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Quanti profughi stanno veramente scappando dall’Isis?

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Se il mito del profugo potenziale terrorista viene quotidianamente smentito dai fatti (gli attacchi in Europa degli ultimi mesi sono da attribuirsi a cittadini comunitari o a immigrati di seconda/terza generazione), l’idea di una stretta connessione tra l’azione militare dell’Isis in Medio Oriente e le recenti ondate di profughi nel nostro continente resiste tenacemente nei luoghi comuni mediatici.

La fuga dalla minaccia islamista viene spesso presentata come uno dei motivi principali di questo esodo epocale, una sorta di “attenuante” – legittima nelle intenzioni – a quella che da molti è percepita come una vera e propria invasione: “guardate che questi disgraziati stanno scappando dal nostro stesso avversario, quello che mette le bombe nelle città europee.” Il tipo-profugo costituirebbe, di conseguenza, una sorta di potenziale ma misconosciuto alleato nella guerra di civiltà che vede contrapporsi l’Occidente da un lato, e l’estremismo islamico incarnato dall’Isis/Daesh dall’altro. Il nemico del mio nemico è mio amico, insomma.

Sebbene io comprenda, e condivida, la necessità di spiegare le tragiche necessità che spingono un essere umano ad abbandonare paese natale casa e famiglia per imbarcarsi in imprese al limite della sopravvivenza, mi sembra tuttavia giusto sottolineare che l’affermazione di partenza secondo la quale il rifugiato medio sta scappando dall’Isis è, dati alla mano, semplicemente errata.

Guardiamo allora le statistiche dei rifugiati in Italia e in Europa degli ultimi due anni, con un occhio di riguardo per la componente siriana (indubbiamente quella più implicata nel discorso Isis).

Nel 2014 in Italia è arrivato un numero decisamente impressionante di Siriani, circa 40.000, poco meno di un quarto dei 170.000 extracomunitari in fuga giunti nel nostro paese. D’altronde, a livello continentale, i Siriani rappresentavano il 20% dei 625.000 profughi circa arrivati in Europa, più del doppio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per quanto riguarda il nostro paese, quasi la metà delle richieste d’asilo in quell’anno proveniva dall’area sub-sahariana, in particolare Nigeria, Gambia e Mali (44%).

Nel 2015, il numero di rifugiati in Italia è diminuito di poco (153.842), di cui la maggior parte (circa il 40%) provenivano da Eritrea e Nigeria. I Siriani costituiscono solo il 5% dei profughi (7.444), gruppo minoritario persino rispetto a Somali (12.176), Sudanesi (8.809) e Gambiani (8.123). A livello europeo, una fetta consistente di profughi arriva dal Medio Oriente (Siria in primis), ma vi sono anche nazioni “insospettabili” che hanno largamente contribuito al flusso migratorio: tra queste Kosovo e Albania, con 60.000 unità circa ciascuno su poco più di un milione di rifugiati (quindi il 10-11% del totale). Al calderone multietnico che si sta riversando nel Vecchio Continente vanno poi aggiunti Afghani, Iraniani, Pakistani, Tunisini, Senegalesi, ecc.

L’Africa nera è dunque al cuore del problema rifugiati, perlomeno per quanto riguarda l’Italia. La situazione in paesi come Mali, Somalia e Nigeria non è di certo semplice, e la responsabilità è anche in parte da attribuirsi alla violenza di alcuni gruppi islamisti radicali che si sono affermati negli ultimi anni in buona parte del continente – ad esempio, il famoso gruppo jihadista nigeriano Boko Haram (quello che rapisce le ragazzine, per intenderci). Ciononostante, i fattori che spingono i subsahariani ad abbandonare le loro case sono molteplici, tra cui la componente economica: in Gambia, la fragilissima economia (ulteriormente messa in crisi dal crollo del turismo causa virus Ebola) si regge in buona parte dai soldi inviati a casa dagli emigrati. Inutile dire che, in casi come questo, le bombe dell’Isis non c’entrano niente.

Diverso ma non meno complesso il discorso in Medio Oriente. Daesh, allo stato attuale, controlla una fascia piuttosto ampia della Siria settentrionale orientale e dell’Iraq centrale – nonché alcune roccaforti costiere in Libia. Il territorio del Califfato islamico non comprende invece grandi e medie città come Homs, Latakia, Tartus, Damasco e Aleppo, dove i guerriglieri dell’Isis non ha messo mai piede. Lo scontro nell’occidente e nel sud della Siria riguarda le truppe pro-Assad coadiuvate dall’esercito russo da un lato, e ribelli di varie fazioni e gruppi etnici dall’altro (più o meno appoggiate dalle forze occidentali). In poche parole, la crisi umanitaria che ha travolto la Siria, conseguenza di uno stato di guerra che dura ormai da cinque anni, coinvolge anche quella parte di popolazione che non è stata vittima – perlomeno direttamente – dell’Isis: è quindi lecito pensare che, sebbene al momento sia difficile avere delle cifre attendibili, parte dei rifugiati arrivati in Europa non siano scappati dalle grinfie del Califfato, ma piuttosto dalla violenza degli scontri fra sostenitori e oppositori del regime di Assad. I numeri dei morti civili sembra confermare questa ipotesi: sono quasi 19.000 le vittime dei bombardamenti aerei del governo ufficiale, a cui vanno aggiunti i morti per arma da fuoco (28.000 circa) o per colpi d’artiglieria (26.000). Senza contare ovviamente le centinaia di migliaia di persone all’interno di città sotto assedio che rischiano di morire di fame o disidratazione.

In sostanza, del totale dei rifugiati arrivati in Europa e in particolare in Italia negli ultimi due anni solo una minoranza difficilmente quantificabile (ma non preponderante) sta scappando dall’estremismo islamico. Questo certo non significa che tutti gli altri rifugiati siano potenziali terroristi o estremisti, ma risulterà nondimeno difficile trovare, nell’ideale lotta contro l’Isis, un nucleo compatto di “alleati” all’interno di una massa di persone spinte a emigrare dalle più disparate ragioni economiche e geopolitiche.

Chiaramente, la strada più auspicabile rimane quella del dialogo e del confronto interculturale, in una prospettiva di coesistenza possibilmente pacifica con masse di esseri umani destinate, che ci piaccia o no, a cambiare per sempre il volto del nostro continente.

Ma, per iniziare questo dialogo, bisogna innanzitutto capire da dove proviene il nostro interlocutore.

FONTI:

UNHCR, Limesgiornalettismo.com, west-info.eu, today.it, corrieredellemigrazioni.it, Cir-Onlussmartweek.it, integrazionemigranti.gov.it, europinione.it, greenreport.it, huffingtonpost.itbbc.com, theguardian.com

Noi e i profughi, legati a filo doppio

in mondo by

Il triangolo, in linea di massima, mi pare questo: c’è Isis (o Daesh, per meglio dire) da una parte, ci siamo noi dall’altra e c’è nel mezzo una massa traboccante di profughi; ai quali ultimi viene non di rado attribuito un ruolo sul quale mi pare necessario spendere due parole, se non altro per evitare il cortocircuito cui ci tocca assistere sempre più spesso nel miserabile dibattito pubblico che abbiamo davanti agli occhi.

Un fatto, tanto per cominciare, mi pare più sicuro degli altri: quei profughi, o perlomeno la stragrande maggioranza di loro, stanno fuggendo dagli stessi fondamentalisti che mettono bombe in mezza Europa: il che, in linea di principio, dovrebbe caratterizzare noi e loro, noi europei e quella massa di disgraziati, come soggetti che hanno in comune se non altro il nemico.

Questo, naturalmente, in sé e per sé dice poco: se è vero, com’è vero, che avere lo stesso avversario non implica automaticamente la disponibilità immediata di strumenti per combatterlo insieme.
Senonché colpisce, e colpisce molto, non tanto il fatto che questa comunanza non si traduca in una strategia comune (cosa che date le circostanze sarebbe sorprendente), quanto dover constatare come essa finisca per diventare, apparentemente, un ulteriore, e inquietante, elemento di divisione: al punto da indurre un ragazzino in fuga dai suoi aguzzini a chiederci scusa, mediante apposito cartello, per le devastazioni che quegli stessi aguzzini stanno compiendo nelle nostre città.

Non aiutano, in questo contesto, le recenti decisioni europee sull’accoglienza ai rifugiati, che in buona sostanza consistono nel lavarsi le mani della questione appaltandola alla Turchia: non soltanto perché, com’è evidente a chiunque, costituiscono una retromarcia di portata epocale sul fronte dei principi fondanti dell’Unione, e oserei dire della nostra civiltà; ma soprattutto perché finiscono per portare definitivamente a compimento quel cortocircuito, che invece a questo punto (un punto di quasi non ritorno) sarebbe cruciale scongiurare.

Non voglio addentrarmi nel livello tattico del problema, mettendomi a discettare su quanto, e in che modo, la dismissione di fatto dell’accoglienza ai rifugiati possa alimentare un generico sentimento anti-occidentale, ingrossando in tal modo le fila del terrorismo: si tratta di un’analisi scivolosa, controversa e tutto sommato marginale rispetto al cuore della questione.

Il punto, mi pare, è che siamo in guerra, come qualcuno continua a ripeterci credendo chissà perché che la circostanza non ci sia ormai chiarissima: ed è evidente, senza neppure scomodare Sun Tsu, che per vincere le guerre occorre da un lato valorizzare al massimo le armi di cui si dispone, e dall’altro evitare, per quanto possibile, di combattere sul terreno scelto dal nemico.
Ebbene, non credo che la nostra civiltà disponga di armi diverse rispetto a quelle che le hanno consentito, nei secoli, di diventare un modello vincente: quella armi si chiamano libertà e stato di diritto. Dei quali, sarà bene precisarlo, l’accoglienza ai profughi non è che un corollario, una conseguenza, una declinazione.

Deporre quelle armi e decidere di scimmiottare i nostri nemici sul terreno del loro fondamentalismo, della loro attitudine ad imporre i propri principi con la forza, della loro propensione alla chiusura e all’esclusione, non è soltanto una scelta drammatica sul piano etico: ma anche, e direi soprattutto, un’idea strategicamente suicida; perché si tratta, molto semplicemente, di un terreno sul quale loro sono infinitamente più forti di noi.

Disinnescare quel cortocircuito, nel quale il nemico comune finisce per creare conflitto anziché produrre coesione, diventa quindi una questione di vita o di morte: perché, che ci piaccia o no, credo che la sopravvivenza di quei profughi e la nostra siano legate tra loro a filo doppio.
Prima ne prendiamo atto, meglio è per tutti.

La contabilità del lutto è peggio della supposta ipocrisia

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Stamattina su questo blog avete trovato un post che tacciava di ipocrisia un pubblico imprecisato (giornalisti? opinionisti? contatti Facebook dell’autore?) colpevole di non aver esternato abbastanza cordoglio per Bruxelles, rispetto all’edizione di violenza terroristica di Parigi autunno/inverno 2015, allo spiegamento di bandiere sulle foto profilo, alle Torri Eiffel cosparse di fiori e altre cose kitsch come sappiamo fare quando ci mettiamo.

Per Bruxelles solo gente con i gessetti in piazza, qualche omino che fa pipì, qualche bandiera europea, molti editoriali e riflessioni su “che fare”, qualche Salvini di troppo.

Troppo poco? Non stiamo facendo abbastanza, popolo del web? Cosa ha scatenato la furia del nostro autore? Cosa dovremmo fare per rimediare? Tranquilli, un bel niente. La dinamica per cui qualsiasi cosa fai è sbagliata è ben illustrata nel flusso di coscienza digitale di Virginia Fiume:

E se JeSuisCharlie, poi sei stronzo se non sei JeSuisBXL. Ma se sei JeSuisBXL sei uno stronzo perchè devi sempre dire la tua. E allora tutti parlano. E tutti stanno zitti. E si sentono in colpa sia nell’uno che nell’altro caso. E se non si sentono in colpa pensano che dovrebbero sentirsi in colpa. Sempre che pensino.

Che poi a ben vedere, il nostro autore non ha preso un abbaglio: molte meno bandiere! Un post di Saviano dopo oltre 6 ore! Stiamo diventando sobri? Stiamo diventando stronzi? Saviano sta diventando lento? Ci sta antipatico il Belgio o proprio non ce ne frega un cazzo, come dice Billy Pilgrim? Ce ne frega qualcosa di Billy Pilgrim?

Mi ricordo un suo post in cui ci annunciava con disappunto che dopo un certo evento, forse Charlie Hebdo, forse un barcone affondato nel canale di Sicilia, dopo il lutto a profili unificati, le lacrime social e i “restiamo umani”, la nostra vita non sarebbe cambiata affatto. Era vero, è sempre stato vero.

Neanche la vita di Billy è cambiata di nulla, infatti dopo un anno ha scritto lo stesso post, senza rendersi conto che nulla è mai ceteris paribus e che questa macabra contabilità del lutto non fa che sfiorare la superficie delle domande.

Darci degli ipocriti a vicenda non ci aiuterà a cogliere come sottilmente cambia la nostra vita mentre sembra non cambiare, come abbiamo bisogno di pensare che non cambi per qualche primitivo istinto di conservazione, come abbiamo bisogno di ridere, come ad ogni attacco il lutto è più leggero e l’assedio più forte, come ci si abitui a ridere anche sotto le bombe, come non sappiamo davvero dove ci porterà tutto questo.

Risparmiamoci almeno dal rispondere alla buona.

Sophia: Resisting

 

A quanto pare, pure del Belgio non ve ne frega un cazzo

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Chissà perché me l’aspettavo.

Della valanga di messaggi e attestati di solidarietà che avevano inondato la rete al momento degli attentati di Parigi lo scorso novembre, oggi, in occasione della strage di Bruxelles, se n’è vista una minima parte – perlomeno in Italia, dove si preferisce ridere della foto di Salvini.

Certo, che l’ago della bilancia dell’empatia pendesse in una certa direzione era abbastanza evidente, e i commentatori filoparigini dell’epoca l’avevano messo in chiaro: piangiamo i morti della capitale francese perché sono i nostri morti, vittime europee di un male straniero, vicini di casa e parenti d’oltralpe falciati dalla furia islamica. Potevamo esserci noi stessi, seduti a quei bar a bere una Perrier o a mangiare un croissant.

Strano però che lo stesso senso di appartenenza, la stessa vicinanza non venga sentita nel caso del Belgio: Bruxelles è in qualche modo la capitale dell’Unione Europea, la distanza dall’Italia è tutto sommato ridotta e vi è un grande numero di giovani connazionali che vivono e lavorano in quella città. La civiltà è la stessa, per così dire, eppure il trattamento riservato alle due capitali francofone è decisamente diverso.

Le possibili spiegazioni a questo atteggiamento sono tante, tuttavia, forse un po’ in malafede, viene il dubbio che la preferenza accordata alla Francia sia, in un qualche modo, di natura “estetica”. D’altronde, Parigi è indubbiamente più bella e interessante di Bruxelles: la torre Eiffel, i macarons, il Moulin Rouge, Chanel e Dior, la rive gauche, gli impressionisti, la baguette sotto l’ascella, gli Champs Élysée, l’esistenzialismo, le corse nel Louvre, ecc., contro…boh, cosa c’è a Bruxelles? La birra e le patatine fritte? Insomma, tutti siamo stati a Parigi almeno una volta nella vita e il nostro immaginario collettivo è ubriaco di luoghi comuni sulla capitale francese, mentre il povero Belgio è perlopiù relegato al ruolo, grigio e noioso, di sede del Parlamento europeo. Di certo non un argomento da social.

Rimane allora l’impressione che tutta la storia della cosiddetta “solidarietà socio-culturale” fra paesi appartenenti a una sfera comune sia, fondamentalmente, una cazzata, e che, ancora una volta, a muovere i nostri sentimenti sui social siano piuttosto le spinte mediatiche del momento, le chiacchere generaliste della socialità da baretto e, last but not least, un certo gusto osceno nel compiacersi di aver preso parte (retroattivamente) al grande turismo della tragedia: ‘sai, in quel bar a Parigi una volta ho bevuto un caffè.’

D’altronde, #jesuisbruxellois è molto più difficile da scrivere – o da pronunciare.

Una CIA europea non impedirebbe i fallimenti d’intelligence

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Attentati accuratamente organizzati, eseguiti con operatività sincronizzata e col supporto di una rete terroristica ormai sedimentata e costantemente attiva, che individua e attacca obiettivi notoriamente sensibili e già monitorati. Non l’opera imprevedibile di un folle, né l’atto di ritorsione improvviso all’arresto di Salah, ma un’operazione terroristica studiata a tavolino e condotta con dovizia e attenzione: questo è stato Bruxelles, come Parigi e altri attentati in Europa ancora prima. C’è dunque da registrare, a malincuore, quello che sostanzialmente è l’ennesimo fallimento di una rete d’intelligence comunque inefficace a contenere questi attacchi – a fronte di una notevole pervasività dei controlli, sia fisici che telematici.

Posto che i fallimenti d’intelligence sono invariabilmente qualcosa di connaturato all’attività d’intelligence stessa, in questo caso, parte dell’incapacità di prevedere gli attacchi è attribuibile alla particolare struttura delle forze di polizia belga, che sono organizzate in distretti autonomi e scarsamente interconnessi. La conseguenza è uno scambio d’informazioni difficoltoso che si riflette in un’inefficienza strutturale dell’intera rete. Mutatis mutandis, questa è in effetti la stessa accusa che si sente muovere da più parti ai comparti d’intelligence europei: il livello d’integrazione, la qualità e la velocità delle informazioni scambiate e gli stessi rapporti tra agenzie non sarebbero sufficientemente fluidi da permettere un contrasto effettivo al terrorismo. Da qui, la necessità secondo alcuni di costituire un’agenzia di sicurezza europea. Questa, con buona evidenza, non sembra essere un’idea felice: i vari servizi hanno già numerosi punti di raccordo (la NATO su tutti), e molti organi esistono attualmente a livello europeo, come l’Europol, l’Intcen, un comparto antiterrorismo dell’UE, solo per citarne alcuni. Aggiungere burocrazia e struttura ulteriore rischierebbe d’ingolfare una macchina già sufficientemente complicata, e certo non migliorerebbe la circolazione delle informazioni. Ci si troverebbe a dover affrontare, poi, un serio problema di controllo e indirizzo delle attività di questa sorta di super-agenzia comunitaria: le istituzioni politiche europee non sembrano essere sufficientemente solide da permettersi un controllo integrato sicuro e stabile su questo terreno. Infine, un’agenzia del genere si andrebbe a sovrapporre a quelle già esistenti, e nella sua organizzazione necessariamente territoriale (un tedesco andrebbe a investigare sulle cellule islamiche a Milano?) si troverebbe in conflitto con queste ultime. Il rischio è quello di una lotta intestina per il controllo delle attività, che andrebbero necessariamente ad essere investite dalla somma degli interessi nazionali.

Ciò detto, naturalmente l’augurio è quello di un’integrazione sempre maggiore e della creazione di un sistema di incentivi solido verso la cooperazione, senza ulteriori appesantimenti strutturali di cui c’è tutto tranne che bisogno. La strada da seguire è quella di un rafforzamento delle agenzie e dei comparti di sicurezza nazionali, cercando di colmare le inefficienze e di livellare verso l’alto le attività che hanno un affaccio comunitario: a questo livello di libertà di circolazione di merci, individui e capitale, mantenere anche solo singoli anelli deboli è un lusso che non ci possiamo più permettere, come i fatti odierni hanno tristemente testimoniato.

 

Un grazie a Nicolò Debenedetti per gli spunti, sempre utili.

L’Erasmus non c’entra niente. Piantiamola.

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La reazione alla morte delle studentesse in Erasmus mi lasciano stupefatto. Non perché non condivida il lutto di fronte alla morte di molte ragazze  giovanissime che tornavano da una festa. Dice: “Ma se fossero stati vecchini di ritorno all’ospizio ti sarebbe dispiaciuto di meno?”. Boh, non lo so, forse si, credo sia una reazione naturale piangere la vita di chi ha più vita da vivere, non so perché accade e non dico sia giusto ma spesso è così.

Mi lascia stupefatto però l’accanirsi dei media e del nostro egocentrismo generalizzato su questa tragedia. Non potendo trovare una lettura migliore, una di quelle che fa davvero vendere di più i giornali, come la pista criminale o terroristica, la tragedia viene declinata all’insegna dell’Erasmus.

E quindi giù le lacrime e il profondo coinvolgimento emotivo di quelli che hanno fatto l’Erasmus, che si sentono sconvolti perché sono loro i più toccati da questa vicenda. Capofila di questi, immancabile, Roberto Saviano che siccome ha fatto l’Erasmus si sente sconvolto dalla morte delle studentesse. A breve credo possiamo sperare in un intervento di Adinolfi o Langone che ci spiegano che se le ragazze fossero rimaste in casa a far figli, invece di andarsene in giro per l’Europa, sarebbero ancora vive.

Ora dico, possibile che nessuno chieda: “Ma cosa cazzo c’entra l’Erasmus?”. Sono morte in un incidente stradale di ritorno da una festa; poteva succedere in qualsiasi occasione e luogo: dalla gita sui castelli romani al ritorno da un rave party in una foresta austriaca, da un addio al nubilato a una tombola parrochiale. Cosa cazzo c’entra l’Erasmus? Perché uno che ha fatto l’Erasmus dovrebbe sentirsi più colpito?

Il problema è che non siamo abituati più a ricevere informazioni senza che le si racconti in un qualche story-telling, senza una ricostruzione mentale che connetta un qualunque evento, specialmente se tragico, a qualcosa che gli dia un significato più ampio, ci tocchi di persona, ci faccia sentire coinvolti. Stavolta non c’era il terrorismo, non c’era la criminalità, lo sport, la famiglia, non c’era un cazzo da dire, insomma, se non l’Erasmus. E via tutti allora a scrivere rimembrando la propria personale epopea dell’Erasmus.

È così, siamo ancora meno preparati che in passato alle tragedie senza senso, al fatto che, purtroppo, shit happens, e quindi siccome il vuoto di senso ci fa orrore, ci appropriamo di una tragedia altrui trasformandola nella Tragedia dell’Erasmus. Ma alla fine è solo story-tellying, e neppure tanto confortante.

Santé

 

 

Quella sottile differenza tra un sindaco e un minatore

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Sulla questione Meloni candidata sindaco di Roma pare che molti non abbiano chiaro che nella vita non tutti i mestieri sono uguali. La stragrande maggioranza delle persone è impiegata in attività per cui è sostituibile da un’altra senza troppi sconquassi (minatore, postino, camionista, casellante, cassiere al supermercato, etc.). Per questi lavoratori non ci sono tendenzialmente problemi ad organizzare il congedo parentale visto che è possibile assentarsi qualche mese, sia per le donne che per gli uomini, senza che cambi nulla dal punto di vista operativo (un po’ meno da quello economico, ma questo è un altro discorso). Poi ci sono mestieri intermedi, in cui il fatto che un lavoratore che diventa genitore si assenti è problematico perché non perfettamente sostituibile, ma con un po’ di organizzazione affrontabile. Penso a chi fa il medico, l’insegnante o il capo ufficio. Sono tutti mestieri in cui serve continuità ma esistono più persone che possono ricoprire un dato ruolo. Per questi mestieri, come per quelli sopra, la presenza fisica del lavoratore è importante se non indispensabile (un medico non può visitare da casa, per capirci).

Esiste poi una terza categoria di mestieri, che poi sono più che mestieri. Sono ruoli che possono essere ricoperti da pochissime persone. Ruoli in cui personalità e leadership contano più della presenza fisica. Fare il sindaco di una grande città è un ottimo esempio, come lo sono fare il ministro, l’amministratore di un’impresa, il rettore di un’università o il pontefice (vi ricordate Giovanni Paolo II? Avesse fatto l’impiegato lo avrebbero mandato in pensione di invalidità anni prima della sua dipartita). Per questi ruoli, l’esperienza accumulata conta più delle possibili limitazioni dettate da una condizione personale. Inoltre, gravidi o meno, in questi ruoli la capacità di saper organizzare la propria azione è ciò che conta davvero. A riprova di questo, basti pensare a quanti sindaci incapaci di delegare bene, nonostante la mancanza di utero, abbia avuto Roma negli anni. Si può ritenere che Giorgia Meloni, pur potendo garantire un impegno fisico minore rispetto a quello che avrebbe potuto garantire se non fosse stata incinta, la miglior candidata per la destra? Questione di opinioni. Io personalmente penso di si’, nel senso che la ritengo molto più valida di qualsiasi altro sulla piazza, non solo di Bertolaso. Se poi verrà eletta, organizzerà la sua vita familiare di conseguenza. Sospetto pure che la cosa le risulterà più semplice rispetto a chi gode di molta minore attenzione mediatica e molte meno risorse economiche. Infine, non stupisce come siano spesso quelli che hanno più da perderci da questa semplice distinzione (leggasi: individui più mediocri della puerpera in oggetto, ma per loro fortuna sprovvisti di utero) a disquisire di come sia essenziale per una donna organizzare la maternità come dicono loro.

Blu, i murales cancellati e l’arte del futuro (che non c’è)

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Si è detto che la scelta di Blu di cancellare i suoi murales è stata una scelta dolorosa ma legittima.

Si è detto che l’arte appartiene all’artista, e che sta a lui decidere se ne è stata snaturata la poetica o meno.

Si è detto che il suo è stato un grido di libertà contro lo sfruttamento commerciale dell’arte.

Si è detto che non può esserci alternativa se non la ribellione di fronte all’egemonia plutocratica delle istituzioni, dei curatori, dei privati.

Si è detto che la Street Art non è tale se rinchiusa fra le mura di un museo.

Si è detto che nella rivoluzione non esistono compromessi.

Si è detto che la cancellazione stessa è in sé un’opera d’arte, una macchia grigia di denuncia schiaffata in faccia ai magnati.

Si è detto che le generazioni future un giorno ringrazieranno Blu per la battaglia ideologica che sta portando avanti.

Blu

Si sono dette tante cose. Io so solo che un artista ha deciso di privarci in maniera definitiva della sua opera, di privarci del piacere (emotivo e intellettuale) di ammirare qualcosa di bello. E se un giorno vorrò mostrare ai miei figli i murales bolognesi di Blu, tutto quello che avrò da mostrare loro sarà un muro spoglio e qualche vecchia foto del passato.

In tutto questo, io non ci vedo niente di democratico.

L’ARTE DELL’INCLUSIONE

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Esiste un termine che definisce una tematica che si sta, fortunatamente, sempre più ampliando nell’ambito del sociale, soprattutto in Germania, a cui viene data l’importanza che merita. Questo termine è “inclusione”.
La lingua tedesca non è particolarmente nota per la sua facilità di apprendimento, ma si può dire senza ombra di dubbio che sia una lingua estremamente precisa nelle definizioni. Molto di più della lingua italiana.
Se cercate “inclusione” sul dizionario, la Treccani la definisce così: “L’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto (spesso contrapposto a esclusione)” . Se invece andate sul Duden, viene definita “das Miteinbezogensein; gleichberechtigte Teilhabe an etwas “, ossia l’essere parte di qualcosa, o la partecipazione di diritto a qualcosa.
Mentre la nostra lingua prevede una azione (includere in qualcosa) che prescinde da uno stato delle cose altro (esclusione), nella lingua tedesca inclusione è “Zugehörigkeit”, appartenenza. Ed è, attenzione, diversa dall´integrazione. E’ un diritto dell´uomo. Una società inclusiva è una società di cui tutti fanno parte, dove persone con handicap fisici e mentali possano vivere e lavorare nella maniera più comfortevole possibile.
Il tema dell’inclusione ha assunto attualmente un ruolo sempre più importante nell’ambiente dell’arte e delle istituzioni culturali e museali.
A Berlino esiste dal 2009 un’organizzazione chiamata Insider Art, che ha creato una piattaforma online per artisti portatori di handicap sia fisici che mentali nonchè diversi eventi atti alla sensibiliazione sul tema inclusione per gli stessi.
Lo scorso anno è stata organizzata, dall’incontro e collaborazione di artisti portatori e non di handicap, una mostra “inclusiva”. Qua, le opere esposte passavano in secondo piano rispetto alla vera creazione comune dei suddetti artisti : un ambiente che fosse accessibile a tutti. La sala espositiva è stata trasformata in ambiente di sperimentazione atto all’abbattimento di barriere fisiche e mentali. Una rampa di accesso e una altezza delle opere esposte adatta sia a chi sta in piedi, sia a ci siede su una sedia a rotelle, un’audioguida e una mappa tastabile della sala per non vedenti, cosi come quadri materici da toccare, annunci in lingua dei segni per i non udenti e infine testi in versione semplificata per venire incontro alle disabilità intellettive. Piccoli accorgimenti che permettono a un pubblico maggiore di usufruire dell’arte.

Questa mostra è solo uno degli eventi che pian piano coinvolgono istituzioni molto più grandi, non solo in Germania: attualmente è in corso a Basel, al museo Tinguely, la mostra “PRIÈRE DE TOUCHER – Der Tastsinn der Kunst”, una mostra interamente dedicata alle possibilità della percezione aptica nel processo di conoscenza estetica deli’opera d’arte, mentre a Roma in diversi musei, il MACRO, al Museo di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna e al Museo Napoleonico è in corso l’iniziativa didattica “Musei da toccare”.

L’ultima bella notizia in ordine cronologico è di oggi e viene dagli Staatliche Museen zu Berlin (musei statali di Berlino), dove al Neues Museum (quello dove sta il busto di Nefertiti, per capirsi) è stata creata una Audioguida in linguaggio semplice, per facilitare la comprensione delle opere a disabili mentali, a persone con problemi di apprendimento e a stranieri/immigrati, nonche una audioguida per bambini.
Tutto questo per dire che quando si sostiene che l’arte deve essere per tutti non vuol dire comprarsi una maglietta col disegnino di Banksy nel negozio di Souvenir a Londra, né farsi il tour dei graffiti a Kreuzberg.

 

http://www.tinguely.ch/en/ausstellungen_events/ausstellungen/2016/Priere-de-toucher.html

http://www.insiderart.de/

Viaggiare: la prudenza non è una questione di sesso

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Sono alto un metro e 65 cm., ho un principio – chiamiamolo così – di pancetta, mi viene il fiatone a far due piani di scale e l’ultima volta che ho fatto a botte avevo tredici anni, alle medie. Insomma, non di certo un grande esempio di virilità, tantomeno un guerriero nato, e, proprio per questa ragione, tendo ad evitare situazioni di pericolo, potenzialmente violente, nelle quali avrei quasi sicuramente la peggio. Come direbbe un altro autore di questo blog, “la mia nonviolenza è uno stato di necessità piuttosto che una questione di principio”.

D’altra parte mi piace viaggiare, ho avuto la fortuna sin da giovanissimo di visitare mezzo mondo e tuttora, quando il tempo e il denaro me lo consentono, amo spendere il mio tempo libero con lo zaino in spalla e un paio di scarpe comode ai piedi. Negli anni ho però imparato che la prima virtù del buon viaggiatore è la prudenza, ovvero quell’atteggiamento di cosciente distacco da situazioni a te estranee che, proprio perché sconosciute, potrebbero costituire un eventuale pericolo. Il mondo, là fuori, non è di certo un giardino edenico pronto ad accogliere a braccia aperte il ricco viaggiatore occidentale solo perché equipaggiato di un bel sorriso e buone intenzioni. Al contrario, l’avere a che fare con realtà aliene spesso comporta un certo grado di rischio, tanto più se ci si ritrova in contesti dove la violenza fa parte della quotidianità.

Tutto ciò, assieme al dato concreto della mia scarsa statura, mi ha insegnato nel corso degli anni ad evitare viaggi, paesi o situazioni che potrebbero mettere a repentaglio la mia incolumità fisica. Più che vigliaccheria, preferisco pensarla come una forma di rispetto verso la mia persona e i miei cari, o come un’espressione di sano realismo nei confronti di un mondo sicuramente non prono ai voli pindarici dell’Europeo viziato e sognatore. Se si vuole davvero godere del viaggio, è necessario innanzitutto armarsi di buon senso.

Mi sembra dunque che tutte queste considerazioni – un po’ banalotte, in realtà – possano rivelarsi valide e utili per entrambi i sessi. Sebbene uomo, non mi concederei di certo il “lusso” di visitare (da solo o in compagnia) un quartiere povero di Caracas, il Sudan della guerra civile o le piantagioni di coca in Colombia – giusto per fare degli esempi stupidi. Eppure, la vulgata del politicamente corretto lamenta sempre più la presunta discriminazioni delle donne viaggiatrici, apparentemente impossibilitate a visitare certi paesi senza correre il rischio di venire ammazzate. È il caso, ma ce ne sono tanti, della studentessa paraguaiana e della sua lettera di protesta per una coppia di ragazze argentine uccise durante un viaggio in Ecuador. L’appello lanciato, già diventato virale, è quello di rivendicare il diritto delle donne a viaggiare da sole, non importa la destinazione o il contesto socio-economico del caso: #ViajoSola.

Peccato però che l’Ecuador sia uno dei paesi a maggior rischio per i viaggiatori – di entrambi i sessi – e che presenti un tasso di criminalità decisamente elevato (trentaquattresima posizione su 117 paesi, non male). Senza contare il fatto che le due ragazze, rimaste senza soldi, avevano accettato ospitalità per la notte da due perfetti sconosciuti.

Ora, ditemi: pure la prudenza è una forma di discriminazione?

Cosa cambia dopo Sanders e Trump

in mondo/politica by

Uno scambio di opinioni tra amici. Spoiler: nessuno è esattamente un fan di Trump o Sanders.

Carlo*: C’è qualcosa di tremendamente familiare nelle primarie presidenziali degli Stati Uniti. E c’è, più in generale, molto di familiare nel modo in cui molti americani, negli ultimi anni, hanno iniziato a guardare alla politica.

Ma la familiarità di cui parlo prescinde dal fatto che Trump ci ricordi, in tutto e per tutto, una storia che, nostro malgrado, viviamo senza soluzione di continuità dal 1994. E, allo stesso modo, prescinde dal fatto che il populismo delle proposte di policy di Sanders sia perfettamente sovrapponibile a quello di larga parte dei nostri partiti politici. Queste, banalmente, sono mere conseguenze. Ciò che rende queste primarie molto familiari è la percezione che molti americani comincino a guardare alle presidenziali, e più in generale, alla politica come ad un aspetto cruciale nel tentativo di migliorare la propria condizione.

La questione chiave è che molti di noi sono legittimamente ignoranti rispetto a questioni politiche e soluzioni di policy. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui abbiamo un lavoro che non ha nulla a che fare con aspetti di politica economica/monetaria o di filosofia morale/politica; abbiamo famiglie ed amici di cui prenderci cura e con cui spendere il nostro tempo libero, luoghi da esplorare, desideri da soddisfare, ecc. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui capire di queste questioni richiederebbe il sacrificio di tempo prezioso che preferiamo riservare ad altri aspetti fondamentali delle nostre vite.

In generale, ritengo ci siano due modi di essere ignoranti rispetto alle questioni politiche, e, a ciascuno corrisponde una attitudine diversa, che fino a poco tempo fa ha scandito le differenze tra la nostra politica (ma, ovviamente, non solo!) e quella americana. C’è un’ignoranza ‘scettica’ del potere politico, e un’ignoranza entusiasta. Per dare un’idea di questa grossolana semplificazione, pensate alle manifestazioni o alle occupazioni scolastiche negli anni del liceo nel tentativo di promuovere riforme dell’istruzione o di paralizzarne altre. Nel 99% dei casi nessuno aveva la benché minima idea di quale fosse l’oggetto della manifestazione. Eppure, c’erano i secchioni che approfittavano dei giorni di vacanza per ripassare tutto il ripassabile, e c’erano quelli che stavano in prima linea, con i megafoni, a raccontarci di massimi sistemi, di ineguaglianza piuttosto che di famiglia tradizionale (chi vi scrive, in tutta sincerità, era nel gruppo di quelli che andavano al McDonald per un cheesburger e una coca cola).

Sarebbe sbagliato liquidare la differenza tra secchioni e manifestanti come quella tra volenterosi e pigri. Del resto, organizzare o partecipare ad una manifestazione, gestire un’occupazione, investire tempo in una campagna elettorale, non sono attività prive di costi. Spesso e volentieri sono incredibilmente più onerose di un ripasso di 6 ore, e, soprattutto, infinitamente più stressanti (probabilmente è anche più formativo organizzare una manifestazione piuttosto che ripassare la struttura dell’aoristo forte). Sia il secchione che il manifestante vogliono migliorare la propria condizione. Spesso e volentieri vogliono altre cose, molto simili: un ambiente che garantisca delle opportunità a coloro che lo meritano, che crei le condizioni per la prosperità, che migliori le condizioni dei meno abbienti, che favorisca la mobilità sociale. Ciò che li distingue, spesso e volentieri, è il modo diverso con cui guardano al trade-off tra impegnarsi nella sfera privata e impegnarsi nel tentativo di chiedere alla politica di promuovere le condizioni che ci permettono di migliorare.

Non è una differenza da poco perché implica due diverse attitudini nei confronti della politica: una scettica, l’altra entusiasta. I primi credono che le condizioni per la cooperazione sociale e per il benessere derivino in larga parte dall’impegno che ciascuno mette nel proprio quotidiano, nelle piccole cose caratterizzano le nostre vite, nel prodigarsi personalmente per la propria comunità; i secondi, ritengono che cooperazione e benessere siano ottenibili solo attraverso istituzioni formali come leggi, riforme e diritti. I primi sono scettici nei confronti della politica, i secondi ne sono entusiasti.

Liquidare la differenza tra scettici ed entusiasti come quella tra egoisti ed altruisti è drammaticamente sbagliato. Egoisti ed altruisti si trovano in misura più o meno eguale sia tra i primi che tra i secondi. Ci sono scettici che non spenderebbero un solo minuto del loro tempo nel prodigarsi per la propria comunità e entusiasti che sfruttano la politica per ragioni meramente personali. L’attitudine scettica è ciò che ha contraddistinto gli Stati Uniti per moltissimo tempo, quella entusiasta contraddistingue noi. La prima ha reso gli Stati Uniti un paese tendenzialmente ricco e progressista, la seconda ha reso l’Italia un paese iper-burocratizzato, pieno di rendite di posizione, con classi di reddito cristallizzate e con l’amara e assurda convinzione da parte di molti che domandare sempre più politica sia un gioco a somma positiva.

Questa differenza sembra assottigliarsi sempre più. Molti americani sembrano sempre più guardare alla politica come alla soluzione dei loro problemi. E questo indifferentemente dalla preferenza per Trump o Sanders. E indifferentemente rispetto a quanta ineguaglianza riteniamo debba essere permessa all’interno dell’ordine sociale in cui viviamo.

 

 

Luca: Io sono abbastanza d’accordo con le premesse e l’impostazione generale, ma credo che Trump e Sanders rappresentino aspetti molto differenti della dinamica politica americana. La vedo grossomodo così. Ci sono due dinamiche in corso, molto profonde, e che vengono da molto lontano. Una dinamica è strutturale. Alcuni gruppi sociali, per lo più white middle class, hanno perso sicurezze economiche: ci sono dei perdenti nella grande trasformazione della società americana per effetto della globalizzazione, della terziarizzazione e della disintermediazione. Questi non hanno avuto alcun tipo di compensazione e, cosa ancora peggiore, vedono nell’aumentare dei costi per acquisire le competenze necessarie un ulteriore ostacolo al raggiungimento della stabilità e della serenità.

Per di più, hanno perso sicurezze personali, e questo è un fenomeno che ha radici che nelle cause del white flight, perduranti fino allo spopolamento di città come Detroit o Baltimora. Per alcuni le cause di questi fenomeni è il mercato, la Cina, l’immigrazione e l’inferiorità dei neri: sono argomenti stupidi? Forse, ma in democrazia votano sia gli stupidi che gli intelligenti – e non è detto che le opinioni stupide siano un parto degli appartenenti alla seconda categoria.

La seconda dinamica, invece, è culturale – ed è l’emergenza di quella che Robert Hughes quasi trent’anni fa già chiamava culture of complaint, e che oggi è solita chiamarsi political correctness. È in parte dovuta alla difficoltà di elaborare un linguaggio che permettesse di parlare di tutti i problemi sopra citati senza sfociare immediatamente in un conflitto. Per il resto, però, la cultura del politically correct è il frutto di cose come la scomparsa di commentatori e intellettuali non progressisti dalla scena pubblica (per decenni prima del 1990, negli US si ascoltava con curiosità e rispetto, pur permanendo l’ostilità ideologica, gente eccellente in vari ambiti come Milton Friedman, Henry Kissinger, William Buckley, Saul Bellow) e la contemporanea emergenza di un gruppo relativamente compatto e omogeneo di personaggi popolari anche brillanti e di talento, ma portatori di una visione del mondo decisamente spostata a sinistra. Questa trasformazione è stata ancora più estrema nell’accademia; per farsene un’idea, vedere qui e qui . Il risultato è stato, fino ai casi-limite che abbiamo avuto modo di apprezzare, quello di far emergere un modo molto escludente di vedere il mondo, per lo più basato sulle idee dei bianchi benestanti e progressisti della costa Est. I quali, con un misto di sussiego e di mancanza di ironia, finiscono per catalogare qualsiasi atteggiamento, linguaggio, espressione o visione del mondo esterno a quell’insieme come appartenente a un becerume non degno di stare allo stesso livello di rispettabilità sociale.

Ora, e qui torno al problema di partenza, i fan di Trump e quelli di Sanders appartengono a due categorie differenti perchè SONO gruppi con ruoli diversi in questa storia: dietro Trump c’è parte di quell’America bianca “becera” e sconfitta dagli ultimi tempi, che dalla politica vorrebbe non una rivoluzione, ma una marcia indietro nel tempo. Vogliono ricacciare i messicani, tornare a un mondo senza Cina nel WTO, e in cui i russi sono i cattivi peró in un gioco in cui a dettare l’equilibrio ci sono solo loro e gli americani, buttare il bambino delle conquiste civili per minoranze, donne e gay insieme all’acqua sporca  del perbenismo politically correct che vieta i costumi perchè fanno “appropriazione culturale” , del femminismo cretino del “yes means yes”, e delle scemenze gender studies che stanno conquistando gli atenei con gente che, avendo poco altro da fare, farà una brillante carriera amministrativa. Non è difficile trovare, in giro, testimonianze di episodi in cui i sostenitori di Trump vengono umiliati e derisi – un fenomeno che in Italia è avvenuto coi sostenitori di Berlusconi, con risultati non proprio esaltanti.

Dietro Sanders, invece, è cresciuta parte di quell’america bianca “vincente” che effettivamente vuole quello che dici tu: sono lo zoccolo duro di quell’America progressista che vuole davvero rimodellare il mondo anche col linguaggio – e non a caso sono spesso bianchi benestanti e giovani. Chiedono, nei fatti, una socialdemocrazia europea in cui il governo ha poteri molto maggiori in economia, e i checks and balances possono essere messi da parte anche in circostanze non emergenziali se l’esecutivo decide che la materia è “eccezionale”. In questo Obama ha fatto da spartiacque, aggirando l’ostruzionismo repubblicano nelle camere con un numero spaventoso di ordini esecutivi, e accentrando sulla sua persona un potere decisionale, anche in politica estera, con pochi precedenti. I supporters di Sanders sono quelli di cui parlava Hayek: persone molto qualificate convinte che in una società ordinata secondo i loro princìpi, e non “disordinata” secondo il mercato, ci sarebbe più spazio per il merito – inteso in un senso più burocratico/scolastico che accademico.

Sono entrambi, e su questo ti dò ragione, movimenti sostanzialmente rivoluzionari per una società “conservatrice” come quella americana.  Come tali, sono sia incompatibili tra loro che incapaci di giungere ad alcun compromesso con l’esistente. La vera differenza, nel lungo periodo, la fa la visione. Trump rappresenta una frustrazione e una rabbia con un programma rivolto al passato – se dovesse perdere, ed è molto probabile perchè contro di lui sembra coalizzarsi qualsiasi insieme rimanente di forze, lascerebbe una debole traccia per la rabbia che ha rappresentato, e un GOP in macerie che qualcuno avrà il compito di ricostruire. Sanders, invece, non ha bisogno di vincere a questo giro, e in fondo nemmeno lo vuole: il suo intento è quello di costituire un movimento di opinione stabile che influenzi nei prossimi decenni il partito Democratico. Questo è, ovviamente, molto pericoloso: anche perchè, a forza di far disegnare l’architettura istituzionale da gente come Sanders, se poi le elezioni le vince un Trump ci vuole poco a fregarsi per sempre.

 

 

 

* Carlo Cordasco è PhD candidate in Political Science all’Università di Sheffield. Attualmente si trova a Philadelphia, visiting scholar presso University of Pennsylvania.

Quando i cattolici usano gli stessi argomenti degli abortisti

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Quando diciamo che qualcuno ha subito un danno in ragione di un certo evento, intendiamo dire: uno, che esiste un soggetto definito (o un insieme di soggetti definiti) al quale (ai quali) ci riferiamo; due, che la situazione del soggetto o dei soggetti in questione dopo il verificarsi di quell’evento peggiora rispetto alla precedente; e tre, che tra l’evento e il peggioramento della situazione del soggetto o dei soggetti esiste un preciso nesso causale.
Ciò premesso, soffermiamoci un attimo su quanto vanno dicendo i nostri amici contrari alla GPA (cioè Gestazione Per Altri, meglio nota come “utero in affitto”), secondo i quali tale pratica danneggerebbe i bambini.
In particolare, poniamoci la seguente domanda: quali bambini, con esattezza, verrebbero danneggiati? Oppure, quale insieme definito di bambini?
La risposta è molto semplice: non tutti i bambini, evidentemente, ma soltanto quelli che nasceranno in seguito a pratiche di gestazione per altri.
Ebbene, come dicevamo subire un danno in ragione di un certo evento significa peggiorare la propria condizione in seguito al verificarsi di quell’evento. Il che ci spinge a chiederci: qual è la condizione di quei bambini prima che la pratica di maternità surrogata abbia luogo?
Se è vero, com’è sicuramente vero, che ogni singolo concepimento scaturisce da un unico e irripetibile incontro tra gameti (non importa se realizzato “naturalmente” o attraverso tecniche più o meno “artificiali”), si deve convenire sul fatto che la condizione di quei bambini prima che la pratica in questione venga messa in atto sia quella di non esistere.
La questione, quindi, non è che in assenza della pratica di utero in affitto quei bambini avrebbero una vita diversa, migliore e più felice: ma semplicemente che essi non vedrebbero mai la luce, o per meglio dire non sarebbero mai neppure concepiti.
Il che, anche volendo superare la contraddizione logica implicita nel dover misurare l’entità di un “danno” valutando la condizione precedente al danno stesso in capo a un soggetto che non esiste, ci conduce a una conclusione abbastanza disorientante: secondo i nostri amici cattolici è preferibile non essere mai concepiti che venire al mondo attraverso un’operazione di maternità surrogata.
Questo, in estrema sintesi, sarebbe il danno: non essere meno sereni, avere uno sviluppo più problematico, sperimentare una crescita più difficoltosa.
Il danno sarebbe semplicemente quello di nascere.
Il che è davvero curioso, anche perché in genere sono loro, non noi, che vanno in giro a sbraitare che i bimbi devono nascere sempre e comunque, indipendentemente dal fatto che siano frutto di uno stupro o siano destinati alla miseria o soffrano di malformazioni o patologie gravissime. Sono loro, che quando sentono dire da qualcuno “per quel bambino sarebbe meglio non nascere” si fanno venire le convulsioni. Sono loro che colpevolizzano chiunque si permetta di mettere in discussione, non importa con quale argomento, il supremo e assoluto valore della vita.
Stavolta no.
Stavolta, evidentemente, è lecito utilizzare il più avversato argomento degli abortisti: per quei bambini è meglio non esistere affatto che vivere così.
La questione, quindi, si sposta sul piano dei cosiddetti “valori assoluti” a quello delle valutazioni soggettive, dei giudizi di merito, delle misurazioni quantitative: meglio nascere con la sindrome di Turner che non nascere affatto, ma meglio non nascere affatto che essere il figlio di Vendola.
Siamo caduti un tantino in basso, o sbaglio?

Senza Ricetta

in politica/società by

Comunicato Agenzia Italiana del Farmaco – (GU Serie Generale n.52 del 3-3-2016):

Estratto determina V&A/219 del 1° febbraio 2016

“La modifica e’ relativa al medicinale NORLEVO e alle confezioni sotto elencate:

034884041 – 2 Cpr In Blister Pvc/Al Da 0,750 Mg
034884066 – “1,5 Mg Compresse” 1 Compressa In Blister Pvc/Pe/Pvdc/Al

Titolare AIC: LABORATOIRE HRA PHARMA

E’ autorizzata la modifica del regime di fornitura da: medicinale soggetto a prescrizione medica da rinnovare volta per volta – RNR a: medicinale non soggetto a prescrizione medica – SOP (per le pazienti di eta’ pari o superiore a 18 anni) e medicinale soggetto a prescrizione medica da rinnovare volta per volta – RNR (per le pazienti di eta’ inferiore a 18 anni).”

Quindi, in sentesi, la pillola del giorno dopo è disponibile, per le maggiorenni, senza ricetta medica.

Per dovere di cronaca, ricordiamo anche che l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) pubblicò sulla Gazzetta Ufficiale dell’8 maggio 2015 la delibera che permette, per le maggiorenni, la vendita della Ellaone, la pillola dei 5 giorni dopo, senza prescrizione medica e senza l’ obbligo di test di gravidanza.

Quindi, keep calm e farmacia.

Soundtrack1:’Voglio una pelle splendida’, Afterhours

Si è sempre froci col culo degli altri

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Si è sempre froci col culo degli altri, diceva un tale. Ma qui i veri froci invadenti sono piuttosto gli eterosessuali dichiarati, i difensori della “vita” senza se e senza ma – ma quale vita? –, insomma tutti quelli che in questi giorni se la stanno prendendo con Nichi Vendola e la sua scelta di ricorrere a un utero in affitto con il compagno Ed Testa.

Lasciando perdere il solito sudiciume cattolico, tanto sappiamo come sono fatti, quel che preoccupa sono le masse ipoteticamente laiche che si permettono di giudicare la scelta di un individuo sulla base di presunti principi universali, e che di universale hanno in realtà ben poco. Fra questi Beppe Grillo, che si dice “spaventato” dalla leggerezza (?) di Vendola e del fenomeno “low cost” tipico della contemporaneità: tutto è in vendita di questi tempi, signora mia, che schifo i ricchi occidentali annoiati che vanno a comprarsi un figlio all’estero.

“Capricci da ricchioni,” li definiva qualche giorno fa un mio amico, come se appunto il desiderio di paternità si limitasse a una semplice voglia da checca, una moda passeggera da soddisfare il prima possibile a suon di contanti. Come se l’emotività, l’interiorità, di una persona si limitasse alla sfera del consumo, e i bisogni dell’anima fossero tutto sommato elementi di secondo piano rispetto al contorno socio-economico – figurati poi quando si parla di froci. Il desiderio è, nella migliore delle ipotesi, ignorato o, nella peggiore, additato come potenzialmente pericoloso, al limite del vizio.

Così, i crociati della vita che non esitano a battersi in nome della dignità umana sono altrettanto propensi a dimenticarsi l’elemento costitutivo della nostra umanità: i desideri, i sogni, le aspettative. Tutto questo certo non semplifica la questione dell’utero in affitto, ma è una variante che non può essere ignorata quando si parla di diritti – quelli veri, non i deliri terzomondisti dei fuffologi da bar scandalizzati per le madri “in vendita”. Ci giochiamo la nostra umanità sul piano delle emozioni e dei sentimenti, non su questioni di principio.

Tutto il resto è pura ipocrisia.

Nichi Vendola, un vero leader

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Se crediamo che un vero leader guidi non con le parole ma con l’esempio, Nichi Vendola, in queste ore, si è manifestato come leader più che in tutta la sua precedente carriera politica.

La nascita del figlio del proprio compagno, avvenuta grazie alla maternità surrogata, è, appunto, il perfetto esempio del fatto che, in un (mi scuso per i termini) “mondo globalizzato”, una legislazione restrittiva ha effetto solo su chi non può permettersi di aggirarla andando all’estero.

Perché sia chiaro a tutti che Vendola e il suo compagno non hanno violato alcuna legge visto che a) la normativa americana concede e regolamenta la gestazione conto terzi e b) il padre biologico del bambino è il compagno di Vendola (di cittadinanza canadese). Esattamente come tutti coloro che vanno a prostitute in Olanda, ad abortire in Svizzera, a fare la fecondazione assistita in Spagna e a suicidarsi (di nuovo) in Svizzera. Tutto questo in totale sicurezza fisica e sanitaria, con il necessario conforto psicologico e, sopratutto, in un clima di perfetta normalità lontana anni luce dagli inquisitori da operetta di casa nostra.

E invece i poveri si attaccano al cazzo (scusate per la parola “poveri”, so che non siete abituati): le loro prostitute sono delle schiave, farsi le canne arricchisce la mafia, l’aborto si fa nei cassonetti o in casa di qualche macellaio (a proposito, sapevate che il governo ha depenalizzato l’aborto clandestino ma ha alzato la sanzione amministrativa da 51 a 5000 euro PER LA GESTANTE?), se non puoi avere figli prendi il numeretto e aspetti (e aspetti, e aspetti, e aspetti), e se sei inchiodato al letto, non preoccuparti che qualcuno ti porterà da bere anche se non vuoi.

Metteteci anche che se puoi permetterti passaporto e albergo qualsiasi paese al mondo ti accoglierà a braccia aperte* ma se per caso non è così ti aspettano recinzioni e mazzate.

Quindi grazie mille Nichi: ci hai dimostrato meglio di chiunque altro che l’Italia non discrimina in base a religione, razza, nazionalità o orientamento sessuale ma solo in base al censo. Mi sa che è la cosa più di sinistra che hai fatto in vita tua.

*per modo di dire: mia moglie, cittadina russa trasferitasi in Italia per motivi di lavoro all’interno della stessa azienda multinazionale, è dovuta andare una volta l’anno qui per farsi prendere le impronte digitali nell’evenienza che accoltelli qualcuno.

Cirinnà: un passo avanti, molti indietro

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No, qui se uno legge certi commenti sulla legge Cirinnà, pure quello dell’amico Tad, pare che ci si debba congratulare col PD per aver portato a casa chissà cosa.

Praticamente una legge che sarebbe già stata arretrata è diventata qualcosa di praticamente ridicolo. Perché è vero che contano i risultati pratici, e che la situazione di moltissime coppie sarà migliorata rispetto al nulla che lo stato offriva senza ricorrere ai tribunali. Questo tipo di leggi, però, servono anche a segnare principi, hanno un significato storico che va al di là della portata pratica.

Siamo un paese dove si vaneggia dell’introduzione di un reato di omofobia dai contorni vagamente definiti, laddove il primo a discriminare è lo Stato. E tale rimarrà dopo la legge Cirinnà.

Approvare il matrimonio omosessuale sarebbe stata la più grande operazione antiomofoba possibile: lo Stato avrebbe finalmente segnalato chiaramente che gli omosessuali non sono cittadini di serie B.

I compromessi fatti per approvare la legge hanno totalmente ribaltato questo significato. Niente matrimonio perché “il matrimonio è solo tra donne e uomini”, una petizione di principio totalmente arbitraria che qui in italia passa per ragionevole buon senso. Quindi vabbè niente matrimonio.

Niente stepchild adoption perché “i froci sennò si comprano i figli all’estero”. Certo, mica perché ci sono coppie omosessuali con figli avuti da precedenti unioni. La gestazione per altri (il temibilissimo “utero in affitto”) esiste da decenni e moltissime coppie eterosessuali vi ricorrono. Qualcuno propone di restringere la disciplina delle adozioni all’interno del matrimonio eterossessuale per evitare il rischio? Ma certamente no, perché a nessuno frega un cazzo dell’utero in affitto, alla maggioranza di governo frega mettere i bastoni tra le ruote agli omosessuali, segnalare che sono diversi, non sono adatti a crescere figli, sono moralmente inferiori.

E alla fine, proprio per rimarcare questa inferiore moralità, niente obbligo di fedeltà. Cosa che viene spacciata addirittura come moderna, “non è lo Stato che deve intromettersi tra le lenzuola”. Ma come no! A parte il fatto che l’obbligo di fedeltà non vuol dire solo che non si debba scopare fuori dal matrimonio ma è l’obbligo di mantenere una leale collaborazione all’interno della coppia. Soprattutto, questa lettura pseudoliberale è immediatamente contraddetta dal fatto che a imporre lo stralcio dell’obbligo è stato Alfano. Non prendiamoci in giro: lo stralcio è solo un altro modo di dire, il matrimonio è cosa seria, le unioni omosessuali sono un po’ come le storielle tra fidanzatini delle scuole medie, una roba effimera; inutile sancire l’obbligo di fedeltà a gente che non può assumere impegni affettivi seri.

Insomma, cari tutti, qui stiamo sancendo e perpetuando per legge una discriminazione. E a farlo è un governo che si dichiara progressista, addirittura “il più di sinistra della storia d’Italia”. La storia della legge Cirinnà dimostra invece che questo è un governo con una maggioranza conservatrice, senza neppure uno straccio di liberalismo per consolarci. Quindi facciamola finita con sti festeggiamenti di facciata e cerchiamo di capire come stiamo davvero messi politicamente. Perché se non si riesce ad approvare un provvedimento progressista perché i grillini, cioè un’accozzaglia di gente dichiaratamente senza consistenza politica, si tirano indietro, per me stiamo messi malissimo.

Fascismi rossi

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Due aggressioni in due giorni, quelle subite da Angelo Panebianco durante le sue lezioni, in quello che dovrebbe essere il tempio del confronto e dell’apertura al dibattito, alla diversità senza preclusioni, baluardo ultimo contro ogni forma di censura e imbavagliamento, che fanno pensare. C’è un substrato strisciante in molte università pubbliche italiane, di piccoli gruppi ben organizzati e attivissimi che vivono in un perpetuo sessantotto in cui trovano legittimazione e complemento. Non sono interessati alla realtà, all’attualità o al vivere sociale, checché ne dicano, ma operano in un universo parallelo – in bianco e nero – nel quale o si è con loro o si è contro di loro. Non c’entrano niente coi partiti, di solito. Nascono e vivono auto-organizzati. Non se ne legge molto, nonostante provino a far sempre un gran rumore, perché la loro protesta ha dei tratti farseschi, ma terribili; terribili nei modi e nella violenza, in una rabbia generalizzata e totalmente ripiegata su se stessa, atavica nel suo essere completamente slegata dalla realtà. La retorica utilizzata è quella della lotta, del blocco, dello scontro e mai del confronto, della riappropriazione e dell’espropriazione – in un paradigma completamente ortogonale a ogni vivere civile.

Sono minoranze squadriste, queste, che sopravvivono nonostante non siano più legittimate da niente che non siano i loro stessi circoli, e che si pongono come alternative ai “fascisti”, con cui spesso e volentieri si incontrano e scontrano, come i cani che se la prendono con la propria immagine riflessa allo specchio. Su tutto questo variopinto tessuto si tace, fino a che non accadono episodi da squadracce come questo. E non è nemmeno la prima volta che succede. Diceva Flaiano che in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti. Aveva ragione. Non è finito il fascismo, specie a sinistra nelle università.

Panebianco e i contestatori: il conformismo della Rivoluzione

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Diciamolo, i contestatori bolognesi che, per l’ennesima volta, hanno interrotto la lezione del professore “guerrafondaio” Angelo Panebianco fanno un po’ tenerezza.

E non perché le loro ragioni sull’intervento italiano in Libia siano necessariamente giuste o sbagliate – così come le idee di Panebianco, d’altronde –, ma per il semplice motivo che queste manifestazioni improvvisate, tali sciarade vagamente sessantottine, nelle loro modalità hanno il fascino ignorante del dissidente da barzelletta. Ragazzi giovani, anzi, MOLTO giovani, interpreti involontariamente comici di una pantomima d’antan, una sciocca caricatura del Movimento Studentesco che sembra interpretare se stesso negli anni d’oro (o, meglio, di piombo) delle lotte ideologiche.

Come un’ex regina di concorso di bellezza degli anni ‘40 che, nonostante l’età avanzata, continua a indossare bikini e tacchi a spillo, le manifestazioni di questi ragazzi hanno il sapore amaro dell’umorismo pirandelliano, una commediola a metà strada tra sorriso e compatimento. E proprio questi (finti) scapestrati che, in una sorta di guerra generazionale tra giovani e vecchi, vorrebbero liberare l’università dalla piaga baronale,  non si rendono conto di imitare padri e nonni nel percorso formativo di ogni studente sinistroide italiano: da contestatore a barone, da apocalittico a integrato, avrebbe detto il buon Eco. Ci sono passati tutti, e loro non sono da meno. Solo che ancora non se ne rendono conto.

D’altra parte, questa è la natura stessa della fauna bolognese, grande parodia della lotta di classe, una fiera del ridicolo tra scontri in piazza, occupazioni a oltranza e scritte sui muri di via Zamboni. Il tutto ovviamente fuori dall’orario dell’aperitivo, altro grande rituale collettivo di queste masse di rivoluzionari della sangria, incerti tra una birra a piazza Verdi o un salto in pizzeria da Altero. Il medioevo delle torri di Bologna si rispecchia perfettamente negli animi degli studenti: il mondo va avanti ma si preferisce rimanere ancorati al passato.

In tutto questo, purtroppo, si perde l’aspetto formativo che potrebbe, con un piccolo sforzo da entrambe le parti, essere persino produttivamente dialettico. Ovvero, la possibilità di ascoltare una lezione di Panebianco e poi, eventualmente, discutere con il medesimo il tema in questione nell’istituzione democratica preposta al confronto e al dibattitto fra idee: l’università. Un’operazione di certo in sé non complessa ma sicuramente più difficile che urlare un paio di slogan imparati su internet – la pigrizia sfortunatamente ha quasi sempre la meglio.

O aveva forse ragione Eugéne Ionesco, quando profetizzava ai giovani contestatori francesi del Sessantotto “Diventerete tutti notai”?

Perché Spalletti ha fatto un favore al Pupone

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Stante quanto dichiarato dall’allenatore della Roma sull’attuale condizione atletica di Francesco Totti, cosa alla quale è ragionevole credere visto che stiamo parlando di un giocatore vicino alla quarantina, lo scherzo peggiore che Spalletti avrebbe potuto confezionare per il Pupone sarebbe stato fargli giocare quattro o cinque partite di fila, esponendolo a qualche brutta figura (e magari a qualche fischio), per poi tirarlo fuori a furor di popolo, con la fronte aggrottata (a lui viene particolarmente bene) di chi dice “io ci ho provato, l’avete visto tutti, ma questo proprio non ce la fa più”.
Sarebbe stata una fine ingloriosa per un calciatore dell’importanza di Totti: una fine che tuttavia avrebbe messo il suo tecnico al riparo sia dalle ingiurie dei tifosi, sia dalle polemiche dei giornalisti.
Invece, come sappiamo, le cose sono andate esattamente nel modo opposto: al Pupone è stata generosamente concessa l’ultima platea, quella di chi può lamentarsi per l’inaudita esclusione del mito, e contestualmente è stata risparmiata l’impietosa rappresentazione del declino sul campo, che nella storia del calcio è toccata in sorte perfino a campioni di livello superiore al suo.
Questo, mi pare, è quanto: al di là della narrazione di queste ore, che pure fa parte del gioco e che mi pare, appunto, un obiettivo pienamente conseguito data la strategia adottata.
Spalletti è un infame, che tuttavia si farà perdonare presto con qualche altra vittoria, e Totti è una leggenda inopinatamente e sciaguratamente messa da parte.
Fossi Totti, insomma, invece di farmi girare gli zebedei ringrazierei il mio allenatore (magari in privato, lasciando che gli appassionati continuino ad accapigliarsi nei bar e sui social network) per aver ricevuto in regalo il finale più dignitoso che fosse possibile immaginare. E perché a Spalletti quel regalo è costato caro.
Sono fortune che non capitano a tutti.

Crollo di nascite in Italia: le meraviglie dell’estinzione di massa

in società by

It’s the end of the world as we know it/and I feel fine

Notizia di oggi: secondo i dati Istat, il 2015 è stato l’annus horribilis della natalità nel nostro paese, il peggiore dall’unità d’Italia, solo 488mila nuovi esseri umani nostrani, ovvero l’8 per mille circa dei residenti.

Le donne figliano meno, persino le adolescenti cretine sembrano non provare più tutta questa simpatia per il ditino birichino dei compagnucci imberbi. La gomma prevale – a meno che non si presuma una pandemia di castità post-confessionale – e un’apparente consapevolezza delle gioie dell’infecondità sembra attraversare lo stivale da Nord a Sud. Ci stiamo estinguendo, e non sono mai stato così felice.

Rimangono solo i negri e i maomettani a figliare, ma speriamo che prendano presto coscienza anche loro delle meraviglie dell’estinzione. Sogno un paese popolato di vecchi piscioni, edere che ricoprono i palazzi abbandonati e centri commerciali svuotati dal vociare assordante di un’umanità giovane e parassitaria. Un mondo che muore senza nessuna mente fresca per ricordarlo, un Gotterdämmerung laico senza possibilità di redenzione. Abbandoniamo questo pianeta, e facciamolo nella maniera più umiliante possibile: crepare di vecchiaia tra le proprie feci con un bel niente da trasmettere alla posterità.

Notizia dello scorso autunno: l’area di Chernobyl si sta ripopolando. Ma non di Ucraini chiassosi e ubriachi, bensì di splendidi cavalli selvatici, caprioli, cinghiali, cervi e lupi. E tutto ciò a discapito delle radiazioni nella zona, ancora piuttosto forti, il cui impatto sulla fauna locale è comunque meno deleterio della presenza, attiva, dell’uomo. Un assaggio agrodolce di post-Apocalisse, un’istantanea di un futuro che non ci appartiene – per fortuna! – e che, a conti fatti, offre molto di più del trascinarsi oleoso e autoreferenziale della nostra quotidianità (in)umana.

Oltre la nostra scomparsa in quanto specie, al fondo del baratro dell’addio a questo mondo, c’è un avvenire radioso che non vedremo mai.

La privacy secondo Severgnini

in economia/giornalismo/politica by

Esce oggi, a firma dell’intellettuale scomodo Beppe Severgnini, un puntuto editoriale in difesa delle libertà civili, dalla parte dei cittadini e del loro diritto ad un limite delle intrusioni governative nelle loro vite private.

Ovviamente stavo scherzando: si tratta del solito pensierino semplificato, con una prosa giovanilista che serve a farlo sembrare cool. Dice, Severgnini:

“Apple rifiuta di sbloccare l’iPhone5 del terrorista autore della strage di San Bernardino (14 morti), come richiesto da un giudice federale negli Usa. Non è solo una sottovalutazione: è una provocazione che l’azienda di Cupertino rischia di pagare cara. Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente sensibili alle questioni di privacy, come dimostrano i continui litigi tra Google e l’Unione europea sulla raccolta dei dati e il «diritto all’oblio».”

E fin qui tutto bene.

“(…) Da dove viene, dunque, quest’improvvisa sensibilità? La sensazione è che Apple abbia fatto i suoi conti: meglio irritare il proprio governo che spaventare il proprio mercato. Ha scritto Tim Cook: «Il governo ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto una versione di iOS (il sistema operativo, ndr) che renda possibile aggirare la sicurezza del telefono creando di fatto un accesso secondario all’iPhone». (…) Risposta: e allora? La protezione dei dati personali è importantissima — come l’Europa tenta da anni di spiegare all’America — ma non è un valore assoluto.”

Iniziano i problemi. Certo che non è un valore assoluto, ma se uno dice “e allora?” senza mostrare di capire il problema, forse per lui non è nemmeno un valore di qualche importanza…

“Prima viene la vita umana. Banale? Forse. Ma la questione è tutta qui.Per fermare l’infezione del terrorismo islamista dobbiamo ricorrere a medicine sgradevoli: lo stiamo scoprendo in tanti, dovunque. Intercettazioni, telecamere, controlli ossessivi negli aeroporti. (…) “

Appunto, non gliene frega nulla. Senza contare il Patriot Act, e il blocco di Schengen, eccetra. Tutta roba, tra quella citata e quella omessa, per la quale il fighetto di Como sembra pensare “e allora?”

“Tim Cook sbaglia quando dice: «Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno». Le mani dell’autorità giudiziaria non sono sbagliate. Sono le mani autorizzate dal patto sociale.”

Le mani dell’autoritá giudiziaria non sono sbagliate. Cosí, con la leggerezza di una pattinatrice sul ghiaccio, Severgnini risolve secoli di tensioni tra il diritto ad essere lasciati in pace dal potere giudiziario e il diritto ad ottenerne protezione – o, se vogliamo, tra l’obbligo contrattuale dello Stato a proteggere i cittadini, e l’obbligo pattizio dello Stato a prevenire intrusioni indebite dei suoi apparati nelle vite degli stessi.

Ma che importa, una bella chiosa giovanilistica e passa tutto, anche la voglia di pensare: Severgnini chiude suggerendo che Apple stia facendo il passo piú lungo della gamba (a meno che) Tim Cook pensi di essere il nuovo Thomas Jefferson e voglia cambiare la natura della democrazia in America, e non solo. In questo caso gradiremmo essere informati: basta un messaggio sull’iPhone.
Insomma, Severgnini dice nel suo linguaggio ovattato ciò che vari falchi dell’intrusione statale nella privacy dichiarano in modo piú esplicito: ad esempio il Senatore Repubblicano Tim Cotton, che accusa Apple di privilegiare un terrorista morto rispetto ai cittadini americani. Cercando di prendere sul serio l’argomento di Cotton, Severgnini e tutti gli altri paladini della sicurezza, mi vengono in mente due cose:
La prima la dice lo stesso Tim Cook, nella sua lettera: “the “key” to an encrypted system is a piece of information that unlocks the data, and it is only as secure as the protections around it. Once the information is known, or a way to bypass the code is revealed, the encryption can be defeated by anyone with that knowledge.” C’è bisogno di spiegare a Severgnini che questo non significa solo e soltanto “il giudice” ? Ovviamente un indebolimento della crittografia, come spiega lo stesso Cook, andrebbe a vantaggio di ogni genere di individuo, da quello in un certo senso legittimato ad agire su mandato di un giudice, ai criminali informatici.
Ma c’è di più. Una volta che Apple dovesse provvedere alla soluzione tecnica di un problema che evidentemente le autorità federali non sono in grado di risolvere da sole, cosa potrebbe garantire che queste non cerchino di replicare quella stessa soluzione all’infinito, senza limiti e garanzie? Se qualcuno pensa che questa sia paranoia: è esattamente quello che Snowden ha rivelato con lo scandalo NSA.
Infine, ci tengo a ripetere:  l’FBI e le autorità giudiziarie, quando hanno accesso ad informazioni private senza limiti, sono le mani sbagliate. Come qualsiasi mano. Concentrare troppo potere non è solo una minaccia potenziale molto grave – e in ogni caso irreversibile – alla democrazia. È anche l’esposizione dei privati cittadini a comportamenti umani, troppo umani dei difensori della legge: trovare qualche esempio di sesso, bugie e videotape non è difficile, basta cercare un po’ per scoprire come le debolezze umane possano mettere a rischio i database che l’FBI sta accumulando solo per qualche storia di figa.
Per Severgnini, ovviamente, tutto ciò è secondario. Se chiedete a lui, probabilmente vi dirà che non capisce le vostre preoccupazioni, che lui non ha niente da nascondere. Ok.
Beppe, posso avere le tue password?
P.S. se avete voglia, una discussione estesa e tutto sommato ben fatta anche se non definitiva sul problema della privacy e dell’argomento per cui chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere, è qui.

La morte di Antonin Scalia: settarismi e disinformazione

in giornalismo/politica by

È morto nella notte il giudice della Corte Suprema degli USA Antonin Scalia. Si leggeranno, nelle prossime ore e non per molto ancora, bellissimi coccodrilli anche in giornali che in vita gli hanno riservato attacchi al vetriolo. Prendiamo, ad esempio, questo del New York Times. In particolare, il passaggio:

“This intellectual importance was compounded by the way he strained to be consistent, to rule based on principle rather than on his partisan biases — which made him stand out in an age when justices often seem as purely partisan as any other office holder. Of course there were plenty of cases (“Bush v. Gore!” a liberal might interject here) in which those biases probably did shape the way he ruled. But from flag burning to the rights of the accused to wartime detention, Scalia had a long record of putting originalist principle above a partisan conservatism. And this, too, set an example for his fellow conservatives: The fact that today the court’s right-leaning bloc has far more interesting internal disagreements than the often lock-step-voting liberal wing is itself a testament to the premium its leading intellectual light placed on philosophical rigor and integrity.”

Si tratta di un riconoscimento importante, di autorità morale e intellettuale. Ma, come detto, non durerà. A cadavere ancora caldo è partita immediatamente la battaglia per sostituirne la posizione: la Corte Suprema è composta da nove giudici, e se lo storico delle nomine vede un 5 a 4 per i Repubblicani, lo storico delle decisioni restituisce un profilo bilanciato e legittimo agli occhi del pubblico americano. È vero, la Corte ha preso posizioni conservatrici in casi eclatanti (sui finanziamenti alla politica, sulle politiche ambientali, per fare due esempi); ma ha anche superato i Democratici in progressismo (ad esempio, sui matrimoni gay). In tutti i casi, lo swing vote è arrivato dal Giudice Anthony Kennedy, non a caso nominato da Reagan negli ultimi mesi del suo mandato.

Ed è su questo, per l’appunto, che si concentrerà il dibattito: i Repubblicani, in maggioranza al Senato che deve ratificarne la nomina, si rifiuteranno di accettare il nome di Obama. Obama, che appartiene alla tradizione politica per cui i checks and balances contano meno delle (proprie) convinzioni di parte, vorrebbe cogliere l’occasione per proporre una nomina di suo gradimento. La nomina di Kennedy, appunto, sembrerebbe dargli torto e ragione insieme: è stato nominato in un anno elettorale, ma ha un profilo di maggiore indipendenza.

Cosa è passato di questo, nel dibattito italiano? Al solito, i giornalisti italiani sugli USA mostrano una rara combinazione di ignoranza e partigianeria. Ne è rappresentazione quintessenziale il solito Federico Rampini, che quando non è impegnato a tradurre gli articoli della stampa di sinistra americana per riportarli su Repubblica, fa peggio e scrive di suo pugno. Oggi, ad esempio, in un articolo che significativamente riporta solo le opinioni dei Democratici, si legge la dichiarazione della Clinton:

“I repubblicani al Senato e in campagna elettorale che chiedono di lasciare vacante il posto ricoperto del giudice Scalia disonorano la nostra Costituzione. Il Senato ha una responsabilità costituzionale cui non può abdicare per ragioni partigiane”

Come da costume della stampa italiana, Rampini riporta opinioni senza accompagnarle da alcuna verifica dei fatti. Eppure sarebbe facile. Nelle parole della Clinton si intuisce che una nomina in questa fase della Presidenza sarebbe naturale, e che invece l’opposizione dei Repubblicani sia pretestuosa, priva di precedenti.

In questo ottimo articolo di Vox.com , si cita proprio il caso del giudice Anthony Kennedy, ma perchè è stato l’unico dal dopoguerra ad oggi. Peraltro Kennedy è stato nominato in circostanze particolari: il processo di nomina era stato iniziato a 18 mesi dalle elezioni, in tutt’altro clima; se la nomina è effettivamente arrivata durante l’anno della campagna, tutto il processo decisionale che ha portato ad essa (la maggioranza del Senato era Dem, il Presidente era Reagan) si è svolto ad una distanza temporale sufficiente da non spaccare il paese e turbare la legittimità della Corte. Circostanze comunque considerabili eccezionali hanno portato alla nomina di una personalità piú indipendente della media, cosa che non sembra essere nelle corde degli attori politici di oggi, in una campagna spaccata da opposti populismi.

Le esperienze di molti esponenti delle nostre istituzioni, pronti a piegare il ruolo ricoperto anche a interessi personali prima ancora che di parte, ci sembravano una nostra prerogativa. Ed ecco che la morte di un italo-americano avvicina gli americani ad uno dei difetti piú deteriori degli italiani. Si puó leggere cosí, o prenderla come occasione per un ennesimo spottone ai democratici, come farà la stampa italiana. Smettete di leggerla, fate come lui (almeno rispetto ai giornali italiani):

Quest’uomo è stato più importante di Steve Jobs

in società by

Artur Fischer è stato un inventore tedesco, morto il 27 gennaio a 96 anni. Ha depositato, dicono, più brevetti di Edison (1100 contro 1093). La sua invenzione più famosa è stato il tassello ad espansione, quel tòcco di plastica con le alette che cacci nel muro prima di avvitare una mensola o un lampadario e sei sicuro che non verranno mai giù. Mai. Neanche se sganci una bomba H sull’abitazione. Con Kanee Mortee, collega su questa pagina nonché esperto in lavori di mano (dal montaggio di una staccionata alla mossa del colpo che se te lo dà muori dopo 5 passi) riflettevamo sul fatto che Artur Fischer è stato meglio di Steve Jobs.

Confrontiamo un prodotto Apple e il tassello a espansione. Il primo non nasce come invenzione ex-novo, ma aumenta le prestazioni e rende più cool oggetti già esistenti. Bene, bravo, chapeau. Adesso mettiamo brutte recensioni su Tripadvisor senza neanche rifletterci fino a casa e non siamo più costretti a leggere il retro dello shampoo seduti al bagno ma possiamo fare battutine su Facebook in modo che i nostri amici, a loro volta seduti in bagno, possano leggerle e mettere like (ci avete mai pensato? Quanti like avete preso da qualcuno mentre stava faendo la cacca? Kanee dice che è il momento in cui mette più like in assoluto perché si sente in pace col mondo. Una volta ha addirittura messo like ad uno status di Mario Adinolfi). Ma il tassello a espansione è un’idea totalmente nuova e immediatamente indispensabile. Nasce, ed è già perfetta: non può essere migliorata.  Non servono ottanta versioni, aggiornamenti annuali, file in negozio per avere l’ultima release. No, basta una sola edizione, la prima. Sublime. Possiamo lecitamente chiederci: “Cosa sarebbe delle nostre vite se non fosse esistito l’Iphone, o l’Ipod, o il Mac?”.  Beh, gli smartphone già esistevano, i lettori mp3 pure e i computer erano nati nell’anteguerra. Magari avremmo dovuto attendere la venuta di qualcuno che li rendesse più funzionali, ché alla Samsung o a Google non sarebbe venuto il pepe al culo per la ricerca senza quelli di Cupertino. Ma andate da vostro padre, nascondetegli tutti i tasselli ad espansione, e poi chiedetegli di mettere su un lampadario. Io l’ho fatto al collega Kanee mentre era distratto, e ora non posso più alzarmi ed andare fino al frigorifero, che dista dal tavolo circa 6 passi.

Non voglio fare il sentimentale del medioevo, di quelli che “Ah, l’artigianato…”, “Ah, i mestieri di una volta” “Ah, l’elettronica è inaffidabile rispetto alla meccanica”. Non so nemmeno smontare un rubinetto. Del resto sto scrivendo questo pezzo solo perché non potendomi alzare, Kanee mi sta dettando tutte queste cose mentre accartoccia a mano nuda una noce di cocco per poter renderla spazio-efficiente dentro il bidone dell’umido. Eppure, non possiamo che soffermarci a pensare a quanti miliardi di persone conoscono e venerano Steve Jobs, il cui merito maggiore forse è stato quello di renderci peggiori (avevo letto, forse su Avant la Guerre, una frase tipo “i discorsi di Steve Jobs hanno reso possibile a tutti avvicinarsi a un qualcosa che comunque non raggiungeranno mai”). Invece nessuno conosce Artur Fischer, un genio a cui gli ufficiali militari fregarono un modellino di aereo che aveva realizzato come regalo alla madre per consegnarlo a Hitler come dono natalizio della truppa che il dittatore stava visitando in quel momento. Avrà pensato: “Io a quello lo appenderei volentieri al muro per non farlo più scendere”.

Per uno Steve Jobs, a cui dedichiamo film e libri, stiamo dimenticando molti altri che come Fischer hanno cambiato veramente le nostre vite, rendendole davvero migliori. George De Mestral (1941), che ha inventato il velcro ispirandosi alle piante. Whitcomb L. Judson (1893), che ha creato la cerniera lampo (e di conseguenza le sveltine). Leo Gerstenzang (1923) che ha inventato i cotton fioc senza nemmeno immaginare che sarebbero stati usati erroneamente per pulircisi le orecchie. Persone a cui dobbiamo la vita come la conosciamo oggi, dove i lampadari non ci cadono in testa, le felpe si possono slacciare davanti se fa caldo (ma non troppo caldo) e abbiamo i timpani sfondati da un bastone che serviva a tutt’altro, del resto, diciamoci la verità, a cosa servono davvero i timpani?

Noi non solo non possiamo che venerare questi geni, ma al contempo dobbiamo anche ringraziare chi oggi giorno continua a lavorare per produrli, nonostante sia più figo dire “faccio il social media manager” rispetto a “fondo l’acciaio per farci le chiavi inglesi”. Provate voi ad avvitare un dado a/f 95 con l’Iphone 6s.

Dice Kanee che in Italia per esempio siamo i migliori nel produrre i cardini delle porte di tipo invisibile. In America (avrete presente quel famoso paese al di là dell’oceano?) perfino nelle case dei ricchi, usano ancora le due piastrine contrapposte, quelle che neanche al Brico le trovi più. Certo, vorrei dire a Kanee che l’inventore dei cardini invisibili è più uno Steve Jobs che un Fischer, visto che non ha inventato niente ma ha solo abbellito il concetto di cardine, però è appena uscito di casa per andare a strofinare via la pelle di un capidoglio per farne poi un coibentante per il bagno (tranquilli amici animalisti, il capidoglio era già morto e Kanee l’ha trovato a chilometro zero vicino a casa sua in Romagna).

Comunque, avete capito il concetto. Fischer meglio di Jobs. E ora che l’abbiamo dimostrato, io e Kanee ci concentreremo per la prossima iniziativa fondamentale: intitolare strade e monumenti agli esseri umani che sono morti per farci avere il pane, il vino, e altre cose che sembrano scontate ma voi ci pensate a quanti sono morti pensando di aver trovato una bacca commestibile e invece era velenosa? Quanti hanno macinato i tronchi di legno, o spremuto i gatti, pensando di ricavarne qualche elemento nutriente per la popolazione? Non dico avessero l’intenzione di tirare fuori un discreto Sassicaia strizzando dei funghi, ma nemmeno di lasciarci le ghette rimanendone intossicati.

Speriamo di poter portare al più presto una raccolta firme in Parlamento.

Vi teniamo informati.

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