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Lo Stato e la legalità

in economia/giornalismo by

Noto, da anni, che il dirsi “a favore della legalità” è diventato una sorta di atto politico. Vivendo in Sicilia, anni fa, vedevo la cosa forse piú grande di quella che era, ma direi che adesso il legalitarismo ha superato i confini del medio notabilato meridionale.

Ma manca, sempre, un pezzo.

Quel pezzo è che uno dei principali violatori seriali di norme, in Italia, è lo Stato italiano, in tutte le sue articolazioni. È notizia di oggi che le Regioni, avendo ricevuto dei trasferimenti vincolati al rimborso dei debiti coi fornitori, abbiano sovranamente deciso di fregarsene per utilizzarli ad aumento della spesa. È solo l’ultimo capitolo di una storia che include quote latte, abusi di intercettazione e di detenzione, servizi deviati, gestione dei rifiuti improntata all’emergenza costante per aggirare la legge, e cosí via.

Lo Stato italiano è il piú grande criminale operante sul suo territorio – e non è un caso se nel 2014 l’Italia è stato il paese che ha preso piú sanzioni dall’Unione Europea: per aver violato regole che l’Italia stessa, attraverso i suoi rappresentanti, ha contribuito ad approvare.

Eppure, nella narrativa dei legalitari di casa nostra, lo Stato non appare mai come problema, ma sempre come soluzione. Si invoca la “legalitá” per un funerale, ma non per decine e decine di miliardi spesi contro la legge dalle Regioni. Nè mi sa che se ne parlerà al prossimo giro della Repubblica delle Idee: rovinerebbe lo storytelling.

Lo status quo bias del garantista

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” Status quo bias is an emotional bias; a preference for the current state of affairs. The current baseline (or status quo) is taken as a reference point, and any change from that baseline is perceived as a loss. Status quo bias should be distinguished from a rational preference for the status quo ante, as when the current state of affairs is objectively superior to the available alternatives, or when imperfect information is a significant problem. A large body of evidence, however, shows that status quo bias frequently affects human decision-making.”

(Wikipedia)

Si è spesso d’accordo con Giuliano Ferrara sugli eccessi emotivi dei benintenzionati. Non stavolta. Sia chiaro, non è tutto sbagliato: il diritto a un ultimo saluto ai propri cari non ha senso negarlo neanche ai mafiosi. L’elefantino, peró, sostiene che sia loro diritto farlo come credono. Affermazione difficile da contestare, in astratto, se non fossimo in un paese in cui per ragioni di ordine pubblico vengono ristrette libertà altrettanto intuitive e per motivi ben piú incomprensibili. Mi va di fare un esempio ridicolo e non serio, e citeró l’ordinanza che vieta ai negozianti bolognesi  di vendere bevande alcoliche se refrigerate.

Sul tema, invece, ha come al solito espresso una posizione realista e ragionevole Massimo Bordin. Cito un passaggio:

“è impossibile consentire che i mafiosi usino i funerali dei loro capi per mostrare la potenza e la forza di intimidazione intatta dell’organizzazione. La polizia stabilisce delle regole che riesce a imporre in Sicilia, in Calabria e Campania. I funerali si fanno all’alba, presenti solo i familiari e la polizia, poi la salma arriva al cimitero in macchina scortata dalla polizia, senza cavalli e senza cortei a piedi. (…)   Questo vuol dire conculcare un diritto? No. Se trovano un prete che li benedice buon per loro. Ma deve alzarsi presto.”

Come per le ordinanze bolognesi, la tassa sulle insegne, l’abuso di carcerazione preventiva, lo Stato nega quotidianamente libertà senza che certi penalisti improvvisati si leghino a un obelisco romano imponendosi lo sciopero della fame e della sete per protestare. Lo fa, volta per volta, adducendo ragioni di ordine pubblico. Il principio non mi sembra, da nessuno, messo in discussione. Al massimo, si obietta che certe misure siano esagerate se si considera uno scopo, comeappunto il mantenimento dell’ordine pubblico, che è visto come desiderabile da tutti. Allo stesso modo, non ricordo reazioni sdegnate degli stessi che oggi difendono il diritto dei Casamonica di fare come pare a loro quando ci sono stati (e ci sono stati) funerali di mafiosi celebrati nel modo in cui li descrive Bordin.

Ma appunto, sarà lo status quo bias. O l’essere, in un modo o nell’altro, alla continua ricerca di attenzione. Si puó maturare anche uscendone.

Come ti cucino la notizia della droga

in giornalismo/politica by

Premessa: il titolo del post è, volutamente, ripreso da un articolo che ebbe una certa diffusione, qualche anno fa. Ai tempi, il direttore di lavoce.info era giá molto vicino all’Ing. e alle sue preferenze politiche, ma sopratutto si parlava molto di criminalità comune, tema caro alla parte politica avversa all’Ing.; com’è come non è, comparve questo bell’articolo che parlava di come la criminalità comune fosse sovrarappresentata nei media.

Insomma, questo è un post dietrologico. Odio la dietrologia, peraltro, quindi mi pentirò di averlo scritto. Non riesco, peró, a non mettere in fila i seguenti fatti:

1. Da qualche mese Benedetto della Vedova e la sua pattuglia parlamentare trasversale battagliano per ottenere un cambiamento di prospettiva, al netto della semplice legalizzazione di questo o quello, sul tema delle droghe. Superare il proibizionismo è cosa necessaria, utile e razionale, ma ovviamente si schianta con interessi criminali molto forti – ed è un ingenuo chi pensa che siano interessi non rappresentati nelle istituzioni, nella finanza, nel mondo della cultura.

2. La stampa italiana da qualche settimana ha iniziato una campagna intensa sul tema: il ragazzo del Cocoricó, quello di Gallipoli, la tizia di Messina, il barista di Brescia ucciso perchè contrario allo spaccio nei dintorni del suo locale, etc. Ci sono guerre, crisi economiche, se vogliamo anche carenza d’idee e giornalisti in vacanza, ma il risultato è lo stesso: si parla solo di droghe, c’è una notizia sulle droghe nella prima pagina di ogni quotidiano ogni giorno.

3. Non esiste alcuna emergenza droghe. Ripeto: non esiste alcuna emergenza droghe. Il consumo di droghe è, semmai, in calo da anni e così le morti collegate.

Mettere insieme i fatti 1.,2.,3.; alambiccarsi su come pesare le interpretazioni cupe e dietrologiche sugli interessi incrociati e le oscure frequentazioni romane e non romane di molti editori italiani, da un lato, la scarsa professionalità (ai piú alti livelli) dei giornalisti, dall’altro. Esercizio non semplice. Che in un Paese meno disperato, probabilmente, spetterebbe proprio ai giornalisti.

 

Oh fascist, where art thou?

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C’è un curioso silenzio questi giorni e non so davvero come interpretarlo. Non lo trovate strano anche voi? Voglio dire, sabato sera, c’è stato un incidente mortale (a Napoli un dj di 29 anni ha preso la tangenziale contromano ubriaco lercio e si è schiantato contro un’altra auto) eppure, fino ad oggi, non ho sentito di nessuna misurata manifestazione di solidarietà, di Matteo Salvini neanche l’ombra, e, so che farete fatica a crederci, i media ne parlano come di un normale incidente stradale.

Eppure sappiamo bene che la reazione appropriata agli incidenti stradali (notare con che classe sono grassettate le parole tre rom zingari) dovrebbe essere ben diversa. Dove sono le torce e i forconi sotto la casa dell'”assassino”? Dove sono le invocazioni di ruspa per le discoteche? Dov’è l’indignazione contro l’alcool? Dove sono le richieste di buttare nel cesso la legge perché laggente vuole il sangue e bisogna placarla? Dov’è il sindaco che si bulla di aver preso i responsabili? Dove sono le pretese di pene esemplari da parte di tutto il sottobosco del politicume vario su su fino al Ministro dell’Interno?

È chiaro che esistono innumerevoli ragioni per cui l’episodio A entra nel frullatore politico/mediatico mentre l’episodio B passa in sordina (d’altronde le vittime di incidenti stradali sono 3.400 all’anno, non è che possono fare notizia tutte); è solo che, a parte l’ipotesi di Billy Pilgrim, non me ne viene in mente nessuna. Ma è il mio animo malfidato che si permette di giudicare chi esprime nobili sentimenti mosso da altruistica commozione e solidarietà: è solo che, come dire, temo che la loro impronta stilistica lasci un po’ a desiderare.

La lupara espressa: come muore ammazzata una carriera politica

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Premessa: Attendiamo con ansia ulteriori chiarimenti su come un giornalista dell’Espresso possa avere avuto accesso ad un’intercettazione la cui esistenza è stata già smentita dalla procura di Catania. Ma assumiamo pure che la telefonata sia vera, e che i solerti amici dell’Espresso abbiano agito in specchiata buonafede. La vicenda di Crocetta offre altri due spunti su cui restare sgomenti.

Il primo è la ridicola, pietosa, plateale, mancanza di polso del Presidente della Regione. Funziona così: un tuo amico potente (adesso in carcere) ti telefona e si fa scappare nello sproloquio un commento davvero pesante, ben oltre lo sconveniente, su una tua collaboratrice. Eviti di affrontarlo, di addentrarti nella questione di quella battuta infelice, non giri intorno alla frase e alla sua immondizia. Poi, i solerti amici dell’Espresso fanno scoppiare la notizia. Che fare? Prendi il Manuale, e lo applichi: butti le mani avanti, non hai mai sentito nulla del genere, poi ti autosospendi borbottando qualcosa di patetico sulla dignità del popolo eccetera eccetera. Specchiato, pulito, rapido. C’è una nota formula in voga tra quegli editoriliasti di destra che resistono ancora fieri alla mostrificazione della loro area politica, e finisce di solito con “alla fine trovi sempre uno più puro che ti epura”. Raro è stato un esempio tanto didattico quanto il caso Crocetta. Sorprende tuttavia l’impietosa realizzazione delle gufate di cui sopra: credevamo che di circo si sarebbe sempre trattato, e invece no, ecco immediata l’autosospensione. Ah, il manuale.

Il famigerato Senso Delle Isitutuzioni ha accolto l’eresia populista, che per anni non si era capito se fosse o meno utile strumento di controllo dell’elettore sul comportamento dell’eletto, se in qualche modo aiutasse a rodare il ricambio della classe dirigente. Ogni partito demanda alla sua (bassa) manovalanza giornalistica il compito di controllo; e quando questa colpisce, ecco il ritorno in pompa magna del meccanismo ben oliato dell’Autodafé, dove il politico accusato provvede da sé alla sua rottamazione, che è tanto più dignitosa quanto più è pulita, netta e lascia da parte la certezza del diritto. Si usa il Manuale, insomma.

Però ci sorge una domanda, allora: se è così facile mettere in ginocchio il Governatore, basta l’accusa di una frase ascoltata, roba spicciola, che si costruisce in un attimo, che affidabilità ha la tenuta dell’uomo e della sua (complicatissima) istituzione? C’è da fidarsi di un polso così debole, possiamo star tranquilli con una guida tanto fragile?

Ma forse di teatro si tratta, per cui procediamo verso il secondo atto. Al secondo punto, cioè.

Evitiamo considerazioni generali, difficili da gestire, e facciamo subito due nomi: Falcone e Borsellino. E siccome ovvio e banale sono due idee ben distinte, mettiamo in chiaro il nostro assoluto, imprescindibile rispetto per chi ha saputo di correre il rischio di finire ammazzato con coraggio per svolgere il proprio mestiere, e ammazzato ci è finito davvero assieme a moglie e collaboratori.

Concedeteci però una nota storica dolente. La Sicilia è un pezzo d’Italia tremendamente arretrato sul piano economico e culturale, e tra chi scrive c’è un siciliano. Nonostante tutto, decenni di politiche assistenzialiste hanno generato una simil-borghesia che si preoccupa della propria posizione nel contesto italiano. A costoro non si possono vendere solo granite alla mandorla e Tomasi di Lampedusa; bisogna trovare una ragione squisitamente contemporanea di orgoglio e sciovinismo che giustifichi la pretesa di ulteriori risorse. A partire dagli anni novanta l’antimafia è stata una ghiotta occasione per vendere a un gruppo ristretto di siciliani un immagine migliore del loro essere realmente. Se capita in sorte di crescere in Sicilia, in una famiglia dove si legge e si scrive, non è possibile evitare le tappe obbligate di un orgoglio siciliano di cartapesta, una civiltà brillante di facciata in cui arriva inevitabile il bombardamento dell’immagine di questi due magistrati. Due magistrati che, simbolicamente, altro non sono che una via di fuga da una realtà psicologicamente inaccettabile per una borghesia che si dice europea, la cui fiamma serve a tenere lontano lo spettro di una diversità profonda, mentre i tasci, gli zalli, gli zaurdi, gli sventurati insomma che fanno i conti con un’estrazione sociale più bassa vivono la loro propria, distante realtà, e intanto gli altri mostri, che infestano i centri storici, giocano a fare i mafiosi mentre recitano a memoria scene de Il Capo Dei Capi o di Gomorra.

È così che Crocetta salta, con lo spauracchio purificatore di Falcone e Borsellino, depurati di ogni profondità e ridotti a redentori di una sicilianità che rimane torbida al di là della narrazione che ci si è costruita sopra. Non bastano il populismo, l’incapacità politica, la malafede della stampa manovrata dal PD a spiegare la complessità della vicenda. Perché è in quella chirurgica frase contro Borsellino, studiata nel dettaglio, con precisione millimetrica, che l’Espresso ha realizzato il suo capolavoro di esecuzione. Crocetta parla di rispetto verso la dignità del popolo siciliano e ha ragione tranne che in una cosa. Parla a quel popolo che della mafia prova ovvove dall’alto delle proprie posizioni di rendita, piccole o grandi che siano, ma comunque solide abbastanza da assicurare l’illusione di vivere in una fetta di paese civilizzato.

Camionisti rumeni, razzisti italiani

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Nell’ennesimo, tragicissimo, incidente estivo, due gemelli di nove mesi hanno perso la vita in A12 in seguito allo scontro tra l’auto su cui viaggiavano e un’autocisterna che trasportava prodotti chimici.

Il conducente del tir è stato denunciato per omicidio colposo, ma solo come atto dovuto da parte della procura, dato che, per il momento, non gli sono state attribuite responsabilità o negligenze gravi. Il camionista non era ubriaco e non ci sono state manovre azzardate. Semplicemente è scoppiato uno pneumatico, probabilmente per l’elevata temperatura dell’aria e dell’asfalto.

Capita, in estate, in autostrada.

Epperò.

Epperò il telegiornale ha tenuto a precisare, a più riprese, la nazionalità del conducente del tir. “Camionista rumeno”, per la precisione. Come se la provenienza dello sfortunato lavoratore avesse qualcosa a che fare con quello che è successo, come ci sia una connessione tra l’essere rumeno e provocare accidentalmente delle morti in autostrada – o con l’esplosione degli pneumatici in estate.

Credo non siano necessari ulteriori commenti. Niente di nuovo sotto il sole di luglio.

Ma la cosa davvero preoccupante è che non parliamo di uno Studio Aperto qualsiasi, che su questo populismo di stampo nazi-leghista ci campa, ma del notiziario di Sky, un canale solitamente serio o perlomeno sobrio. Un’attitudine d’altronde diffusissima in maniera trasversale tra la maggior parte dei notiziari televisivi, giornali e siti d’informazione.  Il che rivela una tendenza tanto subdola quanto preoccupante: l’implicito razzismo dei servizi di informazione italiani.

Detesto il buonismo capriccioliano che inventa spiegazioni socio-economiche dal nulla su fenomeni antropologici estremamente complessi (“gli zingari rubano perché sono poveri ed emarginati”), così come mi disturbano profondamente gli ammiccamenti vigliacchi e reificatori sull’origine nazionale/etnica/razziale di certe persone, come se queste fossero segnate da un ineluttabile destino di perversione e delinquenza.  E trovo la cosa ancora più disturbante dal momento che viviamo in un paese che si nutre di televisione, anzi, un paese costruito sulla televisione.

E se la nostra televisione è razzista, noi cosa siamo?

La casta degli altri – 2

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Questa cosa che fare informazione in Italia è un mestiere tramandato, o mantenuto attraverso lealtá opache e favori meschini, puó dare luogo a siparietti come quello che, su queste pagine, si è sapidamente voluto esporre.

Ci sono, poi, le cose tristi. Tipo i regolamenti di conti a mezzo stampa (o blog, come accade in questi giorni). Vediamo un esempio: Matteo Bordone, alias FreddyNietszche, scrive un articolo al vetriolo contro Giulio Gambino, alias The Post Internazionale. L’articolo è per larga parte anche condivisibile, nella misura in cui effettivamente Il Post Internazionale è:

– un sito che ruba contenuti in modo sfacciato e indegno;
– un progetto che esiste solo in forza della rete di contatti di cui dispone il padrone.

Bordone, giustamente, fa anche disclosure sul fatto che egli è “amico” dei danneggiati (Il Post e Internazionale) e che scrive su una delle due riviste. Mi chiedo, quindi, se il nostro è altrettanto disposto a dire che Internazionale praticamente non produce contenuti propri, ma principalmente traduzioni di pezzi di altre testate? È disposto a dire che quando uno legge i collaboratori italiani si mette le mani nei capelli? Lo stesso, in tutta onestá, non si puó dire de Il Post. Con che coraggio, peró, vuoi attaccare uno per difendere gli altri con l’argomento che uno è “figlio di papá” (perché fonda una roba con i figli di Lerner e Mentana), se gli altri sono Giovanni De Mauro e Luca Sofri?

Insomma, dice bene lui:

Dove Roma dà il massimo del minimo è nelle consorterie, nei legami segreti e intoccabili tra lavoro e amicizia, tra famiglia e professione, tra curva della Roma e parlamento. Ogni volta che il senso dell’opportunità impone certe attenzioni, certi distinguo, separazioni tra un ambito e l’altro, Roma fa il contrario: ci si tuffa, ci si inzacchera, mescola, confonde, a un livello e con una disinvoltura che lascia a bocca aperta ogni volta.

D’altra parte:

dall’unica metropoli che abbiamo in questo paese vengono molte persone cui voglio bene e che mi piacciono tantissimo, sempre di più negli ultimi anni, e con loro mi confronto sempre su certi temi – perché Roma certe cose le sa benissimo – con grande tormento.

Ecco, forse a Roma ci deve andare piú raramente, FreddyNietszche.

 

Chi è John Oliver, 5 motivi per cui dobbiamo ringraziarlo e altre domande

in giornalismo/mondo/società by

In un altro post ho parlato di come la lobby delle telecomunicazioni statunitensi, una delle più potenti in assoluto, sia stata sconfitta con la decisione di sostenere la politica della Net Neutrality da parte della FCC, nonostante a capo di questa ci sia l’ex capo dei lobbisti di Comcast, Tom Wheeler.

Come e’ stato possibile?

Wheeler ha inizialmente annunciato di voler limitare la Net Neutrality. Al tempo, a nessuno è fregato niente, anche perché il discorso era tenuto ad un livello di burocratichese insopportabile alle orecchie di chiunque. La FCC ha però commesso un errore: ha permesso ai cittadini di fornire online commenti sul provvedimento.

AND SUDDENDLY A COMEDIAN FOOL APPEARS

 

 

John Oliver, il nuovo principe dell’intrattenimento intelligente, ha realizzato un pezzo di un quarto d’ora  in cui spiegava le linee generali della questione e sosteneva che “avere Tom Wheeler a capo della FCC e’ come chiedere ad un dingo di fare da babysitter ai propri figli”. In piu’, ha chiesto a tutti gli spettatori (anzi, ha fatto un vero e proprio appello a tutti i peggiori troll della rete) di andare a commentare sul sito della FCC, che il giorno dopo e’ stato talmente bersagliato da crollare.

La diatriba è proseguita con Wheeler che dichiarava “io non sono un dingo” in sedi ufficiali, scoprendo il fianco a nuove parodie, al punto da dover ritornare sui suoi passi e varare un provvedimento che addirittura fa diventare la FCC un paladino della Net Neutrality.

 

Ma chi è John Oliver? Questo inglese trapiantato in America conduce da un paio d’anni uno show settimanale dal titolo Last Week Tonight in cui sfrutta l’umorismo per fare una carrellata di notizie rilevanti, con in più un pezzo di approfondimento su un tema trasversale.

E a noi cosa ce ne frega? Beh, ce ne frega perchè, anche grazie al fatto che trasmette su HBO, quindi non deve rendere conto ad investitori pubblicitari e può permettersi di dire quello che vuole, Oliver può sfruttare la scusa della satira per fare in realtà giornalismo d’inchiesta e approfondimento. La sua filosofia consiste nel rendere irresistibilmente divertente anche il più noioso dei temi, tipo la Corte Suprema.

Questo gli ha fatto guadagnare un grande successo di pubblico e ospiti di un certo rilievo, tra cui Edward Snowden, Stephen Hawking, Helen Mirren e soprattutto i Muppets.

Ma non basta, oltre all’affaire FCC ci sono almeno altri 4 motivi per cui dovremmo ringraziarlo:

  1. Per aver svelato le malefatte della FIFA gia’ in tempi non sospetti
  2. Per aver sbugiardato ciarlatani equivalenti ai nostri Di Bella e Vannoni
  3. Per aver scommesso di nuovo contro la FIFA, rilanciato pesantemente e non aver esitato a pagarne le amare conseguenze
  4. E infine, soprattutto, per aver (non) contribuito al salvataggio di gechi spaziali

E altrettante domande che dovremmo farci:

  • è una cosa buona che sia un comico ad occuparsi di informare i cittadini? (e questo non è un caso isolato: Oliver ne fa un mestiere, in cui è incredibilmente bravo, per quanto io spesso non condivida le sue crociate contro le grandi aziende)
  • è una cosa buona che in un paese si debba ricorrere a questo per contrastare il potere delle lobby?
  • è una cosa buona che in un paese conti più l’opinione di Maria de Filippi Ophra Winfrey che la piattaforma elettorale, per decidere chi vincerà le elezioni?
  • e in Italia come siamo messi? Chi sono i paladini dell’informazione? (il primo che risponde che Grillo è come John Oliver vince una bambola del pupazzo Waldo e una settimana in vacanza su un’isola deserta con Metilparaben che provvederà a spiegargli perché non è così)

Prima di iniziare a commentare, vi raccomando di studiare. E siccome stavolta non abbiamo il provvedimento relativo, vi suggerisco di iscrivervi al canale Youtube di Last Week Tonight  o di seguire John Oliver su Twitter, dove i più bravi tra voi troveranno anche la meravigliosa battaglia con il presidente dell’Ecuador Rafael Correa.

L’epopea dell’opinionista eroe dei tre mondi

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Allora facciamo così, immaginiamo che Luca Parmitano sia appena rientrato da una missione spaziale, e che Vittorio Zucconi abbia aperto il suo articolo in questo modo.

L’epopea dell’italiana eroina dei tre mondi – Con la delicatezza di un parto complicato, e la tenerezza fragile di un bambino uscito dal grembo dello spazio, Luca è tornato alla madre terra, tra le braccia di omoni russi che lo coccolavano e lo ripescavano dal piccolo pozzo di metallo piovuto dal cielo. È finito bene, alle 15 e 44 ora italiana, senza drammi, senza retorica eroica, in quell’atmosfera sempre un po’ artigianale e improvvisata da Russia generosa, contadina, molto low-tech, il viaggio dell’uomo italiano che ha trascorso più tempo continuo di ogni altro nello spazio e ora potrà finalmente mangiare tutte le insalate di pomodori che diceva di sognare.

Disgustoso. Che c’entra il parto, perché la tenerezza, cosa vogliono questi omoni russi inquietanti, e soprattutto chi se ne frega dell’insalata di pomodori? Per fortuna è solo la nostra immaginazione; ovviamente ad essere rientrato non è Parmitano. Riproviamo con l’incipit vero.

Con la delicatezza di un parto complicato, e la tenerezza fragile di una bambina uscita dal grembo dello spazio, Samantha è tornata alla madre terra, tra le braccia di omoni russi che la coccolavano e la ripescavano dal piccolo pozzo di metallo piovuto dal cielo. È finito bene, alle 15 e 44 ora italiana, senza drammi, senza retorica eroica, in quell’atmosfera sempre un po’ artigianale e improvvisata da Russia generosa, contadina, molto low-tech, il viaggio della donna italiana che ha trascorso più tempo continuo di ogni altra nello spazio e ora potrà finalmente mangiare tutte le insalate di pomodori che diceva di sognare.

Così va molto meglio. Il parto è un delicato riferimento alla femminilità, la tenerezza il suo aspetto più importante. Gli omoni russi sono dei cavalieri che proteggono eroicamente la loro principessa, e l’insalata di pomodori, bè, è semplicemente adorabile. Ovviamente ad essere rientrata non è una tenera bimba ancora in fasce, ma Samantha Cristoforetti, 38 anni, due lauree (Ingegneria Meccanica e Scienze Aeronautiche), pilota dell’Aeronautica Militare e dio solo sa cos’altro.

– Vittorio, hai deciso come impostare il pezzo su Cristoforetti?
– Sì, tranquillo.
– Ma parlerai della Stazione Spaziale?
– Non credo.
– Dell’Agenzia Spaziale Europea?
– Eviterei.
– Della missione?
– Non so quale sia.
– Dell’addestramento? Degli altri membri dell’equipaggio? Delle attività a bordo?
– Pensavo più a qualcosa tipo i pomodori del mediterraneo e i sentimenti delle donne.

Di seguito, quindi, dopo l’appropriata colonna sonora, il riassunto dell’articolo nell’unico modo possibile senza dare di stomaco:

delicatezza, parto complicato, tenerezza fragile, bambina, grembo dello spazio, samantha, Madre Terra, braccia che la coccolavano, insalate di pomodori, sognare, Madre Terra, nostra sorella, parto, figli, ventre della madre, la nostra signora, volto appena sorridente della signora, groviglio di sentimenti, casa, abbracci, rimpianti, desideri, modestia, le piccole gioie, la famiglia, bambini, genitori, lontananza, verdura fresca, i pomodori che Samantha figlia del Mediterraneo agognava, placenta orbitante, Grande Madre, Samantha, il piccolo mondo attorno a lei, bambini, grembo della mamma, il primo vagito, Samantha della leggerezza effimera.

Gli imbecilli hanno sempre avuto diritto di parola

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Amici, vi vedo caldi con ‘sta cosa di Eco che internet avrebbe “dato diritto di parola agli imbecilli“. Mi corre però l’obbligo di farvi notare che, in realtà, gli imbecilli il diritto di parola lo hanno sempre avuto; normalmente,anzi, questo diritto viene messo in discussione per chi dice qualcosa di intelligente e soprattutto insolito, mentre la caratteristica dell’imbecille è tipicamente quella di dire qualcosa che corrisponde al peggior “senso comune” della GGENTE, ritenendosi allo stesso tempo portatore di una visione scomoda e anticonformista.

Internet, i social cui si riferiva principalmente Eco, ma anche, ad esempio, i commenti agli articoli dei giornali online o dei blog, e i blog stessi, ovviamente, fanno solo da megafono a questa legione di imbecilli e, siccome l’imbecillità è una malattia contagiosa, specie se travestita da improbabile anticonformismo, quello che internet fa è semplicemente aumentare la virulenza dell’imbecillità, trasformando le legioni in eserciti.

Non bisogna però confondere gli effetti con le cause, come del resto direbbe lo stesso Eco. La prima causa dell’imbecillità sono gli imbecilli, non internet, come avrebbe potuto facilmente spiegarvi Joseph Goebbels, un imbecille che ha contagiato milioni di persone molto prima che internet fosse anche solo concepito.

Santé

Se gli opinionisti ora si riscoprono banali

in giornalismo by

Quello del giornalista è un mestiere difficile, l’abbiamo già detto. In particolare per l’opinionista, come certamente concorderete. Mettetevi ad esempio, questa volta, nei panni di un illustre collaboratore del Corriere, al quale viene chiesto di commentare autorevolmente l’esito del referendum irlandese sul matrimonio tra persone dello stesso sesso.

– Potrei approfondire gli aspetti controversi insiti nell’affidare al voto popolare una decisione sui diritti civili.
– Naa, troppo elitario. Vai più terra terra.
– Allora potrei descrivere dal punto di vista storico e sociale il percorso che ha portato i cittadini irlandesi dalle leggi che vietavano le “attività omosessuali” fino al ’93 al successo referendario del matrimonio omosessuale.
– Non so, sembra noioso. Più terra terra.
– Faccio il raffronto con l’Italia.
– Un po’ più terra terra?
– I gay che sono uguali ma diversi ma come noi però speciali.
– Così mi piaci.

Siamo nei panni, insomma, di Pietro Citati. Il suo pezzo di oggi, intitolato “Se gli omosessuali ora si riscoprono banali”, inizia con parole condivisibili e rassicuranti:

Pochi giorni fa, in Irlanda, le coppie omosessuali hanno conquistato per la prima volta in Europa attraverso un referendum il diritto di contrarre matrimonio. Dobbiamo essere felici per la sempre più rapida emancipazione di una parte degli esseri umani.

Partenza inappuntabile. Citati continua:

Non ci sono più né maschi né femmine, né eterosessuali né omosessuali, ma soltanto persone: ciò che importa è la forza intellettuale e sensuale di ciascuno, e il segno che imprime nella realtà e nell’avventura umana.

Oook. No d’accordo, la cosa del non ci sono più né maschi né femmine è forse un’espressione infelice, ma le intenzioni mi sembrano buone. Andrà tutto bene.

Mentre conquistano i propri diritti, gli omosessuali pretendono di essere come gli altri: ciò che certo non sono; tanta è la singolarità di condizioni che li distingue.

Sorpresa, gli omosessuali pretendono di essere come gli altri. Ma conquistano i propri diritti. Però nel conquistare ciò che è loro pretendono di essere ciò che non sono. Ci siete fin qui? Buon per voi.

Questa è un’offesa a loro stessi: un’offesa alla loro vita quotidiana; una cancellazione dell’abisso e del fascino che li circonda. Come una donna non può dimenticare di essere una donna, tanto più un omosessuale non può trascurare la ricchezza delle condizioni, delle sensazioni e dei sentimenti che lo distingue.

Gli omosessuali, dunque, nell’ottenere il proprio diritto ad essere come gli altri offendono loro stessi. Perché, come tutti saprete, gli omosessuali sono circondati dall’abisso (e ovviamente dal fascino), e non bisogna mai cancellare un abisso (o un fascino).

– Ele tutto ok?
– Sì, perché?
– Non so, hai un’aria strana, ti senti bene?
– Ok, senti, è una cosa un po’ personale quindi non dirlo in giro, ma ho fatto le analisi l’altro giorno e sono arrivati i risultati oggi e a quanto pare ho una carenza cronica di abisso.
– Cazzo. Cazzo, ma come è successo?
– Non l’hanno ancora capito, probabilmente un virus. Comunque non è una cosa grave, devo solo prendere una fiala di sentimenti ogni mattina.
– Capito. Oh se posso fare qualcosa, se ti serve del fascino fammi sapere, a casa ho la scorta, ché ogni tanto mia mamma dimentica di essere una donna e se devi farti fare la ricetta non ti passa più.

Citati riprende:

I grandi omosessuali hanno un profondo orgoglio del loro ego: talora un disprezzo dei cosiddetti esseri normali, e della loro vita comune.

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Qui la pochezza tecnologica del Corriere ha sicuramente impedito di piazzare su “I grandi omosessuali” lo storico tema di Superquark.

Questi spettacolari mammiferi sono particolarmente coscienti della loro stazza e dell’importanza che quindi hanno nel branco: preferiscono quindi vivere tra i propri pari, evitando inutili competizioni con gli omosessuali più piccoli o tantomeno con i cosiddetti eterosessuali, costretti ad accoppiarsi con gli esemplari meno fascinosi.

Ma temendo di aver sparato troppo alto, il nostro subito ritratta:

Certo, di esseri normali non ne esiste nemmeno uno: ogni uomo, maschio o femmina, etero ed omosessuale, è un cosmo infinitamente complicato che non si identifica con nessun altro.

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Se a questo punto siete confusi, non vi biasimo.

Nel caso degli omosessuali si aggiunge la coscienza della violazione e delle violazioni che essi impongono ai costumi di quella che resta la maggioranza.

Questa frase non viene ulteriormente spiegata né approfondita: il piacevole compito di trovarle un senso è lasciato generosamente al lettore.

Gran parte di loro conserva la coscienza della propria natura di élite: la superbia di essere una minoranza, che nessuna eguaglianza di diritti può avvicinare al resto degli uomini.

Ok, Pietro, ora forse stai andando un filo sopra le righe –

Sono singolari, e superbamente singolari: la ferita della differenza non può essere cancellata o abolita: brucia, arde come la ferita di nessun altro gruppo umano.

Pietro, aspetta, prendi fiato un att-

In quasi ogni omosessuale, c’è qualcosa di demoniaco;

WOAH, ehi-

ed è la coscienza di quella che molti di loro considerano la propria orgogliosa altezza spirituale.

– Direttore, mi mandi gli infermieri per favore. Sì, un altro opinionista. Citati. Eh oh lo so, ma se abbiamo un parco opinionisti del 1930 c’è poco da fare, hai voglia a dargli pillole. Sì. Grazie.

continua, portato via dagli infermieri:

Molti di essi, oggi, pensano alle grandi poesie di Baudelaire dedicate a Lesbo, alle Donne dannate come a qualcosa di irreparabilmente remoto: ma hanno torto. Cancellare ogni traccia della loro singolarità equivale a renderli normali, comuni, banali, come essi non sono mai stati.

Generatore automatico di titoli di VICE

in giornalismo/internet by

VICE, si sa, è ormai la rivista più ingiovane d’Italia, tutta un pullulare di articoli interessantissimi quali “Ho vissuto per una settimana con 2 euro al giorno”Ho guardato Agon Channel per 15 ore consecutive”, o “La tua colazione a base di vagina” e anche “Abbiamo chiesto a 20 sconosciuti che non sono modelli di baciarsi”.

Sull’onda di tutto questo carico d’informazione di qualità, noi di Libernazione abbiamo pensato bene di dare una mano. Quindi fate refresh per scoprire nuovi titoli di articoli di VICE.

Abbiamo cercato di flirtare con Padre Amorth per 9 settimane e mezzo: è andata peggio del previsto.

Immigrazione: una soluzione finale

in giornalismo/politica/religione/società/televisione/ by

Signori, la situazione è chiaramente diventata insostenibile.

Gli sbarchi di immigrati sono sempre più numerosi, il fatto che siano costretti all’illegalità li rende un’enorme fonte di reddito per la criminalità organizzata, le condizioni degradanti in cui vivono in Italia li portano a diventare (se non lo erano già) criminali e ad abusare di alcool e sostanze stupefacenti. La politica si rifiuta di affrontare la questione in maniera realistica proponendo sparate occasionali in presenza di disastri e ignorando la situazione quanto più possibile. I media, d’altro canto, oscillano tra la costruzione di un clima di sospetto, quando non di paura, e improvvisi rigurgiti di una vacua pietas da riflesso pavloviano.

Eppure la soluzione c’è, ha già funzionato in passato per grandi civiltà ed è parte di una lunga tradizione che, orgogliosamente, ci vede eredi: i giochi gladiatori.

Invece di farli affogare soli e lontano dalle telecamere, reclutiamo profughi e migranti, li addestriamo e li facciamo combattere per il pubblico. Si creeranno una serie di competizioni suddividendo peso, stile di lotta e tipo di match (Team Tag Match, Royal Rumble, Spada, Lancia o mani nude) da trasmettere in alternativa al calcio, o alla formula uno; le fasi di selezione e allenamento diventeranno reality show, il pubblico deciderà la pena degli sconfitti su twitter, siamo già in trattativa con Russel Crowe per apparire come special guest.

So che, come tutte le idee innovative, c’è bisogno di un attimo per apprezzarne tutti gli aspetti ma se mi concedete cinque minuti provvederò ad illustrarvi tutti i vantaggi della soluzione a fronte dei quali i contro risultano pressoché risibili.

Innanzitutto l’aspetto economico: il business plan mostra che, a fronte di una spesa iniziale per le infrastrutture, i guadagni crescono in maniera esponenziale. Pensate ai proventi televisivi, al merchandising, all’esportazione del format in tutto il mondo (gli Stati Uniti si sono detti molto interessati): sarebbe un trionfo per il Made in Italy. Inoltre si creeranno numerosi posti di lavoro (pensate al reclutamento, al training, alla costruzione delle infrastrutture) che abbatteranno la disoccupazione e alzeranno il gettito fiscale.

L’aspetto comunicativo, d’altro canto, potrebbe apparire un po’ ostico ma in verità la GI (Gladiator Initiative) non è che il naturale approdo della strategia mediatica tesa alla disumanizzazione di “negri”, “arabi” e “zingari” che in Italia da anni riscuote notevole consenso (un trend riscontrabile anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti) in modo del tutto trasversale: non è un caso che il firmatario della legge che ha inventato i CIE sia stato eletto (due volte) Presidente della Repubblica. D’altronde il concetto di Monkeysphere è chiaro: l’empatia verso queste persone è al più frutto di un senso di colpa individuale del quale il pubblico sarà più che lieto di liberarsi. In questo una grossa mano ci è venuta dai media che negli ultimi anni anni hanno sempre più avallato il concetto che il cosiddetto “razzismo” è null’altro che la coraggiosa espressione di una minoranza che non si piega al politicamente corretto o, in alternativa, un’insieme di esternazioni forse un po’ “fuori luogo” o “sopra le righe” ma scevre di cattive intenzioni.

Tutte le nostre analisi concordano nell’indicare che il mercato (scusate, l'”opinione pubblica”) risponderà positivamente alla GI: l’assenza di empatia verso target quali “negri”, “arabi” e “zingari” è già una realtà, e va solamente innescata inquadrando la questione sotto il corretto punto di vista: il nostro fine è attrarre segmenti di mercato diversificati per creare un sentire condiviso.

Ad esempio, per i più poveri si punterà sul succitato aspetto economico anche sottolineando il risparmio confrontato alle alternative: infatti sia la copertura militare delle coste, tesa all’affondamento dei natanti, che la distruzione preventiva di tutti i porti di Libia, Egitto e Libano è chiaramente troppo dispendiosa ed impegnativa per le nostre forze armate.

Presso le fasce di pubblico più informate sono due gli argomenti da affrontare: da un lato l’inconcludenza delle proposte attuali (ad esempio “Ok, gli abbattiamo le case con le ruspe. E poi? Dove andranno? Tornano per strada a rubare?”) e dall’altro la possibilità di scelta per l’individuo, che, invece di crepare in mare, potrà combattere per la libertà.

Verranno coinvolti nel progetto anche gli attuali residenti nelle prigioni venendo così incontro alle richieste dell’Europa di diminuire la popolazione carceraria: si includeranno gli zingari in questo gruppo in quanto rientranti nel target stabilito ,a prescindere dal fatto che siano o meno “italiani”.

I soggetti non adatti al combattimento potranno essere utilizzati per sperimentazioni mediche: in questo modo si attrarrà ulteriore consenso dal mondo animalista.

Inoltre, tramite selezioni mirate, si provvederà a graziare un (limitato) numero di concorrenti, qualora si convertano al cristianesimo (pare sia un bias che fa abbastanza presa su certe fasce di popolazione): oltre a, chiaramente, accontentare la Chiesa, provvederà ottimo materiale per la programmazione pomeridiana.

Comune a tutti questi argomenti, e pietra miliare della nostra opera di persuasione, è, e dovrà sempre essere, il rifiuto dell’ipocrisia, del buonismo e di tutte le falsità moralizzanti che impregnano la società: a tutti noi, lo sappiamo benissimo, di negri, arabi e zingari non frega nulla, sono quindici anni che non li consideriamo esseri umani e li facciamo crepare senza che ne siamo minimamente toccati, non dobbiamo aver paura di dirlo perché è normale che sia così, è come siamo fatti e non c’è niente di male. E per giunta non c’è davvero alternativa: l’unica soluzione possibile è una soluzione finale.

L’ombrello di Amazon

in giornalismo by

Martin Angioni è stato costretto a rassegnare le dimissioni dall’incarico di Country Manager di Amazon Italia. Ed è un peccato: sotto la sua direzione, la filiale italiana dell’azienda americana ha iniziato a vendere online elettronica di consumo e lanciato il Kindle nella nostra lingua. Dal 2010, Amazon ha rappresentato per migliaia di italiani un’esperienza di consumo inedita, dimostrando (con i fatti, non con slogan inconsapevolmente autoironici) di porre le esigenze del cliente al centro della sua pratica commerciale. Io, ad esempio, ho imbottito il mio dispositivo di lettura Kindle con una sessantina di libri, pagandoli di rado più di una somma compresa tra uno e tre euro. Nei casi in cui non sono rimasto soddisfatto del prodotto acquistato (il Kindle Fire), ho potuto restituirlo senza spese e né fastidi, facendolo prelevare direttamente dal mio ufficio e senza dover giustificare la mia scelta. Sfido chiunque a fare la stessa cosa in un qualsiasi centro commerciale “a terra” (dove comunque si paga un 20 – 30% in più).

Su Amazon Italia ho anche comprato decine di libri cartacei con riduzioni di prezzo significative (anche del 40%), almeno fino all’approvazione della legge Levi, che, tra le altre follie, ha stabilito il famigerato tetto agli sconti praticabili (15%). Qui vale la pena di aprire una piccola parentesi: al pari di simili iniziative in Europa, anche questo aspetto della legge Levi ha il chiaro obiettivo di contrastare Amazon e di (tentare di) tutelare un modello di business obsoleto. In un mondo normale, razionale, si attirano i potenziali clienti abbassando il prezzo delle merci offerte (anche gli spacciatori, all’inizio, fanno così): ma da noi ha prevalso la tesi opposta. Rileggiamo con quali (risibili) argomentazioni Romano Montroni, ex direttore della Feltrinelli divenuto pasdaran della piccola editoria indipendente, difende questa legge folle: “Entrata in vigore nel 2011, [essa] è stata pensata per cercare di arginare l’arroganza e la prepotenza innanzitutto di Amazon, poi della grande distribuzione e delle librerie di catena, che, usando come leva lo sconto, cercavano di accaparrarsi clienti: è ben noto che purtroppo in Italia si vendono pochi libri e si legge ancora meno, essenzialmente per la mancanza di un progetto politico-culturale per far nascere nuovi lettori.” Riassumiamo: tenendo (artificialmente) i prezzi alti, si guadagnano, anziché perdere, lettori. Ecco. E che dire dell’orrore di poter comprare libri nei centri commerciali, dove la gente comune deve andare solo per soddisfare volgari esigenze materiali? Vendere un romanzo in quella bottega infame dove ci si può approvigionare al più di pannolini e spaghetti? Giammai. La vera preoccupazione di Montroni e di quanti hanno sostenuto questa assurdità è ovviamente altra: “con lo sconto libero, le librerie indipendenti, che hanno un giro d’affari minore, sarebbero destinate a soccombere. Così come le case editrici medie e piccole, costrette a concedere ai distributori margini che finirebbero per strozzarle.” Insomma, bisogna mantenere in piedi un sistema inefficiente per far contenti i librai, anche se questo danneggia i lettori, che sono poi quelli di cui uno come Montroni dice di preoccuparsi tanto. Del resto, gli illiberali non si accontentano di menarti, ti prendono pure per il culo, sostenendo che lo fanno “per il tuo bene”.

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Per vendere più libri, facciamoli pagare più cari. Ipse Dixit.

Ma torniamo al siluramento di Angioni: a far arrabbiare i suoi capi è stato il modo (franco, sprezzante, sopra le righe) con cui ha risposto ai quesiti che gli ha posto Giuseppe Laganà, inviato di Presa Diretta, che ha tentato di metterlo in difficoltà (con modi ed argomentazioni discutibili) sul tema della presunta elusione fiscale di cui sarebbero responsabili le perfide multinazionali USA che operano in Italia. Prima di entrare nel merito, mi preme sottolineare la scarsa deontologia di Presa Diretta che, nella trasmissione andata in onda il 29 marzo, ha fatto un uso spregiudicato di quelli che avrebbero dovuto essere dei commenti fatti da Angioni “fuori onda”; una buona parte del minuto circa di girato che riguarda il manager è stata infatti da un’inquadratura troppo bassa: quindi, o l’operatore del programma di Rai Tre era ubriaco, oppure quel filmato è stato ripreso con la camera disposta in un modo da far ritenere all’intervistato che essa fosse spenta. Ovvero, per essere più chiari, è stato rubato.

Nel “servizio” (ma sarebbe più corretto parlare di imboscata), il manager viene “acchiappato” mentre esce dall’ufficio – sta infatti indossando il cappotto – ed apostrofato con quella che a Laganà deve essere sembrata una domanda molto furba: “Amazon ha una stabile organizzazione in Italia?”. Risponde Angioni: “Ma che significa?“, esplodendo in una risata sguaiata. Anche se articolata in modo discutibile, perfino irritante, la replica del dirigente fotografa un problema autentico. Sia chiaro, però, non un problema di Amazon Italia, ma della Guardia di Finanza. Il Corpo, infatti, a dispetto di anni di indagini, non è mai riuscito provare in modo inequivocabile che Amazon Italia abbia appunto una “stabile organizzazione” nel nostro paese, requisito che farebbe scattare l’obbligo di pagare le imposte in Italia. Angioni dunque può dunque legittimamente sostenere: “A me non risulta“. Laganà insiste: “C’è una tassazione molto più bassa in Lussemburgo…“. Qui Angioni non è troppo convincente, dal momento che si limita a trincerarsi dietro ad un “fanno tutti così”. Il che è certamente vero, ma non centra il punto, che secondo me è: un’azienda ha la piena libertà di organizzarsi in modo da ottimizzare i suoi costi, compresi quelli fiscali. Non è illegale stabilire una sede sociale in Lussemburgo. Se il Lussemburgo ha una tassazione agevolata, la questione riguarda non le aziende che hanno la massa critica per sfruttare questo arbitraggio, ma il legislatore europeo che ha generato o sta perpetuando questa discontinuità.

Come è facile constatare ogni volta che si acquista qualcosa su Amazon.it, la nostra controparte è Amazon EU Sàrl, una società a responsabilità limitata lussemburghese. Tale società si avvale dei servizi prestati dalle controllate italiane Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Services, che remunera con commissioni (è questa l’unica parte di ricavi che, una volta nettata dei costi, verrà tassata in Italia). Non solo: i ricavi della capogruppo lussemburghese vengono usati per pagare “royalty” per l’utilizzo dei diritti sulla proprietà intellettuale del gruppo, che da un lato “asciugano” l’utile sulla capogruppo, e dall’altro producono ricavi non imponibili, dal momento che la controllata che fattura le royalty non è soggetta a tassazione in Lussemburgo. Un vero “pranzo gratuito”, a cui si sono accomodati, oltre ad Amazon, anche Apple, Starbucks e FIAT. Strano che ai giornalisti di Presa Diretta questo dettaglio sia sfuggito. Amazon avrà anche sfruttato (rimanendo nell’ambito del rispetto della legge) le disarmonie fiscali europee, ma per lo meno non è stata sovvenzionata dalla nostre tasse per decenni, come invece è successo alla FIAT.

Dunque, non essendovi nulla di sostanziale da dire nel loro servizio contro Amazon, quelli presa Diretta decidono di buttarla in caciara, scippando un off-record nel quale Angioni, in modo pittoresco (e tuttavia comprensibile per chi con la Guardia di Finanza abbia avuto a che fare nel mondo reale) riassume la sua odissea: “tre anni”, sostiene, con la GdF appollaiata nei suoi uffici a setacciare la contabilità e a “fare le pulci” al suo personal computer, senza approdare a nulla. Comprensibilmente liberatorio, pertanto, il gesto del folle sconosciuto (meglio conosciuto come il gesto dell’ombrello) per il quale il “cattivo” Angioni perderà il posto e finirà negli annali.  Un super-villain, ricordiamolo, sotto la cui direzione Amazon ha gettato le basi per la creazione di oltre 1200 posti di lavoro in Italia, senza contare l’indotto. Benché sia tra quanti non apprezzino molto il suo stile da spaccone, infine, le circostanze e le modalità con cui si è svolta l'”intervista” (per metà rubata, non dimentichiamolo) me lo hanno reso immediatamente simpatico.

A ben vedere, il problema del giornalismo stile Presa Diretta non è solo quello di essere fazioso, quanto sciatto e confuso. Trovo abbastanza fastidioso il giornalismo schierato, ma almeno a Presa Diretta non si può rimproverare il fatto che tale orientamento sia nascosto dietro una patina di obiettività.  Tuttavia, continuo a pensare che, per portare validamente argomenti ad un’agenda politica, sia inevitabile capire di che cosa si parla, prima, evitando possibilmente di cercare la carezza di una certa parte di popolo, rapida a sobbollire di “giusta indignazione” non appena le si dia modo di saltare addosso ai “soliti noti”, tra i quali le multinazionali non possono mancare. E’ abbastanza evidente la debolezza intellettuale che fa capolino dietro la rabbia giacobina di certe domande: ad esempio quella, assai sobria, che Laganà pone a Fabio Vaccarono di Google: “Che cosa c’è di etico nella elusione fiscale?”. Domanda non solo ingiusta (si sta assumendo come presupposto che Google Italia stia eludendo le imposte in Italia, senza portare un-solo-argomento-valido a supporto di questa tesi), ma anche antropologicamente indicativa. Che cosa sarebbe “giusto”, “etico” secondo gli amici di Presa Diretta? Forse che pagare milioni di euro di imposte in Italia, potendo evitarlo, sarebbe più “morale”? Sarebbero contenti, in questo caso? Par di sentire l’eco di quella sirena (ubriaca) che faceva biascicare a qualcuno di sinistra il mantra delle “tasse che sono una cosa bellissima”. Basta l’intelligenza, non occorre – e neanche conviene, davvero – tirare in ballo la morale. Anche perché altrimenti dovremmo chiedere ai colleghi di Presa Diretta quanto è “etico” rubare un’intervista, mandandola in onda solo per sottoporre al ludibrio popolare il gesto inelegante di una persona di successo in modo da trasformarlo nell’emblema dell’arroganza capitalista. Senza contare, ovviamente, che Angioni ha pagato la sua bravata con la perdita del suo posto di lavoro, mentre i giornalisti di Presa Diretta continueranno per lunghi anni ad infliggerci tesi preconfezionate e conclusioni raffazzonate.

L’opinionista si scopre fragile

in giornalismo by

Quello del giornalista è un mestiere difficile, mettiamolo in chiaro subito. Difficile per l’inviato, che deve trovarsi al posto giusto al momento giusto e magari prendersi dei rischi; difficile per il reporter, che deve ricercare, intervistare, indagare, studiare; ma è difficile anche per chi sta in redazione davanti a schermo e tastiera. Il titolista è probabilmente quello più bistrattato, ma un discreto carico di sofferenza spesso sottovalutato è riservato agli opinionisti.

Gli opinionisti, agli occhi di un profano, hanno un compito facile, che poi è il sogno di chiunque scriva sul web, che poi è il sogno di tutti quelli che si considerano intelligenti, che poi è il sogno di tutti: dare la propria opinione sui fatti del giorno a vagonate di persone.

– E tu cosa fai nella vita?
– Manifesto le mie opinioni a centinaia di migliaia di persone.
– Sì, no dico di lavoro.
– Insegno filosofia.
– Sì, no dico di lavoro.
– Mi occupo di startup management consulting.
– Ah ecco, perché c’ho questo videoregistratore che non gli funziona più l’audio

Ma sto divagando. Per quanto facile possa sembrare, il compito di scrivere un editoriale è più o meno complicato in base all’argomento specifico, e in moltissimi casi l’argomento specifico non è scelto dall’autore.

– Passiamo agli editoriali. Valerio, tu mi fai un pezzo critico su Renzi.
– Ok capo, te lo passo tra una mezz’ora.
– Mario, tu me ne fai uno sui mezzi pubblici di Roma, mi raccomando bello tagliente.
– Ce l’ho pronto da sei anni.
– Alessandro, puoi scegliere tra Salvini campi rom e unioni civili gay.
– Rom tra venti minuti capo.
– Che sia pungente eh? Infine, Giangiacomo. A te è rimasta la tragedia di ieri pomeriggio su cui tutti i media hanno già sfornato approfondimenti ogni due ore nelle ultime sedici, noi compresi. Dev’essere un’opinione forte e devono essere almeno quattromila battute e mi serve entro un quarto d’ora.

Questo è, con tutta probabilità, lo scenario in cui si è ritrovato questa mattina Giangiacomo. Giangiacomo è andato a prendersi un caffè. Si è seduto alla scrivania, ha aperto Word e ha guardato per tre lunghi minuti la pagina bianca, pensando come ognuno di noi a quanto enormemente il menu di Office 2003 fosse più comodo, ordinato e comprensibile di quello moderno. Poi Giangiacomo ha tirato fuori dal cassetto il Merlo-Severgnini edizione paperback del 2002, ha sospirato e ha iniziato così:

Un cortocircuito di follia. Una leggerezza nei controlli. E tre morti sulla scia del dovere, del semplice esercizio della responsabilità. Di colpo Milano si scopre fragile e vulnerabile nel luogo simbolo della giustizia e della sicurezza.

Bene – ha pensato Giangiacomo – ho detto tutto quello che potevo dire e sono a duecento battute. Stavolta sono cazzi.
Giangiacomo non aveva tempo per disperarsi. Ha sfogliato il Merlo freneticamente. “Transenne, poliziotti e carabinieri”. Ok. “Un elicottero che volteggia”, “le ambulanze che si incrociano”. Ok, AH ECCO CAZZO ECCOLO.

la gente in strada si chiede come mai

Non farà un po’ troppo Quelo? – si è chiesto Giangiacomo, che usa il dialogo interiore per non perdere del tutto il senno. Naaa, andiamo avanti.

quelo
Ti chiedi i quasi quasi

la gente in strada si chiede come mai, com’è possibile sparare, uccidere e ferire in un’aula di giustizia, quale mente diabolica c’è dietro una messinscena del genere e che cosa può succedere, ovunque ormai, se i presidi di sicurezza vacillano e la ferocia di una vendetta non conosce limiti.

Messinscena vuol dire quello? Dove l’ho messo il dizionario dei sinonimi diocaro. Oh ma sì dai. Domande retoriche a manetta, dai. Dai.

Quali risposte darà adesso lo Stato ai familiari?

Troppo corta, così non mi passa più. Allunghiamo.

Quali risposte darà adesso lo Stato ai familiari del giudice, dell’avvocato, dell’ex socio?

Mmm.

Quali risposte darà adesso lo Stato ai familiari del giudice, dell’avvocato, dell’ex socio, caduti sul fronte della legge, emblema del rischio che comporta assumersi il dovere dell’onestà? Quale risarcimento ci può essere al dolore immenso di una vita perduta dopo un attentato che ha colpito il luogo della legalità e della giustizia?

Buona così. “Incredulità e sconcerto”, mi piace. Ah, e “rabbia muta”. Oh però ci devo mettere la critica, il monito. Monaco, moneta, monile… monito.

Si avverte il disagio per quel che si poteva fare e non si è fatto

Ok, poi sarà colpa di qualcuno, della società, ah sì tipo della crisi.

quelli che un tempo si affidavano ai carabinieri ma oggi, con i tagli e le esternalizzazioni, con le risorse al contagocce, si riducono sempre di più.

L’ho scritto Expo? Scriviamo Expo. – Giangiacomo ha guardato il conteggio delle battute, era a poco più di metà strada. Ha guardato l’orologio; poco più di metà strada. Figa è tardi, tragedia, dov’è tragedia.

Milano è scossa, ferita da una grande tragedia.

Giangiacomo è andato avanti col pilota automatico ancora per un po’. Duemilaseicento battute. “Come nel ’92”. “Marco Biagi”. Tremila. Oh oh guarda adesso che ti combino.

Tre camionette della polizia. Agenti con le armi in pugno. Un avvocato commenta: «Ma adesso tutto questo a che cosa serve?»

Cinema signori, sentimenti, l’occhio della madre. Sta venendo meglio di quanto speravo. Tremilaquattrocento. Giangiacomo ha pensato, devo iniziare a chiudere. “Ambrosoli”. “Ci lascia un esempio che non può essere dimenticato”.

Ma oggi si può solo dire che è assurdo morire così

Quattromilaquattrocento, tempo scaduto. Giangiacomo ha riletto a piombo, ha tolto un apostrofo dopo “quel” – diosanto questo lavoro mi sta instupidendo – ha salvato tre volte e ha inviato al capo.

Era ora, Gian. Mandatelo online in fretta, che l’ultimo su Milano è uscito quasi un’ora fa.

Se questo e’ giornalismo

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Inquietante lo stile di un quotidiano che molti italiani si ostinano a considerare “autorevole” nel presentare fatti e trarne conclusioni. Ancora una volta laRepubblica stupisce per scarsa professionalita’: e’ il caso di questo pezzo, purtroppo nemmeno firmato.

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Un breve elenco delle perle:

1. “Il turbo capitalismo negli ultimi decenni ha potuto fare enormi profitti e concentrare enormi ricchezze nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone grazie anche alla perdita di forza contrattuale da parte dei sindacati.”

Turbo capitalismo? Ma come parli? Si puo’, su un quotidiano a tiratura nazionale, iniziare un pezzo con un lessico da giornalino del Liceo, e neanche di un buon Liceo? Su Repubblica, evidentemente, si.

2. “una delle istituzioni più importanti del liberalismo e fautrice della globalizzazione come il  Fondo monetario internazionale”

In che senso, esattamente, il Fondo Monetario e’ una istituzione del liberalismo? Che cosa significa questa espressione? Cosa vuol dire che una istituzione che si occupa di facilitare gli scambi e’ “fautrice” di un processo? Dovremmo invece avere istituzioni internazionali che limitano gli scambi, forse? Non e’ dato saperlo. Forse, sempre dal giornalino del liceo di cui sopra, l’autore misterioso voleva semplicemente dirci che quelli del FMI sono i cattivi.

3. “Le conclusioni del lavoro svolto sotto il patrocinio dell’Fmi sono state subitofatte proprie dai leader sindacali per rilanciare le loro posizioni. Secondo la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, “esce confermato lo straordinario bisogno di sindacato che hanno tutte le società moderne, non solo come elemento di regolazione e di tutela, ma come straordinario fattore di crescita, di eguaglianza, di salvaguardia materiale e di promozione dei diritti”.”

Ah, ma allora ditelo subito che e’ una marchetta! Articolo sull’indebolimento dei sindacati, intervento del sindacalista, fine della storia. Meraviglioso, questa e’ l’etica del giornalismo in purezza.

4. In chiusura, uno dei sindacalisti intervistati ci tiene ad aggiungere che  l’aumento delle diseguaglianze non comporta “solo emarginazione ed esclusione sociale ma anche un ostacolo alla crescita economica complessiva”

Meno male, perche’ nello studio si legge: “Beyond this simple measure, more research is needed to investigate which aspects of unionization (for example, collective bargaining, arbitration) are most successful and whether some aspects may be more disruptive to productivity and economic growth“. Pero’, purtroppo, questo non e’ riportato nell’articolo di Repubblica.  Riporto anche un altro passaggio delle conclusioni:

Whether the rise of inequality brought about by the weakening of unions is good or bad for society remains unclear. While the rise in top earners’ income share could reflect a relative increase in their productivity (good inequality), top earners’ compensation may be larger than what is justified by their contribution to the economy’s output, reflecting what economists call rent extraction (bad inequality). Inequality could also hurt society by allowing top earners to manipulate the economic and political system.

Cosa e’ rimasto, di questo periodo, nell’articolo di Repubblica? Solo l’ultima frase, ovviamente.

Due osservazioni da parte mia:

1. Come sapranno anche a Repubblica, negli studi dei ricercatori delle grandi istituzioni e’ sempre inteso che le opinioni e i punti di vista espressi sono attribuibili solo agli autori e non all’istituzione. Ovviamente il FMI, non essendo un think tank, ospita ricercatori con le sensibilita’ piu’ diverse: molti, al posto di Jaumotte e Buitron, avrebbero presentato lo studio in modi e con toni differenti. Non e’ escluso che anche i risultati empirici siano falsificabili da un altro studioso che usi un approccio diverso.
Ora, se da un lato e’ comprensibile la semplificazione comunicativa (“lo studio del FMI”), nel momento in cui l’articolo esordisce attribuendo etichette ideologiche al FMI, presentando tutto un affresco propagandistico in cui le “istituzioni liberali riconoscono il valore positivo dei sindacati”, allora questa non e’ piu’ semplificazione ma malafede.

2.   Repubblica continua ad avere un numero consistente di lettori, molti dei quali convinti di avere tra le mani una fonte autorevole. Si tratta di un privilegio, quello dell’autorevolezza, che Repubblica ha insieme a pochi altri quotidiani (il Corriere, la Stampa, forse il Sole24Ore). Senza discutere dell’uso che gli altri quotidiani fanno di questa autorevolezza – e ci sarebbe molto da dire – credo che episodi come questo giustifichino un forte ridimensionamento di quella di cui gode Repubblica. Che da molto tempo, personalmente, non considero differente da Libero o il Giornale, solo con toni piu’ “pettinati”.

 

 

 

Insultare l’intelligenza

in giornalismo by

Quanto a lungo continuera’ questa ridicola campagna dei principali quotidiani italiani volta a legittimare le richieste dei bulletti di Syriza? Sulla Grecia non compaiono ormai piu’ nemmeno gli editoriali faziosi, troppo sarebbe chiedere analisi supportate dai numeri e dalle opzioni sul campo, ma semplicemente titoloni roboanti, foto di manifestazioni e foto del Partenone.

Scrivono, addirittura, “TUTTI in piazza contro le politiche di austerity UE“:

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Ma cosa significa, di grazia? Che se non ci fosse l’UE la Grecia sarebbe libera di volare verso la ricchezza e la prosperita’? Nei fatti la Grecia e’ appesa ai prestiti degli altri paesi europei dal 2010. A che pro operare un tale rovesciamento della realta’, se non per fornire ossigeno alla morente retorica del Governo in carica in Italia, ansioso di procurarsi cause esterne del fallimento del paese che governa, unico a non crescere in Europa e vera bomba ad orologeria dell’Unione?

Saranno, poi, tutti in piazza con Syriza? E se cosi’ fosse, perche’ non riportare i numeri? Quando, durante la crisi, i paesi baltici furono scossi da notevoli moti di protesta, faceva impressione pensare che in paesi di 1.5 milioni di abitanti in piazza ci fossero cinquecentomila persone. Ci sono piu’ di cinquantamila persone, oggi, nelle piazze di Atene? Ce ne erano forse ventimila, ieri a Roma, a chiedere di dare altri soldi a babbo morto per finanziare politiche clientelari greche? Ha senso continuare a ripetere questa assurda narrativa dell’austerita’ imposta dall’UE, coglionando le menti deboli, quando ormai e’ evidente che l’unico Paese che non cresce piu’ e’ il nostro, e per ben altre ragioni?

Domande che, ovviamente, non avranno risposta. Almeno su Corriere, Repubblica, Sole24Ore…

Il mio complottismo e’ piu’ chic del tuo

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Notevole pezzo di Michele Serra, su laRepubblica di oggi. Scrive:

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Ora. Il problema del complottismo, tipicamente, è nel pensare una serie di azioni, che per loro natura sono il riflesso di interessi contrapposti, come  invece il risultato di un disegno coerente, sul quale accordo vi è il più totale segreto – ne segue che i mezzi di stampa devono far parte del complotto senza eccezioni, perché di questo accordo alla fine mancano sempre le prove.

Non c’è bisogno di un Nobel per l’economia per capire che “la Borsa” e “i mercati”, se esistono, esistono proprio perché vi operano individui che possiedono valutazioni, informazioni, strategie ed interessi opposti. Dai loro scambi (nel caso dei mercati finanziari si scambiano rischi, scadenze, e cose del genere), ciascuno vantaggioso per entrambe le parti, si crea della ricchezza. Questo vale per gli scambi in generale: generano ricchezza che, cumulata attraverso le generazioni, permette a Michele Serra di scrivere le cose che scrive su un iPad dalla poltrona della sua casa dei Parioli, aspettando che uno stagista malpagato impagini e sistemi la punteggiatura, e che un altro imposti l’immagine da condividere sui social. Questi scambi avvengono proprio per l’eterogeneità degli individui, delle loro preferenze, dei loro interessi, delle loro storie e anche delle informazioni di cui dispongono.

Nell’articolo di oggi, invece, Michele Serra ci spiega – senza timore di smentita, con l’aria di chi la sa lunga – che mercati e borse non sono luoghi ove diversi individui e istituzioni scambiano. No: sono entità compatte e coerenti che agiscono all’unisono, nel caso specifico per arrestare le Sorti Magnifiche e Progressive promesse dall’avanzata della sinistra in Grecia.

Ma è bene tenersi alla larga da certa dietrologia facilona. Ovviamente.

Dovreste ringraziare la D’Urso, altro che denunciarla

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Sarò io, che non capisco.
Però, abbiate pazienza, se una esercita il lavoro di giornalista “abusivamente”, cioè senza essere iscritta al relativo Ordine, e lo fa a cazzo di cane (testualmente: “con modalità che non tengono conto di esigenze quali la difesa della privacy e/o il coinvolgimento di minori”), che senso ha denunciarla?
Voglio dire: l’iniziativa avrebbe la sua logica se simili comportamenti fossero posti in essere da un iscritto, perché in quell’ipotesi, effettivamente, il buon nome dell’Ordine ne sarebbe infangato.
Mentre nel caso di specie, razionalmente parlando, dovrebbe prodursi l’effetto diametralmente opposto: Barbara D’Urso non è iscritta all’Ordine e guarda caso svolge male il lavoro di giornalista. Quindi l’Ordine dei giornalisti è una figata.
Invece no. Enzo Iacopino ha l’alzata d’ingegno di difendere l’organizzazione che presiede denunciando una che non vi appartiene: mentre in realtà dovrebbe ringraziarla.
Non starò qui a ripetere che gli ordini professionali, ed in special modo quello dei giornalisti, sono enti anacronistici che andrebbero abrogati: mi limito a rilevare che quando il tasso di corporativismo che già li caratterizza intrinsecamente tocca vette così elevate da generare reazioni pavloviane come questa, completamente priva perfino della logica elementare, la loro eliminazione diventa una questione urgente, direi emergenziale.
Prima che nel loro delirio se la prendano pure col mio barista, che mentre mi fa il caffè parla di Garlasco e di Wikileaks senza aver verificato le fonti.

Il popolo del web, maieuta delle fregnacce

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Vediamo se ho capito: quest’oggi il popolo del web è “in rivolta” (l’avrò letto sei o sette volte in cinque minuti, nei posti più disparati) a causa di un “articolo choc” nel quale si sostiene che l’ONU vuole introdurre la pedofilia e l’omosessualità come metodi pedagogici per i bambini, che l’OMS intende promuovere la masturbazione nella scuola materna l’omosessualità nei più piccini, e che l’approvazione del DDL Scalfarotto condurrà alla rieducazione in campi LGBT.
Clamoroso, nevvero? Voglio dire, e lo dico senza alcuna ironia: in sé e per sé è roba a dir poco allarmante.
Senonché, viene fuori che il corsivo in questione, firmato nientepopodimeno che da Cristina Zaccanti, insegnante del liceo classico Carlo Botta di Ivrea, è apparso ri-nientepopodimeno che sul bollettino parrocchiale di Rivarolo, ridente cittadina il cui parroco, all’uopo intervistato, ha immediatamente dichiarato che le opinioni dell’autrice sono state espresse a titolo personale e non rispecchiano l’opinione di tutta la comunità dei credenti rivarolesi.
Ora, io mi domando e dico: voi vi rendete conto, sì? Stiamo parlando del bollettino parrocchiale di un posto che conta poco più di dodicimila anime. Voglio dire: se riuscissimo a procurarceli tutti, i bollettini parrocchiali del paese, e li spulciassimo ad uno ad uno con un minimo di attenzione, avete una vaga idea di quante fregnacce ci troveremmo dentro? Siamo in grado, dico io, di parametrare non solo la portata della nostra “indignazione”, ma ancora prima la nostra attenzione, all’effettiva importanza di ciò che ne forma oggetto?
Oppure, come mi pare accade sempre più spesso, saliviamo pavlovianamente appena leggiamo le parole “choc”, “clamoroso”, “inaudito”, senza neppure domandarci se quello di cui parliamo è dotato dei requisiti minimali per sancire non dico la sua rilevanza, ma addirittura la sua sostanziale esistenza?
Purtroppo, mi pare che sia proprio così. Saliviamo, e saliviamo di brutto.
La realtà, quella vera, è che l’articolo (sic) della signora Zaccanti di fatto non esisteva, prima che il web decidesse di entrare nel mood “rivolta”, e che sia stata proprio la “rivolta”, per così dire, a darlo effettivamente dato alla luce, ché altrimenti l’avrebbero letto in tre, sul cesso, distratti dal pensiero della cena, della tinta venuta male e della frizione della macchina da rifare; mentre oggi, grazie all’ondata di “indignazione” del “popolo del web”, di quell’articolo abbiamo avuto notizia in molti. Meglio, in troppi.
Suvvia, ragazzi, facciamo un favore a noi stessi: vediamo, ove possibile, di occuparci di cose serie.
E piantiamola, di fare i maieuti con i deliri del primo che passa.

Ci so fare como todas

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Nessuna persona di buon senso può seriamente indignarsi per i contenuti di un giornale di gossip, non lo facciamo quando ci mostrano contenuti del tutto irrilevanti come “La ricetta del pollo grigliato di Paola Perego”.

Nessuna persona intelligente può prendere i servizi di “Chi” come segnale del pessimo stato del giornalismo nostrano, non ci sarebbe affatto bisogno di guardare così in basso.

Allo stesso modo, nessuno dovrebbe sentirsi offeso per una foto in cui viene sorpreso a mangiare il gelato (la rete è piena di foto di gente nota che mangia gelati: stacce), a meno che non ne faccia una questione di privacy, ma allora allo stesso modo indigniamoci per le foto in spiaggia di Umberto Smaila, dico.

E un giorno forse (I have a dream) nessuna donna si sentirà offesa se si allude a una sua virtù sessuale: conosco ragazze che non si limiterebbero alle risatine se girasse una foto in cui Alexis Tsipras infila il muso in una ostrica.

Tra l’altro non c’è nulla di più sessista rispetto alle allusioni che reagire da verginelle permalose, quando il tutto cesserebbe in 10 secondi se, sorridendo, rispondeste: col gelato? Ci so fare como todas.

Ci sa fare con i titoli

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Cosa intendesse Marianna Madia per “giornalismo di rinnovamento” non è stato possibile comprendere. La criptica formula che il ministro ha usato per sottrarsi ai cronisti che la inseguivano alla Leopolda ha infatti seminato il panico tra gli addetti ai “lavori”. Al punto che sembra siano stati immediatamente attivati nuovi corsi di aggiornamento per giornalisti dedicati all’argomento. Così, oltre ai gettonatissimi “Come accedere a Wikipedia” e “Come cambiare gli aggettivi nei lanci di agenzia” o ancora “Come usare il condizionale nella vana speranza di pararsi il culo”, i crediti obbligatori ora si possono conseguire anche frequentando seminari sul fantomatico topic “Giornalismo di rinnovamento”.

E si vedono anche i primi frutti , altrimenti non si comprenderebbe come il titolista di Chi avrebbe potuto così prontamente adeguarsi ai tempi vergando il mirabile “Ci sa fare con il gelato” che vediamo in foto.
Ora le anime candide si saranno già indignate starnazzando di sessismo e merda nel ventilatore. Le comprendiamo, però le cose non stanno esattamente così. L’audace titolista ha voluto dare un abito comodo alla notizia per renderla accessibile e gradita anche agli sbirulini che in questi giorni sono iperconcentrati sulla Gabanelli e i suoi passi falsi. Ma non bisogna essere come John Nash che ha perso le pillole per capire che in queste due pagine c’è un ben più serio disegno. Saperci fare con il gelato, signori, è la chiave del patto del Nazareno. E’ comunicazione, è una pioggia di smarties, è giornalismo di rinnovamento.

renzi

(La lettura di questo pezzo vale 10 crediti)

Superiorita’ morale e danni collaterali

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L’etica del giornalista non si giudica da un episodio, questo e’ ovvio, e non è mia intenzione accanirmi su Milena Gabanelli personalmente. Tuttavia, mi pare utile portare un esempio concreto di cosa intendevo con il dire che da tempo si notano segnali che qualcosa non va, nei metodi di Report. Ancora una volta, l’auspicio che questo discorso non serva a bastonare qualcuno, ma a guardare con più senso critico gli idoli indiscussi che operano suppostamente in nome di qualche salvacondotto morale di ordine superiore.  
Ricevo e pubblico di seguito, verbatim, il contributo di un amico. La ricostruzione e le opinioni collegate sono tutte sue, e io mi limito – per cosi’ dire – a offrirgli una tribuna. 
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“Sono una vittima della Fisica Berselliana di Milena. In effetti, pur non avendo mai avuto un piumino Moncler, mi sono trovato mio malgrado in Televisione coinvolto nel ciclone Delta  (dal minuto 2 nel video). Delta, per chi non lo sapesse, e’ un gruppo bancario con presenza nel capitale della Cassa di Risparmio di San Marino, commissariato nel maggio 2009 per una presunta posizione dominante della Cassa di Risparmio di San Marino, con conseguente abusiva attività bancaria. 

Si tratta, in sintesi, di una tipica storia italiana: un paradiso fiscale paese dei puffi con una classe politica risibile da condominio, finanzieri d’assalto legati alla massoneria e ai poteri forti (il nome Magnoni genero di Sindona vi ricorda qualcosa?), autorità di vigilanza non pervenute o attivatesi ex post, commissari straordinari che operano da liquidatori, l’onnipresente politica che cerca di trarre vantaggio dalla situazione, sindacati conniventi o peggio,  ed infine, ultima ma non per importanza, la magistratura che per protagonismo costruisce teoremi risibili senza valutare minimamente le conseguenze dei propri atti. In questa lista di attori protagonisti ci sono anche i giornalisti che, come la Gabanelli nel nostro caso, fanno da cassa di risonanza a chi vuole distruggere via stampa il proprio nemico di turno, per poi accorgersi tardi che forse si sta buttando il bambino con l’acqua sporca.

In sintesi i fatti sono questi:

  • 06/07/2007 Delta SpA delibera l’aumento di capitale sociale. Sopaf SpA esprime voto contrario.
  • 29/11/2007   Guido Rossi presenta per conto di Sopaf un esposto in cui denuncia il controllo della Cassa di Risparmio di San Marino su Delta.
  • 20/03/2008 Viene aperto presso la  Procura di Forlì il fascicolo N. 1670 . Prima di quella data erano già stati acquisiti elementi sul sistema bancario di San Marino
  • 05/06/2008 Fermo del portavalori. Primi avvisi di garanzia per i reati di riciclaggio, associazione a delinquere, ecc..
  • 04/09/2008 Inizio ispezione Banca Italia in Gruppo Delta
  • 19/12/2008 La Corte di Cassazione annulla senza rinvio il provvedimento cautelare relativo al sequestro del furgone portavalori
  • 22/12/2008 La sentenza della Cassazione viene depositata in cancelleria
  • 22/12/2008 La Procura richiede misure cautelari per 5 indagati: Gilberto Ghiotti, Presidente Carisp, Mario Fantini. AD di Carisp, Luca Simoni DG di Carisp, Paola Stanzani Consigliere Carisp, Gianluca Ghini DG di Carifin SA.
  • 09/02/2009 Termine ispezione Banca Italia Gruppo Delta
  • 23/04/2009 L’esito dell’ispezione di Banca d’Italia in Delta perviene alla Procura
  • 24/04/2009 Il GIP dispone le misure cautelari per i 5 indagati
  • 27/04/2009 Viene notificato a Delta l’esito della Ispezione di Banca Italia in cui è affermato che “in relazioni alle irregolarità riscontrate, questo ufficio, ha avviato il procedimento per l’irrogazione di sanzioni amministrative pecuniarie
  • 27/04/2009 Sie e Onda ricevono da Banca d’Italia una  comunicazione datata 23/04/09 che revoca le autorizzazioni a detenere azioni di Delta. Contemporaneamente è avviata procedura amministrativa nei confronti del Consiglio di Amministrazione e Collegio Sindacale di Delta.
  • 03/05/2009 Vengono eseguiti gli arresti dei 5 indagati.
  • 03/05/2009  Vengono emessi avvisi di garanzia per i dirigenti di Delta, di Cassa, di Carifin S.A., per i Consiglieri della Cassa, della Fondazione, delle società del Gruppo Delta. In totale vengono indagate oltre 70 persone. Paralizzate due aziende. Inizia il caos decisionale e il crollo del rapporto fiducia all’esterno di Cassa e Delta.
  • 05/05/2009 Banca Italia commissaria Delta con provvedimento  provvisorio.
  • 07/05/2009 Il Tribunale di Bologna respinge l’impugnativa promossa da Sopaf contro la delibera di aumento del capitale di Delta.
  • 14/05/2009 Banca Italia richiede al Ministero dell’economia e delle Finanze di sottoporre Delta alla procedura di amministrazione straordinaria per “gravi irregolarità” nell’amministrazione e “ gravi violazioni normative

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Oggi il Gruppo Delta non esiste più. Parliamo di uno tra i primi dieci gruppi di credito al consumo in Italia, con un fatturato di circa due miliardi di euro e una quota di mercato del 3%: quasi 200 filiali con più di mille tra dipendenti ed agenti. Tutto sparito.

Io nonostante tutto, visto che avevo un ruolo manageriale, sono rimasto in sella fino alla fine del 2012; a quel punto sono stato accompagnato alla porta e, unico rimasto tra gli amministratori della gestione pre-commissariale, ho continuato a lavorare, con metà delle risorse, per il bene dell’azienda in attesa della nuova proprietà. I signori mandati da Roma hanno cosi’ gestito i circa 600 dipendenti rimasti, con l’avvallo “volenterosamente fattivo” dei sindacati: 200 in mobilità, 200 a tempo per chiudere la gestione dei crediti del gruppo (che ovviamente stanno andando molto bene) e 200 teoricamente a stipendio “autoridotto” nella classica banca “nazionalizzatrice” che ha comperato a prezzo di saldo. La Compagnia di Assicurazione del gruppo, va sottolineato, pur essendo estranea al perimetro bancario fu venduta a 2 terzi del Patrimonio alla stessa banca di sistema. Ad oggi quella piccola realtà continua a produrre utili.

L’hanno chiamata “soluzione di sistema” ma si tratta del solito metodo:  socializzare le perdite con i soldi dei contribuenti e privatizzare ai soliti noti gli utili. Purtroppo non essendo tute blu ma odiosi bancari privilegiati non hanno avuto neanche spazio sui giornali.

Inutile che aggiunga che ad oggi a cinque anni dai fatti le persone arrestate od indagate per la vicenda Delta non solo non sono state processate ma neppure rinviate a giudizio, nonostante siano state esposte in televisione con le manette ai polsi mentre entravano alle due di notte nella Casa Circondariale di Forlì (chi ha avvertito Report degli arresti nottetempo?). Alcune hanno ritrovato un lavoro , ed io sono tra questi fortunati, altre sono ancora a casa ma tutte chiedono giustizia per sapere se erano dipendenti in una società di banditi o vittime collaterali di una guerra interna al sistema. Sarebbero anche gradite le scuse di chi ci ha messo tutti e 800 alla gogna.

P.S. nel frattempo in quel periodo a Siena si divertivano alla grande, con buona pace dei Masaniello televisivi ”

 

Di piu’ sulla vicenda:

 

http://www.sanmarinoworld.com/?id=34&id_n=3334

Se questa è censura

in giornalismo/società by

Sarò io, a non capire. Ma più leggo i commenti sul testo del “DDL diffamazione” passato al Senato, meno sono convinto: e dire che scrivo su un blog, ragion per cui la cosa dovrebbe interessare anche (e direi soprattutto, visto che non ho alcuna testata a difendermi) me.
Prendete quello di oggi su Repubblica, ad esempio. Ebbene, tanto per iniziare concordo sul fatto che il carcere per la diffamazione, in effetti eliminato dal DDL, fosse una misura “assurda”; non più assurda, però, di tante altre situazioni per cui il carcere continua e continuerà ad essere applicato senza che nessuno fiati. Voglio dire: non vedo perché sbattere in prigione un giornalista che dà arbitrariamente del pedofilo a qualcuno, tanto per fare un esempio, sia più “assurdo” che metterci uno che ruba un lettore DVD; per non parlare del fatto che in Italia, attualmente, finisce dentro perfino chi ha in tasca qualche spinello, e addirittura chi è clandestino. Ergo: non è che il carcere per la diffamazione sia assurdo perché la diffamazione è un reato meno grave di altri; anzi, se per fare un’ipotesi di scuola dovessi scegliere chi mandare al gabbio tra un diffamatore e uno che si fa le canne, personalmente non avrei dubbi e sceglierei il primo. Magari, e sottolineo magari, i giornalisti si indignassero per tutte le situazioni in cui il carcere è evidentemente spropositato con la stessa forza con cui difendono se stessi.
Ma passiamo oltre.
Ci si stracciano le vesti perché il DDL prevede una multa fino a 50mila euro per la diffamazione “avvenuta con la consapevolezza della falsità“: in parte, se non capisco male, perché la formulazione della norma sarebbe di per sé offensiva (per la serie: come vi permettete anche solo ipotizzare che un giornalista menta sapendo di mentire? Come osate? Mah, come se non fosse mai successo, aggiungerei io, ma lasciamo correre); in parte (e qua uno salta dalla sedia) perché “una multa da 50mila euro rappresenta molto più dello stipendio di un anno di un redattore”, e quindi “una multa così porta necessariamente con sé la censura o peggio l’autocensura”.
No, dico, ho capito bene? Una multa di 50mila euro per chi dà una notizia falsa sapendo che è falsa sarebbe “censura”? Cioè, “censurare” una persona significa punirla se dice consapevolmente bugie? In quale dizionario, di grazia, viene fornita questa definizione? La “libertà di espressione” consiste quindi nel poter dire menzogne sul conto degli altri sapendo di dirle?
Onestamente non lo sapevo: e l’occasione mi è gradita per dichiarare pubblicamente che non alzerei un dito, per difendere una “libertà di espressione” concepita così. Manco il mignolo del piede. E che non troverei niente di scandaloso se simili comportamenti venissero sanzionati con una multa pari allo stipendio di tre, cinque, dieci redattori.
Dopodiché, c’è tutta la faccenda del diritto all’oblio.
Sarebbe “punitivo” nei confronti della stampa il diritto di ciascun interessato a “chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori e dei dati personali trattati in violazione delle disposizioni di legge”.
Punitivo, capito? Se qualcuno ha scritto che Metilparaben chiede il pizzo ai commercianti, e Metilparaben chiede che questa calunnia venga rimossa dai siti internet e da Google in modo che quando qualcuno cerca il suo nome non appaia la parola “estorsore”, questo sarebbe “punitivo” nei confronti dell’informazione. Anzi, sarebbe “un danno epocale alla storia dell’informazione“. Epocale, capito? Alla “storia”, nientepopodimeno, dell’informazione. Bah. E sottolineo: bah.
Non mi addentro, perché non credo di avere tutte le competenze per valutarla appieno, nella questione delle rettifiche: né voglio ignorare il fatto che certe norme possano essere scritte meglio, che vi siano degli aggiustamenti da fare, che alcune parti del DDL possano essere approfondite o addirittura eliminate.
La sensazione di fondo, però, è che parole come “censura” e “bavaglio” vengano usate spesso e volentieri con troppa leggerezza, per non dire con disinvoltura: e che alla base di questa disinvoltura vi sia una nozione di “libertà d’espressione” che reputo quantomeno singolare, per non dire (e stavolta ci sta davvero) “assurda”.
Ecco, io la vedo così, anche se scrivo su un blog: e perciò la questione dovrebbe interessare anche (e forse soprattutto) me.

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