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La fisica berselliana di Milena

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Non ci sarebbe bisogno di scrivere niente di piu’ di un aggiornamento a questo classico pezzo di Guido Vitiello, se si volesse commentare la deriva di Report e della sua conduttrice.

Eppure, a distanza di piu’ di tre anni dalla sua uscita, la fisica dei soliti stronzi continua indisturbata a mietere vittime. Non e’ allora, credo, solo l’euforia, l’autocompiacimento del consenso.  C’e’ la grave colpa colpa, direi, dei soliti “buoni a prescindere”, quelli che anche quando iniziava a sbarellare dovevano difenderla perche’ e’ “indipendente, professionale, dalla parte giusta, una di noi”. Perche’ e’ “di sinistra”.

Come fai a mantenere il senso della misura, il senso della ragione, a confrontare i tuoi pregiudizi stupidi e i tuoi ideologismi vetusti, quando sei circondata da tale aura di santita’? E non ditemi che la Nostra non ne coltivasse, di pregiudizi e ideologismi, gia’ da prima. E non c’entra niente il fatto che, per cacciare uno come Paolo Barnard, debba prima esserselo tirato in barca. C’erano piuttosto certi segnali, certe derive, le conclusioni di molti servizi in cui si parlava di argomenti complessi, e invece si tagliava tutto con l’accetta: i derivati presentati come il male a prescindere, le menzogne sulle municipalizzate del Sud presentate come “aziende private”, e cosi’ via.

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Ma non si poteva criticare, la Gabanelli, non si poteva mettere in dubbio. Bisognava darle, sostanzialmente, sempre ragione, a prescindere dal merito, perche’ dall’altra parte ci sono i Cattivi: Belpietro, Feltri, Studio Aperto, Minzolini – allora darle torto, farle le pulci, ma anche solo sollevare il ditino, significa indebolire lei e rafforzare loro. Loro sono i cattivi, noi siamo i buoni, non bisogna dimenticarlo mai. E infatti adesso ha dato la stura: campagne oscurantiste contro gli OGM, campagne ridicole anti-capitalismo, anti-finanza, anti-qualsiasi cosa. Ieri, un servizio in cui si menziona Moncler con molta, molta leggerezza. Si fa confusione, deliberatamente, menzionando costi di produzione e paragonandoli ai prezzi al dettaglio, si allude all’utilizzo di pratiche scorrette per la rimozione delle piume dagli animali, e cosi’ via. L’azienda risponde che le piume d’oca del servizio non vengono utilizzate per la produzione dei loro piumini, ma pare chiaro comunque che la pratica non si possa attribuire alla sola Moncler. Che pero’ subisce tutto il danno d’immagine di un metodo di fare giornalismo ormai basato solo sul suscitare l’indignazione spicciola, da bava alla bocca, e che spesso risolve tutto in una bolla di sapone.

Peccato. Pensiamoci, la prossima volta, prima di zittire il nostro senso critico in nome di qualche passeggera battaglia di parte.

Le facce degli innocenti

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Seguo assai di rado la cronaca nera, e quando mi succede lo faccio con una certa distrazione: per dire, ci sono casi recenti, anche famosi, dei quali non ho mai saputo pressoché niente, al punto che di tanto in tanto devo farmeli riassumere da qualcuno; spesso più di una volta, suscitando una certa ilarità, giacché tendo inesorabilmente a dimenticare nomi, dinamiche, particolari.
Eppure qualche minuto fa, per caso, sono stato folgorato da una consapevolezza improvvisa: io conosco la faccia di Bossetti.
Voglio dire: ho preso coscienza del fatto che se qualcuno venisse da me -come in effetti mi è appena accaduto- e per qualche ragione imponderabile, magari all’interno di un discorso che non c’entra niente, pronunciasse quel nome, io lo assocerei immediatamente, e automaticamente, alle fattezze che gli corrispondono.
Ebbene, debbo dedurre che nelle ultime settimane l’esposizione mediatica di questo tizio sia stata gigantesca, se è riuscita a imprimere il suo volto perfino nella mente di uno come me, che del caso Yara non ho mai letto una riga.
Infatti, riflettendoci, ricordo distintamente di aver visto da qualche parte (forse in tv) l’immagine di Bossetti in manette, anche se non mi sovviene né quando, né dove; e poi ricordo foto, tante foto: foto di fronte, di profilo, a figura intera, primi piani e immagini sgranate catturate da un obiettivo lontano.
E ho come la sensazione che la parte incontrollabile del mio sistema nervoso, mio malgrado, abbia già piazzato quelle immagini nella casellina che si intitola “colpevole”, o “assassino”, o “mostro”; mio malgrado, dico, perché razionalmente di Bossetti non penso un bel niente: eppure sono sicuro che se dovessi incontrare un tizio con le sue sembianze di notte, in un posto isolato, sarei istintivamente percorso da un brivido di paura.
Questo, onestamente, non mi piace.
Anzi, per dirla tutta, mi atterrisce: perché mi rendo conto di aver maturato una sorta di pregiudizio automatico nei confronti di un tizio che non conosco, senza aver letto neppure una riga su quanto gli viene attribuito.
L’esposizione mediatica di Bossetti, dicevo, dev’essere stata enorme, per aver piantato quello sgradevole chiodo nella testa mia e di chissà quanti altri.
Ora, il punto è che un’esposizione mediatica enorme in relazione a un caso di omicidio finisce per diventare “orientata” in sé e per sé, anche se viene presentata nel modo più “neutro” possibile: voglio dire, basta mostrare quella faccia a ripetizione, a prescindere da quello che si scrive nei titoli, nelle didascalie e negli articoli, per ottenere l’effetto; un effetto duro a morire in quanto inconsapevole, profondo, subliminale.
Io credo che questo, al di là degli agghiaccianti effetti collaterali che pure produce, sia semplicemente ingiusto.
A prescindere dal fatto che Bossetti, se e quando succederà, venga assolto o condannato; a prescindere dalla vittima e dai suoi familiari, dal rispetto che si deve loro e che nessuno mette in discussione.
E’ ingiusto, e tanto basta.
Quindi, a malincuore e per quello che vale detto da me, credo sia necessario ripeterlo, ché in uno stato di diritto la questione è cruciale: oggi Bossetti è innocente.
E tale resterà finché un tribunale della Repubblica non l’avrà dichiarato colpevole.
Mi piacerebbe tanto che fino a quel momento, per lui e per tutti gli altri come lui, nessuno mi incasinasse il cervello ficcandoci dentro per forza immagini che neppure ho mai richiesto.

I missionari senza responsabilità

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Sarà che a volte ragiono in modo un po’ troppo semplice: e quindi, magari, ho una visione troppo semplice anche delle professioni, ivi compresa quella di giornalista.
Però quando vedo in televisione questo stuolo di reporter d’assalto che ripetono, con l’espressione grave e l’aria di chi la sa lunga, “è stato un disastro annunciato”, mi verrebbe da prenderne uno qualsiasi e chiedergli: ascolta, io lo so bene che non sei un politico, e quindi mica puoi fare le leggi o decidere sui lavori che si debbono fare nelle città; però è pur vero che conduci una trasmissione importante, che è vista da tante persone. Dunque, se sapevi così bene che il disastro era annunciato, perché invece di correre dietro alle mille fregnacce dell’agenda politica con la lingua di fuori, come un levriero dietro a una lepre, a quel disastro annunciato non hai dedicato tre, cinque, sette puntate prima che succedesse, insistendo ostinatamente finché qualcuno non ti avesse dato retta?
No, perché una cosa è certa: gli amministratori che si limitano a inseguire l’emergenza delle catastrofi, senza pianificare in “tempo di pace” gli interventi strutturali che potrebbero evitarne di nuove nel futuro, sono degli scellerati; ma i giornalisti che li bacchettano e si indignano solo quando l’attualità glielo impone, per poi dimenticarsene allegramente fino alla tragedia successiva, offrono forse un esempio migliore?
Dice: ma che vai cercando, noi facciamo i cronisti, mica ci abbiamo questo compito.
Benissimo. Basta saperlo.
In tal caso, però, vedete di piantarla con la tiritera che il giornalismo è una missione e una professione di alto profilo civile e allora la libertà d’espressione e no ai bavagli e basta insopportabili attacchi all’informazione e via discorrendo con tutte le altre menate che vengono giù a cascata.
Atteggiarsi a missionari significa assumersi delle responsabilità: altrimenti ne converrete, è davvero troppo facile.

Shiva e Rampini, cosa aspettarsi mai?

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Dopo la pirotecnica operazione di debunking su Vandana Shiva in molti hanno iniziato a mettere in discussione questo personaggio e la sua credibilita’. Meno male, direte voi. Infatti, se non fosse che c’e’ su chi su certe narrative cheap ha costruito una carriera, e non puo’ mica rimanere con le mani in mano.

Ecco quindi la poderosa risposta dal paladino della kulturkampf ecologista/antiliberista di Repubblica: una bellissima intervista (o forse no) dell’inviato piu’ professionale del mondo, Federico Rampini.

Ne estraggo alcuni passaggi:

Specter e l’industria biotecnologica vogliono screditarmi descrivendo me e i milioni di persone contrarie agli Ogm come anti-scientifici, romantici. I miei studi sono una spina nel fianco per loro. Ho preso un Ph. D. (dottorato di ricerca) in Canada, in Filosofia della scienza con una tesi sulla Teoria quantica; e un master in Fisica. La teoria quantica mi ha insegnato alcuni principi che ispirano il mio lavoro, ma mi sono spostata da un paradigma meccanicistico a uno ecologico

Prima che arrivasse la Monsanto le semenze locali di cotone costavano da 5 a 10 rupie il chilo. Il monopolio costruito dalla Monsanto ha fatto salire i prezzi a 3.555 rupie il chilo di cui 1.200 sono royalties. Laddove la Monsanto ha dovuto ridurre i prezzi, per esempio nell’Andra Pradesh, è successo grazie alle nostre pressioni sull’antitrust locale.

Guardi, nonostante le loro campagne perfino in America l’opinione pubblica vuol essere informata, chiede l’etichettatura degli Ogm. E Monsanto che fa? Trascina in tribunale lo Stato del Vermont per bloccare l’obbligo delle etichette trasparenti. Anche l’Europa è minacciata, dentro il nuovo trattato di libero scambio che state negoziando con gli Usa ci sono attacchi al vostro principio di precauzione

 

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A me sembrano simili in modo preoccupante ai passaggi che seguono, presi tutti da uno stesso post. Ne ho citati tre e solo tre, ma una lettura superficiale rivela che tutta l’intervista e’ sostanzialmente un patchwork del post sul blog della Shiva. Giudicate voi:

Mr. Specter and the Biotech Industry (and The New Yorker, by association) would like to identify the millions of people opposing GMOs as unscientific, romantic, outliers. My education is obviously a thorn in their side. (…) The Biotech Industry would like to erase my academic credentials. (…)  Quantum theory taught me the four principles that have guided my work: everything is interconnected, everything is potential, everything is indeterminate, and there is no excluded middle. Every intellectual breakthrough I have made over the last 40 years has been to move from a mechanistic paradigm to an ecological one.”

Monsanto ensured a monopoly on cotton seeds in India and priced the seeds at ₨1,600 for a package of 450 gms (₨3555.55 per kg, out of which the royalty component was ₨1,200). ₨3555.55 is approximately 711 times ₨5, the pre-Bt price. The correct percentage increase would be 71,111%. It is this dramatic price increase that I always talk about. The reduction of prices that Specter mentions was because the State of Andhra Pradesh and I took the issue to the Monopoly and Restrictive Trade Practices Commission (India’s Anti-Trust Court) and Monsanto was ordered, by the MRTP Court and the Andhra Pradesh Government, to reduce the price of its seed.”

Specter is also supporting the Biotech Industry attack on Governments passing GMO labelling laws in the U.S. Coincidentally, following The New Yorker piece, Michael Specter just wrote another piece questioning GMO labeling in America. The Biotech Industry is now suing the state of Vermont for its labeling laws.

Il post, per chi volesse procedere a un’analisi piu’ approfondita, e’ qui. Ora, io non sono un giudice, ne’ sono Ezio Mauro. Non andro’ oltre, e non mi permetto neanche di affermare o di azzardare che l’intervista non sia mai avvenuta: a Repubblica queste cose non si fanno.

Pero’, anche sui precedenti di Rampini, facciamo che giudicate voi. Seguono solo due dei numerosi esempi che chiunque puo’ produrre.

1. finanza: Articolo di RampiniArticolo sul NYT

2. airbus vs. boeing:  Articolo di RampiniArticolo sul NYT

 

P.S. questo post e’ nato grazie al fatto che una persona, BM, lo ha fatto notare a un amico, e cosi’ a me. Ho scelto di scrivere il post sostanzialmente per mettere in fila le cose in modo un po’ meno estemporaneo. Ulteriori contributi sono ben accetti.

È l’Unità, bellezza

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Le sue lacrime non hanno alcun potere curativo, ma come la Fenice, l’Unità rinascerà dalle sue ceneri. Avverrà perché è sbagliato e dunque inevitabile. Ma come dovrebbe essere? Afflitti da questo interrogativo abbiamo preparato delle bozze dalle quali non sarà difficile estrarre un nuovo progetto editoriale che sappia essere all’altezza dei precedenti. Qualcosa di fighissimo e allo stesso tempo in grado di garantire l’ennesimo fallimento.
Ma attenzione, qui non stiamo a polemizzare e a ripiegare sui mezzucci di sempre. Non vogliamo far fallire tra qualche anno la rediviva Unità in forza delle solite banalità: non ci basterà cambiarle il sesso, come fece la De Gregorio che, divenuta direttrice, scrisse sulla testata “fondata da Antonio Gramsci” in luogo di “fondato da Antonio Gramsci”. Sono finezze che non ci riguardano. Né ci darebbe soddisfazione assumere tutti gli amici del segretario di turno, perché non siamo mai stati troppo sensibili agli usi e alle tradizioni.
Abbiamo pensato a qualcosa di più articolato e sufficientemente incasinato da poter somigliare al realistico progetto che potrebbe riportare la storica testata in edicola.

E dunque siamo partiti dal management
Su questo fronte non ci sono stati dubbi e solo due nomi sono venuti fuori per la direzione: Corradino Mineo in tacchi a spillo oppure Emma Bonino in anfibi. Tertium non datur.
La proprietà imporrà a chiunque assumerà il comando una vicedirezione: la nostra nomination va a Claudio Velardi, con delega ai complotti interni. In ossequio al principio secondo cui non ha senso una rinascita se non c’è garanzia del prossimo fallimento. Con Velardi – gradito per irradiazione al 40,8% degli italiani – crediamo di poter stare abbastanza tranquilli.

Progetto Grafico
Poche pippe alla Toscani. Si tirino un po’ di righe abbastanza dritte e si proceda. L’identità sarà salvata dal mantenimento della storica “striscia rossa”. L’ambiente non tema lo spreco di inchiostro perché sarà realizzata in puro sangue dei vinti: ce n’è di freschissimo. All’edizione standard sarà affiancato un formato tascabile, per alcuni audaci.

Il web: gioie e Dol.
Sul fronte digitale abbiamo imparato la lezione. Internet si sgonfierà, è una moda temporanea e non vale la pena investirci più di tanto. Noi progressisti lo abbiamo insegnato al mondo gestendo nel peggior modo possibile il Cannocchiale. Come possiamo superarci? Carta di Amalfi per gli inserti, dunque, e restyle del claim digitale in “ComUnità di recupero”. Funzionerà.

I soldi
Questione complicata. Sarà difficile non farsi bastare anche questa volta i soldoni del finanziamento pubblico, ma con un po’ di impegno dovremmo riuscire a spaventare il mercato e a mettere in fuga anche gli inserzionisti più avventati. Certo, sarà arduo ripetere i fasti del passato quando lanciammo una linea editoriale impostata su Travaglio e Padellaro, e poi cacciammo i due facendoci rubare tutti i lettori dal Fatto Quotidiano. Difficile anche trovare un’altra De Gregorio, da cacciare a sua volta per poi nominare un tizio che sembra uscito dalla pagina FB de L’Apparato. Insomma, potremmo tentare con Telese, l’unico che ci sembra all’altezza della situazione. Ma, come detto, è difficile. Però ci proviamo.

Il numero zero
Abbiamo detto della difficoltà di tracciare una linea editoriale che ci garantisca una debacle in coincidenza con la parabola discendente di Renzi. Diciamo tra al massimo 10 anni. Quindi abbiamo elaborato una serie di contenuti di certo insuccesso. (Per quanto in gamba, non è che Mineo, Bonino e Velardi possano fare tutto da soli). Ecco dunque il solco che dai tempi di Romolo e Remo(lo) garantisce che a un certo punto si verifichi uno scazzo insanabile e l’Unità richiuda non troppo presto e non troppo tardi. Innanzitutto fuori quegli sciuponi dei sondaggisti e dentro i chiromanti. Gli scenari politici saranno decifrati nei fondi di caffè e il tutto sarà confezionato in una rubrica dentro ma fuori del palazzo, a cavallo di ogni tempo, dal nome “Sindona s’indora sin d’ora”.
Le notizie le ha tutte il Fatto quotidiano, quindi ora non ci resta che distruggere le opinioni. E allora una distesa di incomprensibili rubriche e allegati capaci di restituire l’erezione a latitudini politiche insospettabili. Giovanilistica sensazione di turgore, ma è la prostata.

– Capalbio oggi
– Vacanze al risparmio in Europa: Mari(o) e Monti, di Benedetto Della Vedova
– Che Gaza, da Cuba alla Strisca, di Gianni Minà
– “Come creare un sito web”: 36 fascicoli in VHS
– Apprendere le tre i (Inglese, Informatica e impresa) Audiocorso (in musicassette vintage) letto da Fabrizio Gifuni dal palco del Teatro Valle
– Il manuale di Second Life (in ristampa, diritti acquisiti dal Gruppo Espresso)
– Lezioni di sadomaso. La raccolta degli editoriali di Alfredo Reichlin
– Le ricette del mercoledì. A cura della nonna di Debora(h) Serracchiani
– Il romanzo a puntate: “Quando c’era Walter”
– Dibattito permanente sulla legge elettorale: in service con il generatore automatico fornito da Libernazione
– Il gossip del sabato. Primo numero: Saranno vere le voci su l’amore tormentato tra Pina Picierno ed Eddy il rapper di Tombolo scoperto da Andrea Diprè?
– Musica1: i ritmi delle Ande con gli Inti illimani
-Musica2: I grandi successi degli altri cantati da Fiorella Mannoia (sempre in musicassette)
-Musica3: Le soffiate dell’omino della che porta le pizze a Palazzo Chigi per le riunioni segrete del Gabinetto Renzi, cantate da Vasco Brondi
– Il Gadget del giovedì: L’intimo usato di Maria Elena Boschi, Graziano del Rio, Sandra Bonafè, Nico Stumpo. Imperdibili.
– La sordida storia d’amore tra il Lider Maximo e la giovane Turco
– Intervista a Clinton: “Vengo e mi spiego”
– Focus interno: La balcanizzazione della redazione esteri
– Hobby: con Scalfarotto i piatti li lava lui
– In esclusiva il testo integrale dell’intervento di Matteo Renzi al prossimo comitato centrale: “’Quando Rosy Bindi provava ad entrare senza riuscirci al Muccassassina travestendosi da Maristhell Polanco”
– Fassino: l’uomo che visse due volte. (E Franceschini neanche una)
– L’album di figurine dei cacciatori di organi e apparati, a cura di Denis Verdini
– L’archivio storico: tutte le prime pagine dei giorni in cui ha chiuso e riaperto l’Unità
– L’angolo del complotto: tutto quello che avresti sempre voluto sapere ma non hai mai osato chiedere a Giulietto Chiesa
– Come dare fuoco a un giornale. La lezione di Francois Truffaut
– Le primarie e De Coubertin, di Chiara Geloni
– Manuale di conversazione politica: lo sviluppo economico, di Brunetta e Fassina.
– Manuale di conversazione politica: la Costituzione, di D’Alimonte e Ro-do-tà.
– Biografie di uomini straordinari: in edicola, la vita avventurosa del compagno Pajetta.
– L’angolo dell’eleganza e della sobrietà, una rubrica online curata da Achille Occhetto che posterà foto cucciolose dei gatti realizzando il compromesso storico con Vittorio Feltri.
– Manuale di spanking estremo al tempo della crisi, scritto a quattro mani dal duo Taddei/Brancaccio, a cura del trio Tozzi, Ruggeri, Morandi
– Per gli abbonati in omaggio la mappa di Roma divisa in tavole incise sul retro delle carte dei tarocchi con la scritta “voi siete qui” in corrispondenza di via Gradoli.
– Per i primi 500 abbonati: La ricetta della Crostata, di Linda Giuva
– Per i primi 99 abbonati: Una riproduzione in litografia numerata del patto del Nazareno

Visto il successo, per la domenica 16 pagine bianche omaggio.  Insomma, non dovremmo poter sbagliare.

Il Fascismo dei Fatti

in giornalismo/politica/religione by

Il 20 Luglio di tredici anni fa un tizio, brandendo un estintore e con il volto coperto, minacciava un altro tizio, con una pistola e un’uniforme. Nonostante l’esistenza di prove documentali a supporto della tesi che vuole il secondo sparare al primo per legittima difesa, anni di voci grosse, campagne stampa e disinformazione ad ogni livello rendono la vicenda ancora controversa agli occhi degli spettatori meno attenti. Nel dubbio, basta etichettare le prove documentali come opinioni partigiane: l’estintore, appunto, diventa non un fatto, ma un riferimento fascista.

Oggi, in realta’, l’onda lunga della polemica su Giuliani e’ ormai esaurita – piu’ che per la polemica in se’ , tenuta viva da qualche parlamentare che ha mal superato l’adolescenza , per la definitiva scomparsa della sinistra-sinistra dall’orizzonte politico italiano. L’uscita improvvida dell’on. Pini mi ha, piu’ che altro, fatto venire in mente un’altra interessante opera di disinformatija sistematica: quella operata sul terreno del conflitto separatista in Crimea.

Non e’ casuale il riferimento, perche’ l’appellativo “fascista”, oltre che d’utilizzo frequente verso chiunque osasse mettere in dubbio la purezza delle intenzioni di Carlo Giuliani, e’ il modo preferito con cui la propaganda russofila, a volte sotto mentite spoglie e a volte esplicitamente attraverso i canali ufficiali, chiama genericamente tutti gli ucraini che non manifestano sentimenti di amore e armonia verso la Russia. La propaganda del governo russo ha vari vantaggi: e’ ormai pressoche’ priva di contraddittorio in patria, e nell’influenzare l’opinione pubblica occidentale puo’ contare su traduzioni spesso infedeli o tendenziose.  Inoltre, sfrutta ingenti risorse economiche e ha ormai compreso quanto efficace possa essere inondare il web di immagini anche falsificate in modo amatoriale. Tanto, per ogni debunker che ne scopre una o due, cento o piu’ sono ancora in giro a costruire un’idea falsificata di cosa stia realmente accadendo: se funziona con le scie chimiche, per i vaccini e per tutto il resto…

Ecco un paio di – inutili – esempi:

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In un altro famoso caso di disinformazione, una tv di stato russa ha manomesso un video in cui dei miliziani circondavano e aggredivano dei civili ucraini inserendo parti audio atte a dare l’impressione che gli aggressori fossero di lingua ucraina e le vittime di lingua russa. Un rovesciamento da manuale.

Non sorprendera’ che il pur rimaneggiato FSB riesca ancora adesso ad alzare una cortina fumogena anche su fatti la cui natura e’ nota nella sostanza a tutta l’opinione pubblica occidentale. Consideriamo l’identita’ dei responsabili dell’abbattimento del volo Malaysia Airlines di qualche giorno fa. L’obiettivo, qui, non e’ influenzare l’opinione pubblica occidentale, peraltro gia’ sufficientemente distratta da altro, ma evitare che si affermi una verita’ ufficiale che possa imbarazzare le diplomazie. Il governo olandese, in particolare, sembra trovarsi esattamente nella spiacevole situazione di chi ha subito un torto ma ha tutta la convenienza a fingere di non essersene accorto.

Eppure i fatti, fossero avvenuti in un luogo in cui esiste un controllo meno certosino dell’informazione, avrebbero potuto essere acclarati con molta piu’ rapidita’. Il giorno stesso del disastro, ecco comparire su una testata russa il trionfale annuncio dei miliziani: aver abbattuto un aereo AN-26. L’articolo e’ in russo, ma google translate fa il suo lavoro. Cos’e’ un Antonov 26? Un aereo bielica, con utilizzi prevalentemente militare, utilizzato dall’esercito ucraino. Eccone un esempio, preso da Wikipedia:

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L’articolo per un po’ sparisce, diciamo a partire dal momento in cui si viene a sapere che ad essere stato colpito e’ invece un aereo civile. Poiche’ ricomincia a girare su vari blog indipendenti, viene ricaricato e ora e’ qui. La notizia della rivendicazione, comunque, e’ stata sorvolata dai principali  quotidiani internazionali, dove e’ arrivata in ritardo la traccia dell’intercettazione in cui si rivendicava l’abbattimento. Ad ogni modo, per sicurezza, l’accesso all’area del disastro e’ sotto il controllo delle milizie filorusse e le scatole nere sono gia’ arrivate a Mosca. Come nei migliori misteri italiani, il filtro dei Servizi puo’ fare il suo lavoro.

Alla fine, si dira’, e’ giusto cosi’: accertare le responsabilita’ di un errore, come in alcuni noti episodi della storia recente del nostro paese, ha costi maggiori dei benefici. Ribaltando la citazione d’apertura del pamphlet scritto da Sciascia sul caso Moro, “la frase piu’ mostruosa di tutte e’: qualcuno e’ morto al momento (e nel modosbagliato“. Districare questo impiccio puo’ avere conseguenze spiacevoli, per quanto ne possano dire certi frequentatori di moral high grounds.  Nel dubbio, dato che la realpolitik in democrazia puo’ essere una scelta e non solo una necessita’, meglio non trovarsi troppe volte nei panni della moglie di questo indimenticabile personaggio di volonte’, sia per il fascismo degli estintori, sia per quello degli ucraini.

Sarebbe indelicato

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Senzanome
Nella homepage di uno dei due principali quotidiani italiani bisogna aspettare Schumacher, Messi, Londra in posa, lo scopone di Cesare Maldini, Grillo che “si arrende alla politica” (ma è un’anticipazione del giornale in edicola domani), Repubblica.it finalmente “più bella sullo smartphone” (sic), un delitto a Motta Visconti e le figurine dei calciatori padri e figli per trovare uno straccio di notizia vagamente riconducibile alle famose riforme, quelle che erano indispensabili per evitare che questo paese precipitasse nel baratro e in ragione delle quali, per il bene supremo della nazione, è stato necessario turarsi il naso e sciropparsi ‘sto sgorbietto che risponde al nome di “governo delle larghe intese”.
Adesso ditemi voi: o tutta ‘sta necessità di rivoltare il paese come un calzino, in fondo in fondo, non c’è mai stata; oppure, se c’è stata, per qualche insondabile ragione adesso non c’è più; oppure, più semplicemente, questi fanno una gran fatica perfino a rivoltare i calzini veri per metterseli nel verso giusto, figurarsi un paese.
E scriverlo, bello grande come meriterebbe di essere scritto, proprio oggi che le intese sono così larghe, sarebbe un tantino indelicato.
O sono io, ad essere malizioso?

La retorica della fuga

in giornalismo by

Il giornalismo di casa nostra ripropone in modo periodico analisi, testimonianze, interviste sulla vicenda dei cosiddetti ‘cervelli in fuga’. L’argomento, si sa, è buono per tutte le stagioni ed è parte integrante di un più ampio discorso sul declino del nostro paese. I declinisti, che sono tanti, troppi, ci vanno a nozze. Si prova sempre un certo piacere giornalistico a rivangare il terreno della crisi; e l’esodo di meningi da spremere è roba che tira. Ma perché il tema della malinconia migratoria riscuote tanto successo? Cosa innesca il meccanismo emotivo per cui al lettore o allo spettatore debba inevitabilmente scendere una lacrimuccia nazionalistica?

La retorica della fuga funziona essenzialmente per due ragioni: da una parte, rassicura sul fatto che il nostro paese è in grado di produrre intelligenze e che queste intelligenze sono assolutamente capaci di competere sul mercato internazionale; dall’altra, sviluppa il senso di colpa, la tristezza nazional-popolare per una perdita dal valore inestimabile e dunque garantisce una buona dose di autocommiserazione. E’ questo un mix che placa le preoccupazioni per il futuro e imbocca la coscienza della miseria. In una parola: vendibile.

Tuttavia il problema vero non sono né le rassicurazioni né le autocommiserazioni, che fanno parte del gioco sociopolitico e in qualche caso sono pure divertenti. Il problema risiede nella tartuferia della narrazione, nel desiderio più o meno cosciente di volersela dare a bere, quando non nell’ignoranza del fenomeno. Perché sotto la campana cervellotica della fuga c’è una sineddoche pubblicistica: si considera cioè una parte per il tutto. O meglio: si confonde una parte con il tutto. Ma qual è la parte e qual è il tutto?

E’ innegabile che molti ricercatori vadano all’estero ad esercitare la loro professione; ed è innegabile che spesso lo facciano perché in Italia non ci sono le oggettive condizioni per fare serenamente ricerca (serenamente soprattutto dal punto di vista economico). Tutto questo è una realtà. Come è una realtà il successo di molti imprenditori che hanno scelto di investire all’estero o quello di tanti manager che fanno carriera e guadagnano stipendi da capogiro. Generalmente, sono queste le storie propinate dalla stampa e dalla televisione: storie di gente che ce l’ha fatta e che sul suolo patrio non avrebbe mai potuto farcela.

Ma c’è un’altra parte di realtà, quantitativamente più consistente, anche se molto molto meno intrigante dal punto di vista giornalistico. Si tratta dell’esercito di giovani e meno giovani che prendono la valigia, talvolta piena di speranze, talvolta piena di disperazione, e se ne vanno all’estero per fare lavori certamente dignitosissimi ma infinitamente meno specializzati. Un esercito di camerieri, lavapiatti, centralinisti, bigliettai che hanno scelto di lavorare fuori dai confini nazionali, ognuno con le proprie motivazioni. Sono delusi o curiosi che ad un certo punto della vita – solitamente tra i 24 e i 30 anni – hanno sentito il bisogno di andare. E sono andati.

Ebbene, la retorica della fuga racconta anche di loro? Sì e no. Nel calderone delle fughe ci finisce ogni tipo di esperienza. Del resto, si lasciano spesso parlare i numeri; ed i numeri autorizzano – almeno dal punto di vista dell’informazione – a parlare di ‘esodo’. E, cifre alla mano, ci si sente autorizzati pure ad utilizzare sostantivi al plurale come ‘cervelli’ o ‘talenti’. Senza badare al fatto che avere due lauree e fare il cameriere non è esattamente adoperare il proprio talento. Senza considerare l’entità e la varietà del fenomeno.

Dei fallimenti e delle frustrazioni di coloro che, forse senza la valigia di cartone compagna di altre epoche, hanno abbandonato la nave non se ne occupa quasi nessuno. Probabilmente perché è più difficile spiegarsi le ragioni di un abbandono che, a conti fatti, non porta alcun beneficio professionale. Probabilmente perché alla retorica della fuga – questo mix di rassicurazione e autocommiserazione – è sufficiente una parte del fenomeno per esistere, per vivificare le immaginazioni di coloro che leggono o guardano.

E chissenefrega se la dispersione di mani e gambe e orecchie ha un impatto economico e sociale non trascurabile. Chissenefrega se quelle stesse mani, gambe e orecchie sarebbero servite a fare le stesse cose a due passi da casa; chissenefrega se nell’esercito dei partenti molti sono riservisti. Quello che conta è il cervello in fuga. Di quelli che partono e di quelli che restano.

L’Ucraina dopo Renzi pensoso

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Sono le 16:40 del 20 febbraio 2014. A Luca Mazzone e a me è venuta la curiosità di dare un’occhiata alle homepage di alcuni giornali sparpagliati in giro per il mondo e di incollarle in un’immagine, per così dire, sinottica.
Ebbene, scorretela tutta e arrivate in fondo: passi La Repubblica, ma per il Corriere della Sera la tragedia in Ucraina viene non soltanto dopo lo stop degli alfaniani, ma anche dopo Fazio che dice che palle (sic), Renzi solo e pensoso (sic al quadrato), Renzi che diventa un Caravaggio (sic al cubo), tre nomi per l’economia e Delrio.
Fatevi una domanda, datevi una risposta.

UPDATE: alle 17:30, l’Ucraina non è più preceduta da fazio che dice che palle, ma in compenso gli è passato davanti Berlusconi che dice che Renzi non è comunista. Fate un po’ voi.

giornali

Se telefonando…

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Della telefonata del finto Vendola a Barca si sta parlando in queste ore soprattutto del contenuto.

Trovo interessante che pochi si occupino del “contenitore” e, più precisamente, non ci si interroghi sull’atto di telefonare a qualcuno fingendosi un’altra persona al fine di carpire delle confidenze che – nella testa della “vittima” – dovrebbero rimanere private.

Ovviamente è lecito pensare che la tecnica sia del tutto accettabile fin quando la comunicazione politica in Italia manca di trasparenza e i giornalisti tendenzialmente si bevono qualunque risposta data dall’intervistato senza mai obiettare nulla, chieder conto, fare una seconda domanda per cercare di saggiare la veridicità e la coerenza della risposta o più semplicemente senza chiedere all’intervistato: “Scusi, ma perché mi sta supercazzolando così? Mi ritiene un totale demente? Che razza di risposta è questa?“.

Di fronte a tale mancanza di “aggressività” della classe giornalistica, le finte telefonate di Cruciani e Parenzo potrebbero svolgere comunque una funzione positiva di “smascheramento” del “Potere” (ammesso e non concesso che Barca e, prima, Onida siano potenti) e delle ipocrisie della “classe dirigente” .

Può essere. Però ho due osservazioni.

La prima. Se i giornalisti, nella media, sono loffi e non fanno il loro mestiere, magari il rimedio principale è mettersi a fare seriamente il giornalista, senza ricorrere a finte telefonate; non credo che Parenzo e Cruciani abbiano sondato questa strada a meno di non considerare come giornalismo aggressivo le interviste a La Zanzara, dove tendenzialmente si va a farsi prendere per il culo ma domande davvero scomode se ne ricevono poche.

La seconda. Ehm, tutti i commentatori politici e giornalistici che si stracciano le vesti per la sacralità delle comunicazioni private violata dalle intercettazioni giudiziali pubblicate sui giornali oggi che fanno? Scioperano? Sono in vacanza? No perché nessuno, oggi, li ha sentiti protestare.

Santé

La differenza tra noi e loro

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E vuoi che passi un giorno senza che i nostri aspiranti salvatori della patria non diano il loro contributo per sviare il dibattito pubblico? Oggi si vendicano di Daria Bignardi, colpevole di aver chiesto conto ad Alessandro Di Battista del padre fascista. Anzi, ex fascista, perché oggi vota M5S (no, non e’ una battuta, è davvero l’argomento usato da Rocco Casalino per convincerci che a Di Battista Sr. è passata). E come si vendicano? Chiedendole com’è aver sposato il figlio di un assassino. Daria Bignardi e’ infatti sposata con Luca Sofri, figlio di Adriano. Il capocomico Grillo fornisce pure un link alla puntata di La Storia Siamo Noi per sull’omicidio Calabresi, visto che molti elettori grillini si interessano di poltica da poco e potrebbero non sapere di che si parla.
Ora, a parte che giusto tra gli elettori M5S ci poteva stare qualcuno che non sa che la Bignardi è sposata con Sofri (si vede che non sono radical chic come noi), che probabilmente alla Bignardi dei trascorsi del suocero frega poco e che comunque Sofri ha scontato la sua pena. A parte tutto questo, a nessuno del M5S sfiora l’idea che Daria Bignardi non è stata eletta in Parlamento, non rappresenta nessuno e non vota nessuna legge?
Perché c’è una differenza fondamentale tra chi è eletto e chi no: chi è eletto ad una carica rappresenta molto più di sé stesso e deve rispettare il fatto che i cittadini possano anche essere interessati a cose che lui reputa non interessanti. Per esempio come si trovi con un padre “orgoglioso fascista”.  Il giornalista che fa le domande si rende interprete di questo interessamento e nel caso lo faccia male ci mette in gioco la sua reputazione. Per la cronaca, Di Battista aveva anche risposto bene, dissociandosi dalle idee del genitore camerata.
Il giorno in cui Daria Bignardi deciderà di fare politica, le domande su Adriano Sofri, Lotta Continua e simili saranno più che legittime. Fino a quel giorno, cari portavoce pentastellati, come in tutti i paesi seri, i giornalisti fanno le domande e voi rispondete.
P.S. Io ho un bisnonno mangiapreti, socialista e aizzatore di folle. So che non interesserà a nessuno, ma io ne vado tanto fiera.

Un tramonto così

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Ricevo da A.R., e volentieri pubblico.

Ormai le cazzate che spara Barbapapà sono tali e tante che nessuno riesce più a stargli dietro. Troppe. E arrivano da un signore per cui tutti hanno antica stima: Eugenio, il Fondatore. Uno gentile perfino in ascensore. Uno alle cui geniali intuizioni di tanti anni fa tutti debbono testata e stipendio. Uno a cui davvero tutti vogliono tutti bene – e continuerebbero a volergliene, se solo smettesse di fare danni.

Sì, fare danni. Perché l’imbarazzo cresce ogni giorno. Perché il patriarca sta rincoglionendo. E rovinando tutto. A partire dalla sua creatura. Repubblica. Ma più in generale, il gruppo Espresso. Con le sue esternazioni rovinose. Con i suoi errori da Alzheimer (santo dio, quello sulla canonizzazione di Ignazio di Loyola ha fatto venire la pelle d’oca a tutto Largo Fochetti). Con i suoi anatemi novecenteschi contro Internet, secondo lui “causa dell’ignoranza contemporanea”. Roba che per un gruppo che investe ogni giorno le sue speranze sui siti fa ridere. O piangere. La maggioranza piange.

Il caso Scalfari ormai è quello che tiene banco alle macchinette del caffè così come al bar aziendale.

Chi ha il coraggio di dirglielo, che è tempo di smetterla, di chiudere, di stare zitto come fece il grande Norberto Bobbio a fine vita, non fidandosi più della sua lucidità? Chi ha il coraggio di dirglielo che sta rovinando – nel finale – la sua lunga reputazione e soprattutto l’oggetto che aveva creato quarant’anni fa – Repubblica – con tutta la sua propensione al nuovo, e che oggi lui stesso riduce, ogni volta che parla, agli anatemi ortodossi di un Bernardo di Clairvaux? Chi ha la forza di avvicinarlo per dirgli “la prego Direttore, scriva libri ospiziali se proprio vuole, ma ogni volta che appare sugli stessi giornali che con la sua grande intelligenza tanti anni fa ha creato, gli dà un colpo mortale”?

Niente, non glielo dice nessuno. Chi per paura, chi per gratitudine, chi perché gli vuole ancora bene. Lo si lascia alle sue maledizioni da anzianissimo perduto nel gorgo di un presente che non capisce più, da tempo.

E i più cattivi arrivano a sperare che lasci questo mondo, purché la smetta di fare così tanti danni.

Non si meritava, davvero, un tramonto così.

Mr. Lerner, tear down that wall!

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Il “muro”, caro Gad, e’ il tuo blog.

Da poche altre parti, nella rete, si leggono cose superficiali, diffamatorie, denigratorie, da sconfitto rancoroso, come la’ sopra. Ok, il blog di Grillo.

Cosa scrive uno dei tuoi collaboratori, che non verra’ mai smentito?

“Sui social network circola questa foto con un’immagine della primo ministro britannica Margaret Thatcher, scomparsa nell’aprile di quest’anno, che dice “Niente sanzioni, Mandela è un terrorista”.

La foto sintetizza perfettamente le posizioni del Regno Unito e degli Stati Uniti dell’epoca, che negli anni ottanta erano i difensori del regime razzista dell’apartheid del Sudafrica”

No, tanta cialtroneria e’ rara. I giornali inglesi, alla morte di Maggie, hanno sentito il dovere di pubblicare intere paginate di debunking sulla merda che gente come i tuoi collaboratori hanno iniziato a riversare sulla rete. Scrive l’Independent:

“We have searched the record and spoken to one of her most recent biographers and can find no such comment. She did say, in answer to a question at a press conference at the 1987 Commonwealth Summit in Vancouver on reports that the ANC said they would target British firms: “This shows what a typical terrorist organisation it is.” Also, she did not, as frequently maintained, say: “Anyone who thinks the ANC is going to run the government in South Africa is living in cloud-cuckoo land.” This is a misquoting of her spokesman, Bernard Ingham, who, when asked if the ANC might overthrow the white South African regime by force, replied: “It is cloud-cuckoo land for anyone to believe that could be done.” There are plentiful records of Thatcher condemning apartheid; as far back as 1961 she was proposing a bill of rights for newly independent Commonwealth countries; and her government’s efforts in lobbying for Mandela’s release were crucial.”

Neanche i giornali di sinistra (inglesi) si azzardano a raccontare la storia nel modo ridicolo in cui la stampa stalinista, diffamatoria e violenta, disinforma e insulta l’intelligenza dei lettori in questo Paese disgraziato: si veda il Guardian, qui.

Ora, io non so piu’ che dire. Ho perso la pazienza con questa gente. Ma come si fa?

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P.S. prevengo i prossimi commenti dei soliti fenomeni, visto che gia’ sono comparsi:

1. Maggie si opponeva a sanzioni economiche. Questo le fa onore. Le sanzioni economiche si abbattono sugli strati piu’ svantaggiati della popolazione di cui si vuole colpire il governo, e ne rafforzano la dipendenza dallo stesso. In breve, rafforzano le dittature. Che poi e’ l’argomento che molti di voi gia’ usano (correttamente) contro l’embargo cubano. Il libero mercato e la diplomazia funzionano meglio delle guerre e delle sanzioni, non l’abbiamo gia’ detto quando le vittime erano Saddam, Castro, finanche Milosevic (quando era sbagliato) ?

2. L’African National Congress ERA una organizzazione (a) comunista di stampo stalinista e (b) violenta. L’ANC uccideva la gente. Progettava e metteva in atto attentati in cui perdevano la vita decine di innocenti. Sabotava imprese locali e stranieri. Dire che l’ANC era un’organizzazione terrorista era dire la verita’. Poi la legittimita’ della resistenza anche armata a un regime oppressivo e’ un argomento separato. Ma tecnicamente, nel discorso della Thatcher, non c’era niente di inappropriato ne’ di falso. L’ANC si comportava in Sudafrica come l’ANP in Palestina. Si puo’ supportare la loro causa senza occultare la verita’, ossia che Arafat e Mandela non erano esattamente due non violenti. Ghandi e Mandela non sono iscritti allo stesso club.

Violenza di genere.

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Mentre tra ieri e oggi, in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulla Donna, molti miei amici e conoscenti si producono in esercizi di anticonformismo molto witty e un po’ supponenti sulle iniziative intraprese per la medesima giornata, sull’articolo della Comencini su Repubblica (per la verità io l’ho letto e non ci ho capito molto) e sulla “retorica neofemminista” (ah beh!), si diffonde la notizia che lo scorso aprile, in Puglia, 10 – dicesi DIECI! – maledetti stronzi hanno assalito e stuprato in gruppo una ragazza di 14 anni.

I dieci stronzi in questione avevano saputo dal finto profilo FB aperto per uno scherzo coglione da una compagna della vittima, che questa sarebbe stata “disponibile a tutto”. Quindi hanno ben pensato di poterne approfittare violentando la ragazza collettivamente.

Ora, la legge sul femminicidio non avrebbe probabilmente salvato la ragazza. Gli articoli della Comencini, certo, nemmeno. Ma forse è anche ora di smettere di prendercela con queste cose come fossero loro la causa di orrori come quello in Puglia, perché non lo sono.

Forse un po’ di sana educazione sessuale volta a diffondere una cultura della sessualità aperta e non colpevolizzante avrebbero potuto molto di più.

Forse avrebbe potuto evitare che DIECI teste di cazzo criminali prendessero la notizia che una ragazza fosse più disinibita di altre come un’autorizzazione in bianco alla scopata collettiva (“che tanto le piace…”; non mi venite a dire, amici dotati di pistolino, che voi non avete sentito dire centinaia di volte “tanto le piace” in qualunque contesto; beh, forse è ore di iniziare a provare a obiettare che se a una ragazza “piace” forse non è che “le piaccia” a tutte le condizioni e in tutti i contesti; non basta pensarlo ma diciamolo anche, perdio!).

Dobbiamo riflettere sulla nostra “cultura” sessuale. Perché se non uno, due ma DIECI persone di cui diverse ultraventenni si sentano autorizzate a stuprare in gruppo una ragazzina questo è un fottutissimo problema culturale. E la sanzione penale da sola non basta. Anzi, serve a lavarcene le mani archiviando la questione come semplice “ordine pubblico”.

Mi piacerebbe solo che – al posto di discettare di quanto troviamo idioti gli articoli della Comencini, le proposte di legge sul femminicidio e gli altri bersagli tipici di questo anticonformismo da salotto  (mi ci metto in mezzo) – magari iniziassimo a discutere di come ridurre al minimo la possibilità che episodi del genere si ripetano. Magari per una volta la si smette di abbaiare al dito, per quanto brutto esso sia, che indica la luna. Santé

La Cancellieri e Ferrara

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Il nostro Giuliano Ferrara oggi ha pubblicato un articolo sul Foglio nel quale, con la consueta morigeratezza di tono, prende posizione a favore del ministro Cancellieri, la quale – mentre scrivo – non si è ancora dimessa.

Qui sotto trovate l’articolo di Giulianone nostro (in corsivo), inframezzato da considerazioni sparse.

Uno dice, approfittiamone. Berlusconi si è preso sette anni di galera e cinque (ora due) di interdizione dai pubblici uffici per aver fatto, lui ricco e famoso, una telefonata gentile a un funzionario della Questura di Milano che aveva preso in affidamento una ragazza del suo entourage di ospiti, dopo una rissa e una denuncia, e forse avrebbe dovuto girarla a una comunità, cosa che se possibile, disse Berlusconi, è meglio evitare. E ha chiesto a una sua consigliera regionale di andarla a prendere. 

Bella questa, si parte subito forti! “Uno dice, approfittiamone“, perché Giuliano, si sa, mica dirige un giornale: dirige un foglio di servizio rispetto ai bisogni giornalieri del Capo, e quindi la tentazione è quella di approfittarne ma lui, stoico, desiste: non ne approfitta. Ed infatti equiparare una vicenda politicamente ed eticamente inaccettabile come la telefonata della Cancellieri, agli affari del suo Capo – condannato a sette anni in primo grado per aver esercitato pressioni penalmente rilevanti, affinché venisse rilasciata una prostituta minorenne che frequentava casa sua – non è approfittarsi della situazione: per carità. Sarà stata ben contenta, Nonna Pina Cancellieri di essere equiparata al nostro Silvione? Chi lo sa: meglio non chiederglielo, nel dubbio.

Insomma, il ricco ha dato una mano a una poveracrista che ora è sposata con prole e non è passata per la comunità, e lo ha fatto in modo spericolato, generoso e romanzesco, con la glossa immortale della nipote di Mubarak. 

Dunque il ricco: la circostanza che fosse anche Presidente del Consiglio, per carità meglio non ricordarla, a qualcuno potrebbe venire in mente che chi ha compiti istituzionali dovrebbe comportarsi in maniera eticamente irreprensibile, ma questa mia opinione, si sa, in Italia è da bollare come un’inaccettabile deriva giustizialista e manettara, quindi non portiamola oltre! Il ricco telefona e sottrae la minorenne alla comunità, facendola affidare a Nicole Minetti, nota psicoterapeuta dell’infanzia.

Non essere passata dalla comunità ha fatto benone alla ottima Ruby, la quale – con rapporto di causa-effetto, pare, a leggere l’articolo – non essendo passata dalla Comunità, è ora sposata con prole (quindi, che vuoi di più: un po’ di retorica sulla giovane ex scapestrata ed ora sposata e madre di figli dati alla Patria, ci voleva proprio. Del resto, il suo Capo ce l’ha insegnato parlando di Eluana: lo scopo della vita della donna è fare figli, quindi ora la nostra Ruby se la cava benone).

Una minima considerazione la merita “glossa immortale“: in italiano, quello vero, non nel linguaggio da cortigiano, si direbbe “panzana bestiale”, “immane palla”, “bugia colossale”. Cosa ci sia di “spericolato, generoso e romanzesco” nella telefonata di un ricco signore che rimane a casa col culo al caldo, mandando una sua famiglia a riprendere un membro della sua corte dei miracoli finita dentro, per evitare che parli, convinto di rimanere come sempre impunito a causa del suo potere, è mistero destinato a rimanere insoluto.

Ora la Anna Maria Cancellieri è intervenuta da ministro della Giustizia a favore di una amica ricca che soffriva in detenzione preventiva, con l’aggravante che il figlio del ministro aveva lavorato con profitto professionale e personale per la ditta di lei. E’ incastrata, fuoco a volontà e rovesciamento della responsabilità morale. Certi censori di Berlusconi se lo meriterebbero.

Ecco appunto, Giuliano: in qualunque paese del mondo, sicuramente in quelli democratici, a cui noi non apparteniamo, ma anche in molte repubbliche delle banane, categoria alla quale la classe dirigente di cui tu fai parte da 50 anni ci ha fatto meritoriamente arrivare, la Cancellieri si sarebbe dimessa, perché il suo comportamento, da Ministro della Giustizia, è inaccettabile. Punto. Stop. Ogni altra considerazione è superflua.

La Cancellieri “è incastrata, fuoco a volontà e rovesciamento della responsabilità morale. Certi censori di Berlusconi se lo meriterebbero.”

Bella questa parte! Per chi non lo avesse capito, Giuliano ci dice che certi censori di Berlusconi meriterebbero questo ed altro: a chi si rivolge? Probabilmente alla stessa Nonna Pina, che aveva cautamente escluso che amnistia e indulto potessero riguardare il Capo. E allora, Cancellieri, donna avvisata… Noi ti difendiamo ma tu regolati meglio nel futuro!

Manco per sogno. La Cancellieri era amica di famiglia da quarant’anni dei Ligresti, e loro vicina di casa. Il figlio è un manager finanziario che abita a Milano e ha lavorato per loro. Lei ha fatto, con il bollo e la guarentigia della procura generale di Torino, competente, un intervento allo scopo di scongiurare il peggio.

La procura generale di Torino, che non è competente perché la telefonata viene da Roma, caro Giulianone, sarebbe Gian Carlo Caselli. Addirittura Caselli avrebbe messo bollo e guarentigia: è unico depositario della verità sulla vicenda, capace di garantire lui per la Cancellieri.

Strano, perché mi pare che l’ultima volta che Ferrara avesse parlato di Caselli lo avesse definito, uhmm, vediamo un po’… Ah! Ecco: una delle “persone che hanno tradito l’opinione pubblica e il diritto per imperizia professionale e corrività con le tesi accusatorie dei giudici contro il generale Mori” e addirittura uno dei “firmatari della menzogna“.

L’unica notizia che ricaviamo dall’articolo di Ferrara è  quindi la sua incondizionata rivalutazione di Caselli. Mi sembra ottimo, ce ne ricorderemo la prossima volta che si sentirà pestato il callo dal lavoro di Caselli e gli urlerà contro le peggio cose, come solo lui sa fare.

Ne ha fatti molti altri per carcerati sconosciuti in difficoltà di salute nell’ambito della carcerazione preventiva. E’ favorevole pubblicamente all’amnistia contro l’inferno delle carceri, e da tempi non sospetti.

Ah si? E quando? Abbiamo dei nomi? Ci sono delle prove? Te lo ha detto Gian Carlo Caselli?

Ora, anche fosse, essere favorevole all’amnistia non dà diritto al Ministro della Giustizia di telefonare per far migliorare la situazione carceraria di un singolo, specifico, detenuto, caro Ferrara: l’amnistia è un provvedimento di legge generale ed astratto, la telefonata è un favoritismo inaccettabile.

E’ persona seria e umana. Ha fatto bene. Punto e basta. E chi dice il contrario è un orrendo fariseo, un ipocrita, un sepolcro imbiancato. Giù le mani dalla Cancellieri.

Bene, Giuliano, quando insulti e tiri fuori farisei e sepolcri imbiancati sappiamo che sei all’ultima spiaggia e hai torto per definizione, ti mancano gli argomenti e sbraiti. Meglio non dare peso alle tue affermazioni ma rivolgere un appello direttamente al Ministro.

Caro Ministro, se ci fosse bisogno di una prova che il suo comportamento è inaccettabile e, oltretutto, si presta ad essere strumentalizzato per giustificare atti illeciti altrui, la prova ce la dà l’articolo di Giuliano Ferrara che l’ha subito paragonata al suo Capo. Lei oggi ha ricevuto l’endorsement di Ferrara: una batosta tremenda: è riuscito a rovinare chiunque dei suoi “endorsati”. Per questo bisogna esserle solidali. Ma per tutto il resto no: ci dimostri di essere un po’ diversa dagli altri e si dimetta. Si dimetta. Santé

 

Dategliela e facciamola finita

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Settimane a scassarci i coglioni con lo stipendio di Fazio, quello di Crozza, le tirate di Brunetta, e una storia che ricordiamo per le assunzioni di questo e quello, le remunerazioni dei dirigenti, la lottizzazione, il “panino” del TG, Minzolini, Rai Tre che in campagna elettorale e’ una macchina della propaganda per il PD peggio di Rete4 per Berlusconi (pure le serie tv vengono scelte secondo la “linea”), le fiction dove vengono piazzate le bocchinare dei potenti di turno, il canone che di fatto e’ una tassa per finanziare una tv commerciale, etc.

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Teniamo la RAI solo perche’ serve a loro. Non c’e’ altra ragione.

Una tv di “servizio pubblico” non ci sara’ mai, e chi lo dice e’ cretino o in malafede: prima della palingenesi necessaria ad avere una BBC che non sia un parcheggio di trombati unito a un servizio di propaganda partitocratica arriverebbe comunque l’evoluzione tecnologica.

E allora, per carita’, se Ben Ammar la vuole, sia socio di Bill Gates, di Berlusconi o finanche di Satana in persona: dategliela, il prima possibile. Anche gratis. E vedrete che in una RAI privata si cancella la settima serie tv ambientata a Napule, non “Sostiene Bollani” – tra le altre cose perche’ fanno lo stesso numero di spettatori ma i secondi sono consumatori di fascia alta.

Non fatevi prendere per il culo, prendeteli a calci in culo. E dategliela, questa RAI, per carita’.

 

…e allora le foibe?

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Parliamone con ironia, di questo Parlamento incapace di decidere alcunche’, che nel dubbio cerca il consenso delle menti deboli restringendo liberta’ di cui – apparentemente – si puo’ fare a meno in questo momento.

Non ha davvero senso ripetersi, non si puo’ parlare meglio del “reato di negazionismo” meglio di come ha fatto l’unione delle camere penali italiane.

Tuttavia, per invitarvi a riflettere, provero’ a stilare una breve lista dei reati di opinione (di questo si tratta) che un me stesso dimentico dei principi liberali potrebbe distrattamente introdurre, in un momento di scarsa coerenza e molto fastidio, qualora fossi signore incontrastato del mondo – o anche solo del nostro disgraziato Paese.

 

Catturahhh

1. Le teorie complottarde del Bilderberg e compagnia.

2. Le proposte “monetariste” a la Barnard (spesso 1 e 2 vanno insieme, ma non sempre: meglio colpire entrambi).

3. Gli interventi anti-sperimentazione animale, e l’idea stessa che sperimentazione animale e vivisezione coincidano.

4. L’idea che si possa realizzare una carbonara senza possedere pecorino e guanciale. Aggravante di sei anni per lo sguardo stolido che accompagna la parola “parmigiano”.

5. L’utilizzo della parola “neoliberismo”.

6. Gli editoriali di Sapelli e tutti quelli che, in generale, masticano opinioni simili.

7. L’utilizzo di espressioni meno che adoranti per qualsiasi prodotto progressive italiano o inglese nel periodo compreso tra il 1969 e il 1974.

8. L’espressione “le quote rosa non funzioneranno, ma in questo momento servono altrimenti…”

9. La difesa di un’idea stupida in quanto qualcuno l’ha pensata anche in un altro Paese

10. Il riferimento al fatto che girano troppi soldi nel calcio

Ne ho dette dieci, potrei dirne decine ancora. Capirete che le mie preferenze, le vostre preferenze, quelle del Parlamento, non stanno su un piano diverso di legittimita’. Se per caso potessi clonarmi 10 milioni di volte, avrei abbastanza voti per far passare queste proposte, basandomi su un piano di legittimita’ assolutamente analogo a quello della legge sul negazionismo.

Giudicate voi se questa strada porta a un mondo in cui avete voglia di vivere, o no. Io una risposta ce l’ho – e magari tra qualche anno sara’ pure illegale.

 

 

Giornalisti alle vongole

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Splendido spunto di riflessione del mio giornalista-tipo preferito. Ossia colui il quale per mestiere dovrebbe informare, dei fatti o di opinioni aderenti ai fatti, e invece informa i fatti della sua ideologia distorta. Inquinando il lettore, che spesso non legge molto altro, e poi magari viene qui a commentare le stesse stupidaggini trite e ritrite.

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Evitiamo le premesse su Telecom e sui politici italiani in lacrime per la perdita di un asset strategico (trad. “un posto dove potevamo mettere amici, parenti, colleghi trombati”) che nel caso di Telecom serviva anche a intercettare i nemici, e concentriamoci sulla stupidata del giorno. Scrive Gillioli:

“Ma se questa storia di Telecom  fornisse invece a tutti un bello spunto di riflessione su quello che sanno e quello che non sanno fare i grandi imprenditori e capitalisti italiani?

No, perché è da quando sono nato che li sento lamentarsi nei convegni e sui giornali – la burocrazia, le tasse,  i sindacati, i ‘lacci e laccioli’ etc – ma mai una volta che li ho sentiti fare un po’ d’autocritica sulle loro pratiche individuali e collettive, sulle posizioni di rendita di cui hanno goduto, sui loro intrecci con le banche e con la politica, sui loro investimenti sbilenchi e sul loro stare spesso al limite della legge.”

Insomma, per Gillioli gli alfieri del libero mercato sono i crony capitalists, il malaffare del sottobosco legato a doppio filo alla politica, i furbetti del quartierino e i capitani coraggiosi amici del giro di D”Alema, i vecchi amici di La Russa, e infine il cialtrone che vivendo solo di concessioni pubbliche, edilizia ed editoria sussidiata ha stuprato il termine “liberale” governando per parecchi anni e spendendo come un pazzo i soldi nostri per comprarsi i voti?

Ma allora e” giusto arginarlo, questo dannato libero mercato, dando ancora piu” potere ai D”Alema, ai La Russa, ai Crosetto, magari rinazionalizzando Telecom e Alitalia, cosi”. oh, wait.

Neanche se ne accorgono.

 

 

P.S. pare che molti commentatori non si siano accorti che cerco di evidenziare un problema nel ragionamento di Gilioli, ossia che il Nostro si dimentica di chiudere il cerchio. Tratta il problema della pessima classe dirigente economica italiana come una cosa separata, come se non dipendesse dall”ambiente economico-politico (che a sua volta e” influenzato dalla qualita” della classe dirigente sia in ambito politico che economico). Insomma, il piu” classico dei problemi di endogeneita” http://en.wikipedia.org/wiki/Endogeneity_(economics)

Gaber non doveva rettificare

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Pare che abbiamo tutti frainteso il povero prof. Rodota’. Invito al seguente, gustoso paragone.

Giorgio Gaber:

“Voi mi direte perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale?
(…)
Io come Dio, non è che non ne ho voglia,

io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili,
ma come uomo come sono e fui ho parlato di noi, comuni mortali,
quegli altri non li capisco,mi spavento, non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere

lo stupido pietismo per il carabiniere,
di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente.


(…)

Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento,
ma di fronte al terrorismo o a chi si uccide
c’è solo lo sgomento.”

Stefano Rodota’:

Atti come la lettera delle nuove Brigate Rosse, in cui si auspica che il movimento no Tav ‘faccia uno scatto politico – organizzativo’, sono deprecabili, ma comprensibili e non devono contribuire a derubricare la realizzazione dell’opera a una mera questione di ordine pubblico

Spot the differences.

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La TAV del SIM e il prrrt

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Quindi c’era chi voleva che venisse eletto un Presidente della Repubblica come Ro-do-ta’ per il suo grande standing internazionale.

Nel frattempo Ro-do-ta’, col vento in poppa e due saluti a Ciwati, Peppecrillo e Micheleserra, va ai forum dell’acqua pubblica (gente che dopo aver vinto un referendum sull’abolizione della gravita’ organizzerebbe convegni sulla sua scandalosa inattuazione, come di fatto succede), e dichiara che la lettera delle BR – in cui si auspica un “salto organizzativo”, id est il passaggio agli omicidi – e’ deprecabile ma comprensibile.

Solo io trovo la sinistra italiana non solo deprecabile, ma nemmeno comprensibile?

 

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Abbiate un po’ di Bergoglio

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Dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano, dacci oggi la nostra telefonata quotidiana, dacci oggi la nostra stretta di mano, il nostro bacio, la nostra parola di speranza, i nostri sorrisi umili e casti quotidiani. Il Papa, la carta stampata, il giornalismo laico “de sinistra”: una storia d’amore senza precedenti, un afflato terzomondeggiante, cattolicheggiante, giornalisticheggiante. Basta. Basta con le telefonate alle casalinghe di Voghera sbattute in prima pagina. Hanno da preparare il ragù, che è un patrimonio dell’umanità, specie con le pappardelle. Basta chiamate improvvise agli studenti veneti o sardi o piemontesi. Hanno da studiare la geografia, ché non sanno manco se Matera è in Basilicata oppure in Molise. Basta al grande miracolo del darsi telefonicamente e pauperisticamente del tu. Giornalisti, italiani, amici, parenti abbiate uno scatto d’orgoglio laico, laichino, laichetto (orgoglio, non ho detto Bergoglio, non vi eccitate). Basta papeggiarsi con la punta delle dita, basta genuflessioni atee, tastierizzazioni spirituali. Ah, gli atei, che belle creature: sempre a parlare di Dio e dei suoi portavoce. E Begoglio il povero e Bergoglio l’innovatore e Bergoglio facciasimpatica.  Basta, sul serio. Parliamo di calcio, piuttosto. Della difesa dell’Inter, del centrocampo del Milan, del nuovo grosso centravanti della Fiorentina, Mario Gomez. Che c’ha il cognome argentineggiante ma è tedesco, giuro. Cosa dite? Come l’altro Papa, quello che s’è dimesso per il bene della Chiesa? No, va be’, ci rinuncio. Amen.

 

Il partito del mostro di Firenze

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Fatemi capire: se per ipotesi il mostro di Firenze avesse “aderito” (questa è la parola usata nell’articolo, e questo risulta dalla Biografia di Breivik) al PCI, o alla DC, o ai Repubblicani, ciò avrebbe autorizzato i giornali a scrivere un titolo con su scritto che in Italia c’era stato un “voto shock” perché “il partito DEL mostro di Firenze” andava al governo?
Voglio dire: il fatto che in un partito militi attivamente un terrorista trasforma automaticamente quel partito in una massa di analoghi terroristi, o peggio in un “humus” nel quale i terroristi crescono, prosperano e si determinano a compiere le proprie gesta?
Perché è questo che quel titolo, al di là della forma che a regola di bazzica potrebbe anche essere reputata ineccepibile, suggerisce. E’ questo che evoca, specie per quelli (e sono tanti) che danno una scorsa veloce e non leggono l’articolo: in Norvegia val al governo il partito DI un pazzo assassino. Il quale, tra l’altro, osserva dalla sua cella con un “ghigno”. Va da sé che la cosa, tanto per cambiare, è uno “shock”.
Dite la verità: se foste uno del Partito del Progresso norvegese, che come tanti altri porta avanti le sue idee (condivisibili o no) senza avere mai saputo neanche com’è fatta una pistola, non avreste qualcosina da ridire?

Jovanotti, il guru di cui non c’era bisogno…

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L’intervista che Jovanotti ha dato a Gramellini per “la Stampa”, sabato scorso, è già scomparsa dai radar, del resto meritatamente.

Il problema però, è che non è scomparsa per motivi “naturali”, e cioè “chissenefrega di quello che pensa Jovanotti”. Sabato scorso era stata accolta con entusiasmo da tutto un sacco di gente che si apprestava – nei giorni a seguire – a menarcela violentemente sui contenuti dell’intervista, che se guardiamo le prime reazioni, avrebbero dovuto non si sa come ispirare i contenuti della politica della sinistra nei prossimi anni, se non secoli.

Già in molti si preparavano a spiegarci come la sinistra debba scrollarsi di dosso la puzza sotto al naso e comprendere come il pensiero di Jovanotti è un pensiero vincente ma anche un pensiero a contatto con “LllaGggenteComune”, prova ne sia il fatto che il pubblico va pazzo di lui! Tutti lo adorano! È un vero fenomeno popolare.

L’intervista, infatti, è uscita un paio di giorni prima della trasmissione di pezzi della tournée dei concerti estivi di Jovanotti. Alla luce del preventivato, incontenibile successo di share della trasmissione, pertanto, i nostri si preparavano ad assillarci, rimproverando alla sinistra tutta il suo inevitabile distacco dal popolo e di ignorare un tale Maestro del rapporto col popolo stesso, cioè Jovanotti.

L’intervista è scomparsa dai radar e nessuno ne parla più per il semplice motivo che la trasmissione ha fatto un flop formato gigante: il 13% di share contro un preventivato 26%. Per intenderci: strabattuta dalla fiction della Ferilli su Canale 5, non dalla finale dei mondiali.

Non per questo abbiamo deciso di interrompere il nostro raffinato lavoro di esegesi dell’intervista del nostro Lorenzone nazionale, che ora trovate qui sotto. È stato eseguito a due mani dall’autore abituale di questo blog e da una sua cara amica nonché musa ispiratrice della cattiveria artistica, che chiameremo la Piccola Vendetta Lombarda.

Ci siamo divisi i pezzi di intervista e ne è venuto fuori un commento abbastanza lungo perché la carne al fuoco – nonostante l’inconsistenza dell’intervista – era tanta: crediamo però che nonostante la lunghezza sia del tutto digeribile.

Partiamo da una considerazione: l’attuale problema della sinistra, e della destra, e di chi legge il giornale in genere, è scambiare un cantastorie per un maître à penser. Jovanotti è solo un “Mast e’ Fest”, espressione che i campani capiscono appieno, ma gli altri forse no. Espressione il cui significato però, come spesso l’intraducibile lessico partenopeo, si lascia intuire.

Non è nemmeno un Mast’ e’ fest dei migliori, ma si, sa fare festa, sa far ballare, sa far divertire. In piccole cose, abbastanza insignificanti se la prospettiva è l’evoluzione della vita sulla terra, è molto bravo. In piccole cose che a volte hanno molto senso, anche, come i viaggi in macchina in cui si canta e si balla sulle tracce di un suo cd. Ma basta.

Come analista politico, si può affermare abbastanza nettamente che è del tutto improbabile. Ma siamo ingenerosi, lui non è un analista politico, anche se si corre il rischio che ci si senta, se si continua a trattarlo come tale.

Il problema della sinistra, che ha bisogno di guru, invece che di leader, di superficialità invece che di autorevolezza, di plastica invece che di vita vera, che parte dagli scritti corsari di Pasolini per arrivare all’ombelico del mondo di Jovanotti, resta sempre lo stesso: ha dimenticato la sua vocazione popolare, ma vuole essere pop.

Chi è il tuo pubblico, Lorenzo? 

«Ho iniziato venticinque anni fa con i bambini. Uscivano da Cristina D’Avena e incontravano me. Ma alla fine il tuo pubblico sei sempre tu».

Eccole già bell’e pronte, le tracce dell’intera intervista: lo spettro dell’infantilismo, che non lo ha mai veramente abbandonato, dopo essere stato una specie di sequel di BimBumBamper quelli della nostra età, e quello, sanguinario, dell’autoreferenzialità.

Che però, vivaddio, vedremo colorarsi di vivaci toni mitomani.

E tu che pubblico sei?  

«Un pazzo. A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi».  

Iniziamo proprio da questa perla di cerchiobottismo, cui ne seguiranno molte altre. “A me piacciono sia Moretti che Sordi” è quasi da antologia. È una citazione dotta da Veltroni-Crozza che diceva: “Siamo per la cultura, ma anche per l’ignoranza, crassa, perché va rispettato anche Bombolo”.

Perché oggi come oggi, non si può dire che Sordi non ti piace, specie se per contratto sei obbligato a dire che ti piace Moretti, altrimenti – apriti cielo! – sei un radical-chic! Anche se campi con contratti precari, eh? Anche se guadagni 600 euro al mese, se non ti piacciono Sordi, i Vanzina, Moccia, sei un radical-chic. E noi dobbiamo vendere dischi, mica possiamo passare per radical-chic!

Ti piace proprio tutto.  

«Tutto quello che luccica, che ha una vibrazione. Non ho sovrastrutture ideologiche. Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Nella mia testa di bambino non esistevano pregiudizi. Ecco, se guardo queste facce, il mio pubblico è un po’ così». 

E andiamo col cerchiobottismo! Nella testa del Jovanotti-bambino, moto dei comunisti e scarpe dei fasci pari sono. Poi però il Nostro è cresciuto e forse un po’ di distinzioni tra gli uni e gli altri avrebbe senso farle. Ne avrebbe certo l’occasione ma se ne guarda bene: il suo pubblico, si sa, è un po’ cosi…

I cinici dicono che la tua è una donna angelicata.

 

«La canzone realistica mi mette in imbarazzo. La tua donna avrà anche dei difetti, ma se le scrivi una canzone, non glieli metti. È la lezione del Dolce Stil Novo».

Tu hai mai detto a tua moglie quelle frasi meravigliose? 

«Certe cose alla tua donna non le dici. Gliele canti. Era già così nel Cantico dei Cantici».

Il Dolce Stil Novo, si, mi pareva in effetti! E il Cantico dei Cantici, naturalmente. Perché è questo il bello, il suo vero istinto da Elemento Superiore, stipare nella stessa intervista tutta la cultura occidentale, insieme a qualche morso di quella orientale, e antartica, e meridiana, e anche iperuranica: dal Deuteronomio al Darwinismo, dai mistici Cristiani a Gurdjieff, scarpe e motocicletta, ma senza la grazia dello Zen!

Il Papa, Renzi, Berlusconi, le piante parassite, il big bang. Nella sublime denigrazione del personaggio, strenuamente perseguita da malvestite.net, la sua Poetica (a livello di Cavalcanti, per dire) è definita “da Lista Della Spesa”, giustapposizione bislacca di oggetti, cose, sensazioni, la cui unica relazione reciproca è non avere uno straccio di relazione reciproca. Per esempio: bella come una mattina, la foto sul passaporto di un bambino, un tondo, il mondo, l’acqua cristallina, le tasche piene di sassi, altro che Lady Gaga, altro che oceani.

Non è superfluo ricordare che, alla fine,  per Jovanotti, la più alta proiezione politica di tanta ideologia è l’idea di “un Baricco” ministro della cultura.

Ma secondo me nelle canzoni funziona, è un po’ furbetta come tecnica per essere scambiata per Creazione Artistica, ma funziona, è evocativa. Le persone hanno bisogno di liste della spesa, anche nel supermercato dell’emotività, facilitano le cose, non ti fanno dimenticare quello che ti serve, ti guidano nelle corsie dallo scaffale delle dolcezze, ai rigori del banco frigo.

Vendersi come guru della modernità però,  con un bagaglio culturale fatto solo di liste della spesa, la trovo un po’ audace come cosa. E in ogni caso allora conosco dei pensionati in atrofia corticale che le compongono meglio, quelle liste.

 Come inizia un concerto?  

«Sono in piedi nel retropalco, dietro un velo nero. In cuffia contano da 1 a 4. Al 2 mi muovo in avanti, al 4 sono sul palco e non ho tempo di emozionarmi: ho delle cose da fare, come un pilota d’aereo. Altrimenti la sensazione di quella folla è talmente bella che andrei fuori controllo: mi spoglierei nudo, tirerei dei petardi. Poi osservo il panorama. Cerco di guardare le facce. E quando saluto l’ultima fila, guardo veramente l’ultima fila». 

Si prosegue con questa immagine di misericordia: l’infinita pietas di Lorenzo si spinge addirittura a fargli guardare gli sfigati in ultima fila! Insomma, il Mahatma Gandhi je fa ‘na pippa!

 

Ce la possiamo davvero fare?  

 

«Sise diventiamo meno conservatori, se evidenziamo le cose belle che ci succedono, se ci reinventiamo. Il mio spettacolo racconta la storia di un ragazzo che nasce nell’Italia semplice delle famiglie di sei persone con un solo stipendio. Uno che ha un desiderio forte, che cade e si rialza  che è la sua storia, una storia vera. Per farcela non devi per forza diventare un cantante famoso. Ma devi crederci, senza farti condizionare.

 

Ora, si, siamo tutti ammericani, siamo tutti Veltroni, yes we can. E’ un bel tema questo. Esiste il sogno americano? Davvero “basta crederci” nella vita? Ha senso trasportarlo in questa provincia decaduta?

 

Come sempre il punto oscuro è l’integralismo del Jovanotto. Perchè è innegabile che il fatalismo sia tossico, il pessimismo la costellazione di cieli neri senza uscita, che le storie individuali sono cronache di cadute e ferite e anche sorrisi di passi buoni, in cicli imprevedibili in cui a volte c’è il lieto fine ma a volte anche no. Che “la vita è fight”, come ripete caparbia mia zia, emigrata a New York sessanta anni fa, senza soldi, senza una buona istruzione, senza abbastanza pezzi di biancheria intima.

 

Lorenzo però ne fa una questione personale, individuale, come nella storiella liberale del sogno americano (criticando ovviamente l’individualismo, perché è bello tutto, ma a patto che ci sia anche il contrario di tutto). L’antagonismo politico, quello sociale, quello economico, organizzato o spontaneo, ma consapevole e collettivo e generale e solidale, non c’è. Non c’è la prospettiva, non c’è la comprensione. Non c’è il “radicalismo”, che dovrebbe essere corredo genetico della Sinistra, almeno nel senso di “raggiungere la radice delle cose, e così, la loro comprensione”, radicalismo come esatto contrario dell’estremismo, e suo superamento. Capire, l’unico vero faticoso imperativo. Capire perché, nella vita non sempre basta crederci. Perché certi cadono di più, e per certi rialzarsi è meno facile, o perché certi non vogliono nemmeno.  Come per esempio sarebbe meglio cercare di “capire” la complessità dell’Africa postcoloniale e insanguinata invece di leggere le raffinate banalità di Veltroni sull’Africa.

Il più grande spettacolo dopo il big bang è sempre Renzi?  

«Porco cane, se avessimo avuto la forza di mettere un uomo di 38 anni, avrebbe potuto trasformare lo scenario. Il nodo della storia italiana recente sono state le Primarie del Pd. Scegliendo Bersani gli elettori hanno difeso un investimento emotivo fatto nella prima parte della loro vita. Fai fatica a rinunciarci, a pensare che devi parlare con il nuovo che non capisci».  

“Se avessimo avuto la forza di mettere Renzi”: ma l’occasione c’è stata, alle Primarie, e Renzi ha perso. Gli elettori avranno forse difeso un investimento emotivo ma lui non li ha convinti. E non è che non godesse di buona stampa. Un minimo di riflessione sul perché Renzi abbia pesantemente perso le primarie è proprio fuori discussione? No, perché dare per scontato che candidando Renzi il PD sia destinato a raddoppiare i propri voti, attirando i voti della destra e trattenendo quelli del suo bacino storico potrebbe rivelarsi un azzardo, per quanto il Corriere e il Foglio – che ci azzeccano sempre con le analisi politiche, eh?, basti pensare all’endorsement di Mieli a Prodi o alla lista “No aborto” di Ferrara – diano per scontato il contrario.

Renzi è andato ad «Amici».  

«E ha fatto bene. Però ha fatto un discorso debole. Doveva trasmettere ai ragazzi una visione di cambiamento. Lui ce l’ha». 

Gli elettori del Pd l’hanno bocciata.  

«Ne hanno avuto paura. Paura di una sinistra a vocazione maggioritaria che sappia mettersi in casa anche gente che non è della sua tribù. Gente che porta scarpe che non ti piacciono, che ascolta musica che tu non hai ascoltato mai».  

Un militante ti potrebbe dire: perché devo mettermi in casa un fan di «Amici»?  (Commento alla domanda: anche un non militante, eh?)

«Perché lui cambierà un po’ te, ma tu cambierai un po’ lui».  

Questa è la summa del pensiero politico Jovanottian-veltronian-renziano: se vai ad Amici col giubbotto di pelle sei simpatico e la gente poi ti vota. Inutile mettersi a disprezzare gente che porta scarpe diverse dalle tue o ascolta musica diversa. Inoltre, pensate, se ci mettiamo in casa un fan di Amici potremo cambiarlo.

Ora, ci pare di ricordare che – seguendo questa aurea scuola di pensiero – nel 1999 D’Alema sia andato a fare il risotto da Vespa e, sempre da Vespa, Bersani nel 2013 sia andato a commuoversi vedendo i propri genitori: i risultati sono stati quelli che sappiamo. È possibile fare anche un solo esempio di leader progressista europeo che vada a fare queste minchiate in TV? Non sarebbe il caso di rifletterci un attimo?

Quanto al resto, visto che il Nostro banalizza, banalizziamo anche noi: è mai venuto in mente a qualcuno che potrebbero essere gli altri a disprezzare le nostre scarpe e la nostra musica? Ad esempio, da piccolo a casa mia non avevamo tanti soldi. A me è capitato spesso di ricevere sguardi di sussiego perché le mie scarpe non erano firmate, i miei vestiti poco costosi. E a farlo, guarda caso, non era gente che passava i pomeriggi a guardare Truffaut ma spettatori affezionati di Non è la raiBevery Hills e amenità similari (ex spettatori di BimBumBam per intenderci, e – probabilmente – attuali fan del nostro Lorenzone).

Forse, una volta tanto, potremmo provare a pensare che spesso con gli elettori di centrodestra è difficile parlare perché se non reazionari o del tutto fascisti, si tratta di persone classiste che disprezzano tutto quello che la sinistra rappresenta? O dobbiamo farci imprigionare per il resto dei secoli nelle beate convinzioni –  da film di Virzì (altro grande fan del Jova) – che la sinistra odia il popolo mentre la destra lo capisce e lo ama?

Eppure, chi è il leader politico che critica la sinistra perché storicamente vuole usare la tassazione per ridistribuire il reddito?

Ciò che propongono (i signori della sinistra) è di rendereuguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio” . A chi pensiamo che si rivolga, Berlusconi, quando si scandalizza perché la sinistra vuole dare eguali opportunità a figli di operai e di professionisti? Ai radical-chic o al suo elettore medio che di vera eguaglianza di opportunità non vuole nemmeno sentire parlare?

Ora, questo è il punto: è possibile cambiare questa mentalità mettendosi un giubbino di pelle? O non è il caso di ammettere che dialogare con l’elettorato berlusconiano è solo la scusa per capitolare alla funzione essenziale della sinistra che è quella di promuovere l’eguaglianza? Non riusciamo più a fare quello per cui siamo nati, allora abbiamo pronta la scusa per il nostro fallimento: dobbiamo dialogare con quelli a cui l’eguaglianza di opportunità fa schifo.

Un po’ la sinistra è cambiata: un tempo ti detestava, adesso ti considera il suo guru. (Commento alla domanda: parla per te, amico!)

«Ricordi “Le cose per cui vale la pena vivere”?».

L’amore, il sesso, gli amici… Era la rubrica del settimanale satirico «Cuore». 

«Nella Top 10 c’era anche: “Impiccare Jovanotti per le palle”».

Ahhh ecco cosa. È un po’ lo sfogo del ragazzino emarginato alle medie che diventa strafigo a livello dell’uomo che non deve chiedere mai. Nel frattempo pure la sinistra ha registrato una convergenza sulla melassa, e i toni genuinamente persecutori dell’epico Cuore adesso non sarebbero pensabili nemmeno contro Allevi (che anzi ha riconoscimenti bipartisan da Grande Divulgatore). Per certe incontrollabili e deliranti associazioni mentali, risulta che Jovanotti è l’Enrico Bottini del duemila, allo stesso modo ecumenico, mitemente livoroso, vigliacco e detestabile.

Ricordando la festa di “Cuore” del 1994 (un anno a caso eh?) “ero l’animale curioso da scrutare da vicino. Accanto a me Adriano Sofri e Beniamino Placido”. Protagonismo etologico, sa di essere un animale, ma è il più figo ovviamente.

Tema del dibattito? 

«Le parole della sinistra per comunicare. Io dissi: Miracolo, perché, come dimostra Gesù, per convincere la gente non basta la parola, ci vuole l’esempio».

Gesù dimostra un sacco di cose, non c’è che dire. Insegna con l’esempio e, in effetti, parte avvantaggiato con questa storia dei miracoli.

Il passaggio però è importante perché introduce la critica alla deriva ecologista della sinistra, che invece dovrebbe “volere addolcire la natura, che lasciata a se stessa è selettiva, crudele. Dobbiamo vivere la natura, ma non essere la natura. La foresta amazzonica insegna che il mondo è ingiusto, che le piantine piccole non ce la fanno, ce la fanno le più stronze che si attaccano alle grandi. Conosci il matapaloIl matapalo è un arbusto che si arrampica intorno all’alberone, finché lo soffoca e ne prende il posto, in attesa che un altro matapalo l’avvolga e lo soffochi. La natura è crudele, fidati. A noi piace quella finta, le colline della Toscana, ma quei panorami li ha fatti l’uomo. È la destra che esalta la wilderness della natura. La sinistra deve tenere insieme natura e cultura, il lupo e l’agnello, come li chiamava Gurdjieff .

Ecco qui non si capisce NIENTE della sua idea su natura, sul rapporto fra natura e cultura, su Gurdjieff, ma forse ha preso il pezzo sulla rivoluzione russa e quello sull’evoluzionismo, insieme alla ricetta dell’erbazzone, e l’ha messo qui. Con un tocco di eugenetica nazionalsocialista.

La critica ETICA alle basilari dinamiche evolutive delle specie viventi è molto spassosa, abbiamo deciso che sarà il nostro pezzo forte alle feste di Natale, quando c’è quell’attimo di malinconia fra il pandoro e la tombola. Il Matapalo sarebbe “stronzo”, perché fa quello che fanno tutte le creature viventi, l’attività che caratterizza più basicamente lo stesso concetto di vita: sopravvive, sfruttando quelle che sono le sue caratteristiche, e massimizzando le sue chanches di sopravvivenza, evolvendosi. Un po’ come le scimmie che ci hanno preceduto. Se così non fosse stato, vorrei fare sommessamente notare con orrore che al giorno d’oggi il pollice opponibile sarebbe un lusso.

Quindi, diciamo insieme: siamo tutti matapalo!!!

 Quindi il Jovanotti ecologista non esiste più?  

«In un’economia di sostenibilità ecologica, oggi l’idea forte è come rilanciare il lavoro, la famosa Crescita». 

Che molti a sinistra considerano una parola orribile.  

«Io la trovo bellissima. Non si cresce solo in estensione, anche in profondità». 

Non ti spaventano otto miliardi di persone?  

«Il mondo è vuoto. Sorvolalo in aereo e te ne accorgerai. È bello dove c’è un sacco di gente, ci sono più opportunità. Un giorno, in una megalopoli, guardavo con orrore la favela cresciuta accanto a un quartiere ricco, ma chi era con me disse: crescere con un quartiere ricco accanto è l’unico modo in cui un ragazzo povero può pensare di cambiare la propria vita. La vera povertà è sempre povertà di visione». 

Ripensandoci forse non è che Jovanotti abbia voglia di capitolare, è che proprio l’eguaglianza non sa nemmeno dove stia di casa… Mica ci chiediamo come facciamo ad eliminare le favelas, no, per carità. Le favelas lasciamole là accanto al quartiere ricco: un ragazzo povero su milioni di abitanti delle favelas magari, se avrà culo, riuscirà a da andare ad abitare nel quartiere ricco e noi potremo vivere in pace aspettando che la Provvidenza manzoniana provveda a salvare qualche singolo. Il resto degli abitanti, cazzacci loro… Ricorda un po’ la mitica elettrice di Dini, in un programma di Guzzanti.

Il nostro telaio qual è?  

«Essere italiani. È qualcosa, specie fuori dall’Italia. Esiste un pregiudizio positivo nei nostri confronti». 

Fino a Berlusconi.  

«Ti sbagli. Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana. So che a Hollywood stanno pensando di fare un film su di lui con Jack Nicholson».  

Il sequel di «Shining»?  

«Lui è Terminator: a un certo punto sembra che sia rimasta solo una lucina rossa, ma poi si riforma… La sua storia non finirà mai, il suo nome ci dividerà per sempre. Immagina se fra cent’anni, quando forse morirà, un sindaco decidesse di dedicargli una piazza…».  

Ti è simpatico?  

«Umanamente sì. Ma lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia. In lui vedo il prodotto di un Paese di individui e non di cittadini, un Paese che la sinistra non ha capito. La sinistra non ha raccolto la sfida. Ha giocato un altro sport».  

Infine, suspence….tataaaaannnn!!! Berlusconi! Presentato come una specie di campione del made in italy, a livello di un San Daniele o di una tiara di Bulgari o più che altro di una guepiere maculata Dolce&Gabbana. Per via di quel “pregiudizio positivo” che esiste nei nostri confronti fuori dall’italia, e che una volta era dovuto alle arie d’Opera, ai Teatri, ai mosaici di Pompei o alle scogliere tirreniche e oggi per lo più dobbiamo riconoscere tenuto in vita da vignaioli chiantigiani sempre più spregiudicati, borse di gucci cucite in Cina (o a Prato, ma è lo stesso), e da una caricatura: della virilità mediterranea, che prima era Gassman, dell’arte di arrangiarsi, nota nel mondo dalle mani emigrate, della furbizia, che era Arlecchino, della visione politica, che era Machiavelli. Oggi tutto questo è rappresentato da Berlusconi, “lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana”.

Che poi ancora devo capire perché sia impensabile la commedia all’italiana.

Gli daresti la grazia? 

«Se la chiedesse e gliela concedessero, non mi scandalizzerei. Perché per me è un avversario politico, non antropologico. Ma adesso ci serve Renzi. Serve cambiare il simbolo. Il racconto del nostro Paese langue. Bisogna inserire personaggi nuovi per renderlo affascinante. Dopo Berlusconi e Grillo c’è bisogno di energia nuova».

Certo, la grazia. Con questa menata che è un avversario “politico”.  A livello che se vi permettete di parlare male del mostro di Rostov vi dicono che dovete prima batterlo alle elezioni.

Ma, come sempre, la parte più gustosa riguarda i rapporti con Dio:

A parte aver affermato che il nuovo Papa gli piace molto per via dei suoi slogan da Concerto-Di-Jovanotti, e che “mi copia”, vetta insuperata in tutta l’intervista di delirio mitomane (e si che non era facile scegliere) si scoprirà  che Il Papa è Lui stesso, o al massimo un suo groupie.

Il figlio dell’ex dipendente vaticano è un credente? 

«Ogni tanto mi capita di avere fede, ma dura poco. L’ho detto ad alcune suore. Mi hanno risposto: dura poco anche per noi, poi per fortuna ritorna».

Eheh, le suorine ad intermittenza, come le luci di Natale! o a chiamata, che sarebbe bello poter vedere il LUL di Dio! (scusate questa era troppo specialistica, lo so)

Niente di nuovo comunque, in Italia non si può essere atei. Alla domanda “sei credente?” chiunque non creda alle pur magnifiche favole bibliche si sente in dovere di rispondere “mah…., no guarda sono ateo, ma vado alla messa, però solo alle feste comandate” o “non credo tranne che alla madonnina che piange sangue del paese vicino al mio” oppure “no, ma vado a Medjugorie tutti gli anni per una questione di spiritualità”.  Non puoi essere nemmeno laico, il che è forse più grave. O forse puoi essere tutte queste cose, e sentirti tutte queste cose senza provare colpa. Ma è più faticoso che altrove. Il Jovanotto poi ha il babbo che lavorava in Vaticano, a livello che se non raccontava la storia delle suorine mezze atee al vecchio gli serviva il defribillatore. E mai, mai essere così rivoluzionari da contraddire un cuore di padre.

Alla fine ti congedi urlando «Ce la possiamo fare!

No. Guarda Lorenzo, tutto ma così non ce la faremo davvero!!!

 

 

Sticazzi-al-cubo

in giornalismo by

Continua – con irregolarità – la classifica di notizie, informazioni, commenti, di cui non me ne frega veramente un cazzo.

Di recente, non me ne frega un cazzo di:

1) La palla di grasso sotto Londra

2) L”uomo che ha scelto di vivere come un tritone perché ama le sirenette

3) L”avvocato che fa causa all”Italia per l”omicidio di Gesù

4) La villa a forma di Titanic affittata dagli One Direction

5) Riesumati i resti del figlio della Gioconda

6) La centomilionesima sparata di Bossi sui fucili leghisti

7) Gli interventi dei leader politici al meeting di Comunione e Liberazione

8) Il meeting di Comunione e Liberazione

9) Comunione e Liberazione

10) Le interviste de il Foglio e del Corriere a l”Apparato

Il vincitore assoluto di questa puntata è: papa Francesco visita la falegnameria vaticana e stringe la mano agli operai: il primo che fa una battuta sul papa che raccomanda ai falegnami di non farsi le seghe è un ciellino.

Complimenti ai vincitori! Santè

 

Le precedenti classifiche di notizie di cui non me ne fregava un cazzo.

Classifica 2

1) Eugenio Scalfari che scrive a Papa Francis

2) Quello che pensa Ferrara di Berlusconi e di Marina Berlusconi

3) Ferrara

4) Berlusconi

5)  Marina Berlusconi

6) La polemica tra Brunetta e Benigni

7) Magnini riconquista Pellegrini con 125 fiorellini

8) Pellegrini, pur rinconquistata da Magnini, va alle gare di nuoto di un altro tizio

9) Gli spot della FIAT con i cliché italiani per il mercato USA

Il vincitore assoluto di questa puntata è:

il ministro Mauro che viene calato dall’elicottero: sarà difficile sfiorare questa soglia di irrilevanza di una notiza in futuro.

 

 Classifica 1 

1) Rajoy che fa il copia/incolla della mail del terremoto cinese.

2) Assange che si butta in politica in Australia.

3) Kobe Bryant che visita il museo di Leonardo a Vinci.

4) Italo Treno che chiude in perdita.

5) il papa che prende il caffè nella favela.

6) il  papa in Brasile.

7) il papa.

8) Il fratello di Cassano che terrorizza i bagnanti col motoscafo.

9) Dolce e Gabbana citati in giudizio da Peter Fonda.

ma il vincitore assoluto di questa prima puntata è:

La  George di Windsor: scelta austera per il Royal Baby (sono tutti austeri con le coperte degli altri, quando George potrà parlare se ne ricorderà e saranno cazzi vostri)!

 

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