un blog canaglia

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internet - page 6

Se ci vedete come il fumo negli occhi

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Oggi, se proprio ci vedete come il fumo negli occhi, avete a disposizione uno strumento in più per farci un dispetto: andate sul sito di Macchianera e non votateci per le nomination ai Blog Awards 2012.
Viceversa, se siete se non altro curiosi di vedere una conventicola come la nostra -inclusi gli anonimi opportunamente mascherati, ça va sans dire- alle prese con la cerimonia di premiazione in riva al Lago di Garda, segnalate questo blog nelle categorie che più gli si addicono (a occhio e croce la 3, la 4 e la 15, a meno che non vogliate esagerare e nominarci anche nella 1).
Chissà, magari finisce che ci si incontra là.

Aidonghivascit – N° 0

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Inizia oggi una nuova rubrica di Sindacato Pagano: “Aidonghivascit“, antologia semiseria delle notizie passate sulla stampa italiana di cui si poteva tranquillamente fare a meno.

  1.  Tizio svizzero scava un tunnel di oltre 200 metri sotto il giardino di casa. “Sono stato pagato dalla portavoce del ministro Gelmini: il piano era arrivare al Gran Sasso.” ha dichiarato alla polizia elvetica.
  2. Vacanze italiane in Südtirol per il cancelliere Merkel. Panico tra gli altoatesini, rischia di venir fuori che il bilinguismo è una truffa e nessuno di loro capisce un cazzo di tedesco.
  3.  Dura protesta del Coni: “Napolitano mai inquadrato durante la cerimonia di apertura”. Imbarazzata replica dalla regia olimpica: “Napolitano chi?”.
  4. Pubblicato su diversi giornali l’appello di “www.fermareildeclino.it“. Polemica per la mancata notizia su Corriere e Repubblica. “Il nostro appello è una notizia del tutto irrilevante! Avrebbe quindi avuto tutte le carte in regola per esser pubblicato sui due principali giornali” ha dichiarato Oscar Giannino.
  5. i Radicali rifiutano l’adesione a “www.fermareildeclino.it”: “Abbiamo iniziato noi a fare le vittime perché nessuno ci calcola pur non avendo niente di nuovo da dire. Metteteve in coda!”.
  6. I protagonisti della saga di Twilight si lasciano. Kristen Stewart ha messo le corna al vampiro Pattinson. “Stava fuori tutte le notti…”, ha dichiarato la Stewart per giustificarsi.
  7. Lite tra SeL e Formigoni per i followers su Twitter. “Solo il 32% dei followers di Formigoni sono veri”, ha dichiarato il capogruppo Cremonesi. “Io ho trentamila followers, tu solo 1000!” ha risposto il governatore, che ha poi aggiunto: “Non mi hai fatto male, faccia di maiale!”.
  8. Chiesto il rinvio a giudizio per il figlio di Letizia Moratti. La sua Bat-Casa è un abuso edilizio. “Nessun abuso. Ho regolarmente pagato le tasse al comune di Gotham”, precisa Moratti.

In difesa del "benaltrismo"

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Periodicamente veniamo trascinati in guerra contro il benaltrismo.

Una volta a suonare la carica sono i progressisti delle grandi opere, un”altra volta i propugnatori delle forze armate in strada, una volta il PD, un”altra l”opinionista-di-buon-senso-che-parla-a-nome-della-società civile. Di fatto la litania è sempre la stessa: “iniziamo da questo, per il resto si vedrà…”

Peccato però che questo quasi sempre sia la priorità che interessa loro, e non ad una società lucida, giusta e solidale. Si fa una processione per la Bindi offesa da Grillo: tre articoli al minuto. I cani uccisi in Ucraina (sarà vero o no?): trend su Twitter. Ti permetti di osservare – tu sparuta minoranza – che effettivamente le questioni importanti sono ben altre, e che l”atteggiamento prioritarista – come lo vogliamo chiamare? – spesso è l”esatto capovolgimento di ciò che auspicava Calvino – si da spazio all”inferno tra ciò che inferno non è, e lo si fa crescere. Ed ecco l”accusa pronta: benaltrista. O troll, se chi ti scredita non è pratico di scienze politiche.

Insomma: lasciate fare ai manovratori, dicono i pragmatici. Stabiliscono loro quali sono le priorità.

Peccato che, a ben vedere, persino su Wikipedia venga smascherata questa trappola infamante – questa “macchina del fango”, come direbbe uno dei tanti bot-opinionisti di Repubblica.

A leggere l”enciclopedia virtuale, il benaltrismo si può infatti manifestare sotto molteplici forme:

  • “un abuso del principio di precauzione quando di fronte a dati di innocuità si invocano altre analisi e controlli fino ad allora non richiesti né ritenuti necessari;”
Chi stabilisce quando il principio di precauzione è abusato, in un sistema mediatico così manipolato e manipolabile?
  • “in qualsiasi discussione politica relativa a temi solitamente non all”ordine del giorno (esempio: diritti degli animali) qualsiasi intervento, anche rivolto alle persone chiamate a occuparsene, viene squalificato dal richiamo ai veri problemi della gente;”
E cosa resta da fare, al cittadino messo in disparte dalle social media stars – quei giornalisti o opinionmaker che da soli cantano e suonano per il 70% del dibattito virtuale -, se non rompere le uova nel paniere a questi tromboni autoreferenziali?
  • “riguardo alcuni tipi di volontariato non tradizionali (esempio: <a title="Alfabetizzazione informatica" href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Alfabetizzazione_informatica”>alfabetizzazione informatica nel terzo mondo) o invisi all”interlocutore (esempi: pianificazione familiareunioni civili,cambiamento climatico) si afferma che i problemi sono ben altri (carestiaglobalizzazioneguerra…) e pertanto l”intervento è inutile se non dannoso, distraendo dai veri problemi.”
Anche qui, in un sistema socio-culturale dove si tende a vedere la pagliuzza nell”occhio dell”avversario e non la trave nel proprio – ad esempio i richiami caritatevoli della chiesa o per una maggiore democrazia in Cina da partiti occidentali de facto ostaggio di lobby finanziarie – e dove le risorse sono sempre più malamente utilizzate e sempre più scarse, avrà forse un certo valore un ripensamento radicale di politiche di sviluppo, educazione, pianificazione sociale? Siamo ancora in tempo per parlarne?

Continua poi chi ha redatto la definizione su Wikipedia: “Un altro significato del termine “benaltrismo”, molto usato, riguarda divergenze in ordine ai rapporti di causa ed effetto in relazione a fattori indicati all”origine di un problema, in quanto l”espressione “ben altro”, in tale ulteriore accezione, non significa “di più”, o “di meglio”, ma “qualcosa di diverso”.”

Per fare un esempio concreto:

“Se un soggetto conservatore propone l”uso della forza pubblica” il benaltrista socialitario “dirà che ci vuole ben altro, vale a dire che bisogna prima risolvere il disagio sociale il che farà diminuire la criminalità di cui è causa e permetterà lo svilupo”. Viceversa se il soggetto societario propone la risoluzione del disagio sociale, il benaltrista conservatore dirà che ci vuole “la repressione poliziesca perché è la criminalità a provocare sottosviluppo impedendo investimenti e occupazione.”

E dunque persino in questa accezione, cosa c”è di male nel benaltrismo? Messo in questi termini, esso è una garanzia di dibattito, di confronto anche ostico. Di concertazione in un mare di menzogne.

Forse dovremmo rispolverare la teoria sull”agenda setting e non ne abbiamo voglia. Troppo comodo con l”avvento di Internet e dei social network dire che il pubblico – o meglio, il singolo – si è affrancato dall”imposizione delle priorità da parte dei grandi agglomerati mediatici. Troppo facile sostenere che i gruppi di pressione non hanno più l”influenza di una volta dato che possiamo cliccare laddove ci pare.

Purtroppo la realtà dimostra che questo tecno-pluralismo è solo utopico. L”oggi racconta di gatekeepers ancora potentissimi, che distribuiscono indignazione e distorcono l”informazione laddove meglio gli conviene, partendo dalla carta stampata, passando per la tv e finendo con il virtuale. Non è un caso che Facebook e Twitter siano ancora succubi di ciò che succede sul piccolo schermo, e non – ancora – il contrario.

La verità è che cinque anni fa sarebbero stati definiti “benaltristi” i NOTAV; dieci anni fa gli oppositori alla reazione immediata degli USA contro Bin Laden; vent”anni fa i critici della moneta unica. La società esiste, nonostante la Thatcher, ma non esiste la-società-civile-di-buon-senso: un carabiniere inventato per ammanettare i nostri sentimenti alla paura, e minacciare la nostra ragione con innocui spaventapasseri. Eterno fascismo, eterno calpestatore di minoranze ribelli.

Il benaltrismo è un freno d”emergenza, in un autobus guidato dal rimbambimento collettivo. E” il prendere tempo rispetto a bivi mortali. E” il non accettare il “con me o contro di me”. E” il rifiuto di fasulle chiamate alle armi.

Nuovi media, vecchi sfruttamenti

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I quotidiani nascondono i veri numeri della loro crisi. L’unico segmento in crescita, quello online, è composto da innumerevoli collaboratori occasionali e non pagati. Come se ne esce?

 

Cos”è quel numero che leggiamo nelle pagine interne dei giornali, la «tiratura media»? Indica il totale di copie stampate in tipografia, esclusi gli scarti di macchina. I giornali continuano a esibire nelle pagine interne il dato della «tiratura media» perché gli fa comodo. Proprio perché è un dato “gonfiato”: sotto questa definizione finiscono anche le migliaia di «giornali omaggio» e le copie impacchettate per le scuole, che notoriamente nessuno legge.

La realtà dice tutta un”altra storia. O meglio, l’ha detto l’ADS – Accertamenti Diffusione Stampa – quando giorni fa ha diffuso in Rete, per la prima volta, i dati effettivi – non medi – di vendita dei giornali. Sono dati preoccupanti, che dimostrano non solo quanto siano pompati i numeri pubblicati dai quotidiani, ma anche quale sia lo stato precario di salute della stampa. Tanto per darvene un’idea: il Corriere raggiunge appena 440mila copie – a fronte delle oltre 600mila dichiarate; la Repubblica arriva a 357mila – contro di 500mila dichiarate. Il Fatto è fermo a 56mila, l’Unità sprofonda a quota 35mila copie, e così via.

Dati che potrebbero mettere ancora di più in allarme i veri padroni del vapore, i pubblicitari, che già da diversi anni stanno riducendo i loro investimenti a causa della profondissima crisi del settore. Nel 2011 il calo della diffusione dei quotidiani è stato del -2,6%, un anno prima dell’1,5%, nel 2009 addirittura del 12%.

Nel disastro generale – che non meraviglia chi, come il sottoscritto, da tempo denuncia la deriva dei nostri quotidiani verso un modello d’informazione superficiale, arrogante, esclusivo, manipolato dai forti e manipolatore dei deboli – c’è però il dato di Internet, che continua a rappresentare una controtendenza. Tra il 2009 e il 2011, il numero degli utenti di siti web di quotidiani in un giorno medio è passato da4 a6 milioni, con un incremento del 50%.

I giornali sono ben consapevoli di questo fenomeno, e infatti non passa anno senza che il Fatto o Repubblica non segnalino il “boom” dei propri siti web. Un aspetto interessante è però questo: il contenuto dell’unico segmento in salute dei nostri media, quello online, è costruito per lo più in modo semi-professionale. Da contributor occasionali. Con contratti vagamente definiti, o semplicemente non esistenti.

Prendete l’ormai famigerata colonna destra di Repubblica.it: è quasi interamente costituita da scarti di altri siti, da filmati rinvenuti nei meandri di Youtube, da segnalazioni di lettori, dal riciclo di ciò che si trova nella Rete. Chi si occupa di cercare filmati di gattini che sbadigliano? Come viene retribuito il redattore che “posta” le foto dei «detenuti più buffi d’America»? Prendiamo il sito del Fatto Quotidiano: quanto hanno giovato al suo successo le decine di blogger – non pagati, ovviamente – ospitati su quelle pagine?

Sostiene Giorgio Poidomani, ex-amministratore del quotidiano di Travaglio-Padellaro, che prima della fine del primo anno di attività il CdA del Fatto ha stabilizzato tutti i giornalisti e a ognuno sono stati dati dei bonus: 3mila euro il primo anno, 8mila il secondo e il terzo. Bene, ma qualcosa spetta anche agli occasionali, oppure no? L’amatore che regala al sito il suo video girato durante gli scontri in piazza Tahrir, ha diritto o no alla spartizione della torta? È un discorso ovviamente complesso e che si può rivolgere a quasi tutti i quotidiani.

Una parentesi necessaria: non sono tra quelli che hanno un blog sul Fatto. Ho collaborato ad alcune rubriche con alcuni interventi sporadici, davvero irrilevanti, e non mi azzarderei mai a chiedere una remunerazione. Mi rendo conto che il sentirsi “pubblicati” ha un certo fascino su chi sta facendo gavetta. Regolarizzare un settore che ha l’aspetto di un villaggio del Far West, con giovani firme, anche di valore, pronte a sostituire gratis coloro che pretendono un trattamento professionale, sembra un impresa impossibile.

Resta il fatto che, mentre tutti i guru della comunicazione ci dicono che per sopravvivere al mercato bisogna far finta d’essere già nel 2020, e «chi resta indietro è perduto», il vecchio, caro surplus viene distribuito ancora con metodi che risalgono al 1920.

È vero che i social media hanno creato nuove figure professionali e un nuovo tipo di talent scouting che permette di aggirare vecchie burocrazie e di premiare il merito. Ma persino la “blogstar” che riesce ad emergere – una su diecimila – dall’oceano di anonimato dovrà comunque sperare di farsi assumere da una società che abbia salde radici nel cartaceo, ormai al collasso. E poi lasciatemi dire che Twitter e Facebook sono arene di giornalismo solo apparentemente democratiche: per l’1%, forse, rappresentano un medium efficace e di “potenziamento”. Per tutti gli altri rappresentano solo dosi letali di farmaci stordenti, che finiscono per far perdere tempo e disperdere talento a chi le usa. In poche parole: fanno diventare chi è famoso ancora più famoso, e chi non è nessuno ancora più nessuno.

Probabilmente, come sento dire spesso ai convegni sul giornalismo, verrà il giorno in cui la vecchia guardia degli «inquadrati a vita», dei Serra, dei Maltese, dei Panebianco, dei Della Loggia, verrà sostituita dalle migliori menti di questa generazione dell’apprendistato infinito, del «ti pagherò facendoti pubblicità», delle idee regalate per la gloria futura. Ma quanto bisognerà attendere? E soprattutto, a chi giova questa giungla, se non ai padroni dei giornali, ai pubblicitari, secondo una logica di competizione basata unicamente sul taglio del costo del lavoro, anziché sulla qualità?

«A salario di merda lavoro di merda», si urlava in fabbrica un fantastilione di anni fa. È uno slogan che non ha senso riproporre oggi, non solo perché le fabbriche stanno chiudendo, ma perché ad ogni sfruttato che si ribella, nel suo piccolo cubicolo, ce ne sono almeno dieci pronti a sostituirlo. Ma forse un esempio positivo può venire proprio da quell’epoca in cui il miglior giornalismo, le migliori inchieste, le migliori firme, non erano affatto esclusiva dei grandi quotidiani. Penso alla generazione di Cannibale, del Male, di Frigidaire, ma anche del primo Lotta Continua, di Potere Operaio, di Rosso, di Quaderni Piacentini, di Ombre Rosse. Una generazione che sicuramente ebbe il suo bel daffare a far quadrare i conti, e non è un caso che i più furbi trovarono una pronta ricollocazione negli agi dell’impero berlusconiano.

Ma se i lettori del 2012 decidessero di seguire quell’esempio di “controinformazione”, andando stoicamente contro la natura impulsiva, meccanica, additiva del consumo contemporaneo – non solo mediatico –, se decidessero di investire in piccole realtà “specializzate”, simili a tribù, dove ci si conosce e ci si confronta, anche solo “virtualmente”, e se al tempo stesso fallisse il modello dei media-baraccone – che si sentono in dovere di coprire tutto e male: dalla pallacanestro al gossip, dalla crisi in Siria ai retroscena del Quirinale – forse si potrebbe affrontare una crisi di settore senza svendere la dignità di chi scrive e di chi consuma. E la riduzione di profitti e organici nei grandi gruppi potrebbe far fluire risorse verso minoranze più oneste, magari persino più coraggiose. Faccio un solo esempio, a costo di farla sembrare una marchetta: Internazionale.

 

 

Amaca chips /3 – Lo sciacquone no

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Amaca del 12 luglio 2012 (commentata)

Parecchi anni fa i “microfoni aperti” di Radio Radicale fecero intendere, per la prima volta, che il prezzo di una libertà senza regole e senza selezione è moltiplicare la voce dei mascalzoni e — soprattutto — degli idioti.

uno arrivò persino a tirare lo sciacquone in diretta radio: era la prima volta che sentivo tirare uno sciacquone e fu orribile. Un vero shock per noi perbenini di sinistra, ci ritirammo in salotto a bere una bottiglia di rum da duecento mila lire e finì un po’ come nei film di Bertolucci

Oggi, su una scala infinitamente più grande, è il web che provvede a ricordarcelo.

peccato che non siamo più i ghepardi di una volta, ma qualche buona bottiglia in cantina c’è

E non è necessario tirare in ballo i siti nazisti o le altre macro-paranoie che trovano, in rete, troppo comodo alloggio.

troppo comodo, troppo. si dovrà pur trovare un modo per rendere la rete più scomoda, ho sentito un amico cinese che da loro lo fanno

Basta leggersi i normali “commenta la notizia” che ogni sito, anche quelli dei quotidiani importanti, si sentono in obbligo di attivare.

poveracci, è perchè non sono abbastanza importanti. io per esempio sulla rete non scrivo perchè mi fa schifo e pure pena. non prendo neanche l’autobus perchè non si sa mai, si sentono certe volgarità signora mia

Ieri, per esempio, le edizioni online di tutti i quotidiani davano la notizia di un incidente stradale, fortunatamente non grave, a Nicoletta Braschi, moglie di Roberto Benigni. Seguiva, tra gli altri, questo commento di un lettore: “Poteva anche prendersi un’auto più sicura di una Golf, non mi pare un’auto da signori”.

in confronto a questa oscenità, ammetto che lo sciacquone su Radio Radicale era quasi bello da sentire

La domanda che dovremmo farci, e che ormai nessuno di noi si fa più, è: perché questo pensierino gretto e mediocre, un tempo confinabile al bancone di un bar, deve finire sotto gli occhi di centinaia di migliaia di persone?

buh, però prima dovrei spiegare perchè il mio pensierino snob deve finire sulle pagine di un quotidiano

È obbligatorio?

no. Ora che ci penso neanche leggerlo lo è

Lo stabilisce una legge?

voglio dire, non c’è ancora una legge che lo vieti?

Ce l’ha ordinato il dottore?

ambulanza

E soprattutto: siamo ancora in tempo per discuterne?

non so ma casomai, di questa piaga degli idioti su internet e della fulminante idea di farci un circolo riservato agli intelligentoni, andiamo a parlarne al bar? Dai su, che poi ci diciamo anche quant’è bella la democrazia.

(io ho conosciuto poche persone che odiano il popolo quanto quelle che si dicono democratiche)

Così fan tutti

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Aiuto, la censura cala sulle terga degli omosessuali. Da qualche giorno circolano le foto per la campagna di iscrizioni dell’associazione radicale Certi Diritti. Lo slogan è riportato su un cartello con la scritta “dai corpo ai tuoi diritti”, sapientemente usato dai militanti e simpatizzanti nudi per coprirne le parti intime.  Qualcuno dei soggetti forse preso dall’euforia ha però dimenticato di posizionare il cartello e Facebook non ha gradito, rimuovendo le immagini. Ora, c’è chi ritiene che questa rimozione si configuri come censura verso la campagna. Il fatto è che Facebook ha regole precise anche se arbitrarie su cosa può essere pubblicato e sostanzialmente un pene non è nella lista. La cosa può piacere o no ma nessuno ci obbliga a usare Facebook che non è certo l’unico sito esistente. Non vedo perché la foto del pene di un miltante di Certi Diritti dovrebbe essere trattata in modo diverso dalla foto del pene di qualsiasi altro. Di suo la campagna stile “mi spoglio per”, con i cartelli al posto giusto, non mi è sembrata particolarmente originale (è stata al massimo piacevolmente utile a scoprire tartarughe nascoste nei pantaloni di alcuni amici e compagni). Viene però il dubbio che le certe foto siano state postate nella speranza (ben riposta) che venisse rimossa per poi urlare alla censura contro Certi Diritti. Siamo seri, e se abbiamo voglia di mostrare quanto belli mamma ci ha fatti, scegliamo il contesto giusto, tipo che so, un sito dove non sia vietato.

Nudo, si tolga. E non si stampi

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Scommetteteci, non ci saranno voci indignate. I giornali, come si dice nel dolce gergo delle redazioni, “si arraperanno” poco sul punto. Perché ormai nei nostri media come nel paese c’è bisogno del sangue, perché del sangue si parli. E se c’è invece da dedurre l’attualità di un tema da un segnale debole fanno una gran fatica. Come disse una volta Floris, “E non siamo mica a Rai Educational”. Appunto. Senza “sangue” non c’è notizia. E invece sentite questa.

Facebook ha eliminato una delle foto della Campagna di Certi Diritti, associazione radicale che si batte “per matrimonio tra persone dello stesso sesso, riforma del diritto di famiglia, regolamentazione della prostituzione, diritti delle persone trans e intersessuali, affettività per i detenuti, sessualità e disabilità.” La campagna è composta delle foto di persone, per lo più militanti ma anche no, le quali danno spontaneamente una loro foto, in cui posano nude, con un cartello all’altezza del bacino con la scritta “Dai corpo ai tuoi diritti”. La campagna la vedete qui.  Il comunicato di Certi Diritti lo trovate invece qui.

Ora accade che Giorgio Lorenzo Codibue abbia mandato la sua foto in cui il cartello non è più all’altezza del bacino e quindi la foto è quella di un nudo integrale.

Le regole di Facebook parlano chiaro in materia. Quel nudo integrale non si può pubblicarlo e infatti la foto, che era già stata viralizzata e diffusa su molte pagine, è stata rimossa. Siamo del resto in una temperie culturale che trova offensiva la foto di una donna che allatta al seno. Evidentemente ci sono parecchie idee, e tutte diverse,  di “offensivo” in giro per il mondo della rete. I radicali di Certi Diritti insisteranno a chiamare questa cosa col suo nome: censura. Perché di questo si tratta . E siamo in questo caso in una tipica battaglia di diritti civili e in un tipico caso di coscienza tiepida dei media.

Perché il regolamento di Facebook risolve per via censoria –  a  tutti i livelli – un problema politico tecnologico: come si modera la discussione tra milioni di persone, quando le stesse regole, più o meno, debbano valere per paesi e culture diverse. E la foto di Certi Diritti, che col nudo richiama la sostanza della battaglia per i diritti: dare il proprio corpo per una battaglia di diritto che riguarda la libertà del corpo, pare fatta apposta per  aprire una falla dentro la pretesa del gigante di costruirsi un suo diritto autonomo e valido ovunque e verso chiunque. Una pretesa totalitaria che si applica oggi al nudo e domani ad un’altra espressione fuori dalla media della banalità repressiva: difficile che qualcuno nei nostri media lo capisca

(cross post con SabatoTrippa)

Il bosone di Higgs come simbolo postmoderno

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Il bosone di Higgs non è soltanto un bosone massivo e scalare previsto dal Modello standard, nonché – più volgarmente – la particella che spiega l’esistenza della materia. Non lo è perché, se davvero così fosse, sarebbe argomento di appassionata conversazione al massimo nei centri di ricerca e nei dipartimenti di fisica.

Al contrario, in questi giorni, stiamo assistendo alla comparsa, statisticamente rilevante ed interessante, di frotte di innamorati della fisica quantistica; stuoli di “fisicati” che, dal momento dell’annuncio della scoperta, si sentono inequivocabilmente e meravigliosamente composti di bosoni; atei fedeli che discettano di particelle di Dio sentendosi per qualche momento i nuovi Odifreddi o i nuovi Hawking (quanto aveva ragione Heinrich Böll quando diceva di non sopportare gli atei perché stanno sempre a parlare di Dio!).

Questo esercito di commentatori ignora che ogni parola in più sulla questione contribuisce a cambiarle natura, non si accorge del modo in cui si trasformano i concetti se li si aggredisce con innumerevoli spiegazioni grossolane. È così che il bosone di Higgs si sdoppia e diventa (prima ancora di quello che è fisicamente) un chicco, un granello, della loro anima postmoderna: l’ultimo simbolo di una società wikipediana capace di esplodere improvvisamente in un fasullo afflato scientifico senza precedenti.

Grazie a loro, oggi non siamo di fronte soltanto ad una scoperta scientifica di portata storica, ma anche all’ennesimo temporaneo esistenzialismo multimediale, ad un nuovo scientismo senza scienza, al consueto opinionismo cinque stelle. Era dall’avvento dello spread che non si leggevano e ascoltavano tante opinioni su qualcosa di cui non si sa quasi niente. E, detto con estrema sincerità, non ne sentivo la mancanza.

Il vero “fail” di Anonymous è l’espulsione

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Io avevo capito -ma forse sbagliavo- che per le comunità di hacker come Anonymous la liquidità e l’assenza di gerarchia fossero peculiarità irrinunciabili: anzi, ero convinto che proprio in quella liquidità e in quell’assenza di gerarchia consistesse la differenza decisiva -peraltro a più riprese proclamata e rivendicata- tra loro e tutti gli altri.

Oggi, invece, scopro che quella liquidità e quell’assenza di gerarchia non solo non sono dei punti di forza, ma costituiscono nientepopodimeno che “il problema” del movimento; al punto che quest’ultimo decide di risolverlo una volta per tutte punendo i responsabili dell’attacco al sito di Beppe Grillo nel modo più tradizionale -e oserei dire reazionario- che sia dato concepire: l’espulsione con tanto di “ignominia”.

Attaccare quel sito, dicono “gli anziani” di Anonymous, “è stato un fail clamoroso” che “ha minato alla base la residua credibilità” della comunità.

Sarà.

Per quello che mi riguarda -e per quel poco che conta- le cose stanno in modo completamente diverso. Per me il vero “fail” di un movimento del genere, la vera motivazione che lo priva di credibilità, è il fatto di aver potuto anche solo ipotizzare che un provvedimento di espulsione fosse compatibile con la propria filosofia.

Dopodiché, tutto è possibile, comprensibile e perfino condivisibile: basta evitare di dichiararsi diversi dagli altri quando non lo si è.

Huffington: 6 cose da tenere a mente

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Poi, benedetto un direttore di prestigio un po’ meno inviso alla Rete di Lilli Gruber ma che sappia badare al soldo, comincerà il reclutamento vero.

Allora, blogger italiano, prima di rispondere alla fatidica domanda se trasferire il tuo piccolo blog sulle pagine dell’Huffington Post, ovviamente aggratis, dai un’occhiata a questo studio del NYTimes, o in alternativa tieni bene a mente i seguenti sei punti, prima di finire incazzato nero (peraltro a torto) come i blogger americani di #huffpuff:

1. l’Huffington Post non è un aggregatore di blog e men che meno un blog collettivo, ma un vero e proprio giornale online (il che vuol dire che il suo valore economico si basa sulle notizie e sulle inchieste fatte da giornalisti professionisti o agenzie, questi sì lautamente pagati)

2. le notizie politiche ricevono in America una media di 800 commenti al giorno, che secondo le stime di Quantcast varrebbero 50 visualizzazioni cadauno, dunque una media di 40.000 visualizzazioni singole al giorno. pubblicando quotidianamente più di cento notizie, HP tira su quella che si direbbe una paccata di contatti, il che fa volare le sue quotazioni tra gli inserzionisti. di contro, un post politico riceve una media di 43 commenti, cioè circa 2.000 visualizzazioni: pochine. tra l’altro, lo scostamento della performance di un blogger VIP rispetto agli altri è rilevante (circa tre volte), quindi la media delle 2.000 visualizzazioni scordatela se non sei nessuno. fuori da lì, se scrivi cose interessanti e sai un po’ farci con blogspot quei numeri li fai tranquillamente da solo

3. HP ha vantato nel 2010 30 milioni di dollari di ricavi a fronte di quasi 5 miliardi di visualizzazioni nello stesso anno. il conto di quanti euro possa valere in proporzione il tuo post da mille visualizzazioni, fallo tu (aiutino: meno di una pizza margherita). vale a dire che se Arianna non ti paga non ha tutti i torti: effettivamente, non sei tu il suo asset

4. i grandi numeri di traffico del sito possono essere allettanti, ma la correlazione tra questi e le visite che riceverà il tuo blog è molto bassa e dipende, tra le altre cose, dall’esposizione che gli verrà data. in breveuna testata più piccola potrebbe offrirti molto di più di HP in termini di visibilità e rilevanza. essere un pesce piccolo in un acquario enorme raramente paga

5. che l’Huffington si arricchisca alle spalle dei blogger è un’opinione infondata, come abbiamo dimostrato (i blogger generano meno del 20% del traffico totale). d’altra parte è vero che non redistribuisce in alcun modo la “ricchezza” che produce tra i blogger che la alimentano, ma questo in rete è tutto meno che un tabù: anche la ricchezza di Facebook o di Twitter è data dagli utenti e dall’effetto rete che essi sviluppano, ma non per questo vengono remunerati. la differenza sta nel fatto che l’utente trae sufficiente vantaggio dal social network per il semplice fatto di esservi iscritto. valuta se il “servizio” editoriale offerto dall’Huffington sia abbastanza remunerativo di per sè (ad esempio, andrebbe indagato se offra qualche forma di copertura legale, mentre è certo che offre una considerevole visibilità all’interno dei principali motori di ricerca)

6. l’Huffington è mainstream : nel caso tu sia uno di quei blogger fieri e autarchici, che la libertà della rete dipende dall’autonomia di chi la usa, è una cosa che dovresti considerare. la tua immagine sarebbe rafforzata dal marchio o quello che scrivi è autorevole perchè indipendente? e questa storia della rete libera è una cosa viva, o stiamo andando naturalmente verso una normalizzazione della rete come grande canale di massa? buona occasione per farci un po’ di queste domande.

Il rinoceronte di Avaaz e l’illusione della politica

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Non mi ricordo come e perchè ma una volta devo averlo fatto, firmare un appello di Avaaz. Praticamente questo secondo loro fa di me un “membro” anche se da quel giorno in poi l’ho cestinato insieme alla newsletter del supermercato.

Comunque se una volta ho preso uno yogurt alla Coop questa a buon diritto mi considera nel conto dei suoi clienti, mentre al contrario sono certo di non essere in alcun modo un membro di Avaaz. Mi domando quanti dei 14 milioni di “membri” vantati sul loro sito lo siano, almeno consapevoli essere stati contati. Se poi vale lo stesso principio per i 56 milioni di “azioni intraprese dal 2007” mi chiedo se non sia assurdo considerare “azione” una sottoscrizione on line. Se così non fosse, il parlamento si trasferisca su facebook subito e si legiferi a colpi di like.

Avaaz comunque ha un sito che è un amore e fa invidia a MTV, e i ragazzi italiani da cui ricevo le email sono pieni di entusiasmo e scrivono in buon italiano, insomma si capisce che ci credono nella rete, nella democrazia, nell’eccetera: il motivo per cui ho messo Avaaz in spam è proprio questo, che ci si finisce per credere e che questo rischia di diventare il più grosso malinteso del decennio. Che la democrazia sia questa cosa comoda come il tuo divano e facile come un click, che la politica sia qualcosa come un discount con l’assortimento ben esposto sugli scaffali e le etichette a disposizione di tutti, che per capire il mondo ti affidi a questi bravi boyscout di al gore che ci pensano loro poi tu firmi e torni a fare i giochini su farmville.

La campagna più gloriosa di Avaaz sembrerebbe questa legge anticorruzione approvata in Brasile due anni fa. Se le parole hanno un senso, pubblicizzare questo risultato come una vittoria della democrazia globale è quantomeno fuorviante. La vittoria sarà se i cittadini del Brasile, informati di questo legge, le daranno corpo e sanzioneranno politicamente chi la vìola. Fino a quel momento varrà molto poco ed è lecito ritenere improbabile che si verifichi l’ipotesi precedente, visto che la petizione è stata importata da qualche centinaia di migliaia di nerd del mondo che poco sanno del Brasile e dei brasiliani.

Si può dire che è un rischio che vale la pena correre, ma il rischio di contrabbandare certe forme di social impegnato a costo zero per battaglie democratiche, che son cosa che richiede tempo, riflessione e dialogo tutt’altro che gratis, dove lo mettiamo. Comunque, il giorno che è arrivato l’appello a firmare per salvare il rinoceronte di non so dove ho messo Avaaz nello spam.

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