un blog canaglia

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sotto lo sguardo severo dell’Europa

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C’è stato un momento, non saprei bene dirvi quando, in cui un nutrito numero di persone ha completamente perso il lume della ragione. E no, non sto parlando di quando inspiegabilmente ci convincemmo che Mariastella Gelmini fosse Ministro della Repubblica Italiana.
Sto parlando del fatto che, se su Facebook cercate una determinata parola, otterrete tutta una serie di risultati. Quale parola? Quali risultati?
Andiamo a vedere assieme, miei giovani amici:

Sborrare dai terrazzi.
SBORRARE per cambiare il corso degli eventi
Sborrare per fermare il declino
Sborrare sui capelli di Gianroberto Casaleggio
Sborrare sul dorso a barbara d’urso
Sborrare A Ciel Sereno
Sborrare sul pandoro
Sborrare sotto lo sguardo severo dell’Europa.
Sborrare sotto mentite spoglie
SBORRARE alla Mexes, in rovesciata
Sborrare su tutti i cappellini della regina Elisabetta.
Sborrare sulle strisce blu per non pagare il parcheggio
Sborrare nella stratosfera
Sborrare a nido d’ape
Sborrare da Asporto
Sborrare dappertutto, contro tutto e contro tutti
SBORRARE a tempo indeterminato
Sborrare in tenuta catarifrangente
Sborrare sulla mucca di fruttolo
Sborrare sulle pellicce delle anziane in fila alle poste
Sborrare per credere.
Sborrare a Natale sull’Isola di Pasqua.
Sborrare sulla luna
Sborrare in comode rate mensili
Sborrare a ritmo di musica GOA dentro una Fiat Ritmo
Sborrare in tasca alla gente 
Sborrare Senza Esclusioni Di Colpi
Sborrare Invano SUL Divano
Sborrare come il Fuhrer 
Sborrare Sui Funghi Velenosi X Renderli Inoffensivi
Sborrare sulla scheda elettorale
Sborrare Su Calamità Naturali
Sborrare Piangendo Alla Marco Masini
Sborrare in SI Bemolle
Sborrare In Maniera Infingarda
Sborrare Sui Geroglifici 
Sborrare per Par Condicio
Sborrare Contro I Mulini a Vento

Bene. Immagino che il concetto, a questo punto, vi sia chiaro.
Ma non finisce qui. Perché, se pensate che le persone che hanno creato queste pagine siano persone quantomeno bizzarre, c’è qualcuno che riesce a batterli. Qualcuno che non si rende minimamente conto del luogo dove si trova, delle cose che dice, degli eventi, probabilmente della sua stessa vita.

Ecco a voi

dorso durso

I blog sono morti?

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Due premesse, entrambe importanti: primo, Diego Bianchi è un amico, un professionista di tutto rispetto e una cara persona; secondo, nella classifica dei blog politici/d’opinione al Macchianera Italian Awards, le cui premiazioni si sono svolte l’altroieri durante il Blogfest di Rimini, questo blog si è classificato al di sotto della quinta posizione; ragion per cui, quello che sto per scrivere non è motivato né dall’avversione antipatia per Zoro -il quale peraltro non ha mancato di esprimere la propria meraviglia per aver ricevuto il premio- né dall’irritazione per non aver vinto, giacché senza di lui non avremmo vinto lo stesso.
Desta un certo stupore, tuttavia, il fatto che ad aggiudicarsi il premio come miglior sito d’opinione del 2013 sia stato un blog su cui nell’ultimo anno solare sono stati pubblicati undici post; e credo che prendendo spunto da questo stupore sia il caso di porsi, seriamente, un paio di domande.
Potenza della televisione, mi hanno detto alcuni commentando la vittoria di Diego: e non c’è dubbio -non lo scopriamo certo oggi- che la televisione sia effettivamente uno strumento potentissimo, e che quindi la diagnosi sia sostanzialmente corretta.
Senonché, il tratto peculiare dei blog, o per meglio dire della cosiddetta “informazione dal basso” che proviene dal web, dovrebbe essere proprio l’alternatività rispetto ai mezzi di comunicazione “mainstream”; e il fatto che questa alternatività venga meno in modo così evidente, al punto da indurre gli utenti del web -gli utenti del web, badate, non una giuria di “addetti ai lavori”- a premiare come miglior blogger uno che nell’ultimo anno ha fatto -bene, ci mancherebbe- tutto tranne che il blogger, non può non generare una serie di domande: nel 2013 i blog rappresentano ancora qualcosa di significativo o si sono ridotti a un biglietto da visita, un complemento, un ammennicolo per chi in effetti svolge altre attività? Esistono ancora in quanto tali, i blog, o si tratta di una roba ormai sommersa e di fatto cancellata dall’informazione tradizionale da un lato e dai social network dall’altro?
Insomma, per farla breve: i blog, nel senso in cui abbiamo inteso la parola nel corso degli ultimi dieci anni, sono vivi o sono morti? Ha ancora senso quello che facciamo scrivendo qua dentro? E se ce l’ha è lo stesso senso di quando abbiamo iniziato a farlo o si è trasformato in qualcosa di diverso?
Io non ce l’ho ancora, una risposta compiuta, ma credo che sarebbe il caso di rifletterci e iniziare a elaborarla.
Chi volesse dare una mano, naturalmente, è il benvenuto.

Generatore automatico di inviti a votare Libernazione al MIA

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Fare refresh per ottenere un nuovo invito a votare Libernazione al Macchianera Italian Awards. E per farlo davvero, cioè per votarci, andate qua.

C'è il voto in pagella, che se ci pensi a distanza di anni ancora sei nervoso. C'è il voto di castità, che ammazza il piacere e ti rende nervoso. C'è il voto politico, che ti fa turare il naso e ti rende nervoso. C'è il voto di protesta, che non può che renderti nervoso. Insomma, ad ogni voto sei sempre più nervoso. Sei stanco di essere nervoso per i voti? Vota Libernazione come miglior sito politico/d'opinione ai MIA2013. Perché noi non rendiamo nervosi, noi facciamo proprio incazzare.

COMPLOTTISMI/1

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Premessa: la funzione automatica di word corregge “complottisti” con “complottasti”. Complotto?

 

[Adam Begley, giornalista]: “Dicevi che i tuoi libri non avrebbero potuto essere scritti nel mondo che esisteva prima dell’omicidio Kennedy

 

[Don DeLillo, scrittore]: “La nostra cultura è cambiata in modo rilevante. E questi cambiamenti sono tra le cose che sono entrate nella mia opera. C’è la frantumata casualità dell’evento, la motivazione mancante, la violenza che la gente non solo commette ma che sembra guardare simultaneamente da una distanza disinteressata. Poi l’incertezza che proviamo a proposito dei fatti basilari che circondano il caso – il numero dei cecchini, il numero degli spari e così via. La nostra presa sulla realtà [our grip on reality] ne è rimasta un po’ minacciata” . Don DeLillo, Intervista del 1993.

Rileggendomi i finalisti Macchianera Blog Awards, l’articolo del Post sulla psicologia di chi è incline a credere nelle teorie del complotto mi è sembrato molto interessante. In effetti, mi sono chiesto, chi di noi non ha almeno un amico complottista? E non parlo di uno svitato con lo scolapasta in testa. Alzi la mano chi non è mai stato torturato almeno una volta dal compagno di università con una tirata sull’11 Settembre come auto-sabotaggio del governo USA, o sugli ebrei che non sono andati al lavoro quel giorno perché avvertiti in tempo dal Mossad circa l’imminente attentato?

Anche voi vi siete sentiti a disagio, e non sapevate che cosa rispondere? Vi siete mai chiesti perché?

Secondo il vecchio Don è dal 1963 che la nostra presa della realtà ha cominciato a scivolare. Si entra nel postmoderno anche così: ascolti la verità ufficiale per assuefazione e poi un filmato ti apre gli occhi. Smetti di credere a ciò che dice il governo, la banca, il giornale, applichi nuovi filtri alla vita di tutti i giorni: la realtà è molle e ti scivola sotto i piedi.

Chi ha ucciso Kennedy, a chi credi ora?

Se non è stato Oswald, se non è stato lui da solo, allora chi è stato? È stata la CIA? La Mafia? Castro?

Perché il governo ti mente?

E se il governo ti mente su questo, allora può mentirti su tutto.

E se ti mente il governo, che cosa impedisce di farlo alla banca, al giornale, jameshallison casino al tuo medico?

La realtà scivola e si perde la presa, perché scivolosa è la materia stessa di cui sono fatti i complotti. E quella collinetta non è più solo una collinetta a guardarla bene, ma una postazione di tiro.  E quella gente che guardava il corteo? Guardali bene.

Sei sicuro?

Ad esempio in una ipotetica “Scala Delillo del grip on reality”, agli estremi del grafico troveremmo da un lato chi guardando il cielo vede una innocente nuvoletta (gli scettici) e, all’estremo opposto, chi ci vede una scia chimica (i complottisti).

Voi sapete che cos’è una scia chimica?

Probabilmente si. E scommetto che lo sapete perchè lo avete letto da qualche parte sul web.Il web pullula di informazioni, filmati e infinite discussioni sulle scie chimiche. Sul web le scie chimiche sono analizzate, sviscerate.

Il web sublima le scie chimiche. Il web è le scie chimiche.

Voi ci credete?

Io no. Tendenzialmente non credo ai complotti, soprattutto a quelli su scala planetaria (scie chimiche) o intergalattica (U.F.O.).

Il perché non ci creda non è importante: siete voi che dovete convincere me che il complotto esiste. E a discapito delle migliaia di ore di filmati su youtube, del parere dei cosiddetti esperti o dei “ricercatori indipendenti”, e addirittura delle interrogazioni parlamentari in proposito, sulle scie chimiche siamo ancora fermi al punto di partenza: aumenta l’entropia ma le prove rimangono deboluccie (modo elegante per dire: inesistenti).

Tuttavia i complottisti prolificano, perché?

Perché il complotto non è un atto riferito, un dato scientifico, uno schema. Non si può spiegare con la stessa precisione, rigore e logica. Il complotto è reale e plausibile solo perché da qualche parte, qualcuno lo sta teorizzando.

Il complotto è autoreferenziale.

(..continua..)

Poi vi lamentate di Grillo

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Piacevole incontro negli spazi comuni di un condominio, il mio, in cui molte delle famiglie mantengono dalle origini rapporti di sincera amicizia. La ragazza in questione, che lavora in un’altra citta’ da molti anni, mi racconta di un suo possibile progetto futuro che raccontera’ della morte della sinistra in Italia. Non so quale sia la prospettiva dalla quale hanno intenzione di documentare il fenomeno, ma io ne provo una, sulla scorta di un ragionamento gia’ fatto qui in precedenza.

Mi sono trovato tra le mani l’ultimo Venerdi’ di Repubblica. Gradevole copertina con una Lindsay Lohan nuda su una scala, gambe spalancate e pudenda coperte da una chitarra. Ho pensato divertito alle interviste sbavanti a Laura Boldrini realizzate dalla stessa testata, ma qui e’ grande cinema, tutto e’ concesso. Andiamo avanti.

A pagina 9 Curzio Maltese ricomincia col solito refrain della “trionfante destra neoliberista”, con un articolo intitolato “la triste fine della sinistra che parla solo di PIL e non cerca piu’ la felicita’”. Roba che non supererebbe il test di Catalano di Quelli della Notte:  banalita’ che non hanno neanche l’inutile pregio della tautologia.
Segue una gradevole girata di ombelico con contorno di superiorita’ antropologica, virgolettando apologie di fascismo ai sostenitori di Berlusconi, da parte del noto intellettuale Diego Bianchi, alias Zoro.
Continuiamo con l’immancabile allarme per Fukushima. Potete smettere, stiamo gia’ tornando al carbone senza il bisogno di altri spintoni, cosi’ vedete quant’e’ verde l’alternativa al nucleare.
A pagina 31 il punto secondo me piu’ alto di tutto il giornale: un pezzo dell’ineffabile Loretta Napoleoni, economista (sic!), intenta a spiegarci che la Federal Reserve (da lei chiamata, non so perche’, Riserva Federale) e’ una banca privata controllata dalle banche d’affari. Nel pezzo, vero capolavoro, e’ anche citato ed evidenziato in bel giallo il signoraggio, vero argomento-feticcio dei grandi intellettuali vicini al grillismo.
A pagina 34, poi, un reportage d’inchiesta da Pulitzer: tante foto di isole greche, e titoloni “Isole nel conto corrente: l’ultima idea della troika. Evacuare le popolazioni e fare cassa con le oasi. Viaggio nella Grecia che non vuole arrendersi alle follie dei tecnocrati”, un bel pezzo assolutorio in cui si punta il dito contro le immancabili colpe dei tedeschi e delle istituzioni europee in generale, evidentemente colpevoli della corsa al deficit della Grecia pre-2009, dei dati truccati dai politici greci, della corruzione rampante dell’amministrazione pubblica greca, e cosi’ via. Meravigliosa la chiusura drammatica, in un paese in cui la tv pubblica era strumento di lottizzazione come e peggio della nostra RAI: “come crede che possano informarsi gli abitanti di queste isole sperdute? Con la televisione. Bene, ora quella pubblica l’hanno chiusa”. Gombloddo neoliberista, signora mia.
A pagina 49, un altro articolo d’inchiesta di quelli cattivi: “E’ il tempo dei sindaci new age”, con una serie di passaggi su Marino e Accorinti (sindaco di Messina) che non capisci se quelli che hanno scritto vogliono prendere per il culo loro, te, o se stessi.
Il meglio, comunque, ci e’ riservato verso la fine. Un saggio storico di spessore di Pietro Ottone intitolato “Il nostro futuro? Somigliera’ all’impero romano”, in cui il Nostro sfoggia una conoscenza storica da bigino e conclude che “nell’impero romano si sono succeduti capipopolo buoni (Traiano), malvagi (Nerone), e stupidi (Caligola). Il nostro futuro somigliera’ a quel periodo storico”. Tolto lo scivolone da poveri su Nerone, vi invito a cogliere il fine parallelismo del grande giornalista/storico.

Ecco, questo e’ l’inserto che il nostro connazionale, fedele lettore del quotidiano della sinistra riflessiva, portera’ sotto l’ombrellone. Trovando argomenti di spessore, tono e conclusioni non dissimili da quelli del blog di Grillo, dove pero’ sono affermati con forza, e non detti e contraddetti in nome del fatto che nel PD han paura di farsi prendere per scemi in Europa, si chiedera’ per quale motivo non votarlo. In fondo, dicono le stesse cose. Ma lui le dice davvero.

foto

 

Romeo

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Mi chiamo Romeo, sono un gatto e uso facebook. Cosa? Stai pensando che non è possibile? Che un gatto non sa utilizzare un computer e dunque non può usare facebook? Rassegnati: sono proprio un gatto. Un gatto tutto bianco con un padrone vicentino. Sì, lo so cosa dicono sui vicentini ma ti sembra il caso di fare ironia? Cazzo, immagina di dormire nella stanza accanto a quella di un presunto cannibale. Sghignazzeresti allo stesso modo? Non vuoi pensarci, eh ? Bene, almeno la finisci di fare ironia. Dicevo: sono un gatto tutto bianco con un padrone vicentino e mi piace la pizza. Pare che la pizza non faccia bene agli animali ma se anche mi gioco una delle sette vite che c’ho poco male, nella prossima starò più attento. Non conoscevo la pizza prima di farmi il profilo facebook, tutte le foto che pubblicano quelli che vanno a cena fuori mi hanno fatto venir voglia e allora ho provato. Che poi la vera ragione per cui ho deciso di iscrivermi è che un amico gatto romano continuava a dirmi « guarda che ‘sto facebook è pieno de gatte nude, fatte er profilo ». E allora ho fatto il profilo, così per curiosità. Dal momento in cui ho fatto il primo accesso, la mia seconda vita è cambiata. Sono diventato un erotomane (erotogatto sarebbe più appropriato, ma va be’). Ho cominciato a sfogliare gli album pubblici di tutti quelli che hanno un gatto alla ricerca di qualche bella foto sensuale. Ma no, cos’hai capito, mica le foto della vacanza a Ibiza dell’amica dell’amica dell’amica. Le foto delle gattine, naturalmente. Sono un gatto, mica un pervertito. Tutte quelle gatte nude e in pose sensuali… Ce n’è per tutti i gusti: da quella con le zampe sul gomitolo a quella che dorme su un fianco mostrando le parti intime; dalla maliziosa che strizza gli occhi alla timida che nasconde il musetto con le zampe. Così facebook è diventato per me quello che youporn è per voi. Cosa? Un gatto non si eccita con le foto? Lo dici tu! Un gatto si masturba pure, amico mio. In verità, un gatto normale non si masturba, ma quelli che hanno conosciuto facebook pare che abbiano cominciato. It’s Darwin, baby. Sia chiaro: questa storia deve rimanere tra di noi; ché se lo sa Zuckerberg mi censura le foto e addio autoerotismo (autogattismo). Ora scusa ma ho scovato un album di un tizio che scatta foto alle sue gatte mentre fanno pipì. Una roba disgustosa, eh? Disgustosa per te, forse. Questa è roba che migliora la serata! Se non avessi conosciuto facebook, sarei ancora a dormire in quella specie di lettino del cazzo. Starei ancora a fare una vita da gatto.

Libernazione's Got Talent: il quarto turno

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Dopo un lungo periodo di pausa, coincidente con vari impegni e accidenti, torna “Libernazione”s Got Talent”, il nostro blogging talent attraverso il quale verrà scelto un nuovo autore di Libernazione.
Come qualcuno ricorderà, i concorrenti erano rimasti in sei: però uno di loro, SmxWorld, non mi ha mai mandato il post per partecipare a questo turno, ragion per cui debbo presumere che si sia ritirato; il che equivale a dire che i pretendenti al titolo sono rimasti in cinque.
Qui di seguito i loro post, elencati in rigoroso ordine alfabetico: ai primi 9 (dicasi nove) autori di Libernazione che avranno la voglia e il tempo di farlo spetta il compito di eliminare quello che ritengono il peggiore, scrivendolo nei commenti a questo post: di tal che, alla fine, gli aspiranti libernauti in gara resteranno solo in quattro.
Rimangono graditi, comunque, i commenti e i pareri di tutti.
Siete pronti alla scorpacciata? Allora via, si parte.
E ricordate: alla fine ne resterà uno solo.

SOCIAL PASQUINO
(Andrea Barbati)

[wpex Espandi/Comprimi]Attraverso i social network, tra imbarazzanti bufale e grandi verità, imperversa ormai da qualche anno la condivisione delle notizie e un nuovo modo di fare satira, decisamente più democratico e meno “intellettuale” di quello di Rai3. Se questo fenomeno di controinformazione e satira popolare ci appare come una svolta possibile esclusivamente grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, allora è proprio il caso di dire che anche questa volta “nun ce siamo inventati un cazzo”: perchè se oggi riusciamo a “postare” su facebook il nostro sdegno dal sorriso amaro con un semplice clic, i nostri indignatissimi antenati i loro “post” li appendevano direttamente al collo di una antica e malandata statua tornata alla luce nel 1501 nei pressi di Piazza Navona.
Questo busto di pietra dal volto sfigurato, venne rinvenuto nel corso dei lavori di ristrutturazione del vecchio palazzo Orsini in Piazza di Parione (oggi Piazza Pasquino), lavori commissionati dal nuovo inquilino il Cardinale Oliviero Carafa. L”ingenuo Cardinale pensò bene di esporre il frutto di questa scoperta archeologica come trendyssimo elemento d’arredo urbano nella piazzetta antistante il suo nuovo palazzo, stupido vezzo che gli costò un clamoroso autogol: da quel momento in poi, fino al conclusivo episodio della breccia di porta Pia, questa scelta si sarebbe infatti rivoltata contro se stesso e tutta la successiva stirpe di vescovi e cardinali della cosiddetta roma papalina. A partire da allora cominciarono a trovarsi ogni mattina sulla statua messaggi, cartelli e veri e propri manifesti di dissenso, che facendo dell”ironia la loro arma più tagliente, inaugurarono l”era della satira popolare e accessibile a tutti: le cosiddette “pasquinate”, il cui bersaglio preferito divenne in breve il potere ecclesiastico. Il nome Pasquino, secondo antica tradizione popolare, sembrerebbe si riferisca a un noto sarto del rione, conosciuto e apprezzato nel quartiere proprio in virtù delle sue rime e invettive satiriche.
Se oggi si cerca di limitare la libertà di espressione in rete con leggi bavaglio e infimi espedienti limitativi come l”obbligo di rettifica per i blog (per adesso scampato), anche allora non ci si risparmiava di certo nel tentativo di oscurare la voce popolare, e considerato il mezzo, la soluzione si presentava ben più semplice di un qualsiasi marchingegno legislativo: secondo papa Adriano VI sarebbe stato sufficiente gettare la statua nel fiume Tevere! Fortunatamente, in questa come in altre occasioni, il desiderio di annegare Pasquino venne fermato dalla forza della ragione di chi faceva notare come la repressione avrebbe solo causato più malcontento.
Non solo papi e vescovi divennero le vittime preferite delle Pasquinate, ma anche i vip dell”epoca e personaggi influenti della vita politica. Ne sa qualcosa Donna Olimpia Maidalchini, cognata di Innocenzo X e vera e propria manovratrice politica della prima metà del seicento ( il nostro Battiato la definirebbe troia, ma arguta). Di colei che faceva il bello e il cattivo tempo usando ogni mezzo per consolidare il suo immenso patrimonio, rimane celebre la Pasquinata che con un geniale gioco di parole in latino così restituiva il suo nome “OLIM-PIA, NUNC-IMPIA” (una volta pia, ora empia). Nonostante la promulgazione di leggi repressive con il rischio di condanna a morte, studenti della vicina università e letterati dell”epoca continuarono nei secoli a dare vita all”unica vera voce di opposizione allo sconfinato potere temporale dei papi, vivi o appena morti che fossero ( Pasquinata celebre alla morte di papa Clemente VII, fu l”esposizione di una caricatura del suo medico, ritenuto in parte responsabile del decesso, accompagnato dalle parole “ecco colui che toglie i peccati del mondo”).
Tutta questa attività politico-creativa sembrò dover cessare definitivamente con la fine del potere temporale del papato e l”inizio della nuova era Risorgimentale, ma Pasquino si era ormai consolidato come espressione della coscienza popolare dei Romani, e non fu difficile trovare nel tempo i degni sostituti di un potere temuto e allo stesso tempo ridicolizzabile. A tal proposito ricordiamo l”invettiva che diede voce alla “statua parlante” in occasione della visita di Hitler a Roma, pomposamente agghindata per l”occasione in un eccesso di fastosa apparenza: “Povera Roma mia de travertino, te sei vestita tutta de cartone, pe” fatte rimirà da “n”imbianchino” (alludendo alle sue dubbie qualità pittoriche, carriera in cui sarebbe stato meglio avesse perseverato). Probabilmente oggi, epoca in cui i fasti di una seicentesca cortigianeria, trionfo di puttane e adulatori, ritrovano la loro massima espressione di un tempo, senza gli attuali mezzi di comunicazione Pasquino tornerebbe protagonista indiscusso della satira, seppellito quotidianamente da montagne di componimenti. In ogni caso la tradizione persiste, e se passerete a salutarlo vi renderete conto che non molto è cambiato, se non i destinatari delle missive. Purtroppo l”attuale bacheca di legno messa a lato della statua per l”esposizione degli insulti in rima, toglie spontaneità a quelle invettive fino a pochissimi anni fa affisse direttamente alla sua base, come se tale obbrobrio in rovina dovesse venire preservato per il suo valore estetico e non invece valorizzato per la sua funzionalità riconosciuta e legittimata da oltre cinque secoli di colti improperi. Ma se vi sentirete abbastanza creativi e incazzati nessuno vi impedirà, ora che non ci sono più le sentinelle di Clemente VIII a farvi rischiare una condanna a morte, di affiggere nottetempo un cartello al collo di Pasquino alla vecchia maniera, e rendere così omaggio allo stile dei vecchi contestatori . Se poi volete condividere, scattateje una foto e postatela su facebook![/wpex]

LE COSE CHE VANNO DI MODA SONO RASSICURANTI
(Barbara Bussolotti)

[wpex Espandi/Comprimi]
Va di moda la Primavera di Vivaldi ad aprile. È rassicurante, perché a marzo piove nell’immaginario delle maggioranze e poi non è mai aprile vero finché non si ascolta Vivaldi a tutto volume, condividendolo con i vicini virtuali e fisici, dicendosi: Le rondini sono tornate di moda, ora sì che è primavera vera. E si può finalmente sbocciare simbolicamente in pace col mondo.
Va di moda lamentarsi di tutto. È rassicurante vivere di contrari e mai di sinonimi, dissociarsi, dire no, perché i hanno un suono prolungato, che estende chi lo pronuncia e mette in pericolo le terminazioni nervose degli insicuri, che si rifugiano in secchi no. Coi no si fa prima, eccome. E fanno fico.
Vanno di moda tutti quei braccialetti colorati tutti uguali tutti a farfalle e cuoricini. Sono tutti rassicuranti. Tutti. Con quel nome dal sapore oniricamente aristocratico, così spersonalizzanti da appiattire anche i polsi più risoluti e i caratteri più vigorosi.
Va di moda l’Inverno di Vivaldi a novembre. È rassicurante soprattutto il minuto 3.44, in cui l’inverno sembra un luogo meraviglioso e mai impervio e pieno di gente che non dissenta e non critichi e non corregga gli accenti con gli apostrofi e la riga asimmetrica dei capelli.
Vanno di moda gli apericena. È rassicurante che tutti sappiano cosa siano, ma che nessuno conosca il nome del creatore dell’infausta idea di chiamarli con questa parola orribile. I neologismi non sono tutti belli, no.
Vanno di moda le petizioni per salvare chiunque. Sono rassicuranti (nonché senza impegno) quelle per salvarei pinguini dei Caraibi del Nord, perché fa bene fare del bene e i pinguini potrebbero un giorno estinguersi e soprattutto c’è gente che ci crede se gli viene detto che nei Caraibi del Nord ci sono dei pinguini per il solo fatto che siano da salvare.
Vanno di moda le fragole a gennaio e i carciofi a giugno. Sono rassicuranti perché sanno di onnipotenza e non di natura morta. Una volta vidi un film, ma ne conservo immagini velatissime. Ibernarono una tizia e poi la ritirarono fuori che suo marito era già vecchio e lei ancora giovane. Una cosa sconvolgente, ecco perché la frutta fuori stagione mi fa senso. Credo per il fatto che mi ricordi il dolore dei protagonisti del film.
Vanno di moda i teschi. I teschi a tutti i costi sono rassicuranti, pure sulle torte e come deodoranti per gli armadi, un esercito indiscriminato di teschi in piedi, seduti, di schiena, mezzo busto, tutti diversi eppure così uguali e ratificanti, da infondere la sensazione di essere circondati da morti viventi.
Vanno di moda i buoni propositi. Rassicurano quelli del lunedì primo, quelli a partire dal primo gennaio, quelli del primo giorno di vacanza, quelli dell’inizio di una legislatura, quelli del primo giorno di dieta, quelli della prima riga di un pezzo, quelli gridati alle folle.
Vanno di moda le battaglie tra mostri al posto dei Playmobil. La distruzione è rassicurante al posto della costruzione, la demolizione al posto dello sviluppo, le liti al posto dei confronti.
Vanno di moda le opinioni. Non sono rassicuranti i comportamenti, che parlano da sé e disegnano esempi da emulare, ma lo sono le opinioni dette, abbracciate, ululate, rese pubbliche, nient’affatto timide, futuriste, spudorate, intrepide, non richieste, anche ipocrite. Tutti hanno un’opinione, o quasi, che non averne è una grossa ignavia e infilarsene per forza una qualunque in bocca è un fallo. (Da rigore).
Le cose che vanno di moda sono rassicuranti. E non è mai una questione di tempo, la moda, poiché questa va o non va, suona e ti saluta, passa, torna. Si muove ed è semmai una questione di spazio.
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SULLO SCOLO, MATTEO RENZI, UN UOMO COI BAFFI. IN QUEST”ORDINE
(Canimorti)

[wpex Espandi/Comprimi]
Sono lì che bevo un caffè e mi giro e ti vedo Mariani che mi guarda. Con Mariani son dieci anni secchi che ci siamo persi di vista. E dieci anni fa Mariani era un chiavatore che levati, io no, cioè io anche ma di rimbalzo. Di rimbalzo perché Mariani aveva una perizia innata nel conquistare premi in grandi labbra ma dopo due mesi di fidanzamento, si fidanzava sempre, gli veniva il calo del desiderio e cominciava a parlare benissimo di me alla malcapitata, che ero uno che capiva le donne, che poi ero anche un poeta e scrivevo versi bellissimi (che io odio poesia e poeti, per dire la cattiveria del Mariani) e che avevo una deformazione prostatica capace di ritardare l’orgasmo anche di molte ore. Poi la mollava.
A quel punto io impersonavo la larva del formicaleone, fermo, immobile, in fondo alla buca di sabbia, la povera confusa rotolava dentro e io GNAF!*
Avevamo messo su una catena di montaggio che era l”invidia di Soichiro Honda.
Dopo è successo che Mariani ha preso lo scolo e l’ha attaccato alla fidanzata e quindi, di sponda, a me. E siccome mi pareva brutto giocare a “ce l’hai” elargendo gonorrea a destra e a manca, alla fidanzata successiva che è rotolata nella buca io ero al secondo giro di bassado e mi sono scansato.
Catena di montaggio a puttane.
Ci accomunava anche la passione per la politica, con la differenza che uno era fascista e l’altro un propugnatore dell’amministrazione di Kim Il-sung. Se si partiva con la politica decollavano gli scappellotti. Una volta un buontempone ha introdotto nel dialogo la parola gulag e la serata è finita con Mariani che mi ha spaccato un posacenere sulla tempia, però dopo mi ha portato al pronto soccorso e mi è rimasto attaccato per tutte le tre ore che sono stato in coma. Amici veri.
E poi ci siamo persi di vista, senza ragione.
Allora mi giro e ti vedo Mariani che mi guarda e giù di baci e abbracci.
Abbracci in cui comunque cerco di tenere la mia zona pelvica lontana dalla sua che nel frattempo sono diventato ipocondriaco e se lui ha continuato a chiavare come una volta facile che sia portatore di malattie abbastanza aggressive da http://www.phpaide.com/demos/PowerPetition/ valicare le mie mutande in vibranio.
Baci e abbracci e come stai e come va e mettiamoci a sedere.
Dopo cinque minuti che siamo seduti salta fuori che smussa da una parte e smussa dall’altra alla fine siamo tutti e due democristiani fatti e finiti, che in Italia diventare democristiano a tua insaputa è un attimo. E infatti votiamo tutti e due PD e infatti la teniamo tutti e due per Matteo Renzi.
E siamo lì che parliamo bene di Matteo Renzi e io dico che alla fine quello di destra sembrava lui e quello di sinistra sembrava Bersani e poi Bersani ha tentato l’accordo con Berlusconi mettendola in culo a tutti quelli che l’avevano votato alle primarie, che però non si erano mica arresi e ancora dicevano che la colpa era di Renzi, che valli a capire e così via, e non avevo ancora finito il concetto che alle mie spalle si sente forte e chiaro: Sei proprio un imbecille!
Proprio così, col punto esclamativo e una certa cattiveria.
Allora siccome io sono una persona, diciamo, cauta, lì per lì non ho fatto neanche la mossa di girarmi e ho guardato Mariani che guardava un punto dietro di me e mi ha detto: Oh, c’è uno che ti fissa.
Allora mi volto e c’è un signore, anche ben vestito, con un krapfen alla crema in mano e un paio di baffi rubati al corredo di Sandro Ruotolo che mi fissa con l”occhio morto da capodoglio, che se uno ti guarda così capisci subito che è una brutta situazione, e fra l”altro anche i baffi mi stanno fissando però con lo sguardo di Sandro Ruotolo che è un po” più indulgente di un capodoglio morto, e appena l”uomo coi baffi incontra il mio sguardo, per levarmi ogni dubbio, mi ridice: Sei proprio un imbecille!
Allora, così a caldo, al batman che è in me gli era presa voglia di alzarsi e andare a mollargli una sberla, poi è intervenuto il tucano che è in me a ricordarmi che se gli allungavo una sberla era facile che ne prendessi due indietro e avanti così finché non ci scappava un posacenere nelle tempia. Il tucano ha anche aggiunto che un conto è se ti insultano la mamma che allora gli devi menare per forza ma qui era nato tutto da Matteo Renzi e a me di fare a sberle per Matteo Renzi non mi pare il caso. Che poi un democristiano che fa a sberle non si è mai visto mai. Al limite ti mette una bomba in casa.
Quindi fingo indifferenza e dico: Ah. Va bene.
E mi rigiro verso Mariani che fa la faccia di quello che non gli scappa da ridere ma si vede benissimo che gli scappa da ridere e gli dico: Mi sta ancora guardando?
E Mariani dice che si, che però adesso mangia il krapfen, poi finisce il krapfen, paga, esce, e a sentire Mariani tutto fissandomi sempre con lo sguardo da capodoglio morto, e nel momento che è uscito i baffi gli hanno fatto il giro della testa e si sono posizionati sulla nuca e hanno continuato a guardarmi con lo sguardo di Sandro Ruotolo, finché non ha girato l”angolo.
Dopo, quando mi sono ripreso dallo spavento, con Marinai ci siamo detti che anche se le modalità non erano state proprio montessoriane l’intento del signore coi baffi era comunque educativo. E infatti visto che il signore coi baffi se l’era presa tanto a cuore abbiamo anche detto alcune cose negative su Matteo Renzi e alla fine Matteo Renzi non ci piaceva più come prima o forse ci piaceva come prima ma comunque non lo avremmo detto in giro, tipo quelli che votano Berlusconi.
E abbiamo aggiunto che l’uomo coi baffi era un esempio da seguire per certi versi meglio anche di Batman. Che se a Gotham City facessero il segnale dell’uomo coi baffi magari ci sarebbe un po’ di criminalità in più ma parecchia gente che dice cazzate in meno.
Dopo il problema è fare un logo semplice ed efficace come quello del pipistrello perché l’uomo coi baffi che mangia un krapfen è davvero difficile da rendere con pochi semplici tratti.
Bisognerebbe lavorarci dietro parecchio.
Non dico che sia impossibile.
Con l’impegno.

*GNAF! è proprio il verso della larva di formicaleone.[/wpex]

HAMER, DI BELLA, SIMONCINI, VANNONI. E QUANTI ALTRI ANCORA?
(Ilario D”Amato)

[wpex Espandi/Comprimi]
Guardo la manifestazione a favore di “Stamina” e mi si stringe il cuore.
Quello che fa rabbia è vedere tanta gente in preda alla solita isteria collettiva quando si tratta di decidere di scienza. In parte lo capisco: magari ho mia figlia che sta molto male, e i venditori di speranza sono sempre molto bravi a far leva su queste pulsioni umane, umanissime. Però somministrare cure non validate, che non hanno nessun appiglio con la scienza, i cui risultati preliminari mostrano che sembrerebbero non funzionare… beh, è da criminali.
Si può obiettare: ma io ci provo lo stesso, magari funziona. Benissimo. E allora io dico “curiamo tutto con il formaggio svedese”. Perché nessuno me lo sperimenta? Perché lo Stato non se ne sobbarca l”onere? Solo perché “Le Iene” non hanno fatto una trasmissione sul formaggio svedese? Solo perché non ci sono bambini implicati? Non è questione di essere antidemocratici, ma nella scienza le decisioni devono essere prese evitando isterismi. E invece, complice la totale assenza di cultura scientifica (e non solo) in Italia, queste persone vengono manipolate e sono anche contente di esserlo. E a chi prova a farli ragionare rispondono, invariabilmente: “quanto ti pagano le case farmaceutiche?”. Senza accorgersi che stanno facendo il gioco proprio di chi lucra su queste false (o quantomeno indimostrate) speranze.
Attenzione: la ricerca scientifica non è perfetta. In fondo, è un”attività umana e quindi corruttibile: anche la politica è l”essenza di tutto ciò a cui dovrebbe aspirare l”uomo, ma poi va a finire in mano a Scilipoti. Ma è indegno che si usi questa banalità per dire “vabbè, allora proviamo tutto”. Proprio perché le risorse sono limitate (nel tempo e nei costi) bisogna dirigere la ricerca verso ciò che ha più possibilità di portare ad un risultato concreto. Proprio per questo le sperimentazioni sulle malattie rare vengono messe sempre in fondo: alle case farmaceutiche non conviene perché non avrebbero mercato, e la società -che dovrebbe occuparsene- preferisce risparmiare. È terribile? Certo. Ma quando negli ospedali manca la carta igienica, diventa tutto conseguente.
Il problema, come dico sempre, è culturale. Ci sono troppi sprechi mentre allo stesso tempo ci sono troppi medici che lottano con pochissimi strumenti, troppi ricercatori senza uno straccio di sostegno. A chi giova tutto questo? A tutti. Perché dove ci sono sprechi, c”è gente che ci mangia su; e dove c”è gente che ci mangia su, c”è consenso; e dove c”è consenso, ci sono voti; e dove ci sono voti, c”è la possibilità di essere eletti per “cambiare tutto perché nulla cambi”.
La gente crede e crederà sempre allo stregone di turno. È la natura umana. È il fascino di chi ti promette di guarire “risolvendo i tuoi conflitti” piuttosto che con interventi, chemio o quant”altro. Comodo, facile. Che poi sia falso, poco importa. Per non cascarci occorrerebbe una cultura scientifica ed una consapevolezza scettica che in Italia non c”è, e probabilmente non ci sarà finché vivo. E manifestazioni come quella su Stamina ce lo sbattono in faccia con tutta la violenza dell”arroganza e dell”ignoranza più becera.[/wpex]

MALEDETTO SIA IL POMODORO
(Porco Schifo)

[wpex Espandi/Comprimi]
Il tagliere è quasi vuoto e riesco a vederne i confini, e oltre.
So bene cosa mi aspetta, e non lo temo; quando son nato mi han detto le cose come stanno, e ho avuto tempo per prepararmi, un lusso non concesso a tutti.
Molti intorno a me ancora si chiedono cosa stia succedendo, chi inizia a capire è sempre più nervoso.
Io sono solo uno spicchio d’aglio, su questa tavola siamo tutti diversi ma faremo tutti la stessa fine, forse è questo che non sopportano.
Ieri l’altro pensavo ai fatti miei come sempre (non ho tanto da fare, fra la crisi e il fatto che sono uno spicchio d’aglio), e mi trovo di fianco sulla mensola una patata appena scavata dall’orto dietro casa.
Fatemi spiegare, vengo da lì pure io, ma quando arrivai ero ben più informato di lei.
Questa cretina quasi non aspetta che la donna chiuda, a momenti si fa sentire, mi guarda e fa: “Cristo amico! Non vedevo l’ora! Finalmente fuori! Vedrò il mondo! Andrò all’università, scoprirò me stessa e lascerò un segno! Per dio, mesi sottoterra con i miei genitori sempre fra le palle, finalmente potrò essere libera!”.
Ora, cosa volete dire a una così? Niente. Sorrido e le dico “Li farai neri bella!”, tanto è giovedì, e ogni venerdì sera il piccolo reclama le sue patatine fritte.
Una porzione. Una patata.
Non mi sogno nemmeno di darle confidenza.
Non che abbia mai iniziato, è il triste destino dei più svegli. Non ti fidi mai.
Che sia per paura di sbagliare, o perché ti han già detto come va a finire, tendi comunque a dosare con attenzione ogni apertura verso il mondo esterno. Poco merita fiducia.
Tutti quelli che mi son passati a fianco, durante la mia vita relativamente breve (anche se tutte le vite sono “relativamente” brevi), erano convinti di poter cambiare qualcosa in questo mondo; non avevano il minimo indizio di essere solo pedine, vive solo finché utili al sistema.
Mi hanno sempre fatto ridere, e chissà perché, giunto al mio ultimo rintocco, io non riesca a pensare ad altro che a loro.
Alle carote, contente di essere così rigide e diritte, alla loro sicurezza, alle gare a chi fosse più rigido e dritto.
Agli asparagi, convinti che avrebbero cambiato il mondo, quando in realtà hanno solo profumato qualche pipì.
Alle patate, alla loro ingenuità, che le ha lasciate indifese e spappolate in un purè.
Ma soprattutto, ai pomodori.
E’ stato uno sbaglio fidarmi dei pomodori, ma è difficile resistergli, così convinti, così impegnati e intransigenti.
Credevo ci avrebbero portati fuori da questo limbo di paura e indifferenza, dove i più fortunati sono quelli che sanno che saranno fatti a pezzi, e agli ultimi nulla è concesso, a parte lo sgomento quando è ormai troppo tardi.
I pomodori non avevano nulla in più degli asparagi o delle carote, ma avevano un’idea, talmente bella che nessuno ci credeva; ma per loro non contava, a tutto erano disposti pur di veder realizzato il loro ideale, ed è per questo che hanno più colpe di tutti.
Potevano farlo, e non l’hanno fatto.
Si sono persi.
Guardando le carote hanno iniziato a fare a gara a chi fosse più grosso, guardando gli asparagi hanno combattuto per stabilire chi più profumasse l’aria.
Son diventati la pallida imitazione di quello che erano, e non sono nemmeno giunti all’onorevole morte in padella, sono finiti in un bidone appena si son guastati.
Loro è la colpa di quello che gli è successo, e di quel che accadrà a noi d’ora in poi.
Penso a loro, e a me, convinto di esser più furbo.
A me, mai schierato, sempre nel giusto perché mai sbilanciato.
Ora che tutti hanno provato e tutti hanno fallito, mi trovo sotto la lama finale, e mi chiedo cosa sarebbe cambiato se ci fossi stato anch’io.
Se mi fossi unito a chi voleva combattere.
Mi pongo queste domande sotto l’ultima lama, e mi rendo conto di essere stato più stupido e patetico di tutti.
L’unica cosa alla quale ho pensato è stata arrivare preparato alla conclusione, senza mai pensare a cosa fare durante il percorso, e a questo punto tanto vale usare la mia battuta di uscita, è l’unica cosa che l’essere un aglietto presuntuoso mi concede, e non è neppure granché. Vabbè.
Sapete cosa dice uno spicchio d’aglio romano quando capisce di essere spacciato? “Sòffritto”.[/wpex]

Non è libertà, è una schifezza

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Sapete come funziona? Funziona che tu scrivi una cosa, sul blog o su Facebook, e dopo qualche minuto arriva qualcuno che inneggia al Movimento 5 Stelle e ti spara una risposta a minchia, tipo che lo sanno tutti che sei a libro paga di quello o di quell’altro, che campi coi soldi pubblici, che fai parte di qualche non meglio precisata casta, che arriveranno loro e ti toglieranno i privilegi che hai, senza peraltro specificare quali.
Il tutto senza preoccuparsi minimamente (ma minimamente, dico) di sapere se quello che sta dicendo, quello di cui ti sta accusando, abbia o non abbia una minima rispondenza nella realtà. Così, a casaccio. Perché documentarsi, evidentemente, non serve. Non è necessario. E’ superfluo. Basta sparare più forte che si può e via, verso nuove avventure. Roba che è pure difficile rispondergli, perché ti mette nella condizione di provare la non sussistenza di circostanze assurde, campate in aria, inventate di sana pianta.
Be’, io non so se Beppe Grillo intende questo, quando dice che la rete è la democrazia. Anzi, quando dice che loro sarebbero la democrazia. Mi auguro di no. Credo proprio di no. Però qualcuno dovrebbe farglielo sapere, che centinaia di suoi sostenitori, tutti i santi giorni, la democrazia credono di interpretarla così. Cioè, sono davvero convinti che la democrazia consista nella libertà di attribuire al prossimo la prima amenità che viene loro in mente senza doversi prendere la briga non dico di provarla, ma perlomeno di accompagnarla con qualche indizio o qualche congettura.
Be’, sapete cosa? Quella roba non è democrazia. Per niente. Non so chi ve lo abbia ficcato in testa, ma non è così. Quella roba è l’esatto contrario della democrazia: è la calunnia, la denigrazione, la diffamazione gratuita. Irresponsabile. Scriteriata.
Quella roba, amici grillini che sparpagliate le vostre invettive in ogni dove, non è “il nuovo”, ma l’espressione di un metodo pressapochista e pecione che non serve a nessuno.
Se pensate che battersi per la libertà della rete significhi lottare per il vostro diritto di blaterare fregnacce a manetta senza verificarle, avete capito male. Avete sbagliato sport, proprio.
La libertà della rete è una cosa seria.
Abbiate la decenza di rendervene conto.

Basta con l’anarchia dell’aria!

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Stando a quanto mi hanno raccontato fin dalle scuole elementari, viviamo tutti immersi in un fluido che risponde al nome di “aria”, composto principalmente da azoto, ossigeno, argon e anidride carbonica.
Attraverso quel fluido, tramite le oscillazioni delle particelle provocate dai movimenti vibratori provenienti da un determinato oggetto, detto “sorgente del suono”, si propagano le cosiddette “onde acustiche”, in buona sostanza corrispondenti ai suoni che ci capita di sentire tutti i giorni.
Ciò significa che quando qualcuno ci sussurra una parola dolce, quando ci emozioniamo ascoltando i Beatles, quando sentiamo il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, lo dobbiamo all’aria: ma è sempre attraverso l’aria che possiamo essere mandati a fare in culo, insultati, diffamati, minacciati di morte.
Ecco, vorrei far presente una cosa a Laura Boldrini, che pure stimo: prendersela col web se qualcuno lo usa per scrivere delle schifezze è un po’ come criminalizzare l’aria quando vi si propagano delle parole che non ci piacciono.
Insomma, se volete gridatelo pure, “basta con l’anarchia del web”; purché vi rendiate conto che è più o meno come urlare “basta con l’anarchia dell’aria”.
Semplicemente, non ha senso.

Libernazione’s Got Talent: verdetto e quarto turno

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Ok, è stato peggio di un parto trigemellare, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.
Com’è agevole rilevare mettendo insieme i commenti dei dodici autori che hanno espresso un giudizio, gli eliminati del terzo turno sono Edilio Ciclostile e Pogechi (arrivederci, ragazzi, è stato bellissimo finché è durato); restano in corsa gli altri sei, vale a dire:

  • Andrea Barbati;
  • Barbara Bussolotti;
  • Canimorti;
  • Ilario D’Amato;
  • Porco Schifo;
  • SmxWorld.

Adesso passiamo al quarto turno, nel quale i nostri candidati tireranno un po’ il fiato: si tratta di scrivere un post a piacere, di mandarcelo via e-mail entro lunedi 22 aprile 2013 e di aspettare che i primi 9 (dicasi nove) autori di Libernazione che avranno modo e tempo di farlo eliminino il post che reputano peggiore. Dopodiché si tireranno le somme e l’ultimo classificato (o tutti gli ultimi classificati in caso di parità) verrà (verranno) eliminato (i).
Tutto chiaro? Ok, aspettiamo i vostri post.
E non dimenticate: alla fine ne resterà uno solo.

LGT: i post del terzo turno

in talent by

E così è andata: ognuno degli otto superstiti del nostro talent show ci ha inviato un post col quale confutava, a sua volta, un post tra quelli scritti dai nostri autori. Per chi morisse dalla curiosità, dico subito che due se la sono presi con Libernazione in generale, due con Absinthe, due con la Digiorgio, uno con Sassi e uno con Capriccioli.
Bando alle ciance, eccovi i link a tutti i post del terzo turno:

Adesso succederà questo: i primi dodici (dicasi 12) autori di Libernazione che ne avranno il tempo e la voglia sceglieranno ciascuno due post da escludere tra gli otto di cui sopra, scrivendo e motivando la loro decisione nei commenti a questo post; poi verrà stilata una microclassifica, e in caso di parità si procederà a uno spareggio. Al termine di questa fase, quindi, verranno eliminati altri due concorrenti, di tal che i pretendenti al titolo rimarranno solo in sei.
Coraggio, allora: leggiamoci ‘sti post.
E ricordate: alla fine ne resterà uno solo.

Non voglio pagare il tuo conto

in talent by

di SmxWorld

Una donna col suo corpo può farci quello che vuole, fino a quando le conseguenze delle sue scelte non incidono sulle vite altrui. Se permetti, a me non sta bene che tu fai la puttana e poi il conto dei tuoi clienti lo devo pagare io. “Sono 10.000 euro, che faccio segno? Si si, segni pure che poi passano gli italiani e pagano”. Col cazzo, io il tuo conto non lo voglio pagare. Perché uno dei due problemi delle puttane e dei faccendieri che occupano il Parlamento, o qualsiasi altra istituzione, è proprio questo: che siamo noi cittadini a pagare. E visto che non paghiamo manco una tantum, se permettete, mi rode. E mica poco.

E se vogliamo, questo è l’aspetto meno grave di questa situazione. Già, perché se c’è una persona che si prostituisce (fisicamente o meno) per arrivare in Parlamento, di contro c’è qualcuno che magari quella posizione la meritava. E allora ecco che la mercificazione del tuo corpo, della tua dignità, scelta libera e assolutamente rispettabile se fatta fuori dalle istituzioni, ha delle conseguenze anche sulle vite degli altri.

E non mi si dica che sappiamo in anticipo chi andiamo a votare, che le liste le conosciamo e ne possiamo votare un’altra. Perché innanzitutto, con questa legge elettorale è possibile candidare una persona in qualsiasi circoscrizione. Quindi se candido una puttana di Belluno a Palermo o un venduto di Matera a Venezia, è difficile che gli elettori sappiano chi stanno votando. Per fare due esempi: se il PdL candida Mara Carfagna un dubbio ti viene, ma se ti candida una sconosciuta di nome Patrizia D’Addario, di primo acchito non vai a pensare che sia una delle eleganti signore che allietano le eleganti feste di Berlusconi.

Ed è così che tutto si riduce ai cosiddetti leader. Infatti non si sente mai dire “voto la Finocchiaro”, “voto Ghedini”, “voto Crimi”, ma si parla votare Bersani, Berlusconi, Grillo e via dicendo. È un vulnus di questa legge elettorale (quando la cambieranno sarà sempre troppo tardi).

Poi, se io voglio votare per il PD, non è che voto il Movimento 5 Stelle o il PdL solo perché nel PD magari ci sta una che l’ha data per essere messa in lista. No perché, se io voto il PD è perché magari preferisco il suo programma a quello degli altri, o perché preferisco avere Bersani come Primo Ministro piuttosto che Alfano o qualche sconosciuto proposto da M5S.

E poi, che discorso è dire che “c’è chi ci arriva col cervello e chi con la fica”? Non ho capito, ma le leggi si discutono e si votano col cervello o con la fica? Io mi aspetto che un calciatore arrivi in nazionale grazie al suo talento calcistico, che una cattedra universitaria vada a chi ha i titoli e la capacità di insegnare. So che in alcuni casi non è così, ma non per questo lo giustifico. Non condivido certo la mentalità tutta italiana di provare stima per chi è furbo e raggiunge uno scopo usando delle scorciatoie illegali o al limite della legalità, o che invadono la libertà ei diritti degli altri.

Scapulomanzia

in talent by

di Canimorti

Giochiamo ai partigiani?
Va bene, giochiamo.
Se giochiamo ai partigiani Matteo Renzi è un campione di sportività.
Prende il termine che l’ha portato alla ribalta, “rottamazione”, ed esagerando di parecchie misure lo definisce bieco, volgare, truce.
“Rottamazione”, riferito a quel Massimo D’Alema che ci ha regalato la bicamerale, è un concetto misurato e sobrio.
“Rottamazione”, riferito alle mummie incapaci di rinnovarsi mentre il paese sprofondava della geenna, è un’ alpenliebe al posto di un citotossico in endovena.

Di contro “fascistoide” significa degno del fascismo, ricalcante toni fascisti. In una repubblica costituzionalmente antifascista è l’accusa più infamante.
Del resto è chiaro, le dichiarazioni di Matteo Renzi sono facilmente accostabili a quelle di un radiogiornale fascista, specialmente per uno che non ha mai aperto un libro di storia o visto di sfuggita il pregevole Camicia Nera o preso parte ad un comizio di Casa Pound. Certo.
E avete notato che unendo i nei sulla faccia di Matteo Renzi appare il teschio della decima mas?

La reazione del sindaco?
Absinthe: Matteo Renzi si inalbera.
Ecco l’inalberata reazione:
Oggi l’Unità, quotidiano del mio partito, sostiene in prima pagina che io sia autore di una proposta fascistoide. E con stile e sobrietà mi giudica volgare, rozzo, populista, suicida, cinico, arrampicatore, brutale. Tutto in un solo articolo. Ho molto apprezzato che non ci sia alcun riferimento alle mie evidenti responsabilità nella creazione del buco dell’ozono.
Ostia, bisogna che ci mettiamo d’accordo sui termini. Tipo inalberarsi.
Dizionario qualsiasi della lingua italiana: adirarsi, sdegnarsi, adombrarsi.
Se quella lì è una reazione indignata o sdegnata o adombrata io sono una pescanoce.
Absinthe, tu chiamala come ti pare, noi peschenoci useremo la parola appropriata: ironia.

Segue graziosa evoluzione da trapezista kazako: Renzi mette sullo stesso piano Vendola, Bersani e Fiorito.
Ah si? Di seguito la criminale sentenza:
È disponibile, il Pd,
a mettere online le fatture degli ultimi tre anni dei suoi
dirigenti? Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola le mettano tutte
sul sito, io aspetto. Dimostrino di essere davvero diversi dal
tritacarte di Fiorito.
Quindi questo, nel tuo vispo e curioso universo, significa “mettere sullo stesso piano”?
Interessante.
Allora io, dal vicino universo delle peschenoci, ti faccio un esempio di quello che normalmente intendiamo con “mettere sullo stesso piano”.
Esempio: Mohandas Gandhi, come Adolf Hitler, come Vlad l’impalatore e come Gzemnid la divinità sotterranea dei beholder, non ha mai fatto chiarezza sulle sue posizioni politiche in età preadolescenziale.
Ecco, questo significa “mettere sullo stesso piano”.
Quella di Matteo Renzi, di contro, è una cordiale esortazione polemica ad agire negli interessi dei cittadini mentre dall’altra parte ti stanno urlando “fascistoide”.

Poi arriva The Masterpiece.
Absinthe, riferendosi alla gag di un presunto supporter di Matteo Renzi che indossa una maschera di Massimo D’Alema e finge di essere investito dal camper elettorale, afferma quanto segue: Se un supporter di Bersani si fosse messo la tua maschera [di Renzi] e avesse fatto finta di essere investito avremmo avuto un sacco di titoli sui giornali.
Ma pensa un po’. Sarebbe andata così?
E chi lo dice, la tavoletta ouija? Hai fatto i tarocchi ed è uscita la papessa? Scapulomanzia? Il tuo senso di ragno? La stessa partigianeria pelosa usata fin qui?
Massì, sarebbe sicuramente andata così, fidiamoci, il senso di ragno non sbaglia mai.
E la divinazione, poi, è bella corposa. Prevede nel dettaglio anche il genere di titoli sui giornali, tutti in fila. Tutti precisi.
A proposito, sulla Prima Divisione girone B si sa niente? Ho puntato tre euro sul Nocerina-Barletta. Fammi sapere.

Se poi Matteo Renzi ha il buongusto di dissociarsi (superfluo come Marilyn Manson che si dissocia dalla sparatoria alla Columbine) per venire in contro a quel dieci per cento di popolazione che si esprime a bramiti mentre un’infermiera gli spinge il semolino in gola, mi dispiace, non basta.
Se la cava”.
Ricapitoliamo, vuoi?
1. Un (presunto) supporter di Matteo Renzi fa una gag discutibile.
2. Matteo Renzi si dissocia.
3. A te non basta.
Cosa doveva fare, bruciargli la nonna?
Mettergli incinta la figlia e farle un raschiamento uterino all’ottavo mese usando uno startac Motorola?

Ma va bene così, dai, va sicuramente bene così.
Se dopo le colonne di Lotta Continua e le missive brigatiste, dopo vent’anni di Lega Nord e di berlusconismo, dopo i cori sui Nassiriyya e le urla dell’assassino/calunniatore/comico/nuovocheavanza, se dopo tutto questo, il linguaggio squadrista, per Absinthe, è quello di Matteo Renzi, allora va bene così.
Si vede che non ho capito un cazzo io.
Prosit.

Affilate un cazzo

in talent by

di Porco Schifo

Mi è piaciuta la proclamazione del terzo turno.
Dicono che posso scegliermi un post e attaccarlo, ed essere premiato per questo.
Bene.
Son convinto di essere piuttosto bravo a distruggere, d’altronde si sa, è più facile che costruire.
Mi ci metto subito.
I post sono un sacco, mi servo delle tag a fondo pagina per orientarmi, saltello da uno all’altro, ne leggo un sacco e penso:
“Vacca boia. E’ difficile.”
E’ difficile per lo stesso motivo che mi porta a leggere questo blog: mi piacciono gli autori.
Qualche lettore (stronzo) penserà che io stia tentando di insinuare la lingua nei loro aurei deretani, per potermi avvicinare al sacro circolo di cui fanno parte, ma non si preoccupi, che son stronzi anche loro.
Dicevo, mi piacciono gli autori di questo blog; non significa che io sia sempre d’accordo con loro, nemmeno che mi siano simpatici, più che altro apprezzo come argomentano, come scrivono.
Mi piace il come, non il cosa, e per questo è difficile attaccarli, perché sono pezzi ben costruiti.
Da qui il domandone.
Perché attaccarli?
Perché me l’han detto, il concorso, ok, ma si suppone che loro stessi apprezzino i loro post, che si scervellino per scriverli e che li consegnino dopo accurate limature.
Quindi cosa vogliono testare (sono/siamo sottoposti a un test sottoforma di post, non che sia una precisazione necessaria, volevo scriverlo solo perché è carino da pronunciare, test sottoforma di post, provateci), quanto posso colpire duro?
Vogliono qualcuno in grado di abbattere un buon ragionamento, solo perché così dice la consegna?
Si sono accorti che il novanta percento dei loro post si schiera contro omofobia, maltrattamento di detenuti e tossicodipendenti, violenza sulle donne, ipocrisia, nuovi fascismi e oppressione di diritti?
Immagino di sì.
Quindi, perché mai dovrei smontare uno di questi post?
Per far vedere quanto son bravo a sollevare obiezioni e menar fendenti?
Che cazzo, mi s’incrociano gli occhi.
Scrivono ogni santo giorno di quanto il paese sia martoriato dalla classe politico-clerical-industriale più corrotta del globo, delle loro sorridenti facce di teflon che vomitano stronzate sapendo di farlo, e cosa chiedono a chi crede di essere un “blogger di talento” (cit.)?
Distruggere un post qualsiasi, a scelta, magari non conta nemmeno l’argomento, basta saper attaccare e far sì che il proprio punto di vista finisca per sopraffare quello del bersaglio.
In tal caso potete anche smettere di sorridere quando pensate all’accezione bonaria di parole come “canaglia” o “talent show”, perché state sorridendo seduti sulla sponda opposta.
Io non affilo proprio un cazzo, voglio poter esser pacato, senza che chi ignora il significato della parola mi creda poco appassionato.
Certo, potrà anche essere un modo di testare la mia abilità “tecnica”, ma per “demolire” qualcosa devo crederci, non alzo i toni solo perché posso.
Funziona come con lo stereo: alzi il volume al massimo e riesci a coprire la musica del vicino, ma adesso il tuo impianto gracchia, alla fine né tu né il tuo vicino vi siete goduti la canzone.
E probabilmente hai danneggiato pure le casse.

Mangino informazione (distorta)

in talent by

di Ilario D’Amato

È uno scandalo, una vera vergogna.

C’è un popolo che soffre la fame. Un popolo tenuto in scacco dai suoi governanti. No, non parlo dell’Italia: è la Corea del Nord. Quei comunisti da operetta sono così malvagi che una decina d’anni fa avrebbero chiesto “ad alcuni Paesi europei, in particolare alla Germania, di inviare loro i capi di bestiame affetti dal morbo della mucca pazza”.

Parallelamente, lo scorso ottobre i governanti greci (che non sono comunisti, ma sono cattivi ugualmente) avrebbero “autorizzato la vendita sottocosto di cibi scaduti”. Ma mentre per i nordcoreani tutti si sono scandalizzati, nessuno ha difeso i poveri greci.

O almeno, questo è quanto ci dice Absinthe nel suo post “Mangino brioches (scadute!)”. Ma è davvero uno scandalo, una vergogna, la pistola fumante delle “fallimentari teorie e pratiche economiche” dei due paesi?

Vi sollevo subito dal dubbio: no. La conclusione dell’articolo può essere condivisibile o meno, ma non per le premesse da cui parte. E come insegna Aristotele con il suo sillogismo, questo manda a puttane tutto il ragionamento.

I nordcoreani avranno pensato “meglio rischiare l’intossicazione che morire di fame”, dice Absinthe. E cita questo articolo di Gabriella Mironi su ‘Vita’, “I coreani affamati vogliono mangiare la mucca pazza”. Fa impressione, eh? Già immaginiamo la disperazione di quel popolo, tenuto in scacco da quei “carcerieri”. Già si affollano nella nostra mente le immagini dei bambini denutriti, delle madri disperate, e di tutto l’armamentario di dolore cui siamo sottoposti ogni giorno (tanto che ormai ci sembra perfettamente normale).

Il punto è che quella disperazione è reale. La richiesta di carne di ‘mucca pazza’ no. “La Corea del Nord chiede al governo della Germania di donare a Pyongyang 400.000 capi di bestiame destinati al macello perché a rischio di mucca pazza”, ci dice la Mironi. La fonte sarebbe la televisione tedesca ARD, secondo la quale le autorità nordcoreane avrebbero chiesto ad un’agenzia umanitaria tedesca di intercedere presso il Ministero dell’agricoltura di Berlino. Macchinoso, vero? Forse i coreani non sapevano tradurre la loro lettera, o forse avevano troppa vergogna.

Cerchiamo nuove conferme nello stesso articolo, allora. Una arriva da Käthi Zellweger, direttore dei progetti della Caritas Hong Kong, secondo cui “macellare migliaia di capi di bestiame, mentre la gente muore di fame, è un peccato: bisogna invece controllare i capi e utilizzare quelli non infetti”.

Un momento, come ‘non infetti’. Ma non dovevano inviare quelli con la ‘mucca pazza’? Duncan Mac Laren, Segretario generale della Caritas Internationalis, affonda: “vi è stata la proposta di destinare parte di questa carne, ritenuta sicura, alle fasce più povere della popolazione in Europa”. Come ‘ritenuta sicura’. Come ‘popolazione in Europa’. Ma allora di che stiamo parlando?

Ce lo spiega la CNN che, a differenza del nostro Corriere della Sera (“La Corea del Nord chiede alla Germania le bestie malate: una soluzione alla fame”), fa la cosa più ovvia: cita le fonti dirette. Rupert Neudeck, a capo della “Cap Anamur” – l’organizzazione umanitaria che avrebbe dovuto intercedere tra i coreani ed i tedeschi – ci dice che “da quando si è diffusa la notizia della ‘mucca pazza’, nessuno osa più comprare carne di manzo”. Ed allora l’Europa ha approvato un piano per rilanciare i consumi: comprare oltre un milione di mucche dagli allevatori per poi abbatterle ed incenerirle.

Niente a che vedere con il rischio di malattie, dunque, ma una semplice operazione di mercato. Che ha suscitato addirittura le proteste degli stessi allevatori, come ci informa lo Shiller Institute, grati per il supporto economico ma tormentati dai dubbi morali: “Qui bruciamo le le mucche mentre lì i bambini muoiono di fame, non è giusto!”. La risposta del Ministero è stata che i coreani “non hanno bisogno di carne, ma di frumento e riso”, che questo aiuto sarebbe logisticamente troppo difficile e dispendioso, e che “distorcerebbe il mercato interno della Corea del Nord”.

Se c’è un motivo per indignarsi, dunque, è perché l’Europa ha coscientemente deciso di mettere la propria economia davanti alla possibilità di aiutare delle persone affamate. Sorpresi? Benvenuti nel mondo reale.

Il secondo punto è molto meno affascinante, ma va comunque chiarito. È vero che i greci hanno tecnicamente permesso la vendita di cibi “scaduti”, ma bisogna intenderci sul significato del termine. Se su un prodotto c’è scritto “da consumarsi entro”, significa che dopo quella data potrebbero proliferare i batteri e l’alimento potrebbe essere non più sicuro. Ma se c’è scritto “da consumarsi PREFERIBILMENTE entro”, significa che dopo quella data l’alimento avrà perso parte delle sue caratteristiche di qualità, ma si può ancora mangiare senza problemi per un bel po’ di tempo. C’è da dire poi che le date sono sempre molto arretrate per il principio di precauzione.

La differenza è tutta in quel “preferibilmente”. E come osserva Repubblica, la legge riguarderebbe “la data entro cui devono essere ‘preferibilmente consumati’ i prodotti”. Ed inoltre “la norma è in apparenza in linea con le raccomandazioni europee in tema di sicurezza alimentare”.

Molto si può (e si deve) discutere su questi temi, che per quanto possano sembrare lontani -geograficamente e non- in realtà ci riguardano molto da vicino, così vicino da far parte della nostra stessa umanità. Il sistema economico è tutt’altro che perfetto, e queste sono solo un infinitesimo delle storture che produce ogni giorno, ogni secondo. Come individui possiamo fare ben poco? Probabilmente. Ma abbiamo un’arma fondamentale: la conoscenza, l’informazione corretta. Usiamola per argomentare correttamente, per discutere con raziocinio, e magari immaginare insieme qualche via d’uscita.

Un’opinione a tutti i costi e forzatamente contro

in talent by

di Barbara Bussolotti

Franco Battiato è un uomo troppo libero per essere compreso da una massa di schiavi. Chi si indigna per il termine “troia” libero non è. Affatto. Né chi traduce la parola stessa, come nel tuo caso, con “prostituta che mercifica il proprio corpo” non è libero. Affatto.
Ad onor del vero, la dichiarazione di Battiato è questa:

[…]Mi rallegro quando un essere non è così servo dei padroni, come queste troie in giro per il Parlamento che farebbero qualunque cosa, invece di aprirsi un casino.

E dice ben altro. A meno che non si resti attaccati come sanguisughe alle strutture sociali delle quali si è inesorabilmente costituiti, orbi a tal punto da isolare da un contesto più ampio una ed una sola dannata parola come un grido nel deserto, sordi da non accorgerci che nel frattempo tutto un mondo perbenista e finto progressista e falso rivoluzionario grida allo scandalo e all’oltraggio. Ed altri drammi così.
È un peccato che tu riduca ad una sola immagine un universo di significato: una donna che vende il proprio corpo. Che ha tutta la libertà di farlo, in barba alla cultura patriarcale e maschilista e medievale e tutto il resto. Senza parlare del fatto che sullo stesso livello etico, semmai, si trovino coloro che quel sesso lo comprano. Ma noi siamo liberali, per noi è ovvio che sia sacrosanta la libertà dell’una di vendersi (se non sfruttata come una schiava) e dell’altro di comprare i di lei servigi per un quarto d’ora o un giorno intero.
È un peccato che tutti coloro che sono schiavi del loro stesso forbito linguaggio ci vedano questo: la prostituzione di un corpo.
Quel “troie” sta per “mal costume”. Un insieme di consuetudini marce e stantie e schifose, che come uno dei peggiori cancri serpeggia visibile e invisibile nella nostra società da sempre: la mercificazione di sé al fine di mettere il proprio culo su una sedia di prestigio e godere dunque di un punto di vista e di azione privilegiato, togliendola (e qui sta il cuore della questione) a qualcun altro ben più capace e meritevole.
Queste sono le “troie” che nessuno vuole. Queste sono le “troie” di cui parla Battiato. Questa è la prostituzione che fa schifo a tutti: vendersi ad un padrone, per diventare chi non si potrebbe mai essere se non per le proprie reali capacità. Politiche, professionali, personali.
Quindi basta con tutti questi sofismi da Social Network, che sono una nuova forma di schiavitù digitale due punto zero. Basta con quest’aria da femminismo forzato anche quando alle donne non si fa minimamente menzione, solo perché la parola termine in “e” ed è plurale. Basta con i puntini sulle “i”, che stanno bene solo nella scrittura in corsivo. Basta con questo parlare di aria fritta, quando non si hanno contenuti pieni di bellezza da aprire e condividere col mondo.
Nelle tue righe ci leggo soltanto un’opinione a tutti i costi, un polemizzare per forza, un essere contro per principio. Pure forzato e scritto da un traduttore mal funzionante, roba ben peggiore della (semmai) noia che desta in te un poeta qual è Battiato, appunto.
Siamo tutti diventati opinionisti precari eppure sicuri. Mentre io mi chiedo, perplessa: dove sono emigrate le persone comuni?

Goodbye, Roberto Sassi!

in talent by

di Pogechi

Premetto che non è stato facile per me trovare un articolo da distruggere in questo blog (altrimenti non lo seguirei così assiduamente dall’imbarcarmi addirittura nel suo “talent”). Ci sono però delle volte in cui certe opinioni “canaglia” stridono con la mia forma mentis, e il post di Roberto Sassi “Goodbye, Montesquieu!” è proprio uno di questi.

Roberto sostiene nella sua tesi che la proclamazione di Grasso a Presidente del Senato (e quindi alla famosa “seconda carica dello Stato”, anche se dubito che la maggior parte degli adulti vaccinati sappia cosa questo significhi) crei un cortocircuito costituzionale, a causa del fatto che un esponente del potere giudiziario sia ora a capo di quello legislativo. Continua poi con l’accusare grillescamente Grasso nel suo intento di voler portare avanti un progetto di riforma del sistema giudiziario, un ambito nel quale il suddetto Pietro, detto Piero, ha sguazzato per anni senza troppi problemi.

Ebbene, a parte il fatto che questa legislatura (che verrà probabilmente ricordata come la più bella e la più breve dagli anni ’60 ad oggi) rappresenti un unicum nel panorama della nostra Repubblica, essendo finalmente la prima in cui è stato effettivamente superato il bipolarismo ideologico (prova ne è che c’è una forza al 25% che reputa gli altri “tutti uguali”); a parte il fatto che il segnale più di rottura mostrato finora sia l’elezione della Boldrini a quella carica che prima era di Fini (FINI!); a parte il fatto che l’elezione di Grasso sia proprio l’espressione di quel cambio di passo della politica vissuta come carriera (la favorita al Senato era infatti la parlamentare credo più attaccata allo scranno, ossia Anna Finocchiaro, di cui potete vedere la digievoluzione qui: http://bit.ly/11tv9iE ); insomma, a parte tutti questi elementi che rendono UNICHE le condizioni che hanno portato alla sua nomina, il problema meramente non sussiste.

Non sussiste perché Grasso, che né più né meno di Ingroia ha chiesto l’aspettativa, è probabilmente meno legato del secondo a processi in cui sono stati coinvolti dei futuri o futuribili politici; non sussiste perché aver esercitato una professione non significa necessariamente essere a favore dello status quo in materia, e quindi ben vengano in Parlamento personalità con esperienza nel campo della giustizia piuttosto che grillini improvvisati; non sussiste perché, credo di prassi, il Presidente del Senato non presenta proposte di legge.

Infine, io credo che un ex procuratore generale antimafia come seconda carica politica nel nostro paese sia un ottimo segnale a. nei confronti di chi combatte la mafia ogni giorno, b. nei confronti dei cittadini che chiedono rinnovamento e un ritorno alla sobrietà in politica, c. nei confronti di chi chiede il ritorno della questione giudiziaria italiana nel dibattito pubblico.

Il corto circuito, semmai, lo creano persone come Paola Pelino, deputata che non ha mai ricoperto cariche giuridiche, ma che è stata condannata per non aver pagato 11.000€ di abiti firmati ad una boutique di Pescara, e che pochi giorni fa protestava di fronte al Tribunale di Milano insieme ai suoi sodali del PDL.

Manipolatori e autoreferenziali

in talent by

di Andrea Barbati

Ciascun candidato dovrà scegliere un post a piacere tra tutti quelli scritti su Libernazione dall’inizio del blog”. Ecco che ci risiamo: il trionfo dell’autoreferenzialità. D’altronde abbiamo accettato le regole del gioco e nessuno mi ha obbligato a partecipare (farete sicuramente leva su questo). Alla ricerca di un tema sul quale polemizzare eccomi dunque intrappolato tra le maglie dei “tag clouds” in una frustrante escalation di post al principio apparentemente troppo condivisibili, mentre tutto quel tempo rubato al lavoro si trasforma gradualmente in fastidio verso me stesso e le mie stupide ambizioni da “blogger” (fancazzista, viziato, egocentrico e anche un po’ radical chic che ci sta sempre bene). Come quando nel ripetere ossessivamente la stessa parola la si svuota di significato trasformandola in un oggetto completamente estraneo, allo stesso modo la lettura compulsiva di una sfilza di post di Libernazione mi ha catapultato nel nonsense di un bloB letterario estraniante ed estremamente omologato, percorso da vagonate di dissenziente ironia di cui ho smarrito il senso globale. Gli spunti per polemizzare e produrre il pezzo richiesto non mancherebbero affatto, ma so già che il tutto si risolverebbe in una polemica stanca e aggressiva. Un po’come commentare quell’articolo che ci fa tanto rodere il culo cercando l’equilibrio fra insulto e colto dissenso, ma senza soddisfazione alcuna. Con il rischio che la ludica polemica richiesta dal gioco sfumi nel fomento di una battaglia personale. E quindi sono andato avanti. E più sono andato avanti più ho percepito la spocchia, la saccenza, un finto e ostentato spirito democratico e liberale, o forse ero io che, prevenuto, miravo a scovare i post potenzialmente più irritanti. E allora sono passato a leggere dell’altro, tornando ad apprezzare, condividere e sghignazzare. Bene, adesso avete fatto in modo che un manipolo di persone leggessero più post di quanto sia normalmente richiesto durante una pausa di lavoro, un piccolo lavaggio del cervello di voci poco contrastanti fra loro. Insomma avevate bisogno di inventarvi un talent per farvi dare una ripassata da otto lettori (mantengo volutamente il doppio senso)? Sapete che c’è? Che ho pure votato il 5 stelle, ma non per questo riuscirete a farmi scrivere un post che si perda tra i commenti di un qualunque grillino rosicone. Perché alla fine avete dimostrato che i veri manipolatori siete voi. Manipolatori e autoreferenziali.

Schizzi

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A maggio del 2011 scrissi per l’Espresso un articolo nel quale, lungi dall’esprimere opinioni personali, mi limitavo a citare, virgolettate, alcune affermazioni che Beppe Grillo aveva fatto negli anni passati. Va da sé che ricevetti un’impressionante serie di improperi, insulti e anatemi, non solo sul sito dell’Espresso ma anche sul mio blog, nel quale avevo linkato il pezzo, e perfino privatamente via Facebook e posta elettronica. Quello che mi è rimasto più impresso, tuttavia, è uno dei tanti commenti che i grillini postarono sul blog del loro leader, che a suo volta aveva citato l’articolo, e che in qualche misura dava conto dell’immensa quantità di invettive insultanti che continuavano ad arrivarmi in ogni dove, al punto da indurre Alessandro Gilioli a prendere le mie difese:
merda
Per la serie: prima di lagnarsi degli “schizzi di merda digitali” degli altri, farsi un esamino di coscienza non sarebbe un esercizio inutile.

LGT: responso e terzo turno

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Ok, gente, Jacopo Tondelli ha letto i dieci post del secondo turno, e dopo averli attentamente valutati ha decretato quello che segue:

Nessuno è comunista” e “Di larghe intese si muore“, due tra i post più politici tra i dieci selezionati, mi sembrano anche i più deboli. Entrambi tradiscono la “voglia di parlare di politica” quasi a tutti i costi, sotto il cappello dei luoghi comuni da smontare, ma si fa fatica e capire davvero attorno a quali luoghi comuni essi ruotino. Pur con intuizioni condivisibili, appaiono centrati attorno alla – rispettabilissima – sensibilità degli autori, invece di scaturire dalla realtà delle cose che accadono in una società, o dei pensieri in essa dominanti. Che sono poi, appunto, i luoghi comuni.

Come vi avevo preannunciato, il giudizio di Jacopo è inappellabile: ragion per cui, Benedetta Rubin e Mario Di Vito devono togliersi il grembiule e lasciare la cucina di Libernazione’s Got Talent.
Restano in gara Andrea Barbati, Barbara Bussolotti, Canimorti, Edilio Ciclostile, Ilario D’Amato, Pogechi, Porco Schifo e SmxWorld: otto concorrenti per un solo vincitore.
Ciò detto, iniziamo subito con il prossimo turno: stavolta ciascun candidato dovrà scegliere un post a piacere tra tutti quelli scritti su Libernazione dall’inizio del blog (eccezion fatta per i post scritti dagli altri concorrenti) e cercare di demolirlo polemicamente. I giudici saranno gli autori di Libernazione, o meglio i primi 13 (dicasi tredici) che avranno modo e tempo di formulare il loro giudizio. Anche stavolta verrete eliminati in due, quindi cercate di mettercela tutta. Che altro? Ah, sì: non c’è limite di battute, e i post dovranno pervenire al mio indirizzo e-mail entro e non oltre la mezzanotte di venerdì 29 marzo.
Tutto chiaro? Ok. Allora iniziate a scegliervi il post e ad affilare le unghie.
E ricordate: alla fine ne resterà uno solo.

LGT: Ecco i post del secondo turno

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Ok, ci siamo: quelli che vedete linkati qua sotto sono tutti i post che i dieci concorrenti superstiti ci hanno inviato per il secondo turno, interpretando ciascuno a proprio modo il tema “abbattere un luogo comune“.
Contrariamente a quanto vi avevo annunciato, stavolta non sarà Alessandro Gilioli (temporaneamente assente) giudicare i post, ma un altro giornalista molto importante, anche lui inspiegabilmente disposto a prestarsi a questa corrida, che in teoria avrebbe dovuto occuparsi di voi nel turno successivo: mi riferisco a Jacopo Tondelli, che ringrazio -scherzi a parte- per l’amichevole disponibilità.
Come vi dicevo, due di questi post -e con loro i relativi autori- verranno definitivamente esclusi dalla competizione: il tutto, ovviamente, a insindacabile giudizio di Jacopo, senza recuperi, ripescaggi o provvedimenti di grazia dell’ultim’ora; anche se i commenti di tutti gli altri sono consentiti, ed anzi auspicati.
Mi pare di avervi detto tutto. Non mi resta che linkarvi qua sotto -in rigoroso ordine alfabetico- i dieci post in gara.
Buona lettura, e ricordate: alla fine ne resterà uno solo.

Andrea Barbati: Via Veneto e la dolce vita.
Barbara Bussolotti: Diversamente.
Benedetta Rubin: Nessuno è comunista.
Canimorti: Donnanana.
Edilio Ciclostile: Tutto torna.
Ilario D’Amato: Beato te che sei all’estero. Qua è tutto uno schifo.
Mario Di Vito: Di larghe intese si muore.
Pogechi: Vaglielo a Spiegare.
Porco Schifo: Magari il calcio mi piace davvero.
SmxWorld: Tutto e subito.

Tutto torna

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di Edilio Ciclostile

Ripetere con me: avevamo squali-scimmia in parlamento ora abbiamo scimmie-somaro. Tutto Torna. A mio insindacabile giudizio.
Se sei stato beccato a scoréggiare in chiesa, durante una funzione solenne, da quel momento il motivo di fondo della tua esistenza diventa che ritieni di dover combattere lo sviluppo della società perchè procede nella direzione in cui il materialismo potrebbe andare deluso.
E la frustata esistenziale con la quale hai percosso l’aria, prima o poi te la ribeccerai indietro.
Interno chiesa matrimonio.
La promessa eterna d’amore esce dalla tua bocca con l’odore di morto che può esprimere soltanto il culo di un nonno invidioso.
É stata la sincronicità junghiana a fare scuola che diceva: nulla succede per caso. E ora, sui tappeti narrativi dei film – da Crash a Cloud Atlas – ritroviamo palle di questo genere che rimbalzano asincrone per rendere più eccitante la nota noiosità della commedia.
Da chi siamo stati invitati a non tornare indietro, ma di proseguire verso lo bello stilo?
Tornando noi al luogo comune, parlarne non è facile come abbatterlo, direbbe Dante. E ovviamente non è così, risponderebbe Virgilio. Semmai è complicato il contrario. Cercare di smontare un diavolo che, a parte facilitare empatie tra umani (Flaubert), di preciso non ha nessun compito e nemmeno lo stato di famiglia.
E dopo una breve ricerca sull’argomento, cosa vado a scoprire con la voce gridata che mi esce fuori dagli occhi? Che picconarne uno, qualsiasi, significa sfidare il sacrosanto diritto che la gente ha di farsi un’opinione. Ma sopratutto di tenersela stretta seppure sbagliata. E non c’è scienza che tenga quando all’ombra di una calotta cranica un’idea s’indurisce come roccia.
Bene. Allora?
Allora per far diventare questo un giorno gioioso, non mi metterò a tirare l’elastico in mezzo alle chiappe di un gorilla. Così per scoprire se sono io il più intelligente tra i due. Ma mi occuperò di…, fatti i cazzi tuoi.
Un motivo ricorrente (fonte Treccani) è a tutto vantaggio di un autore che una volta trovato lo usa fino ad esaurimento di ciò che ha da dire sull’argomento. (Il realismo dell’epoca coincide con la durata che l’autore ha di sopportare se stesso).
Quindi quando egli tratta di luoghi comuni non solo è in un mood positivo, ma al diabolico Flaubert va riconosciuto che proprio quell’operazione aiuterà il nostro ad instaurare empatia con chi poi ne pagherà le bollette.
Arrivo alla polis: Paramagnetismo del Radicale Libero. Non è un titolo, e nemmeno lo imitia. É la caratteristica di una molecola ad alta facilità di accoppiamento con altre dovuta ad un elettrone che gira libero.
Ecco, PRL è anche l’acronimo di Paraculismo del Grillino Sciatto.
Tra parentesi (luogo comune deriva da tòpos).
Il Grillino Sciatto è sempre quella molecola che dicevo prima. Con l’elettrone che va per i cazzi suoi e non vede l’ora di accoppiarsi. Ma il GS è anche quel diavolo che dicevamo prima prima. Senza un preciso scopo o stato di famiglia. E che salvo per certe alterazioni psicologiche, sembra uscito dall’acquedotto di Silvio.
La rabbia lo gonfia, gli slabbra il grugno e quando non riesce a sfogarla, quella tanto lo pompa che finisce per farlo scoppiare. E si affloscia tutto.
Chi aiuta il GS a tirare avanti?
Qualcuno che per lui stana sempre nuovi tòpos dalle fogne e gli suggerisce come portare acqua con le orecchie.
Ripetere con me: avevamo squali-scimmia in parlamento ora abbiamo scimmie-somaro.
Morale della favola, se ti rimane un tassello per le mani non lo gettare prima di aver trovato dove si trova il suo buco nel comune luogo.

Tutto e subito

in talent by

di SmxWorld

La generazione di mio padre ha vissuto il periodo in cui “non c’erano tutte le comodità che avete voi oggi. E ai miei tempi lavoravi già da bambino perché in casa c’erano tante bocche da sfamare”.

Per questo, quelli della generazione di mio padre si sentono in diritto di apostrofare quelli della mia generazione con frasi tipo “voi giovani volete tutto e subito”. “Voi giovani non sapete aspettare”. E poco importa se stiamo parlando di una persona che ha buttato anni dietro ai libri, piuttosto che di una che ha deciso di imparare un mestiere o di entrare nell’esercito, o se parliamo di una persona che se la prende comoda perché ha le spalle coperte.

Che fastidio che provo verso queste esternazioni, quando le sento mi verrebbe da chiudere la conversazione con un sonoro “ma vai a rotolarti nudo nella segatura di ferro”. Solo che poi rischierei un altrettanto snervante “non c’è più rispetto per gli anziani”; e la fiera del luogo comune diverrebbe davvero insostenibile.

Decido così di desistere dal mio intento belligerante e provo a confutare la fondatezza di quelle parole: “Voi giovani volete tutto e subito, non sapete aspettare”.

Tutto e subito, eh? Facciamo così, iniziamo a quantificare il tempo che un giovane che prosegue negli studi trascorre a seminare prima di poter anche solo pensare di raccogliere.

Cinque anni di Liceo. Tre anni per la Laurea di primo livello. Due anni per la Laurea Magistrale. Aggiungiamoci pure un anno a Londra, che oggi tocca saperlo l’inglese. Fanno undici anni, in totale e nella migliore delle ipotesi.

Quindi uno che investe più di un decennio della sua vita a porre le basi per il futuro, nel momento in cui vorrebbe riscuotere diventa automaticamente uno che “vuole tutto e subito”?. A quanto pare si.

Come se non bastasse, tra ricerca di un lavoro, periodi da stagista, contratti a progetto, accordi sulla parola, prima di vedere la luce in fondo al tunnel passano almeno altri due anni.

E si deve pure sorbire i moralismi di quelli della generazione di mio padre che gli ricordano che “non sa aspettare”. Il tutto mentre loro magari sono entrati in fabbrica a venti anni. A soli venti anni, dopo cinque anni di superiori e uno di militare, i nostri moralizzatori avevano lo stipendio assicurato fino alla pensione. Potevano acquistare un’auto, potevano accendere un mutuo (se non avevano in dote una casa dai genitori), potevano sposare la morosa.

Avevano tutto e subito. Loro. A Vent’anni

Sapete che vi dico?Fate pure voi, esprimete giudizi sui giovani che non sanno aspettare, non sanno rispettare, non sanno stare al mondo, che ai vostri tempi non era così. Noi intanto continuiamo a fare colloqui, a metterci la cravatta quando dobbiamo presentarci, ad essere felici per le fottute briciole che rispondono al nome di “contratto a progetto”. A volere tutto, perché non è subito. E’ tardi.

Fortuna che mio padre è un alieno per la sua generazione

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