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religione - page 3

Andiamoci piano, per favore!

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Ho sempre creduto l’anticlericalismo una “malattia infantile”©  della laicità. E non mi piace partire prevenuto.

Il nuovo papa pare una persona simpatica, ce lo descrivono come un tipo semplice e come un nemico della povertà.

Emergono però sin da subito alcune ombre su una decisamente tiepida opposizione al regime dittatoriale argentino e su alcune posizioni retrograde sul matrimonio tra persone omossessuali, “attacco devastante ai piani di Dio” e sulle donne “naturalmente inadatte per compiti politici”.

Bene, non mi piace partire prevenuto ma ritengo disastrose le canonizzazioni in vita, che circondano persone umane –  coi loro inevitabili vizi e difetti – di un’aura di infallibilità totalmente irrealistica.

Il maggior pregio di Ratzinger era la sua antipatia, che rendeva inevitabile in molti un senso di distacco e rifiuto inimmaginabile nei confronti del suo predecessore, che – seppure elevato al rango di icona pop – rimane il papa più implacabilmente conservatore dell’età contemporanea.

Non condanniamo in anticipo ma non facciamogli alcuno sconto, please! L’unanimismo e l’adorazione incondizionata portano sempre danni, specie nei confronti del capo di una struttura umana corruttibilissima come la Chiesa cattolica.

Non ci possiamo permettere un’altra rockstar reazionaria, davvero! Santè

Li avevamo sottovalutati

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Quelli che si aspettavano l’elezione di Scola, con l’adozione di un nome tipo “Implacabile I” e l’inizio di uno scontro frontale -e probabilmente suicida- col secolarismo, sono serviti.
Jorge Mario Bergoglio opta per “Francesco”, fa mostra di grande affabilità in pieno prime time, esordisce con una battuta, invita i fedeli a pregare per lui, sta dalla parte dei poveri e se lo guardi bene ci ha pure la faccia simpatica.
Di una cosa potete star certi: quando se la prenderà con gli omosessuali, con le unioni civili, con le donne che abortiscono, con la pillola del giorno dopo, coi preservativi, col testamento biologico, con la ricerca sulle staminali embrionali e via discorrendo, lo farà con una semplicità, con una modestia, con un’umiltà, con un candore che a momenti manco ve ne accorgerete. Anzi, se non ci state attenti finirà pure per piacervi.
Tanto per cambiare, li avevamo sottovalutati.

La tana del lupo

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Supponiamo che io sia un uomo, cresciuto come cattolico e che incidentalmente io sia pure affetto da disturbi del desiderio sessuale. In particolare mettiamo che io abbia una preferenza erotica per soggetti che non hanno ancora raggiunto la maturità sessuale e sia del tutto disinteressato ai rapporti con persone adulte. Insomma, mettiamo che io sia un pedofilo, nella definizione psichiatrica del termine. Non tutti i pedofili compiono molestie verso i bambini, alcuni si rendono conto di  essere affetti da una devianza sessuale che se messa in pratica provocherebbe un danno al prossimo. Mettiamo il caso che io non sia uno di quei pedofili che riesce a controllare i propri impulsi, e sia interessato a una posizione nella società in cui posso avere contatti con molti bambini, una posizione che gode di molto rispetto e che mi assicura completa fiducia da parte dei genitori di questi bambini. Mettiamoci pure che, visto che a me gli adulti non picciono, mi sarebbe utile una posizione per cui posso evitare di sposarmi con un adulto senza che nessuno si faccia delle domande. Infine, mi piacerebbe che l”istituzione che mi dà questa posizione, anche se in principio contraria ai comportamenti dettati dalla mia condizione psichiatrica, sia per statuto obbligata ad assolvermi nel caso io mi penta e che sia molto propensa a non renderli pubblici. Mettiamo che questa istituzione esista e si chiami Chiesa Cattolica . Questo naturalmente non vuol dire che tutti i preti sono pedofili né che tutti i pedofili si nascondano tra i preti. Sarebbe però utile che la Chiesa Cattolica riconoscesse in tutta onestà di  essere un”ottima tana per persone come quella appena descritta e prenda potenti misure in merito. Il pentimento in confessione e la promessa di non farlo più non bastano, come non basta trasferire i lupi ad altra parrocchia. Se non lo vuole fare per i bambini molestati, almeno lo faccia per tutti i preti che scelgono la vita religiosa per dare la prossimo e basta.

Cupio dissolvi

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Che la colpa della violenza sia della donna troppo disinvolta di abbigliamento o di parola, si sapeva. E, a forza di ripetercelo, ci riusciremo, finalmente a cessare questa crociata femminista che vittimizza i maschi attribuendo loro atteggiamenti che altro non sono che legittima difesa dalla perversione che viene dalla diabolica femmina.

Oggi è un giorno fausto, perché una delle più rispettate organizzazioni del mondo ha aggiunto un altro tassello alla grandiosa opera di saggezza con la quale si smantellano tutti i luoghi comuni che vengono con la modernità. E’ stato un venerando e venerabile cardinale a demolire un altro tabù: basta con questo vittimismo ed basta con le ingiustificate aggressioni a Santa Romana Chiesa, tacciata di coprire gli abusi sessuali sui minori commessi dai suoi preti.

Colpevole non è il violentatore, ma il minore affidato alle cure del prete, così come la sua indegna famiglia in cui, c’è da scommetterci, tra marito e moglie ci si abbandona financo a pratiche obbrobriose quali il sesso orale e persino anale. Questo, in due parole, il brillante ragionamento del porporato: le famiglie, forse impegnate in quanto sopra detto, non danno affetto ai propri figli, e questa deprivazione affettiva genera un bisogno di “affettività carnale”. E qui provvede la nostra chiesa, che lungi dall’essere infetta sentina – come invece sostengono i peccatori dannati che non ne riconoscono il magistero, è madre. Una madre che mette a disposizione un buon numero di aitanti sacerdoti proprio per aiutare i ragazzi a soddisfare questo loro bisogno. E pazienza, se non sono consenzienti e minorenni… avete mai visto dei giovani abbandonare volentieri il giuoco della palla per mettersi a fare i compiti? Certe volte, per educare, occorre forzare un poco la mano (e questo vale anche, in ambito matrimoniale, per il marito, che qualche volta deve vincere con un po’ di forza la naturale ritrosia della sposa, che essa gli oppone per naturale pudicizia).

E poi dite che la chiesa non è organizzata? Non è vero, l’anonimo cardinale ci fa sapere che di questi preti volenterosi se ne trova senz’altro almeno uno in ogni diocesi – il che, consentitemi di dirlo, è un gran bene. E’ davvero confortante, specie per noi credenti, pensare che le sorti della nostra chiesa sono nelle mani di una persona tanto pura e piena di amore filiale come questo cardinale, che Dio lo benedica e lo conservi in salute per almeno altri cinquanta anni. Anche in tempi funestati dal peccato, scalda davvero il cuore pensare che sul ponte di comando dell’augusta madre chiesa siedano persone come il nostro, la cui finezza dialettica è pari solo alla dolcezza paterna del cuore: con simili operai, la vigna del Signore non potrà che dare frutti succosi. Amen.

No glutine, no party

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E’ bizzarro riscontrare nei vaneggiamenti preteschi quella pignoleria che normalmente tenderei ad attribuire a categorie dedite a tutt’altro che all’inseguimento di fantasmi. Per dire, ce lo vedo, il famoso cuoco abbandonarsi ad una crisi isterica perché chi si occupa della spesa non è riuscito a trovargli proprio quei pomodori, rotondi, sugosi e aspri al punto giusto, gli unici ingredienti in grado di consentirgli di dare vita alla sua celebrata zuppa. Non mi stupisce il Nawashi che insiste nel legare la sua “musa” consenziente solo con un certo tipo di corda di canapa che assicuri la tenuta dei nodi, non irriti troppo la pelle ed abbia esattamente quel particolare odore vegetale. O il chimico di laboratorio consapevole che anche un solo una quantità infinitesimale in più di essenza di bergamotto rispetto a quella che ha aggiunto potrebbe distruggere il vertiginoso equilibrio attorno al quale si dispiega l’esplosiva fragranza che ha in mente.

Secondo il “magistero” della madre Chiesa, un’ostia che non contenga almeno un poco di glutine non può essere considerata il risultato del fenomeno della panificazione. E poiché la storia attorno a cui gira il suo best seller è quella del pane e del vino, che diventano (diventano, eh, non simboleggiano, come sostengono alcuni più pragmatici colleghi protestanti) nientemeno che il corpo ed il sangue di Cristo, un’ostia completamente priva di glutine non è adatta alla celebrazione dell’eucaristia. “Lavorare” con ostie senza glutine, per i nostri cari preti, equivale a presentare al nostro cuoco una confezione di pachino da discount, o portare al maestro della legatura una corda viola da arrampicata, o incasinare l’olfatto del nostro chimico sparandogli il deodorante Axe dritto su per le narici. E pazienza, o dovrei dire “amen”, se vi sono fedeli malati di celiachia: dovranno comunque assumere ostie che contengano almeno un minimo di glutine, altrimenti l’esperimento di magia non funziona.

Ché in fondo, io questa faccenda, per tentare, non tanto di capirla – ché non la capisco – ma di rappresentarmela mentalmente, devo costruirci sopra una piccola narrazione. Mi vedo il Figlio che si lamenta con il padre con voce querula dall’esasperazione: “Dai, papà, se non c’è almeno una ‘nticchia di glutine, io a transustanziarmi proprio non ce la faccio!”. C’è da capirlo, povero Figlio!

Il fatto che la chiesa cattolica, avendo palesemente smarrito ogni senso di realtà e di coerenza, rimanga abbarbicata ad un formalismo tanto stolido quanto vuoto, e me sembra cosa talmente estrema ed incomprensibile da risultare poetica.

Qualcosa di più convincente

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Ok, armiamoci di santa (sic) pazienze e ricominciamo tutto da capo.
Diciamo che Pino e Gina decidono di sposarsi in chiesa. Diciamo che decidono di farlo in un momento in cui nel loro paese non è consentito il matrimonio gay. Diciamo che restano felicemente insieme tutta la vita, che fanno tre bambini, che tutte le domeniche se ne vanno a messa e che nel frattempo si comprano una macchina a rate, fanno il mutuo per la casa e mandano i figli all’università.
Ora, se non vi dispiace, riavvolgiamo il nastro.
Supponiamo, tanto per fare un’ipotesi, che Pino e Gina -sempre loro due- decidano di sposarsi in chiesa mentre nel paese è appena entrata in vigore una legge che consente agli omosessuali di sposarsi.
Pensate che la presenza di questa normativa possa dissuaderli dal loro proposito?
Non so, ad esempio potrebbe darsi che Pino sia gay o Gina sia lesbica o entrambe le cose, che avessero pensato di sposarsi tra loro soltanto perché la legge non consentiva di convolare a nozze con uno o una del loro stesso sesso, e che di fronte all’inattesa possibilità di realizzare il loro vero sogno decidano di piantare là tutto e costruirsi finalmente una vita come l’hanno sempre sognata.
E’ di tutta evidenza, tuttavia, che questo è un caso di scuola, che ai fini del nostro ragionamento può essere tranquillamente scartato: Pino e Gina sono entrambi eterosessuali, si amano, sono cattolici praticanti e non desiderano altro che riprodursi e restare insieme finché morte non li separi.
Ecco, mi sfugge in che modo, sul piano logico, la possibilità di sposarsi concessa ad altri due che con loro non c’entrano niente, sia pure caratterizzati dal fatto di essere dello stesso sesso, possa minimamente -dico minimamente, eh- influire sul loro progetto di vita. Cos’è, se i gay potessero sposarsi loro due non si sposerebbero più? La loro felicità di svegliarsi insieme tutte le mattine cesserebbe di colpo? Non farebbero figli? Inizierebbero a litigare fino a lasciarsi? Smetterebbero di andare in chiesa? Si voterebbero anima e corpo a satana?
Cioè, tanto per usare le stesse parole: che cazzo significa, in italiano, che i matrimoni gay sono un “attentato” alla famiglia cristiana? In che modo potrebbero metterla in pericolo? No, perché la “famiglia cristiana” non è mica un’astrazione, ma l’insieme di tutte le “famiglie cristiane”: ed è assai avventuroso immaginare che la “famiglia cristiana” possa essere distrutta se non vengono distrutte -e mi pare evidentissimo che non ne verrebbe distrutta nemmeno una- almeno alcune delle “famiglie cristiane” in cui essa consiste.
Il che, se non mi sfugge qualcosa, conduce alla conclusione che l’adagio secondo il quale il matrimonio gay è un “attentato” alla famiglia cristiana non significa niente: è uno slogan, una roba tanto per dire, come se io sostenessi che le scarpe di camoscio sono una minaccia al pecorino romano, che la televisione via cavo mette in grave pericolo la sopravvivenza dei pesci rossi e via discorrendo con le infinite possibilità che verrebbero fuori dal solito generatore automatico.
Dite la verità: non sarebbe lecito aspettarsi qualcosina di più convincente, da una millenaria istituzione che dovrebbe essere depositaria di tanta saggezza?

L’Israele metafisico.

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La recente pronuncia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite volta a riconoscere alla Palestina la qualifica di Stato Osservatore ha rinfocolato, come prevedibile, la vecchia querelle tra fautori di Israele e sostenitori dei diritti dei palestinesi. Polemica stantia, il più delle volte, perchè arroccata almeno in Italia su posizioni tanto solide da divenire irremovibili pregiudizi, sia dall’una che dall’altra parte, nonchè inutile a risolvere nel concreto la situazione.

Ma non è su questo che volevo scrivere. Piuttosto, la qualifica di “odiatore di Israele” che viene rivolta a chi evidenzia la sproporzione delle reazioni israeliane agli attacchi palestinesi, credo suggerisca una riflessione più approfondita relativamente alla tensione spirituale che anima i sostenitori a oltranza di Israele.

Facciamoci caso: Israele, nella filosofia dei predetti, assume una portata che travalica la concreta rilevanza del conflitto arabo-israeliano nella gerarchia delle cose tragiche che succedono nel mondo (miliardi di morti per fame, guerre dimenticate etc.), e anzi acquisisce una portata quasi metafisica, di scontro finale tra due forze ben distinte ed identificabili, da un lato il male assoluto (i palestinesi ottusi e violenti) e dall’altro il bene altrettanto categoricamente declinato (gli occidentali e illuminati israeliani, seme di democrazia in un continente da civilizzare).

E ciò assume una carica a mio modo di vedere ancora più parossistica laddove, come spesso accade, gli implacabili legittimatori dei bombardamenti a tappeto su Gaza sono, almeno qui in Italia, persone non di religione e cultura ebraica. Non è dunque raro vedere tolleranti e colti liberali nostrani improvvisamente infiammarsi di sacro furore, e lanciare strali al grido “antisemita! antisemita!” appena viene messo in discussione il diritto della Nazione Eletta a colpire indiscriminatamente i civili in risposta ai missili palestinesi che, in genere, di danni ne fanno pochini.

In questa reazione dei Nostri, sproporzionata e nervosa, c’è una componente non solo illiberale ma anche completamente irrazionale, potrei dire mistica, nel giudicare la portata concreta degli eventi: a fronteggiarsi non sono più due popoli, con le loro ragioni e torti reciproci, ma due forze spirituali di cui solo una, Israele, deve poter esistere e vincere, con qualunque mezzo e costi quello che costi.

Quale libro dettato da Dio, o scritto da autori ispirati, può indurre i sedicenti liberali nostrani di matrice (pare) anglosassone a sostenere posizioni in linea con gli ultranazionalisti israeliani, dai cappelli di pelliccia e dai lunghi cappottoni neri malgrado in Israele il clima sia tendenzialmente mite, questo lo ignoro. Mi permetto semplicemente di evidenziare l’esito quanto meno bislacco di tutto ciò per chi si professa, appunto, liberale e quindi scevro da fattori condizionanti che non siano la ragione e la scienza. Per non parlare poi degli aspetti esteticamente “cheap” che spesso informano l’agire dei nostri filoisraeliani a oltranza, tipo brandire la bandiera di Israele in occasione delle feste nazionali ebraiche, o cancellare immediatamente dalle amicizie di facebook quei poveretti che, reduci da un balletto al Teatro dell’Opera, sostengono che la prima ballerina, casualmente cittadina israeliana, si muove come se avesse due piedi sinistri.

Io, lo giuro, non odio nessuno, men che meno Israele. E non mi piace il balletto.

Forse ho qualche speranza di salvezza.

Assassini

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Il caso di Savita, la ragazza indiana morta di setticemia a Dublino per un aborto negato, sta facendo il giro del mondo. Tuttavia, la stampa italiana sembra interessarsene poco e la vicenda non ha portato un gran dibattito. Mentre avrebbe potuto, visto che l’Italia è seconda nella speciale classifica dei viaggi all’estero per abortire (seconda dopo l’Irlanda).

In breve, i fatti si sono svolti così. Era il 21 ottobre quando, in preda a dolori lancinanti, la giovane dentista si era presentata in un ospedale di Dublino per ricevere assistenza. I medici avevano capito subito che si trattava di una complicazione della gravidanza – giunta al quarto mese – e che soltanto interrompendola avrebbero potuto evitare di compromettere la salute della donna. Ma la legge irlandese (datata 1861) parla chiaro: se il feto dà segni di vita, l’interruzione di gravidanza è vietata, anche quando la madre rischia di morire. Dunque, nonostante la sua evidente necessità, l’operazione non era stata praticata. Due giorni e mezzo dopo, il cuore ancora in formazione del feto aveva smesso di battere e i medici avevano provveduto a rimuoverlo. Nel frattempo, le condizioni di Savita, che stava soffrendo terribilmente, si erano aggravate, tanto che era sopraggiunta una violenta setticemia. A quel punto non c’era più niente da fare e, una settimana dopo il suo ingresso in ospedale, Savita è morta.

“Sorry, this is a Catholic country”, avrebbero detto i medici al marito, un giovane ingegnere anche lui di origini indiane, quando sua moglie, ormai stremata dal dolore, aveva chiesto di procedere con l’interruzione medica della gravidanza. È così che la cattolicissima Irlanda, per non interrompere la vita di un feto che stava morendo, ha lasciato morire una donna di trentuno anni che godeva fino a quel momento di ottima salute.

A questo punto si potrebbero fare considerazioni di ordine morale sulla legge irlandese e, per venire al nostro paese, sull’obiezione di coscienza dei medici. Ma non ne ho voglia, perché sono molto incazzato. Mi limito a dire che non fare tutto il possibile per salvare la vita di una donna, pur di non praticare un aborto (di un feto peraltro destinato a morire) non significa essere cattolici, significa molto più semplicemente essere degli assassini.

Chi credete di prendere per il culo?

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Vediamo se ho capito: quando due uomini o due donne, adulti e consapevoli, decidono di adottare un bambino o di concepirlo in provetta fate fuoco e fiamme per impedirglielo, con la scusa -peraltro scientificamente infondata- che la psiche dell’infante potrebbe soffrire del fatto di ritrovarsi con due mamme o due papà.
Poi, però, non battete ciglio quando un esercito -sì, perché dati alla mano è proprio un esercito– di ragazzine che non dispongono delle informazioni e dei presidi necessari per evitare di restare incinte sfornano a manetta marmocchi dei quali, vista l’età, probabilmente non avranno la maturità di occuparsi adeguatamente: anzi, fate di tutto affinché quei bimbi siano concepiti e nascano infiltrando i vostri emissari nei consultori, maledicendo il preservativo e la pillola, ostacolando la contraccezione d’emergenza, boicottando l’informazione sessuale nelle scuole e demonizzando l’aborto.
A questo punto la domanda è: chi credete di prendere per il culo? Voglio dire: pretendete davvero che qualcuno ci creda, a questo impeto di salvezza della salute psichica dei neonati che funziona sistematicamente a corrente alternata?
Oppure, come mi pare evidente, state cercando semplicemente di imporre i vostri precetti religiosi a tutto il resto del paese strumentalizzando -sì, ho detto strumentalizzando perché è esattamente quello che fate- i minori per avvalorare i vostri anatemi da basso medioevo?
Datemi retta: se volete fare le crociate fatele pure, ma abbiate perlomeno la decenza di dichiararlo apertamente.
Piantatela, una buona volta, di offendere la nostra intelligenza.

Da Malindi contro Tecnici e Coprofagi

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Tramonto africano post temporale di fronte. Sul tavolo del giardino che si affaccia sull’Oceano Indiano, Pernod e mandorle tostate, Ipad, un libro di Fitzek ed un pacco di sigari cubani Montecristo n.5. Questa volta per incontrare l’ing. Paolo Pretocchio* arriviamo fino a Malindi, in Kenia. La t-shirt verde scura che indossa sotto una redingote blu elettrico a pois, pantaloni di lino grigio militari e bianchi mocassini in coccodrillo, riporta stampata la celebre frase di Mark Twain ‘’ Se votare servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare”.”Ieri avevo quella con la famosa frase del boss della mafia nera di Harlem Frank Lucas: “ Il più chiassoso nella stanza è il più debole nella stanza”, che ho indossato per questo ricevimento commemorativo degli ordini cavallereschi dell’impero austro-ungarico. Dove tra l’altro mi sono rotto i coglioni alla grande”.

Ing. Pretocchio, che cosa sta succedendo?

Siamo nel bel mezzo di una specie di Weimar al rallentatore. La situazione è identica all’esperienza del governo Brüning dal 1930 al 1933: identici i trend negativi della produzione industriale e della disoccupazione, identica la politica economica, identica la stasi parlamentare.

Cosa ci vuole dire, che presto quindi avremo l’avvento di un nuovo partito nazista?

La forma del movimento politico che prenderà il sopravvento alla fine di questa fase e conseguentemente all’esplosione degli accumuli di insoddisfazione che per adesso sono solo embrionali, confusi, autorimossi per sopravvivenza emotiva e non assemblati, ancora non si è manifestata. Di certo non ci salverà il neoautoritarismo tecnico-pragmatico di matrice finanziaria che oggi detta le direttive ai governi europei. 

Cos’è il neoautoritarismo tecnico-pragmatico di matrice finanziaria?

E’ ciò che oggi sta al potere in Europa. In questo frangente di rimasugli rantolistici, la difesa di interessi e privilegi mostra i muscoli. Ma si tratta solamente di una sorta di necessario quanto impotente tentativo dell’autofondazione assoluta dell’economia su se stessa senza presupposti filosofici, politici o religiosi. E’una solipsistica egemonia non egemone in quanto non risolve un bel niente, che non ha consenso nelle viscere collettive. E’ l’inevitabile esigenza sistemica dell’ autoriproduzione teorica, ma è un’operazione onanistica perché non ha nessun riferimento sociale. E’ una religione atea senza fedeli. Vive nella totale astrazione dall’esperienza di vita reale delle persone e per questo è oggettivamente disumana, violenta, perdente.

Ma ci sono socialisti, liberali, comunisti, liberisti, nazionalisti e federalisti pronti a sostenere, ognuno dalla propria prospettiva, che sia arrivato o stia per arrivare il loro momento.

Sono tutte categorie sorpassate. Gli esponenti ed i seguaci di tali ‘nobili’ teorie sono ormai delle vittime, sono come dei pupazzi nelle mani di un amore mai trovato. Il subconscio collettivo ancora non ha elaborato un centro d’interessi e di sfogo comune ed unitario delle proprie esigenze, aspettative, desideri irrisolti e frustrazioni. Tornando a Weimar, anche allora c’erano i vari Junger, Niekisch e von Salomon, intellettuali e militanti interessantissimi quanto incapaci ad insinuarsi nei gangli emotivi e politici delle masse dell’epoca. In più quelle ideologie erano l’espressione di tipi antropologici figli di un’evoluzione culturale della società e delle classi. Oggi siamo di fronte ad un processo di neoanalfabetismo intellettuale ed emotivo rilevante ed egemone, un rovesciamento dell’analisi pasoliniana: non sono più le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si è imborgatata, che si esalta e gode del brancolare nel sudicio, nell’essere ignorante, bestiale, posticcia ed analfabeta.

Come vede l’exploit di Beppe Grillo?

Grillo è un abilissimo situazionista e comunicatore, coglie lo spaesamento irrazionale del momento storico, comprende ciò che la gente vuole sentirsi dire ed il modo in cui vuole sentirselo dire. Conosce bene la lezione del linguista Lakoff secondo cui un’efficace cornice cognitiva prevale dirompentemente ed è più importante della verità. Ma è il costruttore di una casa artificiosa che si basa solo sul suo situazionismo mediatico e monologhistico. Il centro aggregante non è radicato con la storia e la realtà, ma solo con un suo show comizistico e opportunisticamente aggressivo, una sorta di catarsi da teatro greco, ma che poi finisce lì. Non c’è nessun radicamento profondo con la storia. D’altronde il suo percorso artistico ce lo testimonia: prima faceva la pubblicità dello yogurt yomo, poi è passato alla satira economico-ecologica antipubblicitaria, poi prendeva a martellate i computer fino a divenire un paladino della rete. Per personaggi simili, Gramsci avrebbe parlato di “costruttori di palafitte’’, cioè di quelli che pretendono di impiantare il nuovo sul nulla. L’ideologia della democrazia diretta della rete è un inconcludente impasto di determinismo tecnologico, libertarismo velleitario e confuso neoliberismo antiliberistico. Durerà quanto deve durare, ma non è certo lui che porterà la luce. 

Lei ha parlato del partito dei coprofagi. Chi sono i coprofagi?

I coprofagi sono tutti quei tipi che, anche se anonimi e silenziosi, quando ci parli e metti in dubbio qualche loro concetto, ti rispondono con una faccia che emette un misto di ghigno, vagito del nascituro semisedato ed amplificazione da sforzo gutturale dovuto a stitichezza:’’e ma lo dice l’Europa!!!ce lo dice l’Europa, non possiamo fare diversamente’’. Se l’Europa decidesse di sequestrare tutte le nostre case per darle alla famiglia di Mario Draghi o ai discendenti della tigre Arkan, loro ti direbbero, acriticamente eccitati ed esaltati: “ma ce lo dice l’Europaaa!”. E’una nuova forma di razza umana, dei neoebeti, il partito dei celodiceleuropa, quindi un partito di coprofagi nella sostanza. E penso che si sia capito cosa intendo dire.

Ma il governo Monti ci ha ridato credibilità internazionale, senza il suo intervento non si sarebbero potuti pagare gli stipendi degli statali. La sua mi sembra una critica troppo eccessiva.

Ma questo è solamente l’alibi di ferro trovato per iniziare ad impiantare un disegno ben preciso. Mi spieghi una cosa: che centra con l’Europa tagliare i fondi per gli ammalati di Sla o per l’accompagnamento degli invalidi, o quelli per l’illuminazione pubblica? E’ logico che tutto ciò segua una linea ben precisa che con l’Europa non centra niente, e cioè la privatizzazione del welfare ( la sanità, gli asili, i trasporti, le pensioni etc.) che ormai è l’unico bottino rimasto per le varie banche e compagnie assicurative impastate nella melma di titoli cartastraccia e mancanza di liquidità. Anche perché nei primi otto mesi del 2012, il debito pubblico è aumentato di quasi 70 miliardi, con una media di 8,6 miliardi al mese, cioè 282 milioni di euro al giorno. Per non parlare del mancato taglio delle tasse o delle mancate liberalizzazioni, cose che invece, quando questi tecnici facevano gli economisti editorialisti del corriere della sera, auspicavano come uniche vie d’uscita per l’economia italiana, criticando severamente i governi che c’erano e che non prendevano tali provvedimenti. Insomma, facevano i liberisti con il culo degli altri. 

Comunque mi pare di capire che lei si allinea a tutti quelli, economisti e leader populistici vari, che sostengono che bisogna uscire dall’Euro?

Ma assolutamente no, sarebbe pura follia sia tattica che strategica. E’ l’euro che uscirà da noi. Quando alla Germania non starà più bene il giochino, manderà all’aria tutto in un batter di ciglia. Ma niente di tutto ciò accadrà nell’imminente. Detto questo, però, mica possiamo fare come i coprofagi, le cose bisogna pur cercare minimamente di comprenderle. Alla fine degli anni settanta ci fu un dibattito all’interno della rivista per cui scrivevo, Mercati, virilità e scemi di paese, costola dissidente di MondoEpilettico. Scrissi un articolo sull’adesione dell’Italia allo Sme in cui sostenevo che l’unione di economie diverse tra di loro, con un rigido sistema a cambi fissi, avrebbe prodotto una crisi sistemica, dove le economie più forti avrebbero schiacciato quelle più deboli. Un sistema a cambi fissi è una manna dal cielo per i paesi più forti (vedi Germania) perché in un’economia aperta e allargata a più mercati, chi ha capitale desidera la rigidità dei cambi per poter investire dove conviene di più senza rischiare di perderci a causa della fluttuazione dei cambi. Quindi sostenevo che i rischi per l’Italia sarebbero stati collegati al fatto che un paese meno competitivo come il nostro, con un’inflazione strutturalmente più alta rispetto a quella della Germania, con un cambio fisso non avrebbe più potuto, quando serviva, recuperare competitività svalutando la moneta e quindi avrebbe dovuto, inevitabilmente, trasferire i necessari aggiustamenti nell’economia interna, cioè svalutando i salari, attaccando i guadagni ed i redditi delle persone, facendo in questo modo contenere i consumi e quindi contenere l’inflazione. E’ esattamente quello che sta accadendo adesso. 

E cosa proponeva all’epoca per evitare questi rischi?

Accompagnare il sistema della rigidità dei cambi con un concentrato di regole capaci di stabilire, nel caso di deviazione degli andamenti di cambio, un’equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento tra paesi strutturalmente in disavanzo esterno e paesi in surplus. Ora hanno adottato il fiscal compact, che è come prendere uno grasso 300 kg e per farlo dimagrire mandarlo a pane e acqua senza casa in un bosco disperso della Siberia per due anni. Dimagrirà sicuramente, ma verrà trovato morto stecchito prima della fine della dieta.

Lei è un imbecille?

Non lo so, ci sto pensando da un paio di settimane.

Soundtrack1:’La pelle’, Cesare Basile
Soundtrack2: ‘Veteran of the psychic wars’, The blue oyster cult

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia dislocato autunnamente in una spiaggia dell’Africa meridionale.

Seduto sulla riva…

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Uscii in modo delicato dalla meditazione. Aprii gli occhi, ancora rivestiti di un verde forestale, e tutto quello che vidi fu il volto luminoso e lucente del mio maestro (lui era infatti completamente calvo, e il sole perpendicolare). Lao-Tze mi sorrideva pieno di pace (o era semplicemente ebete?): la sua pace gli usciva dalla veste monastica, e sbrodolava un poco anche sul prato verde. (Non vedevo un’erba così verde dall’ultimo rave di Berlino, sette anni fa).

“Maestro. Soffro a causa degli altri”, l’apostrofai, giustamente sottomesso e rispettoso.

Lao-Tze continuava a sorridere ricolmo di pace (che sia gloria al suo nome). Attendevo l’illuminazione: la tazza se l’era già messa in testa ieri, e quanto al suono di una sola mano che applaude, ormai potevo dire di essere un esperto – non che l’avessi capita quella frase, ma insomma.

Dopo venti minuti buoni, il maestro mi disse: “Devi solo sedere sulla riva del fiume, ed attendere. Prima o poi, vedrai passare il cadavere del tuo nemico”.

“Ah”, disse la mia mente fiocamente illuminata. Salutai il maestro con tutta la dolcezza che mi consentirono i tre tubetti di Smarties che avevo ingurgitato di nascosto nelle ultime ore. Appena fuori dalla portata della proverbialmente acuta vista di Lao-Tze, mi accesi l’ultimo spinello che mi era rimasto, e mi misi in cammino verso il dannato fiume. Dopo un giorno intero di cammino, lo trovai. E rimediai anche un posto discreto dove accamparmi: il set constava di 1) uno speco graveolente per ripararmi, 2) una certa quantità di fascine umide che, appena accese, produssero un fumo soffocante; 3) una pianta di amarilla ridens, che mi avrebbe dovuto sostentare con i suoi frutti secchi ed amari.

Passai una notte agitata sognando una riproduzione della Gioconda realizzata con un batterio messo sotto vetro: illuminando in modo selettivo dei settori del vetrino alcuni batteri morivano, mentre gli altri continuavano a svilupparsi, mangiando spazio. L’insieme produceva il disegno. Nel sogno, l’opera mi cadeva per terra, e dai frantumi si sprigionava una forza biologica distruttiva che avrebbe cancellato in pochi giorni ogni forma di vita dal mondo, ad eccezione delle tartarughe e degli avvocati appassionati di storia. La mattina dopo avevo la dissenteria, mentre l’amarilla ridens mi aveva convinto di essere Steven Spielberg. In ogni caso, non avvistai alcun cadavere.

I non avvistamenti si susseguirono per i successi 12 giorni. Stavo per soccombere ad uno dei vari malanni che mi ero procurato (aritmie, malnutrizione, malfunzioni renali, disidratazione, stati allucinatori), quando sentii strani rumori festanti provenire dal fiume. Pensai ad uno scherzo della mia mente esausta, e così non ci feci caso. Caddi anzi addormentato. Finché, qualche tempo dopo, vidi un battello stile Louisiana sfilare davanti ai miei occhi. A bordo, uomini e donne molto poco vestiti e decisamente su di giri si davano da fare: cantavano, ballavano, mangiavano, bevevano scopavano. I fiati di un’orchestrina di uomini di colore urlavano liberi sulle note delicate di un banjo. Una coppia era affacciata sulla ringhiera che dava verso la riva dove giacevo nel mio stato pietoso. L’uomo, nudo, aveva capelli e barba rossi: mi guardò ridendo, mi mostrò l’indice; poi si voltò per farmi vedere anche le sue chiappe candide. La donna rise sguaiatamente, con le tette che ballavano al ritmo della sua ilarità.

“Cosa ho sbagliato, per la vacca?” urlai, ma quelli della barca facevano talmente tanto casino che la mia frase non si sentì più lontano dello spazio racchiuso dalle ossa del mio cranio. Ero praticamente moribondo ma mi misi in marcia: avevo intenzione di spaccare il mio bastone da viandante in testa a Lao-Tze. Lui e suoi consigli della minchia. Non ce l’ho fatta, purtroppo. Sono morto, e un destino ironico ha voluto che cadessi nel fiume. Quel fiume che ora trasporta il mio corpo di martire.

Chi denuncia chi

in religione by

(ANSA) – BOLOGNA, 13 NOV – Si era specializzato nelle truffe a parrocchie e istituti religiosi (ne ha presi di mira 23 in 15 giorni, soprattutto a Bologna ma anche a Parma e Reggio), che contattava spacciandosi per funzionario della Banca d’Italia e annunciando un lascito di 10.000 euro da un fedele residente in Svizzera. Ma per incassare c’era una tassa doganale da versare: centinaia di euro, che poi spendeva tra bingo e scommesse.
L’uomo, un 42enne bolognese, e’ stato arrestato dai carabinieri per truffa aggravata.

Fatemi capire. Quest’uomo cercava persone facilmente suggestionabili, prometteva loro un grande tesoro futuro da parte di un lontano benefattore, chiedeva in cambio un piccolo obolo necessario a guadagnarsi l’inestimabile bene, lo usava per attività personali di dubbia utilità, e invece di farlo vescovo l’hanno denunciato?

La famiglia ammuffita!

in politica/religione/società by

Cari Matteo Renzi e Pierluigi Bersani, ultimamente mi sono un po’ distratto e non ho fatto granché attenzione ai vostri programmi.

Gironzolando per il web, però, ho sbattuto contro questo grafico che riassume i programmi dei candidati alle primarie del PD sul tema della famiglia omosessuale.

Solo Laura Puppato e Nichi Vendola dichiarano di volere il matrimonio omosessuale, sanando una discriminazione – mi ripeto – inaccettabile ed incostituzionale nel 2012.

Voi invece ci proponete una ricetta simile: un unione diversa dal matrimonio e soprattutto SOLO per coppie OMOSESSUALI.

In questo modo riuscite in un solo colpo a proseguire nella discriminazione degli omosessuali, cui verrebbe ancora una volta negato il diritto di accedere allo status di coniuge, e ad impedire agli etero di usufruire di un’unione civile diversa dal matrimonio.

Non è difficile capire qual è la logica con cui avete scelto questa soluzione:

(a) non possiamo negare ancora un qualunque schifo di riconoscimento a questi scassacazzi gay: la chiesa cattolica magari si incazza ma noi potremo dire “abbiamo difeso la sacralità del matrimonio ed il principio che solo tra uomo e donna si può costituire una vera famiglia”;

(b) abbiamo dovuto dare il contentino ai gay ma per evitare che la chiesa cattolica si incazzi davvero vietiamo agli etero di usufruire dell’unione civile: “la famiglia etero passa solo dal matrimonio”, diremo.

Si tratta di una soluzione ancora più vecchia dei DiCo e dei Pacs: un regresso del regresso.

E voi vi candidereste a guidare un partito progressista? Specialmente tu, Renzi, che ci trifoli i coglioni col cambiamento, la rottamazione, il rinnovamento? Quando si tratta di rinnovare davvero la società ci proponi una soluzione da sacrestia, uguale a quella del vituperato Bersani?

Bene amici! Le vostre primarie del cazzo non vi serviranno a nascondere un dato grande quanto una casa: siete vecchi! Pensate vecchio! Sapete di vecchio! Una riverniciata non basta, amici! La casa è ammuffita! Santè

 

Mariam (sei)

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Metamorfosi

Le stanezze di Mariam cominciarono a verificarsi poco dopo che Victor ebbe un attacco di cuore, la sera stessa del mio arrivo. Raccontai: “…mi sono fermato a guardare i costumi appesi su uno di quegli appendiabiti con le ruote, hai presente? E’ stato allora che con la coda dell’occhio ho visto Victor camminare a passo spedito, baldanzoso quasi, come un bambino che corre alla dispensa a rubare la marmellata mentre la mamma è fuori a fare la spesa. Dietro la sua roulotte c’era questa donna, una vera gnocca, alta, capelli lunghi, un paio di tette così, c’era questa donna, certamente una comparsa, visto che indossava una lunga tunica chiara. Erano sicuri che lì dietro nessuno li vedesse. Victor era infoiato come un quattordicenne alla sua prima pomiciata, gli si è buttato addosso e ha cominciato a baciarla convulsamente smanazzandole il petto… Ha fatto per tirarle su il vestito, ma lei lo ha afferrato in modo gentile ma fermo, e ha accompagnato le sue mani verso il basso per ricomporsi. L’ha preso per mano e insieme sono entrati nella roulotte. Forse Victor è confuso dal desiderio, o forse pensa di essere diventato invisibile, fatto sta che non tirano le tendine. Mi sistemo dietro ad un angolo a godermi la scena, che promette di essere interessante. Vedo la donna che evidentemente si deve essere appoggiata con il sedere alla parete opposta alla finestra: a braccia conserte lo segue con lo sguardo mentre va avanti e dietro dentro lo spazio minuscolo come una tigre in gabbia. Ad un certo punto si rivolge alla ragazza muovendo minaccioso il suo lungo indice. Il suo capoccione si frappone il la ragazza e il mio sguardo. Victor gesticola febbrilmente, mentre la donna se lo fila sempre di meno, sembra annoiata da una scena che si deve essere ripetuta fin troppe volte. Ora vedo solo il cocuzzolo di Victor, che evidentemente deve essere in ginocchio davanti alla comparsa, prega o fa sesso? O magari le cose assieme? Schizza in piedi e di punto in bianco molla alla ragazza un ceffone che la fa quasi cadere… Mi auguro che adesso lo colpisca con il primo oggetto contundente a portata di mano, ma niente, quella si toglie i capelli dalla faccia, e comincia a ridere in modo così forte ed osceno che si sente un po’ anche da fuori. Ed è lì che Victor crolla, non ho dubbi su quello che sta facendo ora. Ed è allora che è successo: la ragazza si è piegata su sé stessa, probabilmente per capire che cosa stia succedendo a Victor, che ha smesso di fare quello che stava facendo per stramazzare in pieno coma. E’ uscita fuori di gran corsa, ma senza urlare: deve aver dato subito l’allarme, ma in modo tale da non far capire che lei si trovava con lui nella roulotte quando gli è venuto lo schioppone… “. Mariam mi guardava come se fossi un alieno appena sbarcato sulla terra. “Victor ha avuto un infarto per l’emozione. Nella sua roulotte gli è apparso San Tommasino da Pietracalda, il santo a cui è devoto, e il cuore non ha retto”, “Una… visione? San Tommasino…, ma Mariam, che cosa hai preso?, da quando in qua credi a queste cazzate?”, “Non parlare così, oggi ho conosciuto la dolcezza del Signore, e ho detto basta alla mia vita di peccato e di perdizione”, “…”, “Sì, sono stata lontana da questo dono meraviglioso per troppo tempo, e ora voglio recuperare: Victor è stato messo alla prova, e voglio che mi capiti la stesso, voglio morire di quella gioia”, “Ma ti dico che quando ha avuto l’infarto, Victor aveva la sua bocca in mezzo alle cosce di quella comparsa, l’ho visto con i miei occhi…”, “Basta con queste oscenità, sei un miscredente, e lo sono stata anche io, ma è il momento di fare chiarezza, approfittare di questo meraviglioso dono che ci ha fatto il Signore”, “Cioè, un uomo in ospedale, sarebbe questo il cazzo di regalo che ci sta preparando. Tu sei pazza, lo stress ti ha fatto svalvolare il cervello, ritorna in te, cazzo! Cazzo cazzo cazzo”. Stavo urlando a squarciagola, e Mariam continuava a ricambiare la mia rabbia con un distacco olimpico, in fondo al quale non era difficile scorgere una netta, benché composta, riprovazione. “Signora, c’è qualche problema?”, era il tizio del SUV che parlava: era entrato nella roulotte di Mariam. “Oh, Big Jim, vattene un po’ affanculo, per favore, e non ti intromettere, non sono cazzi tuoi, gira i tacchi”. “Signora, c’è qualche problema?” ripeté l’energumeno (cammina, mangia, e dice “c’è qualche problema”?, come la bambola Sbrodolina). Mariam aveva assunto l’aria sofferente di un insegnante che sta per assegnare una punizione all’allievo prediletto. “Sì, per favore, faccia in modo che mio marito si dia una calmata”. La montagna di muscoli non aspettava altro: in un nanosecondo mi fu addosso e mi bloccò con la sua forza animalesca. “Fèfuffofiiitopfrooia”, dissi, che voleva dire “E’ tutto finito, troia”. Uscita di scena inelegante, ne convengo, ma capirete anche che un uomo innamorato cui un demone psicotico sostituisce l’oggetto vivente del desiderio con una pazza bigotta avrà anche il diritto di alzare un po’ la voce. No?

Epilogo

La follia di Mariam fu tanto repentina quanto irreversibile. Mi buttò fuori di casa, e mi scrisse una lettera disgustosamente impregnata di stucchevoli immagini religiose, che faticai non poco a carpirne il contenuto oggettivo dietro la cortina fumogena rosa e maleodorante. In pratica il senso era che mi avrebbe accettato di nuovo solo a patto che mi applicassi in un serio cammino di fede nel quale, scriveva la neo-demente, “sarebbe stata lieta di accompagnarmi mano nella mano come Gesù aveva fatto a Potenza con lei”. Ovviamente, avrei dovuto smettere con alcol droga e, va da sé, bestemmie, una condizione, quest’ultima, che mi pareva la più inaccettabile delle tre. Devo aggiungere che mi ritrovai completamente senza un lavoro legale, dato che la società di Victor si adoperò perché il mio nome venisse aggiunto nelle liste neri dei reprobi, e quindi non potevo nemmeno contare sull’editing delle agiografie di oscuri santi di paesi insignificanti come facevo prima. Cercai il cinese che faceva porno illegali per scoprire che era stato arrestato per svolgimento di attività contrarie alla morale pubblica. Con il denaro, se ne andarono rapidamente anche il decoro e la dignità, e finii a fare il barbone. Una notte, mentre dormivo ubriaco sopra un cartone che puzzava di piscio stantio, un ragazzo mi svegliò pigiandomi uno dei suoi anfibi sulle costole. Vincendo a fatica il fastidio per il mio odore disgustoso, mi fece salire sul retro di un furgone, che mi condusse in una bella casa di campagna, dove una serie di persone carine mi lavarono, nutrirono e in breve mi rimisero a nuovo. Ero diventato uno del gruppo di fuoco dei “Congiurati delle Polveri”, quelli che tentarono di appiccare fuoco al Vaticano. Ci beccarono, e io sono finito così, in coma e col sondino nasogastrico, perché uno poliziotto mi ha sparato in testa.

No, non è vero, mi trovo qui col sondino perché il tipo che mi ha portato via quella notte non era un cospiratore ma un portantino che ha fatto di tutto per salvarmi la vita dall’assideramento (cosa che peraltro poteva anche risparmiarsi, visto come è andata a finire). Dimenticavo, è inutile che vi dica a chi devo la cortesia finale del sondino, vero? Ci potete arrivare da soli: era una persona che una volta mi amava. Perfino da qui mi sembra ancora di sentire l’odore della sua pelle, ogni tanto.

Fine

Mariam (cinque)

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Sul set

Dato che avevo un po’ di tempo da sprecare, decisi di farmi un giro per il set. La grande quantità di ausili tecnologici, fari, ombrelli, console, fotoelettriche, generatori ed il gracchiare incessante dei walkie talkie, il continuo squillare di telefonini contrastava bruscamente con il contesto paleolitico in cui stavano realizzando il miracolo di una umana creazione elettrica. Quasi subito raggiunsi il luogo dove sarebbe stata girata la scena dell’annunciazione. Il regista, che con le gambe magre piazzate sul voluminoso ventre sferico faceva pensare ad un grande uccello intento a becchettare a detra e manca alle ricerca di un qalche verme, era ancora assieme al tipo azzimato che avevo sentito delirare nel camerino di Mariam. Insieme, esaminavano palmo a palmo la ricostruzione della casa della Vergine, in realtà un simulacro costituito da tre pareti due corte e una lunga. Il lato libero era era occupato dal binario di un dolly, sopra il quale, protetta da una cuffia di plastica grigia era montata una delle macchine da presa, con tanto di seggiolino per l’operatore. La “casa” di Maria era una specie di speco di fango secco, praticamente privo di mobili a parte un tavolaccio e una specie di caminetto dove, sopra un falso fuoco alimentato a gas, bolliva un pentolone. Il regista si muoveva in modo isterico all’interno della scena, apportando miniscole migliorie, sempre seguito dal supervisore, che ogni tanto lo chiamava a sé. Dopo aver parlato brevemente, il regista con gli occhi rivolti al suolo mentre l’altro gesticolava animatamanete, riprendevano il giro, toccando una fascina qui, un panno laggiù. Quando ebbero terminato il sopralluogo, si allontanarono disponendosi appena davanti al trabiccolo con la telecamera, probabilmente per farsi un’idea dell’insieme.

Ad intervalli regolari il regista volgeva lo sguardo vero il supervisore per ottenerne l’approvazione o per scorgere eventuali segni disappunto sul volto. Alla fine il supervisore, visibilmente soddisfatto, diede una pacca sulla spalla al regista, gli strinse la mano e si congedò. Quell’uomo mi interessava e mi divertiva: non dovetti attendere molto per capire che la mia era stata un’intuizione corretta. Sarebbe valsa la pena seguirlo, dopo la fine della scena.

In ogni caso, tutto era pronto. La notte aveva portato buio e un minimo di ristoro dal caldo. In quel riquadro artificioso attorno al quale tecnici, regista, aiuto-registi, segretarie di produzione vegliavano con il fiato sospeso, il tempo pareva tornato indietro di duemila e passa anni: le tenebre profonde squarciate dal rosso delle torce, il belato dei capretti, il frinire delle cicale e il vento che giocava con i rami di un cespuglio mezzo secco come unici rumori. La cinepresa era fissa sulla porta della casa, come se lo spettatore fosse al suo interno: Mariam entrò in campo carica come un somaro, portando una giara di acqua e un sacco di farina. La foggia dell’abito con cui avevano rivestito il suo magro corpo la rendeva goffa, mentre con il trucco le avevano bizzarramente contraffatto i bei lineamenti, facendo risaltare sì gli occhi, ma conferendole un’espressione misera e stanca.

Nel riconoscere Mariam sotto le spoglie di quella rappresentazione della Vergine, giovane timida ma risentita, un brivido mi percorse la spina dorsale. Potenza della suggestione, e forse anche di quei tamburi che la produzione aveva voluto suonassero dal vivo durante le riprese, al fine di indurci tutti in una infelice trance. Maria non fece a tempo a riprendersi dalla fatica quando una fortissima luce venne sparata su un angolo nascosto della sua casa, rivelando l’Annunciatore. Non si trattava, per così dire, di un colpo di scena: eppure Mariam fece un balzo di sorpresa talmente realistico che per poco non cadde all’indietro – il regista ebbe un sussulto di rabbia, che represse immediatamente nel pugno serrato di una mano, ma trovai la cosa estremamente efficace. In fondo, Maria (ma anche Mariam) erano state colpe in contropiede. Anzi, si poteva ben dire che il loro soprassalto fosse la cosa più autentica che avessi visto quella sera (che cosa fareste voi se, al ritorno da una giornata pesante di lavoro, trovaste un angelo sedutocasa sulla vostra poltrona preferita, intento a spiegarvi che, pur essendo il vostro imene ancora integro, siete comunque incinta e che questo non è tutto, dato che il pupo, in pratica, è … Dio – a parte svuotare nel lavandino le bottiglie dei superalcolici, intendo?). Purtroppo sul set non c’era l’Angelo, a quanto pare l’avrebbero “aggiunto” in post-produzione. Una voce fuori campo recitava la parte di Gabriele. “Donna, non temere, perché vengo a portarti una lieta notizia” “Ma…” “Ecco, tra nove mesi tu concepirai un figlio, pur non avendo un marito, e lo chiamerai Gesù. E’ lui il salvatore che stae attendendo da tempo.” “Ma tu stesso lo hai detto… io non ho marito” “Maria, questo è un miracolo portentoso, faresti meglio a non farti troppe domande, e ad accettare il destino portentoso che il Signore, nella sua bontà, ti ha riservato” “Ma tu chi sei, un angelo del Signore o forse un inviato del Maligno?” “Mi chiamano Gabriele, sono uno dei tre Arcangeli, donna”. A quel punto, come da copione, Maria cadde in ginocchio in mezzo alla polvere. Mariam era una grande attrice perché, non solo aveva sostenuto con grande serietà quella conversazione surreale, malamente adattata al linguaggio moderno, ma, superato il primo momento di vero smarrimento e di autentica paura, aveva assunto con i suoi occhi, la postura modesta enfatizzata dai capelli avvolti in un velo, le forme infagottate da un vestito informe, l’atteggiamento di un utensile privo di coscienza al servizio di un progetto folle ed incomprensibile, un pezzo di carne privo di pensiero, materia malleabile priva di coscienza e forte solo di una criminale passività. “Stop! Perfetto! Brava piccoletta, complimenti a tutti! Potete andarvene a letto, una volta smontato tutto l’amabaradan”.

Fine quinta parte

salvate il soldato casto

in religione/società by

Come ormai avrete capito, tra gli autori di Libernazione alcuni hanno il pallino della libertà di espressione. Quest’oggi io prendo le difese di Immanuel Casto, detto il Casto Divo. Per chi non lo conoscesse, Immanuel Casto è il primo e forse unico esponente italiano del genere musicale porn grove. Il genere unisce musiche stile dance anni ’80 (ma non solo) con testi  alquanto irriverenti. Insomma, se mia nonna mi avesse acciuffata ad ascoltare Anal Beat, Escort 25 o Che Bella la Cappella, si sarebbe preoccupata per me. Ad ogni modo, Immanuel Casto ha lanciato qualche giorno fa le carte Squillo. Se la curiosità vi ha portati a vedere i video delle canzoni elencate due righe fa, non vi sorprenderà che il gioco sia ambientato in un giro di prostituzione e traffico di organi. Ok, lo ammetto, non è il massimo del buon gusto. Del resto la particolarità di Casto è viaggiare sempre sul filo della provocazione. Cosa consente a delle brave ragazze timorate di Dio come me di ascoltarlo senza correre in chiesa a confessarsi? La sua ironia. Ed è proprio con spirito ironico che vanno giudicate le carte Squillo. Questa sfumatura non pare essere stata colta dalla Senatrice Baio (Alleanza per l’Italia) che ne ha chiesto il ritiro immediato.  La motivazione è che il gioco “incita alla mercificazione del corpo femminile, parla di vendita di organi umani, incita all’uso di eroina e di antidepressivi e (mi vergogno a dirlo, ma lo faccio solo per far capire l’orrore che è sui nostri siti web e che potrebbe entrare nelle nostre case) a pratiche sessuali disumane (dei roditori si cibano di parti intime femminili)”. Inoltre, il gioco sarebbe anche blasfemo per via della frase “credo che il fatto che qualcuno abbia potuto, non solo concepire questo gioco, ma addirittura produrlo e metterlo in vendita, sia la prova che Dio non esiste”. Ora, alzi la mano chi seriamente pensa che le carte da gioco Squillo possano in qualche modo indurre qualcuno a mettere su un giro di prostituzione. Io non discuto che siano di cattivo gusto, ma trovo che la mercificazione del corpo femminile sia altrove. Per esempio nei programmi televisivi in cui vallette seminude fanno da soprammobili mentre tutti discutono in giacca e cravatta di calcio; dai cartelloni pubblicitari che usano donne nude per vendere lavatrici o automobili o che so, da un presidente del consiglio che piazza la sue amiche di bella presenza in parlamento. Per altro, nessuna di queste cose ben più dannose di Squillo è mai stata vietata, né dovrebbe esserlo. Appello dunque ai lettori canaglia: mandate una mail alla Senatrice Baio baiodossi_e@posta.senato.it in cui le fate sapere che a voi l’esistenza delle carte Squillo non provoca nessun impulso verso lo sfruttamento della prostituzione, il traffico di organi umani, l’uso di eroina o antidepressivi e men che meno quella cosa coi topi. Salvate il soldato Casto!

Mariam (quattro)

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Il guru

Speravo di poter godermi di un po’ di intimità con Mariam, ma, con mio grande disappunto, dovetti constatare che il (piccolo) camerino della Madonna era piuttosto affollato. Il desiderio che mi aveva mordicchiato il cuore durante il viaggio – doccia, carezze – andò in frantumi in quel piccolo spazio pieno di esseri umani. Mariam, ancora in abito di scena, sedeva davanti ad uno specchio da trucco costellato da un milione di lampadine, mentre attorno a lei si agitavano un uomo corpulento e femmineo, il regista a quanto pareva, un truccatore e un tizio azzimato con i pantaloni con le pences ed un piccolo badge colorato appuntato alla camicia. Quando entrai nella roulotte, i tre uomini interruppero quella che anche prima del mio arrivo doveva essere stata una conversazione animata, mi rivolsero uno sguardo distratto, e ripresero a parlare tra di loro mantenendo il contatto visivo attraverso il grande specchio nel quale si riflettevano. Stretta tra di loro, Mariam non riusciva nemmeno ad alzarsi, ma mi guardò, sempre dallo specchio, e alzò timidamente una mano a metà in segno di saluto. “Più dimessa, la voglio più dimessa, umile, con questo trucco me la fai sembrare una mignotta, capisci?” “Stai esagerando: a parte che dovresti mostrare più rispetto per il mio lavoro, la ragazza è uno scricciolo, se la scavo troppo qui, sotto gli zigomi, viene fuori proprio una derelitta, una… scappata di casa, capisci?” “Permettete che mi intrometta” – era il tipo col badge a parlare, adesso: “ricordatevi che il titolo della serie è “Casta sposa, madre di Dio”. Di ragazzette facili che con le poppe al vento e il didietro scoperto ne vediamo fin troppe in televisione, qui stiamo cercando ‘altro’, capite?, altro. Il nostro progetto, quello di Benny [Benny?], insomma, è alto, alto: qui stiamo plasmando un popolo, o meglio, ri-modellandolo. Vogliamo far capire a questi… libertini, ecco, a questi libertini che ci circondano il piacere dell’attesa, quanto sia formativa per il carattere l’astinenza sessuale,  quanto bello e nobile rimandare ogni piacere terreno per amore di un obiettivo più grande, che poi è la promessa di Nostro Signore. Per darti un’idea, a Benny – e anche a me – piacciono le mani rovinate delle casalinghe, tagliuzzate, arrossate, puzzolenti di varecchina, mica quelle curate e morbide delle impiegate di concetto. Il modello di bellezza che vogliamo suggerire alla gioventù deve essere di rottura, qualcosa di nuovo, di inatteso, una rivoluzione. Siamo noi, i veri punk del secolo. ‘Loro’, quella gentaglia, gli hanno dato, gli hanno concesso il sesso a sedici anni, la droga libera, il denaro in tasca per procurarsela, l’autonomia, la contraccezione, meglio, la pillola del giorno dopo, che poi è una forma di aborto, altroché. Bene, tutto ciò è superato, faremo loro capire che si deve sezionare la realtà con il bisturi della fede, l’unico strumento che permetterà loro di vedere oltre l’apparenza riduttiva del loro vuoto materialismo. Giulio, hai presente la borsa valori? Devono sapere che siamo pronti alla guerra. Combatteremo in ogni modo (legale o no) gli speculatori che comprano oggi (piaceri, bellezza) e rivendono domani per acquistare nuovi piaceri e nuova bellezza; questo tipo di speculazione, che a ‘loro’ piace tanto, la renderemo talmente difficile da costringerli a rinunciare”. L’uomo era preda di una specie di raptus dialettico, l’agitazione nervosa gli aveva riempito di minuscole goccioline di sudore ispirato l’ampia fronte abbronzata; strizzò gli occhi come per mettere a fuoco un oggetto che tutti gli altri non potevano vedere, ben oltre la finestra del camper. “Che dico, illegale, im-pos-si-bi-le! Il loro denaro morale va investito nelle nostre obbligazioni a lungo termine, che alla fine sono quelle che danno il rendimento più elevato, la vita eterna. Tutto questo per dire che Giorgio ha ragione; Marco, imbruttiscimi un pochino questa signora, è ancora troppo bella per i nostri scopi…”.

La fissità glaciale della facies di Mariam mi confermò che anche lei aveva testimoniato del delirio del tipo con il badge. Il truccatore si rimise al lavoro contrariato, borbottando in modo inintellegibile tra sé e sé, mentre il regista e il supervisore mi passavano oltre per raggiungere la porta. Mi avvicinai a Mariam, la sua espressione era piena di amore e complicità. “Leo, mi lasci cinque minuti sola con mio marito, per favore? Non lo vedo da un po’ di giorni…” “Ma certo, Jasmine, vado a fumarmi una cicca qua fuori, ma mi raccomando, non più di cinque minuti, stasera questi girano l’Annunciazione, non abbiamo molto tempo per perfezionare il tutto, insomma per trasformarti in una racchia come una a caso delle loro figlie!” “Grazie, Leo, sei un amico”. Leo mi guardò con la sua bella faccia larga e rosa, mi fece qualche complimento di circostanza sulla fortuna che avevo ad avere una ragazza così eccetera eccetera, e poi finalmente si levò dai piedi. Appena la porta venne accostata, Mariam girò a 180 gradi sulla sedia, si tirò indietro fino a far sbattere lo schienale contro il ripiano ingombro di cosmetici, e mi si aggrappò al collo abbracciandomi anche il bacino con le gambe nervose ed incrociando i piccoli piedi scuri dietro la mia schiena. Mi baciò con entusiamo sulla bocca e poi nascondendo il viso nell’incavo tra spalla e collo, mi disse qualcosa di carino. “Questi cinque giorni lontano da te… sono stati terribili…” “Me lo immagino, specie in mezzo a questa banda di pazzoidi esaltati…” “Shhh! Di questo non voglio parlare qui.” “Capisco” mentii, “e il lavoro come sta andando?” “Per il momento abbiamo lavorato molto sulle storyboard di Pazzaglia, stasera c’è la prima prova importante, ho una strizza addosso, questi si aspettano grandi cose… Hai sentito che cosa hanno in mente?” “Sì, ho sentito, beh, basta che pensi a quelle poveracce delle tue cugine – loro sembrano rassegnate a servire i loro fratelli e a farsi piazzare da loro con il primo tizio barbuto che avranno la bontà di destinare loro… E’ questo il modello di femmina che ha in mente quel soggetto che sproloquiava poco fa.” Leo bussò alla porta: il nostro tempo insieme, per il momento, era terminato. “Mariam, allora vado. Posso fare un giro per il set prima che cominciate le riprese?” “Vai tranquillo, guarda, ti ho procurato un passi che ti permette di ficcare il naso dappertutto senza problemi.” disse Leo. “A che ora girate?” “Verso le undici, c’è un po’ da aspettare…”. Uscii dalla roulotte nel caldo ancora infernale.

Fine quarta parte

A messa a spese degli altri

in politica/religione by

Che poi sarebbe il caso, una volta per tutte, di farci una domanda: anche ammettendo -cosa per niente scontata- che si riesca finalmente ad esentare la Chiesa dall’IMU per i soli immobili adibiti al “culto”, qualcuno sa dirmi perché ‘sto culto dovrebbe essere considerato meglio di noi?
Mi spiego: siete davvero convinti che usare un immobile per riunirsi e pregare sia più meritevole di tutela che utilizzarlo per viverci dentro, ripararcisi dal freddo e dalla pioggia, alzarcisi la mattina per andare al lavoro, farci l’amore, litigarci, allevarci i figli, guardarci il telegiornale, tenerci dentro un cane e un gatto, andarci a dormire?
Be’, io credo di no.
Io credo che il punto non sia stabilire con esattezza quali siano i luoghi di culto e quali le attività commerciali della Chiesa, onde esentare i primi dall’IMU e sottoporre a tassazione le seconde.
Io credo che dovendo scegliere chi favorire levandogli l’obbligo di pagare le tasse sugli immobili si dovrebbero esentare prima le case delle persone, e dopo -casomai- le chiese, perché vivere -abbiate pazienza- è una questione oggettivamente più importante che pregare.
Dopodiché, se ci sono degli italiani che preferiscono rinunciare al pranzo o alla cena -o a tutti e due- pur di concedere alle chiese la possibilità di accoglierli ogni domenica senza pagare le tasse, alzino la mano, si facciano avanti e si dividano il costo tra loro.
Io, onestamente, credo che molti preferirebbero usare quei soldi per comprare i libri di scuola ai figli, andare in vacanza qualche giorno o metterli da parte per la vecchiaia: e il fatto che invece gli vengano tolti perché c’è chi vuole andare a messa a spese loro è una roba al limite della vergogna.

Mariam (tre)

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Ne avevo bisogno. Ogni cellula del mio corpo con la sua piccola vocina reclamava la molecola magica. La vocina era sottile, ma le cellule numerose assai, per cui ne veniva fuori una protesta poderosa come quella elevata da un miliardo di voci bianche. Il sudore mi si stava ghiacciando sulla fronte e sulle tempie, mentre ai miei nervi indebitati appariva inspiegabilmente violaceo il paesaggio lunare che scorreva al di là dei finestrini mentre l’astronave papale schizzava come un proiettile attraverso quel Nevada italiano senza curarsi dei limiti di velocità. Mi irritavano le effigi papali che decoravano le finiture in radica e pelle del SUV, e cominciavo ad avere un po’ paura del ceffo abbronzato al volante, circondato dal suo alone di acqua di colonia agli agrumi e spezie.

Mentre tentavo di riflettere in modo improduttivo ed ozioso sull’imbarazzante dipendenza di cui ero evidentemente vittima giocherellai con un tasto: con un piccolo blip lo schienale del sedile anteriore destro si accese, rivelando il display a cristalli liquidi che aveva incastonato al suo interno. Sullo schermo apparve il Papa in persona, ripreso con le sue belle scarpette rosse in uno stucchevole ralenti. Un vero e proprio spot sul Papato, in cui si poteva ammirare il Teodoro IV stringere le mani di decine di capi di stato di tutti i paesi del mondo. Mentre Doland continuava a martellarmi i coglioni con le sue “Lacrimae”, una voce maschile che avevo già sentito al cinema declamava in maniera calda e suadente, una serie di claim: “un leader mondiale”, “la forza di Cristo non conosce confini”. E poi il papa che baciava una quota paritetica di bambini benestanti e poveri, il papa in visita agli ammalati confinati in una corsia d’ospedale; e per finire, il grande classico, il papa che lava i piedacci zozzi e ritorti di un gruppo di barboni compunti.

Era la mia immaginazione, o uno di quei vecchiotti malridotti stava atteggiando il volto consunto ad un ghigno bukowskiano assai poco consono al protocollo previsto per quella pagliacciata? “Please allow me to introduce myself / I’m a man of wealth and taste”… ma no, era sempre il castrato che sospirava il suo dolore dalle casse dello stereo. Il famoso doppiatore continuava a scandire vellutato: “il grande papa vicino ai più piccoli”, “la forza rivoluzionaria della serenità” eccetera. Non potevo più aspettare: un drogato non può aspettare. Un drogato se ne fotte delle convenzioni sociali, che pretendono non che uno si droghi, appunto, ma che si droghi al chiuso della propria stanza e ad ore in cui lo sballo non interferisca con le attività produttive prescritte dal patto sociale del cazzo.

Il tizio al volante mi teneva d’occhio -o era la mia immaginazione? – come pure sembravano tenermi sotto tiro gli occhi della faccia melliflua del capo dei preti che si pavoneggiava sul video con la sua espressione da primo della classe modesto. Un drogato ha sempre un piano “b”, per drogarsi, e il piano era questo: uno, buttare a terra la scatolina portapillole, due, simulare la perdita di una lente a contatto, tre, chinarsi verso il pavimento del SUV e spararsi una pasticca: sarei diventato quasi istantaneamente affabile e tollerante mentre la chimica avrebbe fatto di me un ottimo conversatore per le successive tre, quattro ore. Se ci fosse stato sesso, sarebbe stato come accarezzare Venere in persona. Eseguii la manovra con grande abilità: non so se il gorilla mi abbia visto o meno, solo dio sapeva dove guardavano i suoi occhi rivestiti da occhiali a goccia neri. Quando mi vide tramestare sul divano posteriore, comunque, mi chiese se avessi bisogno di qualcosa. “Ho perso una lentina”, mi sentii affermare, liberando l’altro occhio dall’inesistente seconda lente a contatto. Inforcai poi un paio di occhiali da vista, esibendo sullo specchietto retrovisore un sorriso di innocenza verginale.

Non avevo finito di risolvere il problema legato alla mia dipendenza che dovevo fronteggiare quello di un possibile soffocamento, causato dalla combinazione di scarsa salivazione e consistenza farinosa del rimedio chimico appena ignollato. Presi dal minibar nascosto nel bracciolo centrale una bottiglietta di acqua naturale, la aprii con un gesto disperato, e ne bevvi metà a canna. “Un papa amico della gente”, “un papa per un solo mondo, non tre”, “il papa che crede nelle donne”, continuava il video, ma ora tra la sgradevole realtà e il mio io avevo piazzato la barriera della droga. Un’euforia irrefrenabile e una strana sensazione di amore per i rivestimenti in pelle della macchina, che avevo preso a carezzare sensualmente, trasformarono la mia rabbia immane in un piccolo prurito.

Quando arrivammo presso il set, il SUV fu costretto ad arrestarsi a causa della folla che si era radunata all’ingresso dell’accampamento dei cinematografari. Big Jim spense il motore e contattò dei colleghi con un walkie talkie. Si voltò verso di me, sfilandosi gli occhiali da sole, e mi disse: “Mi scusi signore, c’è un piccolo problema: questa gente è convinta che nella nostra macchina ci sia Oliver Stone, che, come forse sa, nel film farà la parte di Erode – vogliono tutti un autografo. Non è un po’ ironico, chiedere un autografo a un infanticida di massa?”, concluse con un sorriso fasullo. La forza della chimica, e non quella della ragione, che già sentivo insorgere su per il mio cardias, mi costrinse ad un imbarazzato silenzio, mentre vedevo ancora scorrere sul display le immagini di un altro infanticida di massa a piede libero e per giunta rivestito di porpora.

Giunsero alcuni giovanotti robusti con delle magliette nere con su scritto Staff (la T era una croce) che, a suon di robusti spintoni, allontanarono i curiosi consentendoci di guadagnare l’ingresso. Il vasto spazio aperto su cui era sorto il set era disseminato di camion bianchi e camper: operai, tecnici, comparse in abiti di scena vi si aggiravano per il set in un caos paradossale. Scesi dalla macchina e fui preso in consegna da una segretaria, tra le cui enormi mammelle scoperte si difendeva come poteva un minuscolo Cristo crocifisso d’oro. “Lei è il signor Rossi, il marito di Mariam, giusto?” “Sì”. Mi considerò velocemente, non riuscendo a nascondere completamente un lieve senso di ribrezzo, probabilmente motivato dal mio aspetto (barba lunga, capelli tenuti fermi da un elastico, abbigliamento non firmato). “Venga, l’accompagno alla roulotte di sua moglie”.

Fine terza parte

Mariam (Due)

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Annunciazioni

La telefonata del nostro amico Peppe giunse al termine di una serataccia: attendevamo rassegnati che la tensione elettrica accumulata nel nostro salotto come il fumo delle canne si incanalasse in uno scontro con cui avremmo liberato, l’uno contro l’altra, la nostra aggressività repressa. Stanchi, esasperati da non si sa quale risposta negativa, o dall’ennesimo voltafaccia di un ex amico, non avevamo voglia di niente. Scopare, neanche a parlarne. Così, quando il cordless squillò: “Vai tu… per favore?”, sibilai, limando appena il mio tono, inequivocabilmente recriminatorio. Mariam, seccata, tirò su il ricevitore e disse pronto con uno dei toni meno incoraggianti che avessi mai sentito in vita mia (cinema compeso). Le cose cambiarono velocemente man mano che Peppe andava sciorinando nell’orecchio di Mariam le ragioni di quella strana chiamata a tarda ora: “Sì, me lo ricordo, quell’imbec…”, (“…”), “Eh? Non può essere vero! Peppe, io… beh, guarda non so cosa dire. Ma a loro, glielo hai detto?”, (“…”), “Ma sì, per loro sarà un problema, tu quella gente la conosci, no?”, (“…”), “Ah, ci avevi pensato già, ho capito, ma che gli hai raccontato?”. Mi ero avvicinato, e cercavo di carpire qualche brandello di quella misteriosa conversazione: uno, la notizia era fondamentalmente buona, e, due, c’erano dei “però” da vagliare (come se gente come noi potesse permettersi di fare la difficile).

Mariam si era animata, ora, le guance avevano ripreso un po’ di colore, e la bocca era curva in un sorriso, mentre gli occhi mi guardavano senza vedermi. Non c’era più traccia della faccia da cane bastonato di pochi minuti prima, gli zigomi si erano arrotondati per qualche benevola contrazione nella muscolatura facciale, perfino le occhiaie apparivano meno nette. “Pare stiano cercando una ragazza minuta con caratteristiche somatiche mediorientali per la parte della Madonna nel serial che il Vaticano sta mettendo su con i soldi dei Cristiani d’America – Peppe ha fatto il mio nome. Solo che…” “Solo che il fatto che la tua famiglia non sia cristiana non piace più di tanto, giusto?” “Per non parlare del fatto che non siamo sposati. Peppe magari racconta qualche ‘calla’, tarocca un certificato di matrimonio americano, ci metteremo delle fedi al dito, io dico che ho abiurato l’Islam – tutte cose che possiamo fare…” “Te la senti, Mariam? No, dico, non per l’abiura in sé, ma per la violenza di questa cosa?” “Mi chiedi se me la sento? Ho finalmente la possibilità di avere un ruolo di rilievo, magari è la volta che ce la facciamo ad uscire da questo buco, a starcene un po’ tranquilli, andare al cinema… un viaggetto ogni tanto, e tu, tu mi domandi se me la sento?”. Ero contento: il suo orgoglio in più di un’occasione si era rivelato uno strumento di autolesionismo. C’era da aspettarsi che, in quest’occasione, le suggerisse, per dire, di non piegarsi agli odiati bigotti cristiani per questioni di opportunità tattica. Apprezzai il suo senso pratico, incassai il mio assegno di speranza, e mi coricai con Mariam addormentandomi quasi all’istante, cullato dalla promessa invero poco ragionevole di un benessere a tasso zero.

Craco

Fu così che Mariam venne scelta per la parte della Vergine nel serial; le riprese si svolsero in una zona rurale del sud Italia che per desolazione e povertà non aveva nulla da invidiare a quelle della Palestina vera. In quei giorni ero impegnato a tempo pieno nella correzione di bozze di una sgrammaticatissima biografia di San Teofrasto, oltretutto talmente malscritta da risultare in molti punti del tutto incomprensibile – anche questa sponsorizzata da una allegra combriccola di cristiani dalla spranga facile. Riuscii a raggiungere Mariam solamente dopo che le riprese erano cominciate da cinque giorni. Presi il treno per poracci nell’afrore insensato di un venerdì pomeriggio di agosto e, dopo sei sferraglianti, interminabili ore, arrivai a Matera. Sbarcai dalla carcassa, gli abiti impregnati dell’odore ferroso dello scompartimento, il cuore pieno di ansia e desiderio; il sistema neurovegetativo sull’orlo di una crisi di astinenza da sostanze e farmaci. La stazione era desolata, evidentemente era ora di cena; uno sguardo al termometro mi informò che, alle otto e mezzo di sera, la temperatura superava allegramente i 35 gradi. Fermai un ferroviere e gli chiesi se sapeva come avrei potuto raggiungere Craco, dove sorgeva il set di “Casta sposa, madre di Dio”. “A quest’ora è impossibile arrivarci, ma molta gente la sera ci va a curiosare o a caccia di autografi. Guardi, le consiglio di mettersi all’imboccatura della provinciale e fare l’autostop.”

Grondavo di sudore sul bordo della strada dove i rari veicoli mi sfrecciavano a pochi centimetri di distanza come se fossi invisibile. Provai ancora a cercare Mariam sul telefonino: inutile, non avevo più credito. Qualche minuti dopo fu Mariam a chiamarei: “Dove sei?”, “Sulla provinciale a fare l’autostop…”, “Aspetta un attimo…(interruzione, vociare indistinto)”, “Guarda, una macchina della produzione sta venendo a prenderti. [pausa] Abbi… fede” chiosò Mariam con una risatina sciocca. Qualche minuto più tardi, come annunciato dalla mia compagna, comparve all’orizzonte un SUV scuro Mercedes. L’autista mi aveva avvistato, lampeggiò, accostò ed eseguì un’inversione di marcia di grande eleganza per arrestarsi con precisione millimetrica davanti a me, o meglio al mio corpo bisognoso di cure. Sul vetro scuro della portiera posteriore destra mi comparve il riflesso del mio muso derelitto, sudato, stupito. All’altezza dei due passaruota anteriori si levavano due piccoli pennoni a cui erano appese altrettante bandierine rigide giallo-bianche con l’effigie della tiara papale stampigliata in oro al centro. L’autista scese, scivolò dal mio lato, mi salutò con un eloquente toccatina sul suo ridicolo berretto scuro con la visiera (pensavo che simili personaggi esistessero solo nei film USA), si impossessò della mia sacca lurida, e aprì la porta. Rimase immobile, mano sulla maniglia, finché non mi fui issato a bordo, mi sigillò dentro la macchina, caricò il bagaglio nel vano posteriore e rimontò. Nell’abitacolo la crisi incipiente peggiorò subito, forse a causa dell’aria condizionata gelida e secca, della musica per castrati cinquecenteschi diffusa dalla foresta di casse dell’hi-fi, dell’odore di cuoio della tappezzeria. Cominciavo ad averne bisogno, sul serio.

Fine Seconda Parte

Mariam (uno)

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Intro

Gli ascolti eccezionali della serie televisiva “Casta sposa, madre del Signore”  fecero la fortuna di molte persone: il produttore Ponzio Maria Franco, per dire, oltre a rimpinguare il suo già cospicuo patrimonio, ottenne l”ambita nomina a Cameriere Speciale del Papa. Il denaro e l”appoggio sempre più evidente delle gerarchie ecclesiastiche consentirono alla sua associazione “Cristo in Armi” di fare il passo decisivo: da accolita di bigotti marinati nella retorica tradizionalista cattolica in vera e propria banda armata. La televisione di Stato, con i diritti sulla serie e sul merchandising riuscì ad acquistare, soffiandole sotto il naso al Consorzio Multimediale Islamico, le due reti private (“Sole” e “Troika”) che erano state escluse dal banchetto della raccolta pubblicitaria e condannate all’agonia finanziaria a causa del loro orientamento dichiaratamente laico. Un fondo di un critico autodefinitosi liberale sul Corriere definì la loro programmazione “non coerente con i valori tradizionali e condivisi del Paese”. La Lorenzetti S.r.l., poi, che fino ad allora campicchiava con giocattoli di seconda scelta fatti costruire dai bambini in Estremo Oriente, triplicò in sei mesi il suo fatturato quando, grazie ad un amico in Vaticano, si accaparrò la commessa in esclusiva per la produzione e di audiovisivi, giochi e accessori collegati alla serie televisiva: pupazzetti in plastica della Madonna in momenti diversi della sua vita (da bambina, con e senza il pancione), dell”Angelo nell”atto dell”Annunciazione, miniature della Casa di Nazareth, kit della Crocifissione completi di tutti gli accessori, T-shirt (nero, porpora o bianco), screensaver, finte corone di spine, suonerie per cellulari, cofanetti DVD, giochi per tutte le console… Mariam, la mia ragazza, e per riflesso io, ci trovavamo nell’epicentro di quella benefica pioggia di  denaro: ingenuamente, pensammo che in fondo un po” di fortuna ce la meritavamo, e che non ci sarebbero state conseguenze negative. Ci sbagliavamo, ovviamente.

Amore

Conobbi Mariam all”università: il corpo esile rivestito in un eskimo, la kefiah al collo, comparve nel cortile dell”università in un freddo mattino di novembre. Da una sound machine risuonava “Bigmouth Strikes Again”, mentre il viso senza trucco spiccava come un errore d”ortografia nel caos del quarto d”ora accademico. Mariam parlava con una sua amica, ogni tanto si voltava a guardarmi: era un modo per esprimere interesse o invece per protestare contro i miei sguardi la cui insistenza cominciava effettivamente a divenire imbarazzante, se non molesta? Quando, in aula, si sfilò il giaccone, apparve un pullover rosso su una maglietta di un bianco immacolato. Piccoli seni nervosi spuntavano dal busto esile, ossuto, sodo; il suo viso, armonioso a dispetto della lieve curva del naso non proprio piccolo e del mento deciso, il mio desiderio: era poco più di una scintilla, e già mi faceva fare pasticci con le mani e con le parole. Ciò che ci stava accadendo era chiaro, semplice, amavo la naturalezza con cui si stendeva davanti a noi, al pari di un”apodosi inevitabile. Desiderio: nessuna parola aveva tradito la sue esistenza, nessun pensiero lo aveva riconosciuto, nessun sogno lo aveva privato delle catene: eppure era lì, con noi, tra noi, come un ospite imbucato insospettabilmente simpatico. Il bus era affollato, presi posto e Mariam sedette sulle mie gambe – era così leggera. Ora, i nostri volti erano vicini come non mai, lei ascoltava le parole vagamente folli che gli ormoni suggerivano alle mie labbra: un bacio lieve al sapore di menta inaugurò felicemente la fase del contatto fisico.

Difficile mantenersi facendo lo scrittore, soprattutto se sei uno come me: una specie di cuoco megalomane cui manchi invariabilmente l’ingrediente principale delle sue favolose ricette – il talento. Vivevamo il calvario che la città riserva a chi osa manifestare inclinazioni “artistiche” pur non essendo affiliato ad una “conventicola” religiosa o politica. Languivamo entrambi, Mariam ed io, nel limbo degli studi post universitari, facendo del nostro meglio per mantenerci con traduzioni, ripetizioni e collaborazioni anonime a giornaletti underground che nessuno leggeva. Nonostante tutto, Mariam non aveva del tutto abbandonato il suo sogno di recitare; quando tutto cominciò, il suo ruolo più interessante era quello di assorbente interno femminile per un deplorevole spot televisivo. Nel filmato, la rappresentazione vivente dell’umile oggetto, ora indissolubilmente associato al volto e alla voce della mia ragazza, dapprima appariva imbarazzato e perfino impaurito dal suo compito nonché dalle responsabilità che esso comportava. Andava via via sciogliendosi, per dimostrare, dopo il sedicesimo secondo di filmato, un carattere aperto, perfino spregiudicato.

Quanto a me, grazie ad una raccomandazione, ero riuscito ad ottenere una collaborazione alla stesura della sceneggiatura di un film erotico in costume ambientato nell’Italia del Medioevo. Mal pagato e nei fatti “illegale” grazie alla legge Cavazzuti, il “lavoro” risultava inoltre parecchio umiliante: a prescindere dal valore artistico dell””opera” (un filmino pornografico), ero continuamente insolentito dal regista Chan Hu, un cinese che parlava un italiano sgrammaticato con forte cadenza toscana. Chan non mi risparmiava aspre critiche sul modo a suo dire sciatto con cui avevo caratterizzato la “sua” protagonista, la crudele regina Spermingorda, a suo dire ridotta dal mio trattamento in un personaggio “piatto, schematico, se non convenzionale, diobbono”.

Anche se il lavoro era una maledizione, c’era Mariam, c’era il nostro amore. Alla fine delle nostre stancanti giornate, era bello ritrovarsi a cena. Quando arrivavo a casa, verso le sette, l’odore del cibo speziato di Mariam aveva solitamente già invaso la tromba delle scale. Mi divertivo ad immaginare il colore dell”orgasmo che mi avrebbe mandato in tilt il cervello di lì a qualche ora (o minuto, se avevo fortuna). Quando rinvenivo, più tardi, la mia pelle sudata sulla pelle sudata di Mariam, cercavo con gli occhi la porta della nostra camera da letto: mi piaceva pensare che fosse una specie di trincea: nessuno (persona, cosa, pensiero, umiliazione) poteva pensare di varcarla senza farsi impallinare dai nostri cecchini. Illuso.

Fine Prima Parte

La toppa di Reading

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Ad una fiera di matricole dell’università di Reading, nello stand dell’associazione secolarista RAHS è stato esibito un ananas con un cartellino che spiegava che il suo nome era “Maometto” (dopo il casino che si è creato, il frutto è stato ribattezzato “Gesù”, ma insomma). Nelle intenzioni dell’associazione, la provocazione aveva l’obiettivo di stimolare una riflessione collettiva su un dibattito che l’associazione ha in programma per i prossimi giorni, dal significativo titolo “Dovremmo rispettare la religione?”. Checché ne dicano i diretti interessati, che hanno sguazzato nel brodo da loro abilmente cucinato incassando un dividendo di visibilità mediatica altrimenti inimmaginabile, si è trattato di una provocazione sbagliata e perfino controproducente.

Dal mio punto di vista, ogni religione è accettabile, per quanto le sue prescrizioni mi possano apparire infondate, assurde e sempreché non violino una legge disegnata ed applicata per garantire tutti. Fintanto che la religione e i suoi comandamenti restano un fatto privato, e non comportano imposizioni a chi a quel credo non appartiene, poter praticare una fede liberamente è espressione di una società libera come quella che mi piace. Se insomma io credo negli spaghetti volanti, e se il mio culto pretende che io debba accendere ogni sera un bastoncino d’incenso davanti ad un’effigie di fumante pasta al ragù per garantirmi una vita dopo la morte ricca di carboidrati e proteine, non ci vedo niente di male.

Diverso, ovviamente, sarebbe il caso di un culto che obbliga i suoi fedeli allo sgozzamento dei primogeniti. Interessante è il caso rappresentato da una setta come quella degli Skoptsy, che, per essere più vicini al loro Dio, si facevano castrare e rimuovere i seni. Da un punto di vista emotivo, soffro un po’, ma alla fine non posso che concludere che perfino quello all’integrità fisica della persona, in presenza di libero consenso e di un concetto evanescente assai come quello di “sanità mentale”, è un diritto disponibile. Altrimenti si dovrebbero proibire il sadomaso e le pratiche di body modification, tipo quelle esemplificate in home page (a quanto pare, siamo qui anche per difendere questi allegroni con la faccia “ciambellata”).

Per inciso, ragionamenti simili si dovrebbero applicare, mutatis mutandis, anche all’esibzione pubblica di segni religiosi sul proprio corpo – ed è per questo che, dopo un momento di iniziale confusione, ho finito per detestare la legge francese che a suo tempo li ha proibiti. Anche se è stato un amico più saggio di me a convincermene, mi pare tanto ovvio che quasi non vale la pena ripeterlo: se è mia libera scelta andare in giro vestita con un vestito che mi copre tutto il corpo a parte gli occhi, perché un altro dovrebbe impedirmelo? La tua kippah vale quanto il suo crocifisso. Il corpo è mio: ho riempito il mio di tatuaggi zen, perché tu non puoi decorarlo con il simbolo del tuo Dio, o dio, come si vuole?

Dicono i ragazzi della RAHS che volevano attirare l’attenzione sul caso della povera signora Gillian Gibson, finita in carcere a Karthum (Sudan) per aver chiamato “Maometto” l’orsetto di un suo alunno. Ma ciò che è accaduto alla Gibson è cosa diversa: è la conseguenza di un sistema giudiziario (stato) fondato sulla sharia (legge islamica), ovvero su precetti religiosi. Non capisco bene in che modo la provocazione della RAHS possa essere d’aiuto a comprendere il patente abuso subito dalla maestra britannica. Era evidente che, tra tutte le matricole di Reading ci sarebbero stati dei musulmani, ed era inevitabile che sarebbe scoppiato un piccolo “caso”.

Spiace constatare che i ragazzi siano stati alla fine allontanati – per la stessa ragione per cui sono dalla parte del tipo con la ciambella in faccia (anche se, con tutto il rispetto, mi fa un po’ schifo). La libertà di parola è una gran cosa, ed è un peccato che non si sia stata concessa anche ad arroganti e direi anche un po’ violenti provocatori come quelli di Reading. Male, dunque, l’espulsione. Tuttavia, per entrare nel merito, le persone della RAHS, con il loro comportamento concludente, sembrano aver già dato una risposta alla questione che intendono dibattere nella loro tavola rotonda. “Si può rispettare la religione?”. Il loro verdetto mi pare chiaro: no, non si la si deve rispettare. E a questo punto, a me quel banchetto in cui si cerca di far proseliti del libero pensiero attaccando direttamente le credenze altrui (la fede di una minoranza, peraltro, già vittima dei pregiudizi più osceni) mi ricorda tanto il blaterare offensivo di un -ipotetico- esaltato che mi fermasse per strada per ingiungermi di pentirmi dei miei peccati e di credere in Nostro Signore, perché sono un peccatore, e questa è la mia ultima speranza.

In fondo, le associazioni secolariste vengono spesso definite anche umaniste, proprio perché devono (dovrebbero) mettere l’uomo al primo posto. Dovrebbero combattere gli abusi delle religioni, portare argomenti concreti contro l’esistenza di Dio, difendere gli atei dalle leggi che i bacchettoni vogliono imporre a tutti, musulmani, atei e giainisti come me: non, per favore, fare la lotta ai propri simili solo perché hanno la “debolezza” di credere. Non dar loro dei dementi solo perché la loro storia e il loro cuore li spingono a credere in cose che secondo loro non esistono. Ecco, criticarli quando si dimostrano ipocriti, quello sì, è un servizio utile, anche alle religioni, alla fine. Il tutto, naturalmente, se non si creda talmente tanto nel proprio ateismo da diventare fastidiosi con i bacchettoni che non disturbano minimamente il proprio ateismo. In fondo, tutti crediamo nelle cose più strane ed evanescenti, e spesso quello che crediamo non è più reale degli “spaghetti volanti”.

Chi ha paura di un ananas?

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All’inizio dell’anno accademico, ogni universita’ di Sua Maesta’ organizza una fiera delle associazioni studentesche per farle conoscere dai nuovi arrivati. Ieri, alla fiera dell’Universita’ di Reading, gli animi si sono scaldati per un ananas di nome Maometto. La “Reading University Atheist, Humanist, and Secularist Society” (l’associazione dei senza-dio-mangiapreti-e-simili insomma) ha infatti deciso di esporre sul suo stand un ananas con sopra scritto Maometto. Lo scopo era quello di pubblicizzare un dibattito da loro organizzato dal titolo “Should we respect religion?” e in generale per portare l’attenzione su liberta’ di espressione e blasfemia . Apriti cielo: i nostri atei, umanisti e secolaristi sono stati messi davanti all’aut aut “o se ne va l’ananas o ve ne andate voi”. Naturalmente, da bravi senza-dio-mangiapreti-e-simili i nostri si sono rifiutati di rimuovere l’ananas e sono stati allontanati dagli uomini della sicurezza. Lo scorso anno invece la corrispondente associazione della London School of Economics era finita nei guai per non aver rimosso delle vignette raffiguranti Maometto e Gesu’ dalla loro pagina Facebook. In questo caso l’associazione era stata accusata di intimidazioni verso mussulmani e cristiani e ne era stata richiesta l’espulsione dall’universita’. Fortunatamente l’universita’ ha deciso di non espellere l’associazione. Atei, secolaristi, umanisti, agnostici e apostati continueranno ad avere una rappresentanza all’interno di un’univerista’ dove invece le associazioni religiose fioccano come le rane durante le dieci piaghe d’Egitto, senza che nessuno si senta minacciato per questo, giustamente.

Profumo di laicità

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In merito alla questione dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole – questione di cui si è tornato a parlare grazie alle dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Profumo – ci sarebbero molte cose da dire. Tuttavia, qui mi limito a segnalare e commentare quattro semplici punti, che sicuramente molti di voi hanno ben presenti ma che, a mio avviso, fa sempre bene ricordare.

1) L’insegnamento della religione cattolica in tutti i gradi di istruzione nelle scuole pubbliche è stabilito dal concordato tra lo stato italiano e la chiesa cattolica, rinnovato nel 1984 dal governo Craxi.

2) Fino al 2004, gli insegnanti di religione non erano di ruolo ma avevano un contratto annuale rinnovato dalla Curia. Con la legge Fioroni del 2003 (Fioroni, proprio lui) il 70% degli insegnanti sono passati di ruolo, mentre del restante 30% continua ad occuparsene totalmente la Curia diocesana (assunzione e rinnovo contratto).

2.1) Se un insegnante non va più a genio alla Curia, viene sostituito serenamente da un altro più aderente ai valori cattolici. Ad esempio, un insegnante separato non è buono, mentre uno appena sposato (in chiesa, chiaramente) è ottimo.

3) Gli insegnanti sono più di 25mila e costano al ministero circa 800 milioni di euro (2% della spesa totale della scuola italiana).

3.1) Come specificato sopra, fino al 2004 la Curia sceglieva gli insegnanti e il MIUR pagava; adesso, il ministero continua a retribuire il 30% di insegnanti selezionati dall’autorità ecclesiastica.

4) L’Italia non è un caso unico in Europa, dacché nella maggior parte degli stati membri dell’UE si insegna la religione. Quel che differisce di paese in paese è il metodo, che nel nostro è pressoché speculare a quello del catechismo parrocchiale.

Dati questi punti, ecco le brevi relative considerazioni.

1) Se si vuole mettere in discussione l’insegnamento della religione così come prevista dal Concordato, bisogna mettere in discussione il Concordato. Alleluia!

2) Per far ciò di cui al punto 1 bisogna impedire (non votandoli o non candidandoli – PD, mi rivolgo a te!) la rielezione di personaggi come Fioroni, o perlomeno evitare che abbiano nuovamente importanti ruoli di governo.

2.1) Il fatto che la Curia diocesana continui a selezionare il 30% degli insegnanti è una porcata (marchetta?) che deve terminare al più presto. Sono tuttavia umanamente vicino a tutti quegli insegnanti che, dopo anni di onesto lavoro, si sono ritrovati a spasso per via delle loro scelte di vita.

3) Siccome non sono un avventuroso populista, evito di dire che quei soldi potrebbero servire per ristrutturare gli edifici scolastici fatiscenti (e ce ne sono!). Non ho le competenze per stabilire se sono troppi, ma sento il dovere di pretendere che siano spesi per insegnare qualcosa di utile – ad esempio, l’ormai sputtanata ma sempre sconosciuta storia delle religioni.

3.1) Vedi punto 2.1 e mettici qualche parolaccia in più.

4) Basta col catechismo e coi catechisti, ci sono tanti laureati in scienze religiose, in antropologia e sociologia delle religioni che potrebbero essere impiegati nelle scuole di ogni grado per fare dell’Italia un paese un poco più laico, un poco meno premoderno.

Vi saluto con l’ultima perla di Paola Binetti (Udc):

Oggi abbiamo più bisogno di religione, una religione insegnata meglio e testimoniata prima di tutto con l’esempio degli insegnanti. Chi non vuole, può sempre restare fuori dall’aula.

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