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Devoto a nessuno

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Tredicesima edizione del premio ‘Devoto a nessuno’, Lima del Guardia. Il premio lo consegna il presidente della giuria Niccolo’ Delli Moggi, noto fisioterapista della ghiandola pineale in pensione. A ritirarlo è l’ing Paolo Pretocchio*. Riusciamo a scambiare con lui due chiacchiere tre ore piu’ tardi, nel retrobottega di un negozio di abbigliamento adibito a luogo per incontri segreti tra mafiosi e politici con banchieri massoni come rappresentanti di garanzia e notariato superpartes. L’ingegnere ha subito indossato la maglietta del premio che raffigura una benda da pirata con su scritto ‘Devoto a nessuno’.

Pretocchio, Delli Moggi nel suo intervento ha parlato dell’immoralità viscida ed interessata della classe politica. E’d’accordo con lui?

Certamente. Lo spettacolo messo in piedi dai parlamentari italiani è la concretizzazione della peste bubbonica allo stadio più velenoso. Stanno lì solamente perché aspettano di arrivare ai 35 mesi di legislatura per prendersi il vitalizio, raccontando le solite cazzate. Non fanno niente, posticipano tutto solo per questo motivo, legge elettorale in primis. I peggiori sono quelli del Pd che accampano scuse varie. Silvio lo sa che per non perdere lo stipendio ed il vitalizio questi faranno qualunque cosa. Ed anche i suoi galoppini starnazzanti lo fanno per questo motivo, anche perché senza di lui il 70% dei deputati Pdl dovrà trovarsi un lavoro dopo le prossime elezioni.

Ma adesso ci sta Forza Italia.

E’il rantolo del morente. Mediaset è tutta schierata con Renzi. Nemmeno i parenti del biscione voteranno Forza Italia. Poi Silvio con le condanne ha perso charme. Prima era forte nell’immaginario perché qualsiasi cosa accadesse lui era più furbo degli altri e vinceva sempre. Un successo perenne. Ormai invece è come tutti, smascherato e condannato come un italiano medio sfigato. L’hanno beccato con la marocchina. Deve pagare un botto di soldi alla moglie, a De Benedetti, è vecchio e passa le serate con il cane dudù. Non è più un supereroe. Di lui tra un paio di decenni si dirà nei libri di storia: per 20 anni la politica italiana ha vissuto un immobilismo decadente causato dalla presa del potere di un discusso imprenditore di successo che non ha attuato nessuna riforma per il benessere dei cittadini, portando avanti un’inutile e sterile guerra alla magistratura senza risultato alcuno, se non lo sfascio del paese.

Di cosa parla il suo ultimo libro ‘Il cittadino deve morire’?

Della presa d’atto che allo Stato, del cittadino, tranne per prendergli soldi con le tasse, non gliene frega niente. Non gli serve più. Che il Welfare State non può svolgere più la funzione per la quale venne creato. Il Welfare State non nasceva da illuminati e meravigliosi segnali di progresso della civiltà occidentale e dei suoi governanti, ma, in una prima fase, dall’esigenza di mobilitare le masse dentro la seconda guerra mondiale, in una seconda, invece, per controbilanciare la presenza ed il peso politico militare dell’ Urss verso cui masse eventualmente insoddisfatte potevano guardare come un’opportunità di riscatto. Infatti dopo l’89 il Welfare state inizia ad essere demolito senza troppi problemi.

Si spieghi meglio.

In Europa il seme del cd Stato sociale è il ‘Rapporto Beveridge’del 1942, che è alla base del National Insurance Act del 1946. Prende forma in Uk dopo la disfatta dell’esercito francese a Dunkerque di fronte alla presa di coscienza della concreta possibilità che l’isola potesse essere invasa dall’esercito tedesco. A quel punto la Gran Bretagna si ritrova da sola a fronteggiare la potenza nazifascista. Le forze antinaziste sono obbligate ad elaborare un progetto di inclusione sociale delle proprie masse superiore a quello messo in atto dai regimi fascisti. Era una necessaria conseguenza della guerra dell’epoca, una guerra di tipo industriale, che doveva poggiare innanzitutto sulla pace interna. Erano le masse che dovevano combattere e morire al fronte, mentre a casa gli operai delle fabbriche belliche dovevano portare ai massimi livelli le capacità produttive dei diversi blocchi. La cura delle masse, tenerle sufficientemente sane e tecnicamente non sprovvedute, era un obbiettivo strategico, Perdere il loro controllo significava non avere più soldati ne operai nelle fabbriche che producevano armi.

Ma che c’entra l’Urss? Poi la guerra finisce. Il pericolo nazifascista viene debellato. Che differenza c’è con l’oggi?

L’avvento dell’atomica rende inutili gli eserciti di massa. Le masse diventano inessenziali allo sviluppo ed al consolidamento della potenza dello Stato o di blocchi di piu’ Stati. Quindi con la Seconda guerra mondiale si raggiunge l’apice della guerra industriale e di massa e con essa si esaurisce la forma stato che l’aveva sostanziata ed organizzata. Ma nasce il problema del contenimento dello spettro dell’Urss e del suo peso politico militare. Scoppia la terza guerra mondiale, la Guerra Fredda. L’Europa è l’epicentro di un precario equilibrio geopolitico nel bel mezzo di una guerra civile internazionale. Di questo conflitto è il centro nevralgico e strategico e proprio per questo non è un caso che il welfare state abbia funzionato solo all’interno di una determinata area geopolitica: l Europa occidentale per l’appunto. Tutto questo fino all’89, poi welfare state tanti saluti e ciao ciao.

Ed oggi?

Oggi il cittadino può anche morire, anzi deve essere in tutti i modi messo nella condizione di vivere male e quindi di morire il prima possibile. Allo Stato, tranne che spillargli soldi con le tasse, le masse non sono più essenziali. Anzi lo Stato le fa la guerra, tipo invasione o occupazione coloniale, dove gli eserciti, che sono professionali, combattono contro la popolazione o determinate quote di popolazione, con l’obbiettivo di tenerle sottoscacco mettendole o al lavoro in condizioni non distanti dal lavoro servile e coatto, o lasciandole morire nelle carceri.

Anche Beppe Grillo dice che siamo in guerra.

Lui dice che ci sta uno status quo di banchieri, finanzieri, industriali etc, che sta distruggendo il paese e privando di ogni possibile futuro le nuove generazioni. Le èlites dominanti che, prive di scrupoli e senza minime esitazioni, stanno distruggendo la vita a milioni di persone e di famiglie per bene, nei loro raduni segreti e misteriosi. Solo che poi ci ritroviamo Casaleggio ospite d’onore a Cernobbio, che è appunto uno di questi luoghi tanto demonizzati da questi grillini. Per parlare ed essere invitato al meeting Ambrosetti, devi avere un pedigree politico e sociale affidabile. Per buona pace di tutti i deboli di pensiero, i piccoli borghesi spodestati dalle loro micragnose rendite di posizioni, gli orfani di guru mediatici e del sottoproletariato dell’indignazione che hanno votato i 5stelle, ormai è palese la natura di tale movimento. Tipico movimento piccolo borghese politicamente vuoto, senza programma e privo di progetto, ha la funzione di canalizzare una parte della protesta e della rabbia popolare verso obiettivi innocui e in un ambito di compatibilità con il sistema, anzi per incalzarlo in quelle arretratezze che caratterizzano il sistema politico italiano per puntellarne la stabilità. D’altronde lo ha ammesso lo stesso Grillo, quando ripete allarmato che “Se noi non ci affermiamo esploderà la rabbia, ci saranno le barricate”.

Ma quindi cosa prevede all’orizzonte?

Il nostro sistema politico e le relative istituzioni annesse sono in putrefazione e storicamente archiviate. La base di massa che lo regge è la prossima vittima della polverizzazione economica e sociale dell’obbligata ristrutturazione politica alla quale il “sistema Italia” è chiamato a rispondere. Ancora si regge su quella parte di popolazione socialmente ed economicamente inclusa. Segmenti di lavoro subordinato, l’apparato parassitario, finalizzato attraverso il foraggiamento delle clientele, corporazioni e categorie professionali e lavorative interne e compatibili con l’attuale ciclo produttivo ancora non devastate dalla crisi. Ma il cittadino deve morire. Non ha più scampo.

Il cittadino morirà?

Nell’immediato di sicuro impazzirà lentamente, tramite le coercizioni economiche che non ti impongono di fare una cosa, ma ti tolgono la possibilità di fare altro. Oltre all’insostenibilità della violenza economica dovrà fare i conti con quella eco/alimentare. Il 20 agosto il pianeta Terra ha raggiunto l’Earth overshoot day, cioè l’umanità ha esaurito le risorse naturali rinnovabili che aveva a disposizione per l’intero 2013. Questo significa che in appena otto mesi sono state consumate le riserve di cibo (vegetale e animale), acqua e materie prime che sarebbero dovute bastare fino a fine dicembre, immettendo nell’ambiente (suolo, fiumi, mari, atmosfera) una quantità di rifiuti e inquinanti superiore alla capacità di smaltimento del pianeta.

Quindi la catastrofe dinanzi a noi?

No. Praterie.

Soundtrack1:’La cena’,Massimo volume

Soundtrack2:’Fensi’,Fluxus

Soundtrack3:’Nessuno si accorge di niente’,Fluxus

Sountrack4:’God gave me everything’,Mick Jagger

Sountrack5:’Gimme shelter’, The Rolling stone

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia dislocato momentaneamente nella ghiandola pineale dell’umanità vincente.

Jeremy spoke

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Mi stavo perdendo l’intervento di Jeremy Irons sull’inceneritore di Parma, completo di una stupenda foto di Jeremy Irons vestito da pastore maremmano in mezzo ai sacchetti dei rifiuti. È bello perché sostanzialmente è come se fosse l”intervento di un esperto nella gestione e nel processo dei rifiuti, invece è Jeremy Irons.

Non sapevo che Jeremy Irons bazzicasse Parma e conoscesse la faccenda dell’inceneritore, né che fosse un esperto in materia.

E sopratutto  mai avrei sospettato che si vestisse in quel modo.

Però sono contento per Jeremy Irons: Parma è una gran bella città. Io sono di lì vicino, ma noi Jeremy Irons vestito da pastore maremmano non l’avevamo, infatti l’inceneritore ce l”hanno fatto subito .

Mi rimane il dubbio se quello di Jeremy Irons sia o meno un intervento qualificato, oppure non sia stato messo lì perché famoso.

E che grazioso cappellino.

Miss Sarajevo

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Io invece credo sia giusto ricordare che l’assedio di Sarajevo è durato quasi quattro anni e che un bombardamento di trenta giorni della Nato sulle postazioni serbo-bosniache che martoriavano la città ci fu solo dopo la strage del 28 agosto ’95. Solo così furono salvati molti civili e solo così fu poi possibile costringere Milosevic a firmare il parziale accordo di Pace di Dayton. Senza avere indebolito l’esercito di Milosevic, quella pace, per quanto precaria, non sarebbe stata possibile.

Faccio mie queste considerazioni che il radicale Matteo Mecacci ha usato in una lettera destinata ad Emma Bonino, per argomentare l’opportunità di un intervento armato in Siria.

Pur non condividendone le conclusioni, è un buono spunto per chiedere a chi si dichiara contro la guerra “senza se e senza ma”, se ritengono ad esempio che in Bosnia sia stato giusto aspettare così tanto per intervenire. Se sia stato giusto mandare i caschi blu, ma solo come spettatori in prima fila a Srebrenica. Se le immagini dei campi di prigionia e le notizie degli stupri e delle esecuzioni di massa (tante e tutte troppo documentate per non essere considerate attendibili), consentissero sonni tranquilli.

La guerra fa schifo, senza se e senza ma, tuttavia a volte sembra essere una risposta più concreta ed efficace che provare a convincere gente del calibro di Milosevic con canzoni tipo quella del titolo, oppure (o mio Dio) “Il mio nome è mai più”.

Obama, il Nobel e il pacifismo pret a porter

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Insomma, succede che un dittatore, uno come ce ne sono tanti in giro, un giorno decide di reprimere le contestazioni con la forza, colpendo la popolazione civile, contestatori e non. Cominciano allora in Occidente le lacrime, le sbrodolate di appelli, le foto di bambini dilaniati, la conta delle migliaia di morti. Per l’amor del cielo, tra quei morti ci saranno anche inividui poco raccomandabili, gente pronta a rovesciare un regime per metterne su un altro ancora piu’ terribile (vedi la misera fina delle primavere arabe). Ma di sicuro il fatto che questi non siano la versione siriana del Mahatma Gandhi non giustifica che vengano trucidati. Allora il presidente della piu’ grande democrazia del mondo aspetta, sperando che sia possibile una mediazione senza un intervento militare. Le speranze muoiono ben presto. Il regime rifiuta la mediazione e comincia a usare armi chimiche sui ribelli. A qualcuno non e’ chiaro perche’ ammazzare con le armi chimiche sia peggio di ammazzare con le armi normali. Non sanno che l’utilizzo di armi chimiche mette il regime dalla parte del torto a prescindere, il che fa una bella differenza quando se ne discute all’ONU? In ogni caso, il presidente della piu’ grande democrazia in circolazione, quella per intenderci che ci salverebbe il culo in caso di necessita’, comincia a ventilare un intervento in Siria. Apriti cielo, i pacifisti pret a porter cominciano a strapparsi le vesti, accusando la solita America di voler conquistare il mondo. Notare che molti sono gli stessi che postavano foto di bambini dilaniati e contavano i morti.

Ma allora, cari amici che la-guerra-e’-brutta-sempre, mi spiegate che volete da Obama? Se non fa nulla, e’ uno stronzo perche’ non interviene in Siria (magari dicendo che non lo fa perche’ la Siria non ha petrolio). Se comincia a pensare di fare qualche cosa, e’ uno stronzo premio Nobel per la pace guarrafondaio (come se la pace si ottenesse sempre senza fare prima una guerra e il premio Nobel fosse un premio all’antimilitarismo). Cari amici pacifisti, se siete tanto bravi, convincete voi Assad a fare l’amore e non fare la guerra.

Io, non ho problemi ad ammeterlo, non lo so cosa bisognerebbe fare per la Siria. Non sono sicura che l’intervento sia la soluzione migliore, specialmente se gli Stati Uniti non sono disposti ad invadere ma solo a bombardare. Ma dei pacifisti pret a porter che criticano gli Stati Uniti a prescindere, sia che intervengano che non intervengano, ne farei volentieri a meno.

Non ti ho mai amato così tanto: la tormentata love story tra Obama e i progressisti europei.

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“Four more years” – 2012.

Ricordi.

Il 4 Maggio 2009, qualche mese prima che Obama ricevesse il suo Nobel per la Pace, un bombardiere supersonico di tipo B-1 sganciò un missile sul piccolo villaggio contadino di Granai, nell’Afghanistan meridionale. Circa 140 persone, in maggioranza donne e bambini, furono ridotti in poltiglia e i loro brandelli sparsi in un raggio di centinaia di metri, insieme a ciò che rimaneva di un grande banchetto nuziale.

Il Pentagono, ovviamente, tentò di nascondere ciò che era appena avvenuto. Mentre l’intero paese asiatico era in fiamme per l’indignazione, i militari  accusarono i Talebani di aver ammazzato loro i civili e di aver imbottito con i cadaveri gli edifici che sarebbero stati colpiti. Dopo qualche giorno il Pentagono ammise qualche decina di morti “collaterali”. Infine, puntò all’oblio indotto dai mass media. Per qualche tempo tutto sembrò funzionare.

In Dicembre, quando Obama ritirò l’ambito premio, l’opinione pubblica mondiale reagì con incredulità e scetticismo. Ma non mancarono molti leader progressisti che considerarono “positivo” il riconoscimento: i social-democratici europei, l’economista Mohammed Yunus; Hamid Karzai, il 14esimo Dalai Lama e persino Fidel Castro. Il presidente del comitato per il Nobel tenne a specificare: “Non abbiamo assegnato questo premio per ciò che potrebbe accadere in futuro, ma per quello che Obama ha fatto nell’ultimo anno.”

Evidentemente quasi nessuno considerò il massacro di Granai responsabilità morale della leadership più militarizzata del pianeta.

Una delle poche voci critiche fu quella del Wall Street Journal:

“Quello che questo premio ci suggerisce… è la fine di ciò che fu chiamato l’Eccezionalismo Americano. La visione secondo cui i valori americani hanno applicazione universale e vanno promossi senza scusarsi, e difesi con la forza militare quando necessario. Inserito in questo contesto, ci chiediamo se la maggior parte degli Americani considererà questo premio alla Pace del Futuro come un complimento”

Il giorno della cerimonia, mostrando forse più franchezza di tanti altri, Obama disse: “Non ritengo questo premio un riconoscimento dei miei successi, quando una conferma della leadership americana.” Più risultava impopolare l’occupazione americana in Iraq e in Afghanistan, più sembrava crescere la popolarità di Obama tra i suoi alleati europei e tra i principali giornali progressisti.

Ma non tutto funzionò. Un video del bombardamento di Granai, ripreso proprio dalla telecamera del B-1 da cui era partito il missile, improvvisamente riemerse dall’oblio. Le immagini, che furono decriptate da Wikileaks nel 2010 e pronte per essere rese pubbliche, mostravano senza alcun dubbio un vero e proprio crimine di guerra. Ma a quel punto la propaganda non aveva altro linguaggio se non quello dei muscoli. Obama e la Clinton fecero di tutto per ostacolare la messa in onda del filmato, che fu trafugato e distrutto da un pentito dell’organizzazione di Julian Assange. La principale “talpa”  dell’intera vicenda, il soldato Chelsea Manning, fu rinchiusa in isolamento durissimo per oltre tre anni e infine condannata – proprio nei giorni in cui un altro scandalo di orwelliana memoria turbava la presidenza, il Data-gate –  a trentacinque anni di prigione.

Il background culturale del consenso.

Nel suo libro L’audacia della speranza, Barack Obama si descriveva come un test di Rorschach – il famoso esperimento psicologico dove alle persone viene mostrata una serie di macchie d’inchiostro, e chiesto di identificare ciò che in esse si vede. Non c’è una risposta giusta. Ma ogni risposta, a suo modo, dovrebbe rivelare le ossessioni e le ansietà del paziente.

Uno degli aspetti più interessanti della storia d’amore tra Obama e la sinistra europea non sono le delusioni – che non potevano non arrivare, viste le premesse – quanto la perdurante devozione, culturale e comunicativa, per questa storia d’amore, nonostante le delusioni.

Secondo un sondaggio commissionato nel 2011, in Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna oltre il 70% degli intervistati dichiarava di aver fiducia che Obama avrebbe “fatto la cosa giusta in politica estera”, a confronto del 19% riportato nel 2008 riguardo le politiche di Bush.

Nell’Obamafilia degli europei – come l’ha definita lo scrittore Gary Younge -, specialmente degli europei di centro-sinistra, c’è qualcosa di più profondo e se vogliamo più inquietante della semplice fiducia simbolica nel primo Presidente Africano-Americano, proveniente da una minoranza storicamente oppressa, che ha sostituito il più mostruoso fenomeno da baraccone mai generato dal Texas. Qualcosa che  sembra mostrarci più le debolezze della cultura politica continentale che i meriti di Obama stesso. Sembra che prevalga la voglia di fantasticare su di un leader carismatico, infinitamente più affascinante, abile nell’oratoria, e persuasivo di qualunque altro politico europeo, a dispetto della reale sostanza della sua politica – interna come internazionale. Non c’entra qui il discorso dell’alternativa – dall’altra parte ci sono gli orridi Repubblicani – quanto quello della suggestione culturale, e del mutamento antropologico avvenuto in questi ultimi venti e trent’anni nella medio borghesia di sinistra.

Obama conquista le prime pagine di tutti i giornali quando parla di controllo delle armi e di innalzamento del salario minimo da $7,25 a $9, e l’europeo applaude, senza sapere o voler capire che anche $9 dollari sarebbero una miseria, per gli standard americani, se non fosse che la maggior parte dei salariati più poveri non sanno nemmeno cosa voglia dire “salario minimo”, in un sistema che si basa interamente sulla barbarie delle mance e sull’economia in nero, e con un esercito di clandestini senza documenti ricattati da uno sfruttamento infame, con la minaccia della deportazione in qualunque momento, per una politica migratoria che in cinque anni Obama non è riuscito o non ha avuto interesse a modificare.

Durante la presidenza Obama i sindacati hanno toccato il loro minimo storico: appena l’11% di rappresentanza nelle imprese private; la spesa per i servizi segreti ha raggiunto l’incredibile cifra di 52 miliardi di dollari e per giustificare gli attacchi illegali con i droni in Africa  il Dipartimento di Stato è arrivato a citare nientemeno che una dichiarazione del 1970 usata per giustificare il bombardamento segreto della Cambogia – eppure niente riesce a scalfire il boato di entusiasmo alla notizia che, durante la presidenza Obama, la Corte Suprema ha sanzionato la definitiva legittimità del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ogni foto partorita dalla pagina Facebook della Casa Bianca – dopo un’accuratissimo lavoro di selezione, controllo, confezionamento – diventa immediatamente virale, come se non fosse un frutto dell’Establishment che decide il destino dei due milioni di immigrati espulsi ogni anno o degli incarcerati a Guantanamo, ma un segno di spontaneità. E’ cosi’ che il Soft Power si è reso più digeribile alla classe media: non ha bisogno di slogan per l’obbedienza: basta che appaia più familiare alla nostra quotidianità.

Nel Novembre 2012, all’indomani della rielezione di Obama, una foto raffigurante il Presidente americano nell’atto di abbracciare la moglie Michelle, con una didascalia molto semplice: “Four More Years”, demolì qualunque record di diffusione nei social media. Venne ri-postata due milioni di volte su Facebook, oltre un milione su Twitter. Qualche ora prima, al momento di annunciare la sua vittoria, Obama aveva detto, rivolto a Michelle: “Non ti ho mai amato così tanto”.

Il successo mediatico di Obama non si spiega soltanto con un’opposizione impresentabile e un passato recente terribile, ma è il frutto di anni in cui molte aree di conflitto sono state prosciugate da un benessere diffuso in modo iniquo; anni di smarrimento ideologico per i partiti di sinistra incapaci di trovare una piattaforma comune con i movimenti di protesta; anni in cui il radicalismo universitario è stato ridotto al silenzio dalla crisi che costringe tanti a lavori umilianti e deprimenti, mentre città come New York e Los Angeles venivano trasformate in costosissime vetrine militarizzate per il piacere di investitori e turisti – la polizia ha addirittura un ufficio alla New York University, a prevenire eventuali disturbi alla circolazione sulla Quinta Avenue.

E soprattutto, anni in cui la working class, seppur maggioritaria nei numeri, si è trasformata in spettro a livello politico e culturale e mediatico. Ha trionfato al suo posto l’ironia postmoderna, il sarcasmo hipster, il vacuo consumismo narcisista à la Sex & The City imitato da moltissime freelancer europee senza nemmeno la bozza di un contratto, mentre gli scioperi e la classe operaia venivano percepiti quasi come una presenza aliena, un disturbo estetico, un Altro da respingere con fastidio e quasi ribrezzo.

Mentre l’Europa in stallo economico si provincializza -e americanizza- sempre di più, sognando oratori plastificati, metropoli iper-controllate (vedi il percorso di Londra, Barcellona, Berlino, Milano…)  e ignorando ciò che avviene al di fuori dalla sua fortezza, l’America si europeizza sempre di più nella progressiva accettazione della propria decadenza: non più New York (o Roma) ma Costantinopoli: uno spettro dell’Impero che fu, ancora ansimante e con un forte potere decisionale, e che tuttavia continua a irrorare il suo fascino nei bifolchi che lo frequentano – quasi sempre per i motivi più sbagliati.

Le due sponde.

Secondo Zucconi e la maggior parte dei corrispondenti italiani de’ sinistra a New York, il mio è una tipo di anti-americanismo viscerale e cieco. Me ne farò una ragione: vivo a lavoro qui da due anni e non ho sentito un solo americano dirmi che ero troppi “anti”.

Ma perché devo considerare buono e giusto, tanto per dirne una, che la Clinton – icona femminista del XXI secolo – baci e abbracci un criminale di guerra come Kissinger – uno che pianificò scientificamente il golpe in Cile, appoggiò apertamente il regime di Videla in Argentina, mentì al pubblico sull’uso di armi chimiche in Vietnam e sul bombardamento segreto della Cambogia – senza che nessuno dei sopracitati fans obamiani protesti, o faccia una riflessione sui nostri tempi?

E perché quando Murdoch e Bloomberg fanno comparsa in un ristorante da tre stelle Michelen c’è la fila di ragazze che vogliono farsi una foto con loro, mentre quando Berlusconi strinse la mano a Gheddafi  – rifiuto ogni tipo di autoritarismo, ma come ignorare il passato coloniale e monarchico che ha preceduto il dittatore libico? – mi sono dovuto sorbire l’editoriale sarcastico dei Serra, dei Sofri, dei Merlo?

Non ci appartengono, nemmeno per sogno, i deliri dei nostalgici che si sono precipitati da Assad in segno di solidarietà contro l’Impero. Ma perché devo farmi fare la lezioncina sul “nazismo” di Putin – che tra i tanti orrori almeno ha contribuito a dimezzare il numero di poveri in Russia – dai cantori del “guerriero riluttante” Obama, mentre questo paese è alleato con vere e propri lager a cielo aperto come l’Arabia Saudita e il Qatar, dove uno dei giochi preferiti dei ricchi è scannare gli immigrati come polli?

La verità è che il moralismo di questi liberal si attiva solo quando glielo impone l’agenda dei loro padroni (invisibili, come tutti i veri padroni), e chi non ha una voce altrettanto forte non deve sentirsi intimorito né impaurito dall’essere ricacciato in un angolo.

Io non mi sento solo. Con me, anche solo virtualmente, ci sono tanti altri ragazzi, giovani e meno giovani, che protestando e lavorando in spazi minoritari non si sentono affatto turbati dall’accusa di essere troppo “anti” qualcosa. Meno che mai del loro paese: sono americani, lavorano in America e qui hanno vissuto quasi tutta la loro vita. Anche questa è l’America di Obama. Il dibattito mainstream, qui come in Italia, è totalmente tossico, ed è in mano a chi porta Saviano e Yoani Sanchez a tenere lezioni di felicità e giustizia negli atenei. La mediocrità impera tanto tra i benpensanti americani come tra quelli europei. Non illudiamoci di trovare a New York grandi dibattiti sull’Italia che prescindano dal parlare di burrata e mozzarella; proprio come in Italia raramente troveremo in tv qualcosa di meglio di un’analisi del taglio di capelli di Michelle.

La differenza, fondamentale, dolorosa, è che qui gli spazi minoritari possono sopravvivere con più aria, più fondi , più strumenti per agire e farsi sentire, senza elemosinare uno stage o una colonna gratuita in qualche blog da due soldi. Alla libreria Bluestockings di Brooklyn incontri sull’Autonomia degli anni Settanta sono frequenti e fanno il pieno anche in una uggiosa serata invernale. Professori universitari che non temono di parlare di “lotta di classe”, aggiornandola ai nostri tempi, come Joshua B. Freeman, sono letti e ascoltati senza subire minacce. I libri di storia di Howard Zinn sono ancora diffusissimi. Molte organizzazioni volontaristiche cristiane sono attive nelle metropoli e riescono a tenere lezioni sugli effetti dell’Agente Orange in Vietnam e il silenzio di Carter in piccoli centri culturali del Bronx, senza che (quasi) nessuno ne parli.

A questo punto mi piacerebbe concludere non con un’affermazione ma con delle domande: Come allearsi? Come trovare giustizia insieme, unendo i persuasi e i non-alienati tra le due sponde?  Per una nuova, più sana e feconda storia d’amore.

 

Meglio un Grammy

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Credo che nessuno di voi se la sentirebbe di attribuire il Pallone d’Oro a uno senza gambe: pur nutrendo nei suoi confronti il massimo rispetto, s’intende, e senza alcuna acrimonia. Semplicemente, il Pallone d’Oro è un premio riservato a quelli che giocano a calcio, di tal che uno che a calcio non gioca, sia pure senza alcuna colpa, non può riceverlo.
Così come non può ricevere il Premio Strega uno che, sempre senza colpa alcuna, è analfabeta, o come non può ricevere un Grammy Award uno che, ancora una volta incolpevolmente, è stonato come una campana e non ha mai preso in mano uno strumento musicale.
Voglio dire: in circostanze come quelle appena elencate i nudi fatti, qualunque sia la causa da cui discendono, sono decisamente predominanti rispetto alle intenzioni, alle congetture, alle ipotesi.
Tutto ciò per dire una cosa semplice: magari Obama sarà pure stato costretto a bombardare a destra e a sinistra in giro per il pianeta; magari le sue scelte sono state le migliori possibili, date le circostanze; magari nessuno al mondo, al suo posto, sarebbe riuscito a gestire quello che doveva gestire spargendo meno sangue di lui.
Nondimeno, si può dire, senza essere tacciati di superficialità, che forse invece del Nobel per la Pace sarebbe stato più appropriato dargli un Grammy Award?

Uno domanda. Magari poi arrivano le risposte.

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Abbiamo capito che a volte la gente arriva a suicidarsi da adolescente perche’ i coetanei tendono alla presa per il culo verso chi e’ diverso dalla media. Mi spiegate in che modo una legge contro l’omofobia risolve o concretamente previene, o al limite anche finisce per punire (e quindi fungere da deterrente) in casi del genere?

Abbiamo capito che Pippo Civati vuole prendersi il Partito Democratico per gestirlo finalmente in maniera democratica, aperta, trasparente. Ma i partiti servono anche a fare politica, cioe’ a proporre ed approvare politiche: mi spiegate quali proposte, concrete e magari non episodiche o sull’ondata di qualche titolo di testa, porta avanti il signor Civati?

Abbiamo capito che Ratzinger stava sulle balle in quanto individuo visibilmente piu’ colto e intelligente della media – benche’ ovviamente a capo di una istituzione conservatrice. Mi sapete dire se in molti si sentono piu’ vicini alla stessa istituzione solo perche’ il nuovo boss e’ piu’ simile ad una certa mediocrita’ da bar, o e’ solo una mia impressione?

Abbiamo capito che in tanti sono disposti a pagare di piu’ pur di comprare la roba “bio”. Ma hanno capito che significa?

Potrei continuare all’infinito. Il senso, magari, traetelo voi.350px-Caesar-dot-to-dot.svg

Forse le ho finite…

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…ma ancora qualcuna mi viene in mente.

Subalterni.

Sudditi.

Cialtroni.

Teste vuote a perdere.

Sconfitti dalla storia.

Fuori dal mondo.

Incapaci.

Criminali.

Irresponsabili.

Demagoghi.

Ipocriti.

Ignoranti, sopratutto ignoranti. E presuntuosi.

E tutto solo perche’ Carla Cantone ha dichiarato che vorrebbe il signor Bergoglio alla segreteria del Partito Democratico, visto che si e’ tutta bagnata per le quattro cazzate terzomondiste del primo Papa che viene da un paese piu’ fallito del nostro, e ne incarna parte delle peggiori idee dominanti.

Nel frattempo, per piacere, l’ultimo De Gregori che se ne va spenga la luce.

Sempre che il servizio non sia gia’ sospeso

per morosita’.

 

Buon-governo1

 

Perchè il Brasile? Perchè Ora?

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Ricevo da un amico e volentieri pubblico.

Si parla di quello che sta succedendo in Brasile in questi giorni, può essere utile confrontarlo con la situazione in Turchia.

E per prendersi una pausa da Beppe Grillo. Grazie Michele. 

Erano settimane tranquille, seguivo con interesse gli scontri in Turchia quando, apriti cielo, tutti i miei amici di San Paolo, dove ho vissuto tre anni, incominciano a postare su facebook e su twitter le loro proteste contro l’aumento del costo del biglietto di autobus e metro: da 3 R$ a 3,20 R$.

Proteste legittime, 1,10 € per il trasporto pubblico in Brasile è davvero un furto, ma pensavo la cosa finisse lì. E invece no.

Nelle notti a seguire proseguono i resoconti dei miei amici con foto, video, reportage sui social network degli scontri tra manifestanti e polizia: violenza gratuita delle forze dell’ordine contro la stampa, contro gli studenti, i professori, i gruppi dei centri sociali, a fronte di qualche atto di vandalismo, che, detto tra noi, nella metropoli post-moderna di San Paolo avvengono ogni santa notte, tra un omicidio ed una rapina, niente di cui scandalizzarsi.

E invece no, le proteste non sono solo a San Paolo, ma anche a Rio de Janeiro, a Brasilia, e si estendono: la stampa condanna le abitudini da dittatura dolce che la polizia brasiliana non ha mai perso, anche perchè, a parte gli studenti  figli di papà ed i “negros senz”anima”, non aveva mai manifestato nessuno. Ma non questa volta.

Dall’estero, come al solito, si capisce poco: chi dice che la ragione delle proteste siano i trasporti pubblici, chi dice siano contro i mondiali del 2014 e l’uso di soldi pubblici per finanziare le inesistenti infrastrutture, c’è chi dice una cosa, chi un altra.

E invece no. Non è niente di tutto ciò, le proteste sono confluite in grandi manifestazioni, ma manifestazioni di cosa?

E’ la nuova classe medio-bassa, quella che ha ricevuto finalmente un po’ di scuola di base, un po’ di sicurezza sul lavoro, un po’ di protezione dall’inflazione, un po’ più ospedali, quella insomma che dalla sussistenza è passata ad una vita quasi normale. Quasi.

Quasi perchè anche nella straricca San Paolo pochissimi hanno l’allacciamento del gas. Quasi perchè la metà della popolazione non ha accesso al sistema fognario, quasi perchè la scuola pubblica è un disastro, per non parlare degli ospedali.Quasi, perchè il ceto medio in Brasile non è mai esistito, ed ora sta manifestando, non contro questo o quello, ma sta dicendo CI SIAMO, ed è ora di finirla con questi metodi da dittatura sud americana, è ora di finirla con gli ultra ricchi e gli ultra poveri.

Ci siamo, e non vogliamo niente. O meglio, adesso vogliamo tutto, e come corre il cinguettio su twitter: O gigante acordou! … il gigante si è svegliato

Era ora.

Turchia sì, Turchia no

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Nel 1999, il Consiglio Europeo di Helsinki riconobbe ufficialmente la Turchia come paese candidato all’adesione all’Unione Europea. La decisione arrivò in seguito ad un lungo processo diplomatico cominciato nel lontano 1959, quando il paese si era candidato a diventare membro associato della CEE. Nel frattempo, si era passati attraverso l’Accordo di Ankara del 1963, che aveva come obiettivo quello di creare una unione doganale in vista dell’adesione; il protocollo addizionale di Bruxelles del 1970, che spianava la strada alla creazione degli accordi doganali (che entreranno in vigore soltanto nel 1996); e la presentazione della candidatura turca per entrare a far parte a tutti gli effetti della CEE. Insomma, si tratta di un processo lungo e complesso, difficilmente sintetizzabile in poche righe.

Negli ultimi quattordici anni, l’avvicinamento diplomatico è stato progressivo e si è fondato specialmente sulla soddisfazione di alcune richieste riformistiche da parte dei vertici europei, ed in particolare l’abolizione della pena di morte e il riconoscimento giuridico della minoranza curda. Una serie di provvedimenti legislativi, e soprattutto l’abolizione della pena di morte a metà degli anni duemila, hanno accelerato il processo di adesione, tanto che dall’ottobre 2005 sono cominciati i negoziati per il pieno ingresso. Da allora, la richiesta turca non è stata ancora accolta (si era previsto un tempo di valutazione di circa dieci anni) ma ha dato corpo ad un dibattito piuttosto acceso, che ha visto affrontarsi a suon di retoriche storico-culturali il fronte del sì e quello del no.

Oggi la discussione sembra rinfocolarsi, soprattutto in seguito alle vicende del Parco Gezi e agli scontri di piazza Taksim ad Istanbul, e sembra rinforzare le posizioni sia di coloro che si dichiarano favorevoli che di quelli che si dicono contrari. In estrema sintesi: i primi sostengono con forza la distanza culturale, geografica e religiosa della Turchia, talvolta ponendo l’accento sulla questione dei diritti umani (non rispettati); i secondi sostengono con veemenza l’ingresso perché fautori di un’Europa fondata sulla diversità culturale e religiosa, e facendo leva retorica sull’ascesa economica del paese, nonché sul sentimento filoeuropeo di gran parte della popolazione turca – argomento che solitamente si accompagna ad una sottolineatura delle differenze con gli stati di matrice islamista.

In Italia, il dibattito è decisamente povero di argomenti e non suscita grande interesse. Voglio dire, i ragazzi turchi che sono in piazza sollevano simpatia e partecipazione emotiva a destra e a manca (a manca forse anche perché ricorda ciò che si vorrebbe essere); ma parlare di quanto quello che sta succedendo possa compromettere il processo di adesione all’Ue è cosa decisamente lontana.

Siccome la questione mi appassiona ben più dell’ideologizzazione e dell’appropriazione indebita tanto in voga in certa sinistra (e Grillo ancora non s’è svegliato), vorrei segnalare cinque punti (o vicende) che, a mio avviso, si dovrebbero affiancare agli ultimi avvenimenti di piazza per valutare un poco meglio la questione. Lo farò a mo’ di elenco e senza troppi fronzoli, chissà che magari qualcuno se ne interessi e si cominci a parlarne più seriamente anche da noi. Ecco quattro ragioni e un dubbio per il no (attuale) all’ingresso della Turchia nell’UE.

1. I diritti umani sono ancora lontani dall’essere rispettati e le violenze di piazza Taksim non sono che l’ultimo (piccolo, peraltro) fulgido esempio. E non lo dico io ma quelli che per certa sinistra sono dei punti di riferimento indiscutibili: Amnesty International e l’UNHCR.

2. La Turchia occupa militarmente uno stato membro dell’UE, Cipro. Si tratta di un’operazione condannata da una risoluzione ONU del 1983. Nel 2005, Cipro ha formalmente richiesto l’abbandono dell’isola come condizione imprescindibile per la prosecuzione dei negoziati di ingresso; richiesta che è evidentemente ancora insoddisfatta. Su quei territori l’UE riconosce ufficialmente la sovranità della Repubblica di Cipro.

3. La minoranza curda continua ad essere repressa militarmente, al di fuori di ogni principio liberale e contro ogni diritto umano.

4. Il genocidio degli Armeni è stato uno scempio, una mattanza vergognosa, che non viene tuttora riconosciuta dallo stato turco (le stime variano tra le 300mila e il milione e mezzo di uomini, donne e bambini massacrati). La Turchia non ammette il termine “genocidio” e ha perseguito fino a tempi recenti coloro che ne parlavano pubblicamente (il premio Nobel Pamuk vi dice niente?). Sebbene sia stata apportata una modifica all’articolo 301, che punisce ogni offesa contro la “turchicità”, e non sia più possibile utilizzarlo per arrestare sommariamente chiunque sostenga l’esistenza del genocidio, la sostanza non cambia: ciò che è ecumenicamente riconosciuto in Europa continua ad essere negato all’interno dei confini turchi.

5. La Turchia è un paese vasto (783.562 km², l’Italia 301.320 ) e con una popolazione di 73,64 milioni di individui. Se entrasse a far parte dell’Europa, diventerebbe lo stato più esteso e il secondo per numero di abitanti. Tralasciando la delicata questione religiosa (la popolazione di religione islamica passerebbe dall’attuale 5% al 20%), bisogna immaginare cosa significherebbe questo su due fronti: quello istituzionale e quello sociale. A livello istituzionale, pare chiaro che un paese così importante dal punto di vista numerico possa far valere la sua dimensione anche e soprattutto nel campo delle direzioni future dell’assetto europeo. Per tutte le ragioni di cui sopra, attualmente non mi sembra una buona idea. A livello sociale – e qui bisogna andarci coi guanti di velluto -, la cittadinanza europea estesa alla popolazione turca avrebbe un impatto socio-economico difficilmente prevedibile. Ciò non significa che debba essere necessariamente un impatto negativo, ma, vista la già precaria situazione continentale, lascerei da parte ogni facile senzafrontierismo e valuterei un poco meglio i possibili effetti di una Turchia europea.

 

Grillo costola della sinistra

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Finita la moda delle spiegazioni di quelli che hanno voluto parlare, parlare, parlare, parlarsi addosso su Grillo e pentastellati come rito catartico per non parlare del modo in cui Bersani e i suoi si sono schiantati, proviamo a ridiscutere il fenomeno.

Ultrasemplificando, direi che ci sono due letture della situazione politica precedente all’esplosione dei grillini. Quella di “sinistra”, per cui l’atto di dire verita’ semplici e’ diventato via via l’obbligo per ristabilire almeno dei punti fermi nel dibattito, dato che i berlusconiani dipingevano una realta’ surreale, controintuitiva e implausibile, in cui Ruby e’ la nipote di Mubarak, Berlusconi esce dai consigli dei ministri che lo riguardano, e la formula “innocente fino a prova contraria” si trasforma in “innocente a prescindere e cornuto a chi lo accusa”. E quella di “destra”, per cui i comunisti guardano la realta’ per come vorrebbero che fosse invece che per quella che e’, e sono ipocriti, moralisti e bacchettoni, dato che predicano la virtu’ con toni savonaroliani, pur essendo, come tutti, pieni di umani difetti, ma compensando lo scarto tra l’essere e il dover essere con una ideologia vissuta in modo intollerante e antidemocratico.

Entrambe le narrazioni sono, come sempre, in parte condivisibili. Il resto e’ partigianeria ad uso della battaglia tra tribu’. Ad esempio, non c’e’ dubbio che il moralismo bacchettone e’ una cosa sgradevole: ma pretendere degli standard di coerenza tra comportamenti privati e provvedimenti politici non e’ cosi’ fuori dal mondo. D’altra parte, e’ pur vero che certe spiegazioni arzigogolate sono pelose e pretestuose, ma non per questo le spiegazioni di tutti i fenomeni, le risposte a tutti i problemi, e le analisi di tutti i processi, possono esser date con ragionamenti per cui essere e dover essere non devono essere mediate da una analisi realistica di costi e benefici, contesto istituzionale, incentivi, eccetra.

Ora: il mio punto e’ che, molto banalmente, i grillini rappresentano la degenerazione della narrazione “di sinistra”. A prescindere dai metodi, che possono essere etichettati come si preferisce (“fascisti”, “stalinisti”, “militaristi”, “da Santa Inquisizione”), il modo ultra-semplificatorio in cui i grillini guardano la realta’ e’ una evoluzione del modo in cui, per anni, gente assolutamente mediocre elevata al rango di maitre a penser ha venduto analisi, editoriali, proposte. Prendiamo la posizione di varie penne “impegnate” sugli F-35. Molti editorialisti di Repubblica oggi appoggiano il gruppetto parlamentare pentastellato. Il ragionamento e’ grossomodo questo: la guerra e’ brutta, l’istruzione e’ bella, non compriamo gli F-35 e diamo i soldi al MIUR. Per ottenere questo elaborato diagramma Michele Serra non ha dovuto leggere nulla, non ha dovuto studiare nulla, approfondire men che meno, chiedere a un esperto figurarsi: ha sommato un ragionamento infantile, la sua auto-attribuita superiorita’ morale (per cui gli altri sbagliano in quanto cattivi, ca va sans dire), e via. Prodotto finito.

Questa cosa non e’ nata con Grillo. Anzi, gli pre-esisteva. E’ stata la base concettuale dei referendum su nucleare e acqua pubblica, in cui le analisi dei tecnici e degli esperti venivano pubblicamente ridicolizzate da preti, cantanti, nani e ballerine, come d’altronde accadde quando si parlo’ di devolution. Prima di Grillo, gente come Vandana Shiva veniva invitata nei salotti radical chic, come quello di Fazio, e le veniva attribuita la qualifica di “economista”. Serge Latouche veniva invitato nei festival della filosofia, altro luogo di auto-elaborazione delle elite intellettuali di sinistra, a discutere di come consumare meno, produrre meno, e lavorare meno ci avrebbe reso piu’ felici. Zygmunt Bauman e’ stato, per anni, onnipresente, con le sue supercazzole, e per i piu’ istruiti si sono susseguite le mode dei vari Negri (un precursore del complottismo paranoide dei grillini), Deleuze e Guattali.

Per anni il mondo intellettuale italiano non ha prodotto un pensiero sistematico di analisi di una realta’ che nel frattempo cambiava, e non poco, ma e’ andato oscillando tra la proiezione mentale di una inesistente eta’ dell’oro ormai passata, e il cazzeggio destrutturato. Le analisi politiche si sono involute rapidamente, dalla fascinazione del blairismo alle analisi da bar. Repubblica ha smesso di pubblicare Giddens in prima pagina e ha iniziato a dare spazio a Nadia Urbinati, Carlo Petrini, Federico Rampini. In ogni disciplina il pensiero “alternativo”, che spesso era semplicemente roba stregonesca, cialtronesca, d’accatto, veniva venduto come l’utile antagonismo al pensiero mainstream. Che mainstream non era, se non nel ristretto ambito di quelli che, per ciascuna questione specialistica, se ne occupavano. Ed ecco spuntare le varie Undiemi, i Giacinto Auriti, eredi nei tempi contemporanei di venditori di fumo storici come Mario Tronti, oggi senatore PD.

L’esito e’ prevedibile: se l’intellettuale e’ uno che o dice cazzate invereconde e incredibili (alla Deleuze), o ripete con sicumera le stesse chiacchiere e analisi dei vecchietti al bar (Urbinati-Petrini-Rampini), allora perche’ non farci dire tutto dal vicino di casa, dal vecchietto al bar, dal barista? La competenza, evidentemente, e’ un’illusione. Anzi, ogni ragionamento che non porti a conclusioni univoche, ma elenchi costi e benefici della varie opzioni, dev’essere necessariamente capzioso. Il compromesso, e che lo dico a fare, dev’essere sempre e comunque male. C’e’ voluto un po’ di tempo, ma dopo aver veicolato per anni questi messaggi, buona parte delle persone che quelle robe leggevano, o anche indirettamente assimilavano, ha iniziato a chiedersi perche’ dare fiducia incondizionata a gente che comunque spiegava la realta’ in modo fin troppo problematico: i politici di sinistra, che in quanto politici dovevano appunto giungere a compromessi. Poi il M5S e’ cresciuto in modo uniforme, ma se chiedete ai militanti della prima ora vengono tutti da li’ : movimenti ambientalisti, per la giustizia, per questo o quell’altro. Elettori, veri o potenziali, della galassia di sinistra.

Francamente non saprei se attribuire colpe o demeriti a qualcuno, pero’. In fondo, i politici di sinistra, e ce lo siamo sempre detto, sono inadeguati, arroccati nel loro fortino, irresponsabili e assolutamente disinteressati al destino del paese. Ma non possono essere responsabili oltre misura di quel che accade in un mondo intellettuale che, a volte, cercano di addomesticare con qualche candidatura o consulenza. Solo una cosa: l’egemonia culturale della sinistra c’era. E c’e’ ancora, se quella che viene prodotta oggi e’ cultura e non maniera, conformismo, chiacchiera da bar adornata col vezzo della superiorita’ morale, in cui chi produce roba di qualita’ deve strizzare l’occhiolino da quella parte per non venire ostracizzato, in primo luogo dal pubblico, abituato a certi messaggi e logicamente abitudinario.

Ecco, l’egemonia culturale fa male. Qualunque cosa si pensi di Milton Friedman (piu’ di Reagan), e di Margaret Thatcher (piu’ di Friedman), costringere i maitre a penser della sinistra a confrontarsi con individui dalla statura intellettuale notevole e idee forti migliora il livello generale del dibattito. La concorrenza fa bene, sopratutto nel mondo delle idee. Dove non c’e’ si vive peggio. Gli italiani, tristemente, alla concorrenza hanno sempre preferito le sicurezze del monopolio, lasciando agli insoddisfatti, al massimo, il diritto di generare qualche lamento indistinto. E incidentalmente governare il paese, se provvisti di un apparato mediatico tale da mobilitare casalinghe, disinteressati e varie altre categorie, razionalmente meno partecipi del profluvio di banalita’ che, dalle parti di Repubblica, ostinano a confondere con la verita’. Con buona pace di chi si incazza perche’, nel frattempo, dalle banalita’ vere e quelle false si e’ passati agli arabeschi e a Ruby nipote di Mubarak.

 

resizer

 

Abercrombie And Fuck

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Lo ha spiegato chiaro e tondo lo stratega della vendita al dettaglio Robin Lewis su International Business Times: il marchio fighetto Abercrombie & Fitch ha fatto la deliberata (ed ora esplicita) scelta strategica di escludere le persone sovrappeso (in particolare le donne) dai suoi negozi . Ci rincoglioniscono da anni con l’immane scempiaggine secondo cui oggi chi vende merce non deve vendere cose, ma emozioni, sensazioni, un mondo ideale, uno stile di vita apparentemente elusivo eppure relativamente abbordabile – basta metter mano al portafoglio.

Tanto ci hanno martellato con questa idiozia, che cominciamo a crederci sul serio: la pomata anti-emorroidi marca Lapo è quella che usano i VIP, per cui sono disposto a spendere il 200% in più del valore industriale del prodotto pur di sentirmi rinfrescato nelle mie parti private con lo stesso “stile” di un bamboccio dotato del QI di una mucca ubriaca. Finora l’uomo della strada ha consapevolmente accettato il patto con il piazzista che promette di fare di te un tipo “cool” – anche se fai schifo, a dispetto della pancetta, delle occhiaie e delle vibrazioni assai poco rassicuranti che ti restituisce lo specchio del negozio, occupato manu militari dall’immagine del tuo culo impietosamente inguainato in jeans skinny pesca a vita bassa (in  cotone biologico).

Oggi abbiamo scoperto che Mike Jeffreis, il vispo e plasticoso CEO di A&F, ha fatto un passo in più. Non ti ha lasciato intendere che, mettendoti nelle sue mani diventerai figo/a… troppo facile. Lui vuole proprio una selezione all’ingresso dei suoi negozi; insomma, mentre gli altri brand ti fanno sentire inadeguato, ma poi chiudono un occhio anche se non sei perfetto (basta che paghi), Jeffreis i soldi dei ciccioni o degli uomini sulla quarantina senza addominali a tartaruga non li vuole proprio.

Lo abbiamo scoperto oggi, anche se in un’agghiacciante intervista del 2006 a Salon, Jeffreis aveva detto senza mezze misure che quello che aveva in mente era un marchio destinato alla declinazione pop della Hitler-Jugend:

In tutte le scuole si trovano i ragazzi fighi e che godono di grande considerazione; e poi, naturalmente vi sono quelli che non lo sono poi tanto. Ecco, senza falsi pudori, noi cerchiamo di intercettare i primi. Vogliamo il giovane americano al 100%, attraente, talentuoso, pieno di amici. Un mucchio di gente semplicemente non c’entra niente con i nostri vestiti, né è possibile ci abbia mai a che vedere. Siamo elitari? Senza dubbio“.

Mentre mi divertivo a leggere le minchiate di questo ratto, mi sono venute in mente le parole con cui Marilyn Manson, alla festa per gli MTV Awards (4 settembre 1997), arringò la folla :

Cari compatrioti americani: non saremo più oppressi dal fascismo della Cristianità! E non saremo più oppressi dal fascismo della bellezza. Vi vedo lì sulle vostre sedie a fare del vostro meglio per non apparire brutti, ad adoperarvi per non apparire fuori posto, a mettercela tutta per aprirvi la strada che vi condurrà al paradiso… ma permettetemi una domanda: davvero volete andare a finire in un posto che è pieno di pezzi di merda?“.

E poi c’è gente che insulta il Reverendo, sostenendo che è un fenomeno da baraccone. Lucido è stato, altroché. E ora provate ad immaginare a giustapporre le parole di “The Beautiful People” agli esemplari da fiera campionaria della carne umana “light” che animano le campagne di A&F.

Tra i tanti che si sono stracciati le vesti per quella che in fin dei conti è la schietta esposizione di una strategia di vendita esplicitamente basata sulla discriminazione, vi è lo scrittore Greg Karber, il quale, in un video, divenuto rapidamente virale su YouTube, invita i giovani a consegnare alla associazioni di volontariato i propri capi A&F, in modo tale che questi finiscano per essere indossati da barboni, alcolizzati e homeless. Un tentativo di rebranding sarcastico di A&F, che, pur essendo suggerito da ottime intenzioni, io giudico reazionario e razzista. La sua condotta Karber, diretta a stigmatizzare gli eccessi del mondo della moda e del consumismo più deleteri, finisce per convalidare una visione della società piramidale: al top i giovani bene tanto cari a Jeffreis, in fondo, gli homeless, i “perdenti”.

Il paradosso è che, per contestare un ordinamento iniquo, egli finisca per ricorrere ad una implicita approvazione dello status quo. Gli homeless, i “miserabili” di Skid Row ripresi mentre ricevono capi firmati A&F sono usati come una clava da sbattere sulla grottesca faccia Jeffries. E’ come se Karber avesse detto a Jeffreis: così ha deciso di vestire l’élite? Adesso ti faccio vedere io: faccio usare gli abiti che produci alla feccia della società”. Tutto questo dimostra che personaggi come Jeffries sono un po’ come Berlusconi: una volta che ci hai avuto a che fare, non te li scordi più e, piaccia o no, sei costretto a farci i conti. Mentre naturalmente con il suo virus degrada ogni cosa intorno a te, perfino i tentativi di opposizione.

 

Dolore ed identità

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Secondo chi l’ha disegnata, l’app Killswitch può dare un contributo a superare il trauma derivante dalla fine di una storia sentimentale documentata su social network. Supponiamo che la mia ragazza mi lasci per fuggire in Nuova Zelanda con la sua psicoterapeuta: sono disperato, il mio cuore è spezzato, ma soprattutto (accidenti!) sono tre giorni che mi collego sul Facebook e continuo ad imbattermi in tutte quelle foto che immortalano i giorni felici in Nepal; non faccio che rileggere i suoi messaggini piccanti o teneri – senza contare che la maledetta è ancora, tecnicamente, mia “amica” e … proprio ora sta postando degli scatti in cui compare anche la sua nuova fidanzata australiana. Mi basta possedere un iPhone (oddio, ci sarà la versione Android?) e pagare 99 centesimi: il software, complice la (misteriosa) tecnologia Clearhart, si mette a ravanare nel mio profilo Facebook, e a rimuovere ogni elemento che possa ricordarmi il mio grande amore perduto: lo può fare in modo brutale – cancellando tutti i post degli ultimi sei mesi – o in modo più chirurgico e ragionato, si può lasciargli mano libera come pure si può fare in modo che le modifiche alla nostra impronta digitale nel mondo vengano solo suggerite e necessitino di approvazione per essere eseguite.

Vista così, sembra la classica idea sciocca che pretende di “colmare” una lacuna di offerta destinata ad una “domanda” di mercato vivace e insoddisfatta. Ma il fatto che si sia sentita la necessità di realizzare qualcosa di simile obbliga ad alcune riflessioni: prima di tutto delegare un algoritmo ad effettuare scelte tanto personali al posto nostro sa di resa incondizionata, relega di fatto al ruolo della vittima impotente. Oddio – soffro troppo a vedere questa foto, questa frase sciocca che ho scritto in un dato contesto felice e che oggi non ha più senso (non sapevo, o fingevo di non sapere, perché avevo altro in testa – nel cuore – che, in teoria, è stata scritta con una tastiera su uno schermo di computer, ma in pratica è scritta nella pietra e potrebbe essermi rinfacciata fino alla fine dei miei giorni – per cui, pensaci tu, telefonino, a togliermela di mezzo, cosicché io possa continuare a frequentare Facebook senza rischiare di farmi male.

Ma lasciamo pure da parte questa considerazione intrisa di machismo sentimentale. Nota lo psicologo interpellato da Motherboard che, benché il beneficio di “sminare” il campo in una prima fase di elaborazione del lutto sia intuitivo, persino nel contesto impalpabile dell’estensione digitale dell’ego rappresentato dai social network una applicazione come Killswitch può fare dei danni. Ad esempio insufflando la convinzione di “avere il potere di eliminare ogni cosa [negativa], un atteggiamento non ottimale quando si tratti di venire a patti con le proprie delusioni”. Siamo inclini a confondere l’ego con l’avatar, è inevitabile. Ma è opportuno ricordare che possiamo rimuovere tutte le foto e tutte le parole scritte che vogliamo, ma questo potrebbe aiutare ad aumentare le nevrosi anziché anestetizzare il dolore. Si dovrebbe insomma poter dire, con il tempo, le cure, un altro amore, il pilates, “è andata male” anziché convincerci che “non è successo niente”.

E’ un po’ come nel film “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, in cui lo stesso principio è applicato alla memoria vera. Solo che Gondry a me pare più ottimista e anche più cinico. Nel suo capolavoro a me pare voglia dire: ok, andate pure avanti, rimuovetemi tutta questa relazione amorosa dalla testa, tanto non servirà a nulla: non solo continueremo ad innamorarci della stessa persona, ma saremo pure incapaci di smussare gli angoli che la prima volta l’hanno condotta al fallimento. Un eterno ritorno claustrofobico, che a me personalmente è arrivato solo alla terza o quarta volta che l’ho visto, e che mi ha fatto finalmente capire quanto duro e cinico sia il messaggio di fondo. Le altre volte ero troppo occupato a godere di stile visivo, regia, montaggio e musica per applicare un po’ di cervello.

Insomma, va benissimo tentare di lenire il dolore, ma, rimuovere la realtà sostituendola con una sanitarizzata significa “negare alle persone il loro passato” e quindi distruggere un pezzo della loro identità. Siamo quello che siamo anche per colpa del dolore che abbiamo provato. Ci amiamo, nel senso che amiamo noi stessi, questo è (di solito) inevitabile, per cui, in modo indiretto dobbiamo accettare (anche) il dolore che ci ha plasmato. E’ perfetta a questo proposito la frase di Bukoski citata da Jill Krasny:

“Mentre sedevo a bere, ho pensato di ammazzarmi, ma poi ho sentito uno strano affetto per il mio corpo, per la mia vita. Per quanto fossero pieni di cicatrici, erano pur sempre i miei.”

Pickpocket?

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Ieri, sulla metro ero come Gecù Cristo, (crocifisso) tra due (presunti) borseggiatori. Due tizi normali, puliti, ben vestiti, gellati, espressione timida ma vigile, io ne ho anche urtato uno (mentre tentavo qualcosa che sarebbe risultato impossibile anche al celebre Houdini, ovvero chiudere la mia borsa con una mano sola, essendo l’altra impegnata a sostenere non uno bensì due ombrelli); mi sono scusato, e lui ha risposto con un cenno lieve della testa. Ad un certo punto la signora orientale vicino a loro caccia un urlo strozzato, un po’ orgasmo e un po’ pianto di neonato, ma breve, secco, metallico. Si sfoga con un vicino, in un italiano molto approssimativo, sostiene che uno dei due tizi ha tentato di aprirle la borsa. Lui, l’accusato, si schermisce, in un modo che in effetti appare un po’ sospetto, capo chino, sorriso lieve, sempre quello sguardo timido, mellifluo. Non che questo costituisca una prova di alcun tipo: mi limito però ad osservare che per un’accusa molto più lieve (presunto salto della fila della mia verduriera), io sabato ho fatto una piazzata ben più veemente (ad un certo punto mi sono sentito dire: “Io faccio la fila per definizione!” – si vede che mi suonava bene, in quel momento, anche se non ho idea di che cosa volessi dire).

Comunque, che l’orientale abbia ragione o che invece abbia le allucinazioni, lo show è finito senza conseguenze: nulla è stato rubato, lo scandalo è affogato nel generale disinteresse tipico del popolo trasportato pubblicamente – la gran parte dei viaggiatori non a caso ricomincia a giocare con il telefonino e in generale a farsi i cazzi suoi. Intanto, il tizio appena accusato di tentativo di borseggio scende e si avvia verso l’uscita, si gratta la faccia in modo strano, (ma la mia paranoia mi sta suggerendo che) forse sta cercando di nascondere le sue fattezze, certamente inquadrate da qualche telecamera a circuito chiuso. Il tizio che era con lui prosegue fino alla mia fermata per poi dirigersi alla banchina da cui passa la metro che viaggia nella direzione da cui è venuto.

Che quei due fossero veramente dei ladri o no, c’è qualcosa nella professione del borseggiatore da mezzo pubblico che la rende peculiare: a differenza dei rapinatori, per esempio, non possono paludare le proprie fattezze dietro ad una maschera, un passamontagna o un collant. No, devono avere il coraggio di affrontare le vittime a viso aperto, con il rischio concreto di essere riconosciuti. Oltre che prestigiatori, devono padroneggiare l’arte della recitazione: predatori nella veste del mansueto agnellino, normali tra i normali, invisibili, biodegradabili.

Persone che si assumono un rischio assurdo, sproporzionato al vantaggio che possono ottenere dalle loro azioni criminose: umiliazione di essere beccato, magari una sberla, una denuncia, forse persino la galera – per portarsi a casa quanto? Se va bene, due-trecento euro, un telefonino, una carta di credito che un minuto dopo verrà bloccata? No, davvero, da un punto di vista razionale, rubare, almeno a questo livello, non può pagare. Ad incentivare potrebbero essere solamente una gravissima, improrogabile necessità finanziaria, o una visione distorta, nevrotica, delle proprie probabilità di successo. Mi viene in mente, per dire, che il presunto complice del presunto borseggiatore era oltretutto affetto da un difetto fisico macroscopico, impossibile da non notare, che lo rende immediatamente riconoscibile anche in condizioni di luce precarie. Supponiamo che il nostro uomo sia effettivamente un ladro: che probabilità ha una persona con quell’aspetto di passare inosservata? La si noterebbe come un caucasico con i capelli color rame in un mercato nigeriano… E nonostante questo, è al “lavoro”, la probabilità di farla franca ridotta al lumicino – un atteggiamento di attaccamento insensato, di cui ho esperienza diretta, in realtà, vista l’ostinazione con cui frequento una scuola di musica.

E così mi avvio a piedi verso l’ufficio, arrabbiato per l’inevitabile sommarietà del mio giudizio indiziario di colpevolezza, per la violenza e la spregiudicatezza del furto, e per aver testimoniato, ancora una volta, a qualcosa che non ho capito.

Educazione e violenza

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Mazzetta, nel suo post “Cécile Kyenge e il benvenuto razzista di Sallusti“, copia ed incolla alcuni commenti di lettori razzisti de “Il Giornale“: l’epiteto più blando che viene attribuito alla neo-ministro è “comunista nera”. Poi c’è qualcuno che comincia ad impiegare il termine dispregiativo “negra”, e da allora in poi esso viene adottato in modo sistematico, associandolo a termini scatologici o legati alla promiscuità sessuale.

Ora, a parte alcune considerazioni, del tipo, 1) che mi vergogno di avere lo stesso passaporto di questi “italiani” puri e duri, più o meno alfabetizzati (certamente meno istruiti di Cècile) eppure in grado di fare ancora tanto male pur con il loro malfermo controllo della lingua di cui si dicono tanto fieri; 2) che anche persone simili, avendo accesso ad una connessione internet, ed essendo dotati di una (sia pure approssimativa) capacità di esprimersi per iscritto, costituiscono, almeno in potenza, la “gente” che “dal basso” potrebbe secondo Grillo validamente sostituire parlamento e governo; 3) che non capisco (veramente non capisco) per quale ragioni chi gestisce il sito non abbia rimosso d’imperio i commenti violenti ed ingiuriosi e bannato dal sistema (per quel che può servire) gli utenti che li hanno espressi: che a “Il Giornale” temano di scontentare persone che a quanto sembra il quotidiano berlusconiano considera a tutti gli effetti legittimi appartenenti alla base elettorale del “centro”-destra?); 4) e che è giusto riferire pure di commenti di altro tenore, che stigmatizzano il razzismo urticante di altri iscritti – forse il più lucido e puntuto (di quelli che ho visto almeno) è a firma di un certo Frank che così risponde al delirio di tale Antimo56:

“Sab, 27/04/2013 – 21:48

Ah, la Josefa Idem è tedesca con cittadinanza italiana, pari pari alla Kyenge. Perchè non ululate anche con lei, dandole della puttana troia bionda bianca? Forse perchè Hitler a voi sta molto simpatico? (del resto bastava leggere i deliranti commenti al post su derrick, inneggianti alle SS e al terzo reich…)”.

In verità, mi secca un po’ dare attenzione ad uno come Antimo56, che benché umanamente mi ispiri anche un po’ compassione, con la sua ignoranza crassa e la sua rabbia velenosa quanto inutile, resta sempre un nemico – però una cosa la voglio dire, sarà marginale, ma a suo modo è indicativa: “scrive” per così dire, questo gentiluomo,

“troia negra, tornatene nel tuo paese di m”.

Dal punto di vista semantico, mi diverte (ma con angoscia) osservare come da un lato Antimo56 si vergogni di scrivere le cinque lettere M E R D A, mentre non gli fa alcuna fatica dare ad una donna che presumibilmente non ha mai conosciuto e di cui con ogni probabilità non sa nulla a parte il fatto che ha la pelle nera, l’epiteto di “troia negra”. Ecco, perché certe volte, estremizzando (in fondo parliamo di estremisti, no?), mi vien da pensare che l'”educazione” possa diventare una gran brutta cosa. A star dietro alle “buone maniere” alla maniera di Antimo56, si finisce per diventare degli educatissimi killer. Educati, per carità, ma pur sempre assassini.

Pangolino mon amour

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Il pangolino è uno dei protagonisti del mio lessico personale, occasionalmente immaginifico: mi compiaccio, ad esempio, di aver coniato la gloriosa espressione “godo come un pangolino in calore”. Gli fa compagnia l’armadillo, la cui presenza non è originale, ma deriva da una citazione cinematografica da S.O.B. di Blake Edwards (1981). In una scena del film c’è questo medico mezzo drogato che, a due bonazze californiane (poppe abbondanti e voluminose pettinature Eighties) che gli chiedono cosa faccia nella vita, risponde con frivola levità: “Oh, niente di particolare, allevo armadilli”. Evidentemente, devo avere un penchant per gli animali dotati di corazza – deve essere una specie di contrappasso alla mia patologica fissazione per la vulnerabilità.

Qualche giorno fa, sfogliando uno degli enne numeri di Focus Wild che E. lascia in giro per casa, mi sono imbattuto nel poster di un animale deliziosamente improbabile (identico alla foto qui sopra): click! Era lui, il pangolino, il protagonista delle mie metafore idiote, in tutto il suo splendore. Un corpo gobbo ricoperto di grosse scaglie cornee di cheratina, una coda sproporzionatamente grande, che, apprendo compulsando avidamente Wikipedia, oltre che a fungere da arma di difesa, viene usata dall’animale per mantenere l’equilibrio in marcia. Infatti, il povero pangolino ha qualche problema a muoversi agilmente con quelle sue zampette minuscole, che oltretutto sono accessoriate con grosse unghie, buone a raspare e a procurarsi insetti, un po’ meno a correre. Ma il processo evoluzionistico gli ha tirato altri brutti scherzi: per dire, solo alcune specie della sua “famiglia” hanno orecchi esterni, mentre tutte indistinamente sono prive di denti, e masticano direttamente nello stomaco, qualche volta aiutandosi con dei sassi. Inoltre, il pangolino vede poco.

Per certi aspetti il pangolino assomiglia ad un riccio e per altri alla puzzola. Come il primo, infatti, si appallottola su sé stesso in caso di pericolo e forse anche per dormire; come la seconda, invece, si difende dai nemici emettendo cattivi odori con specifiche ghiandole collocate vicino all’ano. Una delle foto che correda la versione inglese della voce “pangolin” su Wikipedia è impagabile: due leoni asiatici guardano il pangolino trasformato in un pallone da basket irto di aculei con un’aria smarrita da “e mò?”. Come se non bastassero le sfighe che gli ha regalato madre natura, il pangolino deve anche affrontare l’inimicizia dell’uomo, che gli dà la caccia per mangiarselo e per le sue scaglie (a quanto sembra, in Cina vengono usate per certi scopi medici – ci sarà dietro qualche assurda superstizione, basata sul fatto che le scaglie proteggono l’animale e magari qualche buontempone crede che possano “proteggere” anche gli uomini…). Del resto, gli “strani” attirano sempre la voglia dei violenti, come vi potrà dire ogni ex giovane sensibile e/o non conforme che abbia subito le torture (fisiche, psichiche) dei suoi compagni di scuola nei dolorosi anni dell’adolescenza.

Non riesco a non provare tenerezza per un animale curioso e deprivato, talmente ingenuo da pensare di spaventare gli avversari a suon di scorregge nonché pronto a traformarsi in un Morrissey in adorazione del proprio ombelico quando le cose volgono al peggio. E diciamolo, un po’, invidio quelle scaglie di cheratina che proteggono dal mondo.

I particolari che fanno la differenza

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Spesso sono i particolari, a fare la differenza.
Prendete il papa, per esempio: leggere che Benedetto XVI considera l’aborto “gravemente contrario alla legge morale“, ne converrete con me, non desta alcuna meraviglia; però dover prendere atto che secondo il pontefice l’aborto stesso può essere “voluto come un fine o come un mezzo” è un particolare che a volercisi soffermare fa saltare sulla sedia.
Fateci caso: quel particolare è messo là come se niente fosse, come un inciso qualunque:

L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale.

Ora, mentre è piuttosto chiaro cosa debba intendersi quando si parla di aborto perseguito come un mezzo, viene da domandarsi in quali casi l’interruzione della gravidanza possa diventare un fine in sé e per sé.
Rifletteteci un attimo. Se ammettiamo per amor di discussione che il fine possa essere l’aborto dobbiamo prenderci la responsabilità di esplicitare il mezzo attraverso cui quel fine viene realizzato: ed attenendosi alla logica quel mezzo non può che essere la gravidanza.
Dal che dovrebbe desumersi che secondo il papa alcune donne restano incinte allo scopo di poter abortire.
Spesso sono i particolari, come dicevo, a fare la differenza.
E la differenza, in questo caso, consiste nel suggerire un’idea delle donne che definire aberrante sarebbe un eufemismo: a meno che, naturalmente, non si tratti di parole buttate là alla rinfusa.
Circostanza che in un discorso del papa mi pare tanto improbabile da poter essere tranquillamente esclusa.

Armi, acciaio e “liberali” dei miei stivali

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Si lamentano, certi “liberali” di casa nostra. Non gli va giu’ che dopo l’ennesima strage americana qualcuno chieda una seria politica di restrizione alla vendita di armi da fuoco. Dicono che e’ come vietare alla gente di bere alcolici perche’ poi potrebbero mettersi al volante e ammazzare qualcuno. Sfugge a queste menti sopraffine che la finalita’ dell’alcol non e’ quella di far diventare pirati della strada mentre l’unica finalita’ delle armi e’ quella di impallinare il prossimo. Non c’e’ nulla di illiberale in uno Stato che detta le condizioni per una certa attivita’ che potrebbe avere delle conseguenze sul prossimo: lo Stato ci richiede di non trovarci al volante per poter consumare alcol legalmente e ci richiede (o ci dovrebbe richiedere) di passare un attento esame psicologico, e magari una buona ragione, per poter detenere un’arma legalmente. Fine della storia. Cari “liberali” del cazzo, voi seguite ciecamente i peggiori istinti della pancia americana, quella ferma al 1700, quella che crede ancora che detenere armi sia un diritto umano inalienabile e che la pena di morte non sia una punizione crudele. Per essere veri liberali ci vuole ben di piu’ del dire no a qualsiasi regola, giusta o sbagliata che sia.

Chi ferisce e chi benedice

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Che poi, generatori automatici a parte, la cosa curiosa è questa: l’individuo secondo il quale le nozze gay sarebbero una ferita alla pace è lo stesso che ieri ha avuto l’alzata d’ingegno di benedire una tizia rispondente al nome di Rebecca Kadaga (grazie a Fulvio Beltrami per la segnalazione sul suo blog).
Chi sarebbe costei?, vi chiederete voi. Ve lo spiego subito.
Rebecca Kadaga è la portavoce del parlamento ugandese, ed è assurta agli onori delle cronache per essere stata una delle sostenitrici del cosiddetto “Uganda’s Anti-Homosexuality Bill”, che i mezzi di comunicazione hanno significativamente ribattezzato “Kill the Gays bill”. Trattasi di una proposta di legge che -tra l’altro- distingue l’omosessualità in due categorie: omosessualità semplice, sanzionata con l’ergastolo, e omosessualità aggravata, punita con la pena di morte; il tutto simpaticamente definito dalla stessa Kadaga un “regalo di natale” alla popolazione ugandese, visto che la legge dovrebbe essere approvata entro la fine del 2012.
Insomma, avete capito l’antifona? Essere omosessuali è una ferita alla pace.
Benedire chi vuole mandare a morte gli omosessuali no.
Che volete farci, si vede che le cose vanno così.

L’Israele metafisico.

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La recente pronuncia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite volta a riconoscere alla Palestina la qualifica di Stato Osservatore ha rinfocolato, come prevedibile, la vecchia querelle tra fautori di Israele e sostenitori dei diritti dei palestinesi. Polemica stantia, il più delle volte, perchè arroccata almeno in Italia su posizioni tanto solide da divenire irremovibili pregiudizi, sia dall’una che dall’altra parte, nonchè inutile a risolvere nel concreto la situazione.

Ma non è su questo che volevo scrivere. Piuttosto, la qualifica di “odiatore di Israele” che viene rivolta a chi evidenzia la sproporzione delle reazioni israeliane agli attacchi palestinesi, credo suggerisca una riflessione più approfondita relativamente alla tensione spirituale che anima i sostenitori a oltranza di Israele.

Facciamoci caso: Israele, nella filosofia dei predetti, assume una portata che travalica la concreta rilevanza del conflitto arabo-israeliano nella gerarchia delle cose tragiche che succedono nel mondo (miliardi di morti per fame, guerre dimenticate etc.), e anzi acquisisce una portata quasi metafisica, di scontro finale tra due forze ben distinte ed identificabili, da un lato il male assoluto (i palestinesi ottusi e violenti) e dall’altro il bene altrettanto categoricamente declinato (gli occidentali e illuminati israeliani, seme di democrazia in un continente da civilizzare).

E ciò assume una carica a mio modo di vedere ancora più parossistica laddove, come spesso accade, gli implacabili legittimatori dei bombardamenti a tappeto su Gaza sono, almeno qui in Italia, persone non di religione e cultura ebraica. Non è dunque raro vedere tolleranti e colti liberali nostrani improvvisamente infiammarsi di sacro furore, e lanciare strali al grido “antisemita! antisemita!” appena viene messo in discussione il diritto della Nazione Eletta a colpire indiscriminatamente i civili in risposta ai missili palestinesi che, in genere, di danni ne fanno pochini.

In questa reazione dei Nostri, sproporzionata e nervosa, c’è una componente non solo illiberale ma anche completamente irrazionale, potrei dire mistica, nel giudicare la portata concreta degli eventi: a fronteggiarsi non sono più due popoli, con le loro ragioni e torti reciproci, ma due forze spirituali di cui solo una, Israele, deve poter esistere e vincere, con qualunque mezzo e costi quello che costi.

Quale libro dettato da Dio, o scritto da autori ispirati, può indurre i sedicenti liberali nostrani di matrice (pare) anglosassone a sostenere posizioni in linea con gli ultranazionalisti israeliani, dai cappelli di pelliccia e dai lunghi cappottoni neri malgrado in Israele il clima sia tendenzialmente mite, questo lo ignoro. Mi permetto semplicemente di evidenziare l’esito quanto meno bislacco di tutto ciò per chi si professa, appunto, liberale e quindi scevro da fattori condizionanti che non siano la ragione e la scienza. Per non parlare poi degli aspetti esteticamente “cheap” che spesso informano l’agire dei nostri filoisraeliani a oltranza, tipo brandire la bandiera di Israele in occasione delle feste nazionali ebraiche, o cancellare immediatamente dalle amicizie di facebook quei poveretti che, reduci da un balletto al Teatro dell’Opera, sostengono che la prima ballerina, casualmente cittadina israeliana, si muove come se avesse due piedi sinistri.

Io, lo giuro, non odio nessuno, men che meno Israele. E non mi piace il balletto.

Forse ho qualche speranza di salvezza.

Da Malindi contro Tecnici e Coprofagi

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Tramonto africano post temporale di fronte. Sul tavolo del giardino che si affaccia sull’Oceano Indiano, Pernod e mandorle tostate, Ipad, un libro di Fitzek ed un pacco di sigari cubani Montecristo n.5. Questa volta per incontrare l’ing. Paolo Pretocchio* arriviamo fino a Malindi, in Kenia. La t-shirt verde scura che indossa sotto una redingote blu elettrico a pois, pantaloni di lino grigio militari e bianchi mocassini in coccodrillo, riporta stampata la celebre frase di Mark Twain ‘’ Se votare servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare”.”Ieri avevo quella con la famosa frase del boss della mafia nera di Harlem Frank Lucas: “ Il più chiassoso nella stanza è il più debole nella stanza”, che ho indossato per questo ricevimento commemorativo degli ordini cavallereschi dell’impero austro-ungarico. Dove tra l’altro mi sono rotto i coglioni alla grande”.

Ing. Pretocchio, che cosa sta succedendo?

Siamo nel bel mezzo di una specie di Weimar al rallentatore. La situazione è identica all’esperienza del governo Brüning dal 1930 al 1933: identici i trend negativi della produzione industriale e della disoccupazione, identica la politica economica, identica la stasi parlamentare.

Cosa ci vuole dire, che presto quindi avremo l’avvento di un nuovo partito nazista?

La forma del movimento politico che prenderà il sopravvento alla fine di questa fase e conseguentemente all’esplosione degli accumuli di insoddisfazione che per adesso sono solo embrionali, confusi, autorimossi per sopravvivenza emotiva e non assemblati, ancora non si è manifestata. Di certo non ci salverà il neoautoritarismo tecnico-pragmatico di matrice finanziaria che oggi detta le direttive ai governi europei. 

Cos’è il neoautoritarismo tecnico-pragmatico di matrice finanziaria?

E’ ciò che oggi sta al potere in Europa. In questo frangente di rimasugli rantolistici, la difesa di interessi e privilegi mostra i muscoli. Ma si tratta solamente di una sorta di necessario quanto impotente tentativo dell’autofondazione assoluta dell’economia su se stessa senza presupposti filosofici, politici o religiosi. E’una solipsistica egemonia non egemone in quanto non risolve un bel niente, che non ha consenso nelle viscere collettive. E’ l’inevitabile esigenza sistemica dell’ autoriproduzione teorica, ma è un’operazione onanistica perché non ha nessun riferimento sociale. E’ una religione atea senza fedeli. Vive nella totale astrazione dall’esperienza di vita reale delle persone e per questo è oggettivamente disumana, violenta, perdente.

Ma ci sono socialisti, liberali, comunisti, liberisti, nazionalisti e federalisti pronti a sostenere, ognuno dalla propria prospettiva, che sia arrivato o stia per arrivare il loro momento.

Sono tutte categorie sorpassate. Gli esponenti ed i seguaci di tali ‘nobili’ teorie sono ormai delle vittime, sono come dei pupazzi nelle mani di un amore mai trovato. Il subconscio collettivo ancora non ha elaborato un centro d’interessi e di sfogo comune ed unitario delle proprie esigenze, aspettative, desideri irrisolti e frustrazioni. Tornando a Weimar, anche allora c’erano i vari Junger, Niekisch e von Salomon, intellettuali e militanti interessantissimi quanto incapaci ad insinuarsi nei gangli emotivi e politici delle masse dell’epoca. In più quelle ideologie erano l’espressione di tipi antropologici figli di un’evoluzione culturale della società e delle classi. Oggi siamo di fronte ad un processo di neoanalfabetismo intellettuale ed emotivo rilevante ed egemone, un rovesciamento dell’analisi pasoliniana: non sono più le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si è imborgatata, che si esalta e gode del brancolare nel sudicio, nell’essere ignorante, bestiale, posticcia ed analfabeta.

Come vede l’exploit di Beppe Grillo?

Grillo è un abilissimo situazionista e comunicatore, coglie lo spaesamento irrazionale del momento storico, comprende ciò che la gente vuole sentirsi dire ed il modo in cui vuole sentirselo dire. Conosce bene la lezione del linguista Lakoff secondo cui un’efficace cornice cognitiva prevale dirompentemente ed è più importante della verità. Ma è il costruttore di una casa artificiosa che si basa solo sul suo situazionismo mediatico e monologhistico. Il centro aggregante non è radicato con la storia e la realtà, ma solo con un suo show comizistico e opportunisticamente aggressivo, una sorta di catarsi da teatro greco, ma che poi finisce lì. Non c’è nessun radicamento profondo con la storia. D’altronde il suo percorso artistico ce lo testimonia: prima faceva la pubblicità dello yogurt yomo, poi è passato alla satira economico-ecologica antipubblicitaria, poi prendeva a martellate i computer fino a divenire un paladino della rete. Per personaggi simili, Gramsci avrebbe parlato di “costruttori di palafitte’’, cioè di quelli che pretendono di impiantare il nuovo sul nulla. L’ideologia della democrazia diretta della rete è un inconcludente impasto di determinismo tecnologico, libertarismo velleitario e confuso neoliberismo antiliberistico. Durerà quanto deve durare, ma non è certo lui che porterà la luce. 

Lei ha parlato del partito dei coprofagi. Chi sono i coprofagi?

I coprofagi sono tutti quei tipi che, anche se anonimi e silenziosi, quando ci parli e metti in dubbio qualche loro concetto, ti rispondono con una faccia che emette un misto di ghigno, vagito del nascituro semisedato ed amplificazione da sforzo gutturale dovuto a stitichezza:’’e ma lo dice l’Europa!!!ce lo dice l’Europa, non possiamo fare diversamente’’. Se l’Europa decidesse di sequestrare tutte le nostre case per darle alla famiglia di Mario Draghi o ai discendenti della tigre Arkan, loro ti direbbero, acriticamente eccitati ed esaltati: “ma ce lo dice l’Europaaa!”. E’una nuova forma di razza umana, dei neoebeti, il partito dei celodiceleuropa, quindi un partito di coprofagi nella sostanza. E penso che si sia capito cosa intendo dire.

Ma il governo Monti ci ha ridato credibilità internazionale, senza il suo intervento non si sarebbero potuti pagare gli stipendi degli statali. La sua mi sembra una critica troppo eccessiva.

Ma questo è solamente l’alibi di ferro trovato per iniziare ad impiantare un disegno ben preciso. Mi spieghi una cosa: che centra con l’Europa tagliare i fondi per gli ammalati di Sla o per l’accompagnamento degli invalidi, o quelli per l’illuminazione pubblica? E’ logico che tutto ciò segua una linea ben precisa che con l’Europa non centra niente, e cioè la privatizzazione del welfare ( la sanità, gli asili, i trasporti, le pensioni etc.) che ormai è l’unico bottino rimasto per le varie banche e compagnie assicurative impastate nella melma di titoli cartastraccia e mancanza di liquidità. Anche perché nei primi otto mesi del 2012, il debito pubblico è aumentato di quasi 70 miliardi, con una media di 8,6 miliardi al mese, cioè 282 milioni di euro al giorno. Per non parlare del mancato taglio delle tasse o delle mancate liberalizzazioni, cose che invece, quando questi tecnici facevano gli economisti editorialisti del corriere della sera, auspicavano come uniche vie d’uscita per l’economia italiana, criticando severamente i governi che c’erano e che non prendevano tali provvedimenti. Insomma, facevano i liberisti con il culo degli altri. 

Comunque mi pare di capire che lei si allinea a tutti quelli, economisti e leader populistici vari, che sostengono che bisogna uscire dall’Euro?

Ma assolutamente no, sarebbe pura follia sia tattica che strategica. E’ l’euro che uscirà da noi. Quando alla Germania non starà più bene il giochino, manderà all’aria tutto in un batter di ciglia. Ma niente di tutto ciò accadrà nell’imminente. Detto questo, però, mica possiamo fare come i coprofagi, le cose bisogna pur cercare minimamente di comprenderle. Alla fine degli anni settanta ci fu un dibattito all’interno della rivista per cui scrivevo, Mercati, virilità e scemi di paese, costola dissidente di MondoEpilettico. Scrissi un articolo sull’adesione dell’Italia allo Sme in cui sostenevo che l’unione di economie diverse tra di loro, con un rigido sistema a cambi fissi, avrebbe prodotto una crisi sistemica, dove le economie più forti avrebbero schiacciato quelle più deboli. Un sistema a cambi fissi è una manna dal cielo per i paesi più forti (vedi Germania) perché in un’economia aperta e allargata a più mercati, chi ha capitale desidera la rigidità dei cambi per poter investire dove conviene di più senza rischiare di perderci a causa della fluttuazione dei cambi. Quindi sostenevo che i rischi per l’Italia sarebbero stati collegati al fatto che un paese meno competitivo come il nostro, con un’inflazione strutturalmente più alta rispetto a quella della Germania, con un cambio fisso non avrebbe più potuto, quando serviva, recuperare competitività svalutando la moneta e quindi avrebbe dovuto, inevitabilmente, trasferire i necessari aggiustamenti nell’economia interna, cioè svalutando i salari, attaccando i guadagni ed i redditi delle persone, facendo in questo modo contenere i consumi e quindi contenere l’inflazione. E’ esattamente quello che sta accadendo adesso. 

E cosa proponeva all’epoca per evitare questi rischi?

Accompagnare il sistema della rigidità dei cambi con un concentrato di regole capaci di stabilire, nel caso di deviazione degli andamenti di cambio, un’equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento tra paesi strutturalmente in disavanzo esterno e paesi in surplus. Ora hanno adottato il fiscal compact, che è come prendere uno grasso 300 kg e per farlo dimagrire mandarlo a pane e acqua senza casa in un bosco disperso della Siberia per due anni. Dimagrirà sicuramente, ma verrà trovato morto stecchito prima della fine della dieta.

Lei è un imbecille?

Non lo so, ci sto pensando da un paio di settimane.

Soundtrack1:’La pelle’, Cesare Basile
Soundtrack2: ‘Veteran of the psychic wars’, The blue oyster cult

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia dislocato autunnamente in una spiaggia dell’Africa meridionale.

Sono cessa dunque non sono

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“Cessa”,  “l”unica cosa che mi verrebbe da dire come mai non l”abbia mai lasciata”, “ma se stava cosi brutta perché sposarsela? non menzionate l”amore…”, “poveraccio, gli toccava una vacanza dopo tutti quegli anni!”. Questi sono alcuni dei commenti alle foto della moglie del generale Patraeus che mi sono passate sotto il naso oggi. Alla Zanzara ho sentito commenti simili conditi da sgradevoli risate. Ora, potrei mettermi a fare la classica rampognata sul sessismo imperante, sulla cultura dell”apparire, ecc, ecc. Non lo farò, però. Preferisco postare la foto della signora Patraeus da giovane e ricordare che a essere attraenti a 20 o 30 anni sono buoni tutti (o quasi), esserlo all”età della signora è tutto un altro discorso (che vale anche per voi maschietti prima o poi perdete i capelli e sembrate incinti). Per essere dei cessi di persone, come quelle che ho sentito commentare l”aspetto fisico di questa signora ultrasessantenne, invece, non è mai troppo presto.

Metterci la faccia

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Disclaimer: Questo non e’ un post sulle religioni né sulla condizione di emancipazione delle donne appartenenti a una qualsivoglia di queste religione.

Girando per le strade di Londra, capita di imbattersi in persone che indossano il velo integrale. Più raramente ho incontrato qualcuno indossarlo anche all’interno della mia università, in biblioteca o nei i corridoi. Ogni volta che succede, mi chiedo se sia giusto consentire o no quel tipo di abbigliamento in luoghi pubblici. In particolare, essendo un’insegnante, mi chiedo se dovrebbe essere consentito ai miei studenti di indossare un velo integrale a lezione. La risposta a cui sono arrivata è un sostanziale no. Io penso che ogni società abbia le sue regole di convivenza. Queste regole sono sì arbitrarie, nel senso che sono decise in un certo luogo e un certo tempo e valgono lì in quel momento. Non per questo però sono derogabili. Nella nostra società è vietato andare in giro nudi, in altre è perfettamente legittimo farlo. In alcune si può andare in giro armati e in altre no. Una delle regola della società in cui vivo in questo momento è che quando si interagisce con il prossimo si debba essere riconoscibili. Questo per almeno due ordini di motivi: uno ha a che fare con la sicurezza e l’altro con la convivenza tra sconosciuti. La sicurezza è inevitabilmente messa in pericolo quando le persone non sono identificabili (“signora, mi descriva la persona che l’ha appena scippata” “altezza media e…e basta”). Poi c’è il problema del metterci la faccia. Se io sono in fila al supermercato o alla posta e una persona mi passa davanti la mia prima reazione è di guardarla per vedere che faccia tosta ha. Lo stesso succede sull’autobus per chi non cede il posto agli anziani o coi miei studenti quando non si sono preparati per la lezione. Forse non ci pensiamo, ma ognuno di noi tiene certi comportamenti o rispetta certe regole anche perché altrimenti si vergognerebbe a farsi vedere mentre non lo fa. Per questo motivo io sono contrarissima a qualsiasi divieto di indossare veli non integrali (come avviene in Francia) e favorevolissima a vietare quelli integrali. Come sempre, la libertà propria finisce quando inizia quella degli altri e credo che la libertà di vedere con chi si ha a che fare sia fondamentale per la convivenza sociale come noi la intendiamo.

Ghiaccio (due)

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avevamo lasciato Ghiaccio qui

Caldo, cibo, acqua

La femmina mi ha chiamato: indossava uno strano vestito corto e peloso, chiuso alla vita da una cintura fatta della stessa stoffa. Ho scoperto i denti, in quel modo che a quanto pare si usa da queste parti, e mi sono messo in marcia. La femmina umana ha continuato a guardarmi per i successivi 17 secondi e mezzo – il suo volto è rimasto senza espressione per i prime cinque, poi la sua bocca si è tutta storta verso sinistra: non avevo mai visto un simile modo di spostare le labbra. Immagino che volesse farmi sapere qualcosa, con quello strano movimento muscolare, ma non io non l’ho mica capito. Subito dopo si è voltata, è rientrata in casa sbattendo forte la porta.

Ho vagato per ore in quella zona: le case erano tutte basse e con un po’ di verde attorno. Tavole di legno disposte verticalmente una accanto all’altra separavano l’erba dalla terra nera e puntuta che stavo faticosamente percorrendo a piedi nudi. Ho incrociato un paio di umani piccoli e rumorosi vestiti in modo identico, uno aveva dei capelli di un bellissimo colore, sembravano cavi di rame. Mi hanno guardato i piedi e hanno cominciato a scoprire i denti, poi la loro attenzione si è spostata sul mio viso: è stato allora che hanno smesso di mostrare i denti, e hanno preso a fissarmi: erano diventati tanto tanto seri. Hanno continuato a guardarmi con rispetto mentre li incrociavo e passavo oltre.

A quel punto, dopo una marcia di centosessantasei minuti, avevo una gran fame, oltretutto, la cosa che mi aveva fatto la femmina prima mi aveva tolto forza dalle gambe. Un buon odore di cibo attirò la mia attenzione: ho cominciato a seguirlo per capire da dove venisse. Nello spazio all’aperto fuori da una di quelle case basse era stato costruito un forno mattoni rossi. Vi ardeva dentro un bel fuoco  sul quale erano sistemati dei vegetali di forma allungata costellati di chicchi gialli: l’odore era delizioso, anche se non era puro, percepivo una nota di grasso animale. Ero talmente distratto dall’appetito che non mi resi conto del grosso umano vestito in maniera assurda che, denti in mostra, mi stava guardando dietro alle tavole di legno. Era alto, anziano ma ancora robusto, e portava strani vestiti che lasciavano scoperte la metà inferiore delle gambe e delle braccia: la la testa, invece, era coperta da un grande cappello bianco.

L’umano mi fece un segno cordiale cantando qualche cosa di incomprensibile: si avvicinò al recinto, aprì una porticina e mi fece cenno di raggiungerlo. I piedi nel verde morbido: che sensazione meravigliosa, quasi l’avevo dimenticata. L’umano mi strinse l’interno del gomito con una presa vigorosa e mentre mi spingeva per il prato continuò incessantemente a far vibrare le corde vocali. Vicino alla casa, sotto una tettoia, c’erano decine di altri umani, tutti molto belli: si sentiva una musica piena di suoni bassi e di percussioni, mentre maschi e femmine bevevano da bicchieri a cono sorsate di liquidi di colore acceso. Un po’ più in là per terra era stata scavata e riempita d’acqua una fossa a forma di parallelepipedo. Una femmina stava uscendo dall’acqua: era quasi nuda, e dopo aver strizzato i suoi lunghi capelli, si distese su uno dei giacigli disposti attorno alla pozza.

Il vecchio chiamò vicino a sé due altri umani, una femmina non giovane con addosso un pessimo odore di combustione e fiori, ed un altro di cui non fui in grado di determinare immediatamente il sesso. Il vecchio mi prese le guance tra indice e medio, spostandomi delicatamente la faccia a destra e sinistra, emettendo suoni che sembravano esprimere soddisfazione. La donna prese una tavoletta luminosa e me la agitò davanti diverse volte. L’altro umano mi guardava con occhi freddi toccando continuamente un altro dispositivo.

Il vecchio, che pareva contento di me, chiamò un umano dalla pelle scura vestito di bianco e gli disse qualche cosa con un tono che non mi piacque, non era delicato. L’umano bianco e nero tornò poco dopo portando tra le mani un grande disco di ceramica bianco decorato da disegni azzurri pieno di cibo: lo presi dalle sue mani e mi sedetti su una sedia di stoffa proprio davanti alla pozza. Il cibo era grasso e l’odore sospetto: infatti, in gran parte si trattava di carne: trattenni a fatica un conato di vomito. Fortunatamente, oltre a quella roba disgustosa, c’era una di quelle cose vegetali gialle che avevo visto rosolare nel fuoco poco prima: la divorai avidamente, incurante dei pezzettini di fibra che continuavano ad incastrarmisi tra i denti. Feci un rutto sonoro, che sembrò interrompere per qualche secondo il canto di tutti quegli umani, che poi però riprese normalmente. Mi alzai a cercare ancora un po’ di quella fantastica roba da mangiare.

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