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società - page 43

Il bosone di Higgs come simbolo postmoderno

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Il bosone di Higgs non è soltanto un bosone massivo e scalare previsto dal Modello standard, nonché – più volgarmente – la particella che spiega l’esistenza della materia. Non lo è perché, se davvero così fosse, sarebbe argomento di appassionata conversazione al massimo nei centri di ricerca e nei dipartimenti di fisica.

Al contrario, in questi giorni, stiamo assistendo alla comparsa, statisticamente rilevante ed interessante, di frotte di innamorati della fisica quantistica; stuoli di “fisicati” che, dal momento dell’annuncio della scoperta, si sentono inequivocabilmente e meravigliosamente composti di bosoni; atei fedeli che discettano di particelle di Dio sentendosi per qualche momento i nuovi Odifreddi o i nuovi Hawking (quanto aveva ragione Heinrich Böll quando diceva di non sopportare gli atei perché stanno sempre a parlare di Dio!).

Questo esercito di commentatori ignora che ogni parola in più sulla questione contribuisce a cambiarle natura, non si accorge del modo in cui si trasformano i concetti se li si aggredisce con innumerevoli spiegazioni grossolane. È così che il bosone di Higgs si sdoppia e diventa (prima ancora di quello che è fisicamente) un chicco, un granello, della loro anima postmoderna: l’ultimo simbolo di una società wikipediana capace di esplodere improvvisamente in un fasullo afflato scientifico senza precedenti.

Grazie a loro, oggi non siamo di fronte soltanto ad una scoperta scientifica di portata storica, ma anche all’ennesimo temporaneo esistenzialismo multimediale, ad un nuovo scientismo senza scienza, al consueto opinionismo cinque stelle. Era dall’avvento dello spread che non si leggevano e ascoltavano tante opinioni su qualcosa di cui non si sa quasi niente. E, detto con estrema sincerità, non ne sentivo la mancanza.

In mezzo alla strada

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A Firenze un uomo e una donna fanno sesso in pubblico.

Un esponente della Lega si indigna, fotografa la scena e si lamenta del fatto che in giro non ci fossero poliziotti.

Vista l’aria che tira, dico io, meglio così: del resto, se tanto mi dà tanto, trombare non è certo la cosa più abietta che si possa fare in mezzo alla strada.

C’è di molto, ma molto peggio.

Berlusconi e la dignità delle donne

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Visto che è passato qualche mese, e che gli animi -o dovrei dire gli ormoni?- dell’opinione pubblica si sono raffreddati, colgo l’occasione per precisare una cosetta che mi sta sul gozzo da un bel po’: mi perdonerete, ne sono certo, se la dico dritta come la penso, al fine di evitare inutili giri di parole e arrivare subito al punto.

Con le sue feste, di qualunque genere esse fossero, Silvio Berlusconi non ha mai offeso la dignità delle donne.

Le ragazze che frequentavano casa sua, stando alle cronache ampiamente disponibili sui giornali, lo facevano consapevolmente, e non mi pare di aver letto che ve ne siano state di costrette con la forza, né tantomeno che alcune di loro abbiano ricevuto un euro in meno di quanto pattuito.

Avrà fatto delle cose poco dignitose per un presidente del consiglio, Berlusconi, si sarà reso ridicolo agli occhi degli osservatori internazionali, avrà spalancato le porte di casa a persone che potenzialmente avrebbero potuto ricattarlo: ma che ci azzecca questo con la dignità delle donne, a difesa della quale milioni di nostre concittadine scesero in piazza con tanto di cartelli, slogan e striscioni?

Mi trovo spesso a riflettere sul fatto che se quelle schiere di fiere sostenitrici della propria integrità -peraltro non minacciata da Berlusconi, che non mi risulta averle mai invitate- si fossero sentite analogamente offese -armando analogo casino- dalla legge 40, che effettivamente metteva le mani nelle parti intime di tutte -e non solo della manciata di partecipanti a qualche serata-, per giunta a prescindere dalla loro volontà -e non solo, come in quelle feste, nel caso in cui fossero consenzienti-, quel referendum l’avremmo vinto a mani basse.

Cos’è, costoro non sopportavano l’idea che delle donne, contrariamente a loro, avessero deciso di guadagnare due soldi usando il proprio corpo? Ritenevano inaudito che quelle donne seguissero delle linee di condotta e dei principi morali diversi dai loro? Si sentivano le sole depositarie della dignità perfetta, le interpreti incontrastate del corretto modello di virtù femminile, le titolari uniche dell’integrità esemplare?

Temo di sì. Al punto da arrivare a teorizzare che le donne in questione, quelle che andavano alle feste, non sapevano quello che facevano, non ne comprendevano appieno la portata, credevano di essere consapevoli mentre non lo erano affatto.

Cioè, in sostanza, dando loro -chiaro e tondo- delle deficienti.

E poi sarebbe stato Berlusconi, a offendere la loro dignità.

Amici gay, con questo snobismo sul calcio non fate neanche più ridere

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Cari amici gay e intellettuali gay,

sbagliate a scrivere e sottolineare dovunque la vostra estraneità alla gioia di tanti milioni di persone per la nazionale di calcio. Sbagliate per tanti motivi, ma il mio, quello che mi spinge a dirvelo in pubblico è che in questi giorni è diventato davvero difficile con molti di voi avere anche un minimo scambio, da vicino o sui social media. Pare che vi sentiate eroi pronti al martirio, dando continuamente ai tifosi degli idioti, dei talebani, dei dementi. Be’ non siete monaci birmani, siete solo fessi. E pure vecchi nelle cose che dite.

Vi elenco senza approfondire i vostri errori, o perlomeno quelli che secondo me sono i vostri errori:

1) Queste polemiche e questi atteggiamenti sono roba vecchia. Si va avanti da 50 anni con questa cazzata, tipica della cultura “de sinistra”, ed ogni volta bisogna spiegare all’intellettuale di turno che il calcio è bello, è una dimensione emotiva della vita ed è un’esperienza liberatoria. E che non c’è niente di male o di “alienante” a gridare gol e vi assicuro che a farlo sono tutte persone consapevoli di se stesse

2) Volete proprio farla la polemica sul fanatismo? Dunque vediamo, va tutto bene nei pride, con i culi al vento e le piume di una moda morta da 25 anni e che serve solo a far guadagnar soldi a pochi imprenditori dell’intrattenimento gayo nostrano?

Va tutto bene nei concerti di MDNA, di cui fate cronache accalorate sui social media e per i quali spendete cifre che fanno offesa alla miseria corrente e che seguite in estasi nelle vostre notti di discoteca? Io avrei molte cose da dire e ridire ma non le dico, non le rilancio perché penso che ognuno abbia diritto alla frivolezza e allo svago come bisogno individuale e sociale. A voi MDNA e noi Balotelli: e voi non siete migliori di noi, e tutti continuiamo ad essere consapevoli dei problemi della società e di quelli personali.

3) Andiamo sulle ferite aperte: non è ignoto a nessuno di voi che l’area dell’omofobia si nutre anche di pregiudizi nei confronti dei gay. Paga davvero tanto  ripetere fino al grottesco atteggiamenti che li rafforzano dentro di noi? Come scrivere a due minuti dalla fine di una partita inutili malignità diffamatorie su quel giocatore che ha scommesso o cazzate sul tatauggio di Balottelli. Voglio dire che ogni volta che guardi dall’alto in basso uno che va alla partita, tu ribadisci lo stereotipo del gay snob, scemo e fuori dal mondo. Bisogna proprio non risparmiarselo questo errore?

4)  Le informazioni che mettete alla base di questo atteggiamento sono in gran parte spazzatura vecchia e scaduta: i cani dell’Ucraina, una balla grande come il mondo con una foto quasi certamente falsa, la polemica sui miliardari e sugli scommettitori. Il moralismo sul calcio è ipocrita, come se lo star system delle vostre icone – da Sir Elton a MDNA – avesse regole di funzionamento diverse. Ma piantatela, moralisti a senso unico. E’ proprio necessario essere così maestrine elementari, così, stavolta sì, talebani, secondo lo schema che va tanto nei social, per cui lo sport è un abbrutimento? Ma davvero? Più di smenare il culo fino alle sei di mattina in disco?

Sappiatelo: lo sport è un’espressione fisica dell’intelligenza umana ed un lavoro superspecializzato. Potreste chiedere ai grandi atleti gay che lo praticano o che lo hanno fatto: da Greg Louganis a Martina Navratilova. Quindi anche sul piano scientifico e culturale, questo atteggiamento verso lo sport è merda (se poi voleste parlare di doping vi proporrei qualche domanda sui muscoli gonfi che si vedono su certe spiagge di settore).

E non mi convince neanche la battuta di Ivan Scalfarotto, fatta ieri sera, per cui ci vorrebbe un centravanti gayo che facesse tanti gol. Ci sono stati e ci sono grandi calciatori gay verso i quali sarebbe utile fare una dura e civile battaglia polemica per il coming out, ma voi ve ne state lontani dal calcio e da lontano fate le smorfie: un po’ non vi si sente e un po’ fate ridere.

Tutto questo detto in amicizia, perché mi dà fastidio che “i miei” siano così fessi

baci a voi

 

In trincea con la mazzafionda

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Se uno sta perdendo una guerra, va da sé che non è capace di combatterla: e se non è capace di combatterla vuol dire che utilizza delle armi, delle strategie e delle tattiche inadeguate.

Ebbene, è noto a tutti che l’arma usata dal mondo per combattere la guerra alla droga è il proibizionismo: e siccome il mondo quella guerra la sta indubbiamente perdendo, dovrebbe conseguirne che il proibizionismo è un’arma inefficace.

Dico dovrebbe, perché di solito a questo punto i cervelli si spengono: ti seguono nel ragionamento fino a un certo punto e poi clic, si obnubilano, perdendosi dietro a luoghi comuni indimostrati, ripetendo a pappagallo frasi sentite da altri e finendo schiacciati dai tabù che ci siamo andati ripetendo nel corso dell’ultimo secolo.

“Lo stato non può consentire che la gente si droghi”: e chi l’ha detto? “Se la droga fosse legale la gente ne userebbe di più”: abbiamo le prove di questa congettura? “La droga porta alla delinquenza”: certo, ma solo nell’attuale sistema proibizionista.

Niente. Impossibile discuterne. Impossibile pronunciare la parola “legalizzazione” senza che salti su qualche fenomeno a darti dell’estremista, del visionario, del pazzo.

Sapete cosa? A questo punto comincio a sospettare che qualcuno voglia perderla, ‘sta guerra: facendola contestualmente vincere non solo alla droga, ma soprattutto ai trafficanti che ci si arricchiscono.

Sta di fatto, perché di un fatto si tratta, che intanto siamo in trincea con la mazzafionda, mentre dall’altra parte piovono bombe, granate e colpi di mortaio: e voi ancora insistete a dire che va bene così.

Asimov non conosceva Italo

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Ho sempre amato la fantascienza, fin da quando mi ha rimorchiato in treno. Era la fine degli anni ’70, mi ero spostato (e sposato) per amore a Roma ma lavoravo ancora a Napoli. Ritrovavo nella science fiction classica e nei suoi allievi e critici migliori (non so, Dick, per esempio) il cuore vivo di ciò che pensavo della vita, le aspettative, le paure, le “ideologie”, quello strano modo di immaginarsi la vita a prescindere dalla vita che gli umani hanno trovato per sentirsi coperti da qualcosa quando nel mondo fuori fa freddo e piove (ma c’era anche un’inconfessatissima cosa da dire e che non ho mai detto: la sf è una lettura veloce, nel senso del fast food, col treno si concilia perfettamente, non ti ci spremi. Fast reading)

Poi ho pensato a vivere e me la sono persa di vista. Oggi ritrovo gli Urania su iPad e ne ricompro uno per vedere com’è, cosa succede. E oltre a dire che l’effetto fast reading  sull’ipad funziona perfettamente, scopro che c’è una cosa nuova: la nostalgia. La fantascienza è come quegli scritti da ragazzo in cui dici: cosa mi aspetto per il futuro. E poi guardi la vita che hai fatto e non c’è un pezzo, uno solo che sia andato come ti immaginavi. Per dire, la fantascienza era ottimista, diceva che nonostante guerre, morti, casini e conflitti, ce l’avremmo fatta con il progresso ad andare avanti.

Oggi leggo la fantascienza per quello che è: passato. E come tutti i vecchi provo nostalgia e mi piacciono le cose nostalgiche di ciò che eravamo. Perché in quanto a indovinarci, come ho detto, non ci si pigliava. Ricordo che nel 1980 ci mettevo due ore e mezzo da Napoli a Roma e l’Urania finiva prima del viaggio. La mia fantascienza non aveva immaginato l’alta velocità ferroviaria: ieri ho cominciato a leggere partendo da Napoli centrale e a Tiburtina non avevo ancora finito.

 

Perché hanno rotto il cazzo

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Leggono Il Fatto Quotidiano, sono dichiaratamente e fieramente antiberlusconiani e conoscono a menadito le carte del processo Ruby. Negli ultimi tempi, quando li chiamano al telefono per i sondaggi politico elettorali, gran parte di loro si affretta a dire che voterà il Movimento 5 Stelle. Perché l’attuale classe (o casta) politica ha rotto il cazzo.

Sono antifascisti, antirazzisti, tendenzialmente di sinistra; gente che non ama i poteri forti ma che vorrebbe uno Stato più presente nelle questioni economiche, un welfare più consistente. Perché le banche hanno rotto il cazzo.

Sono novelli giacobini coi calli sulle dita e i gomiti arrugginiti, che odiano il mercato e inveiscono contro quello sporco capitalista di Oscar Giannino, che misurano il grado di ammissibilità di una dichiarazione a seconda dello schieramento politico. Perché i fascisti come Giannino hanno rotto il cazzo e se le meritano le uova addosso.

Sono democratichini che aggiornano quotidianamente le liste di coloro che hanno il diritto di parola (e che magari parlano pure “bene”) e di quelli che invece devono stare zitti. Sono fan sfegatati dei magistrati romanzieri e pubblicisti alla Ingroia (nelle loro librerie, non a caso, non c’è Sciascia ma Saviano), che puliscono i vetri (quando va bene) con Il Foglio ma che non l’hanno mica mai letto. Non l’hanno mai letto perché ha rotto il cazzo, naturalmente.

Sono quelli che “Piazzale Loreto è stata vera giustizia”, pollastri che commentano l’intervista di Grillo su Israele, Iran e Siria e fanno fare bella figura pure a Capezzone e Cicchitto. Socratici che sposano, senza mai alcuna esitazione, anche se non conoscono l’argomento, l’esatto contrario di ciò che dicono gli avversari, perché è matematico che se una logica c’è, sia sempre all’opposto del loro pensiero (e quindi dalla propria parte).

Ieri erano dipietristi e vendoliani, oggi sono grillini, domani sempre e comunque rivoluzionari da tastiera. Gente che, in tutta sincerità e col cuore liberale in mano, mi ha un po’ rotto il cazzo.

Fine curioso

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von hayek

Il fine curioso dell’economia è di dimostrare agli uomini quanto poco essi conoscano di ciò che pensano di poter pianificare.

(Friedrich August von Hayek)

von hayek

Sì, però il pallone è arte in sé

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Sì, Danzica, non morire per…il corridoio, l”attacco alla Polonia (ma era il 1 settembre).

Sì, il 22 giugno: parte l”operazione Barbarossa. L”attacco nazi alla Russia. Ma era proprio oggi.

Sì, la Grecia, cui noi non spezzammo le reni, poco ci mancava che i Greci ci facessero a pezzi, e ci vollero i tedeschi per ammazzarli (qualche storico militare valuta come decisiva sull”esito della guerra la defaillance italiana in Grecia… ho letto ma non ricordo dove).

Sì, la Grecia, incapace di custodire i suoi tesori di storia e arte, soprattutto nelle parole di chi quel patrimonio gliel”ha predato (noi ce lo prediamo da soli).

Sì, la Grecia che come noi stessa faccia stessa razza, stesso sciupìo di pubblici danari e stessa incapacità di autogovernarci. Sporchi, indisciplinati, fumatori.

Sì, il Nord contro il Sud, l”Europa settentrionale contro il mediterraneo, il credito contro il debito. E… “il derby dello spread”, Dio vi perdoni.

Sì Davide e Golia, ma Davide non doveva soldi a Golia così tirò a mano più libera, figurarsi se un ebreo si indebitava con uno con quelle spalle.

Sì, un bel riscatto per la povera Grecia, se… se cosa? La palla è rotonda.

Sentite, è tutto vero. Però adesso prendete la retorica, mettetela nel cesso e tirate la catena della memoria. Una partita di pallone è solo una partita di pallone. 22 ragazzi che provano a superarsi.

Anche perché cinque pasti al giorni li faccio pure io e avrei problemi a rinfacciarli domenica agli inglesi.

Cattivi titolisti, alla larga:  lasciate al pallone la sua sovranità estetica e magica. La storia no, grazie, soprattutto sotto forma di cattiva memoria (C”è qualcosa di trombone e ignorante in tutta questa revivalistica).

 

Immagine: Johann Joachim Winckelmann, dipinto da Anton Raphael Mengs (ca. 1755) – da noi trovato e rubato in Wikipedia

 

 

 

L’inutile geografia della morale

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Una fregnaccia è una fregnaccia, sia che la urli sboccato dal palco di Pontida, sia che la scrivi avvolto in pashmine e lirismo sul tuo occhiello di Repubblica. La contrapposizione tra una Milano migliore e una Roma ladrona o peggiore è finzione neanche troppo letteraria, anzi letterariamente più che superata da quando Sciascia se ne uscì con la suggestiva metafora della linea della palma.

L’ascesa geografica delle mafie, certo, è una di quelle cose che i milanesi possono piangere incolpevoli, se ne sentissero il bisogno. Il clan tutt’altro che trasparente di Comunione e Liberazione, invece, è cosa tutta loro, che proprio nell’ambiente “protestante” e nella autoproclamata superiorità morale affonda salde radici, nulla avendo da invidiare al “curialismo” capitolino.

A pesare gli scandali, le malefatte, le rapine pubbliche e private si perde la testa e anche un po’ il tempo. A innalzare vessilli di una sedicente Italia migliore, spesso, ci si perde anche la faccia. Il fatto è che non esiste alcuna capitale morale, nè alcuna moralità acquisita per nascita, o genìa. Esistono solo gli individui, le loro azioni e la consapevolezza che ne hanno.

Poi, i neri hanno la musica nel sangue, Venezia è bella ma non ci vivrei, Parigi è molto romantica ma i parigini sono stronzi. Ma questa è roba da barzellettieri, di cui Milano – peraltro – può vantare copiosissimo campionario.

L’ottativo impossibile di Li Gotti (e un marziano)

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Il congiuntivo esortativo, in italiano, è solo presente. Cioè se vogliamo invitare qualcuno a fare qualcosa siamo tenuti da Trieste in giù, come cantava la Carrà, a declinare “faccia (egli)” e non “facesse (egli)” al singolare, “facciano (essi)” e non “facessero (sempre essi)” al plurale.

Se invece il nostro congiuntivo non esprime un’esortazione ma un desiderio possiamo avvalerci della scelta dei tempi: presente per un desiderio realizzabile (sii felice!), imperfetto per un desiderio irrealizzabile (fossi felice!).

Ieri il senatore Li Gotti dell’Italia dei Valori si è rivolto ai giudici con qualcosa che sembrava un invito, cioè “Sconfinassero (i giudici)!” che invece è un desiderio, per giunta impossibile e paradossale: i tribunali non salveranno la democrazia, non purificheranno la politica. Questo perchè qualora, potendo, sconfinassero ne minerebbero le basi, mentre astenendosi dallo sconfinare sarebbero semplicemente altro dalla politica, come è giusto che siano. Il ragionamento del senatore prosegue proprio in questa direzione che, per gli elettori dell’Italia dei Valori convinti che Tangentopoli li abbia salvati da qualcosa, costituirà una notizia e, per tutti, una domanda: cosa – dunque – può salvare questa politica?

Sappiamo a memoria le risposte di sgamatissimi istrioni, di finte vergini e di ricorsivi neonati fasciati nella Costituzione: la democrazia si salva con più democrazia (qualsiasi cosa questo voglia dire), i partiti con nuovi partiti, e tautologie simili che vanno bene nelle messe laiche.

Ma le domande bontà loro contengono sempre una domanda più radicale (le domande radicali sono quelle che farebbe un marziano): questa politica è riformabile? Gli aspetti deteriori e oppressivi della democrazia sono eliminabili con miglioramenti marginali delle istituzioni e aggiustamenti delle reciproche influenze tra poteri? La democrazia deve ancora esprimere il suo potenziale in termini di liberazione degli individui? E in termini di felicità?

Bisogna stare attenti alle domande del marziano, perchè si potrebbe scoprire che le cose non possono essere meglio di quello che sono (e la speranza è una gran fregatura).

 

Il resto

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Dalle nostre parti, quando va bene, funziona più o meno così: all’inizio ti fai il culo, sacrificando tutto il resto, per avere in cambio di lì a qualche anno la paga doppia che ti hanno promesso.

Poi, quando la paga doppia arriva, continui a farti il culo perché nel frattempo ci hai preso gusto, e allora tanto vale cercare di avere il doppio del doppio e rimandare ancora un pochino il resto che stai sacrificando.

Così, quando va bene, succede che continui a darci dentro, le promesse vengono mantenute e la paga doppia si raddoppia ancora: a quel punto potresti allentare un po’ e godertela, quella paga; invece acceleri ancora, anche perché quel resto l’hai sacrificato a tal punto che ne conservi solo un ricordo vago e sfumato.

Nel frattempo succedono cose. Succedono a te, ma è come se succedessero a qualcun altro: perché mentre succedono sei troppo impegnato a farti il culo, a gingillarti coi multipli e a dimenticare completamente il resto che avevi iniziato a sacrificare qualche anno prima.

Quando il doppio del doppio del doppio si raddoppia di nuovo sei ancora lì che ti fai il culo, ma se ti chiedessi perché non sapresti più risponderti: l’unico modo per non domandartelo è tenerti occupato, spingere ancora un po’ e farti qualche risata liberatoria per esorcizzare quel resto che prima hai sacrificato e poi hai dimenticato.

Poi, tanti anni dopo, ti capita per le mani una foto, un libro, un disco. E improvvisamente ti accorgi che una volta quel resto eri tu, e senza quel resto non sei più niente. Che per averlo, quel resto, non servivano tutti quei multipli: ti sarebbe bastato fermarti finché te ne ricordavi e prendertelo. Che il tempo per quel resto è finito, e comunque se ce ne fosse ancora non sapresti che farne. Che non c’è un altro tempo, un altro resto, un’altra vita da cui ricominciare.

Funziona più o meno così, dalle nostre parti.

Quando va bene.

Finisce che tifo contro

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Facciamo che l’Italia, alla fine della fiera, vince gli europei.

Facciamo che si va in strada, si strombazza, si festeggia, qualcuno si ubriaca e qualcun altro si fa un bagno nella fontana del paese.

Però, per pietà, non facciamo che viene fuori la solita storia degli italiani che hanno vinto proprio nell’anno dello scandalo scommesse, degli italiani che si esaltano nelle difficoltà, degli italiani che quando il gioco si fa duro mostrano al mondo di che pasta sono fatti, degli italiani un po’ mascalzoni che ci hanno bisogno di stimoli e via giù per analogia tutto il resto compresi la costituzione più bella del mondo la dieta mediterranea le donne che come sono belle qua non sono belle da nessuna parte il fascino del maschio latino l’inno di Mameli che l’ha cantato pure Cassano si vede dal labiale il bel clima che conta eccome se conta infatti in Svezia i mezzi pubblici funzionano però sono tristi Dante Alighieri la vera storia della pizza margherita Benigni  quando fa caldo bisogna mangiare tanta frutta e quale miglior posto di questo l’italian style l’angelus del papa le repubbliche marinare il made in Italy il mago Zurlì col coro dell’Antoniano che canta il valzer del moscerino.

Per pietà, no.

Altrimenti finisce davvero che tifo contro.

Il popolo è minorenne

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Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!

(Gian Maria Volontè, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, 1970)

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Sull’importanza di usare la nostra libertà per aiutare qualcun altro ad ottenere la sua

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“Cosa le dà la forza di continuare la sua battaglia?” “Beh, siete voi la risposta, immagino”. Nonostante i buoni propositi del blog, mi trovo costretta a scrivere un mio primo post tutt’altro che canaglia (del resto, cosa c’è di più banale che fare la canaglia a comando?). Questa risposta qua su è stata data oggi a uno studente da Aung San Suu Kyi, leader birmana della Lega Nazionale per la Democrazia e premio Nobel per la pace, attualmente in viaggio in Europa. Questo viaggio è il primo dopo 24 anni passati in Birmania, gran parte dei quali in stato d’arresto. Dopo una lunga lotta politica non violenta Aung San Suu Kyi è stata rilasciata ed ha conquistato nel 2012 un seggio in parlamento. Tra le varie tappe del suo viaggio c’è stata anche la London School of Economics, università dove parlano spesso esponenti politici di tutto il mondo. In passato abbiamo avuto momenti meno gloriosi, come la delirante lezione in video conferenza tenuta dal compianto colonnello Gheddafi o quella di suo figlio Saif al Islam. Oggi invece abbiamo risalito la china, ospitando una delle personalità più influenti al mondo nella lotta per diritti umani, democrazia e libertà.  L’argomento della tavola rotonda è lo Stato di diritto in Birmania. Aung San Suu Kyi colpisce per la sua piccola corporatura e l’aria fragile. Questo finché non prende la parola, mostrando tutta la sue energia e il suo calore. Ci parla dei problemi nella creazione di uno Stato di diritto nel suo paese. Vorrebbe una riforma costituzionale per la quale sono necessari il 75% più uno dei voti del parlamento. Aggiunge, con una certa ironia, che la cosa non sarà facile visto che il 25% dei parlamentari sono nominati dalla giunta militare. Eppure lei non demorde. Come Gandhi, crede nel dialogo con il governo e nella conquista della libertà passo dopo passo, con la forza della non violenza.

La guardo e non mi sembra vero che sia lì. Per me Aung San Suu Kyi è sempre stata una foto, a volte quella sui giornali coi vari rappresentanti dell’Occidente che le fanno visita oppure quella mostrata nei sit in davanti alle ambasciate birmane. Ora invece è di carne ed ossa ed è lì a ricordarci come anche le cose apparentemente impossibili possano realizzarsi. In vita mia ho perso il conto dei sit in e manifestazioni fatte in solidarietà delle tante Aung San Suu Kyi del mondo. E ho anche perso il conto dei sorrisi di compatimento o dei commenti sarcastici di quelli che pensano che sia tutto tempo sprecato. È presto per dire se la Birmania riuscirà a diventare un paese democratico e la liberazione di  Aung San Suu Kyi è sicuramente un punto di partenza, non di arrivo. Ma la visita di oggi ci ha dimostrato che è ognuno di noi a fare la differenza e che abbiamo il dovere di usare la nostra libertà per aiutare gli altri ad ottenere la loro, come ci aveva chiesto Aung San Suu Kyi nel 1997.

Apologia della raccomandazione

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Negli ultimi anni si è scritto e detto fino alla nausea (mia) che una delle piaghe italiane, uno dei morbi da debellare, è l’assenza di meritocrazia.
Geniacci della carta stampata, politicanti di varia estrazione e sindacalisti di ogni sigla si sono dimostrati polifonicamente d’accordo e hanno ricondotto a questa mancanza fondamentale numerosi fenomeni, tra cui la fuga dei cervelli, l’incapacità dell’attuale classe politica e le esplosive carriere di giovani rampolli nel settore pubblico e privato.

Ebbene, una cosa credo d’averla imparata lungo il cammino: se tutti sono d’accordo su una questione socialmente rilevante, vuol dire o che non l’hanno capita veramente o che conviene a tutti, oppure entrambe le cose.
Nel nostro caso, mi pare che la storiella sia stata confezionata bene e resa commestibile e digeribile. È stata confezionata talmente bene che ha accontentato tutti: dai giovani precari, che hanno trovato una valida giustificazione alla loro precarietà, agli esclusi dai posti di rilievo, che hanno trovato una giustificazione alle loro carriere bloccate, fino ai giovani politici e sindacalisti, che si sono presentati come pronti a succedere ecologicamente ai vecchi trapani della Seconda Repubblica.

Ma il problema è davvero l’assenza di meritocrazia? Secondo il nuovo e pugnace Forum della Meritocrazia, ovviamente sì. Questi nuovi profeti del Merito con la emme maiuscola (ennesimi titolari di una giustezza quasi divina), sostengono che quest’ultimo riguardi nientepopodimeno che “ogni azione dell’uomo e non si fonda su risultati di breve periodo, ma è un valore che implica la persona nella sua interezza.”
Insomma, se uno è meritevole, è meritevole dalla testa ai piedi.

Il primo errore che commettono i novelli meritocratici è quello di attribuire al merito un carattere sempiterno (come ogni divinità che si rispetti, del resto), dimenticando che, come ogni cosa che riguarda la sfera dell’umano, anch’esso può svilupparsi, affermarsi e poi non esserci più.
La seconda fesseria è quella di trascurare la dimensione “tecnica” del merito a favore di quella strettamente valoriale.
Ebbene sì, perché il discorso intorno al merito non può fondarsi soltanto su una concezione condivisa, alla pari del bene e del male (moralisti!) ma deve seguire, a mio avviso inevitabilmente, la strada della formalizzazione, che è di natura tecnica: quali sono i parametri per stabilire se uno è meritevole oppure no? L’ha capito Roger Abravanel, che ha esposto nel suo libro “Meritocrazia” quattro proposte concrete per far sorgere il merito. Ma a loro non interessa perché è troppo complicato e non fa audience.

Tuttavia, oltre all’approccio moralistico, contesto pure il principio. Lasciando da parte che nel tempo è avvenuta una storpiatura bella e buona del termine “meritocrazia” (che sarebbe altra cosa dal semplice essere meritevoli), quel che proprio non mi piace è la natura totalizzante (sia concettualmente che socialmente) della questione, nonché la colpevole disattenzione verso l’individuo – sembra che siamo obbligati ad essere meritevoli nel senso comune. È chiaro che sia il singolo ad essere potenzialmente più o meno meritevole – questo gli va riconosciuto – ma chi può stabilire che lo sia per davvero? Allo stato dei fatti, cioè in un contesto che si disinteressa dell’aspetto “tecnico” e che predilige quello retorico-pubblicistico, nessuno. O, meglio, tutti. Perché non vi sono strumenti in grado di aiutare coloro che si trovano nella posizione di scegliere, per esempio in un colloquio di lavoro, a parità di titoli, chi sia il più meritevole.

Sebbene possa sembrarlo, non è una questione secondaria. Perché questi apostoli del merito diffondono il loro verbo, provando a convincerci tutti che coloro che si affidano ancora a strade alternative, come quella della raccomandazione, siano da fustigare pubblicamente, da scomunicare, da esiliare. Non meritano – scusate il gioco di parole – di far parte della vicenda storica collettiva, che è indubitabilmente pervasa dal loro spirito.

I cinesi utilizzano il termine guanxi per indicare il complesso gioco di relazioni sociali che aiutano l’individuo a superare gli ostacoli della pratica quotidiana (quindi, anche lavorativa). Qui in Italia si è parlato a lungo di clientelismo e familismo. Siamo stati abituati a sentirci dire che il nostro bel paese, che pure ha avuto un’economia interessante per quasi due decenni, si è fondato su un sistema moralmente deprecabile.

Ora, riconosco anch’io che un certo tipo di clientelismo ha condannato ampie zone del nostro paese all’immobilità; non sono ottuso. Ma voglio chiedervi: come pensate che si sia sviluppato il modello vincente della cosiddetta Terza Italia? Con la meritocrazia o con le reti sociali dei piccoli distretti industriali? Be’, sappiate che Renzo Rosso, patron della Diesel, negli anni ottanta andava a pescare nel bacino della provincia del nord-est, assumendo spesso parenti dei suoi dipendenti. Qualcuno ha il coraggio di parlare di mancanza di meritocrazia?

I modelli vincenti si costruiscono sulla base di variabili che non possono ricondursi esclusivamente al merito così come è inteso dai nostri scienziati della semplicità, e cioè come un “valore”. I modelli vincenti si fanno con le persone e le intelligenze e, talvolta, pure con le spintarelle.

Per questo, in assenza di criteri adeguati e di una discussione seria, che tenga conto della reale complessità delle cose, preferisco mille volte il vecchio sistema delle raccomandazioni. Per lo meno conosciamo il criterio e sappiamo cos’è che non funziona.

Il vero “fail” di Anonymous è l’espulsione

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Io avevo capito -ma forse sbagliavo- che per le comunità di hacker come Anonymous la liquidità e l’assenza di gerarchia fossero peculiarità irrinunciabili: anzi, ero convinto che proprio in quella liquidità e in quell’assenza di gerarchia consistesse la differenza decisiva -peraltro a più riprese proclamata e rivendicata- tra loro e tutti gli altri.

Oggi, invece, scopro che quella liquidità e quell’assenza di gerarchia non solo non sono dei punti di forza, ma costituiscono nientepopodimeno che “il problema” del movimento; al punto che quest’ultimo decide di risolverlo una volta per tutte punendo i responsabili dell’attacco al sito di Beppe Grillo nel modo più tradizionale -e oserei dire reazionario- che sia dato concepire: l’espulsione con tanto di “ignominia”.

Attaccare quel sito, dicono “gli anziani” di Anonymous, “è stato un fail clamoroso” che “ha minato alla base la residua credibilità” della comunità.

Sarà.

Per quello che mi riguarda -e per quel poco che conta- le cose stanno in modo completamente diverso. Per me il vero “fail” di un movimento del genere, la vera motivazione che lo priva di credibilità, è il fatto di aver potuto anche solo ipotizzare che un provvedimento di espulsione fosse compatibile con la propria filosofia.

Dopodiché, tutto è possibile, comprensibile e perfino condivisibile: basta evitare di dichiararsi diversi dagli altri quando non lo si è.

Amaca chips /0 – Femminismo da paura

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Un appello contro il femminicidio uno pensa che sia come un concerto contro la fame nel mondo, infatti la poltronissima è dei soliti noti di sinistra e ora arriva Pisapia in bicicletta. Mai più complici è uno slogan da rito collettivo di Quaresima, nessuno pensa di essere mai stato complice (ci mancherebbe) eppure si batte il petto tre volte e se ne va via col suo bel certificato di politicamente corretto. Gli uomini, soprattutto, perchèessere tacciati di maschilismo in certi ambienti depone malissimo, peggio che non fare la raccolta differenziata. Nella corsa per accreditarsi “amico ufficiale delle donne” c’è chi si sbroda, chi si sloga. Michele Serra, ad esempio, ha riportato una brutta caduta (non solo di stile) dall’alto della sua Amaca di oggi. Per superare la collega Lipperini in femminismo tenta il salto, dal piagnisteo alla proposta politica: giuristi, dateci una fattispecie penale aggravata per omicidio di femmina! Aggravata non si capisce come, visto che l’omicidio è sanzionato diggià col massimo della pena e accertata in che modo. Mi immagino un procedimento penale contro un muliericida in cui si debba accertare il movente di maschilismo. L’imputato lavava i piatti? Stirava le camicie? Consentiva chè la consorte andasse in milonga da sola, anche in abiti succinti? Indulgeva con lo sguardo su donne altrui in abiti succinti? Costringeva la consorte a depilazione integrale? A meno che non si arrivi ad applicare l’aggravante di maschilismo a priori, col metodo sillogico: seuccidi una donna, allora sei maschilista. L’operazione era stata già tentata dagli omosessuali professionisti che invocavano l’aggravante di omofobia. Il pensiero sottostante a questi afflati carsici, che fanno eterno ritorno sulla superficie della sinistra italiana, è che fondamentalmente il reato non sta nelle azioni ma nelle opinioni e finanche nei sentimenti. E’ l’ambizione non troppo segreta di imporre la propria morale in luogo di un’altra (infatti, argomenta Serra in una logica di romana linearità, se il movente passionale era considerato in passato un’attenuante perchè adesso non renderlo un’aggravante?). La contraddizione ineludibile da cui questo femminismo non uscirà vivo è che se si chiede allo Stato di farsi vendicatore delle donne non si fa che restituire la condizione femminile a quella di sesso molto più che debole, incapace di stare alla larga dai violenti, compiacente e compiaciuto dalla gelosia ossessiva, impotente rispetto ai propri diritti di persone vive, che chiedono risarcimento da morte in un contrappasso che è l’antipodo e la pietra tombale della parità.

Huffington: 6 cose da tenere a mente

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Poi, benedetto un direttore di prestigio un po’ meno inviso alla Rete di Lilli Gruber ma che sappia badare al soldo, comincerà il reclutamento vero.

Allora, blogger italiano, prima di rispondere alla fatidica domanda se trasferire il tuo piccolo blog sulle pagine dell’Huffington Post, ovviamente aggratis, dai un’occhiata a questo studio del NYTimes, o in alternativa tieni bene a mente i seguenti sei punti, prima di finire incazzato nero (peraltro a torto) come i blogger americani di #huffpuff:

1. l’Huffington Post non è un aggregatore di blog e men che meno un blog collettivo, ma un vero e proprio giornale online (il che vuol dire che il suo valore economico si basa sulle notizie e sulle inchieste fatte da giornalisti professionisti o agenzie, questi sì lautamente pagati)

2. le notizie politiche ricevono in America una media di 800 commenti al giorno, che secondo le stime di Quantcast varrebbero 50 visualizzazioni cadauno, dunque una media di 40.000 visualizzazioni singole al giorno. pubblicando quotidianamente più di cento notizie, HP tira su quella che si direbbe una paccata di contatti, il che fa volare le sue quotazioni tra gli inserzionisti. di contro, un post politico riceve una media di 43 commenti, cioè circa 2.000 visualizzazioni: pochine. tra l’altro, lo scostamento della performance di un blogger VIP rispetto agli altri è rilevante (circa tre volte), quindi la media delle 2.000 visualizzazioni scordatela se non sei nessuno. fuori da lì, se scrivi cose interessanti e sai un po’ farci con blogspot quei numeri li fai tranquillamente da solo

3. HP ha vantato nel 2010 30 milioni di dollari di ricavi a fronte di quasi 5 miliardi di visualizzazioni nello stesso anno. il conto di quanti euro possa valere in proporzione il tuo post da mille visualizzazioni, fallo tu (aiutino: meno di una pizza margherita). vale a dire che se Arianna non ti paga non ha tutti i torti: effettivamente, non sei tu il suo asset

4. i grandi numeri di traffico del sito possono essere allettanti, ma la correlazione tra questi e le visite che riceverà il tuo blog è molto bassa e dipende, tra le altre cose, dall’esposizione che gli verrà data. in breveuna testata più piccola potrebbe offrirti molto di più di HP in termini di visibilità e rilevanza. essere un pesce piccolo in un acquario enorme raramente paga

5. che l’Huffington si arricchisca alle spalle dei blogger è un’opinione infondata, come abbiamo dimostrato (i blogger generano meno del 20% del traffico totale). d’altra parte è vero che non redistribuisce in alcun modo la “ricchezza” che produce tra i blogger che la alimentano, ma questo in rete è tutto meno che un tabù: anche la ricchezza di Facebook o di Twitter è data dagli utenti e dall’effetto rete che essi sviluppano, ma non per questo vengono remunerati. la differenza sta nel fatto che l’utente trae sufficiente vantaggio dal social network per il semplice fatto di esservi iscritto. valuta se il “servizio” editoriale offerto dall’Huffington sia abbastanza remunerativo di per sè (ad esempio, andrebbe indagato se offra qualche forma di copertura legale, mentre è certo che offre una considerevole visibilità all’interno dei principali motori di ricerca)

6. l’Huffington è mainstream : nel caso tu sia uno di quei blogger fieri e autarchici, che la libertà della rete dipende dall’autonomia di chi la usa, è una cosa che dovresti considerare. la tua immagine sarebbe rafforzata dal marchio o quello che scrivi è autorevole perchè indipendente? e questa storia della rete libera è una cosa viva, o stiamo andando naturalmente verso una normalizzazione della rete come grande canale di massa? buona occasione per farci un po’ di queste domande.

Il rinoceronte di Avaaz e l’illusione della politica

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Non mi ricordo come e perchè ma una volta devo averlo fatto, firmare un appello di Avaaz. Praticamente questo secondo loro fa di me un “membro” anche se da quel giorno in poi l’ho cestinato insieme alla newsletter del supermercato.

Comunque se una volta ho preso uno yogurt alla Coop questa a buon diritto mi considera nel conto dei suoi clienti, mentre al contrario sono certo di non essere in alcun modo un membro di Avaaz. Mi domando quanti dei 14 milioni di “membri” vantati sul loro sito lo siano, almeno consapevoli essere stati contati. Se poi vale lo stesso principio per i 56 milioni di “azioni intraprese dal 2007” mi chiedo se non sia assurdo considerare “azione” una sottoscrizione on line. Se così non fosse, il parlamento si trasferisca su facebook subito e si legiferi a colpi di like.

Avaaz comunque ha un sito che è un amore e fa invidia a MTV, e i ragazzi italiani da cui ricevo le email sono pieni di entusiasmo e scrivono in buon italiano, insomma si capisce che ci credono nella rete, nella democrazia, nell’eccetera: il motivo per cui ho messo Avaaz in spam è proprio questo, che ci si finisce per credere e che questo rischia di diventare il più grosso malinteso del decennio. Che la democrazia sia questa cosa comoda come il tuo divano e facile come un click, che la politica sia qualcosa come un discount con l’assortimento ben esposto sugli scaffali e le etichette a disposizione di tutti, che per capire il mondo ti affidi a questi bravi boyscout di al gore che ci pensano loro poi tu firmi e torni a fare i giochini su farmville.

La campagna più gloriosa di Avaaz sembrerebbe questa legge anticorruzione approvata in Brasile due anni fa. Se le parole hanno un senso, pubblicizzare questo risultato come una vittoria della democrazia globale è quantomeno fuorviante. La vittoria sarà se i cittadini del Brasile, informati di questo legge, le daranno corpo e sanzioneranno politicamente chi la vìola. Fino a quel momento varrà molto poco ed è lecito ritenere improbabile che si verifichi l’ipotesi precedente, visto che la petizione è stata importata da qualche centinaia di migliaia di nerd del mondo che poco sanno del Brasile e dei brasiliani.

Si può dire che è un rischio che vale la pena correre, ma il rischio di contrabbandare certe forme di social impegnato a costo zero per battaglie democratiche, che son cosa che richiede tempo, riflessione e dialogo tutt’altro che gratis, dove lo mettiamo. Comunque, il giorno che è arrivato l’appello a firmare per salvare il rinoceronte di non so dove ho messo Avaaz nello spam.

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