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Il Barça svizzero e la Diada

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Uno dei miei primi ricordi legati a Barcellona e’ la Diada. E’ una festa particolare, perche’ i catalani celebrano una sconfitta e la fine della loro autonomia. Mi stava simpatico questo ottimismo che trasforma un lutto in una marcia dell’orgoglio identitario, anche se bisogna dire che dopo un po’ questa storia dell’autonomia viene a noia agli stranieri, perche’ diventa un argomento di conversazione costante con i locali, fonte di litigi interminabili tra di loro, e di inevitabili dissapori se ci si azzarda a dire la propria sbagliando posizione.

Ad ogni modo, per mesi mi sono detto “ora scrivo due righe sulla Catalogna”, e ogni volta pensavo che fare tutti quei distinguo e’ noioso, e in fondo non interessa a nessuno. Perche’ l’autonomismo catalano e’ pedante e noioso se ci hai a che fare tutti i giorni, ma ha anche il suo fascino: e’ non violento, e’ sostenuto da gente che vuole piu’ apertura, piu’ multiculturalismo, piu’ mercato, piu’ tolleranza. Sopratutto, e’ mosso dall’orgoglio di se stessi e non dall’odio verso qualcuno – poi un nemico fa sempre comodo dialetticamente, ma la differenza si nota. Ad ogni modo, nell’elencare queste cose mi ero annoiato io: a chi interessano queste storie? A nessuno, mi sono detto per ormai piu’ di un anno, e ho desistito.

Finche’, stasera, non ricordo per quale motivo stavo navigando nella pagina del FC Barcelona. Mi cade l’occhio su un dettaglio: uno svizzero e’ stato presidente del Barcelona per quattro volte?

Presidenti del Futbol Club Barcelona

La storia di Hans Gamper e’ splendida: come in molti durante la Belle Epoque, viaggia, esplora, e fonda societa’ sportive. Una, in particolare, viene cosi’ fondata nella vibrante Barcellona di fine secolo. Tutto inizia con un annuncio un po’ anonimo:

 

Futbol_club_barcelona_-_notas_de_sport

 

Pompeu Fabra era ancora giovane, e Gamper scrive in castigliano un annuncio per trovare quattro amici con cui giocare. Non era uno qualsiasi, ad essere onesti: aveva gia’ fondato il FC Basel e il FC Zurich, il lavoro l’aveva portato a giocare a Lyon (dove pero’ si era dedicato al rugby), e ora eccolo a Barcellona a cercare nuovi compagni di gioco. Li trova, nominano  “presidente” un compagno di squadra inglese, e inizia la storia della polisportiva.

A decenni di distanza, per uno scherzo della storia, nel mondo i colori blaugrana sono diventati un simbolo di catalanita’. In realta’, piu’ probabilmente, Gamper li scelse in omaggio alla squadra di Basilea (Wiki suggerisce anche Zurigo, ma la bandiera del cantone come la maglia storica non hanno tonalita’ di rosso). Ed ecco che vedere Neymar e Messi con la maglia del Lecce assume i tratti di un ritorno alle origini, invece che di un’avventura cromatica.

Ora, il Barça , prima che abitassi a Barna, mi stava comprensibilmente antipatico. Quella storia di “mes que un club” mi sembrava un modo per darsi un tono (e l’UNICEF, e il tiquitaca, e le giacche di Sala-i-Martin). La storia del FC Barcelona, con l’avventuriero di Winterthur che finisce per guidare un club identitario per i catalani all’alba del franchismo, e infine si suicida dopo la chiusura dello Stadio e viene sepolto al Montjuic rimette tutto in un insieme coerente: il nazionalismo catalano, le cose che non sapevo dire perche’ mi piacevano, e la fine del mio simpatizzare per gli avversari del FC Barcelona.

Resta solo da capire cosa cazzo pensasse Maradona quando ha iniziato a farsi perche’ era scontento. Ma d’altra parte.

 

UK, maggioritario e il presepe della rappresentanza

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Ieri si sono tenute nel Regno Unito le elezioni generali e oggi alcuni, guardando i risultati, sono saltati sulla sedia (e non mi riferisco ai laburisti e i loro amici, i quali stanno ancora li’ a chiedersi come mai non ne vincano una di elezione, ma questo e’ un altro discorso). A fare un balzo verso il soffitto sono stati quelli del “il sistema maggioritario non e’ rappresentativo” dopo aver visto i seguenti risultati i seguenti risultati:
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Come si puo’ notare, UKIP, con il 12.6% dei voti, perde l’unico seggio (conquistato alle scorse elezioni con un risultato del 9.6%). Allo stesso modo, i 56 seggi del partito nazionalista scozzese con il 4.8% appaiono come uno sfregio alla democrazia. Con un sistema proporzionale oggi discuteremmo di un risultato molto diverso e per alcuni molto piu’ democratico.
Ebbene, tutto sta nel mettersi d’accordo su quale sia l’obiettivo di un’elezione generale e di conseguenza cosa significhino in quel contesto democrazia e rappresentanza. In effetti a leggerlo cosi’ il compito pare arduo, ma ci proviamo. La prima distinzione che va fatta e’ quella tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La prima, per intenderci, era quella che viene praticata in un’assamblea di condominio oppure nelle agora’ dell’antica Grecia. Una testa, un voto e ognuno rappresenta se stesso. Tutto bello, tutto democratico. Per esigenze di spazio (delle piazze, si intende) l’umanita’ ha dovuto adattarsi alla democrazia rappresentativa. In sostanza ci si organizza, si eleggono dei tizi che rappresentano dei gruppi di cittadini e questi per un dato periodo prendono le decisioni a maggioranza senza consultare il gruppo che li ha eletti. E’ qui che salta fuori il nodo della “rappresentanza”. Nel senso che alla domanda “chi sono i gruppi che i rappresentanti rappresentano?” l’umanita’ ha dato risposte piuttosto diverse. Quando il metodo per eleggere i rappresentanti e’ proporzionale, la risposta sostanzialmente e’ che ogni rappresentante rappresenta i cittadini che hanno messo il suo nume su una scheda, a prescindere da dove si trovino geograficamente. Quando il metodo invece e’ maggioritario, la risposta e’ che ogni rappresentante rappresenta i cittadini di un particolare luogo/distretto/chiamatelo come volete. L’idea di fondo e’ che chiunque prenda la maggioranza dei voti in un certo distretto e’ quello che ne rappresentera’ le istanze a nome di tutti i suoi cittadini, anche quelli che non lo hanno votato. Si stabilisce cosi’ che la voce di una comunita’ deve essere rappresentata anche oltre il peso delle sue singole componenti. Inoltre, i distretti hanno spesso dimenisioni diverse, appunto per dare voce anche alle comunita’ piu’ piccole. Prendiamo per esempio i distretti della Scozia, la cui quasi totalita’ ha votato SNP (vedi mappa).
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Con il proporzionale, i 56 distretti dove lo SNP e’ il partito preferito dalla maggioranza dei cittadini si troverebbero a non essere rappresentati in quanto comunita’ dalla persona che in ogni distretto e’ quella ritenuta piu’ adatta. Ora, il risultato di ieri sarebbe infinitamente ingiusto se l’obiettivo delle elezioni fosse di restituire un Parlamento che ricalca perfettamente i suoi singoli cittadini, un enorme presepe politico buono solo a essere contemplato invece che usato. Ma in quel caso, non si capirebbe perche’ non abolire qualsiasi soglia di sbarramento al proporzionale per non dire di passare alla rappresentanza diretta con televoto stile M5S. I parlamenti per fortuna pero’ sono fatti anche per funzionare e il maggioritario e’ un metodo legittimo di elezione in cui si da’ piu’ importanza alla rappresentanza di una comunita’ piu’ che a quella dei singoli cittadini. Cosi’ hanno deciso di fare i sudditi di Sua Maesta’ (e anche gli ex sudditi al di la’ dello stagno atlantico), sui quali si possono dire molte cose, ma non certo che siano dei turisti della democrazia.

Il diritto a essere dei poveri stronzi

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Quanti di voi non hanno dormito per i 900 morti nel Mediterraneo? Quanti di voi hanno lasciato lì la cena, lo stomaco troppo chiuso dal dolore per potere affrontare un’altra forchettata? Quanti di voi si sono recati di corsa dallo psicologo per dare sfogo a un insormontabile senso di lutto? Quanti, pochi? Pochissimi? Nessuno?

Io di certo no. La verità è che non me ne frega un cazzo.

La mia reazione alla notizia è stata un “poverini” biascicato davanti al televisore, prima di passare all’ultima puntata di House of Cards e spendere il resto della giornata a mangiareberescoparedormire tranquillamente, con l’unico pensiero della sveglia maledetta il lunedì mattina.

E voi, cosa avete fatto? Stracciate le vesti, siete corsi giù in Sicilia ad aiutare quei poveri disgraziati appena sbarcati dal gommone? Vi siete arruolati in una qualche milizia anti-qualcosa per difendere a spada tratta i più deboli? Vi siete candidati al parlamento europeo per ribadire l’importanza dei diritti umani?

Niente di tutto questo, vero?

E non venitemi a dire che voi fate volontariato nella mensa di stocazzo tutte le domeniche a pranzo, o che a cinque anni avete adottato un bimbo negro della vostra età che ora grazie ai vostri soldi è presidente degli Stati Uniti. Nella maggior parte dei casi sono poco più che hobby, riempitori di buchi di tempo, fillers, passatempi passeggeri pronti ad essere accantonati di fronte alle priorità della vita reale (priorità che comprendono una vasta gamma da “nonna morente all’ospedale” a “partita di calcetto”).

Allora, sarà mica che, sottosotto, neppure a voi frega un cazzo?

E non state sbagliando, eh. Siete semplicemente dei poveri, stronzissimi esseri umani. Avete i vostri guai, i vostri casini, le vostre personali battaglie da affrontare quotidianamente, e non potete di certo perdere tempo a preoccuparvi di perfetti sconosciuti. È così che funziona, tiriamo avanti con le nostre vite a discapito dei miliardi di tragedie che si affacciano continuamente sulla porta della realtà. Un giorno ce ne sarà anche per noi, però ce ne freghiamo. Non possiamo fare altro. È persino un nostro diritto, è forse è ora che venga riconosciuto, senza troppi scassamenti di minchia da parte dei soliti moralisti da cappuccino&gazzetta che discutono su cosa è giusto e cosa è sbagliato. L’universo va in malora, e abbiamo il sacrosanto diritto di strafottercene.

Siamo figli della nostra piccolezza, e forse, in fondo, va bene così.

Sono cose che decapitano

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Inneggiano al duce. Vogliono bruciare vivi gli zingari. Si eccitano a vedere cadaveri di extracomunitari che galleggiano in mare e lo scrivono sui social. Vanno allo stadio per osannare l’ assassino di un ragazzo denigrando con gigantografie imbarazzanti la madre dell’ucciso. Odiano lo Stato. Odiano le tasse, ma si lamentano dell’assenza di ordine, di autorità e di servizi. Odiano la polizia, tranne quando tortura carcerati e manifestanti.

Se gli dici che sono razzisti la metà ti dice di si con vanto, l’altra ti dice no minimizzando il significato e ridicolizzando il termine.

Ad un certo punto scopri che sono tanti, accanto a te e sempre di più. “Mussolini ci vorrebbe per questi negri che ci vengono a rubare il lavoro. Vengono tutti qua. C’è l’invasione. Ma che vogliono?! Non c’è lavoro per noi, figuriamoci per loro.” Prova a spiegargli che quelli sono dei perseguitati e disperati che scappano da inferni che noi nemmeno riusciremmo ad immaginare. Che tra la morte certa di restare e quella probabile nel provare a scappare, ogni essere umano sceglierebbe la seconda per puro istinto di sopravvivenza.

Ma appena provi a spiegarglielo ti assalgono inferociti: “ALLORA VUOI L’INVASIONE? PORTATELI TUTTI A CASA TUA IN CENTRO. SEI UN RADICALCHIC CHE NON CONOSCE LA REALTA’.VERGOGNATI MISERABILE. TI VUOI SALVARE LA COSCIENZA SULLA PELLE DI NOI ALTRI CHE STIAMO IN PERIFERIA!!!PENSA AGLI ESODATI CHE VIVONO IN MACCHINA!!!”.

E’ come lo sketch di Corrado Guzzanti “E allora rivolete il comunismo”: il poveretto che attraversa le strisce pedonali viene tamponato e quando chiede all’autista gli estremi per l’assicurazione viene assalito verbalmente con un martellante “E ALLORA RIVOLETE IL COMUNISMO?”.

Razzismo puro. Ma ormai sono accanto a noi. Dettano legge. E’ il mantra che va di moda tra gli scienziatelli della porta accanto che propinano con tono sbrigativista pratiche di razionalizzazione del fenomeno che altro non sono se non forme di bieca discriminazione, sino al giustificazionismo e al forzato ridimensionamento di eminenti politologi e opinion maker, irrottamabili soprammobili del paesaggio televisivo buoni per tutte le stagioni.

Che gli devi andare a dire a questi? Che il razzismo è un sentimento di avversione contro quelle categorie percepite diverse in quanto si ha paura a relazionarsi con qualcosa di sconosciuto? O  il prodotto dell’idea malsana per cui escludendo altri si possa ottenere di più dalla vita, causa paura di non reggere la concorrenza? O perché semplicemente si ha un sadismo interiore da sfogare contro qualcuno in quanto irrimediabilmente e rovinosamente bloccati in una delle fasi sessuali di freudiana memoria che ha comportato uno sviluppo incompiuto e claudicante della sfera caratteriale?

Vagliele a dire queste cose e vedi che ti rispondono. Che non sei connesso con la pancia del paese. Che non cogli i tempi che stiamo vivendo. Minimizzano. Ma poi ti chiedono pure: “E che alternativa proponi?”

Già. Che alternativa propongo? L’integrazione? Appena apro bocca mi oppongono la strage del macete di Kabobo a Milano o quella del marocchino di Terni o l’omicidio della Caffarella a Roma. E poi dovrei difendere le politiche della ministra che fu Livia Turco?

Mi salvo tirando fuori il ragionamento delle conseguenze della dismissione del ceto medio e della piccola borghesia impoverita dalla crisi, con il terrore insopportabile di scendere nella scala sociale, che pur di non mischiarsi con quelli che ha sempre considerato degli inferiori accetterebbe qualsiasi cosa, anche una dittatura o una giunta militare che azzerasse i diritti civili e le garanzie costituzionali?

“Ok. E quindi?”

Ok, i ragionamenti non vi convincono. Ma  questo basta per non proclamarsi razzisti o, al contrario, per sentirsi legittimati ad esserlo?

Nemmeno quello dei Nobraino è razzista.

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I Nobraino, gente che fa il concerto del Primo Maggio, che bazzica scene, luoghi e retoriche alternative, circuiti indipendenti, centri sociali, teatri occupati, spazi autogestiti, culture dal basso. I Nobraino razzisti? Ma stiamo scherzando?! Lorenzo Kruger razzista? Magari qualche atteggio calcolato da coglione. Ma razzista, che diamine. Non scherziamo proprio. Non l’ha scritto lui lo status, l’ha scritto il chitarrista che ha poi chiesto scusa e dato giustificazioni.

“Sono Néstor Fabbri chitarrista dei Nobraino ed autore della frase che equiparava i naufraghi del Mediterraneo a mangime per pesci.(…)Mi occupo attivamente di protezione internazionale dei diritti umani dal 2009, quando ho conseguito la laurea specialistica presso la Facoltà di scienze politiche di Bologna con una tesi dal titolo Politiche migratorie dell’ Unione Europea. Prima di dedicarmi a tempo pieno al chitarrismo ho lavorato presso alcune ONG in Spagna e Francia. (…)”

Ha fatto Scienze politiche a Bologna, lavorato per Ong. Non è certamente un troglodita privo di strumenti culturali o un barbaro xenofobo. Non è sicuramente un razzista. Ha fatto una cazzata? Un’uscita sbagliata? E’ stato vittima degli effetti collaterali di una coglionaggine esasperata e finalizzata a qualche pompino nel backstage? No. Lui ha chiesto scusa per “non essere stato retoricamente capace di indirizzare la sfrontatezza contro i reali responsabili del massacro: gli autori delle politiche migratorie europee.”  Cioè, l’equiparare i morti del mediterraneo a mangime per i pesci è stato un tentativo retorico andato a male in quanto invece di stigmatizzare gli autori delle politiche migratorie europee ha finito “per offendere associazioni, militanti e liberi cittadini pensanti che mettono la loro vita a disposizione dei più deboli”.

Fraintendimenti. Le parole creano malintesi.

Ma io non capisco più tanto bene le cose. Ecco, è come se io, sbagliando forse, in generale percepisco una certa tendenza strisciante che non mi fa impazzire. Tossine che inquinano. Inconsapevolmente.

E’ semplice. Mi arrendo?

E degli extracomunitari che bazzicano arrogantemente nelle nostre strade, di quelli diventati neo ultras da bar che guardano più coinvolti degli autoctoni le partite,  di quelli che guidano strafottenti, ne vogliamo parlare? Li avete mai sentiti ragionare? Sembrano militanti di Forza Nuova. Non tutti certo, non la maggioranza, ma nemmeno una strenua minoranza. A volte ragionano peggio di quelli che li vogliono fare fuori. Reazionari per osmosi, ok. Ci sta. Si, tiriamo fuori sociopsicoantropologia etc etc. Ok, va bene. I meridionali che stavano a Varese e nelle valli bergamasche hanno fondato la Lega Nord. Erano quelli con la ferocia antisud più spinta. Lo si fa per forzare il processo integrativo, ok. Ma allora stiamo pur sempre parlando di INTEGRAZIONE. O mi sbaglio?

Ma che ci posso fare io? Mi viene in mente il De Gregori di Chi ruba nei supermercati: “Tu da che parte stai, dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?” 

Quanto può essere sterile ed inutile la solidarietà alle vittime di razzismo e xenofobia?

Come me la spiego l’impotenza di non riuscire ad essere incisivo nel far capire agli altri che non ci vuole niente a perdere la dignità?  E quanto è difficile trasmettere il ragionamento che ciò possa in un attimo toccare a tutti?

Me ne esco attaccando Alfano? Renzi? L’Europa che ci tratta come un obitorio abusivo e clandestino? Tiro fuori la storia che nei secoli dei secoli ogni territorio/zona/continente sviluppato ha bisogno del suo serbatoio di sottosviluppo? Che questi nuovi razzisti repressi terrorizzati dall’impoverimento cui vanno inesorabilmente incontro sfogano la loro mancanza di potere  in pensieri di stupri passivi con protagonisti loro e qualche immaginifico aguzzino delle SS? Mi devo andare a rileggere Personalità autoritaria di Adorno, riprendere nelle mani Erich Fromm e tutta la Scuola di Francoforte?

Come lo chiudo questo post?

Utilizzo il suggerimento di Nestor Fabbri per cui “Il mimetismo è diventato la mia strategia: quanto più ci si dissimula sotto i valori e gli ideali opposti, tanto più si ha la possibilità di vincere. Il criterio della forza, dice Nietzsche, è riuscire a vivere sotto il dominio dei valori contrari e volerli sempre di nuovo. Zarathustra è Zelig!”?

Non lo so.

Al momento, in effetti, sono solo cose che decapitano.

Soundtrack1:‘All my friend’, Lcd Soundsystem

Soundtrack2:‘Vortex’, John Carpenter

Soundtrack3:‘Interstellar’, Hans Zimmer

Soundtrack4:‘Ragazzo’, Litfiba

Soundtrack5:‘My sleeping Karma’, My sleeping Karma

Soundtrack6:‘Konikas’, Soen

Soundtrack7:‘Rains in the desert’, Dead Meadow

Soundtrack8:‘Yesterday’s Blowing Back’ , Dead Meadow

Soundtrack9:‘Il nostro battito del cuore’, Petrol

Soundtrack10:‘Cronache montane’, Pgr

 

 

 

Dimissioni dall’umanità

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Possibili definizioni della parola “umanità”:

Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini“, “Sentimento di fratellanza e solidarietà fra le persone; capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri“; ma questa, nella sua forma dubitativa, è la mia preferita: “Complesso di doti e sentimenti solitamente positivi che si ritengono propri dell’uomo e lo distinguono dalle bestie“.

Farsa – Sono giorni che, facendo semplici ricerche su Google o sui social network, ottengo dei risultati in grado di farmi passare ogni briciolo di speranza nel genere umano. Cominciamo? Rispondendo ad alcuni partigiani, desiderosi di rimuovere l’obelisco mussoliniano del Foro Italico, Laura Boldrini ha proposto di limitarsi ad un ritocco al monumento, ovvero alla rimozione della scritta “Dux”. Risultati della ricerca Google “Obelisco Dux Boldrini”: l’orrore. La prima occurrency richiama una dichiarazione di Matteo Orfini, secondo cui la scritta deve restare dov’è. Il suo ragionamento è, su per giù, il seguente: la storia non si può cancellare (anche quando è profondamente imbarazzante e lorda di sangue?), e che in ogni caso ormai i valori antifascisti sono iscritti con marchio a fuoco nell’anima di tutti gli Italiani, in quanto presenti nella Costituzione. Ah, per chi non l’avesse capito – in effetti non è immediato – Orfini è deputato e presidente del Partito Democratico. Il link de “Il Tempo” recita sobriamente “la talebana Boldrini: via ‘Dux'”. Ovvero, discutere della rimozione di una scritta infame che celebra un orrendo tiranno equivale a comportarsi come un estremista islamico pronto a distruggere a cannonate i Buddha di Bamiyan. Chiude la parata Lettera 43: “Boldrini iconoclasta“: qui il pensiero della presidente della Camera viene equiparato alla dottrina che, nell’VIII e IX secolo, riteneva inaccettabile (in quanto sacrilega) la rappresentazione artistica di Dio. Capito? Nell’inconscio di molte, troppe, persone, il Duce è oggetto di un culto religioso, meritevole di una qualche forma di rispetto. Molto bene. Concludiamo con il rutto scritto di Sgarbi, che dà dell’ignorante alla Boldrini, facendo leva sulla seguente, ficcante argomentazione: “La scritta Dux è come quelle lasciate dagli studenti sessantottini sui muri“. Ora, a parte che vorrei sapere quante scritte a spray vergate dai miei parenti sessantottini sui muri di Valle Giulia siano sopravvissute ai nostri giorni, vi do il benvenuto nella solita caciara qualunquista all’italiana: iniziative individuali equivalgono a crimini di stato, destra e sinistra sono la stessa cosa, signora mia non ci si capisce più niente eccetera eccetera. Viene da concludere (qualunquisticamente?) che ogni paese ha gli “intellettuali” che si merita.

Dramma – Fa rabbrividire il modo in cui è stata recepita e commentata la notizia della tragedia del barcone di profughi rovesciatosi nella notte tra sabato e domenica al largo della costa libica, uccidendo tra le 700 e le 900 persone. Ad aprire le danze la troll ufficiale della destra, Daniela Santanché, la quale di fronte all’enormità di quanto accaduto, invita il presidente del consiglio ad “affondare le navi di migranti“. Si usi dunque la forza militare per uccidere attivamente, anziché accontentarsi di una politica che fa semplicemente crepare la gente per disinteresse.

tragediamigranti
grazie a Chiara Spano, dal cui feed Facebook ho preso questo printscreen

Prima di correre ad esecrare questa persona e concludere che si tratti di una squilibrata incapace di qualsiasi forma di empatia – in breve, di una persona malata, incapace di intendere e di volere, osserviamo sui social network come reagisce alla notizia la “gente normale”: “meno male, 700 parassiti di meno“, “il peccato è che ci sono dei superstiti“, “più ne muoiono, meglio è. Questi crepano e io apro un buon vino per festeggiare“. Dove si leggono, queste schifezze? Forse dalla pagina Facebook di un’organizzazione neonazista? No, da quella del quotidiano borghese Il Messaggero la cui imbarazzata redazione, come segnala Mazzetta, si è perfino sentita in dovere di scrivere qualche battuta sull’invasione di liquami prodotti dai suoi lettori, senza peraltro specificare che erano stati depositati proprio sulla pagina ufficiale del giornale. I lettori de Il Messaggero, direi persone normali, con famiglia, gente che porta a scuola i figli la mattina prima di andare al lavoro. Ma piena d’odio. Esemplare il caso di un’anziana signora (“pensionata curiosa”, si definisce) che risponde al tweet con cui Il Fatto Live annuncia la strage con un agghiacciante “Non ci credo… troppo bello per essere vero“. Scorrendo il suo feed di Twitter ci si imbatte in post che linkano su foto di animaletti pucciosi, opere artistiche, orchidee rare. Una persona “normale”, diremmo perbene quasi, ma no.

So bene che il mio orrore è improduttivo quanto l’odio di questi commentatori folli di Facebook, ma ne sono fiero e me lo tengo stretto. Lo considero, tutto sommato, un segno di equilibrio psichico.

Empatia a comando

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Si è sollevata da più parti (una su tutte Sua Maestà Flavione Briatore, dalle colonne, sempre ricettive, de Il Giornale), la questione dell’innegabile doppiopesismo riservato della eco mediatica alle tragedie nostrane, rispetto a quelle extra-nazionali.

Ora, il discorso è delicato e lo diciamo subito, così non si agita nessuno: le morti (come le vite) hanno pari dignità, indipendentemente da dove accadono le tragedie o dal numero di vittime che fanno.
Le morti però (come le vite), non hanno affatto tutte lo stesso peso: è un dato con cui bisogna fare i conti, come convitato di pietra alla vita quotidiana di qualsiasi organizzazione sociale. Ovunque, cari amici. La questione è certamente spinosa, ma comunque indagabile se decidiamo di voler superare la retorica, aprendoci ad un po’ di comprensione di noi stessi.

Prendiamo il paragone tra la recente tragedia del Kenya con l’attentato parigino di gennaio. La grande macchina mediatica –che le notizie le forma, costruisce e distribuisce– è cosa dell’Occidente (libera interpretazione lasciata al lettore), e come tale soffre di un principio inevitabile di localizzazione geografica: si parla di più delle cose vicine, o se ne parla quantomeno con maggior coinvolgimento. Non c’è niente da fare, né qualcosa di sbagliato: è un processo in realtà molto umano. C’è del tragicomico e del paradossale nel presunto imbarazzo del rendersene conto, così come c’è dell’ipocrita nell’ostentarlo con contrizione, questo imbarazzo.

A tutto ciò si aggiunge la questione della percezione: quanto sono destabilizzanti le cose che succedono? Una strage in un luogo percepito come estremamente organizzato, stabile e ordinato, produce naturalmente un impatto più caotico rispetto alla strage del luogo di guerra. La situazione keniota sembra in effetti piuttosto stabile politicamente, ma certo non beneficia di solidità economica o culturale. Niente di paragonabile al cuore del centro parigino, insomma. Ogni giorno avvengono attacchi terroristici in Medio Oriente che hanno semplicemente smesso di fare notizia. Siamo cattivi e senza cuore per questo? È il solito Occidente perfido e disumanizzato? No, è una questione di percezione, ed è la risultante di una condotta profondamente umana, in effetti. Sentirsi colpiti nel cuore della propria omogeneità geografica e culturale provoca reazioni nettamente più sconvolgenti che in assenza della percezione di qualcosa di proprio. C’è qualcosa di strano? Ci credo poco: le reazioni sono proporzionali al grado di vicinanza. Se un conoscente fosse stato coinvolto nell’attacco parigino, o in quello keniota, il vostro (nostro) registro sentimentale sarebbe già tutt’altra cosa.

L’empatia forzata è, allora, ridicolmente ipocrita, tanto più per la chiarezza della sua forzatura. Il solo processo collettivo di autoflaggelarsi dicendosi che no, non dovremmo provare più coinvolgimento per un fatto piuttosto che un altro, già denatura completamente il coinvolgimento stesso, che non può che essere un processo naturale. Direi che possiamo lasciar stare l’egoismo, la corruzione morale, la fine dei valori e altre ciance simili, e cercare di ritrovare un po’ di comprensione, oltre che verso gli altri, anche verso noi stessi.

Il terrorismo della depressione

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L’Occidente da ieri ha un nuovo nemico, il terrorismo della depressione. E’ una forza oscura, sordida e camuffata, insospettabile, che si mimetizza ed insinua con facilità. Può colpire in qualsiasi posto, non si fa scrupoli, non ha coscienza, non ha ideologia, non ha la barba lunga, ne fa rivendicazioni eclatanti. Non prende ostaggi e non tratta il rilascio di prigionieri.

Al momento anche i governi dei paesi più avanzati non hanno le armi adeguate a contrastare tale fenomeno, ma bisogna reagire nel modo più fermo e risoluto possibile, anche con lo spiegamento di forze militari e di una diplomazia intransigente che non ceda ai ricatti di questi terroristi che minacciano le basi democratiche ed ogni regola basilare della convivenza civile.

Per maggiori indicazioni sul da farsi attendiamo gli editoriali di Giuliano Ferrara e Magdi Cristiano Allam ed i proclami decisionisti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Soundtrack1:’La polizia sta a guardare’, Stelvio Cipriani

Soundtrack2:’La polizia chiede aiuto’, Stelvio Cipriani

Soundtrack3:’La belva col mitra’, Umberto Smaila

 

Katabasis (Die Wellen)

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“Ci hanno rinchiusi in uno stanzino vuoto con neon accesi h24. Urla e schiaffi: ‘Scordatevi questo cazzo di immaginario che avete’. Acqua ghiacciata sui piedi nudi schiacciati dalla pressione di rulli metallici. Tutto lo schifo nasce da qui, in questa cintola di tensione tra il desiderio di libertà ed il terrore di essere liberi. Non c’è niente di peggio che provenire da un orfanotrofio dell’immaginario”.

“Con il suv parcheggia la badante filippina che spaccia Shaboo alla fermata dell’autobus. Ma io non uso cappelli di lana e mi commuovo solo di acqua. La quasi cinquantenne arranca con gli stivali alti per onorare jeans che stringono il giro vita in mezzo al traffico. Per essere in forma per l’estate il presidente si fa inculare dal trans, poi sta impazzendo e scoppia a piangere dopo che ha riempito il carrello all’ipermercato. I soldi risparmiati per il viaggio a New York li avete spesi in piani di edilizia carceraria per onorare la competizione sessuale tra le donne dell’Est e quelle dell’Europa centrale. Orde di manifesti elettorali ricoprono tutti i muri. I talk show televisivi mi espellono dal sistema e (OMISSIS), per dichiararsi prigioniero politico, scappa con la clandestinità dei capelli ossigenati.”

Inizia con queste suggestioni “Una buona scusa per andarmene (La corsa all’oro)”, l’autobiografia non autorizzata di Paolo Pretocchio*, scritta da lui stesso in persona durante il periodo di ritiro spirituale passato in un ashram segreto nella giungla della Thailandia, non lontano dal confine con la Birmania.

Nell’ashram si entra come pecore e si esce come leoni. Sveglia al mattino alle 5. Si cucina, si puliscono i bagni, si medita, si fanno pratiche mantra. Pasti in comune. La pratica si fa per tre ore al mattino, tre al pomeriggio. Poi ognuno nella propria cella. ‘La mia solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone; al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirmi una vera compagnia’, diceva Nietzsche. Io dopo 6 mesi di ashram mi sento in dovere di dire che Nietzsche diceva delle cafonate inarrivabili.”

Suono indeterminato di un gong di rame sospeso con due metri di diametro. Il battitore agita irriverente una mazza di metallo al centro del piatto con forza intermittente: due colpi forti di lunga durata seguiti da altri due più deboli e brevi. I colpi intermezzeranno tutta la presentazione del libro che Pretocchio stesso ha voluto durasse fino a tarda notte e mattina inoltrata. Tra una lettura e l’altra, proiezione di filmati, famosi drammi nō , brevi o lunghe pause a secondo dell’ispirazione o dell’arrivo alla spicciolata dei numerosi amici ed invitati in compagnia delle loro corti. Anche noi lo intercettiamo in alcune di queste sue pause cercando di estrapolare le sue osservazioni del menga in preda ad ipnosi ericksoniana. L’ultima volta, quasi un anno fa, l’avevamo raggiunto e seguito a Belgrado. Poi più niente.

Oggi l’Ingegnere appare nel salone del locale con addosso uno sgargiante dashiki cucito su misura in pelle di leopardo ed un bastone da passeggio con diamante Cullinan clandestinato ed irriverentemente sfarzoso.

“Ashram, silenzio, solitudine e meditazione, ma intanto la presentazione del libro la sta facendo a Malibù Beach tra amici potenti e facoltose modelle, astronauti, militari, ex terroristi, campesinos narcotrafficanti, filmati sulla ricerca biopolitica e meccanica dell’adattabilità umana tra cyborg convertiti all’Islam, animali domestici e flussi tsunamici post nucleari”.

Malibù, la vita è troppo breve per vivere altrove”, sono soliti dire da queste parti. L’altro giorno è arrivato un ex consigliere strategico di Carter e mi ha detto: ‘Finiremo così velocemente nella merda che non avremo nemmeno un millesimo di secondo per accorgercene. Tu stai seduto con i tuoi occhiali da sole del cazzo a bere il tuo caffè e la tua spremuta di pompelmo pensando ai tuoi progetti futuri, a questo ed a quello ed in un attimo finisci nella merda più totale. Bum, bum, bum, senti un rumore strano che non hai mai sentito e vedi un cazzo di palazzo che ti sta crollando addosso e la strada comincia a gonfiarsi e sprofondi sottoterra e Bum’.”

Bum. Il gong annuncia il coro nō:

Was soll ich jetzt mit euch, ihr Wellen, ihr, die ihr euch nie
entscheiden könnt, ob ihr die ersten oder letzten seid?
Die Küste wollt ihr definieren mit eurem ständigen Gewäsch,
zisilieren mit eurem Kommen, eurem Gehen.
Und doch weiss niemand wie lang die Küste wirklich ist,
wo das Land aufhört, das Land beginnt, denn ständig ändert
ihr die Linie, Länge, Lage, mit dem Mond und unberechenbar.

Beständig nur ist eure Unbeständigkeit.
Siegreich letztendlich, denn sie höhlt, wie oft beschworen,
Steine, mahlt den Sand, so fein wie Stundengläser,
Eieruhren ihn brauchen, zum Zeitvermessen und für den
Unterschied von hart und weich.
Siegreich auch weil niemals müde, den Wettbewerb, wer
von uns beiden zuerst in Schlaf versinkt, gewinnt ihr, oder
du, das Meer noch immer, weil du niemals schläfst.

Obwohl selbst farblos, erscheinst du blau wenn in deiner
Oberfläche ruhig sich der Himmel spiegelt, ein Idealparkour
zum wandeln für den Sohn des Zimmermanns, das wandelbarste Element.

Und umgekehrt wenn du bist, wild, und laut und tosend
deine Brandung, in deine Wellenberge lausch’ ich,
und aus den höchsten Wellen, aus den Brechern,
brechen dann die tausend Stimmen, meine, die von gestern,
die ich nicht kannte, die sonst flüstern und alle anderen
auch, und mittendrin der Nazarener;
Immer wieder die famosen, fünfen, letzten Worte:
Warum hast du mich verlassen?

Ich halt dagegen, brüll’ jede Welle einzeln an:
Bleibst du jetzt hier?
Bleibst du jetzt hier?
Bleibst du jetzt hier, oder was?

(Die Wellen – Einstürzende Neubauten)

“Sono a Malibù perché ho accolto l’invito del mio vecchio amico Johnny Casuscelli. Anni fa con Casuscelli eravamo specializzati nel comprare delle Alfasud usate e le piazzavamo alle produzioni cinematografiche specializzate in poliziotteschi rumeni o porno moldavi amatoriali. Con noi bazzicavano anche Charlie fa surf dei Baustelle che si è appena disintossicato dalla paroxetina e arriverà a Malibù questa sera, ed il timido musicista di strada Bruno Stroszek, all’epoca appena uscito di prigione”.

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“Casuscelli mi fa: ”Se vieni adesso a presentare qua il tuo libro faccio venire Chuck Hagel in persona”. Poi però Hagel si è dimesso da capo del Pentagono e Segretario della difesa e quindi non se ne è fatto più nulla. Ma io ormai avevo preso l’impegno. Le dimissioni di Hagel sono la premessa di un incattivimento quasi da cinghiale ferito da parte degli Usa che presto si concretizzerà malamente. Comunque la faccenda più interessante è la questione dell’oro.”

Una modella gli offre della Shaboo ma lui declina l’invito sorridendo. 

“La Banca Centrale Olandese (DeNederlaschneBank – DNB) ha chiesto di rimpatriare ben 122,50 tonnellate di oro stoccate presso i magazzini della Fed di New York, esattamente il 20% delle sue riserve, per un valore di 4 miliardi di Euro. Diverse banche centrali hanno già preso decisioni simili negli ultimi anni. Questo perché in primis non c’è più fiducia nella Fed e nella Bank of England e si ritiene pacificamente che esse non possiedano più tutto l’oro che dichiarano di detenere. Poi perchè non escludono che l’Eurozona, in un futuro più o meno lontano, possa esplodere finanziariamente. E come dargli torto. Si, ok la Germania per almeno un altro annetto, ma Francia e Italia sono governati dai minchioni, noi declassati BBB- con ormai la certezza dell’impossibile sostenibilità del debito, i francesi con la Le Pen prossimo presidente della Repubblica, la Grecia con Tsipras che come soluzione vuole la cancellazione del debito nonostante un’evasione fiscale del 95%, i governi olandese e tedesco che hanno sul tavolo i rispettivi piani d’emergenza per la dismissione della moneta unica. E Draghi che sta ancora col dubbio se alzare il volume di liquidità della Banca centrale dai duemila miliardi attuali ad almeno tremila, quando tutti sanno che ce ne vorrebbero almeno 10 mila per sbloccare il “credit crunch” che ancora affligge molti Paesi dell’Eurozona. Senza contare lo stallo sul “quantitative easing”, l’acquisto di titoli di debito sovrano dei membri di Eurolandia, in gran parte pura e semplice spazzatura”.

“Poi ci sta la corsa all’oro della Russia. Secondo i dati ufficiali del World Gold Council, nel terzo trimestre 2014, più della metà dell’oro aggiunto alle riserve delle banche centrali di tutto il mondo è stato acquistato da Mosca. I russi fanno incetta d’oro per affrontare gli effetti della crisi Ucraina e il deprezzamento del rublo. Putin cerca di difendersi dalle tensioni geopolitiche e dall’ulteriore calo del prezzo del petrolio che incide pesantemente su un’economia che ha nell’esportazione di petrolio e gas il 45% dei sui ricavi. Il prezzo dell’oro è stato artificialmente tenuto basso per aumentare il potere di acquisto del dollaro attraverso il quale gli Stati Uniti se la sono sempre comandata poiché la moneta americana è considerata mezzo ultimo di pagamento nel sistema monetario globale. Quindi l’ occidente acquista dai russi petrolio, gas e uranio pagando in dollari e con questi Putin compra oro il cui valore è tenuto basso dagli stessi dollari, mirando a fondare una nuova valuta russo-cinese nella quale ridenominare gli scambi commerciali delle materie prime russe“.

“Ingegnere, lei sta delirando. Forse ha fatto troppo uso di cristalli filippini”.

Bum Bum. Coro nō:

Io, Ragionier Total, non sono diverso da voi.
Né voi siete diversi da me.
Siamo uguali, nei bisogni.
Diseguali nel loro soddisfacimento.
Io so che non potrò mai avere nulla più di quanto oggi ho, ma nessuno di voi potrà avere nulla più di quanto ha, fino alla morte.
Certamente molti di voi avranno più di me, come tanti hanno meno.
E nella lotta, legale o illegale, per ottenere ciò che non abbiamo, molti si ammalano di mali vergognosi.
Si riempiono il corpo di piaghe, dentro, e fuori.
Tanti altri cadono, muoiono. Vengono esclusi, distrutti, trasformati. Diventano bestie, pietre, alberi morti, vermi.
Così nasce l’invidia.
E in questa invidia si nasconde l’odio di classe.
Che è composto in egoismo e quindi reso innocuo.
L’egoismo è il sentimento fondamentale della religione della proprietà.
Io sento che questa condizione mi sta diventando insopportabile.
Così come lo sta diventando per molti di voi.

 ( da ‘La proprietà non è più un furto’)

Lei alle primarie dell’epoca andò a votare per Renzi. Come sta messo attualmente il premier?

“Renzi è un acceleratore di processi. E’ un’arma inconsapevole contro quelli che dovrebbe difendere e che l’hanno piazzato lì. Tutto ciò è meraviglioso. Io spero che duri il più a lungo possibile. Usa la stessa tecnica dei predicatori: ti vende la storiella che c’è la luce alla fine del tunnel. Vuole incoraggiare la tua capacità di illuderti e ti dice che è una virtù e questa virtù ti da senso di importanza. E per nutrirla si inventa la contrapposizione con quelli che non si allineano, ridicolizzandoli con caricature sminuenti tipo gufi o menagrami, per screditarli e ovviamente neutralizzarli. E’ il giochetto più vecchio del mondo. Pompa al massimo un’ossessiva simulazione di un decisionismo da ‘sono Wolf, risolvo problemi’, smanettando velocità, energia, vigore fisico, ottimismo ottuso, sfottente e sbrigativista. E’ bravissimo a camuffare fiaschi palesi con vanterie prive di ogni riscontro. Ma nulla cambia in meglio. Ci aiuta Freud. «L’uomo energico è colui che riesce a trasformare in realtà le sue fantasie di desiderio. Laddove ciò non riesca, a causa della opposizione del mondo esterno e della debolezza dell’individuo, ecco comincia la deviazione dalla realtà; ecco l’individuo cercare rifugio nel mondo di fantasia, dove trova l’appagamento». E’ quest’ultimo passaggio che tormenta Renzi, ben consapevole che la sua fuga immaginaria dalla contingenza spiacevole sia destinata ad interrompersi da un momento all’altro”.

Bum Bum Bum. Coro nō :

E stato quasi senza accorgermene.
Prima un piacere fatto a un amico, poi l’insistenza di un superiore.
Un altro favore a un uomo politico per ottenere una promozione.
Un regalo troppo grande che ti arriva a Natale.
E poi la carriera facilitata iscrivendomi all’associazione di (Omissis).
E quando sei diventato importante, ecco arrivare un primo assegno accettato come gesto di cortesia.
E poi un secondo e poi un terzo, una piccola compromissione e poi una più grande.
Un primo ricatto da subire, un ricatto da restituire ad altri e i ricatti aumentano, si moltiplicano, diventano la condizione stessa della tua vita.
Ti rendi conto che non puoi più vivere senza subire o fare subire dei ricatti.
E dopo il ricatto si arriva al crimine.
Finisci per vivere in compagnia del crimine.

(da ‘La Piovra‘)

“Questa lagna del ‘C’è la crisi’ è oramai diventata tormento da Festivalbar. Ma non va sottovalutata. C’è molta stanchezza, specie quando in tasca mancano soldi per comprarci ciò che vogliamo. Ci vuole un attimo a consegnarci nelle mani di chi ci da quei soldi che ci mancano o una qualsiasi forma di ‘sicurezza’, anche a costo di barattarli con un pò di libertà e di diritti. L’Occidente, sfinito da razionalità e competizione eccessivamente responsabilizzanti, si consegnerà per stanchezza alle padronali, consolanti, basiche logiche islamiche? Siamo alla catabasi pura, la spedizione verso la costa, la discesa nell’Ade, il viaggio agli inferi, lo sprofondarsi nell’ombra dell’inconscio. Ma raggiungeremo la costa nel modo più insospettabile che ci sia. Faremo come il peschereccio giapponese Ryon Nu Maru. Dopo il terremoto che ha colpito il Giappone l’11 marzo del 2011, il peschereccio, un battello lungo 65 metri, era stato spazzato via dalla potenza dello tsunami generatosi. Inghiottito dal mare, il relitto fantasma per poco più di un anno ha vagato per il Pacifico settentrionale, affrontando e superando tempeste e le grandi onde dell’oceano, prima di ripiegare, ricoperto ormai di ruggine, in direzione delle coste nord-americane, rimanendo pressoché intatto, senza danni significativi. Una roba inspiegabile. Eppure ce l’ha fatta. Ecco, Ryon Nu Maru siamo noi”.

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A questo punto Pretocchio raggiunge la modella, si spara una dose di Shaboo e si disperde nella festa che continuerà ad oltranza fino a tarda notte e mattina inoltrata. Non sono previste irruzioni di terroristi islamici al grido di Allah Akbar.

Soundtrack1:‘Die Wellen’, Einstürzende Neubauten

Soundtrack2:‘Young men dead’, The Black Angels

Soundtrack3:‘The son of Flynn’, Daft Punk

Soundtrack4:‘La proprietà’, Fuzz Orchestra

Soundtrack5:‘Il cielo’, Karma

Soundtrack6:‘Guru’, Timoria

Soundtrack7:‘Kingdom of Heaven’, 13th Floor Elevators

Soundtrack8:‘Gli avamposti sono minati’, Egle Sommacal

Soundtrack9:‘Have a cigar’, Pink Floyd

Soundtrack10:‘The day the world went away’, Nine Inch Nails

Soundtrack11:‘Roots and culture’, Mikey Dread

Soundtrack12:‘I see you’, Jutty Ranx

Soundtrack13:‘Tecnichally, Missing’, Trent Reznor/Atticus Ross

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che ha scritto la propria autobiografia non autorizzata dal suo dark side, ma con l’ok di Jessica Hyde.

Il caos incontrollato part two (A fancy life)

in mondo by

“L’inerzia (violenta) di Gùero testimonia la sua debolezza, non la sua forza, perché la verità è che è a corto di risorse. Terrà anche in pugno lo Stato di Sinaloa, ma la sua amata terra natia non ha sbocchi al mare. Non potendo usare la Plaza, Gùero deve pagare El Verde per far passare la sua droga dalla Plaza di Sonora, o pagare Abrego per farla passare dal Golfo, e potete scommettere che quei due avidi vecchi bastardi lo spremono a dovere per ogni oncia di prodotto che attraversa i loro territori. No, Gùero è quasi al capolinea: gli omicidi degli zii e dei cugini dei Barrera (nemici di Gùero) non sono che il canto del cigno.” (Il potere del cane, Don Winslow).

Nella puntata precedente abbiamo spiegato la forma tattica che gli Usa stanno attualmente utilizzando nella politica militare ed estera, quella del cd. caos controllato: si interviene e si destabilizza una determinata area per gettarla nella confusione più totale e nel disagio politico. Si crea un focolaio e si mettono in atto una serie di provocazioni per saggiare le posizioni avversarie e sottoporle a logoramento. Il caos produce indebolimento politico, funzionale quest’ultimo a rendere i “destabilizzati” totalmente succubi della potenza “muscolarmente” più forte.

Ma quando per avere controllo di una situazione ti giochi la carta del “seminare panico e creare instabilità”, lo fai perché non hai la forza per intervenire direttamente e mettere subito a posto la questione. Infatti è una forma che si addice ai contesti di guerriglia, dove vi è uno sproporzionato spiegamento di forze in campo ed i guerriglieri non potrebbero mai affrontare uno scontro sullo stesso piano delle forze dominanti. E quindi usano/applicano metodi non convenzionali ed asimmetrici. Un’ assai simile tattica venne ad es. utilizzata da Lawrence d’Arabia nel corso della “Guerra nel deserto” contro i turchi: “colpire con mille punture di insetto il rinoceronte turco, sino a farlo stramazzare al suolo”, per immobilizzare durante il primo conflitto mondiale l’esercito dell’Impero Ottomano schierato in Medio Oriente.

Se gli Usa permangono ancora da un lato il paese dominante nella scena internazionale, dall’altro la loro influenza non ha più effetti di controllo regolante. E parliamo naturalmente di “muscoli e forza”.

Incontro un mio amico esperto di strategia militare che sta per partire per una missione nelle galassie asiatiche: “ Gira questa pubblicazione dell’aviazione australiana, quindi un soggetto imparziale, relativa ad una loro simulazione computerizzata di una battaglia aerea su larga scala tra forze che impiegano armamento occidentale e forze che impiegano armamento russo. E’ venuto fuori che una qualsiasi nazione che ha la capacità di schierare sul campo almeno 400 aerei di tipo Sukhoi 27 o superiore, é in grado di annientare l’aviazione americana o US Air Force. Ora, contando solo Russia e Cina parliamo di almeno 1500 Sukhoi 27 e forse altri 700 800 mig 29. Questo significa che la NATO gliela può sucare. Se poi ci metti tutti i vantaggi logistici che ha la Russia, ovvero carburante illimitato, possibilità di nascondere fabbriche e depositi in Siberia quindi un posto inaccessibile senza essere distrutti, si capisce ancora di più che Europa e Usa possono solo bluffare su un’opzione militare.

Tra l’altro c’é una particolarità: nella simulazione si ipotizza che gli USA impieghino aerei di ultima generazione come f35 e f22, il che dimostra che sono aerei che costano tanto e non valgono un cazzo in una guerra convenzionale perché verrebbero superati a causa del loro basso carico bellico che possono trasportare.

Ti ripeto: stiamo parlando non di tenere testa o ridimensionarne l’efficacia. Stiamo parlando, con dati imparziali alla mano, della possibilità concreta che l’aviazione americana venga annientata (1,2).

A questo aggiungici quanto dichiarato recentemente dalla sottosegretaria statunitense per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, Rose Gottemoeller, e cioè che la Russia ha più missili intercettori antibalistici degli Stati Uniti: sono 68 gli intercettori del sistema antimissile balistico di Mosca (24 in più dei 30 intercettori attualmente dispiegati dagli Stati Uniti in Alaska e dei 14 che prevede di schierare)”.

Gli Usa hanno davanti a loro altri tre forse quattro decenni di predominanza, ma è nei fatti che Russia e Cina si stanno ergendo tendenzialmente a suoi competitors presto quasi alla pari. Altri paesi si vanno rafforzando, ma non riusciranno ad oltrepassare il loro essere subpotenze regionali in quanto non incidenti/incisivi in più vaste aree mondiali.

Russia e Cina continuano a fare accordi per incrementare la loro forza comune giocando con gli Yankee su due sponde opposte. La Cina, sempre disponibile a mediazioni con gli americani anche perché ne è il primo detentore estero di debito pubblico, è forte economicamente ma meno sul piano militare. Discorso ben diverso invece per la Russia, che dal punto di vista militare ‘cammina sul ponte a testa alta e petto in fuori’.

Proprio per questo Putin si è beccato le sanzioni economiche dell’Ue via Usa e le scorrettezze personali e di violazione dell’etichetta diplomatica che gli sono stati riservati al vertice G20 australiano di Brisbane, conclusosi qualche settimana fa. I russi però non perdono lucidità e giocano  la loro partita.

1)A fine Ottobre hanno testato la fragilità della capacità di risposta dell’aviazione di alcuni paesi NATO nel Nord, nell’Ovest e nel Sud-est dell’Europa. La Nato vive ormai sul chi va là ed in allerta panica H24. 2)Prima di partire per l’Australia, Putin stesso ha allusivamente accennato alle rappresaglie economiche messe a punto dal Cremlino per punire Washington e Berlino. Rappresaglie che minacciano di moltiplicare il tasso di disoccupazione della Germania ed erodere, attraverso un sottile gioco di alleanze con Pechino, l’egemonia statunitense sul mercato del petrolio e dell’energia. «La nostra collaborazione con la Germania garantisce ai tedeschi circa 300mila posti di lavoro. In mancanza di contratti quei posti rischiano di andare perduti. Certo possono essere trovati nuovi accordi, ma resta da vedere che tipo di accordi saranno. Non è così semplice». 3)Quasi come a voler già intravedere un inizio di allineamento degli schieramenti in uno scenario di conflitto, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato, lo scorso venerdì, una proposta della Russia riguardante la volontà di condannare i tentativi di glorificazione dell’ideologia del nazismo e la conseguente negazione dei crimini di guerra. Gli unici tre paesi a votare contro tale proposta sono stati gli Stati Uniti, l’Ucraina e il Canada, mentre le delegazioni degli Stati membri dell’UE si sono astenuti dal voto. 4) Le casse vuote del Front National hanno appena ricevuto una prima tranche di due milioni di euro sul totale dei nove ottenuti in prestito dalla First Czech Russian Bank, un piccolo istituto russo di proprietà di Roman Yakubovich Popov, uomo vicino al premier Medvedev e al presidente Putin.Una banca vicina al presidente russo che finanzia il prossimo presidente della Francia, Marine Le Pen che soppianterà quello ‘socialista’ che andava a prendere l’amante con lo scooter.

Putin sa che le provocazioni continueranno ed è ben consapevole che reazioni più dure sarebbero per lui sconvenienti in quanto provocherebbero un ancor maggiore allineamento atlantico dei paesi UE e renderebbero difficile l’eventuale rafforzarsi in essi di tendenze sovraniste che inizino a ridiscutere tale alleanza.

Nel continente chi è pro euro oramai puzza di pesce marcio e viene brutalmente considerato (percezione generalizzata egemonica) come un affamatore di vite e di patrimoni. Che credibilità possono oramai avere un Draghi o un Prodi o uno Juncker e simili? Si lamentano del fatto che la barca che loro guidano navighi male. Però non è che si fanno da parte, stanno sempre lì. Secondo il capo economista di Standard & Poor’s, Jean-Michel Six, “avvicinandoci al 2015, nell’Eurozona sono aumentati i rischi di una terza recessione dopo il 2009 e il 2011″. La Bce e le istituzioni italiane stanno spingendo per la creazione di una bad bank che, in vista di un eventuale collasso, si possa accollare i crediti spazzatura degli istituti per ripulire i bilanci e di fatto garantire la sopravvivenza del sistema.

L’Europa sta implodendo, ma mentre gli Usa premono sull’instabilità fine a se stessa per mantenere le redini del gioco, i russi fanno affidamento invece all’evolversi della fase ed in questo mostrano maggiore concretezza e visione strategica, monitorando gli sviluppi che entropicamente non potranno essere arginati da qualche intervista di Mario Draghi o qualche annuncio della Merkel.

Obama e i suoi strateghi hanno provato ad isolare il presidente russo cercando di far leva sulla paura del rimprovero, della punizione, della disapprovazione altrui per metterlo in riga ed influenzarne il modo di reagire. Ma tutto questo è stato fatto svincolandolo dall’effettivo processo storico che sta montando. E’ come se stessero affrontando la fase storica come una questione personale, disvelando paradossalmente che quella paura di isolamento appartiene a loro, come se fosse un senso di colpa recondito: la vergogna, la paura di perdere l’immagine ed il ruolo in cui ci si è identificati, di diventare permalosi e vulnerabili, dipendenti o isolati, alternando schizoidi complessi di inferiorità a feroci deliri di superbia. Sempre dopo lo spavento di perdere influenza e potere, ovviamente.

Putin, smascherando tale meccanismo paralizzante, si gioca la partita tenendo ben presente l’importanza strategica decisiva rivestita dal nostro continente di cui ormai nessuno è più consapevole. La supremazia o il declino statunitense si giocheranno non nel Pacifico come si cerca di sbandierare dozzinalmente, ma in Europa, che, anche se in pieno sfacelo politico e culturale, 1)rimane sempre rilevante economicamente, 2)si pone come “scudo” di fronte alla stessa Russia e 3) è importantissima per il controllo della zona mediorientale e africana.

La cruda verità è che gli Usa stanno pagando il loro scarso e mediocre approccio teorico nell’analisi dei processi che si sono messi in moto dopo la caduta del muro di Berlino. Avevano già impacchettato e piazzato sul mobiletto del soggiorno la loro ‘Fine della storia’ come uno di quei prodotti facilmente acquistabili a saldo al centro commerciale il sabato pomeriggio. “Tanto, quando avremo problemi risolviamo tutto mandando i nostri gorilla a menare le mani”, si ripetevano baldanzosi e gongolanti. La fine della storia l’avevano impacchettata con la globalizzazione che 1)avrebbe unificato popoli e territori, 2)con la supervisione di organismi di governance universale, 3)a partecipazione pluristatale, 4)interdipendenza e interrelazione, 5)per il benessere economico dell’umanità, 6)in un clima politico rasserenante, 7)il conflitto, questo residuo preistorico, sarebbe stato preventivamente represso per la sicurezza di ciascuno, 8)soprattutto quando emergeva in quelle periferie recalcitranti del globo che non riuscivano ad adattarsi alla subordinazione mercantile e bellica Occidentale. Sogni. Stronzate. A fancy life. Tutto blu e luccicante. Tutti annunci di facce di gomme sorridenti in televisione. Poi una mattina ti svegli e scopri che vecchie nazioni riemergono economicamente e militarmente e ti infrangono il sogno. E nella televisione non ci sta più la faccia di gomma sorridente, ma il crollo finanziario globale e la fine dell’influenza risolutoria politica-militare.

Cina e Russia si avvicinano. Gli Usa non rimangono a guardare. Le frizioni emergenti sul lato commerciale sono appena l’antipasto di quello che, nel medio-lungo periodo accadrà a livello di scontro politico ed anche di confronto militare. Tale contesto segnato dalla crisi dei rapporti di potere tradizionali, conferma che probabilmente nel prossimo futuro nessuna potenza sarà in grado da sola di imprimere un ordine complessivo al mondo. Sarà dunque responsabilità tanto degli stati emergenti quanto dei vecchi egemoni, assicurare che alla diffusione della potenza corrisponda non il semplice caos, ma un preciso ed innovativo assetto dei rapporti internazionali(3). Nel mentre si procederà verso un più acuto e stabile policentrismo, l’attrito tra i rapporti di forza farà entrare in crisi il sistema e lo sbocco naturale sarà un conflitto bellico. Alla fine del quale, raccolti corpi e feriti, si instaurerà un assetto si di governance globale, ma che poggerà su basi negoziali e non più sulla muscolarità unilaterale degli Yankee.

“Il nostro gioco preferito era Babà. Quando i nostri genitori non ci guardavano, nuotavamo fin dove ci reggeva il coraggio. Il primo che aveva paura e tornava indietro, perdeva.
Naturalmente perdevo sempre io.
Anton era di gran lunga il più forte e aveva tutti i numeri per vincere.
Fu l’ultima volta che nuotammo insieme lontano e in mare aperto sapendo come sempre che ogni bracciata verso l’orizzonte era una in più che dovevamo fare per tornare a riva.
Ma quel giorno successe qualcosa di diverso. Ogni volta che Anton cercava di distaccarmi mi trovava sempre vicino a se.
Poi finalmente accadde l’impossibile.
In quel momento della nostra vita si vide che mio fratello non era forte come credeva e io non così debole. E quel momento rese possibile tutto il resto.”


Soundtrack1:‘1000 Dreams’, Dead Meadow

Soundtrack2:‘Rains in the desert’ Dead Meadow

Soundtrack3:‘California’, Mina-Giannini

Soundtrack4:‘Na bella vita’, Almamegretta-Gragnaniello

Soundtrack5:‘Quarantined’, At the Drive in

Soundtrack6:‘Asteroid’, Kyuss

Soundtrack7:’Whitewater’, Kyuss

Soundtrack8:‘Requiem’, Gyorgy Ligeti

Soundtrack9:‘String Quartet No.1’, Gyorgy Ligeti

Soundtrack10:‘Ta ra ta ta (Fumo blu)’, Mina

Il caos ‘incontrollato’ di Obama

in mondo/società/storia by

La stella calante di Obama ha avuto un sigillo formale l’altra sera con le elezioni del midterm. Mi vengono in mente tutti quei sermoni avventati di giubilo ed entusiasmo quando venne eletto nel 2008: “E’ un grande”, “Cambierà la storia”, “Il mondo ha una speranza in più”, “Sicuro, lo ammazzeranno, lo ammazzeranno come Kennedy”. Un giorno in libreria mi ritrovai in mano il libro dei suoi discorsi. Stavo per prenderlo, ma quando notai la prefazione di Walter Veltroni lasciai perdere ed uscì immediatamente.

Con Obama venne portata avanti un’operazione politica di una parte dei democratici, intelligente e ben precisa: spingere al massimo al potere un politico afroamericano in una situazione di emergenza che rischiava di sfuggire di mano, con le banche che fallivano, poveri disgraziati incazzati e disperati a cui avevano fregato tutti i risparmi, licenziamenti di massa (come dimenticare le scene degli impiegati che uscivano dagli uffici con gli scatoloni), gente che dormiva nelle macchine, fabbriche chiuse, case abbandonate e svuotate di ogni bene e valore.

Insomma, gli Usa stavano nella merda. Un attimo ancora e la condizione standard di vita sarebbe stata l’estensione quotidiana della famosa “Notte del Diavolo” di O’Barriana memoria (dal film “Il Corvo”), dove bande di disperati, strafatti di cocaina e crack, alcolizzati, perdigiorno senza pietà, banditi, stupratori, senzatetto ed anarchici predatori violenti mettevano a ferro a fuoco quartieri ed intere cittadine senza scrupoli di sorta e senza che le forze dell’ordine potessero farci nulla. (Lo so, una vera figata).

Serviva un coupe de theatre per disinnescare questa tendenza potenziale, e lo spingere un afroamericano fino a candidarlo alla presidenza fu una mossa giusta. Tra l’altro, alle primarie, riuscì ad imporsi sulla Clinton, un osso veramente duro. Ed eccolo, Barack, l’innovatore della comunicazione politica, a sfidare l’ingiustizia, senza giacca con la camicia bianca e la cravatta, con i suoi magnetici discorsi contro l’avidità e la guerra, con la speranza ed i toni da “non lasceremo nessuno indietro nè mai solo”. Ora questa storia sta volgendo al termine. E non tutti vivranno felici e contenti.

Naturalmente il problema non è Obama. Come tutti gli imperi che la storia ha conosciuto, anche quello americano si avvia o si avvierà verso una lenta ed inesorabile fine. In questo arco temporale il destino ha voluto che ci fosse Barack. Non è stato affatto un presidente dalle riforme epocali o significative. Ma che poteva fare? La situazione era ed è quella che è. Qualcosa di buono è riuscito pure a portare a casa. Ci dispiace, ma è logico che a tutti quelli che nel 2008, con contentezza esagerata ti urlavano in faccia cose tipo “Combatterà contro i soprusi delle banche”, “Gli americani non faranno più guerre”, “E’ la nuova sinistra contro le diseguaglianze” etc etc, un doveroso “Ragazzi, datevi una calmata, Lexotan e passa tutto”, come lo dicemmo allora, lo confermiamo oggi.

Gli Usa stanno giocando una partita difficile. Non sono più la superpotenza di una volta in un contesto generale tra l’altro mutato e non più favorevole. Sono in difficoltà tattico/strategica in politica estera. Hanno sì ancora un primato tecnologico/militare che però, se non è ancora stato raggiunto e tamponabile, poco ci manca, e non è detto che basti. Hanno un problema che non riescono ad arginare che si chiama Cina, il cui Pil ha da poco superato il loro. Anche se pare evidente che il dragone rosso più che voler sostituire gli Usa nella catena capitalistica di comando , ne è entrato in simbiosi assorbendone il debito ed incamerandone il reddito da capitale fittizio.Ma resta pur sempre un problema.

Attualmente la tendenza geomilitare che gli States hanno adottato è quella di far casino. Tutti gli scenari di guerra più importanti, Siria, Ucraina, Iraq, Libia, sono stati innescati da loro, forzandoli fino ad un’apparente irragionevolezza. Tutte crisi volte non ad una stabilizzazione effettiva delle aree interessate. La strategia è seminare il panico ovunque e creare instabilità in nome di una sorta di caos controllato che rischia però di sfuggire di mano trascinando gli alleati in un pantano internazionale che può finire male. Perché anche se non sembra, questa roba può finire veramente male.

Emblematici sono i fatti sul filo del rasoio che hanno riguardato l’Ucraina. Ad esempio, è lo stesso John Biden, in un lungo discorso all’Università di Harvard,  ad aver serenamente ammesso che sia stata l’America a costringere l’Europa a punire Putin e ad aver obbligato i Paesi europei ad adottare sanzioni contro la Russia, contro la loro volontà. “Abbiamo dato a Putin una scelta semplice: rispetta la sovranità ucraina o avrai di fronte gravi conseguenze. E questo ci ha indotto a mobilitare i maggiori Paesi più sviluppati al mondo affinché imponessero un costo reale alla Russia.(…) “E’ vero che non volevano farlo. E’ stata la leadership americana e il presidente americano ad insistere, tante di quelle volte da dover mettere in imbarazzo l’Europa per reagire e decidere per le sanzioni economiche, nonostante i costi”.

E poi, sempre Biden, sul famigerato Is che quindi così famigerato non è: “Non stiamo affrontando un pericolo esistenziale per il nostro stile di vita o la nostra sicurezza. Hai due volte più possibilità di essere colpito da un fulmine per strada che di essere vittima di un evento terroristico negli Stati Uniti”.

A conferma implicita che l’Isis altro non sia che un Frankenstein uscito dal laboratorio/controllo di alcune agenzie di intelligence occidentali e finanziato dai petroldollari delle monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) alleate storiche degli Usa (e dei suoi centri finanziari) e da sempre fiancheggiatrici dei movimenti jihadisti in tutto il mondo, da utilizzare come strumento indiretto per creare caos ed instabilità nell’area, sempre in chiave antirussa.

Tutto in nome di quella strategia del caos controllato che spinge a scelte, alleanze e comportamenti schizofrenici ed anche a figuracce non di poco conto. La crisi siriana con conseguente retromarcia ne ha rappresentato l’esempio lampante. L’ operazione anti Assad terminò sostanzialmente non appena la flotta russa del Mar Nero si posizionò nelle acque immediatamente adiacenti al probabile scenario di guerra. Poi continua indirettamente tramite l’Is, ma questa è un’altra storia spiegata qui.

Per non parlare dell’appoggio iniziale alle primavere arabe contro tutti i regimi laici del nord Africa (molti dei quali alleati) che rappresentavano comunque, nonostante la corruzione e l’autoritarismo, un argine al dilagare dell’estremismo islamico. Tunisia, Egitto, Libia, Sudan e la deriva irachena, la guerra civile in Siria, tutti atti  sobillanti una spregiudicata destabilizzazione dell’intera area per favorire l’insorgere dell’integralismo sunnita dal nord Africa al Medio Oriente, quella mezzaluna oggi attraversata dall’ondata islamista che ha raggiunto i confini della Turchia.(*)

In spicciola sostanza, per creare disordine e casino, autogenerando un nemico che impegnasse le democrazie in una guerra per la sopravvivenza dei propri valori laici e civili (ma quando mai), in funzione di un nuovo ordine globale che non si capisce cosa sia e dove voglia arrivare. Cose tra l’altro criticamente osservate negli stessi States da noti esponenti della destra libertaria americana come Ron Paul e filosofi come Tibor Machan, amputate tramite pretestuose accuse di complottismo .

Secondo l’accademico e consigliere presidenziale di Putin Sergey Glaziev, gli Stati Uniti “contano di superare la crisi e riavviare la crescita economica per mezzo di una guerra su vasta scala in Europa ed accendendo una serie di conflitti su tutto il pianeta . Essi preferiscono condurre le guerre non direttamente, bensì ricorrendo alla corruzione delle élite al potere, aizzando gli uni contro gli altri; le truppe Nato intervengono solo dopo che si è riusciti a indebolire a tal punto il nemico, che non è più in grado di opporre resistenza”.

Venuto meno il Patto di Varsavia, ossia l’esistenza di un nemico comune, il mondo è diventato qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto conosciuto tra il 1945 e il 1989, ed in questo nuovo scenario tutto torna in gioco. Le linee dell’amicizia e dell’inimicizia di ieri restano sì, ma appiccicate con la saliva. Tutto è un decifrare in divenire. Una condizione per molti versi simile a ciò che precedette il 1914, con gli Usa che, con tutte le dovute differenze del caso, si ritrovano in una posizione non diversa da quella della Gran Bretagna a ridosso della seconda guerra mondiale, ovvero la più potente forza politica militare presente a livello internazionale.

Obama e chi per lui, sono nella non facile posizione di dover compiere una serie di atti in una situazione di debolezza strutturale che limita gli States non poco. E’ come se, con la strategia del caos controllato, avessero deciso di adottare linee da guerra asimmetrica, che sono soliti utilizzare i gruppi guerriglieri contro gli stati coloniali ed oppressori.

L’insegnamento di Clausewitz sul rapporto tra politica e guerra secondo cui l’insieme dei fattori politici, economici, sociali e culturali che fanno da sfondo alla guerra devono essere costantemente tenuti a mente, diviene a questo punto assolutamente fondamentale e centrale per capire perché sia avvenuto questo capovolgimento di movimento e posizione.

Siamo davanti ad una frenata dell’economia globale contro la quale possiamo fare ben poco, anzi niente. L’unica cosa certa è che dopo sette anni di crisi ne abbiamo davanti altri quattro pericolosi. Nei Paesi europei il numero dei disoccupati è salito a oltre 26 milioni e non esiste un benché minimo segnale di controtendenza.. L’attuale situazione non risponde più ai criteri cui eravamo abituati dalla caduta del Muro di Berlino. Il concetto di “locomotiva economica”, ad esempio, non è più applicabile poiché oggi nessuna economia nazionale è in grado di trascinare le altre come ha fatto quella americana negli anni passati. La crisi fiscale ha depotenziato tutti gli organismi statuali. Le ondate migratorie non si arrestano e fanno aumentare le tensioni sociali tra i ceti medio bassi.

Tutto converge verso la necessità di una soluzione drastica, che dovrebbe voler dire guerra generalizzata come occasione di rigenerazione del ciclo economico, come è sempre accaduto escludendo questi ultimi 70 anni e passa ormai di tregua eccezionale.

Naturalmente a tutt’oggi uno scenario simile appare irrealizzabile e visionario. Prevalgono diffusi luoghi comuni del tipo “Eee seee, se scoppia la guerra possono usare la bomba atomica e quindi distruggono il mondo. Per questo non ci saranno più guerre”. Come se le operazioni militari riguardassero solo l’uso delle bombe atomiche. Quasi nessuna delle generazioni viventi ha avuto a che fare direttamente con esperienze di conflitti bellici. Le guerre alle quali abbiamo assistito in questi anni sono sempre state lontane, “immateriali”, distanti dalla vita reale e concreta delle popolazioni. Nessun “cittadino normale” ne era direttamente coinvolto. A combattere erano volontari, militari professionisti e specializzati in sperdute zone del mondo che non saremmo riusciti ad indicare nemmeno nella cartina geografica del Risiko. E si è sempre trattato di “operazioni umanitarie”, “operazioni di polizia”.

Lo strapotere tecnico/militare può non bastare se corroso da mille contraddizioni e problemi. Per questo motivo l’amministrazione Obama cerca di accedere ad un futuro prossimo procrastinando la sua leadership globale  tramite azzardi, spesso anche contradditori, e spregiudicate scommesse clandestine che innescano mutamenti rapidi e molto rischiosi su teatri mai realmente stabilizzati, come Medio-oriente e Africa. Per intervenire (vero problema) poi ad Est a frenare l’ascesa dei giganti asiatici che costituiscono una grave e diretta minaccia alla sua sicurezza.

E’ una questione di rimodulazione di rapporti di forza che tendono a mutare in conseguenza di trasformazioni diversificate, geografiche ed economiche in primis e delle resistenze che inevitabilmente si mettono in moto. ‘Il disordine internazionale di questi ultimi tempi è la conseguenza di queste scelte che sono pur sempre derivanti da trasformazioni storiche oggettive, attinenti alla riconfigurazione dei rapporti di forza tra potenze sulla scacchiera mondiale. I piani americani, per quanto generici e nebulosi, sono dettati dalla consapevolezza che i precedenti equilibri politici, sociali e, persino, culturali non servono più efficacemente la causa del loro imperio. In questo sforzo di chiarificazione del loro stesso destino  gli States saranno disposti a sacrificare partner e valori universali.’(1,2)

Tutto questo, legittimo e ‘naturale’, verrà fatto, è bene saperlo, a costo di forzature che portate fino alle estreme conseguenze potrebbero partorire scenari e processi aperti ad ogni tipo di evoluzione. Anche ad un vero e proprio conflitto mondiale.

Soundtrack1:’Nessuno fece nulla’, Csi

Soundtrack2:’Information of death’,Neon

Soundtrack3:’Un mondo nuovo’, Neffa

Soundtrack4:’Nightcall’,Kavinsky

Film1:’I figli degli uomini’ Alfonso Quaròn

Film2:’Ken Park’, Larry Clark e Edward Lachman

L’ebola è colpa dei gay

in mondo by

A volte succede che si legga una cosa, ci si riprometta di scriverla subito e poi, complici gli impegni della giornata, la si dimentichi.
Possono sparire per sempre dalla memoria, quelle cose, a meno che non ci si imbatta in una notizia che, miracolosamente, le fa riaffiorare.
Oggi, per esempio, leggevo di questo fatto che l’Ebola sarebbe un’invenzione dei bianchi e della strage che ne è conseguita in Guinea: così, per associazione di idee mi è tornata in mente una cosetta che avevo letto questa estate.
Ebbene, questa estate una simpatica combriccola di circa cento vescovi, pastori, preti e altri ministri di culto assortiti liberiani (tra cui l’Arcivescovo Lewis J. Zeigler, immortalato nella foto) si è riunita in pompa magna per discutere, e infine partorire l’illuminante pronunciamento che segue:

God is angry with Liberia, and that Ebola is a plague. Liberians have to pray and seek God’s forgiveness over the corruption and immoral acts (such as homosexualism, etc.) that continue to penetrate our society

Cioè: Dio ce l’ha su con la Liberia, e l’Ebola è una piaga che ha mandato. I liberiani debbono pregare e chiedere perdono a Dio per la corruzione e gli atti immorali (come l’omosessualità) che continuano a invadere la nostra società.
A ben guardare non si tratta di una novità: forse ricorderete l’edificante caso dell’Arcivescovo di Maputo (Mozambico) Francisco Chimoio, e della sua folgorante idea di andare a raccontare in giro che il virus dell’AIDS si propagava in Africa perché gli europei lo mettevano apposta nei preservativi.
Superstizioni, naturalmente. Puttanate. Come sempre incoraggiate, non appena se ne presenta l’occasione, da alti esponenti del clero (anche cattolico): i quali, almeno a quanto risulta, non solo non vengono rimossi dai lori incarichi, ma neppure presi da parte e cazziati per le fregnacce che raccontano.
Ora, io so bene che in giro per l’Africa ci sono migliaia di missionari che se ne strafottono, curano i malati rischiando la vita e distribuiscono preservativi ogni volta che possono: però l’impressione di fondo, specie al livello delle gerarchie, è quella di una Chiesa multiforme e insinuante, che nelle parti più sviluppate del pianeta è costretta a cedere terreno alla secolarizzazione, mentre altrove continua ad avanzare finché le si consente di farlo.
Sarebbe un bel segnale, davvero, se Bergoglio decidesse di farsi un giretto in Liberia e arringando la folla, nel modo diretto che pare contraddistinguerlo, se ne uscisse con una cosa semplice del tipo “ehi, avete presenti quelli che hanno detto dell’Ebola e degli omosessuali? Beh, sono un manipolo di coglioni, ora li rimandiamo a casa”; così come sarebbe stato un bel segnale se Chimoio fosse stato preso per un orecchio e confinato in qualche comodo pensionato, senza ulteriori possibilità di nuocere con le sue minchiate.
Fino ad allora, finché ciò non succederà, la sensazione sarà sempre la stessa: gli tocca abbozzare perché da queste parti abbiamo studiato, ma se potessero ricomincerebbero a raccontare le stesse fandonie anche a noi.

Russia vs Ucraina? Perde l’Europa

in mondo/politica by

Riporto le riflessioni (trovate qui) del prof Guido Carpi, insigne slavista dell’Università di Pisa, sulla questione Russia/Ucraina.

“ Date le dimensioni che sta assumendo la crisi ucraina, meno cazzate si dicono – meglio è. Cerco dunque di fare il punto per offrire qualche strumento di riflessione. Su tre piani: politico, geopolitico, economico.

Piano politico.
Il regime putiniano è nato alla fine degli anni 90, sull’onda di una drammatica crisi sociale (che durava dalla fine dell’Urss), del default che nel 97 ha impoverito quel po’ che restava della classe media, dello shock per la guerra cecena. È un regime che nella sostanza si configura come una corporazione di potentati economico-mafiosi-poliziesco-militari con estroflessioni politiche che danno un’apparenza di democrazia; tale regime sfoggia una retorica interclassista, tradizionalista (bigottismo religioso, conformismo, etc.) e trae la propria reale legittimazione dal senso di minaccia, di accerchiamento, di voglia di revanche (nonché dall’effettivo miglioramento delle condizioni economiche della maggioranza dei russi).

L’Ucraina non è messa meglio. Per due decenni, l’apparentemente vivace confronto politico era determinato dal fatto che i gruppi mafiosi di cui i partiti sono l’estroflessione non avevano formato una cupola, come in Russia, ma si combattevano fra loro, utilizzando a tal fine la retorica dei contrapposti nazionalismi. Attualmente, il governo è formato dai rappresentanti dei due segmenti di popolazione che hanno “fatto il Majdan”, ossia defenestrato il precedente governo con l’appoggio dell’intelligence occidentale (soprattutto tedesca e polacca): 1) da ricchi ultraliberisti filoatlantici, espressione del ceto medio giovane e globalizzato della metropoli e delle (poche) altre grandi città; 2) da nazisti militarizzati, espressione delle regioni occidentali. Si tratta di gruppi molto diversi: i giovani del ceto medio metropolitano sono frustrati da anni di crisi economica e sognano l’Occidente come panacea; i nazisti traducono l’arretratezza e il sottosviluppo agrario dell’Ucraina occidentale in un mito ideologico totalizzante. I primi sono antirussi in quanto FILO-occidentali; i secondi sono antirussi in quanto antirussi, ma sono anche ANTI-occidentali. A tenere insieme i due gruppi – divisi su tutto il resto – è SOLO la retorica antirussa: per stare insieme, devono avere un nemico esterno e interno – i russi.

In una frase: attualmente Mosca e Kiev traggono entrambe legittimazione dal conflitto. La Ue avrebbe dovuto contribuire a disinnescare la cosa, anziché schierarsi.

Punto geopolitico.
Russia e Ucraina (centro-orientale) hanno una storia condivisa per secoli, tradizioni e lingue affini e interconnesse. La Russia può accettare un Ucraina indipendente (negli attuali confini, del tutto arbitrari, decisi da Stalin nel 1945) solo in forma di semi-protettorato, o almeno di Stato neutrale. Il brusco scivolamento di Kiev su posizioni filooccidentali e filoatlantiche non poteva portare che al risultato odierno: le zone contese sono abitate in grande maggioranza da russi; senza la Crimea, Mosca perde di fatto l’accesso militare al Mar Nero e al Mediterraneo; le regioni dell’Est dette oggi “nuova Russia” sono il cuore industriale dell’Ucraina, ed esportano al 95% in Russia. Del resto dell’Ucraina (inclusa Kiev), Mosca non sa che farsene, almeno in termini geopolitici.

Da questo punto di vista, se Europa e Usa (invece di premere su una radicalizzazione dello scontro e criminalizzare Putin) avessero lavorato per arrivare a uno status neutrale e\o internazionalizzato delle aree ucraine sensibili per Mosca – in termini geopolitici il conflitto sarebbe stato disinnescato. Aggiungo anche che il problema NON è Putin: con l’aria che tira, chiunque venisse oggi eletto al suo posto tramite elezioni veramente libere – sarebbe certamente molto peggio di lui, probabilmente verrebbe eletto una specie di nazista.

Punto economico.
Qui si fa alla svelta. L’embargo alla Russia metterà in ginocchio le aziende italiane e ci costerà circa un miliardo all’anno (siamo il secondo esportatore in Russia dopo la Germania); dalla caduta in mani occidentali dell’infrastruttura gasifera ucraina (tubi di trasporto, si capisce: il gas è e resterà russo) ci guadagneranno solo le multinazionali: i russi, ovviamente, si rifaranno delle perdite facendo pagare più caro il gas ai consumatori occidentali; embargo e deprezzamento del rublo – a parte i disagi per la popolazione russa (che comunque indirizzerà il proprio malcontento contro l’Occidente, aumentando ancora il sostegno a Putin) – avranno un effetto corroborante per l’industria leggera russa, e spingeranno i russi a comprare in Cina ciò che noi non gli vendiamo (si stanno già attrezzando da anni).

Alla fine, a rimetterci saremo solo noi europei, che oltretutto dovremo anche accollarci il mantenimento di ciò che resterà dell’Ucraina, un paese in crisi economica spaventosa, con un pil inesistente e un tessuto sociale distrutto dall’emigrazione di massa.

Conclusione generale pratica: chi guida la politica estera della UE (non parlo della Mogherini, ovviamente) sta facendo di tutto per cacciare Russia, Ucraina e soprattutto Europa in un disastro senza scampo.

Conclusione generale lirica: Il risultato a lungo termine di tutto ciò è che due popoli da sempre fratelli, mescolati, meticciati e destinati a condividere areale politico, economico e culturale – stanno irreversibilmente imparando a considerarsi a vicenda come nemici. È una tragedia epocale, almeno per coloro ai quali di tutto ciò frega qualcosa.”

A chi vuoi che freghi qualcosa, in effetti. Esultavano per la Mogherini lady Pesc ignorando il tracollo diplomatico che ciò ha significato per l’italia. (Leggere qua per capire la portata di tale disastro). Esultavano per la cd. rivoluzione arancione senza capire che cazzo stesse veramente succedendo. Caspiterina, pure Depardieu ci arriva! Ma in effetti dove mai deve arrivare un paese che ha come leaders principali il bimbominkia cazzaro, il comico sbraitante e sirvietto che ormai quello che doveva fare l’ha fatto e cerca di stare lì ancora per proteggere i figli dalle ‘angherie’ di vecchi e nuovi ‘nemici’. Perché da soli non ce la fanno. E no. E’come se una nazione intera esultasse perché alla sezione ‘Prevenzione omicidi’ delle questure, fossero stati assegnati come responsabili tanti piccoli Jeffrey Lionel Dahmer, il serial killer statunitense noto come Il mostro di Milwaukee o, meglio ancora, Donato Bilancia.

Tutti a cantare “Se telefonando io potessi dirti addio, ti chiamerei.… Se io rivedendoti fossi certa che non soffri, ti rivedrei….. Se guardandoti negli occhi sapessi dirti basta, ti guarderei…..”, felici a quel karaoke estivo che dovrebbe riscattare, per un attimo, il proprio essere miserabili.

Sia chiaro, ‘dovrebbe’.

Soundtrack1:’Se telefonando’, Mina

Soundtrack2:’Dust’, Cypress Hill

Soundtrack3:’Quello che ci manca’, Maciunas

 

Isis, questo sconosciuto

in mondo by

“La domanda giusta da porsi non è mai: Chi deve governare?, bensì, Come possiamo organizzare le istituzioni politiche per impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?”
Karl R. Popper

  • Intro
  • Sunniti e Sciiti
  • Isis part 1
  • Isis part 2
  • La Grande Israele
  • Conversazione con Haaa Haa
  • Soundtracks

Gli Isis sono stati una band di post metal fondata a Boston nel 1997 e scioltasi nel 2010. Figliocci irregolari dei monumentali Neurosis, attraverso un loro stile pregno di visceralità cangiante e dilatata, riuscivano a mescolare progressive, post rock e sludge metal. Una fusione per molti versi unica nel genere.

Intro 

Per i meno attenti pare opportuno sottolineare che non c’è nessun tipo di legame tra la band bostoniana e lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), il gruppo islamico sunnita autodefinitosi Stato, protagonista delle cronache mediatiche delle ultime settimane in quanto prossimo ad occupare la capitale dell’Iraq, Baghdad.

Il termine Levante è stato ripreso in quanto collegato al concetto di Grande Siria, l’area cioè del Mediterraneo orientale comprendente Siria, Giordania, Palestina, Libano, Israele e Cipro.

Per i sunniti piu’radicali, infatti, non esistono stati. Esiste solo l’Ummah, ovvero la comunità dei credenti, l’unione di tutti i musulmani che seguono la Sunnah, la consuetudine.

Per questo motivo l’Isis rifiuta nettamente i confini imposti dall’accordo Sykes-Picot, che dopo la prima guerra mondiale ha ridisegnato il medio oriente, in seguito anche alla caduta dell’Impero Ottomano.

Sunniti e Sciiti.

Da secoli è sempre una faccenda di sunniti contro sciiti. (Vedi qui). Entrambi concordano su Allah unico dio, Maometto suo profeta, il Corano come libro sacro ed i cinque pilastri rituali dell’Islam: la testimonianza di fede (الشهادة Shahada), le preghiere rituali (الصلاة Salah o, in lingua persiana, Namāz), l’elemosina croonica  (الزكاة Zakat), il digiuno durante il mese di Ramadan (الصوم Ṣawm o Siyam), il pellegrinaggio a La Mecca almeno una volta nella vita per tutti quelli che siano in grado di affrontarlo (الحج Hajj).

La divisione ebbe origine in seguito alla morte di Maometto, nel 632 d.C., con la contesa per l’eredità religiosa e politica tra Abu Bakr, amico e padre della moglie di Maometto, ed Alì, cugino e genero del Profeta.  Devoti alla tradizione, per i sunniti l’eredità e la guida dell’Islam spettano a coloro che seguono gli insegnamenti di Maometto, senza particolari legami di sangue. Per gli sciiti, invece, il successore di Maometto deve essere necessariamente un consanguineo del Profeta.

Per i primi quindi, il successore doveva essere eletto da e tra l’aristocrazia locale assumendo il ruolo di califfo. Per i secondi, al contrario, l’eredità religiosa e politica del profeta spettavano alla figlia Fatima ed a suo marito Ali, cugino dello stesso Maometto.

Un’ altra importante differenza riguarda la considerazione del clero: per i sunniti gli imam, persone con una profonda fede e altamente preparati sui testi sacri, si basano molto sugli insegnamenti e sulla pratica del profeta. Per gli sciiti gli ayatollah sono gli unici interpreti del Corano, ispirati direttamente da Allah.

Il termine «imam» è importante per comprendere le differenze dottrinali tra sunniti e sciiti. Tutti i musulmani usano questa parola per indicare la «guida della preghiera», chi conduce la congregazione nel culto. Ma la maggior parte degli sciiti, specialmente quelli che appartengono alla Ithna-‘Ashari – i duodecimani, il più grande gruppo all’interno dello sciismo e religione di Stato in Iran, usano il termine imam in un senso più ristretto, per riferirsi al legittimo leader spirituale dell’intera Ummah. (Vedi qui)

I paesi ad egemonia sunnita sono: Arabia saudita, paesi del Golfo, Egitto, Giordania, Turchia. Quelli sciita: Iran, Iraq, Siria, Libano.

I sunniti sono maggioranza tra i fedeli, maggioranza nel Sud-Est asiatico, in Africa e in gran parte del mondo arabo, mentre gli sciiti sono considerati una percentuale variabile tra il 10 e il 15% del totale dei musulmani. Vi è una maggioranza sciita in pochi paesi, per lo più concentrati in una mezzaluna che abbraccia l’area del Golfo Persico estendendosi fino al Caucaso e al Mediterraneo: Iran, Iraq, Libano e Azerbaijan. Il paese con più sciiti al mondo dopo l’Iran è il Pakistan.

Isis part 1

Come al-Qaida e molti altri gruppi jihadisti odierni, l’Isis emerge dall’ideologia dei Fratelli Musulmani, la prima organizzazione islamista al mondo fondata nel 1928 in Egitto.

La figura di Abu Musab al-Zarqawi è decisiva e fondamentale per la nascita e l’origine dell’Isis. Il gruppo si forma nel 2004 con al-Zarqawi come leader con la sigla ‘Organizzazione del Monoteismo e della Jihad’, JTJ. Nell’ottobre del 2004 giurano fedeltà ad Osama bin Laden e cambiano denominazione in ‘Organizzazione della Base della jihad nel Paese dei due Fiumi’, conosciuta come Al-Quaeda in Iraq,  AQI.

Ma, a differenza di Bin laden intenzionato a fondare una legione straniera sunnita che avrebbe dovuto difendere i territori abitati dai musulmani dall’occupazione occidentale, Zarqawi perseguiva l’idea di provocare una guerra civile su larga scala e per farlo voleva sfruttare la complicata situazione religiosa dell’Iraq, paese a maggioranza sciita ma con una minoranza sunnita al potere da molti anni con Saddam Hussein. L’obiettivo di Zarqawi era creare un califfato islamico esclusivamente sunnita.

Al-Zarqawi venne ucciso nel 2006.

Il 13 ottobre del 2006 venne annunciata la fondazione del Dawlat al-ʻIraq al-Islāmīyah, Stato islamico dell’Iraq, ISI.

Venne formato un governo e Abu Abdullah al-Rashid al-Baghdadi divenne l’emiro di ISI, ma  il potere era detenuto di fatto dall’egiziano Abu Ayyub al-Masri.

Al-Baghdadi e al-Masri vennero entrambi uccisi in un’operazione congiunta di Stati uniti e Iraq nell’aprile del 2010. Abu Bakr al-Baghdadi, che prese il potere successivamente, è l’attuale leader di ISIS.

Il 9 aprile 2013, essendosi espanso all’interno della Siria, il gruppo adottò il nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, conosciuto anche come Stato Islamico dell’Iraq e di al-Sham. Il nome viene abbreviato in Isis o Isil. (Vedi qui)

A fine giugno, dopo aver conquistato parte del territorio siriano e parte dellla regione settentrionale dell’Iraq, viene annunciata la fondazione di un nuovo califfato. Abu Bakr a-Baghdadi viene nominato come suo califfo e il gruppo cambia formalmente il suo nome in Stato Islamico.

Dopo aver combattuto in Siria contro le truppe di Assad e dopo aver conquistato una parte di territorio, si sono diretti in Iraq, conquistato le città di Falluja, Ramadi e Mosul, la seconda città irachena. Si avvicinano sempre più ad Erbil, importante città del Kurdistan iracheno. L’ Isis inoltre, attualmente controlla la frontiera con Libano e Giordania.

Il territorio del califfato, al momento si estende dal governatorato di al Anbar, nell’ovest dell’Iraq, al confine con Giordania, Siria e Arabia Saudita, fino alla provincia di Dyala a est, poco lontano dal confine con l’Iran. E prosegue in Siria, passando per basi strategiche come ar Raqqah, strappata ai jihadisti ed ex alleati di al Nusrah e arrivando a nord di Aleppo e a est di Homs.

Il budget stimato dell’ Isis ammonta a due miliardi di dollari. Nella primavera del 2013, più della metà dei membri di Al Nusrah hanno giurato fedeltà al nuovo Isis e al suo leader Al Baghdadi, portandosi con sé armi, equipaggiamento e fondi raccolti nei due anni precedenti. La galassia di organizzazioni salafite cresciute sotto l’egida di finanziatori siriani esuli, qatarini e sauditi è poi in gran parte confluita nel nuovo Califfato. L’autofinanziamento è imposto alle popolazioni locali, attraverso un sistema di riscossione di imposte tradizionali islamiche, riscatti e confische. A Mosul, ad esempio, tutte le case dei cristiani sono state sequestrate e sono ora parte del patrimonio del Califfato. I loro abitanti, costretti in fretta e furia alla fuga, devono pagare un riscatto per poter rientrare in possesso dei loro beni e tornare a vivere nelle loro case. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non ci rientrano proprio per non vivere sotto la “protezione” di un Califfo che li vuole “convertiti o morti”. Introiti arrivano anche da attività criminali quali rapimenti, commercio di armi e di merce di contrabbando in tutto il Medio Oriente. La sola conquista della banca centrale di Mosul è fruttata all’Isis 425 milioni di dollari. I profughi yezidi e cristiani che fuggono verso il Kurdistan sono sistematicamente fermati ai posti di blocco e depredati di tutto, dall’auto ai beni personali. L’isis inoltre ha cominciato a vendere l’elettricità al governo siriano a cui aveva precedentemente conquistato le centrali elettriche. Ha altresì messo in piedi un sistema per esportare il petrolio siriano conquistato durante le offensive militari. (12)

I soldati del neocaliffato sono dotati di armi sofisticate, anche carri armati americani Abrams, abbandonati dall’esercito iracheno in piena disintegrazione.

L’Isis segue un’interpretazione estremamente anti-occidentale dell’Islam. Promuove la violenza religiosa e considera coloro che non concordano con la sua interpretazione come infedeli e apostati e mira a fondare uno stato islamista orientato al salafismo in Iraq, Siria e altre parti del levante.

L’ideologia di Isis trae origine dalla branca dell’islam moderno che mira a ritornare ai primi giorni dell’islam, rifiutando le “innovazioni” più recenti nella religione che sono ritenute responsabili della corruzione del suo spirito originario.

L’obiettivo è quello di strutturare un califfato islamico come governo politico sovranazionale e la shari’ah come legge fondamentale dello Stato. Il termine califfato si riferisce al sistema di governo adottato dal primissimo Islam, il giorno stesso della morte di Maometto e intende rappresentare l’unità politica dei musulmani, la Ummah.

Isis part 2

Queimada è un film del 1969 diretto da Gillo Pontecorvo.

La trama, per certi versi e secondo diverse ricostruzioni, sembra essere stata presa a modello per la creazione del neo califfato islamico. “Queimada è un’isola immaginaria dell’arcipelago delle Antille, da diversi secoli sottoposta alla dominazione politica ed economica del Portogallo. La corona britannica, interessata ad ampliare i propri commerci nella zona, appoggia la causa d’indipendenza della ricca borghesia dell’isola ed invia William Walker, un agente inglese sotto copertura diplomatica incaricato di fomentare la rivoluzione borghese a Queimada. Questi è un uomo pragmatico e intelligente, e riesce a coinvolgere nella rivoluzione anche gli schiavi neri dell’isola, servendosi della leadership di un uomo molto carismatico tra i diseredati di Queimada, José Dolores che lo stesso Walker si è incaricato di indottrinare ideologicamente.

La rivoluzione borghese avrà successo e nell’isola s’instaurerà il debole e incapace governo borghese di Teddy Sanchez. Quando il giovane rivoluzionario José Dolores infiammerà ancora una volta la sua gente per chiedere l’indipendenza economica dall’Inghilterra e l’uguaglianza di tutti gli uomini, sarà ancora Walker, ormai disilluso, l’incaricato di fermare questa nuova rivolta che sarà domata con l’intervento diretto dei cannoni e delle truppe inglesi che bruciando le piantagioni di canna da zucchero faranno uscire allo scoperto i rivoltosi. Ancora una volta l’isola sarà bruciata come dice il suo nome in portoghese: queimada.”

Il vero nome del califfo Abu Bakr al-Baghdadi è “Shimon Elliott”, di genitori ebrei. Il suo nome falso invece è Ibrahim ibn Awad ibn Ibrahim Al Al Badri Arradoui Hoseini.

Secondo il sito americano Veterans Today, al Baghdadi sarebbe stato scelto dall’intelligence israeliana per portare a termine un piano dei servizi americani, israeliani e britannici. Prelevato nel 2004, è stato in custodia per 4 anni  a Camp Bucca nel sud dell’Iraq dove fu sottoposto ad un massiccio indottrinamento politico-religioso-militare. Ha partecipato a varie riunioni con il senatore statunitense Mc Cain. (1, 2,3, 4, 5)

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Secondo alcune ricostruzioni, l’Isis sarebbe stato inventato dagli Stati Uniti con l’aiuto di Israele, Turchia ed intelligence britannico, finanziato ad intermittenza dal Qatar, con lo scopo di fomentare un ‘caos creativo’ favorevole alle varie occasioni di destabilizzazione/stabilizzante dell’area siriana/irachena. In primis, attraverso l’Isis gli Usa possono indirettamente continuare la guerra contro la Siria, ma dall’Iraq. Per Obama obiettivo principale è far cadere il governo iracheno sciita filo-iraniano di al-Maliqi e stabilire un cuscinetto tra Iran e Siria. In questo modo dovrebbe insediarsi un nuovo governo fantoccio favorevole ad accettare batterie di missili antiaerei Usa sul suolo iracheno, consentire agli Stati Uniti di bloccare gli aerei che riforniscono la Siria, far cessare ogni assistenza al governo siriano.

Il mirino sembrerebbe puntato sul controllo degli enormi giacimenti di gas al largo delle coste di Siria, Libano e Cipro e relativi oleodotti conseguenti.

Il gas naturale sarà la fissazione geomilitare dei prossimi 25 anni.

Il tutto in chiave di un lento accerchiamento dell’Iran.

Superando le ingenuità conseguenti alla passiva ed idiota dipendenza/sudditanza dall’ufficialità politica/mediatica, ed aggirando forzature complottistiche varie ed abitudinarie, si potrebbe delineare l’ Isis come il prodotto delle prime infiltrazioni di al Qaida, la cui programmazione s’è deteriorata e sfuggita al controllo originario. Nel quadro geopolitico attuale è logico che verrà sfruttato indirettamente ed annientato al momento decisivo, anche perchè grosse sono le opportunità di conquista ed avanzate territoriali che si stanno innescando attualmente in medio oriente.

La grande Israele

Secondo Edward Snowden, l’ex dipendente di Us National Security Agency (NSA)da prendere con le dovute precauzioni in quanto lavorando e parlando dalla Russia ha tutto l’interesse a diffondere disinformazione su Usa & co, l’Isis rappresenterebbe lo strumento iniziale di un piano ben preciso ed a lungo periodo: la creazione della Grande Israele.

Potrebbe accadere che a 68 anni dalla nascita dello stato ebraico, ad affermarsi sarebbe la prospettiva revisionista di Jabotinsky, quella che cioè affida a Israele una sorta di ruolo “messianico”, da popolo eletto; un’ idea per cui a essere centrale è “Eretz Israel”, la sacra Terra d’Israele, piuttosto che “Medinat Israel”, lo Stato d’Israele.

La Grande Israele biblica, che si estende dalla Valle del Nilo all’Eufrate. diventerebbe uno Stato che andrebbe dal Sinai Egiziano, passando per la Giordania, il nord dell’Arabia Saudita, il Libano, parte dell’Iraq e della Siria e la Palestina.

Questo piano strategico prevederebbe innanzitutto la balcanizzazione fratturante degli stati arabi circostanti in stati più piccoli e più deboli, con lo scopo finale della superiorità regionale israeliana.

Secondo vari analisti l’Iraq è stato delineato come il fulcro per tale balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo.

L’obbiettivo piu’ importante sarebbe la divisione dell’Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti.

Nel contesto attuale, con l’Egitto nel caos, Iraq e Siria sotto la conquista dei jihadisti islamici dell’Isis, Giordania, Libano e Arabia Saudita che sono nel loro mirino, io se fossi in Israele ne approfitterei.

L a guerra in Iraq, la guerra del 2006 in Libano, la guerra 2011 sulla Libia, la guerra in corso in Siria, il processo di cambiamento in Egitto, si innesterebbero a perfezione in tale progetto a livello embrionale.

Nella sua analisi Israel hopes to colonize parts of Iraq as ‘Greater Israel’del 2009, Wayne Madsen, delinea l’oculata operazione espansionistica israeliana che rappresenterebbe una ripetizione del processo di espulsione della popolazione autoctona palestinese dal suo territorio nel periodo del mandato Britannico, prima e dopo della seconda Guerra Mondiale, e l’installazione di comunità israeliane in quei luoghi.

Riportiamo alcuni passaggi dell’articolo:

“E’ noto che gli espansionisti israeliani vorrebbero assumere il controllo totale della Cisgiordania, della Striscia di Gaza, delle alture del Golan (in territorio siriano) ed espandersi nel Sud del Libano, ma ora paiono aver preso di mira anche una porzione dell’Iraq, considerata parte della “Grande Israele” biblica.(…)

(…) Secondo fonti turche gli Israeliani stanno lavorando segretamente con il Governo Regionale Kurdo (GRK) per realizzare l’integrazione dei kurdi e di altri ebrei nelle aree dell’Iraq controllate dal GRK stesso.

(…)Kurdi, iracheni sunniti e turkmeni hanno notato che i kurdi israeliani hanno cominciato a comprare terre nel Kurdistan iracheno – considerato storicamente “proprietà” ebraica – dopo l’invasione statunitense del 2003.

(…)Gli israeliani sono particolarmente interessati ai santuari del profeta ebreo Nahum, che si trova ad al-Qush, a quello del profeta Giona, che si trova a Mossul e alla tomba del profeta Daniele, a Kirkuk. Gli israeliani stanno anche cercando di rivendicare “proprietà” ebraiche al di fuori della regione curda, fra di esse il santuario di Ezechiele, nel villaggio di al-Kifl, in provincia di Babele, vicino a Najaf e la tomba di Ezra, ad al-Uzayr, nella provincia di Misan, vicino a Bassora, entrambi nel Sud dell’Iraq, in territorio sciita. Gli espansionisti israeliani considerano queste tombe e questi santuari parte della “Grande Israele”, alla stregua di Gerusalemme e della Cisgiordania, che loro chiamano Giudea e Samaria. (…)

Gli attacchi degli israeliani e dei loro alleati sono normalmente attribuiti ad “al-Qaeda” e ad altri gruppi della “jihad islamica”.

Lo scopo ultimo di Israele è scacciare la popolazione cristiana di Mossul e dintorni e rivendicare quelle terre come territori biblici appartenenti alla “Grande Israele”. L’operazione israelo/cristiano-sionista è una riedizione dello spopolamento della Palestina al tempo del mandato britannico, dopo la seconda guerra mondiale. (…)”

Dall’inizio dell’occupazione dell’Iraq, nel 2003, sempre secondo Madsen, il Mossad ha preparato i quadri delle milizie curde, i Peshmerga, e dei partiti curdi per alimentare l’indipendenza del Kurdistan rispetto all’Iraq e per far sloggiare gli arabi della zona che risiedono nel Kurdistan iracheno.

La maggiorparte degli analisti ritengono che i dirigenti israeliani abbiano abbandonato questo progetto.

Conversazione con Haaa Haa

Mi confermi che l’Isis e’ una creatura Usa/Mossad che viene utilizzata per soppiantare i fronti politici e militari filo-iraniani in tutto l’arco d’influenza di Teheran e gli Hezbollah lungo il Mediterraneo?

E’ una coincidenza fortuita che l ’ISIS abbia iniziato ad attaccare il Libano proprio quando Israele è in guerra con Gaza e rischia un attacco dal nord da parte dei Libanesi?

Poi, altra considerazione. Dopo gli accordi di Oslo, i palestinesi non contano un cazzo in quanto popolazione. Sono superflui: oppressi ma non sfruttati, dominati ma non necessari. Hanno bisogno di Israele per tutto (cibo, risorse, acqua, energia elettrica) Israele mantiene la Striscia di Gaza e la Cisgiordania come mercati chiusi dove scaricare i suoi stessi prodotti senza che i palestinesi possano avere alcun strumento per determinare un proprio sviluppo economico e politico. Pare sempre piu’ evidente una politica militare di esclusione dei palestinesi dalla Palestina portando all’ eventuale annessione sia della Cisgiordania che di Gaza allo Stato di Israele. Un Palestina depalestinizzata con i palestinesi prossimi a diventare una riserva indiana tipo i pellerossa in america.

Sicuro che non ci sarà una cruenta fase due del conflitto, tipo a settembre/ottobre?

Richiederà mesi di combattimenti, durante i quali la Striscia sarà attaccata quartiere per quartiere, con un prezzo elevatissimo in vite umane sia di soldati delle forze armate israeliane che di civili palestinesi.

Il ruolo dell’Egitto mi sembra decisivo. La cacciata di Morsi ed il giro di vite contro il movimento islamico non ha solamente lasciato Hamas senza un alleato chiave regionale. La smobilitazione, repressione e disarticolazione della rivoluzione da parte dell’esercito e delle elite egiziane hanno anche lasciato i palestinesi senza il sostegno popolare egiziano di cui hanno bisogno per resistere e fronteggiare l’occupazione israeliana. Il regime egiziano, di conseguenza, ha avuto mano libera per soffocare Gaza quanto voleva, sia economicamente che geograficamente, contribuendo a bloccare il suo accesso al mondo esterno.

Poi Arabia. Il più grande sostenitore di Israele nella regione rimane l’Arabia Saudita. Incatenata all’alleanza con gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita vede Israele come una risorsa nella sua lotta regionale non solo contro il nazionalismo arabo, ma anche contro l’attuale aumento del potere iraniano e sciita nella regione.

Infine rimango spettatore autistico della ‘stranezza Qatar ‘,che appoggia Hamas, ma compra 11 miliardi di dollari di armi dagli Stati Uniti ed ospita la più grande base militare statunitense nella regione. Recentemente gli Emirati Arabi, il Bahrain e l’Arabia Saudita hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar perché questo ha infranto la clausola di non ingerenza negli affari interni dei paesi arabi, finanziando la Fratellanza Musulmana, Hamas, i jihadisti dell’Isis e le milizie islamiche in Libia.

“Platano, per tutto ciò che riguarda Isis non non mi esprimo… !!! … La storia della grande Israele è una cazzata mediatica; vedila così: Piu’ questi mussulmani si ammazzano tra loro meno rompono il cazzo allo stato d’Israele… Ti faccio un esempio… Se per caso una milizia sunnita ufficialmente finanziata da un emirato vicino noto per ospitare leader di organizzazioni jihadiste o movimenti di resistenza, comincia a scontrarsi e a destabilizzare vari scenari politici a gestione sciita, magari pseudoregimi che mirano ad ottenere una deterrenza atomica; non vedo perché uno o molteplici stati, che vogliano vivere in santa pace senza rompimenti di scatola religiosi, non debbano approfittare di questa situazione…

Ti ricordi quale era l’assunto iniziale di tutto??? Se per caso L’iran dovesse raggiungere una nuclear nuke capability, quali sono gli stati, o meglio i califfati e gli emirati, che avrebbero da perderci ??? A chi conviene di più avere una regione destabilizzata a livello politico in cui incuneare un elemento a forte connotazione diversiva??? E questi ultimi, pur avendo ingenti capitali con cui finanziare, hanno la capacità organizzativa, tecnica e logistica per portare avanti questo progetto???

Accantoniamo volutamente, da parte mia, il capitolo isis & co, tornando alla questione Gaza…. Hamas e’ un movimento terroristico che ha esaurito la propria spinta propulsiva, e’ stato, in più riprese soppiantato da elementi jihadisti che, come un animale feroce ferito mortalmente che prima di esalare l’ultimo respiro cerca di azzannare inutilmente il suo uccisore , ormai l’unica chance che gli rimane per sopravvivere politicamente e’ disarmare le sue brigate e accettate di far gestire la striscia all’anp di mazen!!! Prima lo capiscono e meglio e’!!! Ormai l’hamas non conta piu’ niente per ciò che riguarda la gestione dell’affaire stato palestinese!!! E lo sa bene….”

Secondo te quindi non ci sara’ una fase due da parte di Israele per risolvere la questione una volta per tutte?

“Non credo !!!! Queste cose non si fanno mai sotto i riflettori!!! Adesso bisogna vedere se hamas accetterà di smilitarizzare le sue brigate armate senza alcun tipo di mentalità tattica e ancor meno strategica, per rimettersi nelle mani dell’anp… Un capitolo a parte sarà la liquidazione dei gruppi jihadisti, concorrenti della stessa hamas… Li bisognerà applicare altri tipi di tattiche a basso impatto, low profile… E come ben sai, in questo campo, Israele è all’avanguardia!!!! D’altronde non dobbiamo dimenticare che si ha a che fare con terroristi che si fanno scudo di donne e bambini e di civili in genere, gente che non  combatte vis a vis ma che è capace solo di nascondersi in tunnel…. Vedremo Vedremo ….”

Soundtrack1:’A sun that never sets’, Neurosis

Soundtrack2:’So did we’, Isis 

Soundtrack3 :’Parabola’, Tool

Soundtrack4:’Frankie Teardrop’, Suicide

Soundtrack5:’Up against the wall’, The icarus line

Soundtrack6:’Il seno’, Edda

Soundtrack7:’Domina’, Ritmo tribale 

Soundtrack8:’Watchfire’, Neurosis

 

 

 

Israele o Jihad?

in mondo by

02.08.2014
“Hai visto Platano ??? Ha smantellato i tunnel e sta ritirando progressivamente le truppe…. Non va al Cairo ai colloqui per la Tregua per non avere vincoli imposti con la firma di un cessate il fuoco… In questo modo Israele è libero di mantenere il blocco sui confini di Gaza con il proprio stato e reintervenire in qualunque istante senza che lo si possa accusare di violazione di un eventuale Cessate il Fuoco…. Vedrai che nei prossimi giorni/mesi si procederà alla smilitarizzazione delle brigate armate di Hamas e la Striscia verrà nuovamente affidata all’ANP di Mazen con cui Israele potrà procedere alla definizione per un’eventuale ricostruzione parziale dei centri abitati e per gli aiuti umanitari….”

04.08.2014
E’ l’ultimo, per ora, messaggio di Haaa Haa, la mia fonte in medio Oriente, che qualche giorno fa avevo contattato per cercare di capire qualche cosa in più sulla questione Israele/Palestina. Riporto la conversazione così com’ è avvenuta.

31.07.2014
Ma non credi che la situazione si stia incartando di brutto? Che faranno, occuperanno la striscia? Tra l’altro credo che Hamas sia indebolita al suo interno ed abbia perso il controllo della situazione in preda alla frammentazione di schegge impazzite jihadiste.

“Ciao Platano !!! Israele sta cercando di distruggere quanto più possibile l’arsenale di Hamas per disarmare completamente le brigate Ezzedin Al Qassam e di riflesso i Jihadisti… Con questo espediente il presidente egiziano Al Sisi, con l’appoggio del Mossad, stanno facendo in modo che il futuro “Cessate il Fuoco” abbia come prerogativa la smilitarizzazione della Striscia di Gaza riconsegnadola all’ANP di Abu Mazen, con cui Israele ha in corso diverse iniziative commerciali per fornitura di Beni e Servizi!!!! Il problema è che dell’estirpazione di questo cancro islamico/jihadista se ne può occupare solo Israele stesso con l’appoggio segreto dell’ANP di Mazen, quest’ultima troppo debole per portare a compimento lo scopo…..

Gia Shimon Peres stà cominciando a gettare qualche esca alla stampa circa questa possibile soluzione che in realtà è gia stata decisa…. Le operazioni in corso attualmente servono solo per ripulire il più possibile l’Area e contemporaneamente incrementare la percentuale di fiducia dei cittadini israeliani nei confronti del Likud di Nethanyau….”

Cmq tutto il resto sta cadendo in mano a jihadaisti vari. La Libia oggi è caduta. L’Isis attaccherà la Giordania? L’Isis non è finanziato dal Qatar?

“L’unica cosa a cui i media ancora non hanno fatto caso è l’affaire Iran…. Secondo me, vedrai, che di questo passo verrà colta la palla al balzo per creare un qualche pretesto affinchè Heil Ha Avir, l’aviazione israeliani radi al suolo i siti di Natanz e Al Bashir, dove risiedono le centrifughe per l’arricchimento dell’Uranio….”

Ma il capo di Hamas non sta pure lui in Qatar? Che mire ha il Qatar?

“Platano, il problema è questo !!! L’intero mondo arabo si è rotto i coglioni della Jihad…. Ovunque ci siano state primavere arabe, per rovesciare gli pseudotiranni che governavano limitando la libertà personale ma garantendo un tenore di vita elevato per tutti, con l’ascesa al potere di fratellanze musulmane varie, il popolo si è visto cadere dalla padella alla brace e oggi giorno, grazie ai social network, è sempre più duro tenere la gente soggiogata grazie all’ignoranza di ciò che accade nel mondo esterno….

Kaled Meshal, il capo dell’ala politica di Hamas, risiede in qatar !!! Il qatar è uno dei primi sostenitori finanziari della jihad e affini…. Hamas ormai ha capito di non aver l’appoggio della popolazione e l’unico modo per rimanere sulla scena politica internazionale è fomentare, provocare questo tipo di azioni, sperando sempre più di ottenere consensi dal mettere in luce l’enfasi militare con cui Israele risponde ai suoi attentati…. Chi credi che porti la gente nei siti dove collocheranno le rampe di lancio che i droni israeliani rilevano e annientano???? Chi credi che sia a posizionare rampe di lancio sui tetti di asili, ospedali, moschee ecc ecc…. Quello che combatte Hamas è prima di tutto un terrorismo mediatico, facendo leva sulla ben nota parzialità della stragrande maggiornaza di giornalisti europei, specialmente inglesi e italiani….

Io non sò se l’ISIS attaccherà la Giordania, ma se lo farà puoi starne certo che Israele interverrà sicuramente su richiesta della Giordania stessa…. A parte il fatto che in ogni caso, se l’ISIS continua così, quelli che dovranno essere più preoccupati sono gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita…. E con i soldi del loro petrolio sapranno comprare servizi di difesa dalle migliori nazioni in grado di fornirgliela, ossia USA e Israele….. Ricordi la prima desert storm, quella del 1991???? tutto nacque su richiesta dell’Arabia Saudita dopo che l’Iraq invase il Kuwait…”

01.08.2014

Senti. Ci stanno alcune cose che non mi convincono. In primis: Israele da solo potrà frenare l’ondata jihdaista che avanza su tutta l’area? ad esempio: c’è quella striscia geografica che va dalla Mauritania all’Afghanistan dove gli stati sono quasi del tutto scomparsi. Il Mali, il Niger, la Libia, il Sudan, la Nigeria, la Somalia, l’Iraq e la Siria non sono più Stati. Sull’orlo dell’esplosione sociale sono precipitati anche Marocco e Algeria. La Cisgiordania non c’è più, spezzettata dagli insediamenti. L’Arabia Saudita fino a quando terrà il controllo dei “suoi” jihadisti? I jihadisti nigeriani controllano il Nord del paese, si sono “federati” con i gruppi del Sahel e stanno penetrando nella parte meridionale di Chad e Sudan. L’Isis ha occupato metà Iraq, fondato un califfato e sta arrivando a Baghdad.

Secondo: riprendersi la Striscia nell’immediato tampona la situazione, ma la risolve? Non finirà con il radicalizzare i mille clan jihadisti che ormai hanno sfanculato Hamas? E quindi, Israele ce la farà a tenere a bada tutt’ stu burdellu?? Non rischia di incartarsi?

Il punto della questione per me è questo: di fronte a tale contesto di totale disfacimento e di seppellimento della ‘pace sociale’, una forza politica in grado di assumere decisioni e di assistere la popolazione nelle necessità minime (cibo, sanità, ecc.), potrebbe prendere il sopravvento. Non è che alla fine gli unici in grado di intervenire saranno i jihadisti? Israele ha preso in considerazione questa ipotesi?

Quindi: esiste un pericolo diffusione jihad? Israele sta facendo tali operazioni come guerra preventiva per tagliare tutti i presupposti per un’islamizzazione diffusa ed egemonica di tutta l’area? Teme e vuole evitare che da tutto questo sgretolamento venga fuori un vero e proprio Stato islamico? Oppure, avere nemici vicino alle proprie frontiere è una ‘strategia di protezione’ studiata a tavolino dal Mossad? E’ l’unico paese che si è accorto di questa dinamica geomilitare? Anche perché l’Europa al momento è sotto presidenza del replicante cazzonesco di Giorgio Mastrota in versione televendita perenne (non che le alternative siano migliori) e gli Usa ormai ragionano nell’ottica ‘arriviamo, vi infettiamo e ce ne andiamo, lasciandovi un governo fantoccio che gestiamo attraverso le basi militari costruite nel deserto, isolate, autosufficienti, aliene ed avulse da tutto ciò che succede’.

“Ma Israele non ha rioccupato la striscia e non vuole neanche…. Ariel Sharon nel 2004 la restituì xche’ conscio che il fattore demografico sarebbe stato sfavorevole x i governi israeliani…. Le uniche unità di fanteria presenti a Gaza sono i genieri che devono mappare, perlustrare e distruggere i tunnel… I caduti sono tra i soldati che devono coprire le operazioni dei genieri, mica le truppe a terra devono guadagnare e conquistare terreno…. La radicalizzazione di gruppetti jihadisti e lo smembramento di hamas in tanti gruppetti destabilizzerà l’intero medioriente e l’unico stato a sapersi e potersi difendere e’ solo Israele…. I problemi saranno di Egitto, Giordania, Siria, Arabia Saudita, ecc ecc

No Platano. Israele non sta facendo una guerra preventiva, xche’ militarmente e’ perfettamente conscio del proprio deterrente e del proprio potere reattivo… Chi e’ la vera vittima dei comportamenti di Hamas e’ l’anp di Mazen, l’unico interlocutore palestinese con cui Israele e la comunità internazionale possano intrattenere rapporti diplomatici e con essi conoscitivi per la soluzione del problema ” stato palestinese”, “coloni in Cisgiordania” e fornitura di beni e servizi al nuovo stato… Purtroppo l’anp e’ debole nei confronti di un’organizzazione terroristica che governa una parte del territorio palestinese densamente popolata…. Qual’ora Hamas e la jihad venissero annientate, l’anp avrebbe tutta la libertà di gestire la popolazione e il territorio palestinese in modo completamente autonomo e intrattenere rapporti commerciali e diplomatici con Israele , magari si potrebbe anche giungere ad una pace stabile con una road map duratura….”

(continua.)

Soundtrack1:’Music for a forgotten future’, Mogwai

Soundtrack2:’Angoli’ –  ‘Distanze’, Fine Before You Came

Soundtrack3:’Come fare a non tornare’, Fine Before You Came

 

E ti tirano le pietre

in mondo by

Per qualche tempo, da studente, ho vissuto con un giovane palestinese. All’epoca non ero particolarmente interessato alla questione mediorientale ma i racconti del mio amico hanno finito per segnarmi profondamente e condizionano ancora oggi le mie impressioni.
Ho sempre ritenuto la sua storia esemplare per definire il conflitto che affligge quei territori e che dilania nell’intimo ognuna delle persone che ci vivono. Quella del mio amico è la storia di un bambino nato con la sventura di una famiglia di moderati. Fin da piccolo ha pagato il prezzo per quell’orientamento familiare che nei fatti gli impediva di uscire serenamente di casa: i bambini israeliani gli tiravano le pietre perché era palestinese, e i bambini palestinesi facevano altrettanto perché non andava con loro a tirare le pietre ai bambini israeliani. Proprio come avviene in quella vecchissima canzonetta di Antoine, per chi la ricorda.
Se cresci così, rifiutando l’idea del conflitto, convincendoti del fatto che non c’è nulla per cui valga davvero fare una guerra e tirare pietre, è chiaro che in Palestina vivi male, malissimo. E pur amando il posto in cui sei nato, capisci presto che rifiutare la guerra per quella terra significa altrettanto doverla lasciare. Una terza opzione: che non concede vittoria, ma che almeno non fa vittime, se non dentro di te.
Tornare, come spesso faceva per rivedere la sua famiglia, era per lui un calvario, perché la possibilità di raggiungere più o meno tranquillamente la sua casa dipendeva dalle fortune politiche dei “moderati”. Se in un dato momento prevalevano, poteva riabbracciare la madre con relativa facilità. Se invece a dettare legge erano le fazioni più estremiste – come accade oggi – la strada si faceva lunghissima e complicata. E quell’abbraccio diveniva clandestino: ogni volta rubato alle spire della guerra.
Il mio amico non è un santo e non ha in simpatia gli israeliani, ma ha continuato a pensare che sparargli addosso fosse un crimine, come è un crimine sparare a chiunque. Un’idea che – a sentir lui – era condivisa da molti altri giovani palestinesi. Nemici soltanto della guerra. Una minoranza o una maggioranza? Questo non lo so, e credo fermamente non conti.
Piegati dai lutti, annichiliti dalla morsa dei due odi contrapposti, alcuni sono finiti plagiati dal fanatismo e hanno abdicato a quella sana idea di pace. Altri, come lui, no. Ma non è un illuminato: semplicemente ha avuto l’occasione di andarsene e ha scelto di farlo. Perché è difficile restare e non farsene coinvolgere, seppellendo amici e cugini morti per caso (o per un casus belli). Come è difficile accogliere una sozza corrente e restare puri. Bisogna davvero essere un mare, diceva Nietzsche, e chi lo è?

Filoisraeliani, filopalestinesi e filo-“logici”

in mondo by
Quando un paese sovrano viene aggredito da un suo vicino a freddo, cioe’ senza che il paese aggredito abbia precedentemente  aggredito in alcun modo l’aggressore (del genere Germania che invade la Polonia nel 1939) mi sento abbastanza sicura nel dare la mia solidarieta’ incondizionata a chi viene aggredito. Se invece una particolare aggressione e’ solo l’ultima di una serie di rimpalli da una parte all’altra, la mia solidarieta’ incondizionata non va in genere a nessuna delle due parti. Anzi cerco, a meno di non ritenere di avere una conoscenza approfondita della questione, di risparmiare al mondo mie dotte disquisizioni su chi dovrebbe o non dovrebbe attaccare dove e con che mezzi. Direi che la maggior parte degli episodi del conflitto in Medioriente si classifica per me in questa seconda categoria, per cui si possono trovare istanze e torti sia da una parte che dell’altra. Ora, la logica vorrebbe che un individuo che non entra nel merito di in una questione tanto complicata, ma si limita a riconoscere torti e ragioni sia di una parte che dell’altra, sia salvo dalla classificazione del mondo in “filoisraeliani” vs. “filopalestinesi”. Invece, per essere ettichettati come “filoisraeliani” e’ sufficiente:
1) Far notare che Israele veniva colpito da migliaia di razzi prima dell’inizio delle operazioni militari, non solo durante.
2) Ricordare che chi giustamente si preoccupa per i civili sotto le bombe israeliane a Gaza, nel 99% dei casi nn ha mai detto una parola sui civili sotto i razzi di Hamas a Haifa e che se invece lo avesse fatto sarebbe un pacifista un po’ piu’ credibile.
3) Sostenere che il fatto che gli Israeliani si siano scelti un governo in grado di difenderli da tali razzi non rende meno grave il fatto che essi vengano lanciati.
4)  Dire che quando viene concordata una tregua, se la tregua viene violata, e’ colpa di chi spara per primo.
5) Dire che se in un conflitto una delle due parti non fa il possibile per tenere lontana la popolazione civile dai siti militari (anzi), se la popolazione civile viene colpita la colpa non e’ solo di chi bombarda.
A nulla vale poi che i “filoisraeliani” siano spesso assolutamente critici nei confronti dei governi israeliani, che ritengano gli attacchi, anche se formalmente legittimi, dannosi per Israele stesso, che riconoscano i torti subiti dai civili Palestinesi e siano d’accordo nel smantellare le colonie abusive. Non c’e’ nulla da fare, basta non dare torto ad Israele al 100% per essere catalogati come “filoisraeliani” ed essere ricoperti di insulti. E adesso cominciate pure, il tempo non e’ da spiaggia e  farmi dare della sionista-nazista-ammazzabambini mi pare un buon modo per iniziare il weekend.

Somewhere, Detroit

in mondo by

Quando i conflitti sociali iniziano a prendere le sembianze delle questioni personali, ogni giorno può riservare sorprese inaspettate.

“Avete mai fatto caso che ogni tanto si incrocia qualcuno che non va fatto incazzare? (sputo) Quello sono io (…)Chiudi quella bocca di merda. Credete che io scherzi eh? (…)Li chiami fratelli questi animali? Vorresti avere le palle nere come loro? Questi non ti vogliono come fratello, e fanno bene.(…)”

Questo gioiellino di film è stato girato a Detroit. A Detroit negli anni ’80 ci giravano Robocop e Beverly Hills cop con Eddy Murphy. « Foley… dovevo immaginarlo che c’eri di mezzo tu. », vi ricorda qualcosa? A Detroit c’era finito pure Bardamu, il protagonista di Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. “La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”, ve la ricordate?

“Avete fatto una passeggiata. Nel tragitto siete stati fermati da una persona che vi chiedeva dei soldi. La persona non era insistente. Immaginate di rifare lo stesso tragitto. A fermarvi non è una persona sola ma, ad intermittenza, lo fanno in tre. In modo non insistente. Immaginate ancora di fare sempre lo stesso tragitto, che poi non è così lungo, e di aver incontrato 5 persone che a turno vi hanno chiesto aiuto e soldi. Questa volta, su 5, uno è insistente. Immaginate la degenerazione di tale fenomeno.”

Sfruttando le risorse idriche della regione dei grandi laghi, Detroit nella prima metà del novecento diventa la capitale mondiale dell’automobile. Qui si impiantano General Motors, Cadillac, Chrysler. Henry Ford nel 1904 inizia a realizzare la Model T. Nei primi anni Cinquanta è la quarta città per numero di abitanti degli Stati Uniti. Nel 1820 contava 1.422 abitanti, nel 1900 285.704, nel 1920 993.678, nel 1950 1. 849.568. Una crescita demografica impressionante innescata dall’arrivo in città di individui disparati di differenti nazionalità in cerca di un posto di lavoro e di un contratto sindacale della United Auto Workers.

“Uscite di casa e trovate gente che vi chiede dei soldi assillantemente, chi perché ha fame, chi perché ha il figlio malato, chi perché è rimasto senza casa. Quelli violenti e prepotenti cominciano ad incrementare numericamente. Aumenta il numero di quelli che vi puntano un coltello o un taglierino. Naturalmente sono dei delinquenti, sono cattivi, lo fanno perché non vogliono lavorare, non perché non abbiano opportunità lavorative o reali possibilità di comprarsi del cibo, vestiario o pagarsi un affitto. Lavoro ce n’è in abbondanza.”

In poco tempo si creò una middle class multietnica composta da immigrati europei, arabi, neri, in cui confluivano ingegneri, tecnici industriali, avvocati, medici. Detroit divenne la terza città più ricca d’America ed un floridissimo centro di vita culturale: patria della Motown, la casa discografica che fu la culla del rythm and blues e della musica soul, degli Mc5, di Bob Seger, degli The Stooges e di molti altri ancora.

“Ma siccome sono delinquenti e cattivi e voi siete persone perbene, sentite l’utilità e la necessità di starne alla larga. Se uscite di casa volete godervi la passeggiata e non essere continuamente assillati da morti di fame prepotenti che non vogliono lavorare. Puzzano. Sporcano”.

Nel luglio 1967 nella città del Michigan scoppia la più grande rivolta urbana della storia degli Stati Uniti, inferiore solamente ai disordini di New York, avvenuti durante la Guerra Civile Americana e alla rivolta di Los Angeles del 1992. Arrivarono i carri armati e l’esercito. 43 morti, 1189 feriti, 7200 arresti e 2000 edifici distrutti.

“La situazione con il passare dei mesi degenera. Non si può più vivere in tranquillità. Sempre più frequentemente avvengono aggressioni, taglieggiamenti, imboscate. Non sI riesce più a controllare il territorio e ad arginare tale degenerazione. Non c’è altra via se non allontanarli, creare un ‘muro’ e costruire una ‘zona’ dove sistemare questi soggetti che con voi non hanno niente a che spartire. Fate un duro lavoro. Quello che guadagnate giustamente lo spendete come e dove volete voi”.

Poi l’inversione di tendenza ed i primi segni di cedimento: i vent’anni della gestione del sindaco ‘motherfucker in charge’ Coleman Young; la lenta ed inesauribile crisi del settore dell’auto afflitto da sovrapproduzione cronica; la conseguente delocalizzazione produttiva; licenziamenti e crisi dei mutui con il crollo del valore delle case; la recessione 2008-2009.

“Quelli della ‘zona’, però, stupidi, senza dio patria e famiglia e delinquenti nell’animo, anche se non vogliono lavorare, vogliono soldi. Tra di loro non si possono estorcere niente se non la dissenteria e le pulci. Alcuni, i più violenti, bastardi e quelli più esasperati, decidono di voler superare la ‘zona’ e tornare dove ci sono quelli che guadagnano, che stanno bene, che hanno le cose che loro vorrebbero avere.”

Il 18 luglio 2013 la città dichiara fallimento. Con un debito che ammonta a circa 18 miliardi di dollari, il comune non ha più risorse per i servizi essenziali e di base. Il 40% delle luci della città non funziona. La risposta delle forze dell’ordine alle chiamate di emergenza arriva dopo 58 minuti. Solo un terzo delle ambulanze è operativo.

“Beh, se questi rompono il cazzo ancora, bisogna intervenire in qualche modo. Diventano sempre più numerosi e più disperati. Sporcano, assillano. Bisogna mandare la polizia ed intervenire con la forza. La forza diventa necessaria. Non la violenza, non l’abuso. La forza. L’uso della forza legittima. Sono dei delinquenti che non vogliono lavorare e vogliono prendere a scrocco cibo, case macchine e soldi. Anche se non sono come una nazione nemica e non hanno un esercito, sono ostili. In effetti si, di fatto sono un esercito nemico. Rappresentano un problema ed un pericolo sociale, disturbano l’ incolumità e la pacifica convivenza delle persone perbene”.

La popolazione passa dal picco di 1,8 milioni di abitanti a 700.000 unità, con 78.000 case abbandonate (un terzo della città). Già, vi ricordate gli articoli delle case in vendita a Detroit a 300/400 dollari di qualche tempo fa?

Ma non è finita qui.

“Non volete una guerra vera e propria. Un’operazione di polizia sarebbe più che sufficiente. Un’azione necessariamente armata, e sennò come si può fare. Le carceri sono piene. Fanno in qualche modo parte della popolazione del territorio in cui vivete, ma sono nemici perché pretendono con la violenza le vostre cose. Chi sono questi qua che con la prepotenza vi rompono il cazzo? Bisogna intervenire anche con la forza e con spietata repressione”.

Nella città del Michigan ci sono oltre 150 mila abitanti a cui è stato sospeso l’accesso all’acqua potabile in quanto non sono più in grado di pagare le loro fatture, per un debito totale che supera i 118 milioni di dollari. “Non vogliamo togliere l’acqua a nessuno, ma se non vengono saldate le bollette e’ nostro dovere interrompere il servizio, altrimenti saranno altre persone a pagare per gli insolventi, e questo non e’ giusto”, ha commentato Curtrise Garner, portavoce del Detroit Water and Sewerage Department (Dwsd). L’associazione Progetto Pianeta Blu ha inviato un appello all’Alto Commissario dei diritti umani dell’Onu perchè venga garantito loro un diritto inalienabile .

“La crisi fiscale dello stato è un dato di fatto ineludibile. Il deficit è ormai irrecuperabile. C’è chi se l’è comprato. Quando devi dei soldi a qualcuno, la tua autonomia finisce o perlomeno è alquanto limitata. Non puoi fare quello che vuoi. Lo stesso vale per lo Stato. Finisce l’epoca dell’autonomia delle politiche nazionali. E quindi per pagare quelli che ti hanno prestato i soldi devi fare le solite cose: taglio della spesa pubblica, l’aumento del carico fiscale. Sennò come li recuperi i soldi? C’è gente che aspetta di riavere indietro i soldi che ti ha prestato. Mica ti puoi ancora permettere quel livello di welfare che ci stava prima. E’ inevitabile che ampi settori della classe media impoveriscano.”

Per rimediare alla mancanza d’acqua fioriscono vari metodi informali di approvvigionamento: allacciamenti abusivi e vicini di casa che vendono rifornimenti a prezzi stracciati.

“Dal punto di vista politico vengono meno le tradizionali contrapposizioni parlamentari. Si incrementano i conflitti tra lobby e gruppi di potere vari. Cresce la corruzione. Aumentano la frammentazione sociale ed un irrazionale senso di appartenenza localistico ghettizzante. Crolla il consenso di massa verso gli esecutivi.”

Quartieri fantasma invasi dalle gang della droga, case sventrate e saccheggiate, un tasso di omicidi da guinness dei primati, per una città in ginocchio che prova ad uscire dalla crisi attraverso “l’agricoltura urbana”, trasformando i 200.000 lotti di terreno derelitti ed abbandonati in giardini ed orti a cielo aperto.

Ma parlando di Detroit in realtà in un batter di ciglia arriviamo a noi, dove sono 500 i comuni che rischiano il fallimento e che ‘convivono pericolosamente con la sindrome del default’.

Le misure fino ad oggi adottate hanno l’unico effetto di rimandare i problemi ingigantendoli. E’ come sedersi su una bomba ad orologeria senza sapere a che ora hanno fissato il timing per l’esplosione? No.

Il corso delle cose è obliqua ‘meraviglia’, somewhere.

Soundtrack1:’Motorcity is burning’, Mc5

Soundtrack2:’Black to comm’, Mc5

Soundtrack3:’End of the line’, Daft punk

 

Continuare a ignorare la puzza

in mondo by

A febbraio dell’anno di grazia 2005 Joseph Ratzinger, a quei tempi Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede (precedentemente “Sant’Uffizio” e ancora prima “Inquisizione”, tanto per dire) venne citato in giudizio in Texas per “intralcio alla giustizia” nell’ambito di un processo su tre casi di abusi su minori commessi dal seminarista colombiano Juan Carlos Patino-Arango.
Tuttavia, eletto al soglio pontificio il 19 aprile dello stesso anno, Ratzinger chiese di avvalersi dell’immunità diplomatica, in quanto capo di uno stato estero sovrano, per evitare di andare a deporre in tribunale: l’Amministrazione Bush acconsentì e il papa fu esonerato dal processo.
Orbene, io mi compiaccio del fatto che Bergoglio abbia annunciato di voler adoperare la proverbiale “tolleranza zero” contro i preti pedofili: ritengo, tuttavia, che tale intendimento sarebbe assai più credibile se fosse accompagnato dalla richiesta, da parte del dimissionario Ratzinger, di riaprire quel processo, e dalla sua disponibilità a recarsi spontaneamente in Texas per deporre e chiarire le cose una volta per tutte; anche se dovesse trattarsi, stanti le norme vigenti negli Stati Uniti d’America, di una richiesta meramente simbolica.
Anzi, per dirla tutta credo in mancanza di un gesto del genere la proclamata intenzione di “voltare pagina” sul fronte degli abusi sui minori da parte di esponenti del clero resterebbe sostanzialmente lettera morta: giacché quando un’organizzazione verticistica come Santa Romana Chiesa fa bella mostra di ignorare l’adagio secondo il quale il pesce puzza dalla testa, la sensazione è che in realtà intenda continuare, nonostante quanto va sbandierando in giro, a ignorare del tutto la puzza.
Saluti.

‘Osvaldo’ e la nottola di Minerva (un post ‘a cazzo di cane’)

in mondo by

Ci sono cose che non hanno la risonanza che si meritano. Ad es., a pochi è venuto in mente che il calciatore ‘italiano’ dell’anno  appena terminato con l’eliminazione dai mondiali, che si è preso più rivincite e soddisfazioni personali, sia Pablo Osvaldo.

Gioca due stagioni nella Roma, che lascia malamente e tra le polemiche.

Torna in Italia nella Juve, vince uno scudetto e nell’ultima partita di campionato, contro la Roma, espugna l’olimpico con un goal al 91esimo, ammutolendo tutto lo stadio.

Osvaldo non è tra i convocati di Prandelli che gli preferisce tre campioni e grandi personaggi che fanno gruppo e spogliatoio, come Insigne, Cassano e Balotelli, provenienti da una stagione di grandi successi nelle rispettive squadre di club (Milan, Napoli, Parma) #meritocrazia.
Per non farsi mancare niente l’italo-argentino posta un tweet abbastanza esplicativo

Osvaldo-tweet-Brasile-Croazia

Come dargli torto.

L’ignorare cose che potrebbero avere (dico potrebbero per non importunare la sensibilità di qualcuna/o caratterialmente/intimamente/intellettualmente rigido) maggiore risalto, non riguarda solo il mondo del Calcio.

Circa un mese fa usciva su CorriereEconomia un articolo di Paolo Ciocca, responsabile del Servizio Studi BNL – gruppo BNP Paribas su risparmio/debito/consumi delle famiglie italiote e sul conseguente avvitamento del sistema.

“In Italia, i consumi rappresentano circa il 60% dell’economia: 900 dei 1.500 miliardi di euro di beni e servizi prodotti dalle nostre imprese sono assorbiti dalla spesa delle famiglie. Lo sviluppo del Paese dipende, dunque, dalla crescita dei consumi. Ce lo dice la storia: negli anni precedenti la crisi, quando l’Italia cresceva, era la spesa delle famiglie a trainare l’economia. Tra il 1990 e il 2007, più della metà dell’aumento del Pil era il frutto dei maggiori consumi. La crisi ha, però, cambiato radicalmente la situazione. Da ormai tre anni, le famiglie riducono la spesa, rendendo complesso l’uscita dalla crisi.”(…)

“Nel 1990, ognuno di noi aveva in media a disposizione un reddito annuo pari a 9mila euro. Ne destinavamo 7mila ai consumi. Nel 2007, i consumi avevano superato i 15mila euro, crescendo molto più del reddito. In 17 anni, avevamo aumentato le quantità consumate di oltre un quinto, mentre il potere d’acquisto dei nostri redditi era cresciuto di solo l’8%. Cosa aveva permesso la quadratura tra un reddito stagnante e consumi in crescita? Semplicemente, avevamo ridotto il risparmio e contemporaneamente aumentato il debito.”(…)

Un avvitamento che ritroviamo poi sia a livello produttivo che globale. Il sistema economico è vittima di una contraddizione. Da un lato ha la necessita di produrre a minor costo le varie merci e contestualmente aumentare i propri mercati di sbocco, dall’altro il minimizzare i costi di produzione comporta una diminuzione dei salari e quindi un restringimento delle potenzialità di mercato. Come tampone momentaneo si è scelto di sviluppare un’economia del debito, consumare a debito, finanziarizzare quasi tutto, e sappiamo tutti come è finita.

Affidiamoci ad un estratto della trasmissione Protestantesimo (Amen)

In attesa che i consumatori occidentali vengano soppiantati dalle classi nascenti (?)medie consumatrici della Cina, dell’India &co, che dovranno per forza essere mercati di sbocco delle merci prodotte, il sistema produttivo non riesce più ad assorbire tutto ciò che produce. E si blocca.

Secondo lo studio World Protests 2006-2013 le 843 rivolte scoppiate nel mondo negli ultimi otto anni fanno del periodo storico che stiamo attraversando quello più agitato della storia. L’escalation globale delle rivolte descritta in esso è determinata dall’aumento della miseria, a cui le popolazioni si ribellano, non per ideologia, ma per conservare quanto raggiunto fino ad ora.

E’ possibile una crescita infinita in un sistema finito, intendendo come superamento dei limiti la tendenza del sistema a distruggere più di quanto non riesca a preservare?

Nessuno fece nulla’, dal diario di guerra “Indicazioni Stradali Sparse per Terra” di Nedzad Maksumic

Nel 2008 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) ha lanciato il ‘Minerva Research Initiative’, “un programma di ricerca che sta finanziando le università per modellizzare le dinamiche, i rischi ed i punti critici di disordini civili su larga scala in tutto il mondo, sotto la supervisione di varie agenzie militari statunitensi. Il programma è stato progettato per sviluppare immediati e a lungo termine “spunti rilevanti a scopi di combattimento” per alti funzionari e decision maker “della comunità politica della difesa”, e di informare la politica sviluppata da “comandi combattenti.”

‘Pentagon preparing for mass civil breakdown’, Nafeez Ahmed, TheGuardian

Tra i progetti maggiormente interessanti, per il periodo 2014-2017 c’è uno studio della Cornell University guidato dall’Ufficio della ricerca scientifica della US Air Force che mira a sviluppare un modello empirico “delle dinamiche delle mobilitazioni e dei contagi fra i movimenti”. Mentre l’anno scorso è stato finanziato il progetto per lo studio degli attivisti non violenti ‘Chi non diventa un terrorista, e perché?‘, che tende ad assimilare attivisti pacifici e sostenitori della violenza politica.

Le guerre sbloccano i sistemi e le situazioni avvitate? Se guerra dovrà essere, sarà ‘asimmetrica’ La guerra che verrà sarà una “guerra asimmetrica”, dove ‘il nemico’ è la popolazione civile. Quella degli altri paesi in primo luogo. Poi anche la propria.

La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.  Meglio tornare a parlare di ‘Osvaldo’.

 

Soundtrack1:’A tratti’, Csi

Soundtrack2:’Venus’, In Zaire

Soundtrack3:’Black pullet blues’, The cult of Dom Keller

Sfavillanti abiti da sera usati come cerotti

in mondo by

Che Camilla avesse avuto un aborto, non lo sapeva nessuno. Quanto siano stati gelidi, per lei, quei giorni di agosto, non lo avrebbe saputo nessuno. Forse solo quel silenzio da cella di isolamento che creava il suo sguardo, il suo stare immobile nei suoi pensieri, il suo viso fisso, le davano conforto.

Due sere prima la nostra partenza per Ibiza, tornando a casa, trovai Teresa con Camilla. Una volta entrato, le salutai. Camilla fece un brevissimo cenno con il capo, poi con un fare timido ed imbarazzato spostò lo sguardo dall’altra parte. Teresa mi si avvicinò senza nemmeno salutarmi e mi disse di andare a comprare delle cose che ci sarebbero servite per il viaggio. Mi fissò negli occhi qualche secondo in più. Era uno di quei messaggi ordinatori codificati che conoscevo benissimo. Quindi uscì.

Camilla l’aveva fatto. In quei giorni, delle persone che conosceva, in città non era rimasto nessuno. Tranne me e Teresa, che stavamo per partire, gli appartamenti si erano svuotati per le vacanze estive. Camilla l’aveva fatto. Ci era andata da sola. Ci era andata anche il giorno precedente, quello dell’appuntamento fissatole, ma prima l’avevano fatta aspettare e poi le avevano detto di tornare il giorno dopo. Come se fosse andata lì a ritirare qualche documento in un ufficio qualsiasi.’’Torni domani, il certificato ancora non e’ pronto ’’.

Quella sera Camilla dormì a casa nostra. Con Teresa guardarono un film in dvd. Io avevo preparato la cena, poi mi ero messo a studiare un po’ di spagnolo, spulciando uno di quei manuali di conversazione che si comprano prima di ogni viaggio, che li compri con la sicurezza di portare con te un angelo custode a tua esclusiva disposizione, che sta lì a portata di mano, per salvarti la vita in qualche situazione improbabile.

Quando la mattina mi svegliai sul divano, Camilla se ne era già andata. Teresa mi disse che si era addormentata presto e che l’aveva vista avvolta in un sonno profondo ma calmo. La mattina l’aveva trovata rilassata, con il viso più sereno. Aveva chiamato lo zio. Gli disse tutto e si fece venire a prendere. Teresa mi raccontava di essere rimasta colpita dalla calma dello zio di Camilla, dai suoi modi premurosi e garbati. Li aveva osservarti dalla finestra prima di partire in macchina.

La cosa che mi colpiva di Camilla, le poche volte che abbiamo chiacchierato insieme, era la sua gelida ed asciutta convinzione nelle tesi che sosteneva. Una verità senza sconti. Inappellabile. Nella sua convinzione di trasformazione della società, sosteneva che era necessario esportare nella coscienza e nell’azione di tutti gli sfruttati, il cinismo, la brutalità operativa delle classi ricche, la loro mancanza di scrupoli usata nel mantenere i propri privilegi o nel realizzare i loro obbiettivi. Da parte mia, pensavo che questo non sarebbe mai stato possibile. Atrofizzati da secoli di assoggettamento, una cosa simile non sarebbe mai potuta accadere. Quelli che Camilla chiamava sfruttati, erano degli individui strutturalmente incapaci ad autodisciplinarsi, non sarebbero mai riusciti a trovare un alto grado di coesione sociale tra loro. Mancando di ogni minima autostima, si sarebbero persi in una latente faciloneria e nell’inclinazione a subire un’infinità di soprusi ed ingiustizie. Sarebbero sempre stati battuti senza fatica.

Ho sempre pensato che, in fondo, a Camilla, non gli sia mai importato niente di trasformare la società o di realizzare tutte le cose di cui parlava. A lei forse interessava una velleitaria presa del potere per fare cose terribili, sanguinarie, per scaricare tutta quella rabbia che aveva dentro per non essere forse riuscita a trasformare se stessa. Tutta la rabbia per non essere riuscita a mettersi in discussione, a fare cose che avrebbe voluto fare ma che forse per pigrizia, o per una sua vergognosa e perdente autovalutazione, non era riuscita a fare. Quella sua militanza politica le occupava tutto il giorno, tutta la settimana. A volte pensavo che si fosse costruita un alibi, per legittimare questa sua insicurezza. Non abbiamo avuto più notizie di Camilla. Ho avuto notizie dalla società, che non si è trasformata affatto. Con interi palazzi che dentro si trasformano in obitori. Con laureati plurispecializzati che fanno volantinaggio pubblicizzando menu kebab/patatine/bibita a 5 euro, o pizze tonde a 3 euro e 50. E con sfavillanti abiti da sera che vengono ripetutamente usati come cerotti.

Soundtrack1:”In love with your worst side”, Iori’s Eyes feat. Aucan

Soundtrack2:”Distilled”, Blonde Redhead

Soundtrack3:”There there”, Radiohead

Soundtrack4:”Saturazione”, Starfuckers

Soundtrack5:”Winning”, The Sound

La Svolta Autoritaria (di quest’anno)

in mondo/politica by

C’e’ la Svolta Autoritaria e non so cosa mettermi.

E non e’ soltanto perche’ il tenore dei primi firmatari dell’appello di Ro-do-ta’, Zagrebelsky et al. tende invariabilmente a farmi chiedere se, nonostante le temperature qui siano ormai stabilmente superiori ai 18 gradi, io debba comunque indossare una giacca di tweed. Ma e’ proprio tutta l’impostazione, che non convince. Nonostante la “riforma” di Renzi sia tutto meno che apprezzabile, peraltro.

Dunque. Ro-do-ta’, come molti altri del suo giro, appartiene a un tipo di intellettuale molto tipico in Italia: possiede un misto di retorica illuminista (francese) e mentalita’ socialista (italiana), che mette insieme il culto astratto del bilanciamento dei poteri e la propaganda pratica per un ruolo molto interventista del governo. Nella sua testa le due cose non sono in contraddizione, perche’ immagina un governo che non e’ soltanto onnipresente: e’ sopratutto un governo la cui invadenza non e’ messa in discussione. Lo fosse – e in quasi tutti i paesi civili la Costituzione serve quasi soltanto a delimitare il raggio d’azione del potere esecutivo – tutto sarebbe molto meno ovvio. Potrei prendere qualche esempio pratico, ad esempio dal programma dettagliato della Lista Tsipras, che gode tra l’altro dell’endorsement del Nostro.

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Purtroppo, il programma della Lista Tsipras e’ vaghissimo e non aiuta. Potrei fare lo stronzo, e ricordare che l’appello l’ha firmato anche Grillo, uno che non soltanto sappiamo benissimo avere un’idea tutta sua dei checks and balances democratici, ma che ha in comune coi comunisti un programma che richiede un esecutivo praticamente incontrastato.

Ma in sostanza, come ben riassunto da altri, Rodota’ di giorno firma appelli per limitare l’esecutivo, e di notte sogna governi capaci di fare cose che, coi limiti che lui ha imposto di giorno, sono sostanzialmente impraticabili. Il che rende’ d’obbligo una domanda:  un Rodota’ presidente della Repubblica, un Grillo in maggioranza di Governo, uno Zagrebelsky alla Giustizia, lo firmerebbero quell’appello?

Perche’ io non sono tanto sicuro che la risposta sia si.

Un caro saluto a Costanzo Preve

in mondo by

Il 23 novembre scorso è scomparso a Torino il filosofo Costanzo Preve. Marxista irregolare, isolato e criticato dalla sinistra, ostracizzato dal ‘politicamente corretto’ ed ignorato dal mainstream mediatico, accusato di ‘rossobrunismo’ per aver sostenuto l’esplicito superamento del dualismo Destra/Sinistra ed aver intrapreso un dialogo con intellettuali di ambienti a lui lontani, come Alain de Benoist, è considerato uno dei pensatori di riferimento del comunitarismo. Il miglior modo per ricordarlo, oltre la lettura dei suoi libri, è segnalare che su youtube esistono suoi numerosissimi video su filosofia, geopolitica ed attualità italiana ed internazionale.
Riporto, facendoli miei, i versi di Franz Grillparzer che gli ha dedicato Diego Fusaro nel suo ricordo: “se il mio tempo mi vuole avversare, lo lascio fare tranquillamente. Io vengo da altri tempi, e in altri spero di andare”.

Soundtrack1: ‘Empty Space’, Roger Waters

http://www.youtube.com/watch?v=c0mGElz9ct8

 

Contessa siete voi

in mondo by

Premessa, che non so in quanti condivideranno: da quando esistono le democrazie parlamentari, la sinistra ha sempre stabilito la direzione. Anche prima dell’avvento dei partiti socialisti, quando la sinistra era liberale e la destra conservatrice. In ogni epoca, i santini identitari della destra sono comunque individui che si muovono nel solco valoriale stabilito dalla sinistra, sia nei suoi aspetti deteriori che in quelli sani.

Cio’ detto, mi permetto una considerazione. Non so quando sia iniziato, ma e’ ormai qualcosa di indubbio: a furia di  fare a pugni con la realta’, i progressisti si sono ormai trasformati in reazionari tout court. Ovviamente, poiche’ la destra si limita a inseguire timidamente, c’e’ poco da sperare che voltandosi dall’altra parte si trovino istanze contrarie – anzi, ci sara’ un’adesione pragmatica a un principio di realta’ stabilito da altri, su basi prettamente ideologiche.

Cosi’, non aspettatevi che alcuna destra italiana cambi le seguenti cose:

– la pretesa della sinistra italiana di far condurre allo Stato “l’unica guerra che puo’ vincere: quella contro i produttori di ricchezza” attraverso un prelievo fiscale imprevedibile, vessatorio, illimitato nel tempo e nell’ammontare;

– la progressiva adesione della sinistra italiana a teorie parascientifiche come giustificazione di comportamenti clientelari (versioni estremizzate delle teorie del riscaldamento globale usate per finanziare amici mafiosi coi pannelli);

– la sistematica, pervicace ed assolutamente errata convinzione che Hayek, qui ,  avesse torto, manifestata in richiami a ‘piani per lo sviluppo’, ‘piani di stimolo’, ‘progetti per il mezzogiorno’, e cosi’ via;

– il rifugiarsi in trappole psicologiche su passate eta’ dell’oro inesistenti come ragione per il rifiuto del progresso, sia in campo scientifico (no agli OGM, al nucleare, a qualsiasi cosa non sia la casetta del Mulino Bianco, che notoriamente va ad energia solare), sociale (quant’era chic essere contro la globalizzazione!), culturale (bisogna sussidiare la cultura che vale – ma quale sia lo decidono loro), e cosi’ via.

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– l’incapacita’ di confrontarsi con idee avverse su un piano democratico, invocando limitazioni della liberta’ di espressione per affermare “verita’”, siano in campo storico, sociale o politico;

Chi vuole cambiare questo stato di cose ha solo due alternative: una e’ fare la DC, e cioe’ appellarsi alla maggioranza silenziosa e quindi piegarsi quando passa la corrente, cercando di rimanere attaccati a terra per quanto possibile. Cosi’ ha fatto – come esempio migliore – Margaret Thatcher.

L’altra, che forse preferisco, e’ andare in casa loro e dire: “Contessa siete voi”. Considerando la bancarotta morale e intellettuale della classe dirigente di sinistra – non solo italiana – non mi sembra un’impresa impossibile, almeno dalla prospettiva della mia generazione. Il tempo c’e’.

Il FMI non salva nessuno

in mondo/società by

Tornerei sull’argomento di ieri per chiarire un equivoco secondo me lasciato in sospeso.

Qualcuno, in giro, sembra pensare che un’eventuale catastrofe – eventuale nel senso che non e’ ovvia, non e’ inevitabile, ma ormai del tutto probabile -, non sia “tutto sommato cosi’ male”.

Ci sono quelli convinti dei poteri magici dei vincoli esterni (che sono buona cosa, ma hanno limiti), quelli che credono alle virtu’ palingenetiche della distruzione totale, e in fondo anche quelli che hanno confuso il Fondo Monetario Internazionale per i Men in Black, o la trojka per una qualche forma di cavalieri del buon senso economico alla stregua dell’ “arrivano i nostri, e non faranno prigionieri”.

Mi permetto di dubitare. Questo per una serie di ragioni:

– anche qualora il governo italiano perdesse progressivamente quote di sovranita’ (sta gia’ accadendo, peraltro), non e’ detto che questo trasferimento generi potere di indirizzo altrove; Se il potere non e’ legittimato, col cazzo che fai riforme serie e incisive senza generare una guerra civile;

–  istituzioni come il FMI non hanno poteri magici, specialmente quando il problema del Paese in cui si trovano e’ una somma di illegalita’ diffusa e tollerata, ideologismo cretino, nepotismo, sprechi pubblici in funzione clientelare e corruzione. Un esempio magistrale di tutti questi elementi insieme, qui. ;

– quando il gioco si fa duro, i veri figli di puttana governano. E se governano, non e’ per il bene dei governati: specialmente quando il Governo inizia a dipendere dagli aiuti e non dalle tasse, i governanti cambiano “padrone”. E per i governati non e’ una bella notizia, dato che subiranno solo la parte peggiore e piu’ feconda di risultati di bilancio nel breve periodo tra tutte le richieste di chi elargisce gli aiuti.

Insomma, forse e’ piu’ utile fare un atto di responsabilita’ e pensare che tocca cavarcela da soli. Magari iniziando dalle piccole cose, tipo pretendere che Benedetta Cappon rinunci a quell’incarico, che l’okkupazione del Valle finisca domattina, e che l’assessore che l’ha nominata termini la sua carriera politica. Cose da Paese normale. Quello che dovremmo voler diventare.

 

valle-occupato

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