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Dacci oggi il nostro social quotidiano

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Pare che Zuckerberg stia per pubblicare un documento importante sulla sua visione futura riguardo all’azienda che ha creato. Sarebbe divertente se riconoscesse come l’internet e i social ci abbiano polarizzato e ghettizzato politicamente fino all’estremo (poi ogni fattore fa la sua parte, diventa sempre più facile anche spostarsi e scegliersi l’area geografica di elezione, almeno per alcuni). Insomma forse notizie false, propaganda, crisi del ceto medio sono spiegazioni che confortano a priori tutti quanti, perché hanno poco a che fare con le nostre azioni quotidiane che quasi per definizione non sono mai deplorabili (cit.). Molto meno rassicurante l’idea per cui questa libertà e connettività in realtà abbiano offerto a tutti l’illusione che non esista una società estesa con cui dialogare quando il modem casca per terra e va riattaccato al muro. Cioè, la fine degli stati nazione, le pippe mentali sul ritorno ai comuni, forse potremmo almeno fantasticarci sopra con un minimo di serietà.

Sarajevo, Arabia Saudita

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“Lots of arabic men. They come with their wives, many wives. I like to make jokes, so I tell them ‘You have only three wives? You’re not a good muslim. Look at me, I have ten, I have a wife in every village all around’. You see, it’s just a joke. I’m a muslim, a good muslim, but I only have one, and it’s enough”.

L’uomo è robusto, ha gli occhi chiari e una gran voglia di parlare. Siamo al museo del tunnel, in cui hanno aperto al pubblico pochi metri della galleria di quasi un chilometro scavata tra Sarajevo e i territori liberi nel ’93, durante l’assedio più lungo della storia moderna. L’ha scavato anche lui, dice, insieme agli altri soldati, ma adesso il governo ha tolto la gestione del museo ai reduci: gli hanno lasciato la gestione del parcheggio limitrofo, uno spiazzo di ghiaia dove lasci la macchina e te la riprendi a visita completata, per meno di cinquanta centesimi. Nient’altro, per chi ha fatto la guerra. Corruzione, dice. Forse criminalità.

Sta di fatto che sono tanti, gli “arabic men” nella Bosnia musulmana. E ancora di più, per una banale questione aritmetica legata alla poligamia, le “arabic women”. Arrivi a Sarajevo, lasci le valige in albergo, ti incammini verso la piazzetta del centro storico lungo le caotiche stradine in salita e quando la scena ti si apre davanti agli occhi ti pare di essere arrivato a Ryiad. Moltissime donne neppure velate, ma col niqab nero, quello che lascia scoperti solo gli occhi, i loro mariti, suocere e passeggini al seguito. Con ogni evidenza non sono abitanti del luogo, ma arabi. Sauditi, si direbbe, o giù di lì. Le stradine del centro brulicano quasi solo delle loro famigliole, che nel fresco del tardo pomeriggio fanno la spola tra le gioiellerie che vendono argento, i negozi alla moda, i piccoli cimiteri bianchi che spuntano dietro ogni angolo e le moschee: stradine nelle quali, non a caso, è diventato difficile trovare un bar che serva una rakija. Per quella bisogna allontanarsi un po’.

Anche durante la visita al tunnel ti accorgi di essere quasi l’unico occidentale. Insieme a te, nell’auletta con televisore in cui la ragazza bosniaca introduce il documentario sull’assedio, ci sono tre o quattro famigliole che a occhio e croce potrebbero venire dal Bahrein o dal Qatar. Sono tutti preparatissimi, anticipano continuamente il racconto intervenendo in un ottimo inglese, uno addirittura si alza e dichiara solennemente “my country helped You after the war”. Basta farsi un giretto per capire quanto la cosa sia vera. A Sarajevo non c’è un palazzo, una scuola una biblioteca ricostruiti su cui manchi la targa di ringraziamento per chi ha finanziato i lavori, e nove volte su dieci si tratta di un paesi del Golfo Persico. Nessuno escluso, neppure (occasionalmente) l’Iran: anche se è chiaro che si tratta di un fenomeno quasi esclusivamente sunnita (meglio, wahhabita), e di persiano in giro non ce n’è uno.

“They come because it’s cheap”, dice l’uomo del parcheggio, “they can stay here two or three months spending the money that in their country they spend in a week”. Ragione fondata, ma che evidentemente non è né l’unica, né la più importante. Prima di partire avevi già sentito le voci sugli sceicchi che pagherebbero gli uomini e le donne del posto per (rispettivamente) farsi crescere la barba lunga e portare il velo, per non parlare di quelle sui presunti campi di addestramento di Daesh nel sud della Bosnia, al confine col Montenegro; e avevi presente la storia dei mujahideen accorsi da tutto il mondo negli anni ’90 per difendere la roccaforte musulmana nel cuore del paese dai serbi a nord est e dai croati a sud ovest. Poi, passeggiando per Sarajevo (ma anche per Mostar), leggiucchiando qua e là approfittando del wifi negli alberghi, metti insieme i pezzi che ti mancavano, e quei pezzi compongono la parola denaro. Un fiume di denaro, a occhio e croce.

Denaro non soltanto erogato dai paesi del Golfo per la ricostruzione, ma oggi investito nella creazione e il rafforzamento di un legame identitario tra l’Islam salafita e quel fazzoletto di terra, a tratti sottile come uno spago, che è la Bosnia musulmana: progetti miliardari per la costruzione di resort, alberghi e case più o meno di lusso da destinare a turisti sauditi, del Bahrein, del Qatar, in un paese che sperimenta tassi di disoccupazione spaventosi e che continua a essere schiacciato tra serbo-bosniaci e bosniaco-croati, in mezzo a spinte nazionaliste che a occhio nudo, a vederle dal vivo, sembrano tutt’altro che sopite.

L’esito, almeno per chi si ritrova a guardare le cose per come si presentano e senza neppure fare troppi collegamenti, ha profili potenzialmente inquietanti: siamo di fronte al tentativo, magari in fase già avanzata, di costruire una roccaforte jihadista nel cuore dell’Europa? Chi finanzia il complesso intreccio di criminalità e nazionalismo (ne parleremo) che riaffiora nella vicina Serbia e nella parte serba della Bosnia? Quale nuovo equilibrio può nascere, o sta già nascendo, da queste forze contrapposte? E soprattutto, quanto fragile sarà quell’equilibrio, e che ruolo potrà giocare nella difficilissima situazione legata al fondamentalismo islamico che l’Europa sta affrontando?

Interrogativi che restano aperti, almeno per chi scrive: ma che probabilmente nei prossimi mesi diventerà decisivo approfondire.

Cinque talenti ingiustamente sottovalutati

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Quando si pensa alle arti vengono in mente i soliti noti: il recitare, il dipingere, il cantare. Si tende, dunque, a sottovalutare una quantità molto piu´ variegata di capacità umane, a cui spesso si deve dedicare altrettanta dedizione e fatica.

Di seguito 5 talenti ingiustamente sottovalutati: alcuni di essi si sono evoluti in vere e proprie competizioni, altri restano fedeli al filone dell’entertainment o dell’arte fine a se stessa.

1 Limbo Skating
Detto anche Roller Limbo, è uno sport che prevede che la persona in questione passi sotto al ben noto bastone del limbo, con i roller skates ai piedi. Per fare questo deve assumere una posizione inclinata in avanti e allargare le gambe a 180 gradi. Mi fa male solo pensarci.

Da due anni il record di Limbo Skating è nelle mani di Gagan Satish, un bambino di Bangalore che ad oggi ha 8 anni. Gagan, nel 2014 è stato in grado di passare sotto a 39 auto, in uno spazio di 12,7 cm, coprendo una distanza di circa 70 m.
Enjoy the ride!

 

2  Gara di rutti
Detta così, sembra una cosa banale da ragazzini delle medie. In effetti, le gare di rutti (ne esistono più di quanto si creda) di solito si limitano all’esecuzione di rutti standard prolungati nel tempo e ampliati nella potenza. Piuttosto noioso. Esistono però geni esecutivi anche in questo campo, in grado di recitare intere frasi, a volte anche articolate, ruttando.
Nel 1992 a Monferrato in Piemonte si svolse una di queste gare. Finaliste due ragazze, bocciuolini di rosa. La prima, la cui memoria andrà perduta nel tempo come lacrime nella pioggia (scusate mi sono lasciata trasportare dalla poesia), riuscì ad enunciare in un rutto solo “Ali Babà e i quaranta ladroni”. La lodevolissima prova non bastò a raggiungere l’agognata vittoria al momento in cui la seconda finalista, Alessandra, riuscì anche lei in un unico “suono” a bruciare l’avversaria con un “Ali Babà e i quaranta ladroni…con un rutto!”.

 

3 Sputo del nocciolo di ciliegia
Il piccolo comune di Celleno, in provincia di Viterbo, ospita da circa 10 anni l’annuale gara dello sputo del nocciolo di ciliegia. Le categorie partecipanti sono quelle di uomini, donne e bambini.Il vincitore riceve una coppia, come nei migliori tornei, e un cesto di ciliegie.

Il recondo di sputo è di 20,30 m ed è attualmente detenuto dal signor Mauro, mentre l’ultima edizione è stata vinta da Elisa, dolce madre di famiglia, con uno sputo di 10 metri. I rimbalsi del nocciolo sono ammessi.
La ciliegia si presta pero´ anche ad un altro talento, ben più elengante: fare il nodo al picciolo con la lingua. Non ne sono sicura ma credo che questa attività sia nata, o almeno abbia subito una impennata, nel momento in cui Audrey Horne appare in Twin Peaks e si esibisce nella scena della ciliegia.
Se ci provo a farlo io, sembro una mucca ruminante però.

 

4 Penis Portrait
Ultimamente alcuni uomini si sono resi conto che il pene è una perfetta superficie mobile  in grado di produrre quadri. Meno male, oltre le gambe c´è di più, verrebbe da dire! Effettivamente, se la lunghezza lo consente, questa tecnica permette un contatto estremamente diretto e fisico con la tela, senza nulla togliere al grado di difficoltà: l’inclinazione del corpo verso la tela, infatti, non si puo´ definire del tutto ideale all’ esecuzione.

Eppure i nostri eroi, incuranti delle difficoltà prospettiche, sguaiano la sciabola in favore della madre Arte.
Sono diversi i buontemponi che si dedicano a questa tecnica: Brent Ray Fraser, australiano, muscoloso, biondo (un cliché in pratica), Il celeberrimo Pricasso, inglese residente anch’egli in Australia, e la nostra terribile vesione italiana: Penelò, presentato al pubblico dal sempre prodigo Andrea Diprè.
Spezzando una lancia in loro difesa (solo la lancia) va detto che a volte il risultato non è affatto male.

5 Ping pong show
Di tutti i talenti del mondo, questo è sicuramente il mio preferito.
Il Ping pong show è in realtà noto a tutti quelli che sono stati in Thailandia. O, in alternativa, a tutti quelli che hanno visto “Priscilla, regina del deserto”
No, non è un torneo speciale di ping pong anche se le palle da ping pong svolgono un ruolo fondamentale.
Il ping pong show è uno spettacolo erotico in cui, avveneti (più o meno) signorine thailandesi si infilano nella vagina delle palline da ping pong, per poi spararle sul pubblico.
Questo nel più semplice dei casi. Altre variazioni sul tema prevedono il lancio di freccette per colpire palloncini, la fuoriuscita di pesciolini rossi, scrivere e stappare bottiglie di birra, il tutto, ladies and gentlemen, senza mani!
Il ping pong show è piuttosto inviso ai più, in quanto, in alcuni casi, presuppone un certo grado di avviamento alla prostituzione.
Questa però non è la norma: e´ probabile che in resort turistici conosciuti per il turismo sessuale come Pattaya e Patong, possano esserci dei casi di sfruttamento.  Ma per le thailandesi stesse, il ping pong show è considerato un lavoro assolutamente normale. E’ ben pagato, ma è estremamente faticoso (bisogna allenarLa di continuo, non so se rendo), per cui chi è benestante, e magari un po´ pigra, non necessariamente lo fa. Inoltre va detto che le donne thailandesi impazziscono per l’uomo europeo e per loro lavorare in un night club rappresenta una occasione per incontrarne diversi. Uomini ai quali probabilmente in Europa molte donne pur di non concedervisi, se la farebbero chiudere.
Al di là di quello che se ne pensi, io ho avuto il piacere di assistere a un ping pong show a Bangkok (non potevo resistere alla curiosita´), e ne sono rimasta assolutamente affascinata. Credo che non ci sia traduzione letterare al mondo più calzante del ping pong show al concetto di “potere della figa”.

Buon lunedi!

 

Panama Papers: la favola per liberisti e comunisti

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Chiunque sappia cosa siano, questi Panama Papers, è stato allo stesso tempo sommerso da una valanga di opinioni sul tema. Sono, tendenzialmente, due tesi:

  1. (maggioritaria, corrente “colpa del neoliberismo”): i paradisi fiscali sono criminali, chi mette i soldi nei paradisi fiscali è un furbetto, l’evasione fiscale è uno dei grandi problemi del nostro tempo, bisogna ridurre le garanzie e i diritti individuali pur di combattere questo fenomeno;
  2. (minoritaria, corrente “statoh ladroh”): citazione di Einaudi che magnifica gli esportatori di capitali come individui che fuggono dalle mani dello stato predatore, salvo riportarveli quando saranno migliorate le condizioni del Paese;

Gli aderenti a ciascuna delle due visioni hanno, in più, la graziosa caratteristica di considerare gli appartenenti all’altra più o meno come dei miserabili idioti. Eppure hanno torto. Entrambi.

È vero, le aree fiscalmente vantaggiose sono, in astratto, un vincolo molto utile per i governi più rapaci, perchè forniscono un’ancora di salvataggio a cittadini e imprese oppressi da un fisco predatore. Questo è vero per l’Irlanda o la Svizzera, ed è il motivo per cui gli appelli all’armonizzazione fiscale che vengono da certi soloni vanno rifiutati in blocco. D’altra parte, i paradisi fiscali rimasti non hanno niente a che vedere con paesi competitivi, a tassazione leggera, dove vivere o lavorare: a Panama, per esempio, non viveva nessuno. Portavano lì i loro soldi per lo più gli autocrati o i loro famigli, come anche chi deve a ragioni in parte criminali la sua ricchezza – cosa questo abbia a che vedere con la narrativa del gruppo 1, o del gruppo 2, è ad oggi non noto. Come una persona normale, anche molto benestante, possa trovare conveniente mettere lì i suoi soldi rimane, per lo più, un mistero.

Se i paradisi fiscali hanno una relazione con lo stato ladro, è che ne permettono la perpetuazione, diventando il rifugio di chi se ne avvantaggia – ma poi non vuole essere soggetto alle stesse regole. Parlarne con il moralismo della stampa italiana, che li usa per giustificare i metodi criminali di esazione dello Stato Italiano, da qualche lustro abituato a taglieggiare i contribuenti ben oltre il già esoso dovuto legale, grida vendetta e fa rabbia. D’altra parte parlarne in toni elogiativi come se potessero beneficiarne il barista a cui viene chiuso l’esercizio per uno scontrino, il piccolo imprenditore che subisce accertamenti per cifre inferiori al costo del ricorso, il cittadino che paga due volte la stessa tassa comunale o una multa non dovuta,  invita alla chiamata di una bella ambulanza.

In entrambi i casi, forse c’è un motivo se l’italiano medio che lavora versa quasi due terzi del suo reddito allo Stato: questa diffusione di narrative fantasiose, e conseguenti rimedi magici, per fatti che richiedono una più serena umiltà. Non finirà bene.

 

Quanti profughi stanno veramente scappando dall’Isis?

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Se il mito del profugo potenziale terrorista viene quotidianamente smentito dai fatti (gli attacchi in Europa degli ultimi mesi sono da attribuirsi a cittadini comunitari o a immigrati di seconda/terza generazione), l’idea di una stretta connessione tra l’azione militare dell’Isis in Medio Oriente e le recenti ondate di profughi nel nostro continente resiste tenacemente nei luoghi comuni mediatici.

La fuga dalla minaccia islamista viene spesso presentata come uno dei motivi principali di questo esodo epocale, una sorta di “attenuante” – legittima nelle intenzioni – a quella che da molti è percepita come una vera e propria invasione: “guardate che questi disgraziati stanno scappando dal nostro stesso avversario, quello che mette le bombe nelle città europee.” Il tipo-profugo costituirebbe, di conseguenza, una sorta di potenziale ma misconosciuto alleato nella guerra di civiltà che vede contrapporsi l’Occidente da un lato, e l’estremismo islamico incarnato dall’Isis/Daesh dall’altro. Il nemico del mio nemico è mio amico, insomma.

Sebbene io comprenda, e condivida, la necessità di spiegare le tragiche necessità che spingono un essere umano ad abbandonare paese natale casa e famiglia per imbarcarsi in imprese al limite della sopravvivenza, mi sembra tuttavia giusto sottolineare che l’affermazione di partenza secondo la quale il rifugiato medio sta scappando dall’Isis è, dati alla mano, semplicemente errata.

Guardiamo allora le statistiche dei rifugiati in Italia e in Europa degli ultimi due anni, con un occhio di riguardo per la componente siriana (indubbiamente quella più implicata nel discorso Isis).

Nel 2014 in Italia è arrivato un numero decisamente impressionante di Siriani, circa 40.000, poco meno di un quarto dei 170.000 extracomunitari in fuga giunti nel nostro paese. D’altronde, a livello continentale, i Siriani rappresentavano il 20% dei 625.000 profughi circa arrivati in Europa, più del doppio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per quanto riguarda il nostro paese, quasi la metà delle richieste d’asilo in quell’anno proveniva dall’area sub-sahariana, in particolare Nigeria, Gambia e Mali (44%).

Nel 2015, il numero di rifugiati in Italia è diminuito di poco (153.842), di cui la maggior parte (circa il 40%) provenivano da Eritrea e Nigeria. I Siriani costituiscono solo il 5% dei profughi (7.444), gruppo minoritario persino rispetto a Somali (12.176), Sudanesi (8.809) e Gambiani (8.123). A livello europeo, una fetta consistente di profughi arriva dal Medio Oriente (Siria in primis), ma vi sono anche nazioni “insospettabili” che hanno largamente contribuito al flusso migratorio: tra queste Kosovo e Albania, con 60.000 unità circa ciascuno su poco più di un milione di rifugiati (quindi il 10-11% del totale). Al calderone multietnico che si sta riversando nel Vecchio Continente vanno poi aggiunti Afghani, Iraniani, Pakistani, Tunisini, Senegalesi, ecc.

L’Africa nera è dunque al cuore del problema rifugiati, perlomeno per quanto riguarda l’Italia. La situazione in paesi come Mali, Somalia e Nigeria non è di certo semplice, e la responsabilità è anche in parte da attribuirsi alla violenza di alcuni gruppi islamisti radicali che si sono affermati negli ultimi anni in buona parte del continente – ad esempio, il famoso gruppo jihadista nigeriano Boko Haram (quello che rapisce le ragazzine, per intenderci). Ciononostante, i fattori che spingono i subsahariani ad abbandonare le loro case sono molteplici, tra cui la componente economica: in Gambia, la fragilissima economia (ulteriormente messa in crisi dal crollo del turismo causa virus Ebola) si regge in buona parte dai soldi inviati a casa dagli emigrati. Inutile dire che, in casi come questo, le bombe dell’Isis non c’entrano niente.

Diverso ma non meno complesso il discorso in Medio Oriente. Daesh, allo stato attuale, controlla una fascia piuttosto ampia della Siria settentrionale orientale e dell’Iraq centrale – nonché alcune roccaforti costiere in Libia. Il territorio del Califfato islamico non comprende invece grandi e medie città come Homs, Latakia, Tartus, Damasco e Aleppo, dove i guerriglieri dell’Isis non ha messo mai piede. Lo scontro nell’occidente e nel sud della Siria riguarda le truppe pro-Assad coadiuvate dall’esercito russo da un lato, e ribelli di varie fazioni e gruppi etnici dall’altro (più o meno appoggiate dalle forze occidentali). In poche parole, la crisi umanitaria che ha travolto la Siria, conseguenza di uno stato di guerra che dura ormai da cinque anni, coinvolge anche quella parte di popolazione che non è stata vittima – perlomeno direttamente – dell’Isis: è quindi lecito pensare che, sebbene al momento sia difficile avere delle cifre attendibili, parte dei rifugiati arrivati in Europa non siano scappati dalle grinfie del Califfato, ma piuttosto dalla violenza degli scontri fra sostenitori e oppositori del regime di Assad. I numeri dei morti civili sembra confermare questa ipotesi: sono quasi 19.000 le vittime dei bombardamenti aerei del governo ufficiale, a cui vanno aggiunti i morti per arma da fuoco (28.000 circa) o per colpi d’artiglieria (26.000). Senza contare ovviamente le centinaia di migliaia di persone all’interno di città sotto assedio che rischiano di morire di fame o disidratazione.

In sostanza, del totale dei rifugiati arrivati in Europa e in particolare in Italia negli ultimi due anni solo una minoranza difficilmente quantificabile (ma non preponderante) sta scappando dall’estremismo islamico. Questo certo non significa che tutti gli altri rifugiati siano potenziali terroristi o estremisti, ma risulterà nondimeno difficile trovare, nell’ideale lotta contro l’Isis, un nucleo compatto di “alleati” all’interno di una massa di persone spinte a emigrare dalle più disparate ragioni economiche e geopolitiche.

Chiaramente, la strada più auspicabile rimane quella del dialogo e del confronto interculturale, in una prospettiva di coesistenza possibilmente pacifica con masse di esseri umani destinate, che ci piaccia o no, a cambiare per sempre il volto del nostro continente.

Ma, per iniziare questo dialogo, bisogna innanzitutto capire da dove proviene il nostro interlocutore.

FONTI:

UNHCR, Limesgiornalettismo.com, west-info.eu, today.it, corrieredellemigrazioni.it, Cir-Onlussmartweek.it, integrazionemigranti.gov.it, europinione.it, greenreport.it, huffingtonpost.itbbc.com, theguardian.com

Noi e i profughi, legati a filo doppio

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Il triangolo, in linea di massima, mi pare questo: c’è Isis (o Daesh, per meglio dire) da una parte, ci siamo noi dall’altra e c’è nel mezzo una massa traboccante di profughi; ai quali ultimi viene non di rado attribuito un ruolo sul quale mi pare necessario spendere due parole, se non altro per evitare il cortocircuito cui ci tocca assistere sempre più spesso nel miserabile dibattito pubblico che abbiamo davanti agli occhi.

Un fatto, tanto per cominciare, mi pare più sicuro degli altri: quei profughi, o perlomeno la stragrande maggioranza di loro, stanno fuggendo dagli stessi fondamentalisti che mettono bombe in mezza Europa: il che, in linea di principio, dovrebbe caratterizzare noi e loro, noi europei e quella massa di disgraziati, come soggetti che hanno in comune se non altro il nemico.

Questo, naturalmente, in sé e per sé dice poco: se è vero, com’è vero, che avere lo stesso avversario non implica automaticamente la disponibilità immediata di strumenti per combatterlo insieme.
Senonché colpisce, e colpisce molto, non tanto il fatto che questa comunanza non si traduca in una strategia comune (cosa che date le circostanze sarebbe sorprendente), quanto dover constatare come essa finisca per diventare, apparentemente, un ulteriore, e inquietante, elemento di divisione: al punto da indurre un ragazzino in fuga dai suoi aguzzini a chiederci scusa, mediante apposito cartello, per le devastazioni che quegli stessi aguzzini stanno compiendo nelle nostre città.

Non aiutano, in questo contesto, le recenti decisioni europee sull’accoglienza ai rifugiati, che in buona sostanza consistono nel lavarsi le mani della questione appaltandola alla Turchia: non soltanto perché, com’è evidente a chiunque, costituiscono una retromarcia di portata epocale sul fronte dei principi fondanti dell’Unione, e oserei dire della nostra civiltà; ma soprattutto perché finiscono per portare definitivamente a compimento quel cortocircuito, che invece a questo punto (un punto di quasi non ritorno) sarebbe cruciale scongiurare.

Non voglio addentrarmi nel livello tattico del problema, mettendomi a discettare su quanto, e in che modo, la dismissione di fatto dell’accoglienza ai rifugiati possa alimentare un generico sentimento anti-occidentale, ingrossando in tal modo le fila del terrorismo: si tratta di un’analisi scivolosa, controversa e tutto sommato marginale rispetto al cuore della questione.

Il punto, mi pare, è che siamo in guerra, come qualcuno continua a ripeterci credendo chissà perché che la circostanza non ci sia ormai chiarissima: ed è evidente, senza neppure scomodare Sun Tsu, che per vincere le guerre occorre da un lato valorizzare al massimo le armi di cui si dispone, e dall’altro evitare, per quanto possibile, di combattere sul terreno scelto dal nemico.
Ebbene, non credo che la nostra civiltà disponga di armi diverse rispetto a quelle che le hanno consentito, nei secoli, di diventare un modello vincente: quella armi si chiamano libertà e stato di diritto. Dei quali, sarà bene precisarlo, l’accoglienza ai profughi non è che un corollario, una conseguenza, una declinazione.

Deporre quelle armi e decidere di scimmiottare i nostri nemici sul terreno del loro fondamentalismo, della loro attitudine ad imporre i propri principi con la forza, della loro propensione alla chiusura e all’esclusione, non è soltanto una scelta drammatica sul piano etico: ma anche, e direi soprattutto, un’idea strategicamente suicida; perché si tratta, molto semplicemente, di un terreno sul quale loro sono infinitamente più forti di noi.

Disinnescare quel cortocircuito, nel quale il nemico comune finisce per creare conflitto anziché produrre coesione, diventa quindi una questione di vita o di morte: perché, che ci piaccia o no, credo che la sopravvivenza di quei profughi e la nostra siano legate tra loro a filo doppio.
Prima ne prendiamo atto, meglio è per tutti.

Una CIA europea non impedirebbe i fallimenti d’intelligence

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Attentati accuratamente organizzati, eseguiti con operatività sincronizzata e col supporto di una rete terroristica ormai sedimentata e costantemente attiva, che individua e attacca obiettivi notoriamente sensibili e già monitorati. Non l’opera imprevedibile di un folle, né l’atto di ritorsione improvviso all’arresto di Salah, ma un’operazione terroristica studiata a tavolino e condotta con dovizia e attenzione: questo è stato Bruxelles, come Parigi e altri attentati in Europa ancora prima. C’è dunque da registrare, a malincuore, quello che sostanzialmente è l’ennesimo fallimento di una rete d’intelligence comunque inefficace a contenere questi attacchi – a fronte di una notevole pervasività dei controlli, sia fisici che telematici.

Posto che i fallimenti d’intelligence sono invariabilmente qualcosa di connaturato all’attività d’intelligence stessa, in questo caso, parte dell’incapacità di prevedere gli attacchi è attribuibile alla particolare struttura delle forze di polizia belga, che sono organizzate in distretti autonomi e scarsamente interconnessi. La conseguenza è uno scambio d’informazioni difficoltoso che si riflette in un’inefficienza strutturale dell’intera rete. Mutatis mutandis, questa è in effetti la stessa accusa che si sente muovere da più parti ai comparti d’intelligence europei: il livello d’integrazione, la qualità e la velocità delle informazioni scambiate e gli stessi rapporti tra agenzie non sarebbero sufficientemente fluidi da permettere un contrasto effettivo al terrorismo. Da qui, la necessità secondo alcuni di costituire un’agenzia di sicurezza europea. Questa, con buona evidenza, non sembra essere un’idea felice: i vari servizi hanno già numerosi punti di raccordo (la NATO su tutti), e molti organi esistono attualmente a livello europeo, come l’Europol, l’Intcen, un comparto antiterrorismo dell’UE, solo per citarne alcuni. Aggiungere burocrazia e struttura ulteriore rischierebbe d’ingolfare una macchina già sufficientemente complicata, e certo non migliorerebbe la circolazione delle informazioni. Ci si troverebbe a dover affrontare, poi, un serio problema di controllo e indirizzo delle attività di questa sorta di super-agenzia comunitaria: le istituzioni politiche europee non sembrano essere sufficientemente solide da permettersi un controllo integrato sicuro e stabile su questo terreno. Infine, un’agenzia del genere si andrebbe a sovrapporre a quelle già esistenti, e nella sua organizzazione necessariamente territoriale (un tedesco andrebbe a investigare sulle cellule islamiche a Milano?) si troverebbe in conflitto con queste ultime. Il rischio è quello di una lotta intestina per il controllo delle attività, che andrebbero necessariamente ad essere investite dalla somma degli interessi nazionali.

Ciò detto, naturalmente l’augurio è quello di un’integrazione sempre maggiore e della creazione di un sistema di incentivi solido verso la cooperazione, senza ulteriori appesantimenti strutturali di cui c’è tutto tranne che bisogno. La strada da seguire è quella di un rafforzamento delle agenzie e dei comparti di sicurezza nazionali, cercando di colmare le inefficienze e di livellare verso l’alto le attività che hanno un affaccio comunitario: a questo livello di libertà di circolazione di merci, individui e capitale, mantenere anche solo singoli anelli deboli è un lusso che non ci possiamo più permettere, come i fatti odierni hanno tristemente testimoniato.

 

Un grazie a Nicolò Debenedetti per gli spunti, sempre utili.

Cosa cambia dopo Sanders e Trump

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Uno scambio di opinioni tra amici. Spoiler: nessuno è esattamente un fan di Trump o Sanders.

Carlo*: C’è qualcosa di tremendamente familiare nelle primarie presidenziali degli Stati Uniti. E c’è, più in generale, molto di familiare nel modo in cui molti americani, negli ultimi anni, hanno iniziato a guardare alla politica.

Ma la familiarità di cui parlo prescinde dal fatto che Trump ci ricordi, in tutto e per tutto, una storia che, nostro malgrado, viviamo senza soluzione di continuità dal 1994. E, allo stesso modo, prescinde dal fatto che il populismo delle proposte di policy di Sanders sia perfettamente sovrapponibile a quello di larga parte dei nostri partiti politici. Queste, banalmente, sono mere conseguenze. Ciò che rende queste primarie molto familiari è la percezione che molti americani comincino a guardare alle presidenziali, e più in generale, alla politica come ad un aspetto cruciale nel tentativo di migliorare la propria condizione.

La questione chiave è che molti di noi sono legittimamente ignoranti rispetto a questioni politiche e soluzioni di policy. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui abbiamo un lavoro che non ha nulla a che fare con aspetti di politica economica/monetaria o di filosofia morale/politica; abbiamo famiglie ed amici di cui prenderci cura e con cui spendere il nostro tempo libero, luoghi da esplorare, desideri da soddisfare, ecc. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui capire di queste questioni richiederebbe il sacrificio di tempo prezioso che preferiamo riservare ad altri aspetti fondamentali delle nostre vite.

In generale, ritengo ci siano due modi di essere ignoranti rispetto alle questioni politiche, e, a ciascuno corrisponde una attitudine diversa, che fino a poco tempo fa ha scandito le differenze tra la nostra politica (ma, ovviamente, non solo!) e quella americana. C’è un’ignoranza ‘scettica’ del potere politico, e un’ignoranza entusiasta. Per dare un’idea di questa grossolana semplificazione, pensate alle manifestazioni o alle occupazioni scolastiche negli anni del liceo nel tentativo di promuovere riforme dell’istruzione o di paralizzarne altre. Nel 99% dei casi nessuno aveva la benché minima idea di quale fosse l’oggetto della manifestazione. Eppure, c’erano i secchioni che approfittavano dei giorni di vacanza per ripassare tutto il ripassabile, e c’erano quelli che stavano in prima linea, con i megafoni, a raccontarci di massimi sistemi, di ineguaglianza piuttosto che di famiglia tradizionale (chi vi scrive, in tutta sincerità, era nel gruppo di quelli che andavano al McDonald per un cheesburger e una coca cola).

Sarebbe sbagliato liquidare la differenza tra secchioni e manifestanti come quella tra volenterosi e pigri. Del resto, organizzare o partecipare ad una manifestazione, gestire un’occupazione, investire tempo in una campagna elettorale, non sono attività prive di costi. Spesso e volentieri sono incredibilmente più onerose di un ripasso di 6 ore, e, soprattutto, infinitamente più stressanti (probabilmente è anche più formativo organizzare una manifestazione piuttosto che ripassare la struttura dell’aoristo forte). Sia il secchione che il manifestante vogliono migliorare la propria condizione. Spesso e volentieri vogliono altre cose, molto simili: un ambiente che garantisca delle opportunità a coloro che lo meritano, che crei le condizioni per la prosperità, che migliori le condizioni dei meno abbienti, che favorisca la mobilità sociale. Ciò che li distingue, spesso e volentieri, è il modo diverso con cui guardano al trade-off tra impegnarsi nella sfera privata e impegnarsi nel tentativo di chiedere alla politica di promuovere le condizioni che ci permettono di migliorare.

Non è una differenza da poco perché implica due diverse attitudini nei confronti della politica: una scettica, l’altra entusiasta. I primi credono che le condizioni per la cooperazione sociale e per il benessere derivino in larga parte dall’impegno che ciascuno mette nel proprio quotidiano, nelle piccole cose caratterizzano le nostre vite, nel prodigarsi personalmente per la propria comunità; i secondi, ritengono che cooperazione e benessere siano ottenibili solo attraverso istituzioni formali come leggi, riforme e diritti. I primi sono scettici nei confronti della politica, i secondi ne sono entusiasti.

Liquidare la differenza tra scettici ed entusiasti come quella tra egoisti ed altruisti è drammaticamente sbagliato. Egoisti ed altruisti si trovano in misura più o meno eguale sia tra i primi che tra i secondi. Ci sono scettici che non spenderebbero un solo minuto del loro tempo nel prodigarsi per la propria comunità e entusiasti che sfruttano la politica per ragioni meramente personali. L’attitudine scettica è ciò che ha contraddistinto gli Stati Uniti per moltissimo tempo, quella entusiasta contraddistingue noi. La prima ha reso gli Stati Uniti un paese tendenzialmente ricco e progressista, la seconda ha reso l’Italia un paese iper-burocratizzato, pieno di rendite di posizione, con classi di reddito cristallizzate e con l’amara e assurda convinzione da parte di molti che domandare sempre più politica sia un gioco a somma positiva.

Questa differenza sembra assottigliarsi sempre più. Molti americani sembrano sempre più guardare alla politica come alla soluzione dei loro problemi. E questo indifferentemente dalla preferenza per Trump o Sanders. E indifferentemente rispetto a quanta ineguaglianza riteniamo debba essere permessa all’interno dell’ordine sociale in cui viviamo.

 

 

Luca: Io sono abbastanza d’accordo con le premesse e l’impostazione generale, ma credo che Trump e Sanders rappresentino aspetti molto differenti della dinamica politica americana. La vedo grossomodo così. Ci sono due dinamiche in corso, molto profonde, e che vengono da molto lontano. Una dinamica è strutturale. Alcuni gruppi sociali, per lo più white middle class, hanno perso sicurezze economiche: ci sono dei perdenti nella grande trasformazione della società americana per effetto della globalizzazione, della terziarizzazione e della disintermediazione. Questi non hanno avuto alcun tipo di compensazione e, cosa ancora peggiore, vedono nell’aumentare dei costi per acquisire le competenze necessarie un ulteriore ostacolo al raggiungimento della stabilità e della serenità.

Per di più, hanno perso sicurezze personali, e questo è un fenomeno che ha radici che nelle cause del white flight, perduranti fino allo spopolamento di città come Detroit o Baltimora. Per alcuni le cause di questi fenomeni è il mercato, la Cina, l’immigrazione e l’inferiorità dei neri: sono argomenti stupidi? Forse, ma in democrazia votano sia gli stupidi che gli intelligenti – e non è detto che le opinioni stupide siano un parto degli appartenenti alla seconda categoria.

La seconda dinamica, invece, è culturale – ed è l’emergenza di quella che Robert Hughes quasi trent’anni fa già chiamava culture of complaint, e che oggi è solita chiamarsi political correctness. È in parte dovuta alla difficoltà di elaborare un linguaggio che permettesse di parlare di tutti i problemi sopra citati senza sfociare immediatamente in un conflitto. Per il resto, però, la cultura del politically correct è il frutto di cose come la scomparsa di commentatori e intellettuali non progressisti dalla scena pubblica (per decenni prima del 1990, negli US si ascoltava con curiosità e rispetto, pur permanendo l’ostilità ideologica, gente eccellente in vari ambiti come Milton Friedman, Henry Kissinger, William Buckley, Saul Bellow) e la contemporanea emergenza di un gruppo relativamente compatto e omogeneo di personaggi popolari anche brillanti e di talento, ma portatori di una visione del mondo decisamente spostata a sinistra. Questa trasformazione è stata ancora più estrema nell’accademia; per farsene un’idea, vedere qui e qui . Il risultato è stato, fino ai casi-limite che abbiamo avuto modo di apprezzare, quello di far emergere un modo molto escludente di vedere il mondo, per lo più basato sulle idee dei bianchi benestanti e progressisti della costa Est. I quali, con un misto di sussiego e di mancanza di ironia, finiscono per catalogare qualsiasi atteggiamento, linguaggio, espressione o visione del mondo esterno a quell’insieme come appartenente a un becerume non degno di stare allo stesso livello di rispettabilità sociale.

Ora, e qui torno al problema di partenza, i fan di Trump e quelli di Sanders appartengono a due categorie differenti perchè SONO gruppi con ruoli diversi in questa storia: dietro Trump c’è parte di quell’America bianca “becera” e sconfitta dagli ultimi tempi, che dalla politica vorrebbe non una rivoluzione, ma una marcia indietro nel tempo. Vogliono ricacciare i messicani, tornare a un mondo senza Cina nel WTO, e in cui i russi sono i cattivi peró in un gioco in cui a dettare l’equilibrio ci sono solo loro e gli americani, buttare il bambino delle conquiste civili per minoranze, donne e gay insieme all’acqua sporca  del perbenismo politically correct che vieta i costumi perchè fanno “appropriazione culturale” , del femminismo cretino del “yes means yes”, e delle scemenze gender studies che stanno conquistando gli atenei con gente che, avendo poco altro da fare, farà una brillante carriera amministrativa. Non è difficile trovare, in giro, testimonianze di episodi in cui i sostenitori di Trump vengono umiliati e derisi – un fenomeno che in Italia è avvenuto coi sostenitori di Berlusconi, con risultati non proprio esaltanti.

Dietro Sanders, invece, è cresciuta parte di quell’america bianca “vincente” che effettivamente vuole quello che dici tu: sono lo zoccolo duro di quell’America progressista che vuole davvero rimodellare il mondo anche col linguaggio – e non a caso sono spesso bianchi benestanti e giovani. Chiedono, nei fatti, una socialdemocrazia europea in cui il governo ha poteri molto maggiori in economia, e i checks and balances possono essere messi da parte anche in circostanze non emergenziali se l’esecutivo decide che la materia è “eccezionale”. In questo Obama ha fatto da spartiacque, aggirando l’ostruzionismo repubblicano nelle camere con un numero spaventoso di ordini esecutivi, e accentrando sulla sua persona un potere decisionale, anche in politica estera, con pochi precedenti. I supporters di Sanders sono quelli di cui parlava Hayek: persone molto qualificate convinte che in una società ordinata secondo i loro princìpi, e non “disordinata” secondo il mercato, ci sarebbe più spazio per il merito – inteso in un senso più burocratico/scolastico che accademico.

Sono entrambi, e su questo ti dò ragione, movimenti sostanzialmente rivoluzionari per una società “conservatrice” come quella americana.  Come tali, sono sia incompatibili tra loro che incapaci di giungere ad alcun compromesso con l’esistente. La vera differenza, nel lungo periodo, la fa la visione. Trump rappresenta una frustrazione e una rabbia con un programma rivolto al passato – se dovesse perdere, ed è molto probabile perchè contro di lui sembra coalizzarsi qualsiasi insieme rimanente di forze, lascerebbe una debole traccia per la rabbia che ha rappresentato, e un GOP in macerie che qualcuno avrà il compito di ricostruire. Sanders, invece, non ha bisogno di vincere a questo giro, e in fondo nemmeno lo vuole: il suo intento è quello di costituire un movimento di opinione stabile che influenzi nei prossimi decenni il partito Democratico. Questo è, ovviamente, molto pericoloso: anche perchè, a forza di far disegnare l’architettura istituzionale da gente come Sanders, se poi le elezioni le vince un Trump ci vuole poco a fregarsi per sempre.

 

 

 

* Carlo Cordasco è PhD candidate in Political Science all’Università di Sheffield. Attualmente si trova a Philadelphia, visiting scholar presso University of Pennsylvania.

LA SURFISTA AFGHANA (UNA STORIA ESTIVA PER L’INVERNO)

in mondo/sport by

Qualche anno fa ho vissuto per qualche mese a Fuerteventura, un’isola nell’arcipelago delle Canarie di cui non si può dire molto, se non che abbia l’aspetto di un deserto lunare e che sia di una noia mortale. E’ famosa però per i mondiali di kite e wind surf sulla costa orientale, e per le fantastiche onde della costa occidentale dove giornalmente si incontrano un sacco di surfisti. Boni e bravi. Come solo un surfista può essere.

Non potendo neanche io resistere al fascino di questo mondo, appena si è presentata l’occasione ho fatto un corso di surf. Purtroppo la mia unica esperienza da surfista non contiene un’ appassionata storia d’amore col figo di turno, ma una giornata di fine gennaio in mare, tra onde, tentativi di alzarsi sulla tavola e ricadute, nonchè una settimana intera di dolori muscolari indicibili.
Ne sono uscita vincitrice (moralmente) nel momento in cui sono riuscita a stare cinque secondi sulla tavola. Cinque secondi che mi hanno aperto la mente sul perchè il surf più che uno sport è una droga per chi lo pratica. L’adrenalina che ti da scivolare sull’acqua è inaspettata ed indimenticabile.
Ed e’ lo stesso pensiero che ha avuto Rosa quando è arrivata terza al campionato di surf.
Rosa Amu ha 31 anni, è afghana, è bella, intelligente, e sa ridere con ogni cellula del suo corpo. Figlia di rifugiati politici afghani, è cresciuta in Germania ed è una dottoressa. Ha recentemente sviluppato una passione per la danza del ventre e lo skate. Ma questa è un’altra storia. Prima di questo è stata surfista. Per circa quattro giorni.
La storia di come Rosa sia riuscita in questa impresa è improbabile ed ironica e proprio per questo affascinante. Ed inizia con suo fratello Afridum.
Afridum Amu ha studiato Legge a Berlino ma tramite una borsa di studio ha passato del tempo in Australia dove si è innamorato del surf e ha deciso che il fatto che in Afghanistan non ci fosse il mare, ma che in compenso fosse inondata di guerra, non rappresentava un motivo sufficiente per non dare vita ad una associazione di surf afghano.
Così nel 2012 nasce WRAA: Wave Riders Association of Afghanistan. La prima associazione surfisti della storia dell’Afghanistan. E 82esimo membro dell’Isa, International Surfing Association.
Un po’ come la squadra di bob jamaicana, Afridum e i suoi amici decidono che il WRAA rappresenta un’ottima opportunità per portare il surf in Afghanistan, allo scopo di creare un legame tra i giovani afghani e riportarli a quella che dovrebbe essere la normalità per dei ragazzi: fare sport e divertirsi. E allo stesso tempo dare al mondo un’immagine diversa del loro Paese, rispetto a quella che si è abituati a vedere.

Nel 2015 organizzano un crownfounding e grazie al ricavato riescono ad organizzare il primo campionato afghano di surf ad Ericeira, in Portogallo.
Per partecipare però ci sono alcune regole, tra le quali in numero minimo di partecipanti. Per la categoria uomini devono essere almeno sette, e fin li nessun problema. Per la categoria donne il numero richiesto è di quattro partecipanti. Afridum però ha solo due surfiste professioniste.
Ed è qui che entra in scena la nostra eroina Rosa. Impegnata inizialmente solo nell’organizzazione dell’evento, viene trascinata dal fratello nella squadra, insieme ad un’altra ragazza.
Rosa non è mai stata su una tavola da surf, e il massimo dello sport per lei negli ultimi anni  è stato andare a ballare nel week end a Berlino come tanti altri ragazzi. Ha tre giorni per prepararsi al campionato. Inizia dunque a esercitarsi. E riesce alla fine a stare sulla tavola per alcuni secondi, quei pochi secondi necessari a valerle il terzo posto.
Ed è così  Rosa, quasi senza volerlo, entra nella storia del suo Paese, semplicemente lasciandosi andare agli eventi e alla voglia di divertirsi.
A volte basta questo. Ed un pizzico di fortuna, che in questo caso costituisce la componente divertente della storia: la quarta surfista infatti, non sapeva neanche nuotare.

http://wordpress.wraa.net/

 

 

La marsigliese e il napoletano

in cinema/cultura/mondo/musica/sport/storia by

In condizioni normali Inghilterra-Francia, specie se giocata a Wembley, non è mai una partita banale, anche se è un’amichevole: ieri sera, tuttavia, della partita in se non fregava niente a nessuno (ha vinto l’Inghilterra due a zero, per la cronaca) perché il momento più alto della serata è avvenuto prima ancora che si iniziasse a giocare quando l’intero pubblico di Wembley, in commemorazione dei tragici eventi di Parigi, ha intonato La Marsigliese.

https://www.youtube.com/watch?v=7MLGTTMXsIU

Anche chi, come il sottoscritto, ha un livello di sopportazione della retorica estremamente limitato, non può non riconoscere la potenza di una tale scena. Dove molti inni nazionali sono una mera celebrazione dell’orgoglio, appunto, nazionale, La Marsigliese è da tempo assurta a espressione trasversale di libertà e rifiuto dell’oppressione. Con qualsiasi altro inno quella di ieri sera sarebbe risultata “solo” un’espressione di solidarietà ad una nazione colpita da una tragedia; la Marsigliese la trasforma in una dichiarazione di intenti. La sua potenza è tale da renderne istantaneamente iconico l’utilizzo, come avviene nella Scena (con la S maiuscola) del Film (con la F maiuscola).

Ora, voi penserete che la bellezza della scena risiede, oltre che nella splendida confezione (molti degli attori erano davvero rifugiati in fuga dai nazisti come mi suggerisce il mio Bogartista di fiducia), nella sua implausibilità: chi avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere di fronte ai nazisti? E il motivo per cui voi lo pensate è che non avete il piacere di conoscere il professor Renato Caccioppoli, pianista, matematico, e, occasionalmente, barbone. Quando non contribuiva a dimostrare uno dei teoremi chiave per lo studio delle equazioni differenziali o a gettare le basi per la soluzione del diciannovesimo problema di Hilbert (contribuendo indirettamente a far uscire di testa John Nash), Caccioppoli, tra l’altro nipote di Mikhail Bakunin, era impegnato a prendere per i fondelli il regime fascista. La sua trovata più fantasiosa fu in reazione ad una legge che proibiva agli uomini di andare in giro con cani di piccola taglia (in salvaguardia della virilità del maschio italico): se ne andò in giro per il centro di Napoli con un gallo al guinzaglio.

L’ironia gli venne, tuttavia, a mancare in occasione della visita di Hitler nel 1938: la sera prima dell’arrivo di Mussolini e Hitler a Napoli, Caccioppoli entra nella birreria Löwenbräu con la compagna e paga un sacco di soldi all’orchestra per suonare la Marsigliese di fronte ad un pubblico di gerarchi. Alla fine dell’esecuzione si alza, va al centro del locale e, rivolgendosi a tutti, fa in tempo a dire “Quello che avete sentito è l’inno di un paese libero, l’inno della libertà: la stessa libertà che in questo paese è soffocata e negata da Benito Mussolini, che con il suo alleato tedesco…” prima di venir riempito di manganellate e trascinato via a forza. La famiglia riesce a farlo internare anziché arrestare e, addirittura, a fargli ottenere un pianoforte nella clinica: e Renato Caccioppoli, ufficialmente pazzo, suona la Marsigliese in continuazione, prima da solo, poi con un coro di altri pazzi che la cantano con lui, alla faccia di Mussolini, di Hitler e di tutti i tiranni e gli assassini di questo mondo.

P.S. c’è un’altra scena nella storia del cinema che fa un uso eccellente della Marsigliese: provate a dire che non è una botta anche questa (si, nonostante il grugno di Stallone).

P.P.S. volevo accennare alla citazione dei Beatles in All You Need Is Love ma ve la risparmio per la prossima volta

P.P.P.S. qualche fonte

Parole in libertà

in mondo by

Grande bulimia di cordoglio e rabbia sui Social dopo l’ennesimo attentato terroristico che ha sconvolto la Francia e Parigi in particolare. Gente che non sa neanche cosa significhi “Stato Islamico” esprime livore contro i musulmani, altri si risvegliano da una granitica superficialità per elargire pietà per le vittime e le vite spezzate, preoccupazione per l’attacco contro i valori e la cultura occidentale.

Libero esce con il titolo Bastardi Islamici, gli altri giornali sottolineano le nazionalità siriane ed egiziane dei passaporti trovati accanto ai corpi degli attentatori. Il messaggio che passa per la maggiore è questo: i musulmani ci invadono, ci fanno gli attentati, ci uccidono, vogliono distruggere il nostro sistema culturale libero, democratico e pacifico, per instaurare il loro, medievale e sottosviluppato, con il sangue e gli attacchi kamikaze.

Pur ammettendo che possa essere così, detto ciò, ad oggi, chi sta veramente fronteggiando l’Isis? Con i fatti dico, sul campo, non con qualche raid aereo dimostrativo ed innocuo per beoti che guardano talk show impacchettati, non con le chiacchiere di qualche pupazzo leccaculo mediatico o con i dati statistici preparati da qualche agenzia pagata per far uscire appunto statistiche favorevoli a chi le ha commissionate. Lo aggredisce Obama? La Nato? Non mi pare proprio.

Lo Stato Islamico al momento lo combattono sul campo, seriamente, faccia a faccia,  oltre ai Curdi, l’esercito siriano di Assad (nostro nemico), Hezbollah (nostro nemico), forze di terra dell’Iran (nostro nemico), ciò che rimane del Free Syrian Army e l’esercito Iraqeno. Insomma, musulmani.

Quindi: i curdi combattono contro l’Isis, la Turchia (alleata Nato) combatte contro i curdi. Questi ultimi combattono anche contro Assad che combatte contro l’Isis e contro i ribelli siriani supportati dagli Usa, che a loro volta combattono contro Assad nemico dell’Isis. Poi contro l’Isis interviene Putin in difesa di Assad, bombardando anche i villaggi dei ribelli pro Usa e Nato. Alleati con il mondo occidentale minacciato dallo Stato Islamico, troviamo anche i Sauditi (nostri amici) e il Qatar (nostri amici), che supportano e finanziano, più o meno apertamente, il Califfato.

Detto ciò, al momento, quindi, la stragrande maggioranza degli assassinati e sgozzati dall’Isis sono musulmani, in Siria, in Iraq e Libia.

Solo due giorni fa, due esplosioni rivendicate dai fondamentalisti dello Stato Islamico, causate da quattro attentatori suicidi e  avvenute nella periferia sud di Beirut,  roccaforte del movimento sciita Hezbollah, hanno provocato più di 40 morti e circa 200 feriti. Ovviamente per queste morti nessun cordoglio di rilievo sui social o sui media nazionali ed europei.

Senza entrare, in questa occasione, nel merito geopolitico di una situazione molto complessa e confusa e riguardo al ruolo che lo Stato Islamico sta giocando in tutta questa faccenda che potrebbe tramutarsi in una Danzica al rallentatore, vorrei sottolineare e ricordare agli affranti e tristi indignados dei Social, che l’Isis ammazza soprattutto musulmani.

Sono quasi 50 anni che coabitiamo con atti di terrorismo fondamentalista. Basti ricordare solo gli ultimi sanguinosi attentati in Spagna (un treno fatto saltare con più di duecento morti), in Inghilterra (un assalto alla stazione Victoria e ad un bus), a Parigi  (assalto ad una stazione della metropolitana e strage di Charlie Hebdo). Atti di terrorismo che vengono dimenticati in fretta. Due settimane di facile e sterile indignazione per poi tornarsene avvolti nella routine dell’ovvio ed illusi dal torpore dell’anima e dell’intelligenza, per poi risvegliarsi di soprassalto al rumore di detonazioni sempre più vicine alle proprie case.

Ma questo è quello che accade.

Ed accadrà sempre in quanto abituati a pensare al proprio ombelico per poi gridare impauriti quando lo sentiamo in pericolo.

Soundtrack1:’Mistreated’, Rainbow

Soundtrack2:”I Saw You Shine’, Flipper

Soundtrack3:’Demoni e dei’, Contropotere

Latakia, Ivy Mike e il Casus Belli

in mondo by

 ” Accettando l’invito ad un incontro faccia a faccia che si terrà a breve, pubblico un altro contributo di

Arik il Rosso:

I cambiamenti fulminei delle condizioni geopolitiche di vaste aree del mondo hanno generato una instabilità negli equilibri geostrategici che si erano consolidati alla fine della “Guerra Fredda”, con la caduta dell’URSS ed il suo successivo salvataggio a suon di dollaroni!!! Tuttavia, in un mondo sempre più “globalizzato” e sempre più interconnesso, ove le condizioni di vita tendono ad un livellamento generale, i rapporti tra Stati cambiano repentinamente. In tal senso, si porti ad esempio come la querelle dell’annessione forzata della Crimea si sia rivelata controproducente all’ascesa della Russia, sia nei rapporti diplomatici e commerciali con l’UE, sia sul fronte dei mercati.

Il 14 luglio scorso a Vienna, USA, Cina, UE e Russia hanno sottoscritto un accordo con cui abolire le sanzioni all’Iran in cambio di una cessazione della ricerca nucleare a scopi militari: “Iran Deal”… Ovviamente Bibi, avendo pienamente ragione, non ha digerito affatto la cosa; sono ben note le intenzioni dell’Iran a riguardo dell’argomento!!! Washington si è rivelata troppo morbida, firmando un accordo ambiguo, che concede troppo spazio di manovra all’Iran per quanto concerne la ricerca nucleare per scopi civili, con sbocchi quasi certi nel campo militare al fine della creazione di un arsenale atomico.

In questa storia s’incunea perfettamente l’azione diplomatica israeliana, gestita con estrema maestria; frapponendosi tra l’unica superpotenza rimasta oggi, gli USA, fautori ad arte della recessione russa ( l’estrazione dell’Ural ha dei costi di gran lunga più elevati rispetto al WTI o allo Shale Oil americano, onde per cui se gli Usa immettono sul mercato cinque volte la domanda di petrolio, come hanno fatto, i prezzi a barile precipitano così in basso che i russi non riuscirebbero neanche a ripagarsi i costi di estrazione, come è successo) e la stessa Russia, ex superpotenza in campo militare ed economico, che non accetta di essere che un semplice elemento di disturbo nel panorama geopolitico mondiale, pur avendo un cospicuo magazzino di spent fuel da riprocessare e con cui ottenere plutonio a basso costo…

Indi per cui il generato “danno” nei confronti di Israele da parte degli USA, in quanto firmatari dell’Iran Deal, ha dato vita ad una compensazione nei confronti di IDF che si potrebbe esprimere sotto forma di elenco: nuovi F35, aerocisterne KC46 Pegasus, convertiplani V22 Osprey e ulteriori sistemi d’arma fin’ora mai esportati dagli Usa, vedi F22 Raptor.

Contemporaneamente, l’appoggio della Russia sotto forma di consulenza militare al governo laico siriano del presidente Assad, ha generato un ulteriore “danno” nei confronti di Gerusalemme; non ci si dimentichi che la Siria è ufficialmente in guerra con Israele, che la Russia è la nazione più vicina all’Iran del presidente Rouhani e che in Israele risiedano stabilmente diverse migliaia di cittadini russi con attività commerciali ben avviate… Siccome a casa mia chi “ Rompe” poi deve pagare e tenersi i cocci, i “ Danni” devono essere risarciti: da qui la decisione della Russia di “agire in Medio Oriente in maniera responsabile, per garantire la sicurezza dello Stato ebraico ed evitare di mettere in pericolo le forze russe dispiegate nella zona, in caso di interventi non necessari da parte delle forze di difesa israeliane”.

Dopo l’incontro con Putin, la delegazione israeliana composta da Bibi, dal comandante del Mossad e dal comandante delle IDF, non ha mancato di “Riferire con dovizia di dettagli all’amministrazione USA, perché i nostri legami con gli Stati Uniti sono di importanza straordinaria”… Come rifarsi l’intero arsenale “yankees” senza spendere un solo shekel e contemporaneamente sfruttare i “mugiki” come guardiani dei “vestaglioni”…

Come avevo anticipato in “Daesh, i Protocolli di Sion e l’arte di ingannare l’avversario”, ciò che è potrebbe non apparire e ciò che appare potrebbe non essere… Per quanto riguarda poi le B61-12 nel Palatinato, rimane un problema di virilità tra Goyim. Per me, adesso, è giunto il mese della meditazione e dell’ espiazione.

Arik il Rosso

L’incredibile storia del pellicano Petros (Una storia estiva per l’autunno)

in mondo by

Oggi dalle mie parti il tempo è uggioso. E quando il tempo è uggioso, alle volte, viene la malinconia. La malinconia del sole, del mar, e dell’ ultimo amore estivo, ad esempio.
Il mio amore estivo di quest’anno si chiama Petros. O meglio, si chiama “la storia di Petros”.
Ci siamo conosciuti a Mykonos, nelle isole Cicladi, io e “la storia di Petros”, ed è stato amore a prima vista.
Petros è dolce, presente, e rosa. Si, rosa, perchè Petros è un pellicano. O meglio IL Pellicano. E al pari di Dei, filosofi e guerrieri della terra greca, porta con se il suo mito.
Oggi, in questa giornata uggiosa, vi racconto l’incredibile storia di Petros. Una storia che non è una, ma molte.

Una fredda mattina del 1954 il capitano Charitopoulos trova sulla spiaggia un pellicano ferito. Stava probabilmente migrando da est verso la regione del Nilo (ah! queste migrazioni sono sempre un gran casino) quando si era imbattuto in una terribile tempesta. Impietosito, il buon uomo, decide di prendersene cura e rimetterlo in forma. Il volatile si salva e non lascia più Mykonos, dove viene accolto e coccolato dai suoi abitanti, che gli danno il nome di Petros.
I religiosi vedono nell’arrivo del Pellicano un segno di Dio, in quanto simbolo cristiano della crocifissione. Gli altri miconiani, che delle religione se ne fregano e preferiscono fumare e giocare a backgammon, lo ritengono un segno della Fortuna. E a quanto pare funziona. Con Petros iniziano ad arrivare a Mykonos i turisti, in quantità sempre maggiori, portando un po’ di soldi e la bella vita. Viene, inoltre, scoperto un giacimento di barite.
Tra gli abitanti di Mykonos, Theodoris Kyrantonis prende particolarmene a cuore Petros. I due diventano inseparabili. Theodoris è un po’ uno Zorba delle cicladi, ama ridere, bere e ballare. Aveva perso sei dei suoi dodici figli ma non gli era mancato amore da dare a Petros. Scatena quasi una guerra contro la vicina isola di Thinos, quando i suoi abitanti cercano con l’inganno di sottrarre Petros ai miconiani per farne la loro mascotte.
L’amicizia tra l’uomo e il pellicano continua ininterrotta fino al giorno precedente la pasqua del 1975. Quel triste giorno, Theodoris, seduto al bar a bere e ridere, scivola improvvisamente a terra e muore, accanto a Petros.
I miconiani raccontano che il povero Petros non si separò dalla bara di Theodoris fino a quando questa fu tumulata. Fu il figlio di Theodoris, Georgios, a continuare a prendersi cura di Petros.
Ufficialmente la storia di Petros termina, in pace, nel 1986, quando, orami vecchio, muore, lasciando un vuoto enorme negli abitanti di Mykonos. Per colmare questa tristezza, Jackie Kennedy- Onassis decide di regalare all´isola un nuovo Petros. A cui si aggiugono Irene, la pellicana donata dallo zoo di Amburgo, e Nikos, un terzo pellicano trovato anch’esso trovato ferito e rimesso in forze. I tre vengono spesso visti gironzolare intono alla taverna Nikos, al mercato del pesce vicino al porto, e nella zona della “piccola Venezia”.

Fine della storia, direte voi. Eh no, perchè come nei migliori miti greci, le leggende sul pellicano aggiungono strati di verità alla verità.
Impazzita per la storia di Petros sono partita alla ricerca dello stesso per i vicoli di Chora, la città di Mykonos, ed ho iniziato a interrogarne gli abitanti. I quali sembravano piuttosto restii a parlarne. La cosa mi ha insospettita. Ma, travestita da Sherlock Holmes in bikini, non mi sono data per vinta finchè non sono venuta a conoscenza di particolari scabrosi sul caro Petros.

A quanto pare la fine dell’animale fu tutt’altro che pacifica.
Le voci più insistenti parlano di Petros investito da una macchina, evento che ha creato una pesantissima onta per i miconiani e un grandissimo senso di vergogna per la sventura dell’animale tanto amato, e che ha dato vita a sua volta alla ilare, direi, leggenda secondo cui Petros ora vada in giro con una “guardia del corpo”.
Deve essere il lavoro più bello del mondo, fare la guardia del corpo a un pellicano, ho ovviamente pensato io, già impazzita all’idea di dare una svolta alla mia carriera.

Se non chè, questa versione non era abbastanza scabrosa per un finale VERAMENTE drammatico. E’ stato solo dopo divesi bicchieri di retzina e altrettanti shots di mastica che ho scoperto la verità. A fornirmela è stato il mio oste di fiducia, Anastasiou, che piu´ brillo di me, a voce bassissima, per non farsi sentire, mi dice solo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità: Petros, il primo e originale, è stato, cito letteralmente, “raped to death”, stuprato a morte, da un turista olandese ubriaco. Il quale, a quanto pare, ha poi ucciso anche due ragazze.

Cinque minuti di silenzio. Neanche i successivi shots di mastica possono cancellare lo shock per la triste fine del povero pellicano. E non ci sarà pellicano al mondo, che non mi ricorderà il mio ultimo amore estivo.

Io, Petros, (o Nikos o Irene), quello vivo e vegeto, non l’ho incontrato, ma la storia di Petros l’ho amata da subito, e certamente d’ora in poi  guarderò con enorme sospetto ai turisti olandesi.

The (eurosceptical) elephant in the room

in mondo by

Non riuscendo a trovare gloria in patria, la sinistra post-comunista italiana spesso vaga per l’Europa in cerca di gloria altrui. Così fu che si attaccarono a Zapatero in Spagna, a Hollande in Francia e a Tzipras in Grecia, rimendiando non poche delusioni. Ora il nuovo profeta pare essere tale Jeremy Corbyn, residuato bellico socialista favorevole a nazionalizzazioni, aumento delle tasse sui redditi più alti, abolizione delle tasse universitarie, etc, etc, etc. La passione per Corbyn si è poi ulteriormente accesa da quando l’odiatissimo Tony Blair  ha pubblicamente detto che una sua elezione a segretario del Labour sarebbe una sciagura immane che relegherebbe il Labour all’opposizione per anni.

Ma sulla luna di miele tra Corbyn (e in generale il Labour) e la sinistra post-comunista italiana si allunga l’ombra, come direbbero i sudditi di sua Maestà, di un “enorme elefante nella stanza”. L’elefante nello specifico si chiama euroscetticismo e a parte quei poveracci dei Lib Dem, nessun partito britannico pare esserne immune. Basti pensare che durante le elezioni europee del 2014, il Labour ha cortesemente chiesto al Signor Schulz di non farsi vedere nel Regno Unito per non fargli perdere voti a favore di UKIP. Ora pare che Corbyn “non escluda” di fare campagna per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I fan italici di Corbyn, quelli che vanno alle manifestazioni a Trafalgar Square contro l’uscita del Regno Unito dalla UE, sicuramente diranno che quella dichiarazione è una provocazione e che il Labour è interessato a cambiare l’Europa, non a distruggerla. Come se un vero leader europeo potesse paventare anche solo per un attimo l’uscita dall’Unione come farebbe un bambino quando non è d’accordo sulle regole di nascondino.

Io personalmente fatico a trovare un qualsiasi traccia di leadership europea all’interno del Labour, che è europeista solo nella testa dei suoi supporter d’Oltremanica.

Davide e Golia

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La conoscete tutti la storia di Davide e Golia, vero?

Davide è un piccoletto ebreo, un pastorello dagli incerti natali, che si offre di combattere il campione dell’esercito filisteo, Golia, un gigante armato di tutto punto temutissimo dai guerrieri di Israele. Sebbene i pronostici gli siano sfavorevoli, Davide non si fa vincere dalla paura e avanza deciso verso il gigante, mentre questi deride la stupidità di un ragazzino che si presenta mezzo nudo sul campo di battaglia; in mano il giovane pastore ha solo una frombola, e cinque pietre lisce raccolte da un torrente.  Lo scontro è tanto breve quanto sorprendete: approfittando dell’arroganza del gigante, al primo lancio Davide colpisce Golia alla fronte, che cade a terra incapace di rialzarsi. Sottratta la spada al nemico, il futuro re di Israele decapita il campione filisteo e pone fine alla guerra decretando così la vittoria degli Ebrei.

Diciamo la verità, delle motivazioni di Golia e dell’esercito filisteo non ci siamo mai troppo preoccupati. Si è sempre tifato Davide, per una culturalissima propensione per i perdenti: nella visione giudeo-cristiana del mondo, lo sfigato è destinato a prevalere sul potente di turno, se non in questa vita perlomeno nell’altra. Anzi, in termini etici il debole è sempre e comunque preferibile al forte: beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli, beati gli afflitti perché saranno consolati, eccetera eccetera. La nostra scelta a favore del pastorello armato di fionda, a discapito del soldato corazzato, è dettata più da una questione di principio, che da ragioni prettamente “razionali” (Davide era davvero così buono e Golia così cattivo? Chi era degno della vittoria, il regno di Israele o i Filistei? Chi ha cominciato la guerra? Chi aveva torto e chi ragione?).

Ecco dunque come molti di noi, ancora oggi, di fronte a certe immagini tendano a sbilanciarsi subito per una fazione piuttosto che un’altra – quella del debole (o presunto tale). Il video del soldato israeliano che se la prende col bambinetto palestinese dal braccio ingessato (colpevole, a quanto pare, di aver tirato delle pietre nel corso di una protesta contro certi insediamenti ebraici in Cisgiordania) muove subito le coscienze in una direzione ben precisa. Aggiungeteci poi le donne armate di borsetta che strepitano e urlano finché il soldato non molla la presa: sbatti le madre-coraggio in prima pagina e il gioco è fatto.

È una questione di stomaco, non c’è niente da fare. Si dirà in seguito che il video era tutta una montatura. Si dirà che il bambino aveva sicuramente provocato, e il soldato non poteva fare altro. Si accuserà la vigliaccheria dei padri palestinesi, che preferiscono mandare sul campo i propri figli invece di affrontare di persona i soldati nemici. Si ricorderanno i razzi di Hamas e le vittime di Israele. Si parlerà di Olocausto e di diritto a difendersi. Si invocherà la ragione e il buon senso, l’importanza della Storia e l’obiettività dei fatti.

Eppure, chissà perché, il pastorello che lancia sassi continuerà sempre a farci più simpatia.

Negri e leoni

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Per quanto condivida un sacco di passioni con Canimorti (nello specifico: le ragazzine thailandesi con il cazzo, le palline di cotone nell’ombelico, la discografia completa di Alan Sorrenti e gli spaghetti al ketchup), ho trovato abbastanza vuota e inutile la lettera del ragazzo zimbabwse – o zimbabwano? – che il nostro ha voluto tradurre sulle pagine canaglie di Libernazione.

Indubbiamente, la retorica nazi-animalista sulla caccia et similia ha superato da un bel po’ di tempo i limiti comunemente accettabili di sopportazione. I motivi d’altronde li conosciamo a memoria, non credo sia necessario ripeterli tutti: l’ipocrisia diffusa che vuole certe specie “privilegiate” rispetto ad altre, le prese di posizione estremiste e totalitarie, l’insistenza pedante su temi a volte persino frivoli, ecc.

Tuttavia, un altro tipo di retorica meno esuberante – ma decisamente più dannosa – prende piede ogni volta che si parla d’Africa o dei paesi del Terzo Mondo in genere. Un discorso creato ad hoc per ammutolire l’interlocutore, un sofismo metastatico finalizzato all’annientamento di qualsiasi argomentazione logica.

Parliamo ovviamente della retorica del “bambino-negro-che-muore-di-fame”.

Qualcuno ora mi spieghi, mannaggiacristo, che cazzo c’entrano il problema degli – cito la lettera – “esseri umani africani” con la polemica sul leone Cecil. No, sul serio, chiaritemela ‘sta cosa. È come se, parlando della caccia all’orso marsicano, qualcuno mi interrompesse con “E come la mettiamo coi terremotati dell’Aquila?”.

D’altronde, l’intera lettera abbonda di temi generici – ma dal sapore prettamente esotico – buttati lì alla cazzo di cane per stordire il lettore: la dieta dei leoni a base di carne umana, i tabù alimentari degli indigeni, i serpenti velenosi, i puma in via d’estinzione sulle montagne americane, il compleanno del presidente dello Zimbabwe, il buco nell’ozono, le meduse nell’Adriatico, mia madre che non sala abbastanza la pasta, e così via.

Uno stordimento accentuato dal senso di colpa che un tale tipo di retorica vuole instillare nel lettore, destinato a struggersi per gli africani che muoiono di fame, e noi a preoccuparci egoisticamente dei leoni, brutti e cattivi occidentali desensibilizzati da un benessere immeritato che non siamo altro.

Ma sai cosa ti dico, caro amico dello Zimbabwe? A me, dei bambini negri che muoiono di fame, frega persino meno dei leoni.

L’Europa muore, viva l’Europa

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«Immaginare che la vita economica di una vasta area che comprende molti popoli differenti possa essere diretta o pianificata attraverso una procedura democratica rivela una completa mancanza di consapevolezza dei problemi che una tale pianificazione farebbe sorgere» (F. A. Hayek:“La via della schiavitù”)

Mi permetto una lettura diversa dell’esito del referendum greco: gli elettori potevano scegliere, nonostante la consapevolezza delle conseguenze fosse attenuata dalla scarsa qualitá del dibattito, tra la sovranitá nella sofferenza, e la sovranitá limitata nella sofferenza limitata.

Hanno scelto la prima opzione, ritenendo di avere gli strumenti politici per riottenere la prosperitá. Personalmente non credo li abbiano, e penso che l’unico modo per la Grecia di ritornare al benessere del primo mondo sia essere invasa da un altro paese, financo la Turchia, e governata col pugno di ferro. Siccome il tempo di queste soluzioni è passato da quel dì, si fa quel che le èlite locali concedono – e sará poco. Ma questo è un dettaglio.

Quel che conta, con tutto il rispetto per gli amici greci, è l’ennesima occasione in cui un voto sull’integrazione europea restituisce un sonoro “statevene a casa” ai burocrati di Bruxelles, ai loro emissari tecnocrati, e alle èlite che ambiscono a creare un impero europeo che al momento poggia su fondamenta di carta. L’Europa politica non ha fallito, come dice la retorica di sinistra priva oggi di ogni contraltare concettuale, perché si è limitata alla voce della continenza fiscale invece di parlare anche con quella degli investimenti comuni, della mutualizzazione del debito, eccetera: tutte quelle voci, semmai, rischiano di accrescere il conflitto.

Il punto è molto semplice: politicizzare (i.e., statalizzare) una questione la rende conflittuale. L’Europa politica è stato un progetto grandioso quando si è trattato di abbattere barriere, aprire mercati, unificare regolamenti, promuovere – senza bisogno di programmi sponsorizzati dai governi e poverate come il parlamento europeo dei ggggiovani – una coscienza collettiva. È stato, invece, un disastro quando si è trattato di stabilire nuove regole comuni, politiche agricole ed economiche, politiche degli investimenti, eccetera. Perché dove si spende insieme, in un condominio di 27 membri, nessuna scelta sará razionale. Nessuna andrá bene a una maggioranza stabile. Nessuna scelta, alla fine, sarà presa per il benessere di lungo periodo della comunitá, al punto che 27 scelte scoordinate potrebbero risultare migliori per il benessere di tutti.

L’euro è stato un progetto ambizioso e politicamente criminale: gettare il cuore oltre l’ostacolo, lanciare l’amo politico prima che il mare fosse popolato di pesci. Si è detto: l’euro creerá, in una situazione di crisi, i vincoli necessari a una futura integrazione, forzerá i membri alla continenza fiscale, incentiverá i comportamenti virtuosi.

Com’è andata?

È andata che i greci, come gli irlandesi, i francesi e gli olandesi prima di loro, hanno mostrato il medio. Perchè in assenza di un mercato comune vero, in cui ciascuno misura le proprie opportunitá su scala sovranazionale, l’Europa è solo un gioco di burocrazie autoreferenziali che si fanno le seghe compiacendosi dell’abolizione del roaming. Mentre UBER non ha diritto di cittadinanza perchè tocca le lobbies locali. E  di europeo rimane solo il Parlamento Europeo dei Giovani. Coi miei soldi.

La Grecia, l’Europa e il gioco del pollo

in economia/mondo/politica by

Al di là delle questioni di merito (che lascio a gente ben più esperta di me in materia), quello che mi colpisce maggiormente di questa storia è che Grecia e (semplificando) Europa, invece di sedersi a un tavolo e cercare concretamente e responsabilmente una soluzione a questo casino, si siano messi a fare il gioco del pollo.

Cos’è il gioco del pollo? È questo qui sotto (minuto 2:35).

Perché, vi chiederete, di fronte ad uno snodo cruciale come quello a cui stiamo assistendo, i leader dei paesi coinvolti ci cimentano in quello che santa wikipedia martire ci spiega essere un passatempo da deficienti? Perché il loro scopo non è trovare la soluzione migliore al problema (la Grecia non ha i soldi ERGO se va per stracci l’Europa i suddetti soldi non li rivedrà mai) ma far contente le rispettive tifoserie che li dovranno votare alle prossime elezioni. Ed ecco quindi Tsipras che tira fuori un referendum con una settimana di preavviso (paventando le dimissioni in caso di esito negativo) per gettare in faccia alla Merkel* che ha dalla sua parte l’intero popolo greco (anche perché è stato eletto col 36%), e la troika insistere con le misure che già avevano fatto casino la volta precedente e ispirate, almeno in parte, su uno studio quantomeno controverso (ma che per altri paesi, tipo Irlanda e Portogallo, hanno effettivamente funzionato).

Il bello del gioco del pollo è che l’unico motivo razionale per giocarci è essere convinti che l’altro si farà più male di te nello schianto (specie se entrambi i contendenti si affidano alla teoria del pazzo). Ho quindi la netta impressione la vera scommessa in ballo sia su cosa succederà quando la Grecia uscirà dall’euro con Tsipras che spera, almeno nel medio periodo, di cavarsela non troppo male (cosa che distruggerà l’idea stessa di austerity visto che nessuno mangerà più la minestra potendo saltare agilmente dalla finestra) e la Merkel che tifa per uno scenario Maxmaddesco/Kenshiriano da usare come monito per il prossimo stronzo che proverà a fare il furbo.

Per riepilogare la stupidità della situazione osserviamo che

1) Tutti gli attori coinvolti ritengono assolutamente normale scommettere sulla pelle di undici milioni di tizi

2) Qualsiasi esito ci sia nella vicenda l’idea stessa di Europa è probabilmente defunta nella mente di tutti i suoi cittadini

3) È la terza volta in 150 anni che la Germania raggiunge l’apice della sua potenza e si prodiga per buttare tutto nel cesso: stavolta è forse la peggiore di tutte in quanto avrebbe concretamente potuto guidare l’Europa ad assumere un ruolo chiave nello scacchiere internazionale (scusate l’orribile espressione da bignami del giornalismo). Immaginate un’Europa forte e unita come interlocutore credibile verso la Russia in alternativa agli USA (anche lì un bel gioco del pollo) e ponte verso Africa e Medio Oriente. Cara signora Merkel, in vista della prossima volta assuma come spin doctor il Dr. Jack Shephard.

4) L’ho già detto ma vale la pena ripeterlo: se la Grecia va per stracci, i debiti NON LI PAGHERÀ MAI: per la cronaca buona parte di quei debiti sono nei confronti dell’Italia. E questo ci porta a

5) Renzi fa la figura del tizio che, non avendo studiato un cazzo, pensa che sputtanando il compagno di banco con la maestra si salvi il culo dall’interrogazione. Anche in una situazione di merda, riusciamo comunque a distinguerci alla grande.

*Si intenda “Merkel” come personificazione della Troika, e dei vari elettorati nordeuropei

Le frontiere sbarrate, l’Isis e la cecità suicida dei paesi “sviluppati”

in mondo by

Io, in estrema sintesi, la vedo così: da una parte del mondo c’è chi ha qualche soldo in tasca, una tetto sulla testa, due o tre cose commestibili da mettere nel piatto a pranzo e a cena, qualche indumento di cui vestirsi e un surplus per lo sciupo, più o meno consistente a seconda dei casi; dall’altra, invece, c’è chi semplicemente non ha niente.
Ora, tralasciando i motivi per cui i due gruppi si trovano rispettivamente nelle condizioni in cui si trovano (motivi su cui potremmo scannarci all’infinito senza cavare un ragno dal buco), una cosa mi pare pacifica al di là di ogni ragionevole dubbio: non è affatto sorprendente, anzi è decisamente prevedibile, che i componenti del secondo gruppo, quello che non ha di che vivere, cerchino disperatamente di avventurarsi nei territori del primo, nella speranza di trovare colà qualcuna delle cose che gli mancano laddove sono nati e tentare così di sopravvivere.
Questo, a meno di ricostruzioni avventurose, mi pare oggettivo.
A questo punto gli abitanti della prima parte del mondo, quella più agiata, sono di fronte a una scelta: ricacciare indietro le orde di diseredati che accorrono a frotte dalle loro parti, onde evitare di dividere con loro ciò che hanno, oppure accoglierli, rinunciando a parte del loro benessere per sfamarli, aiutarli, assisterli e via discorrendo.
Domanda: quali sono le conseguenze ipotizzabili per la prima delle due scelte, prescindendo dai motivi prettamente umanitari che potrebbero indurre qualcuno a preferire aprioristicamente la seconda?
La risposta mi pare scontata al limite dalla banalità: scacciare i disperati non può sortire altro effetto che aumentare ulteriormente la loro disperazione.
Se anche questo è oggettivo, come mi pare di poter affermare, e se è vero che l’istinto di sopravvivenza è il primo e la più potente dei motori che alimentano il comportamento degli esseri umani, si deve presumere che l’incremento globale della disperazione, così come succede a un corso d’acqua fermato da una diga, produca prima o poi una sorta di pressione progressivamente crescente, che andrà accumulandosi da qualche parte e che, dai oggi e dai domani, troverà il modo di farsi strada.
E qua arriviamo a un punto di svolta, che si chiama “terrorismo internazionale”.
Succede, anche di questo avrete cognizione, che alcune organizzazioni di malintenzionati, finanziate da diversi portatori di interessi in determinate parti del mondo, abbiano preso già da tempo a reclutare manovalanza proprio tra i disperati di cui parlavamo poche righe fa; e succede, guarda caso, che le fila di quei manovali disperati, disponibili a qualsiasi nefandezza pur di assicurare un futuro (o semplicemente un presente) di sopravvivenza a se stessi o ai propri familiari, si stiano ingrossando giorno dopo giorno.
Badate, uso a caso la parola “manovalanza”: ché i teorici di queste iniziative non sono né poveri né disperati, ma semplicemente, come dicevo, portatori di interessi; mentre la carne da macello che telecomandano per portare a termine le loro imprese, quella sì, è composta perlopiù da derelitti senza arte, né parte né prospettive di vita.
Questo “accumulo di pressione”, a rigor di logica, è uno dei più probabili esiti della strategia “ultradifensiva” tanto in voga nei paesi agiati: favorire, nell’oceano di poveri che vengono condannati senza più possibilità di appello a morire di stenti, la formazione di un lago di poveri disposti a tutto, che andranno a ingrossare le orde degli assassini e dei fabbricanti di caos.
Un lago piccolo, intendiamoci. Un laghetto. Epperò sufficiente a seminare morte e devastazione un po’ dappertutto, visto che per far saltare in aria un migliaio di persone ne basta una piazzata nel punto giusto, e armata come si deve della consapevolezza di non aver più nulla da perdere.
Ecco, mi pare di poter dire che la cecità dei cosiddetti “paesi sviluppati” sia più o meno questa: non vedere, o fingere di non vedere, che asserragliarsi sprangando le frontiere è solo apparentemente un atteggiamento difensivo, mentre nella sostanza finisce per diventare un boomerang pericolosissimo, in molti casi addirittura suicida.
Li stiamo cacciando a calci in culo per non dover rinunciare a quattro soldi: qualcuno di loro, un giorno o l’altro, potrebbe portarci via la pelle.
Non è né bello né brutto, né giusto né ingiusto. Semplicemente, logicamente, mi pare sia così.
A prescindere da ogni retorica, direi che sarebbe il caso di rifletterci sul serio.

La questione della Net Neutrality spiegata con il famoso esempio dell’autostrada

in economia/internet/mondo by

Alla faccia del topo Fievel, finalmente Netflix sbarca in Italia. Grande festa per tutti coloro che ora possono smettere di vedere i film e le serie su PopcornTime sul digitale terrestre. A parte il fatto che ora sarei curioso di sapere quanti veramente faranno il salto, in realtà quello di cui voglio parlare è l’altra notizia importante (forse anzi ancora più importante) per tutti coloro che passano un sacco di tempo davanti all’internet: la scorsa settimana una sentenza federale ha confermato le nuove regole della FCC (l’autorità statunitense per le comunicazioni) sulla Net Neutrality.

E a noi che ce ne frega? Ad alcuni ben poco, a me (e immagino potenzialmente ad un paio di altri) abbastanza. Per 3 motivi:

  1. Perché la Net Neutrality è un tema rilevante per il modo in cui si svilupperà Internet nei prossimi anni. In particolare per la possibilità di vedere film e serie televisive, magari in originale (sapevate che oltre un terzo del traffico totale sulla rete è generato da Netflix e ben più della metà da streaming video in genere?), usare applicazioni p2p come eMule o uTorrent e magari anche app di comunicazione come Skype o Facetime
  2. Perché è una buona scusa per parlare di concorrenza e del sistema americano delle lobby
  3. Perché è una buona scusa per parlare dell’influenza dei mass media su alcune decisioni e in particolare di come un certo tipo di infotainment possa in alcuni casi fare la differenza (ma poi la faccenda si fa lunga, quindi vi toccherà leggerla su quest’altro post)

Forse vale la pena fare uno spiegone preliminare su cosa sia questa Net Neutrality e sulla sua storia.

ED ECCO A VOI QUELLO CHE SARÀ RICORDATO COME L’ESEMPIO DELL’AUTOSTRADA

Immaginate di dover andare da Roma a Firenze in automobile. Ovviamente chiunque prenderebbe la A1 e in 3 ore o giù di lì dovrebbe giungere alla meta. Ora immaginate che l’autostrada, invece di costare i soliti suppergiù 30 euro, ne costasse 300: non vi resterebbe che percorrere strade senza pedaggio, passando da Perugia e impiegandoci 5 ore, mentre magari una grande azienda che ha bisogno di effettuare trasporti veloci su gomma pagherebbe l’oneroso balzello e continuerebbe ad usare l’autostrada.

Immaginate di dover andare da Roma a Firenze in automobile. Oggi prendete la A1, pagate 30 euro e in 3 ore siete arrivati alla meta. Ora immaginate che un bel giorno arriviate a Fiano Romano e al casello vi dicano che per i 30 euro di prima potete viaggiare solo sulla corsia di destra e non superare i 70 km/h: se volete usare anche le altre corsie e andare a 130 km/h dovete pagarne 300. A fronte di questo una grande azienda che ha bisogno di effettuare trasporti veloci su gomma pagherebbe l’oneroso balzello e continuerebbe ad usare l’intera l’autostrada mentre tutti gli altri si metterebbero in coda arrivando in 5/6 ore invece di 3.

Ecco la Net Neutrality è la condizione che costringe l’autostrada a trattare tutti gli utenti allo stesso modo senza fare distinzioni. In assenza di questa regola, poche grandi aziende pagherebbero ingenti costi (i quali, direttamente o indirettamente, saranno ribaltati sugli utenti) per continuare a inviare i loro contenuti ad alta velocità, mentre tutto il resto di internet sarebbe costretto a viaggiare sulla “corsia lenta”.

Per darmi un tono ora citerò un professorone di Harvard, tale Lawrence Lessig, che sostiene che Net Neutrality significa che Internet non è b2b, b2c o chissà che altro, bensì e2e, cioè end-to-end, a dire che non vi è differenza nella trasmissione di dati, quali che siano emittente e destinatario.

Se la metafora e la citazione non vi sono bastate, Net Neutrality significa che gli ISP (per esempio Telecom o Fastweb in Italia) non possono:

– porre limiti al tipo di contenuto che passa sulle loro reti (cioè non possono dirvi che visitare Facebook va bene, ma vedere un film su Netflix o scaricarlo con un client torrent, oppure fare tethering col cellulare, no)

– imporre un prezzo alla possibilità di trasmettere a maggiore velocità (cioè non possono chiedere a Google dei soldi in più per rendere prioritaria sulla rete la trasmissione dei video di Youtube, mentre il povero Mario che ne vuole vedere uno su Vimeo passerà mezza giornata ad osservare un clessidra con la scritta “buffering”)

ONCE UPON A TIME IN AMERICA

Ora, questa cosa della Net Neutrality in America ha una storia di guerre legali che andrebbe raccontata in tecnichese e che quindi vi risparmierò. Il riassunto è che, dopo anni di lotte, Tom Wheeler, nuovo presidente della FCC, ha dichiarato qualche mese fa di voler rendere più lasche le regole sulla Net Neutrality, in pratica facendo un favorone alle poche compagnie monopoliste del servizio di provider (Comcast, Time Warner Cable e Verizon). Dopo un certo subbuglio, però, la questione si è completamente ribaltata: la FCC ha stabilito che la Net Neutrality deve essere assoluta (o quasi, ma di questo poi ne parliamo) e quando le compagnie telefoniche hanno fatto causa contro questo provvedimento sono state sconfitte.

Adesso abbiamo più o meno chiarito perchè la Net Neutrality è rilevante e come sono andate le cose. Aggiungo che in genere quello che succede in ‘Murrica per quanto riguarda le politiche di controllo della rete tende ad essere d’esempio per l’Europa, quindi anche se so che non vedevate l’ora di farlo, potete anche risparmiarvi di commentare “ma che cazzo me ne frega a me degli americani”, “schiavo della cultura statunitense” o “noi mica siamo cosi’”. Possiamo quindi proseguire sugli altri due punti, iniziando dai simpatici retroscena di questa faccenda.

Come è possibile che i provider si possano permettere di minacciare Google, Amazon, Netflix e via dicendo di far pagare loro cifre esorbitanti per una linea veloce? Il fatto è che negli Stati Uniti in pratica non esiste concorrenza sulla connessione a banda larga. Se va bene in una certa zona ci sono due provider, ma nella maggior parte dei casi ce n’e’ uno solo. Ultimamente si è fatto un gran parlare della potenziale fusione tra Comcast e Time Warner Cable e il presidente della prima, per spiegare che questo non avrebbe diminuito la quantità di concorrenza, ha affermato che non sarebbe stato possibile perché loro non lavorano mai nelle stesse zone: se uno è a San Francisco, l’altro è a San Jose, se uno è a New York, l’altro è a Philadelphia. Ora, parafrasando John Oliver, grazie al cazzo che una cosa che NON C’È NON PUÒ DIMINUIRE.

In aggiunta, a quanto pare Comcast è la seconda azienda in assoluto per investimenti in lobbismo (alle spalle di una società che si occupa di armamenti) e questo determina una influenza disgustosa sulle scelte del governo, al punto che il suddetto Tom Wheeler, presidente della FCC che da principio voleva abolire la Net Neutrality, è l’ex negoziatore capo della lobby delle telecomunicazioni.

Infine, lo scorso anno Comcast stava rinegoziando con Netflix alcuni contratti e, proprio a ridosso della firma, la velocità di streaming si è improvvisamente ridotta ai minimi storici, quindi, per quanto pazzesco, non si parla di alzare il prezzo per garantire una velocità maggiore, ma di farlo per non imporne una minore.

In fatto di concorrenza in Europa le cose fortunatamente non stanno così, ma questo non significa che la Net Neutrality non sia comunque importante, vista la tendenza di alcune aziende nostrane a fare cartello: quanto ci metterebbero Telecom, Vodafone e Wind ad accordarsi per far pagare a Netflix un bel sovrapprezzo pur di non vedersi ridotta la velocità di trasmissione?

Siccome voglio far finta di essere super partes, ecco un po’ di argomenti contro la Net Neutrality:

– Innanzitutto le compagnie telefoniche sostengono che senza Net Neutrality potrebbero sì far pagare di più Netflix e soci, ma userebbero quei soldi per investire nel miglioramento delle reti e potrebbero contrastare i siti illegali.

– C’è poi chi dice, non senza fondamento, che la Net Neutrality in realtà non è mai esistita e che Google e simili non pagano per la corsia veloce sulle normali linee per il semplice fatto che già pagano per avere i loro server direttamente nei centri di smistamento dei provider.

– Antonin “Justice” Scalia è a favore della Net Neutrality, il che dovrebbe renderci tutti sospettosi (e se non sapete perché, vorrà dire che vi sorbirete un altro post).

Ora avete più o meno tutti gli strumenti per andare a studiare sul serio, come suggerirebbe il buon Rosario D’Auria, il relativo provvedimento e decidere da che parte state.

 

OST: Chi ruba nei supermercati, F. De Gregori

Chi è John Oliver, 5 motivi per cui dobbiamo ringraziarlo e altre domande

in giornalismo/mondo/società by

In un altro post ho parlato di come la lobby delle telecomunicazioni statunitensi, una delle più potenti in assoluto, sia stata sconfitta con la decisione di sostenere la politica della Net Neutrality da parte della FCC, nonostante a capo di questa ci sia l’ex capo dei lobbisti di Comcast, Tom Wheeler.

Come e’ stato possibile?

Wheeler ha inizialmente annunciato di voler limitare la Net Neutrality. Al tempo, a nessuno è fregato niente, anche perché il discorso era tenuto ad un livello di burocratichese insopportabile alle orecchie di chiunque. La FCC ha però commesso un errore: ha permesso ai cittadini di fornire online commenti sul provvedimento.

AND SUDDENDLY A COMEDIAN FOOL APPEARS

 

 

John Oliver, il nuovo principe dell’intrattenimento intelligente, ha realizzato un pezzo di un quarto d’ora  in cui spiegava le linee generali della questione e sosteneva che “avere Tom Wheeler a capo della FCC e’ come chiedere ad un dingo di fare da babysitter ai propri figli”. In piu’, ha chiesto a tutti gli spettatori (anzi, ha fatto un vero e proprio appello a tutti i peggiori troll della rete) di andare a commentare sul sito della FCC, che il giorno dopo e’ stato talmente bersagliato da crollare.

La diatriba è proseguita con Wheeler che dichiarava “io non sono un dingo” in sedi ufficiali, scoprendo il fianco a nuove parodie, al punto da dover ritornare sui suoi passi e varare un provvedimento che addirittura fa diventare la FCC un paladino della Net Neutrality.

 

Ma chi è John Oliver? Questo inglese trapiantato in America conduce da un paio d’anni uno show settimanale dal titolo Last Week Tonight in cui sfrutta l’umorismo per fare una carrellata di notizie rilevanti, con in più un pezzo di approfondimento su un tema trasversale.

E a noi cosa ce ne frega? Beh, ce ne frega perchè, anche grazie al fatto che trasmette su HBO, quindi non deve rendere conto ad investitori pubblicitari e può permettersi di dire quello che vuole, Oliver può sfruttare la scusa della satira per fare in realtà giornalismo d’inchiesta e approfondimento. La sua filosofia consiste nel rendere irresistibilmente divertente anche il più noioso dei temi, tipo la Corte Suprema.

Questo gli ha fatto guadagnare un grande successo di pubblico e ospiti di un certo rilievo, tra cui Edward Snowden, Stephen Hawking, Helen Mirren e soprattutto i Muppets.

Ma non basta, oltre all’affaire FCC ci sono almeno altri 4 motivi per cui dovremmo ringraziarlo:

  1. Per aver svelato le malefatte della FIFA gia’ in tempi non sospetti
  2. Per aver sbugiardato ciarlatani equivalenti ai nostri Di Bella e Vannoni
  3. Per aver scommesso di nuovo contro la FIFA, rilanciato pesantemente e non aver esitato a pagarne le amare conseguenze
  4. E infine, soprattutto, per aver (non) contribuito al salvataggio di gechi spaziali

E altrettante domande che dovremmo farci:

  • è una cosa buona che sia un comico ad occuparsi di informare i cittadini? (e questo non è un caso isolato: Oliver ne fa un mestiere, in cui è incredibilmente bravo, per quanto io spesso non condivida le sue crociate contro le grandi aziende)
  • è una cosa buona che in un paese si debba ricorrere a questo per contrastare il potere delle lobby?
  • è una cosa buona che in un paese conti più l’opinione di Maria de Filippi Ophra Winfrey che la piattaforma elettorale, per decidere chi vincerà le elezioni?
  • e in Italia come siamo messi? Chi sono i paladini dell’informazione? (il primo che risponde che Grillo è come John Oliver vince una bambola del pupazzo Waldo e una settimana in vacanza su un’isola deserta con Metilparaben che provvederà a spiegargli perché non è così)

Prima di iniziare a commentare, vi raccomando di studiare. E siccome stavolta non abbiamo il provvedimento relativo, vi suggerisco di iscrivervi al canale Youtube di Last Week Tonight  o di seguire John Oliver su Twitter, dove i più bravi tra voi troveranno anche la meravigliosa battaglia con il presidente dell’Ecuador Rafael Correa.

Riding the Stars

in mondo/società by

Ormai lo sappiamo tutti, Rosetta si è risvegliata. Riscaldato e alimentato dai raggi del Sole, il lander Philae inviato dall’Agenzia Spaziale Europea sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ha mandato un segnale alla sonda Rosetta, che ne ha girato i saluti dallo spazio profondo, ultima frontiera, quaggiù sulla Terra.

Lo sforzo tecnologico, economico e intellettuale dell’Unione Europea ha reso possibile tutto ciò. Le forze congiunte del nostro continente ci hanno resi veloci e splendenti come un angelo, hanno esteso la nostra geografia ai confini del regno degli dei, ci hanno permesso di cavalcare le stelle.

E proprio questa nostra grandezza, non lontana dall’essere hybris, l’empietà dell’essere umano che non conosce limiti, riflette come specchio di verità la nostra pochezza, la nostra piccolezza rispetto ai fatti recenti – si fa per dire – degli sbarchi di massa sulle coste della Sicilia.

Un’orda di immigrati affamati di vita che attraversa il mare e dilaga sulle nostre terre, un sogno – o un incubo? – che sembra uscito direttamente dalla penna di Pasolini, il mondo-altro de Le mille e una notte che si accampa sotto casa nostra, occupa stazioni, bivacca nei giardini pubblici, dorme sugli scogli del mare.

Pietà e orrore (terrore?) si mescolano, i governi appaiono impotenti e si palleggiano lungo i confini stock di esseri umani come fossero merci scadute rifiutate da tutti, persino la Chiesa pare chiudersi in un silenzio imbarazzato di fronte a una situazione che nessuno sembra saper gestire.

L’indifferenza è un buon compromesso per non impazzire, ma fino a quando potremmo guardare in alto, verso le stelle, senza sentire la puzza della nostra umanità che marcisce?

Abbiamo conquistato lo spazio, ma abbiamo perso le menti e i cuori degli uomini.

É triste una vita senza Zio Paperone

in mondo by
“In ogni caso, Ratzinger che abdica e passa il resto della vita a pregare è l’hans castorp di questo secolo”
“Ma stai leggendo La Montagna Incantata?”
“Finita, purtroppo in un periodo di letture bulimiche, per cui mi è rimasto meno di niente, mi sono perso la struttura simbolica e tutti i dettagli che sicuramente vorresti citare. In generale, magari c’è una via intermedia di mezzo, ma in questo periodo non sono proprio nell’ottica di leggere romanzi”
“E quindi che leggi?”
“Sto leggendo un saggio di un critico che mi piace molto, tale Lionel Trilling… e nel frattempo la critica della ragion pura”
“Ricordo Lionel Trilling: mi avevi mandato una sua cosa, se ricordo, sui mores, la morale e il romanzo”
“Esatto. Sincerity and autenticity è quello che sto leggendo adesso. Ma tornando al punto: capisci che viviamo in un’epoca in cui siamo costretti a piangere perchè Paperon de Paperoni non esisterà più? Sará finito, rimosso come una parentesi”

“Sta fallendo la Disney? Non mi pare”
“Ma no, peró: che si tuffa nei soldi, picchia i nipoti, si rivolge male ai camerieri…i nostri figli non vedranno niente di tutto ciò. E molti saranno anche entusiasti per questo fatto”
“Verissimo, leggi in fondo a cosa significa la satira di Paperino e altri infami. Magari stiamo solo creando le basi di conformismo per una successiva esplosione creativa, di rottura
“Guarda,  secondo me per uno che ha un minimo di coscienza del culturame in cui ci troviamo oggi, leggere romanzi è una colpa, come guardare film, serie tv, etc.”
“E perché mai? “
“Sempre Lionel Trilling citando Hawtorne: trash your Byron and take up thy Goethe”
“…”
“Quello che voglio dire è che in quest’epoca di stupidità assordante, sospendere o ridimensionare il consumo di tutte quelle forme che contribuiscono a veicolare certe cose sarà inevitabile. Tutto il Novecento bello e interessante va sospeso”

“Ribadisco la domanda: perché?”
“É una questione di disciplina”
“Rispetto a cosa, e a che fine?”
“É resistenza. Adesso, magari detta così sembra paranoica, ovviamente non esistono soluzioni così estreme. Però, in media, bisogna ridimensionare tutte quelle cose belle e piacevoli che siamo soliti goderci stravaccati su un divano come Jep”
“Ok, ma per fare cosa? Sembri animato dallo spirito di Le Corbusier. Solo che Le Corbusier faceva cessi.”
“Fulvio Abbate, per citare uno che in fondo è alla fine parte di questo delirio, direbbe: perchè siamo altro
“E che facciamo, di altro?
“Scusa, ma tu pensi che tipo il romanticismo si sia strutturato alla domanda per fare cosa? Io penso che stiamo vivendo in un periodo che, al di là della BCE,  dell’italia che tende all’Argentina, e di tante cose che sembrano importanti dalla nostra prospettiva provinciale, precede un periodo di restaurazione molto forte. Adesso, proprio oggi, tutta la produzione culturale e il modo con cui la si apprezza, che secondo me è rappresentata alla perfezione ad esempio da un Sorrentino: sono gli ultimi spasmi, una roba che giá non esiste piú”
“Ok, e quindi?”
“E quindi, se oggi si vuole essere sul pezzo, bisogna rinunciare già a tutte queste cazzate. nel giro di qualche anno si avrà ragione. Altrimenti c’è il rischio che si passano i 30, ci sono altri impegni nella vita e uno rimarrà ancora a parlare, quando va bene, di stato ladro o peggio dei matrimoni gay”

“Invece dovremmo parlare di singolaritá?”
“No. Ma se nasce qualcosa di buono sarà perchè si tornerà a parlare di cose come morale e fede in termini opposti con cui se ne parla oggi.”

“Allora, tornando all’inizio del nostro discorso, non mi pare che Ratzinger sia fuori dal tempo. Prende sul serio le sue cose, semplicemente: altro che Hans Castorp!”
“Non è fuori, è assolutamente avanti. Forse Hans Castorp non é l’esempio giusto, allora”
Parteggiani
“Siamo in un’epoca in cui non si parla di niente sul serio per non farsi insultare, se no ci si rimane male. Ratzinger ritorna sul discorso di fede come prodotto della ragione come nessuno avrebbe il coraggio di fare – e infatti nessuno lo fa piú in pubblico, meglio affidarsi a un clown latinoamericano che fa tanto pop”
“Ma guarda, apri l’inserto culturale della Frankfurter Allgemeine, il giornale della masturbazione sul ruolo della Germania nel mondo. Stanno già iniziando a costruire una narrativa che non ha nulla a che fare con proposte pratiche e immediate, come le charter schools, il mercato del lavoro, l’Europa, etc.. Flirtano in modo abbastanza esplicito con le solite manie di grandezza, nonostante in Germania tutto sia filtrato dalla paranoia di non tirare su certi argomenti”
“Torna diciamo l’ossessione di una Germania potente, custode delle due Europe, Est e Ovest?”
“Ovviamente adesso l’economia è lo sfogo più ovvio. Ma poi si, tornerá l’aspetto geoculturale e geopolitico”

“Ok, ma quindi, in breve, questo che cosa avrebbe a che vedere con il discorso per cui non si dovrebbero leggere romanzi per autodisciplina?”
“l romanzo nel ‘900 è passato dall’essere estaltazione di una certa classe sociale a veicolo di un delirio male interpretato. La cultura del romanzo dá fiato a tutte quelle cose che, al di lá della revoca di uber pop e cose di questo livello, stanno trasformando l’Europa in un cadavere occupato a lottare contro la decomposizione, ma ormai incapace di qualsiasi slancio vitale”
“Non è che thomas mann la pensi in un certo modo… stai dicendo che leggerlo alimenta una cultura della contemplazione, della rendita, contro la cultura dell’ambizione, della creazione? Natura non nisi parendo vincitur, nella lettura peggiore della lezione Faustiana?”

“No, ma oggi secondo è inevitabile porsi una scelta di come indirizzare la propria attenzione, se non altro alla produzione contemporanea…. romanzi, film, e adesso serie tv, non danno linfa alla cultura della rendita, distruggono capitale sociale perchè fanno passare il messaggio che la vita va vissuta come Hanno Buddenbrook
“Come? Morendo giovani di malattie ignote?”
“Zeno Cosini è ormai diventato il latte in polvere… é Woody Allen”
“Si ma scusa, anche se fosse vero, se uno ha gli strumenti per non prendere il deteriore, perché privarsi del bello?”
“Non parlo di privazioni, dico soltanto che tutti gli strascichi di quello che è stato significativo che vediamo adesso saranno visto in futuro come oggi guardiamo agli autori tardo latini dopo Svetonio…. roba che al massimo solo per gusto di enciclopedia uno si va a riprendere”
“Ok. Tra l’altro giusto qualche giorno fa leggevo una biografia spassosa proprio di bellow, sul new yorker di un mese fa… Saul Bellow é uno che su questa consapevolezza ha marciato alla grande, ballando sulla dichiarata fine del romanzo americano per quasi tutta la carriera”
“Eh appunto, che tipo finì per rinfacciare ai figli di non sapere leggere la torah che lui da giovane aveva voluto non conoscessero….e predicava contro stando dietro all’ennessimo bebè dell’ennesima amante. Una vita esemplare”
“Va bene, il cilicio inizia a fare piú male del solito. Vado a casa”
“Stesso problema, sará l’umiditá. Buonanotte”
“Buonanotte”
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