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15 cose che troverete sempre sulla home page di facebook in autunno, Parte 2

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E’ quasi la fine dell’autunno.

Per celebrarlo, e in attesa della lista invernale, ecco la seconda parte delle 15 cose che troverete sempre sulla home page di facebook in autunno.

Prima parte qui.

 

ATTENZIONE!

Come di consueto, per affrontare la lettura è prevista della musica di accompagnamento. Questa volta, invece della solita playlist, vi consiglio questo pezzo. Buona lettura, vi odio tutti.

 

I maglioni

Ovviamente non potevano mancare -presenti anche in inverno, ma iniziano a spopolare sulle bacheche appena la temperatura scende a 19°- i maglioni: collo alto, collo largo, scollati, i maglioni sono presentissimi tramite foto con didascalia “Freddo”; meglio se dai colori sgargianti, i maglioni sono un veicolo tristissimo per far vedere quanto le ragazze siano spiritose e simpatiche se indossano il maglione con la renna, “PROPRIO COME BRIDGET JONES!” mavaffanculo.

Postano foto di maglioni: Bridget Jones, ragazze che si sentono simili a Bridget Jones, ma che se avessero veramente capito il senso del film, col cazzo che starebbero a casa a cantare “all by myself” col gelato.

 

Il tè caldo sorseggiato insieme a un BUON libro

La foto del tè caldo con accanto un BUON libro è un must have per chiunque non abbia niente da dire: Conrad con l’earl grey, Pirandello con la tisana hippy, il Mein Kampf con il karkadè. La didascalia è una citazione del libro oppure una roba tipo “[nome del tè strano] e [autore qualsiasi]:  il mio pomeriggio contro la pioggia”.

N.B.: se non piove, non vale postare foto del genere.

Postano la foto del tè caldo sorseggiato insieme a un BUON libro: maniaci del controllo, ragazze single, persone che vogliono farti sapere che stanno affrontando la lettura di un mattone abbandonato a pag. 10.

"Hitler, tu e il tè alla rosa siete la mia coppia preferita!"
“Hitler, tu e il tè alla rosa siete la mia coppia preferita!”

 

Le passeggiate nei boschi

Classico intramontabile autunnale sono i lunghi post in cui l’utente medio del social network ci tiene a farvi sapere che lui non si guarda tutto il giorno Real Time, ma in autunno va a godersi i colori, il rumore della pioggia, la bronchite.

Boh, io a casa mia di colori ne ho tantissimi, mica c’ho bisogno di andare nei boschi.

Postano status di passeggiate nei boschi: persone che non scopano, boscaioli, gli abitanti di Twin Peaks.

"Diane, scrivi su facebook quanto sono poetici tutti questi colori"
“Diane, scrivi su facebook quanto sono poetici tutti questi colori”

 

November Rain a novembre, e quelli che si lamentano di November  Rain

I circoli viziosi la fanno da padrone. A novembre c’è sempre quello che tac!  posta “November Rain” sulla bacheca di facebook, con i puntini sospensivi o con una frase a effetto; il suo arcinemico è quello che invece pensa di essere acuto & geniale a scrivere la sua invettiva contro quelli che postano la canzone, “io sono originale, voi no”; o -peggio- la posta lui stesso IRONICAMENTE.

Postano November Rain a novembre: ormai solo i coraggiosi e Axl Rose.

Si lamentano di November Rain: tutti.

 

Caldarroste

Certo, sono molto buone e le amiamo tutti, ma non c’è bisogno di sfrangere i coglioni con ottantacinque foto col filtro vintage del vecchietto che a via del corso cuoce le castagne sul fuoco, o della pentola bucherellata che fa tanto casanellaprateria.

Le caldarroste sono anche spesso posate in punti strategici della casa, in una foto sistemata ad hoc per far vedere la polaroid d’epoca o il libro antico.

Postano foto di caldarroste: agenti immobiliari, studenti, madri di famiglia, le caldarroste quando si fanno i selfie.

 

La foto della pozzanghera con il riflesso del palazzo

Altro tentativo di autodefinirsi fotografi, coloro che stanno messi così appena arriva l’autunno gioiscono: cieli grigi e piogge frequenti fanno sì che si possa andare in giro felici a fotografare i palazzi riflessi nelle pozzanghere. Ancora meglio i monumenti o gli anziani.

Persone che fotografano pozzanghere con il riflesso del palazzo: serial killer, bambini ai quali i genitori danno in mano per la prima volta una macchina fotografica, quelli che dicono “il fotografo” quando gli chiedi cosa fanno nella vita.

 

“Non può piovere per sempre”

Una delle frasi più gettonate del secolo, ve la ritroverete sempre in ogni dove al primo accenno di cielo non completamente azzurro.

Che poi penso che possa benissimo piovere per sempre. Cioè, non sono un meteorologo,  ma non ci stanno tipo quei posti dove piove per sei mesi di seguito?

Postano “Non può piovere per sempre”: tutti quelli che si accorgono che piove per più di due ore consecutive.

 

JJ

Casaleggio che dice cornuto all’asino

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Cercando su Urban Dictionary la voce “click bait” (letteralmente: “esca per click”), e traducendo il risultato dall’inglese, si ottiene grosso modo questa definizione:

Un link che “acchiappa l’occhio” su un sito web, che incoraggia le persone a continuare a leggere. Spesso è pagato dagli inserzionisti (click bait “pagato”) o genera introiti basati sul numero di click

Si tratta di un fenomeno nel quale prima o poi ci siamo imbattuti tutti, specialmente sui social network: ci si trova davanti un titolo molto enfatico, nel quale vengono spese con grande generosità e disinvoltura, perlopiù in carattere maiuscolo, parole altisonanti come “VERGOGNA”, “SCANDALO”, “INCREDIBILE”, ci si clicca sopra per capire che diamine sia successo e si scopre che in realtà la notizia è molto meno clamorosa di quanto quel titolo lasciasse supporre; a tutto vantaggio degli accessi al sito web che usa questo metodo, il quale ne beneficia in termini di traffico e quindi di influenza, o più semplicemente di soldi.
Ora, voi sapete come la penso: ciascuno è libero di fare le cose come meglio crede. Ragion per cui, se uno vuole mettere su un sito che acchiappa gli accessi in questo modo non ho niente da eccepire, purché sia consapevole di quello che fa e se ne assuma la responsabilità. Voglio dire: vuoi scrivere una canzonetta orecchiabile per vincere Sanremo? Be’, non sarò certo io a giudicarti, accomodati pure. A patto che non ti metti in testa di essere Debussy. E soprattutto che non perculi gli altri, che scrivono canzonette tali e quali alla tua, accusandoli di essere troppo “pop”.
Ebbene, quest’oggi su Twitter sta andando in scena una vibrante polemica proprio su questo fenomeno. Qualcuno sta prendendo pesantemente per i fondelli quelli di FanPage perché a suo dire abusano del bait-clicking, e invita varie testate e giornalisti a sputtanarli anche loro, magari scrivendoci sopra un bell’articolo:

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Ora, voi vi domanderete: che testata autorevole e seriosa sarà mai, quella che denuncia il click bait come una patetica schifezza, indignandosi e sfidando polemicamente mezzo mondo a scriverne? Micromega? Limes? Internazionale?
Manco per niente. Guardate un po’ qua:

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Non so se mi spiego: stiamo parlando nientepopodimeno che di Tze-Tze, cioè del sito di proprietà di Casaleggio che funziona da vera e propria grancassa mediatica per Beppe Grillo e per il Movimento 5 Stelle. E che appena qualche centimetro più in basso, sullo stesso stream di Twitter, presenta le proprie notizie così:

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Allora, capirete, uno rimane un tantino perplesso. Perché passi produrre a manetta titoli smodatamente sensazionalistici e “eyecatching” per indurre la gente a cliccarci sopra, e -guardate che vi dico- passi perfino farlo a scopo di grossolana propaganda politica: però poi, abbiate pazienza, sarebbe quantomeno dignitoso non accusare gli altri di produrre “puttanate acchiappa click e gonzi”. Voglio dire: ci vuole davvero una faccia di bronzo (quella sì) clamorosa, incredibile e scandalosa.
Il punto, probabilmente, è che il pudore funziona senza mezze misure: o lo si ha, o non lo si ha. Quindi, se non si prova il benché minimo imbarazzo a pubblicare gragnuole di titoli esagerati al solo scopo di accaparrarsi qualche click, perché mai se ne dovrebbe avere a prendere per il culo quelli che fanno esattamente, né più né meno, la stessa cosa?
Dopodiché, per completezza, sarebbe appena il caso di aggiungere che fare bait-clicking per racimolare qualche soldo di pubblicità è un tantino più dignitoso che adoperarlo per fare propaganda politica in favore del secondo partito politico italiano. Ma lasciamo correre.
Sia come sia, si vede che le cose stanno così: a noi mortali è concesso di scrivere soltanto roba molto, molto sobria, perché il monopolio assoluto delle pallonate è riservato a Casaleggio e ai suoi amici.
E guai, dico guai, a insidiarlo.

Il problema siamo noi, non la spunta blu

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Togliamo dal ragionamento gli stalker, ok? Togliamoli, ché con gli stalker diventa un problema anche abitare a un certo indirizzo: né, per dire, uno si può scagliare contro la consuetudine di assegnare un nome a ogni via e un numero civico ad ogni portone. Gli stalker sono roba da ordine pubblico, e come tali vanno affrontati, Whatsapp o non Whatsapp.
Ecco, stalker a parte io mi domando: chiunque siano A e B, se A dà il numero di cellulare a B, B gli scrive su Whatsapp, ad A non va di rispondere, oppure non può perché sta facendo altro, oppure non vuole dire dov’è, oppure ha deciso di far impazzire B per i motivi più disparati, B si incazza perché vede la famigerata spunta blu apparire sul telefonino e allora A e B litigano, si insultano, si odiano, si picchiano, si lasciano, sarà colpa di A e B oppure di quella spunta?
Voglio dire: saranno affari di A e B se A è uno stronzo/a che non risponde mai ai messaggi, oppure se B è un/a ossessivo/a-compulsivo/a che si fa prendere una crisi di nervi quando non ottiene una risposta entro tre minuti, oppure tutte e due le cose insieme, mirabilmente innescate in un meccanismo di reciproca amplificazione, o devono diventare tutti problemi di Zuckerberg che ha introdotto la conferma e l’orario di lettura?
Occhio: non sto facendo la predica né agli “sfuggenti”, che si lamentano perché verranno più facilmente “incastrati”, né agli ansiosi, che si lagnano perché vedranno aumentare la loro angoscia; anche perché probabilmente io stesso, a seconda delle situazioni, sono occasionalmente cascato nell’una o nell’altra categoria. Sto solo dicendo che mettere in croce Whatsapp per la propria stronzaggine o per la propria ansia non mi pare un’idea particolarmente sensata.
Dice: ma io questo software l’ho comprato.
E capirai, hai pagato 89 centesimi per un anno.
Dice: sì, ma è una questione di principio.
Benissimo: allora, se è una questione di principio, al limite chiedete a Zuck se vi rimborsa la quota parte di quegli 89 centesimi corrispondente alla porzione d’anno da oggi alla scadenza.
Ma per l’amor di dio, smettetela di far finta che il vostro problema sia la spunta blu.
Il vostro problema siete voi, e quella spunta non fa che metterci sopra un bel riflettore.

Il popolo del web, maieuta delle fregnacce

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Vediamo se ho capito: quest’oggi il popolo del web è “in rivolta” (l’avrò letto sei o sette volte in cinque minuti, nei posti più disparati) a causa di un “articolo choc” nel quale si sostiene che l’ONU vuole introdurre la pedofilia e l’omosessualità come metodi pedagogici per i bambini, che l’OMS intende promuovere la masturbazione nella scuola materna l’omosessualità nei più piccini, e che l’approvazione del DDL Scalfarotto condurrà alla rieducazione in campi LGBT.
Clamoroso, nevvero? Voglio dire, e lo dico senza alcuna ironia: in sé e per sé è roba a dir poco allarmante.
Senonché, viene fuori che il corsivo in questione, firmato nientepopodimeno che da Cristina Zaccanti, insegnante del liceo classico Carlo Botta di Ivrea, è apparso ri-nientepopodimeno che sul bollettino parrocchiale di Rivarolo, ridente cittadina il cui parroco, all’uopo intervistato, ha immediatamente dichiarato che le opinioni dell’autrice sono state espresse a titolo personale e non rispecchiano l’opinione di tutta la comunità dei credenti rivarolesi.
Ora, io mi domando e dico: voi vi rendete conto, sì? Stiamo parlando del bollettino parrocchiale di un posto che conta poco più di dodicimila anime. Voglio dire: se riuscissimo a procurarceli tutti, i bollettini parrocchiali del paese, e li spulciassimo ad uno ad uno con un minimo di attenzione, avete una vaga idea di quante fregnacce ci troveremmo dentro? Siamo in grado, dico io, di parametrare non solo la portata della nostra “indignazione”, ma ancora prima la nostra attenzione, all’effettiva importanza di ciò che ne forma oggetto?
Oppure, come mi pare accade sempre più spesso, saliviamo pavlovianamente appena leggiamo le parole “choc”, “clamoroso”, “inaudito”, senza neppure domandarci se quello di cui parliamo è dotato dei requisiti minimali per sancire non dico la sua rilevanza, ma addirittura la sua sostanziale esistenza?
Purtroppo, mi pare che sia proprio così. Saliviamo, e saliviamo di brutto.
La realtà, quella vera, è che l’articolo (sic) della signora Zaccanti di fatto non esisteva, prima che il web decidesse di entrare nel mood “rivolta”, e che sia stata proprio la “rivolta”, per così dire, a darlo effettivamente dato alla luce, ché altrimenti l’avrebbero letto in tre, sul cesso, distratti dal pensiero della cena, della tinta venuta male e della frizione della macchina da rifare; mentre oggi, grazie all’ondata di “indignazione” del “popolo del web”, di quell’articolo abbiamo avuto notizia in molti. Meglio, in troppi.
Suvvia, ragazzi, facciamo un favore a noi stessi: vediamo, ove possibile, di occuparci di cose serie.
E piantiamola, di fare i maieuti con i deliri del primo che passa.

Ci so fare como todas

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Nessuna persona di buon senso può seriamente indignarsi per i contenuti di un giornale di gossip, non lo facciamo quando ci mostrano contenuti del tutto irrilevanti come “La ricetta del pollo grigliato di Paola Perego”.

Nessuna persona intelligente può prendere i servizi di “Chi” come segnale del pessimo stato del giornalismo nostrano, non ci sarebbe affatto bisogno di guardare così in basso.

Allo stesso modo, nessuno dovrebbe sentirsi offeso per una foto in cui viene sorpreso a mangiare il gelato (la rete è piena di foto di gente nota che mangia gelati: stacce), a meno che non ne faccia una questione di privacy, ma allora allo stesso modo indigniamoci per le foto in spiaggia di Umberto Smaila, dico.

E un giorno forse (I have a dream) nessuna donna si sentirà offesa se si allude a una sua virtù sessuale: conosco ragazze che non si limiterebbero alle risatine se girasse una foto in cui Alexis Tsipras infila il muso in una ostrica.

Tra l’altro non c’è nulla di più sessista rispetto alle allusioni che reagire da verginelle permalose, quando il tutto cesserebbe in 10 secondi se, sorridendo, rispondeste: col gelato? Ci so fare como todas.

La fisica berselliana di Milena

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Non ci sarebbe bisogno di scrivere niente di piu’ di un aggiornamento a questo classico pezzo di Guido Vitiello, se si volesse commentare la deriva di Report e della sua conduttrice.

Eppure, a distanza di piu’ di tre anni dalla sua uscita, la fisica dei soliti stronzi continua indisturbata a mietere vittime. Non e’ allora, credo, solo l’euforia, l’autocompiacimento del consenso.  C’e’ la grave colpa colpa, direi, dei soliti “buoni a prescindere”, quelli che anche quando iniziava a sbarellare dovevano difenderla perche’ e’ “indipendente, professionale, dalla parte giusta, una di noi”. Perche’ e’ “di sinistra”.

Come fai a mantenere il senso della misura, il senso della ragione, a confrontare i tuoi pregiudizi stupidi e i tuoi ideologismi vetusti, quando sei circondata da tale aura di santita’? E non ditemi che la Nostra non ne coltivasse, di pregiudizi e ideologismi, gia’ da prima. E non c’entra niente il fatto che, per cacciare uno come Paolo Barnard, debba prima esserselo tirato in barca. C’erano piuttosto certi segnali, certe derive, le conclusioni di molti servizi in cui si parlava di argomenti complessi, e invece si tagliava tutto con l’accetta: i derivati presentati come il male a prescindere, le menzogne sulle municipalizzate del Sud presentate come “aziende private”, e cosi’ via.

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Ma non si poteva criticare, la Gabanelli, non si poteva mettere in dubbio. Bisognava darle, sostanzialmente, sempre ragione, a prescindere dal merito, perche’ dall’altra parte ci sono i Cattivi: Belpietro, Feltri, Studio Aperto, Minzolini – allora darle torto, farle le pulci, ma anche solo sollevare il ditino, significa indebolire lei e rafforzare loro. Loro sono i cattivi, noi siamo i buoni, non bisogna dimenticarlo mai. E infatti adesso ha dato la stura: campagne oscurantiste contro gli OGM, campagne ridicole anti-capitalismo, anti-finanza, anti-qualsiasi cosa. Ieri, un servizio in cui si menziona Moncler con molta, molta leggerezza. Si fa confusione, deliberatamente, menzionando costi di produzione e paragonandoli ai prezzi al dettaglio, si allude all’utilizzo di pratiche scorrette per la rimozione delle piume dagli animali, e cosi’ via. L’azienda risponde che le piume d’oca del servizio non vengono utilizzate per la produzione dei loro piumini, ma pare chiaro comunque che la pratica non si possa attribuire alla sola Moncler. Che pero’ subisce tutto il danno d’immagine di un metodo di fare giornalismo ormai basato solo sul suscitare l’indignazione spicciola, da bava alla bocca, e che spesso risolve tutto in una bolla di sapone.

Peccato. Pensiamoci, la prossima volta, prima di zittire il nostro senso critico in nome di qualche passeggera battaglia di parte.

15 cose che troverete sempre sulla Home Page di Facebook in Autunno, Parte 1

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Per quanto riguarda l’estate, invece, cliccate qui.

 

ATTENZIONE! Se avete già letto la parte estiva, sapete come funziona. Altrimenti, vi ricordo che questo è un post interattivo, dunque consiglio l’ascolto di questa playlist, mentre affrontate la lettura.

 

Come ogni anno, il 23 settembre si svolge l’equinozio d’autunno, che segna il passaggio dall’estate alla suddetta stagione.

Come ogni anno, apriamo Facebook, e ci sono 15 cose che non possono proprio mancare.

 

Foto delle foglie gialle, marroni, rosse

I fotografi, naturalmente, non vanno mai in vacanza: per tutto l’anno avremo sotto gli occhi i loro insopportabili dettagli di qualcosa con lo sfondo sfocato e il watermark sulle immagini.

Puntuali, in autunno, i presunti artisti si armano delle loro costosissime macchine fotografiche regalate alla laurea dai parenti perplessi, e vanno a fotografare LE FOGLIE.

Le foto delle foglie sono così rare che mi è toccato uscire, arrivare in un bosco, e fare una foto; poi tornare a casa, caricarla sul pc, modificarla e allegarla.
Le foto delle foglie sono così rare che mi è toccato uscire, arrivare in un bosco, e fare una foto; poi tornare a casa, caricarla sul pc, modificarla e allegarla.

Ma, attenzione, non le foglie, così, tanto per, attaccate agli alberi. Il soggetto richiesto è la foglia colorata e -attenzione- caduta dall’albero: vietatissimo fotografarne di vive. Quindi ecco che, come aprite la vostra homepage, venite travolti da una serie di dettagli sulla foglia caduta a terra, metafora dell’esistenza che si consuma. Spesso, infatti, le foto sono accompagnate da una didascalia: poesie, riflessioni profonde, frasi a effetto, Joey e Dawson.

La gente che fa queste foto è la stessa che quando attraversa davanti a un gatto nero, quello cambia strada.

Sottocategoria: Quelli che fotografano gli alberi spogli. Simili, ma tendono ancora di più a lamentarsi di non scopare.

Sottocategoria più rara: Quelli che fotografano i funghi. Questa è gente che proprio no.

 

Qualcuno che posta Autumn in New York

Autumn in New York è un film pallosissimo, con quella cleptomane di Wynona Rider e Richard Gere. Trama banalissima, fastidiosissima, Wynona Rider fa le faccette, è sostanzialmente Pretty Woman però al posto della passeggiatrice c’è una malata terminale, quindi alla fine Gere rimane con un palmo di naso.

Fra i vostri contatti, senza dubbio, c’è qualcuno che, in autunno, posta un segmento di Autumn in New York, magari qualche pezzo con qualche frase fastidiosissima in cui lei insegna al playboy consumato ad amare davvero qualcuno e ad apprezzare la vita.

Persone che postano Autumn in New York: ragazze grasse, ragazze appena lasciate dal fidanzato, Wynona Rider dal suo profilo facebook.

 

Impressioni di settembre, a settembre

Fra la mezzanotte del 31 agosto e quella del 30 settembre, c’è sempre, puntualissimo, quello che pensa di sentirsi originale nel postare questa canzone, magari corredata da qualche osservazione supponente sul gruppo (i fan della PFM sono tutti antipatici), tipo “Eh, io la posto perché la PFM la sento da quando sono bambino!” Bugia. Sappiamo benissimo che conosci solo quella canzone lì.

Postano impressioni di settembre: tutti.

 

Qualcuno che si lamenta del caldo improbabile che dovrebbe esaurirsi con la fine di agosto

La gente si lamenta SEMPRE del clima. Si lamenta se fa caldo, se fa freddo, se c’è la luna, se non c’è, se ci sono le stelle cadenti, se piove, se non piove…

La gente crede che, con la fine dell’estate, il caldo vada via. Non funziona così. No, io non lo so come funziona, ma so che se proprio mi devo lamentare con qualcuno se il 30 novembre sto morendo dal caldo (e oltretutto ho già fatto il cambio dell’armadio), non scrivo su facebook “OH, MA AGOSTO S’E’ ACCORTO CHE E’ NOVEMBRE? EH EH EH!”

Deprimente.

Sottocategoria: naturalmente, ci sono anche quelli che si lamentano perché piove. E ci avvertono.

“C’è un temporale, meglio che lo scriva su facebook, in caso la gente non se ne fosse accorta. Oh, e già che ci sono aggiungo che è molto fastidioso.”

Si lamenta del caldo/pioggia chi:
a) è solo
b) è MOLTO solo
c) ha urgentemente bisogno di consensi
d) è prossimo al suicidio

 

MILIONI DI FOTO ESTIVE

Come i gremlins quando si bagnano, la fine dell’estate genera pletore di album fotografici che vengono caricati in caso non sappiate dove sono stati i vostri amici da giugno ad agosto.

Luca Palmieri ha pubblicato 138 foto. 138 foto di casette greche. Tutte uguali? Macché! Prese da angolazioni differenti.

N.B.: le foto dell’estate ci sono anche in estate -ne abbiamo già parlato-, ma in autunno ne arrivano interi album, chiamati con nome rigorosamente inglese: “London Calling…”, “A portrait of Istanbul”, “Ibiza fun!!!”, “Sweden” (Svezia era troppo banale?), “Midnight in Paris…”, e se volete farmi altri esempi, ben venga.

Postano le foto estive: narcisisti, persone comuni (Potresti essere tu. Potrei essere persino io), gente che è stata in India.

 

Qualcuno che si lamenta di dover ritornare in ufficio/a scuola

Naturalmente, la fine della stagione estiva sancisce anche la stagione delle vacanze: dunque, a settembre, tutti al lavoro o dietro ai banchi. Ciò genera (comprensibilmente) della frustrazione, che puntualmente viene espressa tramite frasi con molti puntini sospensivi: “Di nuovo qui” “Si ricomincia” “Porcoddio” ecc. ecc.

Si lamentano di tornare a lavorare/studiare: studenti, lavoratori, studentilavoratori, bidelli, presidi (i professori no, quelli ci godono).

N.B.: in America, per lamentarsi di essere tornati in ufficio e/o a scuola, invece di piagnucolare su facebook, fanno delle coerenti stragi di colleghi (vedi Columbine High School).

 

Quelli che ancora stanno in vacanza

Opposta alla categoria precedente, questa racchiude le persone che:
a) sono ricche
b) sono ricche
c) devono morire

Ribadire che si è ancora in vacanza quando tutti, normalmente, sono tornati a sgobbare, è pura perfidia. Poi grazie al cazzo che quelli sopra si lamentano.

 

Quello che cita Ungaretti

“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie.”

Ovunque, chiunque.

In qualsiasi formato.

La frase, molto spesso, viene usata come didascalia per una foto. Indovinate di cosa?

Persone che postano ‘Soldati’: soldati, nostalgici, aspiranti poeti, Wynona Rider dal suo facebook, fotografi di foglie colorate (e il cerchio si chiude).

 

Bonus: Magalli.
Non lo so, in questo periodo c’è molto Magalli in giro per l’internet, ma non ho seguito bene la cosa.

Per citare una domanda molto interessante che mi è stata posta: “Ma chi lo decide che Magalli deve cavalcare una nuova onda? Tipo la macchina vecchia che diventa macchina d’epoca.”

 

JJ

 

 

Dalì, quel genio incontrastato

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L’internet.

L’internet ormai è il dio degli uomini.

La gente su internet cerca il percorso che deve affrontare per andare da un punto A a un punto B, cerca il numero di telefono del ristorante, perde ore su ore guardando video di gattini, stalkera gli ex compagni delle medie sperando che abbiano avuto meno successo di loro, cerca i sintomi di una banale influenza finendo per convincersi di avere almeno tre tumori, litiga sull’uso dell’apostrofo nella locuzione ‘qual’è’.

E, teoricamente, si informa.

Il problema principale quale è? (non mi fregherete mai)

Che su internet è molto difficile verificare le fonti di una notizia. Questo naturalmente non comporta un’allerta generale sull’attendibilità delle notizie, al contrario, la maggior parte della gente se ne frega altamente di dove e come quella notizia sia arrivata su quella data pagina, pensando “Vabbè, ma che male si fa, alla fine, pure se non è vero?”. Paradossalmente, inoltre, sono le persone meno informate quelle che accusano gli altri di “disinformazione” (no, non sto affatto alludendo ai complottisti, lungi da me, figuriamoci).

La punta dell’iceberg di tutte le bufale che vengono date per vere, è, naturalmente, Facebook. Su f. si trovano un coacervo di immagini con foto di presunti parlamentari che hanno privilegi che nemmeno il sultano del Brunei, teorie sulle scie chimiche a strafottere, trame perfide del Nuovo Ordine Mondiale che vuole sottomettere i poveri terrestri assoggettandoli ai rettiliani. Ho visto gente pubblicare notizie di Lercio dandole per vere, nello specifico sono stata testimone all’indignazione di un mio contatto che aveva pubblicato questa notizia. Parte più inquietante? I suoi contatti che replicavano “Che scandalo” “Dove andremo a finire”. Raramente intervengo, ma quella volta ho dovuto bloccarli con un “Ragazzi, è una pagina simpatichella, non pubblicano notizie vere.” (dentro di me, naturalmente, bestemmiavo ad alta voce) “Ma che male faccio?”, continuano a chiedersi tutti.

In realtà il male, a volte, lo si fa. Ma non mi dilungo sull’argomento, perché invece vorrei parlarvi di cosa succede quando a fare della disinformazione è proprio una pagina che, in teoria, dovrebbe dare notizie vere.

La Repubblica XL, come recita la descrizione della pagina stessa, è “La pagina de la Repubblica dedicata a musica, cinema, letteratura, arte, fumetto, games, tecnologia, viaggi, cucina e altro. http://xl.repubblica.it/“.

La pagina de la Repubblica? Beh oh. Suppongo quindi diano notizie vere.

Scorrendo la pagina, in realtà, si nota che i toni non sono sempre seriosi: si può trovare anche qualche immagine divertente.

Il problema però, è il seguente: ieri lo staff della pagina (non ho la minima idea di chi la gestistca), ha pubblicato questa foto.

Screen, in caso venisse rimossa
Screen, in caso venisse rimossa

Ora, io non sono una psicologa né tantomeno un’indovina. Ma i toni di questa didascalia mi sono sembrati seri.

Tanto seri da far abboccare gente che subito si è sdilinquita in commenti tipo “Provocatore, Raffaello novecentesco, genio e grande eccentrico. Lo amo.” (cit.)

Poi, a un certo punto, quando le persone hanno visto che nessuno dello staff si degnava di aggiungere “Rega’, guardate che non è vera, eh!”, qualcuno gli ha fatto notare che l’immagine originale era un’altra, suggerendo la figura barbina; perché voglio dire, se neanche quelli che dovrebbero essere dei giornalisti (ripeto: non so chi gestisca la pagina, ma mi aspetto quantomeno gente qualificata) si informano sulle notizie che danno, allora, miseria ladra, cosa possiamo ritenere attendibile?

Ma la cosa non finisce qui.

Perché lo staff della pagina di Repubblica XL, invece di ammettere l’errore, si arrampica sugli specchi sostenendo che “via, si scherzava”.

Può essere tutto, eh, ma a mio modesto parere è un disperato tentativo di mandare la palla in corner, anche perché, successivamente, quando tutti i commenti iniziano a prenderli in giro,

repubblica XL

 

(Fonte dell’immagine: Social Media Epic Fails)

lo staff si picca  e si offende, rispondendo con frasi che forse sarebbero più adatte a dei bambini di 6 anni che litigano con gli amichetti.

Questo, ecco, è sospetto.

Li potete leggere da voi: sono toni che poco si addicono a una pagina che dovrebbe, in un’utopia, essere gestita da gente che di mestiere dà notizie vere.

E badate bene: non perché tutto debba essere serio e noioso, ma semplicemente perché, se io leggo qualcosa su una pagina che si propone come una fonte ufficiale di notizie (fino a prova contraria un quotidiano lo è), pretendo che almeno si riconoscano i propri errori; e inoltre, anche se fosse stata effettivamente una burla del giornalista compagnone, non si reagisca come un ragazzino al quale hai appena detto “il tuo G. I. Joe è più brutto del mio”.

Infine: la pagina facebook può non essere considerata fonte ufficiale, il social network è tutto cazzeggio, non è un lavoro quello di pubblicare cose su facebook? Bene. Ma Repubblica XL, cito testualmente, dice “I social network sono parte integrante del nostro lavoro. Purtroppo o per fortuna.”, e definisce che chi afferma il contrario abbia detto “una castroneria”. Quindi?

 

 

JJ

 

NB: Lo so che il mercoledì è il giorno dello zio Herzog, ma lo rimandiamo a domani, oggi mi premeva fare la spocchiosa.

Gianni Morandi e la rivoluzione della normalità su Facebook

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Nell’epoca del cinismo social, della provocazione obbligatoria e dell’accanimento godereccio, la normalità è un fatto assai raro. La narrazione del presente è affidata perlopiù alle dita pungenti degli istigatori di professione, dei mascalzoni ad ogni costo. Del resto, più si è cattivi, spietati, impietosi più si aprono le strade della notorietà: è questo il meccanismo che funziona sui social network. Ed è sempre questo il modo più diffuso per raccontare i fatti del giorno, commentare le notizie più sugose ed affrontare le questioni più spinose. Gli eroi dell’internet sono spesso personaggi costruiti intorno alla retorica spicciola dell’ostilità. Sono eroi-crisalide destinati all’oblio e forse anche per questo costretti a giocarsi tutte le carte a disposizione nel tempo iperbreve della Rete.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Facebook e Twitter sono stati presi in ostaggio dal savoir-faire piacione e paraculo delle star della cattiveria e dai loro cloni e dai cloni dei loro cloni. È un’invasione cafona degli schermi che sembra inarrestabile. In questa giostra dell’insulto e della stilettata metaforica c’è poco spazio per il linguaggio mediano, pacato e ragionevole. Al contrario, tutto ciò che va in quella direzione viene risucchiato quasi subito nel vortice del politicamente scorrettissimo (bisogna essere superlativi perché la scorrettezza semplice non basta mica più) oppure in quello dell’indifferenza generale.

Questo teatrino non ha soltanto esasperato i toni della discussione pubblica e affermato il principio dell’homo homini like (l’uomo è un “mi piace” per l’uomo) ma ha anche svilito la capacità dell’arena social di raccontare la realtà. Cioè la possibilità di fare della virtualità un’appendice fondamentale, uno strumento per capirla meglio. Invece è avvenuto l’esatto opposto: abbiamo gettato le cose della vita nel chiacchiericcio e ormai le distinguiamo a fatica dalle altre, quelle virtuali.

È forse anche per via di questo “estremismo della condivisione” che sta silenziosamente montando la necessità di un linguaggio ordinario, di un’esposizione di sé più semplice e genuina. In sostanza, cominciamo ad essere stufi della solfa provocatoria. E la testimonianza più eclatante di questa necessità sulla scena dei social network italiani è senza dubbio la pagina Facebook di Gianni Morandi.

Sia chiaro: chiamarla pagina è decisamente riduttivo. Si tratta piuttosto di un vero e proprio romanzo popolare (cit. Giorgio Cappozzo); di un’epica sincera e disinvolta della normalità; di un’antropologia della quotidianità; di un giornaliero reportage esistenziale. Morandi non è soltanto un famoso cantautore seguito da quasi un milione di utenti Facebook; Morandi è un eroe contemporaneo. Lo è perché ha dimostrato che un altro modo di esserci è possibile; perché ha ribaltato la concezione esibizionistica del mezzo; perché ha stabilito una regola semplice: qui soltanto cose belle ma vere, qui non c’è spazio per le cattive notizie (affermando così il principio della felicità pubblica e del dolore privato), qui non esistono filtri – risponde lui; neanche l’ombra di un social media manager.

Sulla pagina Facebook di Gianni Morandi si possono trovare scene di vita (ormai celebri gli “autoscatti”; e il ricorso all’italiano pare più un atto di umiltà linguistica che un rifiuto dei tempi moderni), piccole riflessioni sull’attualità politica, brevi racconti autobiografici. La semplicità con cui si rivolge ai fans suona familiare, probabilmente perché rinuncia ai fronzoli, proprio come si farebbe con una persona di casa. La distanza dall’altro mondo, quello della truffa identitaria e della piaggeria, è abissale.

Certo, obietterete che anche nell’altro mondo si fotografa il piatto di pappardelle fumanti. Anche lì si pubblicano le foto della vacanza al mare. E anche dall’altra parte si polemizza con i giudizi tranchant di Michele Serra. Innegabile. Ma è tutto finto. Badate: non perché non siamo capaci di sincerità ma perché siamo ormai vincolati a un linguaggio totalitario e a un principio, quello dell’homo homini like, che non permettono passi falsi, pena la débâcle dell’apparenza.

Gianni Morandi è perciò un rivoluzionario: proprio quando tutto sembrava definitivamente perduto, proprio quando la partita sembrava essersela aggiudicata il cinismo social, ha mostrato a tutti un’altra strada percorribile. È esattamente questo – e non i suoi successi musicali passati e presenti – che fa di lui un grande personaggio Facebook: la capacità di riabilitare la normalità. Ora non resta che incamminarsi tutti e vedere dove si va a finire.

30.000 volte grazie

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Cari lettori,

i 30.000 grazie sono per ciascuno di voi.

Per ciascuno di voi che ci ha votato.

Se potessimo vi abbracceremmo tutti, uno per uno, perché è il vostro affetto che ha trasformato la vittoria di Libernazione ai Macchianera Italian Awards in un trionfo. E con questi numeri, con tutti questi 30.000 voti che ci hanno letteralmente sommerso, possiamo parlare a ragione di trionfo.

E’ stato solo grazie a voi che quest’anno Libernazione si è imposto come miglior sito politico-d’opinione battendo blog del calibro di Giallozafferano, Vogliolamamma e Vagabondo.net, solo per citare i più noti.

Permetteteci di dire che è stato il coronamento di un percorso che è partito da lontano. Un percorso nato dal lavoro di redazione, dalla scelta degli autori, dalla copertura (quasi maniacale) della notizia. Dalle notti insonni a correggere le bozze, alle liti durante le riunioni di redazione, agli affetti a volte trascurati, ai week end lavorati, alle ore passate a rispondere a commenti dei nostri amati lettori.

Ma questo è il nostro blog, questa è Libernazione.

E a chi mi chiede se ne vale la pena – e penso di poter rispondere a nomi di tutti – dico che non servirebbero parole se potesse, al mio posto, guardare mio figlio negli occhi e sentirsi dire “Papà ti voglio bene, anche se torni a casa sempre tardi”.

Questo premio non è solo per noi autori, ma per tutta la squadra. Vogliamo quindi condividerlo con le persone che lavorano per noi, ma che il nostro scintillante mondo non vi fa vedere: le segretarie di redazione, i tecnici, i metronotte, gli amministrativi, gli inservienti, fino al più insulso degli stagisti.

Ma soprattutto vogliamo ringraziare voi, che siete i nostri lettori, i nostri critici, i nostri commentatori, i nostri amici, i nostri clienti.

Insomma il nostro affezionato pubblico di merda.

Ma che “carine” le donne in rete della Festa della Rete

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Lifestyle, moda, beauty o cucina: ma che “carine” le donne in rete, secondo la Festa della rete.
Il panel dedicato all’universo femminile dell’ormai ex Blogfest (lo spazio dedicato ai blog veri e propri era infatti da anni ridotto al lumicino in favore del meritatissimo spazio riservato agli sponsor paganti) oltre a essere indicizzato nella categoria Fashion, ha come ospiti solo modelle e donne che si truccano.

Badate bene: non donne che – incidentalmente – fanno le modelle o si truccano, ma proprio modelle in quanto modelle e donne che si truccano in quanto donne che si truccano.

Evidentemente Gianluca Neri ha bisogno che gli vengano presentate donne che usano la rete per qualcosa di diverso dall’essere carine o dallo scrivere diari “privati”.

Ne conosco decine e ce ne sono anche in questo blog (la terribile Anna, la scatenata JJ) che vi giuro scrivono come e quanto un uomo.

Chissà che a Rimini non si trovi un microfono anche per loro, giornaliste, politologhe, economiste, polemiste, scrittrici, poete, magari la prossima volta, magari anche truccate.

15 cose che troverete sempre sulla home page di Facebook d’estate, parte 2

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La scorsa settimana siamo stati perfidi e infami. Gioire insieme nel denigrare chi posta determinate cose sulla home page di Facebook. Che schifo di persone che siamo.
Non ricordate/non l’avete fatto/siete brave persone? Rimediate qui.
Comunque già che ci sono, io finisco la lista.

Vi ricordo che questo è un post interattivo, dunque anche questa settimana usufruiamo della bella musica che il Dio Youtube ci fornisce attraverso l’internet: https://www.youtube.com/playlist?list=PLM0rv43cVZAzE-ozE8PDI5U3O8bLtZ1aH

 

9. La disperata richiesta del ritorno di Giochi Senza Frontiere

Quando io ero bambina, mi sciroppavo qualsiasi cosa alla televisione.
E quando dico qualsiasi cosa intendo QUALSIASI COSA. Dall’Ape Maia a Ken il Guerriero, dalle televendite delle padelle alle repliche di McGuyver alle sette del mattino.
Non poteva mancare, nelle sere d’estate, Giochi Senza Frontiere. I più lo ricorderanno senz’altro, per gli altri vi basti sapere che era una sorta di arena della morte dentro la quale alcune squadre composte da persone di varie nazionalità (c’era il Portogallo, la Bulgaria, la Francia, Muro Lucano di sotto… come ai mondiali) si affrontavano nelle prove più disparate. No, non si trattava di tornei di scacchi o gare di sputi, ma robe sadiche al 100%, come attraversare un ponte sospeso vestiti da lottatori di sumo, superare simpatici percorsi ad ostacoli e altro ancora. Un po’ come nel terzo Indiana Jones, insomma.

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“Solo un uomo penitente potrà passare…”

Allora.
Sono almeno vent’anni che non fanno più Giochi Senza Frontiere.
Lo so, lo rivoglio anch’io, era divertente. La sigla era fichissima (Interrompete un attimo la vostra playlist e ascoltatevela).
TUTTAVIA, AVETE ROTTO IL CAZZO. GIOCHI SENZA FRONTIERE NON TORNERA’ MAI.* BASTA.

Ab aeternam, Denis.
Ab aeternam, Denis.

10. La campagna contro l’abbandono dei cani/gatti

Si dice che il mondo sia diviso in due tipi di persone: quelle che amano i cani e quelle che amano i gatti.
Ma secondo me c’è un’ulteriore divisione: quelle che si accollano coi cani e quelle che si accollano coi gatti.
Sui cani&gatti c’è una sensibilità tale, che non si può esprimere una qualsiasi opinione che non sia “GLI ANIMALI SN MEGLIO DLL XSONE!!!1” se non si vuole essere accomunati a un Hitler T-Rex.

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Ah, internet. Non deludi mai.

So già che siete in agguato sulla tastiera per scrivermi che sono un mostro, ma non sto per dire che gli animali vanno abbandonati.
Tuttavia. Gli animali non devono essere il vostro veicolo di accollo.
Tutti i giorni mi vedo in bacheca CATERVE di foto di cani mozzati, criceti scuoiati, gatti-bonsai imbottigliati. Nel 90% dei casi, oltretutto, sono cose inventate di sana pianta, che la gente si limita a condividere indignata senza verificarne la provenienza, e poi magari esce di casa e butta la gomma da masticare per terra (che Zeus vi fulmini). E io sono una che quando vede il video del gattino che gioca col gomitolo dice “aaaawwww!!” e lo rivede dalle 10 alle 20 volte.
E d’estate ancora peggio: quindicimila foto del cane con gli occhioni e le diciture “io non ti abbandono mai…perché tu sì?”; talmente tante che mi porta a chiedere questi animali, alla fine, chi li abbandona? Apparentemente, su Facebook, nessuno.
Quindi, perché ammorbarci con le foto dei cuccioli spiattellati sull’asfalto? Che è anche di cattivo gusto, via.
Le persone che pubblicano questi annunci:
Hanno abbandonato almeno un animale in vita loro e stanno cercando di rimediare;
Sono gattari/gattare;
Gestiscono il racket delle pensioni per animali.
Sconsigliatissimo, come dicevo, commentare con astio interventi del genere, tipo “avete scassato il cazzo con le foto dei cani spappolati sull’autostrada” verranno comunque letti come un’esternazione di odio verso gli innocenti cuccioli e un incitamento a crudeltà/abbanono. I cani e i gatti, in Italia, sono sacri come le mucche in India.

Prossimamente: i gatti-tacos
Prossimamente: i gatti-tacos

11. Il video dell’estate

Il video dell’estate è accompagnato, normalmente, dalla canzone dell’estate. È in genere una canzone dance, ricordiamo grandi pezzi che fecero storia come “The Rythm of the Night” di Corona (non Fabrizio, la cantante), “Blue” degli Eiffel 65 (non lo so se è uscita in estate, ma si sentiva in estate, me lo ricordo, avevo 13 anni ed ero grassa e brutta), “Che fico!” di Pippo Franco.
Il video dell’estate viene postato dalle 5 alle 30 volte al giorno da tutti quelli che poi commentano con un “FOMENTOOOOO!” oppure pezzi della canzone seguiti da puntini sospensivi.
Il video dell’estate vuole trasmettere freschezza, libertà, amicizia, ma invece rompe i coglioni. Smettetela di postare ottocento cose uguali rendendomi difficile stalkerare gli ex compagni delle medie sperando che non abbiano avuto successo nella vita.

Il video dell’estate spesso l’hai postato anche te, e se non l’hai postato significa che sei uno degli Eiffel 65.

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12. Le foto in macchina verso il mare

Altro grande evergreen dell’estate facebookiana (non è una parola, me ne rendo conto) sono le foto che si fa chiunque stia andando al mare.
Vanno dalla foto fatta nello specchietto retrovisore all’autoscatto con telefono/reflex/quellocheè appoggiate sul cruscotto, spesso costringendo l’autista a guardare in macchina, e non dalla macchina, come vorrebbe il corretto uso dell’automobile, compiacendosi (e dopodiché, tutti all’ospedale locale).
La foto in macchina ha un senso ben preciso: voglio far vivere ai miei amici l’ebbrezza del mio viaggio verso l’ignoto (Sabaudia).
Le variazioni sul tema di questo tipo di foto sono:
La foto dalla nave: “Road to Sardinia…”;
La foto dal treno, molto amata dai vostri amici hipster;
La foto dalla bicicletta (più complicata, in quanto se si lascia il manubrio 9 su 10 si incontra il brecciolino);
La foto del finestrino dell’aereo, con conseguente lavata di capo dalla hostess grassa e antipatica della Ryanair.
Per rendere più interessanti queste foto, ovviamente, l’autore le compierà con angolazioni strane, non facendo capire un cazzo a chi la guarda, che rimarrà con solo un senso di spaesamento, pensando che il suo amico sia riuscito a caricare il suo ultimo sprazzo di vita dall’orribile incidente automobilistico che ha appena fatto. Oh, ‘sta macchina io la vedo sottosopra.

"Quanto cazzo sono riflessivo e profondo."
“Quanto cazzo sono riflessivo e profondo.”

13. Le foto in piscina

Le foto in piscina, come le foto al mare, sono fatte perché si vuole testimoniare l’arrivo nel luogo tanto agognato dove passare la giornata di sole. Ma la gran differenza è che la piscina, da sempre, è simbolo di potere e ricchezza.
La foto in piscina dimostra infatti che ne avete abbastanza del mare (troppa gente, troppa sabbia, troppi cani) e che avete abbastanza soldi da potervi permettere una giornata alternativa, in un posto dove comunque troverete milioni di bambini urlanti e vi scotterete tantissimo.
La foto in piscina spesso è in combo con la foto del cocktail, cosa che genera il massimo dell’autocompiacimento da social network: la foto dell’aperitivo in piscina.
Simbolo del potere supremo, mostro finale delle immagini su facebook, la foto dell’aperitivo in piscina permette un botto di popolarità pari a quello che fecero i calendari di Max nelle officine dei meccanici.
L’esecutore è molto, molto più rispettato di chi l’aperitivo lo fa in spiaggia, perché sì, la spiaggia sarà più bella, ci sarà il tramonto, le tracine e tutto quanto, ma la piscina evoca sempre una scena tipo il video degli Zebrahead, Playmate of the year.
E dunque vince a man bassa.
Ovviamente l’unica reazione possibile, è l’invidia. Si è così invidiosi di questo tipo di foto, che spesso se scorrendo la bacheca se ne vede una, si inveisce in modo tale che si perde la capacità di giudiz-guarda questo stronzo dove cazzo sta, lui e il suo spritz di merda, c’ha pure 50 like, ma porca puttana; no, un momento, questa foto l’ho messa io ieri.

"LA SCALA!!! LA SCALA, NON FARMI LA FOTO!!"
“LA SCALETTA, DANNAZIONE!!! AGGIUNGI LA SCALETTA, NON FARMI LA FOTO!!”

14. Le foto della frittura di pesce col bicchiere di vino bianco

Lo so che siete esasperati dalle foto, ma andatelo a dire a quelli che vogliono comporre la foto artistica del calice di tavernello con i calamari fritti, che mortacci vostra fanno cinquanta gradi all’ombra e avete il coraggio di andare a pranzo a mangiare la frittura di pesce?
Sì. Perché la frittura di pesce me la mangerei pure nel deserto de Sahara mentre il bue e l’asinello mi fanno aria col phon.
Ciò -attenzione- non significa che io ami trovarmi foto di moscardini dorati ad ogni angolo. Perché? Perché, miseria ladra, sono cose che non si fanno. Non si mettono le foto della roba da mangiare dove può vederle la gente che magari, che so io, è tipo a dieta, o è in ufficio e non può che accontentarsi dello squallido tramezzino della macchinetta automatica, o magari non ha le papille gustative, oppure è allergico al fritto (credo che ne esistano pochi, i più scelgono di porre fine alla propria vita).
Le foto della frittura di pesce col vino vengono scattate, dicevamo, cercando sempre di comporre una sorta di natura morta profumatissima: il bicchiere leggermente di lato, l’inquadratura obliqua come se il fotografo stesse avendo un attacco, la frittura vista attraverso il bicchiere (i più scaltri sanno che si può realizzare anche senza immergere il telefono nel vino, ma ho visto di tutto), il bianco e nero, il filtro vintage, e altre amenità inutili che ti fanno perdere tempo e alla fine ti mangi una frittura che ha raggiunto la consistenza delle patatine fritte di McDonald: è tutto moscio, freddo e deprimente.
Attenzione: se siete fotografi di frittura, assicuratevi sempre, prima di scattare la foto, che la frittura sia solo vostra e che non la dobbiate dividere con altri commensali, perché penso che se io mi trovassi davanti al piatto, e a uno che mi dice “aspetta, oh, devo fare la foto, prima!” gli staccherei le mani a roncolate.

Che mentre fai la foto passi di lì un gabbiano, un pellicano, un barbone, un qualcosa che si mangi TUTTO, vino compreso
Che mentre fai la foto passi di lì un gabbiano, un pellicano, un barbone, un qualcosa che si mangi TUTTO, vino compreso

15. “Estate” di Lil’ Angel$

Ultima, popolarissima cosa che troverete sulla vostra bacheca, sempre, anche nell’anno in cui in un futuro distopico saremo comandati dalle formiche zombi, è questo video.
Lil’ Angel$, è, con tutte le probabilità, il rapper peggiore del mondo. Nel senso che se io mi metto a campionare i versi dei bradipi allo zoo e ci metto una base sotto probabilmente viene fuori una cosa più ascoltabile.
“Estate” è una canzone brutta. Bruttissima. Ascoltarla è un’esperienza allucinante. La voce. Le parole. La metrica. Il video. È un “voglio morire” continuo.
Ma si chiama Estate, e racconta dell’estate, in un certo senso (se riuscite a capire cosa dice), dunque, dall’inizio di luglio in poi, la troverete ovunque, sulle vostre bacheche, se avete degli amici simpatichelli che vogliono fare la gag sul fatto che è una canzone di merda (presentata con la tipica didascalia: “Eeeh, se lo dice lui, che è estate…” oppure con “La canzone dell’estate”, con ironico riferimento al fatto che fa schifo. Io lo so, io la postavo con questa dicitura.)
Provate. Andate a vedere. Scommetto che qualcuno che l’ha pubblicata c’è. Io aspetto.

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C’era, visto?
Scusate, ora devo andare a postarla anch’io.

lil

 

JJ

 

* Per quanto, la richiesta ossessiva del ritorno del Winner Taco alla fine ha funzionato alla grande, quindi se mai dovesse tornare pure JSF, chapeau.

Nominare delle canaglie

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Allora, gente, la questione è la seguente: se per qualche misteriosa ragione questo blog vi interessa, vi appassiona, vi eccita (tranquilli, non ci crederete ma c’è gente che si eccita per cose addirittura peggiori), oppure odiate così tanto i suoi autori da aver sviluppato una specie di sindrome di Stoccolma, o magari siete masochisti e godete come dei maiali assistendo al successo di quelli che detestate, o semplicemente non avete niente da fare e stare senza cliccare per dieci minuti vi provoca insopportabili turbamenti, potete nominare Libernazione in una o più delle categorie del Macchianera Italian Awards, che anche quest’anno premierà i migliori siti italiani al Blogfest di Rimini.
La scheda per procedere alla nomination è a questo indirizzo.
Se deciderete di sceglierci, Dio abbia pietà di voi.

15 cose che troverete sempre sulla home page di Facebook in estate, Parte 1

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AVVERTENZA: questo è un post interattivo. Dunque, per calarvi meglio nell’atmosfera estiva dello stesso, consiglio una playlist idealmente ideale che potrete mettere in sottofondo mentre vi dedicate alla lettura.

La trovate qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLM0rv43cVZAyJX5WtKZ59DMWVFLdcJeMJ

È luglio, evviva evviva!
Arrivano le vacanze, arriva il sole, i servizi di Studio Aperto con il medico che consiglia di stare in casa nelle ore più calde e bere tanta acqua, le file sulla Cristoforo Colombo, Ostia, Fregene, Fiumicino, Macarena.
Ma arrivano anche i disperanti post dei vostri amici (o nemici,  in questo supermercato virtuale c’è di tutto) sui social network.
Noi, che siamo degli antipaticoni asociali invidiosi e passeremo l’estate a maledire chi ha una vita ricca di eventi e piena di posti bellissimi, li detestiamo tutti.
Analizziamo insieme i più comuni.

1. Le foto dei cocktail

Le foto dei cocktail in realtà vanno tutto l’anno, ma vuoi mettere fotografare il tuo spritz d’estate, mostrando dove sei, cosa fai, con chi sei, quanto sei fortunato, quanto alcool bevi, la vida loca, il cielo azzurro in sottofondo, la frase della canzone estiva come descrizione, la tua immensa felicità nell’ubriacarti alle quattro del pomeriggio.
Le foto dei cocktail generano tre reazioni:
Gli amici che commentano dicendo “Ma dove stai?? Che fico!” per nascondere l’invidia;
Gli amici simpaticoni che commentano dicendo “Mortacci tua, io sto in ufficio e te al mare a bere!” per nascondere la VERA invidia;
I silenti osservatori che gli augurano la morte.
Le foto dei cocktail, spesso, sono accompagnate da hashtag che richiamano la situazione favorevole nella quale queste bevande saranno consumate: #spiaggia #spritz #sunset #sperlonga #barberinodelmugello e via discorrendo.
L’utente che posta questo tipo di foto, in realtà, non vuole scatenarsi addosso così tanto odio. La posta perché che cazzo, lui sta al mare, con i suoi amici, stanno prendendo un mojito e sono felici. E lo vuole far sapere a tutti. Ma il popolo dell’internet, si sa, non la pensa allo stesso modo.
Soprattutto gli amici che non ha invitato.

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#spritz #sardegna #sole #mortaccitua

2. Le foto delle figliuole in costume

Tutti noi, tutti, nessuno escluso, ha fra i contatti da una a dieci ragazze molto molto MOLTO carine (inserire termine dialettale adatto). Che siano ex compagne di classe, cugine lontane o fidanzate degli amici, queste donnine amano fracassarci i maroni postando 80-90 foto di loro medesime in costume. Perché? Perché loro lo possono fare. Sono molto molto MOLTO carine.
Ma questo non è importante. Anzi, è fastidioso. Le odiamo. Le odiano le donne, perché loro non sono pronte per la prova costume. Le odiano gli uomini, perché “dai, non posso farmi una pippa sulla ragazza di Simone!”
Loro, imperterrite, continuano a postare foto ai limiti del pornografico. Poi si chiedono “Oh, ma perché mi hanno aggiunto 15 tizi che non conosco, questa settimana?”
A zi’, perché sono foto pubbliche.
Le figliuole che pubblicano queste foto, sotto sotto, sanno benissimo che nei meandri del social network c’è almeno un loro amico che salva con nome, salva con nome, salva con nome.
Ma se interpellate a riguardo si limitano a un “Ma scusa, perché mi devo fare problemi?! Poi i maschi sono tutti uguali, ecco.”
A zi’, no. È che hai le tette enormi e il costume sta soffrendo, lo posso sentire.

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Ecco una rara foto di me in costume da bagno di qualche estate fa. Ora sono un po’ ingrassata.

3. Gli stati MAREEEEEE ^_^

Al pari di chi ci tiene a farvi sapere che sta bevendo lo spritz in compagnia degli amici di una vita sulla magnifica spiaggia di Cesenatico, ci sono anche quelli che ci tengono a farvi sapere che stanno andando al mare (per poi bere lo spritz con gli amici di una vita).
Come ve lo fanno sapere? Con lo stato su facebook. Mandare un sms a tutti sarebbe complicato.
Si va dal più semplice “Mareeeeeee!!!” con tante vocali e punti esclamativi (l’immagine evocata vorrebbe essere una ragazza sporta dal finestrino della macchina mentre nello stereo impazza la sigla di The O.C.) a quelli più complessi ed elaborati, utilizzati dai professionisti di facebook, che si taggano al chilometro tot della Pontina scrivendo cose tipo “Road to Sabaudia…” e l’emoticon del sole.
Di solito questo tipo di post, meno popolari in quanto le informazioni non contengono supporti visivi, hanno un numero di apprezzamenti direttamente proporzionale alle persone che sono in viaggio con loro, (cioè sulla Road to Sabaudia), entrate su facebook per postare a sua volta uno stato del genere e aspettare il like dell’altro. È tutto un gioco di do ut des.
Attenzione: il like a questo post è ASSOLUTAMENTE da evitare, a meno che non siate coinvolti nella gitarella, poiché implica un “Non me l’avete detto. Pezzi di fango. Spero che la vostra auto venga tamponata da un tir nel momento più caldo della giornata.”

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“Ahi ahi ahi signorina… vedo che ha pubblicato uno stato sul mare senza mettere il regolare numero di vocali. Mi segua in centrale, prego.”

4. L’annoso caso del tag nel determinato luogo

è il 15 luglio, un martedì, voi dovreste teoricamente essere a lavorare, ma i vostri amici decidono di andare al mare.
Vi date malati, “tanto non lo saprà nessuno, chi vuoi che lo venga a sapere.”
Nel bel mezzo delle foto ai cocktail, vi arriva una telefonata dall’ufficio: perché siete al Circeo invece di essere a lavorare?
“Come diavolo avranno fatto a saperlo?” vi chiedete, sudando e cercando il modo di negare nel modo più credibile che conoscete.
Ma la verità è che non potete negarlo, perché quella cretina della ragazza del vostro amico ha pubblicato su Facebook il seguente stato: Circeo 2014! Spritz, risate e granchiiiii hahahahahah – Con Elisabetta Benedetti e altre 15 persone.
E fra quelle 15 persone, ahimé, ci siete anche voi.
La cosa peggiore che qualcuno possa fare tramite Facebook, infatti, è coinvolgervi nei loro sporchi traffici. Tu senti il bisogno di far sapere a tutti che sei al mare con 20 persone. Anche Elisabetta Benedetti lo ha sentito.
Ma io no.
Io non dico a mia madre se sono a pranzo a casa, figuriamoci far sapere all’intera fauna di internet che sono al mare, con te, come se fossi un tuo amico.
Io ti odio. Tu e le tue vocali reiterate.

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At the beach. – With Kitty, Missy, and 14 other cats

5. Le foto del tramonto

Le foto del tramonto sono presenti sulla home page di Facebook in estate come i grizzly durante la risalita dei salmoni. Tramonti romantici, tramonti malinconici, tramonti che in realtà sono albe ma vabbè, dai, è uguale, c’è sempre una bella luce.
La foto del tramonto ha più o meno la stessa collocazione/caratteristica della foto del cocktail, ma con una fondamentale differenza: chi la posta si sente al sicuro dall’essere considerato una persona semplice che fotografa lo spritz (banaaaaale!) e vuole essere considerato profondo e riflessivo.
In realtà traspare una sola motivazione: quella foto è lì perché l’esecutore vuole farvi sapere che lui ha talmente tanto tempo libero da poter rimanere in spiaggia fino alle nove di sera.
La foto del tramonto viene accompagnata, nel 99% dei casi, dalla dicitura “sunset”, perché “tramonto a Ostia” è molto più provinciale.
Corrisponde, nella vita di tutti i giorni, a chi pubblica l’album delle foto di Londra e lo chiama “London Calling…” con i puntini sospensivi per creare suspense.
La foto del tramonto genera in chi la vede talmente tanto odio, che spesso rimane priva dei commenti tipo di cui sopra.

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“Ma l’hai presa da internet?” “Te pare, zi’?”

6. Quelli che si lamentano del caldo

D’estate, per un fenomeno atmosferico che non vi illustrerò poiché ho condotto altri studi, in Italia fa caldo. Fa anche caldissimo, ci sono delle giornate umide, altre secche, altre da deserto dell’Arizona, altre un po’ meno mortali.
Come faccio ad esserne così sicura? Sulla mia home page di Facebook c’è sempre qualcuno che lo scrive.
Sempre.
Che sia ironico, che sia serio, che sia stato minacciato con una pistola alla testa da Mark Zuckerberg, quando arriva l’estate, come un avvoltoio svizzero il metereologo della situazione ti informa sulla situazione dei gradi che ci stanno fuori, spesso aiutandosi con supporto visivo (la foto dei gradi indicati sul display del cruscotto della sua auto).
In realtà queste persone vengono fraintese. Come coloro che in inverno ci ricordano che “oh, fra un po’ bussano i pinguini, eh!” o che con la pioggia azzardano un originale paragone con l’Arca di Noè (quella con Russel Crowe grasso), essi forniscono un servizio. Non fanno niente di male, ci avvisano soltanto, con premura, che fa caldo.
Grazie, ragazzi.

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Non c’è di che.

7. Quelli che si lamentano di quelli che si lamentano del caldo

Come Batman ha il suo Joker, Superman il suo Lex Luthor, la polvere ostinata il suo Swiffer, i metereologi di Facebook hanno quelli che li prendono in giro per il loro servizio.
Spesso si tratta di stati acidi, rivolti a tutti e a nessuno, una cosa tipo “Non m’ero accorto che oggi faceva caldo, poi l’avete scritto in trecento, oh.”
Cercando di sollevare consensi, però, queste persone si attirano un odio ancora più profondo. E generano altri mostri.

8. Quelli che si lamentano di quelli che si lamentano di quelli che si lamentano del caldo

E così via.

MATROSHKA DOLL

Seconda parte qui.

 

 

JJ

Twitto come un turco

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In un post del giugno 2013 mi ero espresso contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. I miei argomenti si sintetizzavano in cinque punti essenziali: diritti umani; occupazione militare turca di Cipro; repressione della minoranza curda; negazionismo e censura rispetto al genocidio degli armeni; vastità geografica ed entità della popolazione (74 milioni).

Oggi leggo che il premier Recep Tayyip Erdogan ha bloccato Twitter per questioni di sicurezza nazionale. Ebbene sì: dieci milioni di utenti turchi sono attualmente impossibilitati ad accedere alla piattaforma. In sostanza, sostiene Erdogan, il social network sarebbe un covo di dissidenti e favorirebbe la diffusione di informazioni false sul suo conto e sul conto del suo governo. Perciò, senza preoccuzioni rispetto al parere della comunità internazionale (ovvero, almeno in parte, la stessa che, dal 1999, dovrebbe giudicare la richiesta turca di entrare a far parte dell’UE), si è detto pronto ad “estirpare” Twitter e a mostrare “la forza della Turchia”. Detto, fatto. L’Autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Btk), alla quale sono stati recentemente attribuiti poteri straordinari – ad esempio, quello di bloccare siti senza previa autorizzazione di un giudice -, si è messa all’opera e nel giro di poche ore ha bloccato tutto.

Ora, immaginate se di punto in bianco Renzi oscurasse un social network a caso. Immaginate se di punto in bianco i vostri “Renzi è un incompetente” fossero ritenuti delle menzogne pericolose per la stabilità nazionale e dunque meritevoli di censura. Immaginate se una schermata vi dicesse che non potete più accedere al vostro profilo e scrivere di qualsiasi altra cosa. Probabilmente, gridereste allo scandalo antidemocratico, accusereste il governo di fascismo, riterreste intollerabile il trattamento censorio e scendereste in piazza. E avreste ragione.

Avreste ragione perché, al di là del grave provvedimento liberticida, la matassa democratica sembra ormai inestricabilmente legata all’esistenza dei social network. Essi sono cioè diventati un luogo di dibattito fondamentale e ormai difficilmente aggirabile nella valutazione delle dinamiche politiche e sociali globali. Cosa questo significhi oggi e cosa significherà domani è faccenda complessa e meritevole di ampio spazio; e non è questa la sede per ragionarci sopra. Basti qui segnalare il ruolo certamente ambiguo ma sempre più importante che hanno Twitter e Facebook nella formazione politica degli individui. Molto semplicemente: ci si forma e ci si informa sui social in modo sempre più consistente. Ovvero si declinano i propri diritti politici in una chiave storicamente inedita.

Per questo il provvedimento del governo di Erdogan è un atto doppiamente grave: limita le libertà individuali e con esse la possibilità di partecipare alla vita democratica del paese e al dibattito pubblico internazionale. In poche parole: limita il diritto al presente storico. Fatto che dovrebbe essere intollerabile dal punto di vista di un’Europa che sta valutando l’ingresso della penisola e che fonda la sua esistenza sulla pluralità.

Mi chiedo perciò cos’altro serva per dire un no convinto, per ribadire la distanza liberale tra il progetto politico europeo e la realtà di un paese illiberale. Ma soprattutto mi chiedo cosa ne pensano coloro che fino a ieri si dicevano favorevoli. Avranno oggi il coraggio di andare su Twitter e scrivere i loro 140 caratteri con tanto di hashtag #sìallaTurchiainEuropa?

Thank you, Internet

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Internet fa ormai parte delle vite di  buona parte di noi, da ormai alcuni lustri. Ci ha consentito di fare cose che sino ad appena venti anni fa sembravano impossibili, pertanto molte persone ritengono la nascita e lo sviluppo di Internet sul finire del XX secolo paragonabile alla nascita e allo sviluppo dell’energia, che portò alla Rivoluzione Industriale nel 1800.

Grazie a Internet siamo venuti a conoscenza di fenomeni notevoli, e altri sono nati direttamente su Internet. In questo gustoso post vorrei elencarvi alcuni di questi fenomeni, senza alcuna pretesa enciclopedica data la vastità del tema che stiamo affrontando. Buon divertimento!

 

1. Mai parlato di puttanelle

Sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze potete trovare ancora oggi un comunicato datato 10 novembre 2010 che recita quanto segue

"Stampa il testo"
“Stampa il testo”

Vi consiglio caldamente di aprire il link e di cliccare su Sintesi Vocale – Ascolta Comunicato. Una voce robotica ripeterà quanto avete appena letto, con risultati al limite del surreale.

 

2. Around The World, Around The World

Internet ha aiutato moltissimi amanti della musica a comprendere finalmente i testi di molte canzoni. Infatti, cercando su Google “nome canzone + testo” si ottengono decine di risultati di pagine che riportano il testo della canzone scelta. Ciò vale per praticamente qualsiasi canzone sia mai stata scritta. E quindi, se cercate “Daft Punk Around The Word testo” su Google, otterrete centinaia di risultati. Tutti belli come questo

Intorno al mondo, intorno al mondo
In tutto il mondo, in tutto il mondo

 

3. Sosia italiani

Vi consiglio caldamente di recarvi su questo sito, in cui potrete trovare alcuni tra i migliori sosia italiani, come ad esempio

Un giorno, e non arrivi mai quel giorno, assumerò costui come sosia di Marlon Brando
Un giorno, e non arrivi mai quel giorno, assumerò costui come sosia di Marlon Brando

 

4. La scena più bella della Storia del Cinema

Youtube è uno strumento portentoso, grazie al quale possiamo vedere e rivedere in ogni momento praticamente qualsiasi prodotto audiovisivo prodotto dall’Uomo. Compreso il film Grazie Padre Pio di Gigione e Jo Donatello, dal quale è estratta la seguente scena, indiscutibilmente la più bella della Storia del Cinema

 

5. Video musicali in versione literal

Cosa accadrebbe se il testo di una canzone descrivesse fedelmente il video della canzone stessa? Tutto nacque con Total Eclipse Of The Heart – Literal Video Version, il capostipite di questo tipo di video. In Italia, una delle versioni meglio riuscite è Tutto L’Amore Che Ho di Jovanotti

6. Massimo D’Alema images

Massimo D’Alema, oltre ad essere famoso per tutti i motivi noti ai più, negli Stati Uniti è famoso per questa immagine. Gli utenti di reddit, knowyourmemes ed altri siti che raccolgono immagini buffe e memi lo hanno amato fortissimamente, tanto da creare centinaia di varianti a quella foto, alcune delle quali sono riepilogate qui. Vi segnalo una delle mie preferite

to the infinity, and beyond
to the infinity, and beyond

 

7. Facebook durante la Seconda Guerra Mondiale

Qui potete trovare un riepilogo di ciò che è stata la Seconda Guerra Mondiale vista con gli occhi di una bacheca di Facebook, con perle tipo

oh come on!
oh come on!

 

8. Polite cat

Non sarò certo io ad insegnarvi che Interned was made for cats, cioè che buona parte di Internet è ormai concentrata su foto di gatti. Dal celebre Gatti che assomigliano a Hitler, citato anche in The Social Network della premiata ditta Fincher&Sorkin, sino alle foto dei nostri gatti sui social network. C’è però una foto in particolare, che ogni volta mi uccide per la sua bellezza, e che vi vado a proporre

For The Love Of God, Turn The Page. You Are Like The Slowest Reader Ever
For the love of God…

Ogni volta che vedo questa immagine resto incantato dalla totale compostezza ed educazione del gatto, che, nonostante si trovi ad avere a che fare con quello che oggettivamente è il più lento lettore della Terra, non impreca, ma gli chiede comunque gentilmente, per l’amor di dio, di girare la pagina.

 

Bene, siamo giunti alla fine di questa sapida carrellata di roba proveniente dall’Internet. Ringrazio tutti voi per l’attenzione, ma soprattutto il Papa Gatto che ci ha bedetto.

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Giovanni Gatto II è dalla nostra parte

 

4 esempi di abiezione da “Social”, ovvero: “La Banalità del Banale”

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I più affezionati lettori ricordano la rubrica “sticazzi al cubo“, antologia di notizie, tratte da giornali vari ed eventuali, di cui non ce ne frega un emerito cazzo.

Oggi però sonderemo abissi ancora  più profondi della irrilevanza molesta: un viaggio ancora più doloroso perché i protagonisti non sono giornali che non sanno come riempire le pagine, ma noi stessi.

Ecco, allora, degli esempi di abiezione dai quali nessuno di noi può dirsi veramente immune.

1) Il video dei 10 anni di Facebook

Qualche settimana fa, per celebrare i dieci anni di Fb, siamo stati funestati dalla visione retrospettiva della vita qualunque di gente qualunque per di più filtrata attraverso quello che la stessa gente qualunque con la loro mente qualunque ha postato negli ultimi anni su Facebook. Ora, tutti sognano di avere un video che riassuma i propri momenti più importanti: il problema è che pochi di noi ne hanno vissuti. Sicché i video retrospettivi inventati da Facebook per celebrare i propri 10 anni ci hanno messo di fronte all’antologia del niente: foto di compleanni, lauree, addii al nubilato, tornei di calcetto, serate karaoke. Pare che nelle settimane successive ci sia stata una corsa allo psicoterapeuta da parte di centinaia di persone in preda all’horror vacui causato dai video di FB. “La nostra vita è davvero così noiosa e priva di eventi?”, si è chiesta la gente? La risposta degli analisti, immancabilmente, è stata: “Si, proprio così! Senza fattura, fanno 150 euro che può lasciare alla mia segretaria”.

2) Bitstrips 

Gli inventori di bitstrips finiranno dritti all’inferno per l’eternità! Nessuna punizione terrena è davvero adeguata per i creatori di un programma che consente ai peggiori scassacazzi di trasformarsi in cartoni animati e raccontarti in un inglese maccheronico episodi insignificanti della loro quotidianità: “Anna legge il giornale mentre Peppe fa la cacca“, “Eleonora si sente figa“, “Vincenzo e Maria Concetta guardano la loro serie preferita sul divano“. Il tutto aggiunto al fatto che normalmente i cartoni dei bitstrips sono molto più fichi di quanto siamo in realtà, per cui passi mezz’ora a capire che quel fusto palestrato e dalla chioma fluente che compare nelle strisce rappresenterebbe il tuo “amico”
Ciccio, che nella realtà è alto un metro e una banana, pesa 809 chili e, ai capelli, ha il riporto tenuto lungo e unto.

3) l neonati social

“Guardate che la natura v’ha dotati dell’ottundimento ormonale perché non buttiate i neonati nell’umido, non perché ce li ammolliate su FB”. Questa rara perla di saggezza di Guia Soncini riassume il tutto più di decine di trattati. Prima dei social network, gli eccitamenti dei neogenitori per i loro neonati era inflitti probabilmente alla ristretta cerchia di amici e parenti stretti. Adesso, invece, tutti noi siamo costretti a beccarci le foto dei pargoli, accompagnate spesso da notizie dettagliate su vagiti, rigurgiti, notti in bianco, dentini e primi passi. I più arditi neogenitori arrivano a ritenere che il mondo intero sia interessato al giornaliero “Bollettino della cacca” o agli aggiornamenti orari che i genitori si scambiano sui sorrisini dei babies. A tutti gli altri, per fortuna, FB concede il privilegio di nascondere i futuri aggiornamenti. Recenti studi storici dimostrano che Re Erode abbia deciso di procedere come sappiamo per un improvviso blocco della funzione “hide” sul suo Facebook.

4) Neknomination

Cosa sono è presto detto: si tratta di video in cui qualcuno, solitamente già brillo, raccoglie la sfida rivoltagli da altri alcolizzati a filmarsi mentre beve uno o più drinks e a nominare altri geni che dovranno a loro volta procurarsi una cirrosi epatica filmandosi. Insomma, un florilegio della sfigataggine, tipicamente accompagnato da frasi sconnesse piene di tags, tipo: “Nominato da Carlo Maria, raccolgo il guanto di sfida, avendo come testimone quel vecchio pazzo di Franco e nominando a mia volta Maria Carmelina e mio cugino Pinuccio“; segue bevuta, con faccia rubizza e occhio lucido e, nelle migliori esibizioni, mezzo rutto dissimulato alla fine. Un vero must, la sfida alcolica trasgressiva, che i più avevano superato una volta finita la quinta ginnasio ma che è ritornato prepotentemente a galla grazie a questa imperdibile finzione di divertimento e coolness.

Santé

Dalla Carlucci alla Moretti, senza passare per il via

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Quello che lascia basiti leggendo le esternazioni di Alessandra Moretti sull’anonimato in rete e sul cosiddetto “hate speech” è che si tratta, più o meno, della stessa roba con la quale tre o quattro anni fa Gabriella Carlucci fu mirabilmente capace di suscitare l’unanime ilarità di chi aveva un minimo di dimestichezza col web.
Vi basti questo: dopo la marea montante di ingiurie sessiste a Laura Boldrini su Facebook la Moretti propone (udite udite) di “pubblicare i volti di chi pensa di insultare impunemente“.
Ma certo, come abbiamo fatto a non pensarci prima, mammalucchi che altro non siamo? Eppure la soluzione era proprio sotto il nostro naso, a portata di mano, semplice e geniale come l’uovo di Colombo: pubblicare i volti.
Tutto questo per scoraggiare gli insulti sui social network, capite?
Cioè, per esempio, su Facebook. Il posto in cui le persone mettono in bella mostra perfino la cacca del loro gatto: e lei, la Moretti, se ne esce candidamente con l’alzata d’ingegno di “pubblicare i volti”.
Dite la verità: non è una delle cose più sublimi che avete letto negli ultimi vent’anni?

YouPorn Premio Nobel per la Pace

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C’è un velo di ipocrisia che copre il tema della pornografia online. Una specie di pudore autocensorio che impedisce ogni seria e genuina discussione. Si preferisce generalmente catalogare la questione come un affare di pochi e di pochi neanche troppo puliti. La sozzura della visione, della fruizione, della strumentale esperienza delle proprie fantasie fatte video è spesso rincondotta alla depravazione, ad una inguaribile stortura morale di alcuni membri dell’umanità. Chi guarda il porno è un maiale (o una maiala). Suina equazione che, come frequentemente accade, tende a nascondere, ad eliminare il dato reale a favore di un ideale di vita, di società, di cultura.

Ogni secondo, circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collegano e scelgono il loro genere, la loro fantasia del giorno, il loro spunto per una gioia improvvisa e necessaria. Tra questi utenti sporcaccioni e goderecci, uno su tre è una donna. Fatto, quest’ultimo, che nega i facili argomenti di coloro che bollano la faccenda come esclusivamente maschile. E’ bene chiarirlo una volta per tutte: anche le donne fanno uso della pornografia online.

Il porno non riguarda una piccola parte della società. Esso è al contrario un fatto di pubblico dominio, sul quale molti potrebbero esprimersi ma pochi lo fanno. L’uomo medio sembra preferire essere accusato pubblicamente di aver preso tangenti piuttosto che essere scoperto nell’impuro atto di farsi le pippe guardando YouPorn. La terribile vergogna per questo umanissimo bisogno, per questa necessità di dare corpo alla propria immaginazione, ha finito con l’ammazzare la riflessione intorno al potenziale di pacificazione dello strumento. Se è vero che le dinamiche sociali sono l’aggregazione delle azioni individuali, l’individuo che placa i propri istinti, che pone fine alla frustrazione o sublima la propria gioia, interviene direttamente sul mantenimento della pacifica convivenza.

YouPorn rappresenta nell’immaginario collettivo la controparte zozza di YouTube; quel luogo virtuale in cui il sesso si afferma e si contraddice grazie alla sua meravigliosa indeterminatezza; quel paradiso della fantasia dove quasi tutto è concesso e in cui quindi è possibile ricercare una individuale dunque collettiva pace. In questo senso, esso non è soltanto il territorio della goduria, ma anche il paesaggio dell’appagamento non violento.

Per tutte queste ragioni; per aver favorito la distensione e l’erezione delle coscienze nell’epoca della frenesia; per il suo ruolo di educazione alla comprensione delle proprie preferenze in materia sessuale; per la sua opera di mediazione etnica e culturale; per aver incentivato lo slancio liberatorio della morale e quindi la conoscenza dell’altro nella sua dimensione più intima, quella sessuale; per la diffusione di un principio di pace fondato sul piacere

Libernazione propone YouPorn come Premio Nobel per la Pace 2014.

Porn is Peace. Clicca qui per aderire anche tu

Ogni cazzo di anno

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Anche quest’anno il Corriere per primo, e a seguire tutti gli altri, ripartono:  “i ricchi sempre piu’ ricchi, quanta disuguaglianza, quanta disuguaglianza, chi pensera’ ai bambini, perche’ lo Stato non fa niente“. Non ne posso piu’.

1. Non e’ vero. L’indice di Gini italiano e’ praticamente costante, e non e’ particolarmente piu’ elevato rispetto alla media OCSE;

2. Il problema italiano tutto e’ meno che ricchi privati cattivi da tassare per redistribuire;

3. Ogni cazzo di anno presentate lo stesso cazzo di dato e ogni cazzo di anno dite che la disuguaglianza aumenta! Ma rispetto a quando, se e’ sempre lo stesso dato? Come fate a fare sempre lo stesso titolo,  che sembra preso da cinque anni dallo stesso report di cinque anni fa?

Il cattivo giornalismo e’ funzionale solo alla peggiore demagogia: presenti in maniera disonesta dei dati, traendo conclusioni improprie, e dai il la ai cialtroni, dai grillini ai comunisti, passando per i berlusconiani ormai palesemente colbertistiCatturahhh. Quale migliore indicatore del declino in cui siamo, se non il giornale della borghesia lombarda, idealmente il motore del paese, che continua a prestarsi a questo gioco?

Non mi rompete le palle.

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Solo quest’anno, il mio facebook si è riempito di link, status a lutto, foto strappalacrime in occasione della morte di: Franco Califano, Mariangela Melato, Giuliano Gemma, Jimmy Fontana, Zuzzurro, Lou Reed e non ricordo quanti altri.

Della fenomenologia del social network quando muore “uno famoso” ha già trattato autorevolmente Zerocalcare.

Se, in occasione delle suddette morti, tu fai presente che sì, ti spiace, ma in fondo non te ne frega niente e che in fondo ci sono tante altre tragedie che passano inosservate, passi per il solito radicalchic (accusa per tutte le stagioni) insensibile con la puzza sotto il naso.

Bene, ieri 7 operai cinesi sono crepati bruciati vivi in una fabbrica a Prato. Nessuno organizzerà minuti di silenzio negli stadi, verosimilmente, nessuno ha fatto girare link sul tema, i social network tacciono sul punto e persino sui giornali online la notizia non occupa più la prima posizione. Eppure sette persone sono morte del loro lavoro, arse vive.

Ora, io non voglio imporre minuti di silenzio, celebrazioni di lutto o attimi di raccoglimento a nessuno: li trovo francamente ipocriti.

Vi chiedo solo una cosa: la prossima volta che muore di morte naturale qualche “persona famosa” ed io mi dichiaro indifferente, non mi rompete le palle. Almeno questo, ecco. Santé

Libernazione’s got Talent: l’incontrovertibile verdetto.

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Vi abbiamo letto, vi abbiamo commentato, vi abbiamo giudicato, vi abbiamo incoraggiato, vi abbiamo stroncato, vi abbiamo appoggiato, vi abbiamo esasperato con i nostri ritardi e torturato con le nostre richieste. Vi abbiamo fatto aspettare giorni, settimane, mesi, perché non sapevamo più che prove inventarci per voi, cari partecipanti al talent. Vi abbiamo sottoposto ai commenti altrui, e frantumato le palle con richieste di contributi che correvano lungo la sottile e pericolosa linea che divide il capolavoro dalla cazzata assoluta.

Oggi però siamo lieti di informarvi che “Libernazione’s got talent”, il primo talent show per aspiranti blogger, è giunto al termine.

Oggi, finalmente, possiamo darne l’annuncio ufficiale: il talent è andato a puttane.

Molti di voi già l’avevano intuito. E” andato a puttane per un sacco di motivi. Il primo è che Libernazione è un condominio difficile, con vicini rissosi e nessun regolamento (ed è questo il suo bello). Il secondo è che, ammettiamolo, la costanza non è nelle nostre corde.

Ciononostante, squillino le trombe:  abbiamo un vincitore.

Si alzi in piedi Dottor Canimorti, perchè ha vinto lei.
Anzi Lei non ha vinto: ha stravinto.

L’ultimo giro di post è stato gestito con colpevole ritardo, e nel frattempo i post risultavano “scaduti”.
La follia di Canimorti invece resiste nel tempo, e ci ha conquistato.

 

Canimorti, ecco username e password: fanne buon uso figliolo.

Barbati, Bussolotti, Porcoschifo: perdonateci, se potete,  grazie della fiducia e complimenti, davvero, per la qualità dei vostri post.

Pubblico: per voi niente scuse, se ci volevate bene, non votavate per Zoro.

 

 

Il blocco del blogger ovvero la sindrome dell’Automasticazzi.

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Tutto nacque da una pagina facebook prodiga di puttanate. La mia. Da cui scaturì quel “Vuoi scrivere sul nostro blog?”

Ecco, metti il fascino del nuovo (tu: mò il blog sarebbe nuovo?mandòvivi – io: ahò, i blogghe non me li sono mai pisciati, mea culpa mea culpa mea maxima culpa, chettedevodì, damme na cortellata), metti gli amici di facebook, mettici pure quel soave tittillìo all’ego…e dissi sì. Contento. Sì. Scrivo sul blog. Con la faccia seria, eh. Scrivo. Sul blog. Tranquilli. Ci sto dentro.

Dopo poco però, molto poco, la pagina di wordpress iniziò a guardarmi con una strana espressione, qualcosa in mezzo tra “forse dovresti approfondire più attentamente l’argomento che stai affrontando per basare la tua tesi su elementi univoci, precisi e concordanti affinché la tua disamina possa arricchire l’ipotetico lettore dal punto di vista della conoscenza e della grazia espressiva” e “questo è tutto? Masticazzi?”. Ecco, forse la seconda impressione era più evidente e questa parola riecheggiava sempre più insistentemente. Masticazzi.
La domanda, profonda, implacabile, assordante di questa moderna sfinge chiamata wordpress: in base a quale principio ritieni che quello che pensi dovrebbe o potrebbe in qualche maniera interessare a qualcuno? Risposta: Silenzio tombale.

Diagnosi: sindrome dell’Automasticazzi. Conclamata.

Che fare? non è che uno ha una sindrome del genere e ci convive serenamente.

Dopo l’infausta diagnosi,  ho iniziato a leggere blog su blog perché, mi sono detto, non è che uno vuole fare il chitarrista e non sente gli altri chitarristi, non funziona così, vediamo quindi come si regolano gli altri blogger, vediamo come si relazionano loro, alla sindrome dell’automasticazzi.

Ho passato insomma notti su notti piantato sulle pagine dei blog più famosi. Quelli che poi i blogger vanno su LA7 con il sottopancia con la scritta “blogger”.  E ho avuto un’illuminazione: i blogger non soffrono della sindrome dell’automasticazzi. Ne sono immuni. Ritengono che quello che hanno da dire è fondamentale.  Proprio per la vita della gente. Tipo “I have a dream” di Martin Luther King. Così. Esticazzi se il più delle volte è qualcosa di una banalità allucinante o estremamente irritante. “Io la penso così. Se non ti frega il problema è tuo.”
Dopo qualche minuto di sconcerto ho capito allora che le prime cose che servono per affrontare la sindrome dell’automasticazzi è la faccia come il culo e un ego piuttosto sviluppato. Ottimo.

Superato il dilemma soggettivo interiore con una mossa che possiamo chiamare “Sovvertimento dell’introflessione del masticazzi – ovvero: Sai cosa c”è di nuovo, masticazzi lo dico io)  il problema si rivolge al pezzo da scrivere. Il “post”. Perché va bene tutto, ma le stronzate dio mio veramente no, meglio tacere. Non c’entra l’automasticazzi, è proprio un sentimento di umana decenza.

Quindi, dopo ore di lunghe ed approfondite analisi comparate, ho intuito che la cosa che si avvicina di più al concetto di blog è l’articolo di fondo di un quotidiano. L’ editoriale. Cioè quello che in redazione affidano alla penna più cazzuta, perché da una notizia, da una serie di avvenimenti etc., l’editorialista tira fuori una lettura che in qualche maniera aiuta chi legge a tirare le fila di un certo argomento. Il post non è uguale al fondo, certo. Ma si avvicina. Parecchio. Quindi per fare un post decente (almeno per il proprio giudizio) serve una certa competenza dell’argomento di cui si tratta più una spiccata capacità di astrazione.

Con quest’altra mossa, che possiamo definire “Esegesi delle fonti dell’automasticazzi-ovvero: Ma io sta cosa la so, la reputo importate e sticazzi se non ti frega”, dopo il problema soggettivo, abbiamo circoscritto anche il problema oggettivo, cioè la scelta dell’argomento e come affrontarlo.

Ora, la forma: il pensiero va espresso con un linguaggio sbarazzino e moderno,  con i “cioè”,  i “comunque”, insomma pensiero frammentato a go-go. Un po’ flusso di coscienza e un po’ parlato, che piace tanto ai giovani, con buona pace della grammatica italiana, che sennò mi diventa pesante e non è un articolo, è un post su un blog. Tutta un”altra cosa, capito.
E molto breve, perché la soglia d’attenzione media dedicata al post sul blog è stimabile intorno ai 15 secondi.
E almeno un battutone, o una articolata presa per il culo a qualcuno o qualcosa, perché i blog più fichi fanno ridere. Fact.

Quindi ricapitolando: faccia da culo, ego sviluppato, argomento che si padroneggia o quanto meno si conosce, capacità di astrazione, linguaggio sbarazzino, senso della sintesi e battutone.

Un sano Cocktail di questi elementi, e  la sindrome dell’automasticazzi può andare diretta affanculo.

A parte che se sei belloccio o hai le tettone, può essere che ci vai davvero su LA7 con la scritta “blogger” sotto, a prescindere dalle puttanate che scrivi e che conseguentemente dici o dalle profonde verità che riveli, succede che se hai un po’ di spirito critico, un po’ di auto-umorismo e una penna felice, finisce che scrivi davvero una cosa sincera e simpatica che ha l’unica pretesa di voler condividere un’esperienza, un pensiero o un’intuizione, profonda o banale che sia, senza l’arroganza di voler insegnare qualcosa a qualcuno. Che credo sia alla fine la cosa migliore.

E sticazzi del resto.

The Silk Road to Serfdom

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Piccola premessa: per qualche anno, che ve ne siate accorti o no, abbiamo vissuto in un mondo nel quale ordinare “droghe, pornografia, prodotti contraffatti, documenti falsi e, a partire dal marzo 2012, anche armi” (per qualche mese, poi sparirono di nuovo dalla disponibilita’) era un gesto relativamente semplice, e realizzabile dal computer di casa. Oggi sappiamo che tutto cio’ era possibile grazie al talento e alla dedizione di Ross Ulbricht, un libertario ortodosso che avrebbe deciso di aprire il sito come una via di mezzo tra un esperimento e un atto di disobbedienza civile.

Ulbricht viveva a San Francisco e, dal bar vicino casa, controllava la piu’ grande minaccia alla war on drugs: un sistema decentralizzato, senza grandi criminali da additare come nemici pubblici, sicuro per acquirenti e venditori. Chiunque abbia ormai compreso quale idiozia dannosa sia il proibizionismo (su tutte le droghe, beninteso) non poteva che guardare a Silk Road con simpatia. Cio’, voglio dire, nonostante tutto: perche’ pare, che poi le accuse siano montate ad arte o meno si vedra’, che Ulbricht per proteggere la sua creazione abbia ordinato anche l’omicidio di un ricattatore che minacciava di rivelarne l’identita’. Non dovrebbe sorprendere, trattandosi comunque di un mondo parallelo alla legge ordinaria, e quindi necessariamente piu’ primitivo nel gestire le situazioni di violazione delle regole. Tuttavia, la possibilita’ che Ulbricht abbia davvero ordinato un omicidio ai danni di un informatico canadese compromette ogni possibilita’ di farlo diventare un eroe presso l’opinione pubblica. Peccato, direi.

 

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Peccato perche’ dalla chiusura di Silk Road il cittadino medio non guadagna nulla. Perde uno spazio di liberta’, certamente, ma non e’ solo la mancata liberta’ di farsi del male che conta. Conta sopratutto la fine di un esperimento di lotta ai cartelli della droga – dei quali l’amministrazione americana si rivela sempre la migliore alleata – e in generale di messa in discussione della capacita’ dello Stato di determinare lo spazio dei contratti volontari “legittimi”.

Ora, io non sto dicendo che si debba amare o idolatrare un narcotrafficante (cosa che Ulbricht non era): ma chi mette in discussione la necessita’ di avere, in ogni citta’, un quartiere sotto il pieno controllo della malavita solo per mantenere in piedi un mercato che ipocritamente lo Stato sostiene di combattere, deve avere il nostro supporto.

E allora, come chi dubitava della legittimita’ delle accuse sul campo della proprieta’ intellettuale contro Napster prevedeva che sarebbe stato sostituito da centinaia di cloni piu’ efficienti (cosi’ e’ stato), mi permetto di prevedere che lo stesso accadra’ per altri scambi volontari, che siano considerati encomiabili o meno. Se saremo fortunati, Internet sara’ servito a qualcosa di meno cretino che aggregare poveretti intorno alle stupidaggini di un comico, e un giorno saranno in tanti a comprendere la lezione : che lo Stato tanto vuole, poco puo’, e meno fa, meglio e’.

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