 82 della Regular Season… parliamo di cifre stellari.

Cleveland del “prescelto” Lebron James, ci arriva dopo una finale della Eastern Conference vinta per 4 – 2 sui Toronto Raptors .. non dico facilmente ma di certo non combattuta come quella della costa Ovest.. e con una Regular season di 57 partite vinte e 25 perse.. ma soprattutto ci arriva con ancora  nella testa il ricordo delle finali dell’anno scorso, dominate da Golden State su una Cleveland decimata dagli infortuni e con un Lebron stravolto in gara 6 per terra dopo il canestro definitivo di Golden State.

Ed eccoci alle finali del 2016.. Golden State avanti di 2 , poi Cleveland vince in casa e siamo 2-1…poi Golden State che vince a Cleveland e siamo 3-1.. sembra fatta per i Warriors e invece.. invece Cleveland comincia finalmente a giocare come una “squadra”, smettendo di cercare incessantemente l’uno contro uno e il gesto spesso inutilmente egoistico del campione.. e allora vince ad Oakland gara 5 e siamo 3-2.. poi torna a Cleveland e vince ancora e siamo 3-3.. ed è gara 7 belli miei.

Tutti pensiamo che Golden State non possa perdere.. compreso me che tifo Lebron e Irving ma voglio dire.. gara 7, casa loro e tutti quei record in Regular Season.. però la birra è fresca e Mauro “ The Bro” ci ha convocato a casa .. non possiamo mancare.

Ed allora comincia la visione di una Gara 7 da far tremare i polsi e soprattutto le coronarie.. una partita che è stata lo specchio del basket che amiamo.

Punto su punto fino alla fine..Golden State che stacca di 8 punti a inizio 3° quarto e tutti pensiamo “è finita ora dilagano” e invece.. Cleveland recupera gli 8 punti ed è parità .. ma Golden State non ci sta.. Curry mette dentro un 3 punti e torna in vantaggio di 5 punti.. ma Cleveland inarca le schiena e li raggiunge e torna avanti di 7 punti .. Golden State si rifà sotto e recupera e fino alle fine testa a testa.. a 4 minuti dalla fine del 4° quarto le squadre sugli 89 pari.. non ce la fanno più, la stanchezza fisica dilaga per entrambe e i tiri sbagliati non si contano.. ma manca poco più di un minuto, la palla arriva a Kyrie Irving che in 10 secondi ci mette tutto quello che ha imparato sui playground e punta Curry.. altro che cuore oltre l’ostacolo.. Irving oltre l’ostacolo ci butta cuore mani e coglioni.. e ha ragione lui.. la palla rimbalza sul parquet Curry cerca di difender come sa fare ma.. ecco che Irving scocca il tiro da 3 punti “in faccia” a Curry che ne è il Re.. strano scherzo del destino .. e Cleveland a quel punto sente che ce la può fare.

Mancano 53 “ al fischio della sirena.. Golden State rimette e la palla arriva sul vertice dell’area da 3 punti a Curry.. che palleggia ma soffre la marcatura di Love ( lo so quello che ho scritto sembra una bestemmia ma è vero LOVE IN QUEST’AZIONE RIESCE ANCHE A DIFENDERE.. COME SE TUTTI I PIANETI DELLA VIA LATTEA SIMULTANEAMENTE SI ALLINEASSERO) , scocca il tiro che però rimbalza sull’asta del cesto e al rimbalzo ovviamente lui, Lebron ..siamo quasi alla fine mancano 17 secondi.. Irving parte dalla sua area con ancora velleità d’attacco..entra nell’area fa per penetrare ma regala a Lebron un’assist che il nostro si prepara a trasformare in schiacciatona quando.. SBAM arriva Green (indomabile fino alla fine e senza ombra di dubbio il migliore dei suoi ) che compie un fallo.. Lebron cade e resta a terra urlando.. sembra si sia seriamente fatto male a un braccio .. attimi di nervosismo, si teme il peggio ma poi alla fine si rialza per i due tiri liberi ( il che fa pensar al buon Riccardo che mai Lebroniano è stato “ me sa che ha fatto finta per guadagnar tempo”.. e potrebbe anche essere ).. ricordo che il punteggio è ancorato sui 92 Cleveland 89 Golden State … Lebron scocca il primo e lo sbaglia.. ma il secondo è dentro.. mancano 10 secondi, la palla arriva a Curry che ne prova uno da 3.. ma non è proprio la sua serata e anche questo rimbalza sull’asta del cesto.. meno 3 2 1 secondo FINE.. con la panchina di Cleveland che esplode e il silenzio della Oracle Arena.. sconfitti in gara 7 in casa propria è qualcosa a cui nessun degli spettatori vuol credere.

E come per liberazione Lebron si sdraia sul parquet e piange.. che ve devo dì.. mi sto immedesimando e anche a me sta per uscire una lacrimuccia.

Ma non c’è tempo per morire..

Ci ricordiamo tutti che domani si va a lavorare.

Va bè daje Cleveland ma mo tengo da I’ a dormì”.

Scatta la ritirata simultanea con pacca sulle spalle all’uscita .. si è visto qualcosa di veramente memorabile.. la prima vittoria nel campionato NBA di Cleveland e la prima volta che nelle finali una squadra sotto di 3-1 rimonta fino a vincere 4-3.

Chiudo consapevole che quello che ho scritto a molti di voi giustamente non dirà un cazzo.. ma per noi 7 è stata una cosa che non scorderemo facilmente.. anzi diciamolo.. mi sa proprio che ce la ricorderemo per sempre.”

Mauro Mantovani

Soundtrack1:’Free At Last’, Al Green

Soundtrack2:’Me and the Devil’, Gil Scott Heron

Soundtrack3:’Cynthy Ruth’, Black Merda

Soundtrack4:’Won’t get fooled again’, The Who

Perché Spalletti ha fatto un favore al Pupone

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Stante quanto dichiarato dall’allenatore della Roma sull’attuale condizione atletica di Francesco Totti, cosa alla quale è ragionevole credere visto che stiamo parlando di un giocatore vicino alla quarantina, lo scherzo peggiore che Spalletti avrebbe potuto confezionare per il Pupone sarebbe stato fargli giocare quattro o cinque partite di fila, esponendolo a qualche brutta figura (e magari a qualche fischio), per poi tirarlo fuori a furor di popolo, con la fronte aggrottata (a lui viene particolarmente bene) di chi dice “io ci ho provato, l’avete visto tutti, ma questo proprio non ce la fa più”.
Sarebbe stata una fine ingloriosa per un calciatore dell’importanza di Totti: una fine che tuttavia avrebbe messo il suo tecnico al riparo sia dalle ingiurie dei tifosi, sia dalle polemiche dei giornalisti.
Invece, come sappiamo, le cose sono andate esattamente nel modo opposto: al Pupone è stata generosamente concessa l’ultima platea, quella di chi può lamentarsi per l’inaudita esclusione del mito, e contestualmente è stata risparmiata l’impietosa rappresentazione del declino sul campo, che nella storia del calcio è toccata in sorte perfino a campioni di livello superiore al suo.
Questo, mi pare, è quanto: al di là della narrazione di queste ore, che pure fa parte del gioco e che mi pare, appunto, un obiettivo pienamente conseguito data la strategia adottata.
Spalletti è un infame, che tuttavia si farà perdonare presto con qualche altra vittoria, e Totti è una leggenda inopinatamente e sciaguratamente messa da parte.
Fossi Totti, insomma, invece di farmi girare gli zebedei ringrazierei il mio allenatore (magari in privato, lasciando che gli appassionati continuino ad accapigliarsi nei bar e sui social network) per aver ricevuto in regalo il finale più dignitoso che fosse possibile immaginare. E perché a Spalletti quel regalo è costato caro.
Sono fortune che non capitano a tutti.

LA SURFISTA AFGHANA (UNA STORIA ESTIVA PER L’INVERNO)

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Qualche anno fa ho vissuto per qualche mese a Fuerteventura, un’isola nell’arcipelago delle Canarie di cui non si può dire molto, se non che abbia l’aspetto di un deserto lunare e che sia di una noia mortale. E’ famosa però per i mondiali di kite e wind surf sulla costa orientale, e per le fantastiche onde della costa occidentale dove giornalmente si incontrano un sacco di surfisti. Boni e bravi. Come solo un surfista può essere.

Non potendo neanche io resistere al fascino di questo mondo, appena si è presentata l’occasione ho fatto un corso di surf. Purtroppo la mia unica esperienza da surfista non contiene un’ appassionata storia d’amore col figo di turno, ma una giornata di fine gennaio in mare, tra onde, tentativi di alzarsi sulla tavola e ricadute, nonchè una settimana intera di dolori muscolari indicibili.
Ne sono uscita vincitrice (moralmente) nel momento in cui sono riuscita a stare cinque secondi sulla tavola. Cinque secondi che mi hanno aperto la mente sul perchè il surf più che uno sport è una droga per chi lo pratica. L’adrenalina che ti da scivolare sull’acqua è inaspettata ed indimenticabile.
Ed e’ lo stesso pensiero che ha avuto Rosa quando è arrivata terza al campionato di surf.
Rosa Amu ha 31 anni, è afghana, è bella, intelligente, e sa ridere con ogni cellula del suo corpo. Figlia di rifugiati politici afghani, è cresciuta in Germania ed è una dottoressa. Ha recentemente sviluppato una passione per la danza del ventre e lo skate. Ma questa è un’altra storia. Prima di questo è stata surfista. Per circa quattro giorni.
La storia di come Rosa sia riuscita in questa impresa è improbabile ed ironica e proprio per questo affascinante. Ed inizia con suo fratello Afridum.
Afridum Amu ha studiato Legge a Berlino ma tramite una borsa di studio ha passato del tempo in Australia dove si è innamorato del surf e ha deciso che il fatto che in Afghanistan non ci fosse il mare, ma che in compenso fosse inondata di guerra, non rappresentava un motivo sufficiente per non dare vita ad una associazione di surf afghano.
Così nel 2012 nasce WRAA: Wave Riders Association of Afghanistan. La prima associazione surfisti della storia dell’Afghanistan. E 82esimo membro dell’Isa, International Surfing Association.
Un po’ come la squadra di bob jamaicana, Afridum e i suoi amici decidono che il WRAA rappresenta un’ottima opportunità per portare il surf in Afghanistan, allo scopo di creare un legame tra i giovani afghani e riportarli a quella che dovrebbe essere la normalità per dei ragazzi: fare sport e divertirsi. E allo stesso tempo dare al mondo un’immagine diversa del loro Paese, rispetto a quella che si è abituati a vedere.

Nel 2015 organizzano un crownfounding e grazie al ricavato riescono ad organizzare il primo campionato afghano di surf ad Ericeira, in Portogallo.
Per partecipare però ci sono alcune regole, tra le quali in numero minimo di partecipanti. Per la categoria uomini devono essere almeno sette, e fin li nessun problema. Per la categoria donne il numero richiesto è di quattro partecipanti. Afridum però ha solo due surfiste professioniste.
Ed è qui che entra in scena la nostra eroina Rosa. Impegnata inizialmente solo nell’organizzazione dell’evento, viene trascinata dal fratello nella squadra, insieme ad un’altra ragazza.
Rosa non è mai stata su una tavola da surf, e il massimo dello sport per lei negli ultimi anni  è stato andare a ballare nel week end a Berlino come tanti altri ragazzi. Ha tre giorni per prepararsi al campionato. Inizia dunque a esercitarsi. E riesce alla fine a stare sulla tavola per alcuni secondi, quei pochi secondi necessari a valerle il terzo posto.
Ed è così  Rosa, quasi senza volerlo, entra nella storia del suo Paese, semplicemente lasciandosi andare agli eventi e alla voglia di divertirsi.
A volte basta questo. Ed un pizzico di fortuna, che in questo caso costituisce la componente divertente della storia: la quarta surfista infatti, non sapeva neanche nuotare.

http://wordpress.wraa.net/

 

 

La marsigliese e il napoletano

in cinema/cultura/mondo/musica/sport/storia by

In condizioni normali Inghilterra-Francia, specie se giocata a Wembley, non è mai una partita banale, anche se è un’amichevole: ieri sera, tuttavia, della partita in se non fregava niente a nessuno (ha vinto l’Inghilterra due a zero, per la cronaca) perché il momento più alto della serata è avvenuto prima ancora che si iniziasse a giocare quando l’intero pubblico di Wembley, in commemorazione dei tragici eventi di Parigi, ha intonato La Marsigliese.

https://www.youtube.com/watch?v=7MLGTTMXsIU

Anche chi, come il sottoscritto, ha un livello di sopportazione della retorica estremamente limitato, non può non riconoscere la potenza di una tale scena. Dove molti inni nazionali sono una mera celebrazione dell’orgoglio, appunto, nazionale, La Marsigliese è da tempo assurta a espressione trasversale di libertà e rifiuto dell’oppressione. Con qualsiasi altro inno quella di ieri sera sarebbe risultata “solo” un’espressione di solidarietà ad una nazione colpita da una tragedia; la Marsigliese la trasforma in una dichiarazione di intenti. La sua potenza è tale da renderne istantaneamente iconico l’utilizzo, come avviene nella Scena (con la S maiuscola) del Film (con la F maiuscola).

Ora, voi penserete che la bellezza della scena risiede, oltre che nella splendida confezione (molti degli attori erano davvero rifugiati in fuga dai nazisti come mi suggerisce il mio Bogartista di fiducia), nella sua implausibilità: chi avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere di fronte ai nazisti? E il motivo per cui voi lo pensate è che non avete il piacere di conoscere il professor Renato Caccioppoli, pianista, matematico, e, occasionalmente, barbone. Quando non contribuiva a dimostrare uno dei teoremi chiave per lo studio delle equazioni differenziali o a gettare le basi per la soluzione del diciannovesimo problema di Hilbert (contribuendo indirettamente a far uscire di testa John Nash), Caccioppoli, tra l’altro nipote di Mikhail Bakunin, era impegnato a prendere per i fondelli il regime fascista. La sua trovata più fantasiosa fu in reazione ad una legge che proibiva agli uomini di andare in giro con cani di piccola taglia (in salvaguardia della virilità del maschio italico): se ne andò in giro per il centro di Napoli con un gallo al guinzaglio.

L’ironia gli venne, tuttavia, a mancare in occasione della visita di Hitler nel 1938: la sera prima dell’arrivo di Mussolini e Hitler a Napoli, Caccioppoli entra nella birreria Löwenbräu con la compagna e paga un sacco di soldi all’orchestra per suonare la Marsigliese di fronte ad un pubblico di gerarchi. Alla fine dell’esecuzione si alza, va al centro del locale e, rivolgendosi a tutti, fa in tempo a dire “Quello che avete sentito è l’inno di un paese libero, l’inno della libertà: la stessa libertà che in questo paese è soffocata e negata da Benito Mussolini, che con il suo alleato tedesco…” prima di venir riempito di manganellate e trascinato via a forza. La famiglia riesce a farlo internare anziché arrestare e, addirittura, a fargli ottenere un pianoforte nella clinica: e Renato Caccioppoli, ufficialmente pazzo, suona la Marsigliese in continuazione, prima da solo, poi con un coro di altri pazzi che la cantano con lui, alla faccia di Mussolini, di Hitler e di tutti i tiranni e gli assassini di questo mondo.

P.S. c’è un’altra scena nella storia del cinema che fa un uso eccellente della Marsigliese: provate a dire che non è una botta anche questa (si, nonostante il grugno di Stallone).

P.P.S. volevo accennare alla citazione dei Beatles in All You Need Is Love ma ve la risparmio per la prossima volta

P.P.P.S. qualche fonte

Cattivi maestri

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In tutta la vicenda dello scontro tra Valentino Rossi e Marc Marquez, che sembra essersi conclusa oggi con il rigetto da parte del Tas del ricorso presentato dal Dottore, solo una cosa è sicura: lo sport professionistico è altamente diseducativo.

Poco importa chi avesse ragione tra i due motociclisti: entrambi si sono resi responsabili di comportamenti estremamente pericolosi, e la diatriba che ne è seguita ha dimostrato ulteriormente quanto questi due campioni fossero lontani dalla realtà – se non addirittura inconsapevoli delle proprie azioni. Nelle piccole risse tra bambini, non insegniamo forse che non ha importanza chi ha iniziato la lotta, chi ha dato il primo morso? Non insegniamo loro ad assumersi le proprie responsabilità, persino a chiedere scusa, indipendentemente da come si sono svolti i fatti? Mi chiedo allora perché quello che sembra essere un principio fondante dei nostri metodi educativi non dovrebbe essere valido anche nella vita adulta, tanto più in un contesto (come quello del motociclismo) dove certi comportamenti possono mettere a repentaglio la vita stessa dei contendenti.

Ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni è stata una presa di posizione da parte di personaggi più o meno noti a favore di Marquez o Rossi, come se la questione potesse essere risolta, il potenziale rischio cancellato, semplicemente entrando a far parte di una fazione piuttosto che un’altra. Sempre usando la metafora dei bambini litiganti, tutto ciò ricorda un gruppo di pre-adolescenti urlanti che fa cerchio attorno agli amichetti rissosi, incitandoli a calciare più forte o a mirare alle parti basse. Al tifo salutare della competizione agonistica si è aggiunto l’incitamento abbietto della rissa da bar.

Quel che è successo nel GP di Malesia è purtroppo solo lo specchio di una situazione di maggiore portata – per quanto nel caso specifico la gravità sia particolarmente accentuata dal rischio incorso dai motociclisti. Siam fin troppo abituati ad assistere in campi, piste e piscine a comportamenti che nella vita reale considereremmo a malapena tollerabili: sputi, offese pesanti, falli pericolosi, sabotaggi pirateschi. Certo, la violenza è una componente imprescindibile dell’attività sportiva, ma in quanto tale dovrebbe essere circoscritta, appunto, al momento agonistico. Il caso Marquez-Rossi mostra invece chiaramente come certe situazioni si trascinino ben al di fuori del circuito (o del campo, della corsia), al punto che sarebbe lecito domandarsi che interesse abbiamo nel sostenere, supportare, personaggi e comportamenti che niente hanno da spartire con le regole base del vivere civile.

Se questo è lo sport che ci meritiamo, preferisco decisamente un mondo pantofolaio.

Purismi sportivi

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Graziaddio non riesco ad appassionarmi al purismo di chi osserva gli altri appassionarsi occasionalmente per qualche successo sportivo. Succede che l’Italia del basket faccia meglio del solito, se ne parli tanto e qualcuno in più la segua, che le ragazze del tennis sorprendano e sui social non ci sia altro. Allora c’è la minoranza – non tanto minoritaria –  di quelli che, sentendosi solitamente più fighi, commentano con l’originale è argutissimo  “oggi tutti esperti di basket/tennis/golf/etc.”. Loro hanno il patentino, in effetti.

Io seguo il calcio, se posso, con devozione. Il tennis mi piace molto, ma non sono altrettanto costante e senza difficoltà ammetto di essere richiamato facilmente dai successi di un/una connazionale. Quindi mi piace parlare di calcio, seguire il tennis, ignorare molto del resto – sopratutto il basket, che veramente due palle. Se non incontro i criteri di purezza minima per parlare di altro che non sia calcio, per piacere, informatemi. Se esiste uno stigma sociale da applicare al calcio, pure (d’altronde giudizi sprezzanti del tipo “22 giovani strapagati in mutande” sono comuni tra i cretini). In definitiva, sono molto curioso di capire come si sta al mondo.

Il Darwinismo sociale e il Chessboxing

in cultura/società/sport by

Nella vita non si finisce mai di imparare e di scoprire. Io, ieri, ad esempio, ho scoperto il Chessboxing.
Per chi non lo conosce il Chessboxing, o scacchipugilato, è una disciplina sportiva mista dove due avversati si affrontano a round alternati di scacchi e di boxe. Viene definito Intellectual Fight Club ed è stato creato nel 2003 da un artista olandese, Iere Rubingh, dopo essersi letto “Froid Équateur” , del cartoonista Enki Bilal . Un anno dopo, nel 2004, nasce il primo Chessboxing Club officiale a Berlino. Eh si, non ci sono solo droghe e techno a Berlino, ma anche questi simpatici mash ups.
Tornando al dunque, ieri sera finisco a questo evento annuale di Chessboxing, che si svolge, ovviamente, in uno spazio espositivo. Certo, una palestra era troppo facile.
Alla “modica” cifra di 20 euro, che fino a qualche anno fa nessuno a Berlino avrebbe speso per qualsivoglia evento, ti ritrovi catapultato ad assistere a questo show, con un pubblico a dir poco variegato, composto di sportivi, hipsters che non hanno capito dove sono, ma tanto fa figo esserci, coatti di periferia tutto muscolo e niente arrosto a supporto dei boxeurs, artisti/fotografi/curatori/blogger/fashion addicted e altri wannabes, tutti vestiti neanche fossero sul tappeto rosso alla Première di un film a Cannes. Li sopporti perché , al di la di tutto, il chessboxing ha la bellezza della poesia e la passione della musica rock, capace di rapire anche chi come me, può combattere con i pupazzi di cartapesta e ha problemi serissimi a vincere una partita di scala quaranta.
Diamo quindi il via allo show. In mezzo al ring è posizionato un tavolo da scacchi. I due contendenti vengono chiamati dal presentatore. Il primo: Pablo, 19 anni di muscoli e arroganza, un Apollo Creed coatto e in vena di menare le mani, che si gonfia e si pavoneggia per il pubblico. Fa quasi tenerezza! Arriva poi il momento del contendente: “Signori e signore, ecco a voi Daniele di Bergamo!”. Daniele ha i capelli rosci, lunghi e lisci tenuti su da una coda bassa, si presenta con una maglietta di Mickey Mouse gialla e una simpatica panzetta della birra. E tu pensi: poverino, ora sono cazzi suoi.
Ma quello che Daniele non possiede in muscoli lo recupera quanto a intelligenza, strategia e concentrazione. Si siede, e inizia a muovere pedine sullo scacchiere a colpi di spazzola. Ha davvero sfiga però. Sta per fare scacco matto quando il tempo scade e si passa all’ incontro di boxe. Tre minuti sono lunghissimi, quando tecnicamente non si sa bene cosa si sta facendo e di fronte hai un pischello con i muscoli scolpiti nel marmo e  voglioso di vincere. Daniele le prende soltanto, le prende tante, a lungo, inizia a gonfiarsi, ma si difende, non molla.  La folla inizia a passare dalle sua parte. I tre lunghissimi minuti terminano e Daniele resiste. Non crolla. Si riposiziona al tavolo ed è scatto matto. Lui è felice come un bambino, e tutti, Hipters che ancora non capiscono dove sono e modelle comprese, sono felici per lui.
Il secondo incontro viene vinto anch’esso alla scacchiera dal pugile che più aveva sofferto in combattimento. Il terzo me lo perdo, mi attende una birra con gli amici, ma 2 su 3 mi sembra un buon risultato per la statistica.
Mentre ero li, infatti, ho pensato a molte cose: al coraggio, alla tenacia, alla costanza di allenarsi, alla capacità di giocare a scacchi, ma soprattutto ho pensato a questo: il Chessboxing è una sorta di metafora contemporanea del darwinismo sociale.
“Presso i selvaggi, i deboli di corpo o di mente vengono presto eliminati, e coloro che sopravvivono presentano solitamente un vigoroso stato di salute. Noi uomini civilizzati, al contrario, facciamo del nostro meglio per ostacolare il processo di eliminazione” scrisse Darwin.
Nella versione meno scientifica e più triviale si asserisce che nella lotta tra la vita e la morte è il più forte a sopravvivere.
La forza, però, non è solo quella fisica. La vera forza è nella mente. Non parlo di furbizia o intelligenza, ma di mente. Quella si che ti salva il culo. Quindi usiamola bene.

Perché non vado più allo stadio

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Per carità, è tutto giustissimo: insulti volgari e pubblici come quelli apparsi sabato scorso sugli striscioni della curva sud, che travalicano il limite della semplice “opinione” per sfociare dritti dritti nella calunnia, non si possono e non si debbono tollerare.
D’altra parte, non è mica giusto che tutti paghino per le gesta di pochi “stronzi idioti“: e paghino salato, ché quando chiudono una curva per colpa di un pugno di scemi nemmeno tutti gli altri abbonati potranno andare a vedere la partita successiva, pur avendo comprato regolarmente l’abbonamento (oltretutto prepagandolo) e pur non avendo esposto non dico uno striscione, ma manco un francobollo; anzi, per dirla tutta non potranno proprio andare allo stadio, visto che risultando già abbonati in un certo settore sarà loro precluso perfino l’estremo rimedio di comprare un altro biglietto (pagando di nuovo) per andarsela a vedere in un posto diverso.
Un daspo in piena regola, quindi, emesso di fatto nei confronti di migliaia di persone che non hanno commesso alcunché: e quindi una curiosa inversione del motto “punirne uno per educarne cento” declinata al contrario, punendone cento per educarne uno, o pochi di più.
Senonché, qualcuno sottolinea che questo è l’unico mezzo possibile per sanzionare quella mondezza, e bisogna ammettere che quel qualcuno non ha torto: o fai così oppure non fai niente, e quindi consenti che persone inermi possano essere allegramente diffamate senza neppure la possibilità di chiedere i danni in tribunale, visto che la diffamazione viene posta in essere da individui indeterminati e indeterminabili.
Ecco, io me lo sono chiesto a lungo, quale fosse la quadra tra questi due estremi: e ho creduto a lungo di non saperla trovare, senza tuttavia accorgermi che era proprio là, davanti ai miei occhi, e anzi che in realtà la stavo già mettendo in pratica da un pezzo.
E’ molto semplice: io allo stadio non ci vado più.
Io non ci vado più, in un posto in cui corro rischio di mischiarmi con quegli “stronzi idioti”, in cui per entrare mi debbono perquisire come se fossi un delinquente, in cui mi tocca stare con le antenne dritte perché non si sa mai, magari scoppia una rissa e trovarcisi dentro senza accorgersene è un attimo.
Non ci vado più, allo stadio, e le partire le guardo con la pay-tv, spendendo pure molto meno: anche se il calcio mi piace tanto, e so fin troppo bene che vederlo dal vivo è tutta un’altra storia.
Sta di fatto che è così: questa mi pare l’unica soluzione plausibile, l’unica ragionevole, l’unica che consente di uscire dalla tagliola della calunnia gratis da una parte e delle punizioni agli innocenti dall’altra. Andarsene, lasciarli puzzare nella loro merda e buonanotte.
Come dite? Se tutti facessero come me il calcio finirebbe?
Non lo so. Non saprei dirlo. Forse sì, forse no.
Del resto, dovesse davvero finire per questo, forse è giusto che finisca.

C’è di che essere Allegri

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Insinuare che Antonio Conte stia rosicando come un branco di castori del Saskatchewan è senza dubbio una supposizione che le persone di una certa classe dovrebbero astenersi dal discutere: ed è per questo che ci sono io. Perché dovrebbe rosicare (covare un profondo sentimento di invidia in termini da non addetti ai lavori) si chiederanno i più ingenui? Perché quando se n’è andato sbattendo la porta dalla Juventus era sinceramente convinto di essere il solo artefice dei tre scudetti di fila: non la rosa né la società, lui solo. Del resto era lo stesso atteggiamento che lo ha portato a litigare con più o meno chiunque negli ultimi tre anni anche quando indagini e squalifiche avrebbero consigliato quantomeno maggiore prudenza e nonostante figuracce in serie in Champions ed Europa League (quest’ultima snobbata nonostante la finale in casa per schierare i titolari contro il Sassuolo): atteggiamento giustificato in nome dell’essere juventino egli stesso e, per questo, molto apprezzato dalla tifoseria.

Orbene, a seguito dell’approdo del nostro sulla panchina della nazionale (con tempistiche peraltro sospettosamente coincidenti con la fine dell’avventura della compagine azzurra al mondiale carioca), il signor Allegri Massimiliano è subentrato sulla rovente panchina circondato dallo scetticismo ove non dall’ostilità: difficile immaginare una scelta più gradita per il nostro, convinto, come molti di noi, delle imminenti sventure in predicato di abbattersi sul malcapitato Allegri e sulla bianconera compagine tutta.

Ecco, otto mesi dopo la Juve ha stravinto lo scudetto, ha asfaltato il Borussia Dortmund agli ottavi di Champions e ha pure beccato il Monaco ai quarti; Allegri ha iniziato giocando come Conte ed ha gradualmente adattato la squadra alle sue idee, ha inserito i nuovi giocatori (Evra, Morata, Pereyra), valorizzato i vecchi (Marchisio) e sopperito a mancanze, in altre circostanze, fondamentali (Barzagli, Asamoah): in soldoni ha portato la Juve ad un livello superiore soprattutto dal punto di vista mentale mentre la concorrenza si disintegrava. E Conte? Conte si fa i dispetti da scuola media con la Juventus, litiga con la Serie A, ospita Lotito nel ritiro della nazionale e si addormenta ogni notte in posizione fetale assaporando il sapore salmastro delle proprie lacrime.

UPDATE 14/05/15: Il buon Max ha appena eliminato il Real Madrid campione in carica e riportato la Juventus in finale di Champions dopo 11 anni. Qualcuno vada a smussare tutte le lame presenti in casa di Conte.

Quell’ansia da prestazione che frega i romanisti

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Fuori da tutti i traguardi. Per la Roma si avvia un nuovo processo interno che spingerà alla fine dell’esperienza di Rudi Garcia. E’ la logica del calcio. Dopo Spalletti, Ranieri, Montella, Luis Enrique e Zdeněk Zeman, il progetto di una Roma finalmente competitor con le altre grandi capitali è ancora solo nei sogni del ristoratore italoamericano James Pallotta che della società sportiva è divenuto proprietario con l’idea di fare le cose in grande. E se per il nuovo stadio la procura capitolina apre di già due fascicoli, gli obiettivi annunciati ad inizio anno sono belli che chiusi.

Eppure la Roma sembra avere tutti gli ingredienti per farcela, e non da oggi.
Ha un nome che da solo rimpingua le entrate del club grazie al marketing turistico e sportivo. Un rosa che spicca, nel calo sconfinato del calcio italiano. Merito del direttore sportivo Walter Sabatini – uno dei migliori, capace di prendersi oggi anche le sue responsabilità – e merito di una gestione che ha saputo investire e giocare anche sul proprio debito.
Da sempre poi gode – come squadra più grande della Capitale d’Italia – della protezione di importanti sostenitori. La sua fondazione si deve al volere del Duce che alla fine degli anni ’20 offre la prima presidenza e un patrimonio da investire al prefetto di Roma. Il primo dei tre scudetti arriva a guerra iniziata. Dopo il fascismo per decenni il più potente tifoso giallorosso è Andreotti che per i colori si spende personalmente arrivando ad usare leggi e finanziarie per agevolare cessioni o, come nel celebre caso di Falcao, la permanenza a Roma. Superata la prima Repubblica sono Massimo D’Alema e Unicredit a prendersi cura della società in momenti difficili.
Poi c’è il pubblico. La quantità dei romanisti ne determina il peso come lettori e come telespettatori. Basta aprire il Corriere dello Sport o guardare Sky per rendersene conto.
Eppure in tutti questi decenni i romanisti hanno vinto relativamente poco. La società è ottava per numero di scudetti in Italia, se si tiene conto di quello del ’42 ed è al 100º posto nella classifica mondiale per club. In Europa vanta una Coppa delle fiere nel 1960.

Ma cos’è che da sempre impedisce alla Roma di entrare in modo consolidato nel giro delle grandi? La vicenda di quest’anno deve far riflettere su una delle possibili risposte. Una di quelle che non si possono scrivere sui giornali.
Si perché il principale problema della Roma è una disfunzione comportamentale del suo tifo e del suo ambiente. E’ l’ostentazione romanesca ‘de esse li meno’, sempre e comunque, spacconi e arroganti come la maschera di Rugantino. Su questo c’è autocompiacimento, tanto teatro e un’intera letteratura, film e fiction con Amendola. Quando poi capitano periodi di crisi, battute d’arresto, fallimenti, i tifosi non infrangono le loro speranze, ma molto di più: le proprie sicurezze.
Basta rileggere e riascoltare quanto ripetuto ovunque in questi mesi. La lotta scudetto era un ‘campionato a parte con la Juve’ e l’allenatore Garcia – furbo a cogliere il clima romanista – si lanciava certo col tricolore al petto il prossimo anno. Della Champions League poi non ne parliamo: il telecronista RAI di fede giallorosa, al debutto nella massima competizione europea si è spinto a chiedere agli ascoltatori se fosse mancata più la Champions alla Roma o più la Roma alla Champions. Ed infine la Coppa Italia, trofeo minore ma valido, da vincere si diceva, per gridare addirittura al ‘triplete’ e puntare sulla maglia la stella rimasta in sospeso due anni fa.

Tutto è crollato il 21 ottobre con la sconfitta in casa per 7 a 1 con il Bayern Monaco. L’ansia è andata alle stelle, la paura di non farcela, di non essere all’altezza delle storie canzonate. Il nodo-Marione, capo-opinionista e presentatore radiofonico, era stato chiaro: “dopo la sconfitta nel derby di coppa italia con la Lazio, solo la vittoria dello scudetto e la retrocessione in serie b della Lazio potranno mai compensare un simile affronto”. Si perché poi nel quadro i cugini laziali sono speculari all’autoritratto, sempre poveri e sfigati. E il 26 maggio quella finale è stato un disonore assoluto.

Nei primi turni di campionato tutto va per il meglio per la squadra di Totti. La Lazio retta prevalentemente da giovani promesse e un nuovo mister fatica anche solo a pareggiare. Nei primi mesi sembrava che la storia del Marione la si potesse almeno raccontare per buona parte del campionato.
Poi quel fatidico 21 ottobre all’Olimpico. Prendere 7 goal in casa nella partita-verità, la verità te la fa capire proprio bene. Una catastrofe tennistica del genere può accadere solo se si vive in un mondo a parte dove ci si crede a livello del Bayern e lo si affronta a viso aperto, alla pari. Svelate al mondo le effettive unità di grandezza, l’eccitazione si è smontata e non si è più ripresa. L’ansia fa brutti scherzi.
I tifosi oggi non ci stanno. Prima contestano la squadra a modo loro: ‘Avete perso con ‘na squadra de carcinacci’ (la Samp di Mihalovic, rivelazione dell’anno), ‘Co ‘na squadra inguardabile’ (la Fiorentina, tra le più in forma in campionato). Poi svuotano lo stadio: se ne vanno. Non possono vedere la loro Roma sconfitta. Ieri con la Fiorentina dopo 30 minuti di gioco.
Chi tra i romanisti non grida al complotto juventino o internazionale, in buona parte di calcio non se ne occuperà più fino a quando tornerà ad esibirsi in una nuova vittoria certa quanto futura.
Se Pallotta vuole fare della Roma una squadra internazionale, deve affidare il dopo-Totti a personalità che sappiano creare un contrappeso di realtà e umiltà con l’ambiente-Roma, capaci di far sognare, sperare, senza cadere mai nella lusinga al Rugatino romanista, che se non sa perdere non sa neppure vincere.

Quand’è che il calcio è diventato tabù?

in società/sport by

Mai come in questo periodo mi rendo conto che il calcio, o la fede calcistica, o l’appartenenza a un gruppo di persone che tifa per la stessa squadra sia diventato un argomento delicato quanto il denigrare l’altrui religione.

Non mi credete? Provate solo a esprimere un’opinione contraria al giuoco del calcio, o ai tifosi, o al tifo in generale: vi daranno degli “spocchiosi antipatici”, vi diranno che non conoscete l’argomento e che dovete stare zitti, che non capite un cazzo, perché si sentiranno considerate delle persone poco intelligenti, con un passatempo popolare, poco colto, o che so io.

È vero: spesso noialtri su questo argomento siamo prevenuti, o generalizziamo; e i media, i mezzi di informazione non ci aiutano: a detta loro i tifosi sarebbero tutti personaggi fuggiti da asili mentali che si sfogano sulle opere d’arte cittadine in nome del pallone.

Ma non vi stiamo giudicando. Solo non ci piace il gioco, non lo comprendiamo; o magari ci piace il gioco, ci appassiona, ma non capiamo il perché dei cori, dell’ansia, dello stare male se una squadra perde; o magari ci piacciono i cori, ci mettiamo a piangere se perdiamo lo scudetto, ma non capiamo perché cazzo vi dovete accoltellare o dovete devastare luoghi e persone.

Solo una cosa: uno sport non può essere intoccabile. Non discutiamo la vostra fede, non vi sentite chiamati in causa, ma lasciateci dire “Mi fa schifo” senza che entri in gioco il cameratismo fra tifosi contro ‘sti poracci che non capiscono nulla della vita e che si sentono migliori degli altri.

Chiediamocelo: può questo davvero diventare un argomento sul quale non si può aprire bocca senza essere tacciati di spocchia o senza qualcuno che ti dica “Ti senti tanto superiore, vero?”

Non è mica giusto, eh. Io mica mi sento superiore. Però vorrei poter dire che mi piace molto il gioco ma non mi piace l’ansia, la tensione, gli accoltellamenti, i cori, l’attaccamento morboso ai colori, senza che ci sia una massa di gente che mi minacci di morte.

È possibile?

Perchè odiate la Juve

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Bisognerà prima o poi rassegnarsi ad un dato di fatto ormai appurato e cristallizzatosi nella consuetudine sociale italiota, e cioè che in Italia esistono solamente due tifoserie calcistiche: quelli che tifano Juventus e gli Antijuventini. Quest’ultimi, poi, per dissimulare tale complesso di subalternità assoluta, scelgono altre squadre come maschere del proprio odio, in base all’appartenenza cittadina, a pressioni amicali, per vincoli familiari, o perché una determinata squadra in quel momento gli sta simpatica. Ma è un tifo artificiale, non spontaneo. La felicità per una loro vittoria sarà sempre secondaria rispetto alla voluttà che proveranno per una sconfitta o un insuccesso della squadra bianconera. Loro prima guardano cosa ha fatto la Juve e poi controllano il risultato della loro squadra, o, tutt’al più, seguono contestualmente entrambe le partite. La loro gioia è basata sulla sconfitta degli altri. Sono pienamente ed incurabilmente accecati da questa attitudine.

Il tifo già di per se è una leggera patologia.  Rappresenta quel “fenomeno sociale per cui un individuo o un gruppo di individui si impegnano a sostenere con vivo entusiasmo la vittoria di un concorrente o di una squadra in una disciplina sportiva. L’accezione sportiva del termine è in accordo con quella clinica, dal greco antico typhos che sta per febbre, forte accesso febbrile.” E la febbre, appunto, è quello “stato patologico temporaneo che comporta un’alterazione del sistema di termoregolazione ipotalamica e una conseguente elevazione della temperatura corporea al di sopra del valore considerato normale.” Quindi, se già il solo tifare è un fenomeno patologico, immaginiamoci quanto male possa fare il tifare contro.

La base fondante del “tifare contro” è la necessaria costruzione di un nemico che faccia da collante per quel senso di appartenenza e di amalgama tra gruppi ed individui che altrimenti non avrebbero altre ragioni per considerarsi uniti. Tutte quelle scenografie, quei cori, le bandiere, sono tutti simboli secondari, perché la soddisfazione primaria che cova segreta nel cuore di quelle tifoserie è l’odio per la Juventus. Sono ossessionati dai colori bianconeri. Naturalmente con le dovute eccezioni, non bisogna mai generalizzare. Ma i tifosi veramente onesti delle squadre antijuve sanno benissimo che la maggioranza dei loro simili in realtà tifa essenzialmente contro la compagine bianconera. E’ proprio odio. Quanti tifosi romanisti avrebbero voluto vedere durante l’ultima Juve/Roma i loro eroi scagliarsi manescamente contro i giocatori della juve come è accaduto l’altra sera in Serbia/Albania? Almeno l’80%.

Il portiere della Roma De Santis qualche giorno fa ha rilasciato queste parole contro l’ambiente bianconero: ”’Vincere non è importante: è l’unica cosa che conta’. Dovrebbero aggiungere: ‘E non ci interessa tanto come'”. Ma De Santis, questo paladino della giustizia sportiva, ottimo portiere, che ha giocato nella Juve per due stagioni (1997/1999) disputando solamente 4 gare, dov’era quando l’anno scorso in coppa Italia è stato annullato, in base ad un errore umano, un gol regolarissimo alla Juve che ne ha di fatto sentenziato l’eliminazione a vantaggio dell’As Roma che passava il turno immeritatamente? Qualcuno dell’As Roma, visto che ci tengono così tanto alla giustizia ed alla lealtà, nel dopo gara ha detto che hanno passato il turno immeritatamente grazie ad un errore arbitrale? Il Corriere dello Sport, che ha lanciato da settimane una campagna d’odio per vendere qualche copia in più, uscì all’epoca con qualche titolone indignato, o fece finta di niente?

Per la cronaca ricordiamo che l’As Roma venne eliminata in semifinale, che la finale fu Fiorentina Napoli e che prima di tale partita un ultras dell’AS Roma uccise a colpi di pistola un tifoso del Napoli.

Guardate questo video:

Camera 712 del Grand Hotel Marriot di Mosca, 11 maggio 1999. E’ la vigilia della finale di Coppa Uefa, il giorno dopo il Parma vincerà il trofeo europeo battendo 3 a 0 il Marsiglia. Cosa sarebbe successo se un video simile avesse avuto come protagonista qualche giocatore juventino? Il finimondo, sarebbero caduti almeno tre governi. Subito si dirà: “Eccolo, ci sta Cannavaro, il capitano della Juve di Capello”. Lo diranno anche quei tifosi del Napoli e dell’Inter che però quando Cannavaro giocava con loro era un idolo puro e lindo da difendere con i denti.

A questo punto del ragionamento senza sapere più a che appigliarsi sentenzieranno: “Ladri. La juve infatti in campo europeo non ha mai vinto niente perché non è mai riuscita a corrompere gli arbitri.” A parte che la tesi in sé è di una banalità patetica sesquipedale. Ma questi scienziati non sanno che “la juventus è la prima squadra ad aver vinto tutte le competizioni ufficiali UEFA, è la squadra, assieme a siviglia, liverpool e inter, ad aver vinto più coppe UEFA e, limitandosi alla coppa campioni/champions league, ha disputato ben sette finali, vincendone però solo due. La Juventus inoltre ha disputato 43 partite in turni di champions consecutivi (record), dal 13 settembre 1995 al 21 aprile 1999, avendo disputato tre finali consecutive (record) ed essendosi fermata alle semifinali il quarto anno”. ( cit. commento qui ).

Il tifo in sé è già qualcosa di simile ad una patologia a bassa intensità, ma impossibile farne a meno in un contesto dove le vittorie e le prestazioni delle proprie squadre rappresentano quel giusto sfogo ed alienazione rigenerante dalla routine di tutti i giorni. Le “problematiche cliniche” esplodono con quelli che tifano contro, che in Italia, calcisticamente parlando, sono all’80 % quasi tutti antijuventini. Odiano la juve perché vorrebbero che la loro squadra fosse vincente come quella torinese e loro stessi vorrebbero essere come i tifosi bianconeri. Gli allenatori che ne parlano male lo fanno solamente perché avvelenati dal non essere riusciti a sedersi su quella panchina leggendaria. Idem per i calciatori che mai sono stati presi in considerazione o che sanno di non possedere le qualità professionali per affermarsi in un’esperienza del genere. Si odia sempre qualcosa che segretamente si ama e si desidera. Un’amante che vi ha abbandonati o che vi ha rifiutato, un amore irraggiungibile o quelli che sono riusciti a raggiungerlo. E’ molto semplicemente una questione di invidia ( calcisticamente parlando, ovvio).

L’invidia è definibile come il dolore psicologico dovuto alla constatazione della propria inferiorità nei confronti di un’altra persona. L’intollerabilità di questa constatazione e la conseguente difficoltà ad accettare il proprio limite rappresenta il caratteristico morso con cui essa si manifesta. La denigrazione è la manifestazione più caratteristica e frequente, ne rappresenta l’evoluzione maligna e si palesa attraverso il tentativo di abbassare la persona percepita come migliore di sé per qualche aspetto. Attraverso la denigrazione, la persona invidiosa si illude di salvare la stima di sé, negando un proprio limite e una propria inferiorità.

E’ quello che accade quando esplode il viscerale accanimento antijuve. Si avvelenano l’anima ed il cervello.

Quindi, infine, possiamo concludere dicendo che Tifare contro fa male alla salute e che chi lo fa (naturalmente ce ne sono anche tra gli juventini) altro non è che un invidioso.

Soundtrack1:’Prima della caduta’, Santo Niente

Soundtrack2:’Adrone’, Black Market Karma

Soundtrack3:’Citadel’, The Fligth Reaction

Film1:’Le quattro volte’, Michelangelo Frammartino

Film2:’Corpo celeste’, Alice Rohrwacher

Film3:’Vegas’, Gunnar Vikene

Il vittimismo dell’ As Roma

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Dopo Roma – Juve, tutta la tifoseria romanista raggiunge sempre i soliti provinciali livelli di sudditanza antropologica (sportiva, sia chiaro) nei confronti di una piazza calcistica abituata a vincere e quindi ad accettare ed elaborare con più “serenità” gli errori umani degli arbitri, che a volte ti sono favorevoli ed a volte contrari. Quelli della Roma invece non ci stanno e gridano all’ingiustizia, ai complotti, alle partite truccate dagli arbitri. Totti ieri diceva che “ La Juve dovrebbe fare un campionato a parte perché tanto, con le buone o con le cattive, vince sempre (…)Sono tre episodi che hanno condizionato la gara e sono tutte e tre decisioni sbagliate”.

Quando li senti parlare, quasi godono nella parte di vittime delle ingiustizie arbitrali. Si indignano e si avvelenano l’anima, loro sfortunati ed eroici, battuti solamente perché gli altri sono ladri ed imbroglioni. Addirittura oggi esponenti politici hanno annunciato l’intenzione di presentare un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Economia ed un esposto alla Consob dopo la partita di ieri. “Ricordo che Roma e Juventus sono società quotate in Borsa, e quindi gli incredibili errori arbitrali (oltre a falsare il campionato e minare la credibilità del paese) incidono anche sugli andamenti della quotazioni borsistiche”, ha detto Miccoli del Pd. Gli fa eco Rampelli di Fratelli d’Italia: “Stamane presento un’interrogazione parlamentare su Juventus-Roma e sul comportamento dell’arbitro Rocchi che avrebbe potuto e potrebbe far scaturire incidenti dalle conseguenze incalcolabili. A tutto c’è un limite. Gli italiani pagano fior di quattrini per il campionato di calcio e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Delrio, che detiene la delega allo sport, ha il dovere di spiegarci come intenda garantire risultati ottenuti per esclusivi meriti sportivi”.

Ma tutti questi qua, Totti, Miccoli, Rampelli, difensori della lealtà sportiva, martiri della giustizia calcistica, garanti dei diritti degli azionisti e degli andamenti borsistici, censori dei comportamenti inadeguati dell’arbitro Rocchi dai quali potrebbero scaturire fenomeni e comportamenti violenti, dov’erano e cosa dicevano quando accadeva questo:

 

e questo

 

e ancora questo

 

Sarebbe stato bello, che so, l’anno scorso, ad es., dopo Inter – Roma quando venne dato un rigore fuori area a Gervinho, o dopo Roma – Napoli con il rigore inesistente dato a Borriello, o dopo l’arbitraggio sfortunato di Fiorentina – Roma, vedere Garcia fare le sviolinate, o sentire, a fine gara, una bella dichiarazione di Totti tipo: “Sono episodi a nostro favore che hanno condizionato la gara e sono tutte decisioni sbagliate”. No, quando gli va bene loro stanno zitti. Senza capire, e non ci arriveranno mai per una questione proprio di antropologia calcistica cimentata da quasi un secolo di paranoia, che questa attitudine vittimistica è la loro principale rovina. Forse un alibi che li protegge nelle stagioni no alle quali i romanisti sono abituati (il famoso “Mai na’ gioia” nasce nelle radio romane).Forse il dire incazzati che gli altri sono ladri li fa stare bene, o li fa considerare una “comunità” che poi quando la squadra va male partono in 10mila per Trigoria a mettere pressioni esasperate che non poche volte hanno messo ulteriormente in difficoltà calciatori, allenatori e società tutta.

In effetti, comunque, continuate a fare così. Se la cosa vi fa stare bene, incazzatevi pure e dite che gli altri sono ladri. Qualora, invece, un giorno prenderete coscienza della “sindrome della vittima”, ricordatevi che essenzialmente è uno squilibrio al sesto chakra.

Soundtrack1:’Black Sabbath’, Paris 1970 Live Full Concert

 

Rigori elettorali

in sport by

Voi adesso obietterete che parlo così perché sono della Lazio: però, abbiate pazienza, argomentare che siccome Juventus e Roma sono quotate in borsa, e stante il fatto che le sorti dei rispettivi titoli dipendono anche dai risultati sportivi, nelle partite che vedono impegnate queste due squadre (e già che ci siamo anche la stessa Lazio, che in effetti è il terzo club italiano quotato a Piazza Affari) è necessario abrogare gli errori degli arbitri, e non contenti sostenere questa suggestiva battaglia a tutela dei risparmiatori presentando un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Economia e un esposto alla Consob, rappresenta una delle alzate d’ingegno più fantasmagoriche che sia dato immaginare.
Fantasmagoriche, dico, perché convincersi di poter eliminare per via parlamentare gli errori umani è un po’ come cercare di impedire per legge che piova, o voler scongiurare le eruzioni vulcaniche mediante decreto: tempo perso, sprecato, buttato.
Casomai, sarebbe il caso di chiedersi se sia ragionevole che un’attività come il calcio, intrinsecamente sottoposta in misura assai cospicua non soltanto agli errori umani, ma anche all’approssimazione e al caso, venga svolta da società quotate in borsa, con tutto ciò che può conseguirne (e che in effetti, puntualmente, ne consegue) a livello di oscillazioni dei titoli.
Dopodiché, lasciando da parte queste considerazioni che appaiono scontate per quanto sono lapalissiane, il sospetto che mi viene è un altro: non è, dico per dire, che per un politico, la cui carriera è legata in modo indissolubile al consenso, cavalcare il disappunto popolare dopo una partita disgraziata (o “rubata”, come usa dire in questi casi) portando quel disappunto nientepopodimeno che in parlamento rappresenta una tentazione così ghiotta da non poter fare a meno di cederle?
Intendiamoci: la mia non è che un’ipotesi. Magari più fantasiosa dell’interrogazione in questione.
Però una cosa mi pare certa: tra qualche giorno, probabilmente, di quell’interrogazione non si avrà più alcuna memoria; mentre il suo autore resterà un beniamino nell’immaginario collettivo dei tifosi romanisti per molto, molto tempo.
Al di là delle congetture, questo mi sembra un fatto.

Cosmin Moți e noi

in sport/storia by

Sovente mi capita di partecipare a discussioni il cui tema è l’evoluzione del giuoco del calcio. Dato il tono di queste discussioni, più che dell’evoluzione si discute di una presunta involuzione. Tipicamente, c’è sempre un interlocutore che rimpiange “il calcio di una volta”, “le partite tutte alle 3 di pomeriggio”, “i calciatori che non erano milionari”, “i vecchi valori”.

Che negli ultimi 20 anni ci sia stata una lenta trasformazione del giuoco del calcio è fuor di dubbio. Non voglio annoiarvi analizzando gli eventi o le persone che l’hanno favorita: vi mostro soltanto un piccolo particolare, che secondo me racchiude dentro di sé tutto un mondo.

Questa che vedete sotto è una foto tratta dalla premiazione della Coppa delle Coppe 1992-1993, vinta dal mitico Parma di Nevio Scala.

Esatto, QUEL Parma: Taffarel, Benarrivo, Apolloni, Minotti, Grun, Di Chiara, Osio, Zoratto, Pin (Cuoghi), Melli (Brolin), Asprilla.
Esatto, QUEL Parma: Taffarel, Benarrivo, Apolloni, Minotti, Grun, Di Chiara, Osio, Zoratto, Pin (Cuoghi), Melli (Brolin), Asprilla.

Guardate bene questa foto. Fateci caso, sembrano i festeggiamenti che potremmo fare noi persone normali vincendo un trofeo di quartiere. Non ci sono fuochi artificiali e festoni colorati coi colori della squadra che ha vinto, non c’è una pedana con su scritto il nome della manifestazione, i calciatori sono messi un po’ a caso, mescolati con i massaggiatori, i dirigenti e qualche passante. Ah, e purtroppo non c’è nemmeno più la Coppa delle Coppe, abolita nel 1999.

È ciò che pensavo durante il Mondiale giocato in Brasile: gli stadi sembravano quelli di un videogioco, di Fifa 2014 o di Pro Evolution Soccer 2014: non c’erano striscioni, gli spettatori stavano quasi sempre composti e seduti, era tutto così preciso, ordinato. Niente emiro pazzo o difensori a cui non sono state spiegate le regole. Sembrava quasi una parata nazista. E difatti, a riprova che tutto è stato ormai codificato, durante la finale del Mondiale si è proceduto alla assolutamente ridicola premiazione del “Miglior Giocatore del Mondiale”, titolo vinto da Leo Messi. Cioè quel Leo Messi che pochi minuti prima aveva visto sfumare non solo la vittoria del Mondiale della sua Argentina grazie al gol di Götze, ma anche (e forse soprattutto) la sua personalissima ascesa al trono di Miglior Calciatore di Tutti i Tempi, trono ancora saldamente nelle mani di Diego Armando Maradona, grazie anche a quel mondiale del 1986 in Messico, vinto praticamente da solo e condito da due dei gesti più geniali di sempre, peraltro effettuati nella stessa partita: la Mano de Dios e il Gol del Secolo. Messi, invece, all’ennesimo Mondiale, ha fallito ciò che tutti gli chiedevano: portare l’Argentina alla vittoria grazie ai gol pazzeschi che però purtroppo di solito fa con l’Almeria o con la Real Sociedad. Ciononostante, mentre i tedeschi festeggiavano, un cupissimo Messi ha dovuto ritirare quel premio e persino abbozzare un sorriso. Kafka da lassù lo guardava con affetto.

Quindi, come dire: amici che pensate che le percentuali di spettacolo e sport nel calcio si siano via via sbilanciate in favore dello spettacolo, beh, non posso certo darvi torto. Sarebbe da cretini non ammettere ciò, in un Paese che fa giocare una partita della propria Serie A alle 12.30 in modo da poterla trasmettere, grazie al fuso orario, in prima serata alle 20.30 nel Sud Est Asiatico.

Detto tutto questo, però, va rilevata anche un’altra cosa. Che il calcio, per quanto si voglia normarlo, standardizzarlo, twittarlo, renderlo un prodotto vendibile e tutte quelle altre diavolerie che piacciono a Caressa, resta sempre uno sport. Resta sempre un gioco che simula una battaglia, e a volte, ancora oggi, alcune battaglie si risolvono nelle maniere più strane, casuali, incredibili.

Ieri sera, durante il turno di qualficazione alla UEFA Champions League 2014/2015, a Sofia si sono incontrate il Ludogorets, squadra bulgara, e la Steaua Bucarest, squadra rumena. La partita di andata, tenutasi la scorsa settimana in Romania, terminò 1-0 in favore della Steaua Bucarest. Quindi al Ludogorets, per passare il turno, sarebbe servita una vittoria con almeno due gol di scarto. O con un gol (ma senza subirne) per andare ai supplementari ed eventualmente ai rigori.

La partita è stata una battaglia nervosissima che ha costretto l’arbitro ad estrarre ben 10 volte il cartellino giallo, ma fino al 90′  è rimasta ferma sullo 0-0. La Steaua Bucarest ormai intravedeva la qualificazione, quando il brasiliano Wanderson Cristaldo Farias ha fatto scoccare il tiro decisivo che ha portato il Ludogorets sull’1-0, regalando alla squadra bulgara la possibilità di giocarsi ancora la qualificazione durante i tempi supplementari. Fin qui, episodi di questo tipo, sebbene rari, sono quasi dei classici: basti pensare alle finali di UEFA Champions League del 1999 o dell’anno scorso.

I supplementari, come spesso capita, sono stati una ulteriore guerra di nervi tra le due squadre, fino ad un episodio molto importante: al 119′ minuto, a un solo minuto dai calci di rigore, il portiere del Ludogorets, Vladislav Stojanov, viene espulso per un’uscita a valanga sull’attaccante avversario. Il problema per il Ludogorets era che aveva terminato le sostituzioni a sua disposizione, pertanto, non potendo giocare senza portiere, ha dovuto dirottare in porta un calciatore che di solito occupa un altro ruolo. Quel calciatore è il difensore Cosmin Moți. Ironia della sorte, Cosmin Moți è rumeno. Come la Steaua Bucarest. Cosmin Moți è l’unico rumeno che gioca nel Ludogorets. Inoltre, ha giocato per sette anni (inframmezzati da quattro mesi al Siena, tra l’altro) nella Dinamo Bucarest, l’acerrima rivale della Steaua Bucarest. Per capirci: è un po’ come se la Lazio dovesse giocare contro una oscura squadra svizzera che schiera però (per caso) Francesco Totti o Daniele De Rossi in porta.

Moți ha indossato la maglia numero 91 del secondo portiere Ivan Čvorović (e già qui, in un mondo in cui ci sono i numeri fissi e i nomi sulle maglie, vedere un calciatore con la maglia di un altro compagno è un gustosissimo ingranaggio che si inceppa in quel fantastico macchinario scintillante che è il calcio moderno), non si è perso d’animo, e ha portato a termine i tempi supplementari.

E i rigori? Probabilmente i giocatori della Steaua Bucarest già pregustavano una facile vittoria, pensando che un difensore non avrebbe mai e poi mai potuto essere all’altezza di un portiere. Evidentemente non sapevano nulla di Bilica e di Shevchenko. Moți però, a differenza di Bilica, non ha neutralizzato un rigore a fine partita, peraltro ininfluente ai fini del risultato (il rigore fu tirato sul 3-0 per il Milan).

Cosmin Moți, investito della responsabilità probabilmente più grande della sua intera carriera, ma, beffardamente non connessa a ciò di cui si occupa abitualmente (fare il difensore), decide di trasfigurarsi. E, così come il mitologico Ricardo di Euro 2004, decide persino di prendersi la responsabilità di tirarlo, un rigore. Moți ha infatti tirato il primo rigore della serie per il Ludogorets, e l’ha segnato.

Poi si è accomodato in porta. Secondo rigore. Invece di stare fermo come pensavano i calciatori dello Steaua, Moți si è buttato. Non solo, ha anche intuito il lato della porta in cui il pallone si è insaccato. A quel punto, terzo rigore: Wanderson, l’eroe che aveva portato il Ludogorets sull’1-0, sbaglia. La situazione in quel momento per il Ludogorets era a dir poco disperata: sotto di un gol e con un difensore al posto del portiere. E invece, Cosmin Moți, fa il capolavoro: para il quarto rigore, e rimette in gioco la sua squadra. Ed ha anche cominciato a fare il fesso, ballando sulla linea di porta, come il Dudek dei tempi d’oro. Da qui in poi, nessuno ha più sbagliato un rigore.

Fino al quattordicesimo rigore, quarto della serie a oltranza. Sul dischetto, per la Steaua Bucarest, si è presentato Cornel Râpă. E ha sbagliato. O meglio: Cosmin Moți ha parato anche questo rigore. Terminando la serie ad oltranza, e portando per la prima volta nella sua storia il Ludogorets alle fasi a gironi della UEFA Champions League.

Ricapitoliamo: sei l’unico rumeno in una squadra bulgara, giochi contro la squadra rumena di cui sei stato nemico giurato per sette anni, ti mettono in porta anche se non è il tuo ruolo, segni un rigore, ne pari due, e porti la tua squadra per la prima volta nella sua storia in UEFA Champions League. E hai pure giocato sei mesi nel Siena, per la gioia di noi appassionati di calcio italiani.

Ecco, davanti a tutto questo, penso possiate capire come sia possibile che, nonostante Blatter, nonostante Platini, nonostante mille divieti (non si può più esultare come Ravanelli o andare in giro con monili d’oro -e la faccia da parcheggiatore abusivo- di Hristo Stoichkov), nonostante il fatto che ormai metà delle inquadrature durante le partite trasmesse in tv siano primi piani dei calciatori o suggestive panoramiche dello stadio ripreso dall’elicottero, nonostante tutto questo, ci sarà sempre un nutrito gruppo di persone (di cui fieramente faccio parte) che amerà il giuoco del calcio. Perché questo gruppo di persone sa che, prima o poi, apparirà un Cosmin Moți a ricordarci cosa sia davvero il bello del calcio, come ci ha spiegato Chris Piersonqualche momento sublime, molti episodi ridicoli, e tutto ciò che sta nel mezzo tra i due opposti. 

Nel calcio il superfluo non è necessario

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Racconta Josè Mourinho:“(…)Andammo a Kazan per la Champions League ed in quella partita avevo tutti gli attaccanti infortunati, non c’era Milito, non c’era Eto’o… ero davvero nei guai e Balotelli era l’unico attaccante. Mario prende un cartellino giallo al minuto 42-43. Così quando siamo tornati negli spogliatoi nell’intervallo ho passato 14 dei 15 minuti a parlare solo con Mario. Mario, non posso sostituirti, non ho cambi, non ho attaccanti in panchina. Non toccare nessuno, gioca solo con il pallone, quando perdiamo palla nessuna reazione… se qualcuno ti provoca nessuna reazione… se l’arbitro fa un errore nessuna reazione.. Mario per favore.. Primo minuto secondo tempo: Balotelli espulso.”

Poi qua troviamo Balotelli che litiga con Boban e marocchi. Qua butta a terra la maglia della propria squadra con la quale giocava dalle giovanili. Qui simula ed insulta l’arbitro. Qui altra simulazione. Qui guardate che combina con Felipe Melo facendo scoppiare una rissa furibonda in campo. Qua abbiamo Balotelli in Ferrari a Gallarate che sgomma in piena notte.  Balotelli sfascia la sua Audi R8 modello speciale e poi una Maserati. Balotelli va a Scampia dove spaccia per scherzo. Balotelli e la Fico. Balotelli che riconosce la figlia della Fico. Balotelli ha una nuova fidanzata. Balotelli ha chiesto alla nuova fidanzata di sposarlo. L’infanzia di Balotelli. “La concorrente del Gf2014, molto conosciuta nei più cool locali milanesi, ha dichiarato, nella nottata tra il 15 e il 16 marzo, di aver tradito il centrocampista dell’Inter Saphir Taider facendo sesso a quattro con i due fratelli Balotelli ed un’amica. I fatti risalirebbero ad una settimana prima dell’ingresso nella casa del Gf” E si potrebbe andare avanti per ore. Molte cose saranno vere, altre false, altre mere forzature mediatiche.

C’è qualcosa di male in tutto ciò? Assolutamente no. Il problema è Balotelli? No. Ognuno può e deve fare sempre tutto ciò che vuole. Se giochi a calcio, però, tutta sta roba, forse e nemmeno tanto, la puoi reggere, che ne so, solo se sei George Best o Maradona. La colpa dell’eliminazione del mondiale è sua? No. La squadra non brillava per campioni e fuoriclasse. Ma caricare Balotelli di tutta questa attenzione ed attesa, è stata una scelta sensata? E perché è successo?

Prandelli, dimettendosi, ha dichiarato che il suo progetto tecnico è fallito e che tale progetto era incentrato su un giocatore in particolare: Balotelli. Balotelli come se fosse Van Basten. Nessuna nazionale ha mai avuto un progetto tecnico basato su un giocatore solo. Nemmeno quando ci stavano Meazza, Baggio, Vialli, Rivera, Totti, Del Piero. Forse nemmeno l’Argentina di Maradona si è permessa una roba simile. Nemmeno  quelle pippe degli svedesi adesso che hanno Ibra incentrano su di lui un progetto tecnico. Balotelli si. E che cosa ha vinto mai questo giocatore per meritarsi cotanta attenzione e responsabilità? E’stato mai capocannoniere del campionato? Quest’anno con la squadra del proprio club quali risultati eccellenti ha raggiunto? Ci ricordiamo qualche sua prestazione particolare?

A conti fatti, tralasciando commenti e valutazioni su scelte tattiche etc etc, sembra che di questa sua avventura come Ct della nazionale, l’obbiettivo/obiettivo e la sfida più importanti per Prandelli non erano vincere le partite ed andare avanti nelle qualificazioni, ma salvare dalle proprie insicurezze e dalla trappola dei propri capricci un ragazzo con del talento ancora confusamente espresso, recuperare un tipaccio fragile e difficile con problematiche caratteriali e riportarlo alla giusta maturità e strada maestra. Una volta fatto ciò le vittorie sarebbero arrivate da sole. Come se la nazionale fosse divenuta un centro di rieducazione e non una squadra di calcio.

In realtà Balotelli non c’entra niente ed è solo la vittima della degenerazione inarrestabile di un sistema che ha perso ogni appiglio con la radice della sua essenza che è, appunto, l’essere un gioco. Questa storia ci consegna una verità bruttina e cioè che il calcio, ormai da un bel po’, è stato risucchiato dal superfluo che gli gira attorno, dall’indotto mediatico, commerciale, sensazionalistico e pubblicitario, che però con il ‘giuoco calcio’ non c’entrano niente. La magia, lo splendore di questo sport non sono le creste dei capelli o giocare con due scarpe diverse con i colori sgargianti, ma un rigore decisivo ad alta tensione cardiaca tirato con il cucchiaio, una parata impossibile da fare che invece d’improvviso si materializza come se in porta ci fosse l’uomo ragno, una verticalizzazione che si poteva fare solo avendo due occhi dietro le orecchie ed invece è stata fatta lo stesso. O anche un goal di mano, se la mano è de Dios.

Pacatamente, anche conseguentemente alla morte del tifoso napoletano sparato da un ultras fascista della roma vicino allo stadio prima della finale di coppa italia, ci siamo un pò rotti il cazzo di tutto questo inutile ‘eccedente eccessivo’ che ruota attorno alle partite di pallone. Il calcio, inteso come gioco e con le regole e le dinamiche relative che gli appartengono, vi piace? Riuscite a concepire il calciatore, scarso, picchiatore, portatore d’acqua, inconcludente, fenomenale e geniale che sia, nella sua specificità di esecutore di un gioco all’interno di una squadra di appartenenza e riuscite a valutarlo e considerarlo per questo e solo per questo e per niente più? Ok, se ne può parlare. Altrimenti andate a rompervi il culo da qualche altra parte.

Soundtrack1:’N.I.B.’, Black Sabbath

Un manipolo di mezze figure

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Buffon, Perin, Sirigu, Abate, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Darmian, De Sciglio, Paletta, Aquilani, Candreva, De Rossi, Marchisio, Thiago Motta, Parolo, Pirlo, Verratti, Balotelli, Cassano, Cerci, Immobile, Insigne.

Facciamo un gioco, vi va? Togliamo Pirlo e Buffon, che tra parentesi hanno 71 anni in due, eppoi vediamo cosa rimane.
Rimane, ed è un fatto, un gruppo di giocatori in pochi casi buoni (e nulla di più), perlopiù discreti, talora scarsi. Né, occorre dirlo, abbiamo lasciato a casa chissà quali fenomeni: voglio dire, potevamo portarci Maggio invece di Abate, Florenzi al posto di Parolo, Giuseppe Rossi invece di Balotelli, perfino Totti al posto di Cassano; ma via, sono proprio dettagli, mica roba che fa la differenza.
L’Uruguay, per dire, ha gente come Cavani, Suarez (che è un’iradiddio al di là dei morsi) e Godìn (che è un fabbricatore di gol decisivi anche se non tutti lo conoscono). E gli altri, qua e là, schierano gente come Neymar, Robben, Sneijder, Van Persie, Sanchez, Vidal, Pogba, Messi, Agüero, Di Maria, Higuaìn, Özil, Müller, Mertens, Modric, vengono eliminati con Iniesta, Xabi Alonso, Fàbregas e magari Cristiano Ronaldo, si permettono il lusso di lasciare a casa Tévez che dalle nostre parti sarebbe un titolare inamovibile.
Diciamocelo: davvero si poteva pensare di vincere il mondiale, o perlomeno di arrivare che so io in semifinale, messi com’eravamo messi? No, perché va bene che il pallone è rotondo, ma rotondo mica vuol dire che a un certo punto escono fuori Holly e Benji a risolvere le partite col tiro ricurvo e la palla che si deforma.
Né, abbiate pazienza, era ulteriormente sopportabile la retorica degli italiani che non sono fatti per perdere (sic), che tirano fuori gli attributi (sic, e due) nei momenti decisivi, che (sic al cubo) sono capaci di grandi imprese come nessun altro, roba che ci mancava solo la Costituzione più bella del mondo e poi le avevamo sentite tutte.
Il calcio, in linea di massima, è una questione pressoché scientifica, specie se si va al di là della partita secca: chi è forte generalmente vince, chi è fortino può vincere se gli dice bene o attraversa un momento di grazia, chi è mediocre se ne torna a casa, a meno che non adotti un gioco di squadra così rivoluzionario da diventare dirompente.
Noi, al di là delle chiacchiere, eravamo mediocri.
Quindi, al di là delle chiacchiere, siamo tornati a casa.
Dopodiché, se far dimettere il disgraziato che si è ritrovato a guidare ‘sto manipolo di mezze figure (e in certi casi di mezze pippe) ci fa sentire meglio, facciamolo pure dimettere: ma dubito fortemente che se al suo posto ci fosse stato un altro avremmo ottenuto chissà quali successi.
Anzi, a dire il vero sono abbastanza sicuro del contrario: come dovrebbe esserlo, secondo me, chiunque segua il calcio da un po’, e non abbia voglia di raccontarsi fregnacce tanto per raccontarsele.

I sudditi del tiki-taka

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Poi la Spagna leggendaria del tiki-taka, la stessa che per quattro anni non ha fatto letteralmente toccare palla a nessuno portandosi a casa due europei con un mondiale nel mezzo, viene presa a pallonate dal Cile e se ne esce dai mondiali con un turno di anticipo.
E allora il “popolo”, me compreso, esulta. Si bea. Va fuori di testa, proprio.
Credo ci sia qualcosa di atavico, nel godimento calcistico per la caduta degli squadroni: roba che alla stragrande maggioranza degli esseri umani è rimasta appiccicata addosso dopo millenni di sottomissione, e della quale qualche decina d’anni di benessere e (perfino) stato di diritto non hanno lavato via nemmeno il grosso della puzza.
Il popolo straccione e bovino che nei millenni, in ogni angolo del pianeta, ha idolatrato e temuto il despota di turno per poi voltargli le spalle al primo accenno di debolezza, sputargli addosso e subito dopo chinare la testa al cospetto di un despota nuovo. Il popolo volubile e stolido che ha gremito le piazze acclamando qualcuno e poi le ha invase coi forconi in mano chiedendone la testa. Il popolo misero, meschino e derelitto che non è mai stato niente, se non per contrasto rispetto ai pochissimi che erano qualcosa.
Credo che venga fuori più o meno questo, quando ci si sollazza guardando l’invincibile Spagna che viene asfaltata dai poveri cileni: la possibilità di ripercorrere, per un’ora e mezza, l’ancestrale ricordo della gioia breve, sguaiata ed effimera che segue alla disfatta dei potenti.
E sentire di nuovo in bocca il sapore di quel godimento, inutile e sfrenato, che per millenni è stato appannaggio esclusivo dei sudditi.

Uomini sotto la doccia

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Una delle ragioni per cui non amo fare sport è la necessità, implicata da alcune discipline, di denudarsi davanti ad altri uomini. Per non parlare di quei momenti di atroce goffaggine nelle docce comuni, in cui si finisce prima o poi per buttare l’occhio sulla … “dotazione” degli altri. Per anni, lo confesso, mi sono sentito intimidito, e ho provato invidia quando quel mio sguardo ad alzo zero intercettava un coso indubitabilmente più grosso del mio. Finalmente, leggendo l’abstract di un recente studio del professor Christopher Morriss-Roberts, senior lecturer presso l’università di Brighton, mi sono reso conto che forse non sono solo.

Morriss-Roberts ha inventato una nuova disciplina, la podolinguistica, che analizza ciò che pensano gli uomini dei propri piedi e delle proprie scarpe. Ciò implicava la necessità di recuperare alcuni aspetti della relazione profonda tra l’uomo e il suo corpo, prescindendo dalle sovrastrutture logiche e linguistiche. In questo curioso percorso, Morriss-Roberts ha prodotto alcune interessanti riflessioni sulla massa muscolare e sulle… dimensioni del pene. Da un punto di vista metologico, Morriss-Roberts si è servito della Interpretative Phenomenological Analysis (IPA), un approccio di ricerca psicologica qualitativa basato su un’analisi approfondita di un piccolo campione di persone scelte specificamente in quanto portatrici di una visione significativa sull’argomento di studio (si chiama “purposive sampling”, ed è il contrario di un campione random). Il panel di ricerca è costituito da otto atleti londinesi, quattro eterosessuali e quattro gay.

Questi, in sintesi, i risultati. Innanzitutto, tranquilli, ragazzi, tutti quanti, straight o gay, diamo un’occhiata al pisello degli altri nello spogliatoio, più  che altro per confrontarne le dimensioni con il nostro. Qualche anima pietosa va ripetendo da anni che, in fatto di pene, “le dimensioni non contano”. Vabbè, questo ovviamente lo dicono quelli che ce l’hanno piccolo. E ci sta. Peccato che non è vero. E non è vero non solo a letto, ma anche in ambito sociale. Scrive infatti Morriss-Roberts che “questa consapevolezza comune di chi ha o non ha il cazzo grosso, in un contesto omosociale tende a plasmare la gerarchia sociale di importanza”. I tipi ben dotati, infatti, tendono a diventare oggetto di benevoli sfottò e di atti di cameratismo. Che peraltro non si fermano allo spogliatoio, ma tendono a riverberarsi in contesti diversi. Lo studioso riferisce infatti il caso di un atleta che, mentre sta parlando con una ragazza in un bar, viene accerchiato dai suoi colleghi che ragguagliano la giovane sulle dimensioni del pene del suo potenziale partner. Insomma, il ragguardevole pene non è solo oggetto di invidia e celebrazione, ma diviene una via di mezzo tra un amuleto e un oggetto di culto. Come nell’antichità classica, mi pare.

Lo studio aggiunge anche un particolare divertente: mentre gli eterosessuali tenderebbero ogni tanto a “barare” sulle dimensioni presentandosi “in pubblico” con una mezza erezione, i gay rifuggono da questa pratica in quanto non coerente con le regole sociali dello spogliatoio, che sono ovviamente determinate dai dominanti eterosessuali . “Nella mia tesi” conclude dunque Morriss-Roberts, sostengo che un pene di grandi dimensioni è ora un componente essenziale della mascolinità egemonica, e che dovrebbe essere considerato un nuovo canone del capitale maschile – considerando l’importanza che assume nella gerarchia sociale in ambito sportivo. Ho chiamato questo fenomeno “cazzopremazia””. Non so se lo studio di Morriss-Roberts sia solido – francamente non sono pronto a dare credito incondizionato a uno che intitola la sua tesi di dottorato “Cazzopremazia”. Tuttavia, se le sue conclusioni fossero confermate, ci sarebbe poco da stare allegri: possiamo eccellere in devozione, poesia, musica, arte, scienza e filosofia, ma a quanto pare a dominare non sarà mai l’uomo più sensibile, colto o intelligente – a meno che, si intende, non abbia anche il cazzo più grosso! Siamo ancora tanto primitivi?

La partita più assurda della storia del calcio

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Il 27 gennaio 1994, al Barbados National Stadium di Saint Michael, si tenne il match di calcio Barbados – Grenada. Perché mai parlare di un match di calcio valevole per il turno preliminare della Coppa dei Caraibi tenutosi venti anni fa? Perché questo match è conosciuto dagli addetti ai lavori come La partita più assurda del storia del calcio. Per farla breve: verso il finire della partita, i calciatori di Barbados hanno segnato deliberatamente un autogol. Quelli di Grenada, a quel punto, hanno provato a segnare a loro volta una rete nella propria porta. Come è stato possibile un tale rovesciamento logico? Andiamo con ordine.

Tutto nasce dal regolamento della Coppa dei Caraibi di quell’anno. Tale regolamento prevedeva, inizialmente, 6 gruppi da 3 o 4 squadre, che si sarebbero incontrate in partite secche. Al termine, la prima classificata del girone avrebbe passato il turno. In caso di parità, si sarebbe guardato alla differenza reti. Fin qui tutto bene.

Ma, appunto, fin qui. Perché gli organizzatori, in un momentary lapse of reason, inserirono altre due regole relative allo svolgimento delle partite. Innanzitutto, stabilirono che le partite non potevano finire in parità. Pertanto, in caso di parità alla fine dei tempi regolamentari, si sarebbero dovuti giocare i tempi supplementari con la regola del golden gol, ovvero chi segna il primo gol durante i tempi supplementari ha automaticamente vinto, e la partita finisce lì. La regola del golden gol in sé non è peregrina, fu adottata per qualche anno anche in manifestazioni molto più importanti (la Francia vinse un Europeo nel 2000 grazie a tale regola contro l’Italia). La cosa che lascia interdetti è il suo utilizzo in partite che non sono ad eliminazione diretta, partite che per definizione possono finire anche in parità.

Ma non è certo questo il problema. Il vero problema, il comma del regolamento che ha trasformato Barbados – Grenada nella partita più assurda di sempre, è un altro: l’eventuale gol segnato nei supplementari, non si sa bene per quale imperscrutabile motivo, sarebbe valso doppio. Quindi, se per ipotesi una partita fosse finita ai tempi regolamentari sull’1-1, e poi un team avesse segnato durante i supplementari, la partita sarebbe finita 3-1. Con tutto ciò che ne consegue, soprattutto in termini di differenza reti.

Orbene, fatta questa doverosa premessa, veniamo al nostro match, che fu l’ultimo di un girone che comprendeva Grenada, Barbados e Porto Rico. La partita tra Porto Rico e Barbados terminò 1-0. La partita tra Grenada e Porto Rico terminò 2-0 dopo i tempi supplementari (quindi, in realtà, 1-0. Ma per quella folle regola succitata, formalmente fu considerato 2-0). A quel punto guidava la classifica Grenada con tre punti in una partita e differenza reti +2, seguita da Porto Rico con tre punti in due partite e differenza reti -1 e Barbados con zero punti in una partita e differenza reti -1. I più attenti di voi avranno già notato che, per passare il turno, Barbados avrebbe dovuto vincere contro Grenada con due (o più) gol di scarto. Vincere con un solo gol di scarto avrebbe sì portato Barbados anch’essa a tre punti, ma con differenza reti zero, inferiore a quella eventuale di Grenada (+1).

Il match si mise subito bene per Barbados, avanti per 2-0 nel primo tempo: a passare il turno sarebbe stata quindi Barbados. All’83mo minuto, però, Grenada accorciò le distanze portandosi sul 2-1. A quel punto, sarebbe stata Grenada a passare il turno. Quindi Barbados si lanciò disperatamente all’attacco alla ricerca del gol del 3-1. Questo però fino all’87mo minuto, quando Barbados ebbe la più grande idea dopo il big bang, che mi piace immaginare sia nata così:

– riga’, qua c’avemo solo du minuti per fa’ un gol, se mette male.
– senti un po’, e se invece ci facciamo un autogol?
– ma sei cretino?
– no, ascolta. Noi ci facciamo un autogol, andiamo sul 2-2 e quindi andiamo ai supplementari. A quel punto abbiamo 30 minuti, e non più 3 più recupero, per segnare il gol che ci serve. Perché, ti ricordo, che il gol nei supplementari vale doppio. La partita a quel punto finirebbe 4-2 e noi saremmo qualificati.
– BELLO CHE SEI, VIENI QUA, FATTI DARE UN BACIO IN FRONTE!

e così avvenne.

Al minuto 87 il difensore di Barbados Sealy tirò fortissimo verso la propria porta, portando il match sul 2-2. A quel punto, però, i giocatori di Grenada capirono la strategia di quelli di Barbados, e fecero una riflessione che mi piace pensare sia stata fatta così

– anvedi ‘sti bastardi, cor 2-1 passavamo noi, mo invece se dovemo fa’ pure i supplementari, cor rischio che ‘sti stronzi vincono 4-2 segnando solo un gol!
– senti un po’, e se invece ci facciamo un autogol?
– ma sei cretino?
– no, ascolta. Facciamo come hanno fatto loro. Perché si sono fatti un autogol? Perché per loro pareggiare è meglio che vincere con un gol di scarto. Appunto. Facciamoci anche noi un autogol, la partita finirebbe 3-2 per loro ma saremmo qualificati noi.
– BELLO CHE SEI, VIENI QUA, FATTI DARE UN BACIO IN FRONTE!

e così avvenne.

I calciatori di Barbados, a quel punto, si resero conto che stavano per subire lo stesso trattamento che avevano riservato a quelli di Grenada poco prima, e quindi, invece di difendere la propria porta e di attaccare verso la porta di Grenada, cominciarono a difendere la porta di Grenada. Tutto qui? No, perché, se ci pensate bene, a Grenada andava bene non solo l’autogol, ma anche il gol, perché a quel punto, vincendo 3-2, avrebbe chiuso ogni tipo di discorso qualificazione portandosi a quota 6 punti in classifica.

Dopo il 2-2, quindi, Grenada provò a farsi un autogol, ma i calciatori di Barbados glielo impedirono. Allora Grenada provò a segnare, ma i calciatori di Barbados glielo impedirono. Insomma, gli spettatori assistettero allo spettacolo più assurdo mai avvenuto su un campo di calcio: una squadra (Barbados) difendeva entrambe le porte e un’altra (Grenada) attaccava entrambe le porte. Lisergico.

Per la cronaca: ai supplementari Barbados riuscì effettivamente a segnare, la partità finì 4-2 e Barbados passò il turno.

In ventidue

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Io ci ho giocato, a pallone: e come me ci ha giocato e ci gioca, a livelli più o meno alti, qualche decina di milioni di italiani.
Ebbene, chiunque abbia giocato a pallone, sia pure in parrocchia, sa perfettamente che si va in campo in ventidue: e che se uno solo dei ventidue si è messo d’accordo con chissà chi per mandare la partita in un certo verso è assai improbabile che riesca nel suo intento. A meno che non faccia, ma intendo proprio lui personalmente, qualcosa di eclatante: tipo farsi un autogol, sbagliare un rigore, prenderla con le mani nella propria area, farsi espellere, mangiarsi un gol a porta vuota.
Ammesso che gli riesca, ché pure sbagliare apposta non è un’impresa scontata. Ammesso gli si presenti concretamente l’occasione di farlo. Ammesso che questi episodi arrivino in un momento decisivo della partita. Ammesso che la partita non si sia già incanalata ineluttabilmente in un altro modo. Ammesso che non cambi repentinamente, come spesso accade, nei minuti successivi. Ammesso. Ammesso. Ammesso. Visto che, sapete com’è, in campo ce ne sono altri ventuno. Più un arbitro, per dire. Più il campo. Più la pioggia. Più il pubblico. Più. Più. Più.
Che, poi, tra l’altro, andandosi a rivedere i filmati delle partite incriminate ci si accorge che in novantanove casi su cento i giocatori indagati quelle cose mica le hanno fatte. Niente autogol. Niente espulsioni. Niente rigori sbagliati. Niente.
Ora, se qualcuno mi dicesse che i tizi in questione, dopo le telefonate intercettate, si sono messi d’accordo con altri sei o sette giocatori della propria squadra per mandare le cose in una certa direzione, potrei pure ritenere la cosa verosimile: solo che, scusatemi, allora bisognerebbe indagare anche tutti gli altri.
Dico di più: astrattamente sarei perfino disponibile a credere che tutto il campionato sia una messinscena tipo Truman Show. Una sceneggiatura. Un copione scritto a tavolino. Voglio dire, se qualcuno mi portasse degli indizi in tal senso sarei disposto a prenderli in considerazione.
Ma se si cerca di raccontarmi che uno, da solo, ha modificato in modo significativo il corso di una partita, e tra l’altro neanche mi si spiega come diamine avrebbe fatto, io proprio non riesco a ritenerlo credibile.
Sarà che ho giocato a pallone.
E che a pallone, per quanto ne so, si gioca in ventidue.

Contro chi o cosa ha vinto Renzi

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Tutti a pensare che la vittoria di Renzi sia contro “la parte comunista” del PD. Non a caso la gente ddesinistra, visto che si pensava perdente, a votare non ci e’ nemmeno andata, e ora gia’ frigna.

Ragazzi, state tranquilli: non e’ successo niente. La retorica comunista e le uscite da riformismo europeo, nella sinistra italiana, sono un fenomeno ciclico. Cio’ che permane sono gli interessi degli apparati, dei gruppi dirigenti e dei corpi collaterali. Renzi lo hanno votato praticamente tutti i precedenti segretari o leader: Bersani non si e’ espresso, pero’ di sicuro lui ha i voti di Veltroni, Franceschini, Prodi. Se non lo aveste gia’ capito, che certe formulette servono solo a togliersi di dosso la puzza di uno stalinismo che permane nei metodi e nella mentalita’, vi rimando a un paio di citazioni di un libretto scritto da D’Alema proprio col Cuperlo del “profumo di sinistra”:

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Federalismo

“(… ) il modo con il quale Nord e Sud hanno scelto di convivere per quasi cinquant’anni oggi non regge più, non ha un futuro. Non esistono più le condizioni materiali di quello scambio, travolte dalla dimensione del debito pubblico e dalla prospettiva dell’integrazione europea. Bisogna quindi riconoscere in primo luogo che il centralismo ha garantito trasferimenti di ricchezza, ma anche il permanere di una condizione di dipendenza. La spesa pubblica è stata per tante famiglie e imprese meridionali un po’ come il metadone per i tossicodipendenti: una terapia che non libera dalla dipendenza, che lo Stato ha disposto, finché ha potuto, per controllare il territorio e regolare i conflitti. Quella logica ha finito con il corrompere una parte della società meridionale, infiacchendola, alimentando il circuito dell’illegalità e delle varie mafie, dove la ricchezza non si produce con lavoro e competizione ma attraverso parassitismi e rendite.”

[p. 67]

 

Economia di mercato / sussidiarietà

“La posizione di Togliatti (nel dibattito con Dossetti sul primato della persona umana in Costituente, ndr) era abile, se si vuole astuta, ma certamente più intelligente di quella di alcuni esponenti della sinistra contemporanea, che si rinchiudono in una difesa ideologica dello «Stato», rimuovendo i numerosi fallimenti dell’intervento pubblico. Si tratta di un atteggiamento davvero incomprensibile, dal momento che ragionare su quei fallimenti è la sola condizione per sanare i guasti prodotti e non compromettere i principi fondamentali di un Welfare efficiente. Senza contare che una sinistra moderna e colta dovrebbe saper distinguere tra una responsabilità pubblica che garantisce la soddisfazione di diritti e bisogni sociali, e l’idea che quest’ultima si identifichi tout court con una gestione pubblica dei servizi.”

[p. 74]

 

Scuola e università

“Non c’è dubbio, per esempio, che le recenti norme in materia di parità scolastica determineranno una qualche forma di sostegno pubblico alle famiglie che sceglieranno di mandare i loro figli alla scuola privata, ma è anche vero che quell’onere pagato dallo Stato vincolerà gli istituti non statali a criteri certi nella qualità dell’offerta formativa, a precise modalità di reclutamento del personale docente, all’offerta di strutture idonee allo svolgimento di quel servizio. […]
Questo discorso implica forse una dequalificazione delle istituzioni pubbliche? Assolutamente no. Anzi, quegli standard qualitativi – sommate alle nuove condizioni di autonomia delle scuole e delle università – potranno determinare forme di competizione virtuosa, con il risultato di elevare complessivamente il nostro apparato formativo. Si potrà, appunto, aggiungere qualità, risorse, opportunità in uno dei settori da cui dipende il futuro delle giovani generazioni.

Una sinistra moderna non può e non deve temere questo nuovo scenario, a meno che non scelga di avere come unico orizzonte il passato, negandosi così la possibilità di governare i processi in atto.”

[pp. 75-76]

 

Riforme istituzionali

“Una parte della nostra cultura era contraria a ogni tipo di presidenzialismo, a causa di uno storico pregiudizio che intravede in tale forma di governo i germi della deriva plebiscitaria, quindi un rischio di limitazione della democrazia.

Dietro questa visione si nasconde un elemento essenziale della nostra tradizione, cioè l’idea della democrazia non come delega ma come partecipazione, un tratto che ha contrassegnato a lungo il «caso» italiano e ha accomunato la cultura della sinistra a quella di una parte significativa del cattolicesimo democratico. Questa cultura, che batteva l’accento sulla partecipazione più che sull’efficienza e che affermava il primato dei partiti e la centralità del Parlamento, era particolarmente sensibile a ogni eccesso di personalizzazione o identificazione delle istituzioni con i singoli, contro cui ha sempre opposto una ferma resistenza. […]

Ora, pur comprendendo i timori e l’esigenza di contrastare derive scioccamente «nuoviste», occorreva liberarsi da antichi pregiudizi e diffidenze. Per molte ragioni la nuova forma di governo ci obbligava a superare la concezione della centralità del Parlamento, ormai incompatibile con un sistema politico che trae la propria legittimazione dal maggioritario.

Eravamo di fatto l’unico paese al mondo ad avere una forma di governo parlamentare quasi perfetta, così perfetta da sfiorare l’assemblearismo”.

[pp. 107-108].

 

 

Infine, la chicca per quelli che denunciano l’AUSTERITI 

“Qualcuno si è chiesto: «Il risanamento è giusto, ma perché deve farlo proprio la sinistra?». A noi, in effetti, è toccata una sorte singolare, che Tony Blair ha ben sintetizzato quando una volta mi disse: «Voi dovete fare anche quello che in altri paesi ha fatto la destra». È vero. Il risanamento finanziario e la riforma dello stato sociale sono obiettivi che altrove hanno perseguito e realizzato i conservatori. In Inghilterra, l’ha fatto la Thatcher: mettendo ordine nei conti attraverso drastici tagli di spesa, combattendo il sindacato e facendo pagare costi salati ai lavoratori.

In Italia è toccato a noi, perché noi siamo l’unica effettiva classe dirigente di questo paese.”

[p. 157]

 

 

Il libro si intitola “la grande occasione“. Sono sicuro che dalle parti di Italianieuropei lo leggono ancora.  Quella e’ gente per cui i valori sono cose centrali, non meri strumenti utili solo per ottenere consenso.

[ringrazio TM per aver scovato queste perle]

Il calcio com’è

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Ovvero, una risposta a Rosario D’Auria.

Il punto, Rosario, è che il calcio non è quello che dici tu.
Ci piacerebbe che lo fosse, certo. Ma sta di fatto che non lo è. E se lo fosse, fidati, non muoverebbe un decimo di quello che muove. Perlomeno dalle nostre parti.
Il calcio, il grosso della roba che lo anima e gli gira intorno, assomiglia molto più da vicino ai cori di quei bambini: un gigantesco sfogatoio nel quale affluisce la peggiore merda che la gente ci ha dentro, declinata minuziosamente a forza di merde bastardi ladri spezzagli le gambe negro fai pippa napoletano coleroso lavali cor foco frocio magari mori subbito.
Questo è il calcio, e lo sappiamo tutti. Questo si respira negli stadi, e più ancora nei campetti dei ragazzini, che finita la tregua momentanea dei pulcini diventano vere e proprie polveriere pronte ad esplodere alla minima sciocchezza.
Noi, perlopiù, facciamo finta che non sia così. Ci mettiamo sopra le copertine patinate di Sky che descrivono minuziosamente il gesto tecnico, discettano di ripartenze e inneggiano al fair play, mentre sugli spalti e intorno agli stadi si riversano a vagonate rabbia, odio, violenza.
Facciamo finta di niente, noi: e ci guardiamo la serie A, o meglio quello che le telecamere che riprendono la serie A ci fanno vedere, mentre ogni fine settimana, in migliaia (migliaia, dico) di località italiane, eserciti (letteralmente) di calciatori e arbitri dilettanti vengono sistematicamente insultati, minacciati, sputazzati, intimiditi, picchiati, confinati ore negli spogliatoi alla fine della partita perché hanno avuto la disgrazia di vincere in trasferta o di fischiare un fuorigioco che non c’era. Roba che se potessero li farebbero a pezzi a mani nude, altro che bel giuoco con la u.
Sai, Rosario, qual è la verità che non ci diciamo?
Ancelotti che palleggia con Zidane è il calcio come lo vorresti.
I ragazzini che gridano merda sono il calcio com’è.

Ryan Giggs

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Ryan Giggs è un calciatore gallese che gioca in Inghilterra, nel Manchester United. Ed è una leggenda del giuoco del calcio.

Vi bastino solo alcune considerazioni ad effetto: in carriera ha vinto 13 campionati inglesi, tanti quanti quelli vinti dall’Arsenal in tutta la sua storia. È uno dei 18 uomini nella Storia ad aver giocato più di 1.000 partite ufficiali, uno dei cinque ancora in attività. Perché Ryan Giggs è ancora in attività, sebbene abbia cominciato a giocare nella prima squadra del Manchester United nel 1990, ventitré anni fa (Achille Occhetto era ancora il segretario del Partito Comunista Italiano) e ormai abbia 40 anni. Il fatto che giochi nel Manchester United dal 1990 gli ha consentito di diventare il primatista di presenze nella storia del club, con 759 partite ufficiali disputate, nel 2008. Da cinque anni, in cui ha continuato a giocare in media 34 partite all’anno. 34 partite all’anno (e 10 durante questi primi tre mesi e mezzo di stagione agonistica) significa un calciatore totalmente integro fisicamente, mentalmente, tecnicamente. Che non viene tenuto in rosa solo perché è una bandiera, un simbolo che da consigli ai più giovani ed è pronto per la scrivania. Giggs, come l’altra leggenda Paul Scholes (un giorno parleremo anche di lui e della sua fantastica storia, del ritiro a 37 anni, del suo ritorno in campo a 38 anni), anche se ha un’età in cui i molti altri calciatori si dividono in allenatori precoci, direttori sportivi improbabili e debosciati tutta la notte coca e mignotte, continua serenamente a giocare a calcio.

Ma c’è una cosa che colpisce in particolare. Sebbene Giggs abbia giocato più di 900 partite nel Manchester United, prevalentemente nel ruolo di ala o di mezza punta (in ogni caso, in ruoli offensivi), ha procurato per la sua squadra soltanto cinque rigori. In tutta la sua carriera. Pensate ad una qualsiasi ala o mezza punta, di una qualsiasi squadra, quanti rigori riesce a procurare per la sua squadra. Ci sono giocatori che, nello stesso ruolo di Giggs, procurano cinque rigori all’anno alla propria squadra.

Giggs invece ha procurato soltanto cinque rigori in più di venti anni. Il perché, ce lo fa capire Sir Alex Ferguson (ennesima leggenda del Manchester United,che ha allenato dal 1986 al 2013), in un estratto della sua autobiografia segnalato da Gary Lineker

giggs ferguson

Dopo un rigore procurato da Giggs nel 2010, Ferguson si chiede quanti ne abbia procurati in carriera, cinque appunto. Because he always stays on his feet, sta sempre in piedi, questa è la banale ragione secondo Ferguson. Che poi immagina un ipotetico dialogo con Giggs, in cui gli chiede “ma perché non ti sei buttato a terra procurando il rigore? Ne avevi tutto il diritto!” e in cui Giggs risponde, un po’ incredulo (“he would look at me as if I had horns”) e un po’ indifferente (“he would wear that vacant look”“I don’t go down”, non cado a terra. Ancora più semplice, ancora più banale.

Ancora più leggendario.

(grazie a Giulio)

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