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giornalismo - page 6

Vasco, la mamma e il “giornalismo dall’alto”

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Lo chiamerei “giornalismo dall’alto”. Oggi ce n’è un po’ di esempi su molti giornali. A proposito del matrimonio di Vasco Rossi. Non su tutti per la verità. Ernesto Assante, su Repubblica, aveva visto bene, e fin dal giorno prima.

Il giornalismo dall’alto, quando decide di seguire un evento, lo fa avendo predeterminato “la chiave” in cui leggere la notizia e contestualizzarla. Sente di dover orientare le masse. Non vuole semplicemente raccontare. Vuole “proporre” la notizia. Tracciare un solco.

Fatto: Vasco Rossi si sposa. Qui si procede secondo la linea di minima resistenza, accedendo all’idea più a portata di mano. Nel caso di Vasco è il caro stereotipo del ribelle che “abbassa la testa” e si sposa perché lo ha “promesso alla mamma”.

Ora che la mamma dell’artista abbia detto che il figlio le aveva promesso di sposarsi è cosa avvenuta davvero. Quindi non va taciuta. Ma dovrebbe esser messa, nella scrittura, almeno sullo stesso piano della dichiarazione dell’artista del giorno precedente. Nella quale si spiegava con onestà e chiarezza che sposarsi era non una scelta ma una mossa difensiva. In un paese che non riconosce ai conviventi, nemmeno a quelli di sesso diverso (di quelli dello stesso sesso manco a parlarne) gli stessi diritti ereditari dei coniugi, il matrimonio tardivo di una coppia di fatto è un modo per garantirsi contro lo scempio di una vita passata insieme per mano di eredi “legittimi”, nel caso che qualcosa di brutto dovesse accadere all’improvviso. Qui i saputi ovunque presenti ammoniscono che le cose possono esser risolte per via di testamento. Senza essere avvocato o giudice di tribunale civile, mi sento di dire che se sei sposato è meglio. Sei al riparo da ogni causa e impugnazione.

Naturalmente non si tratta di fare giornalismo dall’alto – cioè ideologico – in senso inverso, cioè sulle coppie di fatto, mettendo in ombra gli altri elementi di realtà sparando nei pezzi di cronaca un comizio sui diritti. Ma insomma, andare incontro alle cose senza gli occhiali gentilmente offerti dall’ufficio centrale, magari sì. E lo so che poi la vita diventa difficile, lo so…

 

Huffington: 6 cose da tenere a mente

in economia/giornalismo/internet by

Poi, benedetto un direttore di prestigio un po’ meno inviso alla Rete di Lilli Gruber ma che sappia badare al soldo, comincerà il reclutamento vero.

Allora, blogger italiano, prima di rispondere alla fatidica domanda se trasferire il tuo piccolo blog sulle pagine dell’Huffington Post, ovviamente aggratis, dai un’occhiata a questo studio del NYTimes, o in alternativa tieni bene a mente i seguenti sei punti, prima di finire incazzato nero (peraltro a torto) come i blogger americani di #huffpuff:

1. l’Huffington Post non è un aggregatore di blog e men che meno un blog collettivo, ma un vero e proprio giornale online (il che vuol dire che il suo valore economico si basa sulle notizie e sulle inchieste fatte da giornalisti professionisti o agenzie, questi sì lautamente pagati)

2. le notizie politiche ricevono in America una media di 800 commenti al giorno, che secondo le stime di Quantcast varrebbero 50 visualizzazioni cadauno, dunque una media di 40.000 visualizzazioni singole al giorno. pubblicando quotidianamente più di cento notizie, HP tira su quella che si direbbe una paccata di contatti, il che fa volare le sue quotazioni tra gli inserzionisti. di contro, un post politico riceve una media di 43 commenti, cioè circa 2.000 visualizzazioni: pochine. tra l’altro, lo scostamento della performance di un blogger VIP rispetto agli altri è rilevante (circa tre volte), quindi la media delle 2.000 visualizzazioni scordatela se non sei nessuno. fuori da lì, se scrivi cose interessanti e sai un po’ farci con blogspot quei numeri li fai tranquillamente da solo

3. HP ha vantato nel 2010 30 milioni di dollari di ricavi a fronte di quasi 5 miliardi di visualizzazioni nello stesso anno. il conto di quanti euro possa valere in proporzione il tuo post da mille visualizzazioni, fallo tu (aiutino: meno di una pizza margherita). vale a dire che se Arianna non ti paga non ha tutti i torti: effettivamente, non sei tu il suo asset

4. i grandi numeri di traffico del sito possono essere allettanti, ma la correlazione tra questi e le visite che riceverà il tuo blog è molto bassa e dipende, tra le altre cose, dall’esposizione che gli verrà data. in breveuna testata più piccola potrebbe offrirti molto di più di HP in termini di visibilità e rilevanza. essere un pesce piccolo in un acquario enorme raramente paga

5. che l’Huffington si arricchisca alle spalle dei blogger è un’opinione infondata, come abbiamo dimostrato (i blogger generano meno del 20% del traffico totale). d’altra parte è vero che non redistribuisce in alcun modo la “ricchezza” che produce tra i blogger che la alimentano, ma questo in rete è tutto meno che un tabù: anche la ricchezza di Facebook o di Twitter è data dagli utenti e dall’effetto rete che essi sviluppano, ma non per questo vengono remunerati. la differenza sta nel fatto che l’utente trae sufficiente vantaggio dal social network per il semplice fatto di esservi iscritto. valuta se il “servizio” editoriale offerto dall’Huffington sia abbastanza remunerativo di per sè (ad esempio, andrebbe indagato se offra qualche forma di copertura legale, mentre è certo che offre una considerevole visibilità all’interno dei principali motori di ricerca)

6. l’Huffington è mainstream : nel caso tu sia uno di quei blogger fieri e autarchici, che la libertà della rete dipende dall’autonomia di chi la usa, è una cosa che dovresti considerare. la tua immagine sarebbe rafforzata dal marchio o quello che scrivi è autorevole perchè indipendente? e questa storia della rete libera è una cosa viva, o stiamo andando naturalmente verso una normalizzazione della rete come grande canale di massa? buona occasione per farci un po’ di queste domande.

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