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Cinque talenti ingiustamente sottovalutati

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Quando si pensa alle arti vengono in mente i soliti noti: il recitare, il dipingere, il cantare. Si tende, dunque, a sottovalutare una quantità molto piu´ variegata di capacità umane, a cui spesso si deve dedicare altrettanta dedizione e fatica.

Di seguito 5 talenti ingiustamente sottovalutati: alcuni di essi si sono evoluti in vere e proprie competizioni, altri restano fedeli al filone dell’entertainment o dell’arte fine a se stessa.

1 Limbo Skating
Detto anche Roller Limbo, è uno sport che prevede che la persona in questione passi sotto al ben noto bastone del limbo, con i roller skates ai piedi. Per fare questo deve assumere una posizione inclinata in avanti e allargare le gambe a 180 gradi. Mi fa male solo pensarci.

Da due anni il record di Limbo Skating è nelle mani di Gagan Satish, un bambino di Bangalore che ad oggi ha 8 anni. Gagan, nel 2014 è stato in grado di passare sotto a 39 auto, in uno spazio di 12,7 cm, coprendo una distanza di circa 70 m.
Enjoy the ride!

 

2  Gara di rutti
Detta così, sembra una cosa banale da ragazzini delle medie. In effetti, le gare di rutti (ne esistono più di quanto si creda) di solito si limitano all’esecuzione di rutti standard prolungati nel tempo e ampliati nella potenza. Piuttosto noioso. Esistono però geni esecutivi anche in questo campo, in grado di recitare intere frasi, a volte anche articolate, ruttando.
Nel 1992 a Monferrato in Piemonte si svolse una di queste gare. Finaliste due ragazze, bocciuolini di rosa. La prima, la cui memoria andrà perduta nel tempo come lacrime nella pioggia (scusate mi sono lasciata trasportare dalla poesia), riuscì ad enunciare in un rutto solo “Ali Babà e i quaranta ladroni”. La lodevolissima prova non bastò a raggiungere l’agognata vittoria al momento in cui la seconda finalista, Alessandra, riuscì anche lei in un unico “suono” a bruciare l’avversaria con un “Ali Babà e i quaranta ladroni…con un rutto!”.

 

3 Sputo del nocciolo di ciliegia
Il piccolo comune di Celleno, in provincia di Viterbo, ospita da circa 10 anni l’annuale gara dello sputo del nocciolo di ciliegia. Le categorie partecipanti sono quelle di uomini, donne e bambini.Il vincitore riceve una coppia, come nei migliori tornei, e un cesto di ciliegie.

Il recondo di sputo è di 20,30 m ed è attualmente detenuto dal signor Mauro, mentre l’ultima edizione è stata vinta da Elisa, dolce madre di famiglia, con uno sputo di 10 metri. I rimbalsi del nocciolo sono ammessi.
La ciliegia si presta pero´ anche ad un altro talento, ben più elengante: fare il nodo al picciolo con la lingua. Non ne sono sicura ma credo che questa attività sia nata, o almeno abbia subito una impennata, nel momento in cui Audrey Horne appare in Twin Peaks e si esibisce nella scena della ciliegia.
Se ci provo a farlo io, sembro una mucca ruminante però.

 

4 Penis Portrait
Ultimamente alcuni uomini si sono resi conto che il pene è una perfetta superficie mobile  in grado di produrre quadri. Meno male, oltre le gambe c´è di più, verrebbe da dire! Effettivamente, se la lunghezza lo consente, questa tecnica permette un contatto estremamente diretto e fisico con la tela, senza nulla togliere al grado di difficoltà: l’inclinazione del corpo verso la tela, infatti, non si puo´ definire del tutto ideale all’ esecuzione.

Eppure i nostri eroi, incuranti delle difficoltà prospettiche, sguaiano la sciabola in favore della madre Arte.
Sono diversi i buontemponi che si dedicano a questa tecnica: Brent Ray Fraser, australiano, muscoloso, biondo (un cliché in pratica), Il celeberrimo Pricasso, inglese residente anch’egli in Australia, e la nostra terribile vesione italiana: Penelò, presentato al pubblico dal sempre prodigo Andrea Diprè.
Spezzando una lancia in loro difesa (solo la lancia) va detto che a volte il risultato non è affatto male.

5 Ping pong show
Di tutti i talenti del mondo, questo è sicuramente il mio preferito.
Il Ping pong show è in realtà noto a tutti quelli che sono stati in Thailandia. O, in alternativa, a tutti quelli che hanno visto “Priscilla, regina del deserto”
No, non è un torneo speciale di ping pong anche se le palle da ping pong svolgono un ruolo fondamentale.
Il ping pong show è uno spettacolo erotico in cui, avveneti (più o meno) signorine thailandesi si infilano nella vagina delle palline da ping pong, per poi spararle sul pubblico.
Questo nel più semplice dei casi. Altre variazioni sul tema prevedono il lancio di freccette per colpire palloncini, la fuoriuscita di pesciolini rossi, scrivere e stappare bottiglie di birra, il tutto, ladies and gentlemen, senza mani!
Il ping pong show è piuttosto inviso ai più, in quanto, in alcuni casi, presuppone un certo grado di avviamento alla prostituzione.
Questa però non è la norma: e´ probabile che in resort turistici conosciuti per il turismo sessuale come Pattaya e Patong, possano esserci dei casi di sfruttamento.  Ma per le thailandesi stesse, il ping pong show è considerato un lavoro assolutamente normale. E’ ben pagato, ma è estremamente faticoso (bisogna allenarLa di continuo, non so se rendo), per cui chi è benestante, e magari un po´ pigra, non necessariamente lo fa. Inoltre va detto che le donne thailandesi impazziscono per l’uomo europeo e per loro lavorare in un night club rappresenta una occasione per incontrarne diversi. Uomini ai quali probabilmente in Europa molte donne pur di non concedervisi, se la farebbero chiudere.
Al di là di quello che se ne pensi, io ho avuto il piacere di assistere a un ping pong show a Bangkok (non potevo resistere alla curiosita´), e ne sono rimasta assolutamente affascinata. Credo che non ci sia traduzione letterare al mondo più calzante del ping pong show al concetto di “potere della figa”.

Buon lunedi!

 

Libernazione’s got Talent: l’incontrovertibile verdetto.

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Vi abbiamo letto, vi abbiamo commentato, vi abbiamo giudicato, vi abbiamo incoraggiato, vi abbiamo stroncato, vi abbiamo appoggiato, vi abbiamo esasperato con i nostri ritardi e torturato con le nostre richieste. Vi abbiamo fatto aspettare giorni, settimane, mesi, perché non sapevamo più che prove inventarci per voi, cari partecipanti al talent. Vi abbiamo sottoposto ai commenti altrui, e frantumato le palle con richieste di contributi che correvano lungo la sottile e pericolosa linea che divide il capolavoro dalla cazzata assoluta.

Oggi però siamo lieti di informarvi che “Libernazione’s got talent”, il primo talent show per aspiranti blogger, è giunto al termine.

Oggi, finalmente, possiamo darne l’annuncio ufficiale: il talent è andato a puttane.

Molti di voi già l’avevano intuito. E” andato a puttane per un sacco di motivi. Il primo è che Libernazione è un condominio difficile, con vicini rissosi e nessun regolamento (ed è questo il suo bello). Il secondo è che, ammettiamolo, la costanza non è nelle nostre corde.

Ciononostante, squillino le trombe:  abbiamo un vincitore.

Si alzi in piedi Dottor Canimorti, perchè ha vinto lei.
Anzi Lei non ha vinto: ha stravinto.

L’ultimo giro di post è stato gestito con colpevole ritardo, e nel frattempo i post risultavano “scaduti”.
La follia di Canimorti invece resiste nel tempo, e ci ha conquistato.

 

Canimorti, ecco username e password: fanne buon uso figliolo.

Barbati, Bussolotti, Porcoschifo: perdonateci, se potete,  grazie della fiducia e complimenti, davvero, per la qualità dei vostri post.

Pubblico: per voi niente scuse, se ci volevate bene, non votavate per Zoro.

 

 

Libernazione's Got Talent: il quarto turno

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Dopo un lungo periodo di pausa, coincidente con vari impegni e accidenti, torna “Libernazione”s Got Talent”, il nostro blogging talent attraverso il quale verrà scelto un nuovo autore di Libernazione.
Come qualcuno ricorderà, i concorrenti erano rimasti in sei: però uno di loro, SmxWorld, non mi ha mai mandato il post per partecipare a questo turno, ragion per cui debbo presumere che si sia ritirato; il che equivale a dire che i pretendenti al titolo sono rimasti in cinque.
Qui di seguito i loro post, elencati in rigoroso ordine alfabetico: ai primi 9 (dicasi nove) autori di Libernazione che avranno la voglia e il tempo di farlo spetta il compito di eliminare quello che ritengono il peggiore, scrivendolo nei commenti a questo post: di tal che, alla fine, gli aspiranti libernauti in gara resteranno solo in quattro.
Rimangono graditi, comunque, i commenti e i pareri di tutti.
Siete pronti alla scorpacciata? Allora via, si parte.
E ricordate: alla fine ne resterà uno solo.

SOCIAL PASQUINO
(Andrea Barbati)

[wpex Espandi/Comprimi]Attraverso i social network, tra imbarazzanti bufale e grandi verità, imperversa ormai da qualche anno la condivisione delle notizie e un nuovo modo di fare satira, decisamente più democratico e meno “intellettuale” di quello di Rai3. Se questo fenomeno di controinformazione e satira popolare ci appare come una svolta possibile esclusivamente grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, allora è proprio il caso di dire che anche questa volta “nun ce siamo inventati un cazzo”: perchè se oggi riusciamo a “postare” su facebook il nostro sdegno dal sorriso amaro con un semplice clic, i nostri indignatissimi antenati i loro “post” li appendevano direttamente al collo di una antica e malandata statua tornata alla luce nel 1501 nei pressi di Piazza Navona.
Questo busto di pietra dal volto sfigurato, venne rinvenuto nel corso dei lavori di ristrutturazione del vecchio palazzo Orsini in Piazza di Parione (oggi Piazza Pasquino), lavori commissionati dal nuovo inquilino il Cardinale Oliviero Carafa. L”ingenuo Cardinale pensò bene di esporre il frutto di questa scoperta archeologica come trendyssimo elemento d’arredo urbano nella piazzetta antistante il suo nuovo palazzo, stupido vezzo che gli costò un clamoroso autogol: da quel momento in poi, fino al conclusivo episodio della breccia di porta Pia, questa scelta si sarebbe infatti rivoltata contro se stesso e tutta la successiva stirpe di vescovi e cardinali della cosiddetta roma papalina. A partire da allora cominciarono a trovarsi ogni mattina sulla statua messaggi, cartelli e veri e propri manifesti di dissenso, che facendo dell”ironia la loro arma più tagliente, inaugurarono l”era della satira popolare e accessibile a tutti: le cosiddette “pasquinate”, il cui bersaglio preferito divenne in breve il potere ecclesiastico. Il nome Pasquino, secondo antica tradizione popolare, sembrerebbe si riferisca a un noto sarto del rione, conosciuto e apprezzato nel quartiere proprio in virtù delle sue rime e invettive satiriche.
Se oggi si cerca di limitare la libertà di espressione in rete con leggi bavaglio e infimi espedienti limitativi come l”obbligo di rettifica per i blog (per adesso scampato), anche allora non ci si risparmiava di certo nel tentativo di oscurare la voce popolare, e considerato il mezzo, la soluzione si presentava ben più semplice di un qualsiasi marchingegno legislativo: secondo papa Adriano VI sarebbe stato sufficiente gettare la statua nel fiume Tevere! Fortunatamente, in questa come in altre occasioni, il desiderio di annegare Pasquino venne fermato dalla forza della ragione di chi faceva notare come la repressione avrebbe solo causato più malcontento.
Non solo papi e vescovi divennero le vittime preferite delle Pasquinate, ma anche i vip dell”epoca e personaggi influenti della vita politica. Ne sa qualcosa Donna Olimpia Maidalchini, cognata di Innocenzo X e vera e propria manovratrice politica della prima metà del seicento ( il nostro Battiato la definirebbe troia, ma arguta). Di colei che faceva il bello e il cattivo tempo usando ogni mezzo per consolidare il suo immenso patrimonio, rimane celebre la Pasquinata che con un geniale gioco di parole in latino così restituiva il suo nome “OLIM-PIA, NUNC-IMPIA” (una volta pia, ora empia). Nonostante la promulgazione di leggi repressive con il rischio di condanna a morte, studenti della vicina università e letterati dell”epoca continuarono nei secoli a dare vita all”unica vera voce di opposizione allo sconfinato potere temporale dei papi, vivi o appena morti che fossero ( Pasquinata celebre alla morte di papa Clemente VII, fu l”esposizione di una caricatura del suo medico, ritenuto in parte responsabile del decesso, accompagnato dalle parole “ecco colui che toglie i peccati del mondo”).
Tutta questa attività politico-creativa sembrò dover cessare definitivamente con la fine del potere temporale del papato e l”inizio della nuova era Risorgimentale, ma Pasquino si era ormai consolidato come espressione della coscienza popolare dei Romani, e non fu difficile trovare nel tempo i degni sostituti di un potere temuto e allo stesso tempo ridicolizzabile. A tal proposito ricordiamo l”invettiva che diede voce alla “statua parlante” in occasione della visita di Hitler a Roma, pomposamente agghindata per l”occasione in un eccesso di fastosa apparenza: “Povera Roma mia de travertino, te sei vestita tutta de cartone, pe” fatte rimirà da “n”imbianchino” (alludendo alle sue dubbie qualità pittoriche, carriera in cui sarebbe stato meglio avesse perseverato). Probabilmente oggi, epoca in cui i fasti di una seicentesca cortigianeria, trionfo di puttane e adulatori, ritrovano la loro massima espressione di un tempo, senza gli attuali mezzi di comunicazione Pasquino tornerebbe protagonista indiscusso della satira, seppellito quotidianamente da montagne di componimenti. In ogni caso la tradizione persiste, e se passerete a salutarlo vi renderete conto che non molto è cambiato, se non i destinatari delle missive. Purtroppo l”attuale bacheca di legno messa a lato della statua per l”esposizione degli insulti in rima, toglie spontaneità a quelle invettive fino a pochissimi anni fa affisse direttamente alla sua base, come se tale obbrobrio in rovina dovesse venire preservato per il suo valore estetico e non invece valorizzato per la sua funzionalità riconosciuta e legittimata da oltre cinque secoli di colti improperi. Ma se vi sentirete abbastanza creativi e incazzati nessuno vi impedirà, ora che non ci sono più le sentinelle di Clemente VIII a farvi rischiare una condanna a morte, di affiggere nottetempo un cartello al collo di Pasquino alla vecchia maniera, e rendere così omaggio allo stile dei vecchi contestatori . Se poi volete condividere, scattateje una foto e postatela su facebook![/wpex]

LE COSE CHE VANNO DI MODA SONO RASSICURANTI
(Barbara Bussolotti)

[wpex Espandi/Comprimi]
Va di moda la Primavera di Vivaldi ad aprile. È rassicurante, perché a marzo piove nell’immaginario delle maggioranze e poi non è mai aprile vero finché non si ascolta Vivaldi a tutto volume, condividendolo con i vicini virtuali e fisici, dicendosi: Le rondini sono tornate di moda, ora sì che è primavera vera. E si può finalmente sbocciare simbolicamente in pace col mondo.
Va di moda lamentarsi di tutto. È rassicurante vivere di contrari e mai di sinonimi, dissociarsi, dire no, perché i hanno un suono prolungato, che estende chi lo pronuncia e mette in pericolo le terminazioni nervose degli insicuri, che si rifugiano in secchi no. Coi no si fa prima, eccome. E fanno fico.
Vanno di moda tutti quei braccialetti colorati tutti uguali tutti a farfalle e cuoricini. Sono tutti rassicuranti. Tutti. Con quel nome dal sapore oniricamente aristocratico, così spersonalizzanti da appiattire anche i polsi più risoluti e i caratteri più vigorosi.
Va di moda l’Inverno di Vivaldi a novembre. È rassicurante soprattutto il minuto 3.44, in cui l’inverno sembra un luogo meraviglioso e mai impervio e pieno di gente che non dissenta e non critichi e non corregga gli accenti con gli apostrofi e la riga asimmetrica dei capelli.
Vanno di moda gli apericena. È rassicurante che tutti sappiano cosa siano, ma che nessuno conosca il nome del creatore dell’infausta idea di chiamarli con questa parola orribile. I neologismi non sono tutti belli, no.
Vanno di moda le petizioni per salvare chiunque. Sono rassicuranti (nonché senza impegno) quelle per salvarei pinguini dei Caraibi del Nord, perché fa bene fare del bene e i pinguini potrebbero un giorno estinguersi e soprattutto c’è gente che ci crede se gli viene detto che nei Caraibi del Nord ci sono dei pinguini per il solo fatto che siano da salvare.
Vanno di moda le fragole a gennaio e i carciofi a giugno. Sono rassicuranti perché sanno di onnipotenza e non di natura morta. Una volta vidi un film, ma ne conservo immagini velatissime. Ibernarono una tizia e poi la ritirarono fuori che suo marito era già vecchio e lei ancora giovane. Una cosa sconvolgente, ecco perché la frutta fuori stagione mi fa senso. Credo per il fatto che mi ricordi il dolore dei protagonisti del film.
Vanno di moda i teschi. I teschi a tutti i costi sono rassicuranti, pure sulle torte e come deodoranti per gli armadi, un esercito indiscriminato di teschi in piedi, seduti, di schiena, mezzo busto, tutti diversi eppure così uguali e ratificanti, da infondere la sensazione di essere circondati da morti viventi.
Vanno di moda i buoni propositi. Rassicurano quelli del lunedì primo, quelli a partire dal primo gennaio, quelli del primo giorno di vacanza, quelli dell’inizio di una legislatura, quelli del primo giorno di dieta, quelli della prima riga di un pezzo, quelli gridati alle folle.
Vanno di moda le battaglie tra mostri al posto dei Playmobil. La distruzione è rassicurante al posto della costruzione, la demolizione al posto dello sviluppo, le liti al posto dei confronti.
Vanno di moda le opinioni. Non sono rassicuranti i comportamenti, che parlano da sé e disegnano esempi da emulare, ma lo sono le opinioni dette, abbracciate, ululate, rese pubbliche, nient’affatto timide, futuriste, spudorate, intrepide, non richieste, anche ipocrite. Tutti hanno un’opinione, o quasi, che non averne è una grossa ignavia e infilarsene per forza una qualunque in bocca è un fallo. (Da rigore).
Le cose che vanno di moda sono rassicuranti. E non è mai una questione di tempo, la moda, poiché questa va o non va, suona e ti saluta, passa, torna. Si muove ed è semmai una questione di spazio.
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SULLO SCOLO, MATTEO RENZI, UN UOMO COI BAFFI. IN QUEST”ORDINE
(Canimorti)

[wpex Espandi/Comprimi]
Sono lì che bevo un caffè e mi giro e ti vedo Mariani che mi guarda. Con Mariani son dieci anni secchi che ci siamo persi di vista. E dieci anni fa Mariani era un chiavatore che levati, io no, cioè io anche ma di rimbalzo. Di rimbalzo perché Mariani aveva una perizia innata nel conquistare premi in grandi labbra ma dopo due mesi di fidanzamento, si fidanzava sempre, gli veniva il calo del desiderio e cominciava a parlare benissimo di me alla malcapitata, che ero uno che capiva le donne, che poi ero anche un poeta e scrivevo versi bellissimi (che io odio poesia e poeti, per dire la cattiveria del Mariani) e che avevo una deformazione prostatica capace di ritardare l’orgasmo anche di molte ore. Poi la mollava.
A quel punto io impersonavo la larva del formicaleone, fermo, immobile, in fondo alla buca di sabbia, la povera confusa rotolava dentro e io GNAF!*
Avevamo messo su una catena di montaggio che era l”invidia di Soichiro Honda.
Dopo è successo che Mariani ha preso lo scolo e l’ha attaccato alla fidanzata e quindi, di sponda, a me. E siccome mi pareva brutto giocare a “ce l’hai” elargendo gonorrea a destra e a manca, alla fidanzata successiva che è rotolata nella buca io ero al secondo giro di bassado e mi sono scansato.
Catena di montaggio a puttane.
Ci accomunava anche la passione per la politica, con la differenza che uno era fascista e l’altro un propugnatore dell’amministrazione di Kim Il-sung. Se si partiva con la politica decollavano gli scappellotti. Una volta un buontempone ha introdotto nel dialogo la parola gulag e la serata è finita con Mariani che mi ha spaccato un posacenere sulla tempia, però dopo mi ha portato al pronto soccorso e mi è rimasto attaccato per tutte le tre ore che sono stato in coma. Amici veri.
E poi ci siamo persi di vista, senza ragione.
Allora mi giro e ti vedo Mariani che mi guarda e giù di baci e abbracci.
Abbracci in cui comunque cerco di tenere la mia zona pelvica lontana dalla sua che nel frattempo sono diventato ipocondriaco e se lui ha continuato a chiavare come una volta facile che sia portatore di malattie abbastanza aggressive da http://www.phpaide.com/demos/PowerPetition/ valicare le mie mutande in vibranio.
Baci e abbracci e come stai e come va e mettiamoci a sedere.
Dopo cinque minuti che siamo seduti salta fuori che smussa da una parte e smussa dall’altra alla fine siamo tutti e due democristiani fatti e finiti, che in Italia diventare democristiano a tua insaputa è un attimo. E infatti votiamo tutti e due PD e infatti la teniamo tutti e due per Matteo Renzi.
E siamo lì che parliamo bene di Matteo Renzi e io dico che alla fine quello di destra sembrava lui e quello di sinistra sembrava Bersani e poi Bersani ha tentato l’accordo con Berlusconi mettendola in culo a tutti quelli che l’avevano votato alle primarie, che però non si erano mica arresi e ancora dicevano che la colpa era di Renzi, che valli a capire e così via, e non avevo ancora finito il concetto che alle mie spalle si sente forte e chiaro: Sei proprio un imbecille!
Proprio così, col punto esclamativo e una certa cattiveria.
Allora siccome io sono una persona, diciamo, cauta, lì per lì non ho fatto neanche la mossa di girarmi e ho guardato Mariani che guardava un punto dietro di me e mi ha detto: Oh, c’è uno che ti fissa.
Allora mi volto e c’è un signore, anche ben vestito, con un krapfen alla crema in mano e un paio di baffi rubati al corredo di Sandro Ruotolo che mi fissa con l”occhio morto da capodoglio, che se uno ti guarda così capisci subito che è una brutta situazione, e fra l”altro anche i baffi mi stanno fissando però con lo sguardo di Sandro Ruotolo che è un po” più indulgente di un capodoglio morto, e appena l”uomo coi baffi incontra il mio sguardo, per levarmi ogni dubbio, mi ridice: Sei proprio un imbecille!
Allora, così a caldo, al batman che è in me gli era presa voglia di alzarsi e andare a mollargli una sberla, poi è intervenuto il tucano che è in me a ricordarmi che se gli allungavo una sberla era facile che ne prendessi due indietro e avanti così finché non ci scappava un posacenere nelle tempia. Il tucano ha anche aggiunto che un conto è se ti insultano la mamma che allora gli devi menare per forza ma qui era nato tutto da Matteo Renzi e a me di fare a sberle per Matteo Renzi non mi pare il caso. Che poi un democristiano che fa a sberle non si è mai visto mai. Al limite ti mette una bomba in casa.
Quindi fingo indifferenza e dico: Ah. Va bene.
E mi rigiro verso Mariani che fa la faccia di quello che non gli scappa da ridere ma si vede benissimo che gli scappa da ridere e gli dico: Mi sta ancora guardando?
E Mariani dice che si, che però adesso mangia il krapfen, poi finisce il krapfen, paga, esce, e a sentire Mariani tutto fissandomi sempre con lo sguardo da capodoglio morto, e nel momento che è uscito i baffi gli hanno fatto il giro della testa e si sono posizionati sulla nuca e hanno continuato a guardarmi con lo sguardo di Sandro Ruotolo, finché non ha girato l”angolo.
Dopo, quando mi sono ripreso dallo spavento, con Marinai ci siamo detti che anche se le modalità non erano state proprio montessoriane l’intento del signore coi baffi era comunque educativo. E infatti visto che il signore coi baffi se l’era presa tanto a cuore abbiamo anche detto alcune cose negative su Matteo Renzi e alla fine Matteo Renzi non ci piaceva più come prima o forse ci piaceva come prima ma comunque non lo avremmo detto in giro, tipo quelli che votano Berlusconi.
E abbiamo aggiunto che l’uomo coi baffi era un esempio da seguire per certi versi meglio anche di Batman. Che se a Gotham City facessero il segnale dell’uomo coi baffi magari ci sarebbe un po’ di criminalità in più ma parecchia gente che dice cazzate in meno.
Dopo il problema è fare un logo semplice ed efficace come quello del pipistrello perché l’uomo coi baffi che mangia un krapfen è davvero difficile da rendere con pochi semplici tratti.
Bisognerebbe lavorarci dietro parecchio.
Non dico che sia impossibile.
Con l’impegno.

*GNAF! è proprio il verso della larva di formicaleone.[/wpex]

HAMER, DI BELLA, SIMONCINI, VANNONI. E QUANTI ALTRI ANCORA?
(Ilario D”Amato)

[wpex Espandi/Comprimi]
Guardo la manifestazione a favore di “Stamina” e mi si stringe il cuore.
Quello che fa rabbia è vedere tanta gente in preda alla solita isteria collettiva quando si tratta di decidere di scienza. In parte lo capisco: magari ho mia figlia che sta molto male, e i venditori di speranza sono sempre molto bravi a far leva su queste pulsioni umane, umanissime. Però somministrare cure non validate, che non hanno nessun appiglio con la scienza, i cui risultati preliminari mostrano che sembrerebbero non funzionare… beh, è da criminali.
Si può obiettare: ma io ci provo lo stesso, magari funziona. Benissimo. E allora io dico “curiamo tutto con il formaggio svedese”. Perché nessuno me lo sperimenta? Perché lo Stato non se ne sobbarca l”onere? Solo perché “Le Iene” non hanno fatto una trasmissione sul formaggio svedese? Solo perché non ci sono bambini implicati? Non è questione di essere antidemocratici, ma nella scienza le decisioni devono essere prese evitando isterismi. E invece, complice la totale assenza di cultura scientifica (e non solo) in Italia, queste persone vengono manipolate e sono anche contente di esserlo. E a chi prova a farli ragionare rispondono, invariabilmente: “quanto ti pagano le case farmaceutiche?”. Senza accorgersi che stanno facendo il gioco proprio di chi lucra su queste false (o quantomeno indimostrate) speranze.
Attenzione: la ricerca scientifica non è perfetta. In fondo, è un”attività umana e quindi corruttibile: anche la politica è l”essenza di tutto ciò a cui dovrebbe aspirare l”uomo, ma poi va a finire in mano a Scilipoti. Ma è indegno che si usi questa banalità per dire “vabbè, allora proviamo tutto”. Proprio perché le risorse sono limitate (nel tempo e nei costi) bisogna dirigere la ricerca verso ciò che ha più possibilità di portare ad un risultato concreto. Proprio per questo le sperimentazioni sulle malattie rare vengono messe sempre in fondo: alle case farmaceutiche non conviene perché non avrebbero mercato, e la società -che dovrebbe occuparsene- preferisce risparmiare. È terribile? Certo. Ma quando negli ospedali manca la carta igienica, diventa tutto conseguente.
Il problema, come dico sempre, è culturale. Ci sono troppi sprechi mentre allo stesso tempo ci sono troppi medici che lottano con pochissimi strumenti, troppi ricercatori senza uno straccio di sostegno. A chi giova tutto questo? A tutti. Perché dove ci sono sprechi, c”è gente che ci mangia su; e dove c”è gente che ci mangia su, c”è consenso; e dove c”è consenso, ci sono voti; e dove ci sono voti, c”è la possibilità di essere eletti per “cambiare tutto perché nulla cambi”.
La gente crede e crederà sempre allo stregone di turno. È la natura umana. È il fascino di chi ti promette di guarire “risolvendo i tuoi conflitti” piuttosto che con interventi, chemio o quant”altro. Comodo, facile. Che poi sia falso, poco importa. Per non cascarci occorrerebbe una cultura scientifica ed una consapevolezza scettica che in Italia non c”è, e probabilmente non ci sarà finché vivo. E manifestazioni come quella su Stamina ce lo sbattono in faccia con tutta la violenza dell”arroganza e dell”ignoranza più becera.[/wpex]

MALEDETTO SIA IL POMODORO
(Porco Schifo)

[wpex Espandi/Comprimi]
Il tagliere è quasi vuoto e riesco a vederne i confini, e oltre.
So bene cosa mi aspetta, e non lo temo; quando son nato mi han detto le cose come stanno, e ho avuto tempo per prepararmi, un lusso non concesso a tutti.
Molti intorno a me ancora si chiedono cosa stia succedendo, chi inizia a capire è sempre più nervoso.
Io sono solo uno spicchio d’aglio, su questa tavola siamo tutti diversi ma faremo tutti la stessa fine, forse è questo che non sopportano.
Ieri l’altro pensavo ai fatti miei come sempre (non ho tanto da fare, fra la crisi e il fatto che sono uno spicchio d’aglio), e mi trovo di fianco sulla mensola una patata appena scavata dall’orto dietro casa.
Fatemi spiegare, vengo da lì pure io, ma quando arrivai ero ben più informato di lei.
Questa cretina quasi non aspetta che la donna chiuda, a momenti si fa sentire, mi guarda e fa: “Cristo amico! Non vedevo l’ora! Finalmente fuori! Vedrò il mondo! Andrò all’università, scoprirò me stessa e lascerò un segno! Per dio, mesi sottoterra con i miei genitori sempre fra le palle, finalmente potrò essere libera!”.
Ora, cosa volete dire a una così? Niente. Sorrido e le dico “Li farai neri bella!”, tanto è giovedì, e ogni venerdì sera il piccolo reclama le sue patatine fritte.
Una porzione. Una patata.
Non mi sogno nemmeno di darle confidenza.
Non che abbia mai iniziato, è il triste destino dei più svegli. Non ti fidi mai.
Che sia per paura di sbagliare, o perché ti han già detto come va a finire, tendi comunque a dosare con attenzione ogni apertura verso il mondo esterno. Poco merita fiducia.
Tutti quelli che mi son passati a fianco, durante la mia vita relativamente breve (anche se tutte le vite sono “relativamente” brevi), erano convinti di poter cambiare qualcosa in questo mondo; non avevano il minimo indizio di essere solo pedine, vive solo finché utili al sistema.
Mi hanno sempre fatto ridere, e chissà perché, giunto al mio ultimo rintocco, io non riesca a pensare ad altro che a loro.
Alle carote, contente di essere così rigide e diritte, alla loro sicurezza, alle gare a chi fosse più rigido e dritto.
Agli asparagi, convinti che avrebbero cambiato il mondo, quando in realtà hanno solo profumato qualche pipì.
Alle patate, alla loro ingenuità, che le ha lasciate indifese e spappolate in un purè.
Ma soprattutto, ai pomodori.
E’ stato uno sbaglio fidarmi dei pomodori, ma è difficile resistergli, così convinti, così impegnati e intransigenti.
Credevo ci avrebbero portati fuori da questo limbo di paura e indifferenza, dove i più fortunati sono quelli che sanno che saranno fatti a pezzi, e agli ultimi nulla è concesso, a parte lo sgomento quando è ormai troppo tardi.
I pomodori non avevano nulla in più degli asparagi o delle carote, ma avevano un’idea, talmente bella che nessuno ci credeva; ma per loro non contava, a tutto erano disposti pur di veder realizzato il loro ideale, ed è per questo che hanno più colpe di tutti.
Potevano farlo, e non l’hanno fatto.
Si sono persi.
Guardando le carote hanno iniziato a fare a gara a chi fosse più grosso, guardando gli asparagi hanno combattuto per stabilire chi più profumasse l’aria.
Son diventati la pallida imitazione di quello che erano, e non sono nemmeno giunti all’onorevole morte in padella, sono finiti in un bidone appena si son guastati.
Loro è la colpa di quello che gli è successo, e di quel che accadrà a noi d’ora in poi.
Penso a loro, e a me, convinto di esser più furbo.
A me, mai schierato, sempre nel giusto perché mai sbilanciato.
Ora che tutti hanno provato e tutti hanno fallito, mi trovo sotto la lama finale, e mi chiedo cosa sarebbe cambiato se ci fossi stato anch’io.
Se mi fossi unito a chi voleva combattere.
Mi pongo queste domande sotto l’ultima lama, e mi rendo conto di essere stato più stupido e patetico di tutti.
L’unica cosa alla quale ho pensato è stata arrivare preparato alla conclusione, senza mai pensare a cosa fare durante il percorso, e a questo punto tanto vale usare la mia battuta di uscita, è l’unica cosa che l’essere un aglietto presuntuoso mi concede, e non è neppure granché. Vabbè.
Sapete cosa dice uno spicchio d’aglio romano quando capisce di essere spacciato? “Sòffritto”.[/wpex]

Libernazione’s Got Talent: verdetto e quarto turno

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Ok, è stato peggio di un parto trigemellare, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.
Com’è agevole rilevare mettendo insieme i commenti dei dodici autori che hanno espresso un giudizio, gli eliminati del terzo turno sono Edilio Ciclostile e Pogechi (arrivederci, ragazzi, è stato bellissimo finché è durato); restano in corsa gli altri sei, vale a dire:

  • Andrea Barbati;
  • Barbara Bussolotti;
  • Canimorti;
  • Ilario D’Amato;
  • Porco Schifo;
  • SmxWorld.

Adesso passiamo al quarto turno, nel quale i nostri candidati tireranno un po’ il fiato: si tratta di scrivere un post a piacere, di mandarcelo via e-mail entro lunedi 22 aprile 2013 e di aspettare che i primi 9 (dicasi nove) autori di Libernazione che avranno modo e tempo di farlo eliminino il post che reputano peggiore. Dopodiché si tireranno le somme e l’ultimo classificato (o tutti gli ultimi classificati in caso di parità) verrà (verranno) eliminato (i).
Tutto chiaro? Ok, aspettiamo i vostri post.
E non dimenticate: alla fine ne resterà uno solo.

LGT: i post del terzo turno

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E così è andata: ognuno degli otto superstiti del nostro talent show ci ha inviato un post col quale confutava, a sua volta, un post tra quelli scritti dai nostri autori. Per chi morisse dalla curiosità, dico subito che due se la sono presi con Libernazione in generale, due con Absinthe, due con la Digiorgio, uno con Sassi e uno con Capriccioli.
Bando alle ciance, eccovi i link a tutti i post del terzo turno:

Adesso succederà questo: i primi dodici (dicasi 12) autori di Libernazione che ne avranno il tempo e la voglia sceglieranno ciascuno due post da escludere tra gli otto di cui sopra, scrivendo e motivando la loro decisione nei commenti a questo post; poi verrà stilata una microclassifica, e in caso di parità si procederà a uno spareggio. Al termine di questa fase, quindi, verranno eliminati altri due concorrenti, di tal che i pretendenti al titolo rimarranno solo in sei.
Coraggio, allora: leggiamoci ‘sti post.
E ricordate: alla fine ne resterà uno solo.

Non voglio pagare il tuo conto

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di SmxWorld

Una donna col suo corpo può farci quello che vuole, fino a quando le conseguenze delle sue scelte non incidono sulle vite altrui. Se permetti, a me non sta bene che tu fai la puttana e poi il conto dei tuoi clienti lo devo pagare io. “Sono 10.000 euro, che faccio segno? Si si, segni pure che poi passano gli italiani e pagano”. Col cazzo, io il tuo conto non lo voglio pagare. Perché uno dei due problemi delle puttane e dei faccendieri che occupano il Parlamento, o qualsiasi altra istituzione, è proprio questo: che siamo noi cittadini a pagare. E visto che non paghiamo manco una tantum, se permettete, mi rode. E mica poco.

E se vogliamo, questo è l’aspetto meno grave di questa situazione. Già, perché se c’è una persona che si prostituisce (fisicamente o meno) per arrivare in Parlamento, di contro c’è qualcuno che magari quella posizione la meritava. E allora ecco che la mercificazione del tuo corpo, della tua dignità, scelta libera e assolutamente rispettabile se fatta fuori dalle istituzioni, ha delle conseguenze anche sulle vite degli altri.

E non mi si dica che sappiamo in anticipo chi andiamo a votare, che le liste le conosciamo e ne possiamo votare un’altra. Perché innanzitutto, con questa legge elettorale è possibile candidare una persona in qualsiasi circoscrizione. Quindi se candido una puttana di Belluno a Palermo o un venduto di Matera a Venezia, è difficile che gli elettori sappiano chi stanno votando. Per fare due esempi: se il PdL candida Mara Carfagna un dubbio ti viene, ma se ti candida una sconosciuta di nome Patrizia D’Addario, di primo acchito non vai a pensare che sia una delle eleganti signore che allietano le eleganti feste di Berlusconi.

Ed è così che tutto si riduce ai cosiddetti leader. Infatti non si sente mai dire “voto la Finocchiaro”, “voto Ghedini”, “voto Crimi”, ma si parla votare Bersani, Berlusconi, Grillo e via dicendo. È un vulnus di questa legge elettorale (quando la cambieranno sarà sempre troppo tardi).

Poi, se io voglio votare per il PD, non è che voto il Movimento 5 Stelle o il PdL solo perché nel PD magari ci sta una che l’ha data per essere messa in lista. No perché, se io voto il PD è perché magari preferisco il suo programma a quello degli altri, o perché preferisco avere Bersani come Primo Ministro piuttosto che Alfano o qualche sconosciuto proposto da M5S.

E poi, che discorso è dire che “c’è chi ci arriva col cervello e chi con la fica”? Non ho capito, ma le leggi si discutono e si votano col cervello o con la fica? Io mi aspetto che un calciatore arrivi in nazionale grazie al suo talento calcistico, che una cattedra universitaria vada a chi ha i titoli e la capacità di insegnare. So che in alcuni casi non è così, ma non per questo lo giustifico. Non condivido certo la mentalità tutta italiana di provare stima per chi è furbo e raggiunge uno scopo usando delle scorciatoie illegali o al limite della legalità, o che invadono la libertà ei diritti degli altri.

Scapulomanzia

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di Canimorti

Giochiamo ai partigiani?
Va bene, giochiamo.
Se giochiamo ai partigiani Matteo Renzi è un campione di sportività.
Prende il termine che l’ha portato alla ribalta, “rottamazione”, ed esagerando di parecchie misure lo definisce bieco, volgare, truce.
“Rottamazione”, riferito a quel Massimo D’Alema che ci ha regalato la bicamerale, è un concetto misurato e sobrio.
“Rottamazione”, riferito alle mummie incapaci di rinnovarsi mentre il paese sprofondava della geenna, è un’ alpenliebe al posto di un citotossico in endovena.

Di contro “fascistoide” significa degno del fascismo, ricalcante toni fascisti. In una repubblica costituzionalmente antifascista è l’accusa più infamante.
Del resto è chiaro, le dichiarazioni di Matteo Renzi sono facilmente accostabili a quelle di un radiogiornale fascista, specialmente per uno che non ha mai aperto un libro di storia o visto di sfuggita il pregevole Camicia Nera o preso parte ad un comizio di Casa Pound. Certo.
E avete notato che unendo i nei sulla faccia di Matteo Renzi appare il teschio della decima mas?

La reazione del sindaco?
Absinthe: Matteo Renzi si inalbera.
Ecco l’inalberata reazione:
Oggi l’Unità, quotidiano del mio partito, sostiene in prima pagina che io sia autore di una proposta fascistoide. E con stile e sobrietà mi giudica volgare, rozzo, populista, suicida, cinico, arrampicatore, brutale. Tutto in un solo articolo. Ho molto apprezzato che non ci sia alcun riferimento alle mie evidenti responsabilità nella creazione del buco dell’ozono.
Ostia, bisogna che ci mettiamo d’accordo sui termini. Tipo inalberarsi.
Dizionario qualsiasi della lingua italiana: adirarsi, sdegnarsi, adombrarsi.
Se quella lì è una reazione indignata o sdegnata o adombrata io sono una pescanoce.
Absinthe, tu chiamala come ti pare, noi peschenoci useremo la parola appropriata: ironia.

Segue graziosa evoluzione da trapezista kazako: Renzi mette sullo stesso piano Vendola, Bersani e Fiorito.
Ah si? Di seguito la criminale sentenza:
È disponibile, il Pd,
a mettere online le fatture degli ultimi tre anni dei suoi
dirigenti? Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola le mettano tutte
sul sito, io aspetto. Dimostrino di essere davvero diversi dal
tritacarte di Fiorito.
Quindi questo, nel tuo vispo e curioso universo, significa “mettere sullo stesso piano”?
Interessante.
Allora io, dal vicino universo delle peschenoci, ti faccio un esempio di quello che normalmente intendiamo con “mettere sullo stesso piano”.
Esempio: Mohandas Gandhi, come Adolf Hitler, come Vlad l’impalatore e come Gzemnid la divinità sotterranea dei beholder, non ha mai fatto chiarezza sulle sue posizioni politiche in età preadolescenziale.
Ecco, questo significa “mettere sullo stesso piano”.
Quella di Matteo Renzi, di contro, è una cordiale esortazione polemica ad agire negli interessi dei cittadini mentre dall’altra parte ti stanno urlando “fascistoide”.

Poi arriva The Masterpiece.
Absinthe, riferendosi alla gag di un presunto supporter di Matteo Renzi che indossa una maschera di Massimo D’Alema e finge di essere investito dal camper elettorale, afferma quanto segue: Se un supporter di Bersani si fosse messo la tua maschera [di Renzi] e avesse fatto finta di essere investito avremmo avuto un sacco di titoli sui giornali.
Ma pensa un po’. Sarebbe andata così?
E chi lo dice, la tavoletta ouija? Hai fatto i tarocchi ed è uscita la papessa? Scapulomanzia? Il tuo senso di ragno? La stessa partigianeria pelosa usata fin qui?
Massì, sarebbe sicuramente andata così, fidiamoci, il senso di ragno non sbaglia mai.
E la divinazione, poi, è bella corposa. Prevede nel dettaglio anche il genere di titoli sui giornali, tutti in fila. Tutti precisi.
A proposito, sulla Prima Divisione girone B si sa niente? Ho puntato tre euro sul Nocerina-Barletta. Fammi sapere.

Se poi Matteo Renzi ha il buongusto di dissociarsi (superfluo come Marilyn Manson che si dissocia dalla sparatoria alla Columbine) per venire in contro a quel dieci per cento di popolazione che si esprime a bramiti mentre un’infermiera gli spinge il semolino in gola, mi dispiace, non basta.
Se la cava”.
Ricapitoliamo, vuoi?
1. Un (presunto) supporter di Matteo Renzi fa una gag discutibile.
2. Matteo Renzi si dissocia.
3. A te non basta.
Cosa doveva fare, bruciargli la nonna?
Mettergli incinta la figlia e farle un raschiamento uterino all’ottavo mese usando uno startac Motorola?

Ma va bene così, dai, va sicuramente bene così.
Se dopo le colonne di Lotta Continua e le missive brigatiste, dopo vent’anni di Lega Nord e di berlusconismo, dopo i cori sui Nassiriyya e le urla dell’assassino/calunniatore/comico/nuovocheavanza, se dopo tutto questo, il linguaggio squadrista, per Absinthe, è quello di Matteo Renzi, allora va bene così.
Si vede che non ho capito un cazzo io.
Prosit.

Affilate un cazzo

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di Porco Schifo

Mi è piaciuta la proclamazione del terzo turno.
Dicono che posso scegliermi un post e attaccarlo, ed essere premiato per questo.
Bene.
Son convinto di essere piuttosto bravo a distruggere, d’altronde si sa, è più facile che costruire.
Mi ci metto subito.
I post sono un sacco, mi servo delle tag a fondo pagina per orientarmi, saltello da uno all’altro, ne leggo un sacco e penso:
“Vacca boia. E’ difficile.”
E’ difficile per lo stesso motivo che mi porta a leggere questo blog: mi piacciono gli autori.
Qualche lettore (stronzo) penserà che io stia tentando di insinuare la lingua nei loro aurei deretani, per potermi avvicinare al sacro circolo di cui fanno parte, ma non si preoccupi, che son stronzi anche loro.
Dicevo, mi piacciono gli autori di questo blog; non significa che io sia sempre d’accordo con loro, nemmeno che mi siano simpatici, più che altro apprezzo come argomentano, come scrivono.
Mi piace il come, non il cosa, e per questo è difficile attaccarli, perché sono pezzi ben costruiti.
Da qui il domandone.
Perché attaccarli?
Perché me l’han detto, il concorso, ok, ma si suppone che loro stessi apprezzino i loro post, che si scervellino per scriverli e che li consegnino dopo accurate limature.
Quindi cosa vogliono testare (sono/siamo sottoposti a un test sottoforma di post, non che sia una precisazione necessaria, volevo scriverlo solo perché è carino da pronunciare, test sottoforma di post, provateci), quanto posso colpire duro?
Vogliono qualcuno in grado di abbattere un buon ragionamento, solo perché così dice la consegna?
Si sono accorti che il novanta percento dei loro post si schiera contro omofobia, maltrattamento di detenuti e tossicodipendenti, violenza sulle donne, ipocrisia, nuovi fascismi e oppressione di diritti?
Immagino di sì.
Quindi, perché mai dovrei smontare uno di questi post?
Per far vedere quanto son bravo a sollevare obiezioni e menar fendenti?
Che cazzo, mi s’incrociano gli occhi.
Scrivono ogni santo giorno di quanto il paese sia martoriato dalla classe politico-clerical-industriale più corrotta del globo, delle loro sorridenti facce di teflon che vomitano stronzate sapendo di farlo, e cosa chiedono a chi crede di essere un “blogger di talento” (cit.)?
Distruggere un post qualsiasi, a scelta, magari non conta nemmeno l’argomento, basta saper attaccare e far sì che il proprio punto di vista finisca per sopraffare quello del bersaglio.
In tal caso potete anche smettere di sorridere quando pensate all’accezione bonaria di parole come “canaglia” o “talent show”, perché state sorridendo seduti sulla sponda opposta.
Io non affilo proprio un cazzo, voglio poter esser pacato, senza che chi ignora il significato della parola mi creda poco appassionato.
Certo, potrà anche essere un modo di testare la mia abilità “tecnica”, ma per “demolire” qualcosa devo crederci, non alzo i toni solo perché posso.
Funziona come con lo stereo: alzi il volume al massimo e riesci a coprire la musica del vicino, ma adesso il tuo impianto gracchia, alla fine né tu né il tuo vicino vi siete goduti la canzone.
E probabilmente hai danneggiato pure le casse.

Mangino informazione (distorta)

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di Ilario D’Amato

È uno scandalo, una vera vergogna.

C’è un popolo che soffre la fame. Un popolo tenuto in scacco dai suoi governanti. No, non parlo dell’Italia: è la Corea del Nord. Quei comunisti da operetta sono così malvagi che una decina d’anni fa avrebbero chiesto “ad alcuni Paesi europei, in particolare alla Germania, di inviare loro i capi di bestiame affetti dal morbo della mucca pazza”.

Parallelamente, lo scorso ottobre i governanti greci (che non sono comunisti, ma sono cattivi ugualmente) avrebbero “autorizzato la vendita sottocosto di cibi scaduti”. Ma mentre per i nordcoreani tutti si sono scandalizzati, nessuno ha difeso i poveri greci.

O almeno, questo è quanto ci dice Absinthe nel suo post “Mangino brioches (scadute!)”. Ma è davvero uno scandalo, una vergogna, la pistola fumante delle “fallimentari teorie e pratiche economiche” dei due paesi?

Vi sollevo subito dal dubbio: no. La conclusione dell’articolo può essere condivisibile o meno, ma non per le premesse da cui parte. E come insegna Aristotele con il suo sillogismo, questo manda a puttane tutto il ragionamento.

I nordcoreani avranno pensato “meglio rischiare l’intossicazione che morire di fame”, dice Absinthe. E cita questo articolo di Gabriella Mironi su ‘Vita’, “I coreani affamati vogliono mangiare la mucca pazza”. Fa impressione, eh? Già immaginiamo la disperazione di quel popolo, tenuto in scacco da quei “carcerieri”. Già si affollano nella nostra mente le immagini dei bambini denutriti, delle madri disperate, e di tutto l’armamentario di dolore cui siamo sottoposti ogni giorno (tanto che ormai ci sembra perfettamente normale).

Il punto è che quella disperazione è reale. La richiesta di carne di ‘mucca pazza’ no. “La Corea del Nord chiede al governo della Germania di donare a Pyongyang 400.000 capi di bestiame destinati al macello perché a rischio di mucca pazza”, ci dice la Mironi. La fonte sarebbe la televisione tedesca ARD, secondo la quale le autorità nordcoreane avrebbero chiesto ad un’agenzia umanitaria tedesca di intercedere presso il Ministero dell’agricoltura di Berlino. Macchinoso, vero? Forse i coreani non sapevano tradurre la loro lettera, o forse avevano troppa vergogna.

Cerchiamo nuove conferme nello stesso articolo, allora. Una arriva da Käthi Zellweger, direttore dei progetti della Caritas Hong Kong, secondo cui “macellare migliaia di capi di bestiame, mentre la gente muore di fame, è un peccato: bisogna invece controllare i capi e utilizzare quelli non infetti”.

Un momento, come ‘non infetti’. Ma non dovevano inviare quelli con la ‘mucca pazza’? Duncan Mac Laren, Segretario generale della Caritas Internationalis, affonda: “vi è stata la proposta di destinare parte di questa carne, ritenuta sicura, alle fasce più povere della popolazione in Europa”. Come ‘ritenuta sicura’. Come ‘popolazione in Europa’. Ma allora di che stiamo parlando?

Ce lo spiega la CNN che, a differenza del nostro Corriere della Sera (“La Corea del Nord chiede alla Germania le bestie malate: una soluzione alla fame”), fa la cosa più ovvia: cita le fonti dirette. Rupert Neudeck, a capo della “Cap Anamur” – l’organizzazione umanitaria che avrebbe dovuto intercedere tra i coreani ed i tedeschi – ci dice che “da quando si è diffusa la notizia della ‘mucca pazza’, nessuno osa più comprare carne di manzo”. Ed allora l’Europa ha approvato un piano per rilanciare i consumi: comprare oltre un milione di mucche dagli allevatori per poi abbatterle ed incenerirle.

Niente a che vedere con il rischio di malattie, dunque, ma una semplice operazione di mercato. Che ha suscitato addirittura le proteste degli stessi allevatori, come ci informa lo Shiller Institute, grati per il supporto economico ma tormentati dai dubbi morali: “Qui bruciamo le le mucche mentre lì i bambini muoiono di fame, non è giusto!”. La risposta del Ministero è stata che i coreani “non hanno bisogno di carne, ma di frumento e riso”, che questo aiuto sarebbe logisticamente troppo difficile e dispendioso, e che “distorcerebbe il mercato interno della Corea del Nord”.

Se c’è un motivo per indignarsi, dunque, è perché l’Europa ha coscientemente deciso di mettere la propria economia davanti alla possibilità di aiutare delle persone affamate. Sorpresi? Benvenuti nel mondo reale.

Il secondo punto è molto meno affascinante, ma va comunque chiarito. È vero che i greci hanno tecnicamente permesso la vendita di cibi “scaduti”, ma bisogna intenderci sul significato del termine. Se su un prodotto c’è scritto “da consumarsi entro”, significa che dopo quella data potrebbero proliferare i batteri e l’alimento potrebbe essere non più sicuro. Ma se c’è scritto “da consumarsi PREFERIBILMENTE entro”, significa che dopo quella data l’alimento avrà perso parte delle sue caratteristiche di qualità, ma si può ancora mangiare senza problemi per un bel po’ di tempo. C’è da dire poi che le date sono sempre molto arretrate per il principio di precauzione.

La differenza è tutta in quel “preferibilmente”. E come osserva Repubblica, la legge riguarderebbe “la data entro cui devono essere ‘preferibilmente consumati’ i prodotti”. Ed inoltre “la norma è in apparenza in linea con le raccomandazioni europee in tema di sicurezza alimentare”.

Molto si può (e si deve) discutere su questi temi, che per quanto possano sembrare lontani -geograficamente e non- in realtà ci riguardano molto da vicino, così vicino da far parte della nostra stessa umanità. Il sistema economico è tutt’altro che perfetto, e queste sono solo un infinitesimo delle storture che produce ogni giorno, ogni secondo. Come individui possiamo fare ben poco? Probabilmente. Ma abbiamo un’arma fondamentale: la conoscenza, l’informazione corretta. Usiamola per argomentare correttamente, per discutere con raziocinio, e magari immaginare insieme qualche via d’uscita.

Un’opinione a tutti i costi e forzatamente contro

in talent by

di Barbara Bussolotti

Franco Battiato è un uomo troppo libero per essere compreso da una massa di schiavi. Chi si indigna per il termine “troia” libero non è. Affatto. Né chi traduce la parola stessa, come nel tuo caso, con “prostituta che mercifica il proprio corpo” non è libero. Affatto.
Ad onor del vero, la dichiarazione di Battiato è questa:

[…]Mi rallegro quando un essere non è così servo dei padroni, come queste troie in giro per il Parlamento che farebbero qualunque cosa, invece di aprirsi un casino.

E dice ben altro. A meno che non si resti attaccati come sanguisughe alle strutture sociali delle quali si è inesorabilmente costituiti, orbi a tal punto da isolare da un contesto più ampio una ed una sola dannata parola come un grido nel deserto, sordi da non accorgerci che nel frattempo tutto un mondo perbenista e finto progressista e falso rivoluzionario grida allo scandalo e all’oltraggio. Ed altri drammi così.
È un peccato che tu riduca ad una sola immagine un universo di significato: una donna che vende il proprio corpo. Che ha tutta la libertà di farlo, in barba alla cultura patriarcale e maschilista e medievale e tutto il resto. Senza parlare del fatto che sullo stesso livello etico, semmai, si trovino coloro che quel sesso lo comprano. Ma noi siamo liberali, per noi è ovvio che sia sacrosanta la libertà dell’una di vendersi (se non sfruttata come una schiava) e dell’altro di comprare i di lei servigi per un quarto d’ora o un giorno intero.
È un peccato che tutti coloro che sono schiavi del loro stesso forbito linguaggio ci vedano questo: la prostituzione di un corpo.
Quel “troie” sta per “mal costume”. Un insieme di consuetudini marce e stantie e schifose, che come uno dei peggiori cancri serpeggia visibile e invisibile nella nostra società da sempre: la mercificazione di sé al fine di mettere il proprio culo su una sedia di prestigio e godere dunque di un punto di vista e di azione privilegiato, togliendola (e qui sta il cuore della questione) a qualcun altro ben più capace e meritevole.
Queste sono le “troie” che nessuno vuole. Queste sono le “troie” di cui parla Battiato. Questa è la prostituzione che fa schifo a tutti: vendersi ad un padrone, per diventare chi non si potrebbe mai essere se non per le proprie reali capacità. Politiche, professionali, personali.
Quindi basta con tutti questi sofismi da Social Network, che sono una nuova forma di schiavitù digitale due punto zero. Basta con quest’aria da femminismo forzato anche quando alle donne non si fa minimamente menzione, solo perché la parola termine in “e” ed è plurale. Basta con i puntini sulle “i”, che stanno bene solo nella scrittura in corsivo. Basta con questo parlare di aria fritta, quando non si hanno contenuti pieni di bellezza da aprire e condividere col mondo.
Nelle tue righe ci leggo soltanto un’opinione a tutti i costi, un polemizzare per forza, un essere contro per principio. Pure forzato e scritto da un traduttore mal funzionante, roba ben peggiore della (semmai) noia che desta in te un poeta qual è Battiato, appunto.
Siamo tutti diventati opinionisti precari eppure sicuri. Mentre io mi chiedo, perplessa: dove sono emigrate le persone comuni?

Goodbye, Roberto Sassi!

in talent by

di Pogechi

Premetto che non è stato facile per me trovare un articolo da distruggere in questo blog (altrimenti non lo seguirei così assiduamente dall’imbarcarmi addirittura nel suo “talent”). Ci sono però delle volte in cui certe opinioni “canaglia” stridono con la mia forma mentis, e il post di Roberto Sassi “Goodbye, Montesquieu!” è proprio uno di questi.

Roberto sostiene nella sua tesi che la proclamazione di Grasso a Presidente del Senato (e quindi alla famosa “seconda carica dello Stato”, anche se dubito che la maggior parte degli adulti vaccinati sappia cosa questo significhi) crei un cortocircuito costituzionale, a causa del fatto che un esponente del potere giudiziario sia ora a capo di quello legislativo. Continua poi con l’accusare grillescamente Grasso nel suo intento di voler portare avanti un progetto di riforma del sistema giudiziario, un ambito nel quale il suddetto Pietro, detto Piero, ha sguazzato per anni senza troppi problemi.

Ebbene, a parte il fatto che questa legislatura (che verrà probabilmente ricordata come la più bella e la più breve dagli anni ’60 ad oggi) rappresenti un unicum nel panorama della nostra Repubblica, essendo finalmente la prima in cui è stato effettivamente superato il bipolarismo ideologico (prova ne è che c’è una forza al 25% che reputa gli altri “tutti uguali”); a parte il fatto che il segnale più di rottura mostrato finora sia l’elezione della Boldrini a quella carica che prima era di Fini (FINI!); a parte il fatto che l’elezione di Grasso sia proprio l’espressione di quel cambio di passo della politica vissuta come carriera (la favorita al Senato era infatti la parlamentare credo più attaccata allo scranno, ossia Anna Finocchiaro, di cui potete vedere la digievoluzione qui: http://bit.ly/11tv9iE ); insomma, a parte tutti questi elementi che rendono UNICHE le condizioni che hanno portato alla sua nomina, il problema meramente non sussiste.

Non sussiste perché Grasso, che né più né meno di Ingroia ha chiesto l’aspettativa, è probabilmente meno legato del secondo a processi in cui sono stati coinvolti dei futuri o futuribili politici; non sussiste perché aver esercitato una professione non significa necessariamente essere a favore dello status quo in materia, e quindi ben vengano in Parlamento personalità con esperienza nel campo della giustizia piuttosto che grillini improvvisati; non sussiste perché, credo di prassi, il Presidente del Senato non presenta proposte di legge.

Infine, io credo che un ex procuratore generale antimafia come seconda carica politica nel nostro paese sia un ottimo segnale a. nei confronti di chi combatte la mafia ogni giorno, b. nei confronti dei cittadini che chiedono rinnovamento e un ritorno alla sobrietà in politica, c. nei confronti di chi chiede il ritorno della questione giudiziaria italiana nel dibattito pubblico.

Il corto circuito, semmai, lo creano persone come Paola Pelino, deputata che non ha mai ricoperto cariche giuridiche, ma che è stata condannata per non aver pagato 11.000€ di abiti firmati ad una boutique di Pescara, e che pochi giorni fa protestava di fronte al Tribunale di Milano insieme ai suoi sodali del PDL.

Manipolatori e autoreferenziali

in talent by

di Andrea Barbati

Ciascun candidato dovrà scegliere un post a piacere tra tutti quelli scritti su Libernazione dall’inizio del blog”. Ecco che ci risiamo: il trionfo dell’autoreferenzialità. D’altronde abbiamo accettato le regole del gioco e nessuno mi ha obbligato a partecipare (farete sicuramente leva su questo). Alla ricerca di un tema sul quale polemizzare eccomi dunque intrappolato tra le maglie dei “tag clouds” in una frustrante escalation di post al principio apparentemente troppo condivisibili, mentre tutto quel tempo rubato al lavoro si trasforma gradualmente in fastidio verso me stesso e le mie stupide ambizioni da “blogger” (fancazzista, viziato, egocentrico e anche un po’ radical chic che ci sta sempre bene). Come quando nel ripetere ossessivamente la stessa parola la si svuota di significato trasformandola in un oggetto completamente estraneo, allo stesso modo la lettura compulsiva di una sfilza di post di Libernazione mi ha catapultato nel nonsense di un bloB letterario estraniante ed estremamente omologato, percorso da vagonate di dissenziente ironia di cui ho smarrito il senso globale. Gli spunti per polemizzare e produrre il pezzo richiesto non mancherebbero affatto, ma so già che il tutto si risolverebbe in una polemica stanca e aggressiva. Un po’come commentare quell’articolo che ci fa tanto rodere il culo cercando l’equilibrio fra insulto e colto dissenso, ma senza soddisfazione alcuna. Con il rischio che la ludica polemica richiesta dal gioco sfumi nel fomento di una battaglia personale. E quindi sono andato avanti. E più sono andato avanti più ho percepito la spocchia, la saccenza, un finto e ostentato spirito democratico e liberale, o forse ero io che, prevenuto, miravo a scovare i post potenzialmente più irritanti. E allora sono passato a leggere dell’altro, tornando ad apprezzare, condividere e sghignazzare. Bene, adesso avete fatto in modo che un manipolo di persone leggessero più post di quanto sia normalmente richiesto durante una pausa di lavoro, un piccolo lavaggio del cervello di voci poco contrastanti fra loro. Insomma avevate bisogno di inventarvi un talent per farvi dare una ripassata da otto lettori (mantengo volutamente il doppio senso)? Sapete che c’è? Che ho pure votato il 5 stelle, ma non per questo riuscirete a farmi scrivere un post che si perda tra i commenti di un qualunque grillino rosicone. Perché alla fine avete dimostrato che i veri manipolatori siete voi. Manipolatori e autoreferenziali.

LGT: responso e terzo turno

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Ok, gente, Jacopo Tondelli ha letto i dieci post del secondo turno, e dopo averli attentamente valutati ha decretato quello che segue:

Nessuno è comunista” e “Di larghe intese si muore“, due tra i post più politici tra i dieci selezionati, mi sembrano anche i più deboli. Entrambi tradiscono la “voglia di parlare di politica” quasi a tutti i costi, sotto il cappello dei luoghi comuni da smontare, ma si fa fatica e capire davvero attorno a quali luoghi comuni essi ruotino. Pur con intuizioni condivisibili, appaiono centrati attorno alla – rispettabilissima – sensibilità degli autori, invece di scaturire dalla realtà delle cose che accadono in una società, o dei pensieri in essa dominanti. Che sono poi, appunto, i luoghi comuni.

Come vi avevo preannunciato, il giudizio di Jacopo è inappellabile: ragion per cui, Benedetta Rubin e Mario Di Vito devono togliersi il grembiule e lasciare la cucina di Libernazione’s Got Talent.
Restano in gara Andrea Barbati, Barbara Bussolotti, Canimorti, Edilio Ciclostile, Ilario D’Amato, Pogechi, Porco Schifo e SmxWorld: otto concorrenti per un solo vincitore.
Ciò detto, iniziamo subito con il prossimo turno: stavolta ciascun candidato dovrà scegliere un post a piacere tra tutti quelli scritti su Libernazione dall’inizio del blog (eccezion fatta per i post scritti dagli altri concorrenti) e cercare di demolirlo polemicamente. I giudici saranno gli autori di Libernazione, o meglio i primi 13 (dicasi tredici) che avranno modo e tempo di formulare il loro giudizio. Anche stavolta verrete eliminati in due, quindi cercate di mettercela tutta. Che altro? Ah, sì: non c’è limite di battute, e i post dovranno pervenire al mio indirizzo e-mail entro e non oltre la mezzanotte di venerdì 29 marzo.
Tutto chiaro? Ok. Allora iniziate a scegliervi il post e ad affilare le unghie.
E ricordate: alla fine ne resterà uno solo.

LGT: Ecco i post del secondo turno

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Ok, ci siamo: quelli che vedete linkati qua sotto sono tutti i post che i dieci concorrenti superstiti ci hanno inviato per il secondo turno, interpretando ciascuno a proprio modo il tema “abbattere un luogo comune“.
Contrariamente a quanto vi avevo annunciato, stavolta non sarà Alessandro Gilioli (temporaneamente assente) giudicare i post, ma un altro giornalista molto importante, anche lui inspiegabilmente disposto a prestarsi a questa corrida, che in teoria avrebbe dovuto occuparsi di voi nel turno successivo: mi riferisco a Jacopo Tondelli, che ringrazio -scherzi a parte- per l’amichevole disponibilità.
Come vi dicevo, due di questi post -e con loro i relativi autori- verranno definitivamente esclusi dalla competizione: il tutto, ovviamente, a insindacabile giudizio di Jacopo, senza recuperi, ripescaggi o provvedimenti di grazia dell’ultim’ora; anche se i commenti di tutti gli altri sono consentiti, ed anzi auspicati.
Mi pare di avervi detto tutto. Non mi resta che linkarvi qua sotto -in rigoroso ordine alfabetico- i dieci post in gara.
Buona lettura, e ricordate: alla fine ne resterà uno solo.

Andrea Barbati: Via Veneto e la dolce vita.
Barbara Bussolotti: Diversamente.
Benedetta Rubin: Nessuno è comunista.
Canimorti: Donnanana.
Edilio Ciclostile: Tutto torna.
Ilario D’Amato: Beato te che sei all’estero. Qua è tutto uno schifo.
Mario Di Vito: Di larghe intese si muore.
Pogechi: Vaglielo a Spiegare.
Porco Schifo: Magari il calcio mi piace davvero.
SmxWorld: Tutto e subito.

Tutto torna

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di Edilio Ciclostile

Ripetere con me: avevamo squali-scimmia in parlamento ora abbiamo scimmie-somaro. Tutto Torna. A mio insindacabile giudizio.
Se sei stato beccato a scoréggiare in chiesa, durante una funzione solenne, da quel momento il motivo di fondo della tua esistenza diventa che ritieni di dover combattere lo sviluppo della società perchè procede nella direzione in cui il materialismo potrebbe andare deluso.
E la frustata esistenziale con la quale hai percosso l’aria, prima o poi te la ribeccerai indietro.
Interno chiesa matrimonio.
La promessa eterna d’amore esce dalla tua bocca con l’odore di morto che può esprimere soltanto il culo di un nonno invidioso.
É stata la sincronicità junghiana a fare scuola che diceva: nulla succede per caso. E ora, sui tappeti narrativi dei film – da Crash a Cloud Atlas – ritroviamo palle di questo genere che rimbalzano asincrone per rendere più eccitante la nota noiosità della commedia.
Da chi siamo stati invitati a non tornare indietro, ma di proseguire verso lo bello stilo?
Tornando noi al luogo comune, parlarne non è facile come abbatterlo, direbbe Dante. E ovviamente non è così, risponderebbe Virgilio. Semmai è complicato il contrario. Cercare di smontare un diavolo che, a parte facilitare empatie tra umani (Flaubert), di preciso non ha nessun compito e nemmeno lo stato di famiglia.
E dopo una breve ricerca sull’argomento, cosa vado a scoprire con la voce gridata che mi esce fuori dagli occhi? Che picconarne uno, qualsiasi, significa sfidare il sacrosanto diritto che la gente ha di farsi un’opinione. Ma sopratutto di tenersela stretta seppure sbagliata. E non c’è scienza che tenga quando all’ombra di una calotta cranica un’idea s’indurisce come roccia.
Bene. Allora?
Allora per far diventare questo un giorno gioioso, non mi metterò a tirare l’elastico in mezzo alle chiappe di un gorilla. Così per scoprire se sono io il più intelligente tra i due. Ma mi occuperò di…, fatti i cazzi tuoi.
Un motivo ricorrente (fonte Treccani) è a tutto vantaggio di un autore che una volta trovato lo usa fino ad esaurimento di ciò che ha da dire sull’argomento. (Il realismo dell’epoca coincide con la durata che l’autore ha di sopportare se stesso).
Quindi quando egli tratta di luoghi comuni non solo è in un mood positivo, ma al diabolico Flaubert va riconosciuto che proprio quell’operazione aiuterà il nostro ad instaurare empatia con chi poi ne pagherà le bollette.
Arrivo alla polis: Paramagnetismo del Radicale Libero. Non è un titolo, e nemmeno lo imitia. É la caratteristica di una molecola ad alta facilità di accoppiamento con altre dovuta ad un elettrone che gira libero.
Ecco, PRL è anche l’acronimo di Paraculismo del Grillino Sciatto.
Tra parentesi (luogo comune deriva da tòpos).
Il Grillino Sciatto è sempre quella molecola che dicevo prima. Con l’elettrone che va per i cazzi suoi e non vede l’ora di accoppiarsi. Ma il GS è anche quel diavolo che dicevamo prima prima. Senza un preciso scopo o stato di famiglia. E che salvo per certe alterazioni psicologiche, sembra uscito dall’acquedotto di Silvio.
La rabbia lo gonfia, gli slabbra il grugno e quando non riesce a sfogarla, quella tanto lo pompa che finisce per farlo scoppiare. E si affloscia tutto.
Chi aiuta il GS a tirare avanti?
Qualcuno che per lui stana sempre nuovi tòpos dalle fogne e gli suggerisce come portare acqua con le orecchie.
Ripetere con me: avevamo squali-scimmia in parlamento ora abbiamo scimmie-somaro.
Morale della favola, se ti rimane un tassello per le mani non lo gettare prima di aver trovato dove si trova il suo buco nel comune luogo.

Tutto e subito

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di SmxWorld

La generazione di mio padre ha vissuto il periodo in cui “non c’erano tutte le comodità che avete voi oggi. E ai miei tempi lavoravi già da bambino perché in casa c’erano tante bocche da sfamare”.

Per questo, quelli della generazione di mio padre si sentono in diritto di apostrofare quelli della mia generazione con frasi tipo “voi giovani volete tutto e subito”. “Voi giovani non sapete aspettare”. E poco importa se stiamo parlando di una persona che ha buttato anni dietro ai libri, piuttosto che di una che ha deciso di imparare un mestiere o di entrare nell’esercito, o se parliamo di una persona che se la prende comoda perché ha le spalle coperte.

Che fastidio che provo verso queste esternazioni, quando le sento mi verrebbe da chiudere la conversazione con un sonoro “ma vai a rotolarti nudo nella segatura di ferro”. Solo che poi rischierei un altrettanto snervante “non c’è più rispetto per gli anziani”; e la fiera del luogo comune diverrebbe davvero insostenibile.

Decido così di desistere dal mio intento belligerante e provo a confutare la fondatezza di quelle parole: “Voi giovani volete tutto e subito, non sapete aspettare”.

Tutto e subito, eh? Facciamo così, iniziamo a quantificare il tempo che un giovane che prosegue negli studi trascorre a seminare prima di poter anche solo pensare di raccogliere.

Cinque anni di Liceo. Tre anni per la Laurea di primo livello. Due anni per la Laurea Magistrale. Aggiungiamoci pure un anno a Londra, che oggi tocca saperlo l’inglese. Fanno undici anni, in totale e nella migliore delle ipotesi.

Quindi uno che investe più di un decennio della sua vita a porre le basi per il futuro, nel momento in cui vorrebbe riscuotere diventa automaticamente uno che “vuole tutto e subito”?. A quanto pare si.

Come se non bastasse, tra ricerca di un lavoro, periodi da stagista, contratti a progetto, accordi sulla parola, prima di vedere la luce in fondo al tunnel passano almeno altri due anni.

E si deve pure sorbire i moralismi di quelli della generazione di mio padre che gli ricordano che “non sa aspettare”. Il tutto mentre loro magari sono entrati in fabbrica a venti anni. A soli venti anni, dopo cinque anni di superiori e uno di militare, i nostri moralizzatori avevano lo stipendio assicurato fino alla pensione. Potevano acquistare un’auto, potevano accendere un mutuo (se non avevano in dote una casa dai genitori), potevano sposare la morosa.

Avevano tutto e subito. Loro. A Vent’anni

Sapete che vi dico?Fate pure voi, esprimete giudizi sui giovani che non sanno aspettare, non sanno rispettare, non sanno stare al mondo, che ai vostri tempi non era così. Noi intanto continuiamo a fare colloqui, a metterci la cravatta quando dobbiamo presentarci, ad essere felici per le fottute briciole che rispondono al nome di “contratto a progetto”. A volere tutto, perché non è subito. E’ tardi.

Fortuna che mio padre è un alieno per la sua generazione

Magari il calcio mi piace davvero

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di Porco Schifo

Ho una gran voglia di rivedere Marco, da quando ha iniziato la specialistica a Venezia non ci si incontra quasi piu’. Lo vedo sul binario, solita barba e giacca, è sempre lo stesso, saluti e ci dirigiamo all’edicola della stazione, una delle poche degnamente fornite della città.
Marco fa per chiedere Micromega, l’unico periodico che compra sempre, ma un giovane adone (che apparentemente ha scelto Fabrizio Corona come modello di stile) gli soffia la precedenza borbottando “la gazzetta”.
Vedo negli occhi del mio amico la complicità che ben conosco, mi dice “è sicuramente interessato all’inserto culturale”, e quello si gira e accenna un sorriso vuoto, magari è convinto che ci sia davvero, l’inserto, poi si allontana.
“Probabilmente è diretto in biblioteca”, specifica Marco.
Se penso che votiamo tutti da eguali mi vien voglia di fumare oppio, lasciamo stare.
Faccia come vuole.

Perfetto. Mi sveglio con un minimo di buonumore e alle 9:40 è già andato.
Grazie tante stronzetto. Capisco quanto sia soddisfacente potersi confrontare con la mia pochezza per un minuto, ma la prossima volta fallo in silenzio.
Se penso che fra qualche anno ti crederanno pure un valente intellettuale mi vien voglia di fumare crack, ma lasciamo stare.
E’ come se tu pensassi che vado in palestra, dall’estetista o a far compere per impressionare te o chi per te. Poi sono io il vanitoso.
A me pare che tu non faccia nulla di diverso da quel che faccio io, dalla barbetta alle scarpe scamosciate.
Tu e io, amico, ci conciamo come ci pare, ci interessiamo di quel che ci pare, ma tu ti collochi (da solo, oltretutto) un gradino piu’ su.
Non ti passa nemmeno per la testa che il calcio mi piaccia davvero, non conta che sia stata la mia passione e il mio sogno di bambino.
Non conta che mi piaccia davvero il modo in cui mi vesto e curo il mio corpo, tu sei sicuro che non sia una mia scelta, che io sia un burattino nelle mani delle riviste di moda.
Che ti piaccia o che no, altro non faccio che seguire il mio personale gusto; e mi permetto di aggiungere che se il mio personale gusto ti ripugna, son tutti cazzi tuoi.
Vorrei dimenticarmi di te per farmi passare il nervoso ma non ci riesco, perché proprio non capisco il motivo della tua ostilità cieca e velenosa.
Quasi mi turba.

Diversamente

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di Barbara Bussolotti

Si vede da come lo guarda: lei pensa che il piacere lo provino quasi tutti. Lui vive in quel quasi vago e sfumato, seduto su una sedia a rotelle. È smagrito, le gambe sembrano un disegno più che un’estensione fisica reale, lo sguardo è spento. Come se avesse un bottone da qualche parte, l’unico con il quale possa controllare volontariamente una parte di sé e ci spegne lo sguardo.
Il sesso è un’abilità e lui è diversamente abile. Dunque il sesso è diversamente sesso. Gli si avvicina con movimenti lenti ed indecisi, senza sapere bene cosa fare.
Si vede da come lo guarda: lei pensa che a lui il sesso non serva. È abituata a chi sa fare da sé, a chi si spoglia rapidamente e si regala un’ora di piacere silenzioso e gridato ad occhi chiusi e vissuto in un altrove ogni volta differente e pagato, sì, perché funziona così.
– Il mio amico olandese ha un’assistente sessuale. Una donna avvenente ed esperta che conosce la disabilità, oltre all’arte del piacere. Mi dispiace per te, invece.
Lui è diverso. Diverso da tutti i clienti di sempre, diverso da quelli che camminano eretti su due gambe ben piantate. Non le era mai capitato di dover spogliare qualcuno, usando grazia nel sollevargli quelle gambe assenti di gravità. Di sganciare i braccioli della sedia e farli scivolare lateralmente. Di spostargli le natiche più in avanti, quel po’ che le avrebbe consentito di sedersi su di lui.
– Il mio amico non la deve pagare. È un suo diritto, il sesso. Il piacere. Provarlo. È come quello di vivere la vita. Il sesso fa parte del corpo, dunque della vita, no?
Si vede da come continua a guardarlo: lei non sa che dirgli. Che è dispiaciuta, quello sì, glielo direbbe. E pure che non sa come si fa a maneggiare la sua esilità, perché sa solo spalancargli le gambe sopra. Lei è lì per farlo godere.
Gli attimi si susseguono incerti, mentre lui la aiuta a completare la penetrazione. Lei sì che ha le curve molto belle, mentre le sue, pensa, le sue sono dritte, quel dritto giusto per incassarsi nella sedia a rotelle.
Il piacere si consuma lento, in un tempo surreale e diverso per l’uno e per l’altra. Lui chiude gli occhi e viaggia in un luogo di estasi, fatto di penombra e di fisicità diversamente estesa. Gli piace. Ansima. Lei è sta lì impacciata e manca di parole e concentrazione. Conta i minuti alla rovescia, dicendosi che prima o poi lui sarebbe arrivato al suo orgasmo e lei si sarebbe potuta rivestire.
Il piacere è servito. Lui si asciuga, lei si affretta a rindossare i suoi panni. Lo vede goffo ed in difficoltà e si allunga per aiutarlo. Lo riveste, ritira su i braccioli, lo aiuta a sistemarsi con la schiena poggiata perbene sullo schienale.
Lo guarda ancora una volta incredula prima di andarsene. Sì, il sesso è un diritto di tutti. Non è che un disabile non voglia godere, no. Questo è un maledetto luogo comune, vero solo in virtù di una maggioranza che sta in piedi e scopa muovendosi autonomamente. Non è affatto comune. È un luogo fatto diversamente, in cui si vive di quasi vaghi e sfumati.

Vaglielo a spiegare

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di Pogechi

Negli ultimi 20 anni, i partiti hanno incassato quasi 3 miliardi di euro, dei quali hanno effettivamente speso meno della metà, facendo bottino del resto. Credo sia venuto il momento di tagliare il middle man che rende il processo così esoso − lo Stato. Prima però, bisogna attaccare una serie di luoghi comuni a riguardo.

Il primo, che afferisce ad una certa cultura statalista, sostiene che la sostituzione del finanziamento pubblico con quello privato (e già la scelta di questo termine anziché “autofinanziamento” la dice lunga) segnerebbe l’inizio di una politica di Serie A, dove solo chi è dotato di un grande patrimonio può aspirare alla Champions dei governi. Il sillogismo si snoda attorno al fatto che un’azienda potrebbe entrare in possesso di un partito e fare il proprio porco comodo. Ciò potrebbe comunque essere evitato mettendo tre paletti:

1. trasparenza e controlli
2. tetto massimo ai finanziamenti
3. donazioni solo da persone fisiche

Ciascuno di questi punti riuscirebbe a prevenire il prevalere delle logiche economiche sull’interesse dei cittadini, mantenendo l’idea di fondo.

Altri dicono che, anche qualora lo chiamassimo autofinanziamento, si formerebbero dei partiti aristocratici e borghesi a tutto svantaggio degli squattrinati, che non potrebbero sostenere i propri rappresentanti. Anche questa è una balla: alle primarie, il re dell’uguaglianza sociale Vendola ha ricevuto una donazione media di 70€ a persona, con punte coraggiose di 1000 e 1500€. Se aggiungiamo i 2€ versati ai gazebo, SEL ha portato nelle casse di Italia Bene Comune 1mln€, un bel fundraising per un partito di sinistra al 3%. In più, larghi margini di crescita si prospettano una volta che merchandising, raccolte fondi e tesseramenti saranno regolamentati e istituzionalizzati. Chi verrebbe veramente afflitto sono i partiti populistici come Lega, M5S e PDL, che si basano sul voto di protesta o addirittura di scambio (grazie al generoso fondo cassa). Un gruppo di partiti forte del sostegno economico dei simpatizzanti avrebbe maggiori chance di fidelizzare i propri elettori nel lungo termine.

Infine, la deriva plutocratica e pro-lobby nella quale stanno cadendo gli Stati Uniti è di solito l’ultimo degli argomenti degli irriducibili. Si può dire con certezza che un sistema del genere non è una strada da seguire, ma anche che un paragone tra USA e Italia non regge su nessun piano: gli interessi che ungono gli ingranaggi del Congresso sono semmai presenti al Parlamento Europeo, non a Montecitorio. Da noi il lobbismo lo fanno i metalmeccanici, i farmacisti, i notai, i tassisti. Siamo noi i pericolosi antidemocratici da cui dobbiamo difenderci.

Per finire, credo che un contributo economico di natura personale possa trasformare il diritto al voto in una vera occasione per una partecipazione allargata e informata; aggiungendo un sistema uninominale, l’interesse per la cosa pubblica acquisterebbe inoltre una nota meritocratica. Vaglielo però a spiegare, a quelli che credono a questi luoghi comuni.

Nessuno è comunista

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di Benedetta Rubin

Nel 1921 nasce il PCd’I (Partito Comunista d’Italia), si distingue per l’intransigenza rivoluzionaria filosovietica di Bordiga e Gramsci. Nel 1943, viene fondato il PCI (Partito Comunista Italiano) da Palmiro Togliatti, “un partito di massa” radicato nel territorio, volto a proporre soluzioni concrete per le masse lavoratrici e per il paese. I primi governi dell’Italia liberata vedono la compartecipazione dei tre maggiori partiti, PCI,DC,PSI. Nel 1948 vi e’ una rottura all’interno della coalizione antifascista, la DC guidata da De Gasperi sceglie una linea più moderata che esclude le sinistre. Qui, comincia la propaganda anti-comunista italiana. Una propaganda che si basa sul contrasto fra l’agressivita’ e la brutalita’ dei militari sovietici alla mitezza “cristiana” di figure disarmate e indifese tratte dalla vita famigliare e civile. Emblematica e’ l’immagine dei cavalli dei cosacchi che si abbeverano alle fontane di piazza San Pietro. Ora la situazione e’ degenerata, adesso e’ comunista tutto cio’ che si contrappone al berlusconismo. Il comunista aumenta le tasse, quando in realta’ finora e’ stato il governo Berlusconi e quello Monti. Il comunista non lavora e parla con la pancia piena,alla faccia degli operai Fiat,dei partigiani e dei minatori italiani del ‘900. Il maccartismo berlusconiano e’ riuscito a convincere che gli attuali “comunisti”mangino i bambini, quando in realta’ si nutrono di caviale e nouvelle cuisine. Il comunista inoltre non si lava, puzza,si fa le canne ,si mette stracci addosso ed e’ incline al promiscuo. Eppure stando a quello che il mercato, ops!la politica, ci offre egli profuma di acqua di colonia, fuma sigaro e/o sigarette, indossa abiti su misura ed e’ più pudico di Heidi. La barba ha la parvenza di essere incolta, ma e’ frutto di anni e anni di barbiere. I capelli non sono rasta, perche’ o non ci sono i capelli o sono pochi.Invece che Gramsci, legge Scalfari, il poster del Che e’ stato rimpiazzato dal quadro acquistato all’asta. Al centro sociale, preferisce l’agriturismo. E’ contro le multinazionali, ma compra “Apple” e fuma Marlboro. Protesta per i tibetani e indossa scarpe frutto del loro lavoro. Parla dei lavoratori, degli operai, e conosce Termini Imerese e Mirafiori grazie a google. Lasciatemi dire che i primi ad aver rovesciato il significato di “comunismo” sono alcuni dei politici di sinistra , come Diliberto che vanta due pensioni, quella di deputato e ministro della Giustizia e lo stipendio di docente universitario alla Sapienza. Oppure come D’Alema che conosce le banche meglio di Draghi. Per non parlare dello stesso PD, che oggi cita Berlinguer e domani pensa a fare alleanza con chi e’ contrario all’articolo 67 della Costituzione italiana.

Beato te che sei all’estero. Qua è tutto uno schifo

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di Ilario D”Amato

La faccia del mio amico su Skype è sgranata, ma riesco a intuire il suo sguardo. Non mi sta prendendo per il culo. È convinto. È ferito, forse, dalle tante battaglie perse. È stato il mio comandante nella sgangherata barca di quella redazione di provincia. Abbiamo messo insieme le mani nella merda di una realtà sempre più incomprensibile, e della quale sembra importare sempre meno a chiunque. Del resto i pregiudizi sono più facili, immediati. Costano meno fatica.

“Beato te”. Senza volerlo, mi parte un mezzo sorrisetto sarcastico. Fuori nevica. Sembra di stare in un episodio di Heidi, ma con i Sigur Rós in sottofondo. Fa freddo, ma si sa: Londra è gelida. Soprattutto quando il tuo professore ha appena detto “Ma tanto tu dopo il master torni in Italia, vero? Perché qui non c’è lavoro, questo lo sai, no?”. E allora fai quello per cui sei nato: leggi, ti informi. E scopri, con colpevole ritardo, che il Regno Unito ha una delle più basse mobilità sociali nel cosiddetto mondo sviluppato. E cioè, detto in soldoni: se nasci povero, resti povero; se nasci ricco, resti ricco. Altro che ‘sogno americano’ in salsa europea.

Ma come. “Una delle migliori università d’Europa per il giornalismo”. “Con l’inglese potrai andare ovunque”. “Lì sì che sono meritocratici, altro che in Italia. E poi badano alla sostanza, se ne fregano del pezzo di carta”. Ma nessuno ti dice che l’onda lunga della crisi è arrivata anche qui, e non da oggi. Chi ti incoraggia magari lo fa a fin di bene: dieci anni fa si poteva davvero trovare facilmente un lavoretto, cominciare a farsi le ossa, e poi fare carriera. Adesso no, servono sempre più skills. Sempre una in più di quello che hai tu. Non sai l’arabo? Eh, male. Ormai qui lo conoscono tutti. E poco importa che una lingua del genere non si impari certo in un mese, o in un anno. Come l’inglese, del resto.

E allora? E allora resta lì, aspetta un po’, fatti le ossa. Nel frattempo puoi sempre trovarti un lavoretto, no? A sei sterline l’ora, che è comunque più del minimo di legge. Ma sempre al di sotto della linea di sopravvivenza che -visti i prezzi di Londra- è di otto sterline e mezzo l’ora. Significa che lavori, e perdi due sterline e mezzo. Sempre se lo trovi, ‘sto lavoro: a Nottingham si sono presentati in 1700 per otto posti da barista. No, non quello figo che fa i cocktails: quello che prepara i caffè, ma più spesso pulisce i cessi.

Il mio amico domani parte. Dal profondo Sud, cercherà fortuna nell’altissimo Nord. Non necessariamente come giornalista, è chiaro. Qualunque cosa, pur di non essere pagato quattro euro ad articolo. Quando te lo pubblicano. “Magari ci apriamo un ristorante”. Non penso che scherzi. E io, che sono lontano duemila chilometri dalla mia Costiera Amalfitana fatta di limoni, e curve da fare in moto, e mare cristallino, e ragù fatto pippiare dodici ore, e amici, ragazza, genitori: mi stringo un podi più nel cappotto. E sorrido, ancora una volta senza volerlo

Via Veneto e la dolce vita

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Di Andrea Barbati

Tutte le volte che un qualsiasi attoruncolo americano mette piede a Roma e viene “paparazzato” di fronte a una pizza, puntualmente le cronache mondane gridano ai rinnovati fasti della dolce vita. E’ come una perdita di cui noi Romani non riusciamo a farci una ragione, un cadavere che tentiamo di resuscitare goffamente da circa mezzo secolo con scarsissimi risultati. La dolce vita è finita, defunta, sparita e lo tocchiamo con mano in quel meraviglioso decadimento di Via Veneto tra pretenziosi bar fuori moda, ambigui locali popolati di attempate puttane di alto bordo e papponi sovietici, e vecchie foto di Mastroianni ostentate alle pareti di ristoranti, dove turisti in sandali e bermuda si illudono di vivere in un film di Fellini pagando a caro prezzo il peggio della cucina Italiana. Ed è proprio al principio di questa strada che scopriremo il segreto e il vero volto di Via Veneto, lungo gli scalini che conducono alla cripta dei Cappuccini, macabro tesoro nascosto sotto la chiesa di Nostra Signora della Concezione. Il senso di questo luogo si riassume nella frase che ci accoglie all’interno: “noi eravamo quello che voi siete e quello che siamo voi sarete”. Una frase che ci riporta alla precarietà della nostra vita terrena e alla serena accettazione di un ciclo che finisce: verrebbe quasi da pensare che anche i cappuccini di Via Veneto si fossero rotti il cazzo della tanto compianta dolce vita. Una volta scesi all’interno vi accorgerete che lo sfarzo e l’eccesso sopravvivono ancora in questa celebre strada, semplicemente un po più in basso di quanto potevate immaginare e con un estetica decisamente più kitsch. Le ossa di circa 3700 frati cappuccini, traslate dal vicino cimitero anticamente situato nei pressi del Quirinale, furono infatti utilizzate per comporre la decorazione di cinque piccole cappelle. Un trionfo del rococò in cui rosoni, stelle, lesene, lampadari e persino un orologio sono minuziosamente assemblati con tibie, femori, bacini e teschi. Tre piccoli scheletri presenti nella cripta ci si presentano come pronipoti di papa Urbano VIII, macabro artefice dell’intera scenografia, ma la vera protagonista è la principessa Barberini, il cui scheletro incombe dall’alto sorreggendo nella mano destra una falce, simbolo di morte, e nella sinistra una bilancia, a rappresentare l’eterno giudizio di Dio. La diva Felliniana e la principessa Barberini, la vacuità della dolce vita e il destino ineluttabile della morte. Nella cappella dei teschi campeggia una clessidra alata (o per meglio dire scapolata): il tempo passa, anzi vola. Soprattutto per quelle dive che dal tempo sono terrorizzate. E se tornando indietro getterete uno sguardo su quelle vecchie foto di Sofia Loren, Mastroianni e Anita Ekberg dietro i banconi dei bar, comprenderete il paradosso di questa celebre strada dove la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia. E che di dolce non resta altro che una sottile malinconia.

Di larghe intese si muore

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Di Mario Di Vito

Non ho votato il Pd ma vorrei che da grande diventasse un normale partito socialdemocratico. Leggo le cronache dei giornali, guardo le dirette streaming, studio i post su Facebook e le twittate dei vari politici, alla ricerca di un indizio, sperando sempre di trovare un segnale per una futura svolta a sinistra. Ho in simpatia i giovani turchi e Pippo Civati. Condivido la loro avversione per i vecchi dinosauri che hanno sempre perso ma che, con sguardo serissimo e voce profonda, ti spiegano perché la loro era un”idea vincente.
Qualche giorno fa D”Alema ha parlato di «rinnovamento del partito» e di «larghe intese» con Berlusconi.
Ho pianto come Jodie Foster dopo che è stata stuprata.
Non tanto per il «rinnoviamo il Pd», litania tanto di moda oggi. D”altra parte i voti per il rinnovamento sono andati in massa a un comico di 65 anni che ha costruito la sua fortuna dentro la Rai lottizzata.
Ho pianto per le «larghe intese».
Sono anni che ci facciamo fregare così. E” dai tempi del monocolore Dc che soffriamo di questa straordinaria quanto inusuale forma di invidia penis verso il centro e la destra. Forse siamo troppo buoni: «Dai, le cose facciamole insieme che vengono meglio». Col cazzo, loro sanno bene come fare: se mi offri un dito, ti mangio tutto il braccio. Noi siamo quelli che da piccoli prestavano il pallone per far giocare gli altri e poi non lo ricevevano più indietro. Abbiamo sempre più voti di loro fino alla campagna elettorale, quando – signorilmente, cavallerescamente -, decidiamo di perderne un po” per rendere la sfida più equilibrata. E” davvero un problema di cromosomi: siamo fessi per natura.
Ci caschiamo sem dipre nel maledetto luogo comune delle larghe intese, enorme animale mitologico che sopravvive ad ogni rivoluzione culturale, equivoco compagno mille battaglie: siamo passati dai soviet più l”elettricità a «bicamerale o barbarie». Ci siamo illusi di fare riforme importanti con un centro colto e intelligente, abbiamo creduto davvero che la Fornero stesse piangendo amare lacrime perché non riusciva a dire «sacrifici». Alla fine abbiamo scoperto che Monti non è soltanto un cinico e baro democristiano: anche i suoi voti adesso non ci servono a nulla.
Proviamo a trattare con Grillo ma sappiamo benissimo di quella misteriosa forza centrifuga che ci spinge verso il Pdl. Altro che larghe intese, questo è un abbraccio mortale.
Stavo giusto leggendo gli otto punti di Bersani per fare un governo. Di larghe intese, ça va sans dire.
Ho pianto come se a stuprarmi fosse stata Jodie Foster.

P.S. Purtroppo il luogo comune delle larghe intese è indistruttibile. Piango come Natalie Portman in tutti i suoi film

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