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Il nazismo di Heidegger è un sottogenere del fantasy

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“Tornare a parlare di Heidegger nazista può sembrare un esercizio noioso”, esordisce l’ennesimo pezzo sulla fine questione filosofica del presunto nazismo di Heidegger: ormai un sottogenere letterario che attinge al fantastico, una chiacchiera filosofica di quel genere che proprio Heidegger relegava a passatempo contro la noia (ah, l’inconsapevole ironia). E’ una questione che, lasciata in mano ai commentatori, tende a finire nell’elencazione di altri personaggi emeriti che avrebbero preso abbagli politici in una sorta di riabilitazione collettiva o, peggio, nell’assolutorio isolamento del pensiero filosofico rispetto al pensiero politico.

Proveremo invece a ricondurre tale questione nei termini di una minima correttezza fattuale, in primo luogo per quando riguarda il rettorato di Friburgo: Heidegger diviene effettivamente rettore, eletto all’unanimità nella primavera del 1933, dietro la richiesta e con il sostegno del precedente rettore, il socialdemocratico Von Möllendorf, costretto alle dimissioni dalla NSDAP. E’ a questo punto che prendere la tessera nazionalsocialista diviene quantomeno necessario per evitare un’eccessiva esposizione contro il partito; nonostante questo, quando appena un anno dopo darà le dimissioni (siamo nell’aprile del 1934), l’organo del partito di Friburgo saluterà il nuovo rettore che lo sostituisce come “il primo rettore nazionalsocialista” di Friburgo. E’ giusto ricordare che dopo la caduta di Hitler gli occupanti alleati revocarono ad Heidegger il permesso di insegnare, ma si tende curiosamente a dimenticare  che molti, fra cui Arendt e Jaspers, considerarono questo provvedimento ingiusto e ingiustificato.

Per quanto riguarda gli appunti di Heidegger di recente pubblicazione che hanno buttato paglia sul fuoco del fortunato filone, occorre precisare che – al contrario di quanto affermato nel post precedente – i cosiddetti Quaderni Neri sono stati pubblicati ben prima di quanto fosse stato previsto dal piano editoriale dell’opera omnia, fissato dallo stesso Heidegger nel 1976. Rimane oscuro, seguendo il ragionamento dei novelli censori, il motivo per cui il filosofo che davvero avesse voluto nascondere il propri convincimenti antisemiti, invece di “rallentare” la loro pubblicazione rendendola postuma, non abbia semplicemente stracciato le 12 pagine su mille che si occupano di mondo ebraico. Questo avrebbe potuto farlo sicuramente dopo la caduta del nazismo. Ma prima perché mai un antisemita convinto che ha la fortunata sorte di vivere in un regime ufficialmente antisemita, avrebbe dovuto tenere nascosti i propri sentimenti affidandoli a quadernetti tipo Moleskine di cui nessuno conosceva l’esistenza, invece di scrivere articoli come faceva per esempio Rosenberg? Sarebbe molto più semplice, oltre che veritiero, ammettere che i Moleskine furono nascosti perché contenevano frasi come “il nazismo è un principio barbarico” e altre in cui si parla di Hitler come di un pericoloso delinquente; in cui si scrive peraltro: “nota per asini fatti e finiti: l’antisemitismo è un principio esecrabile e insensato”.

Sulla questione della tecnica, il nostro precedente autore la interpreta da ignote pagine hedeggeriane come “il male” contrapposto alla purezza della tradizione. Nelle conferenze di Brema Heidegger dice piuttosto che la tecnica è l’essere stesso: voleva forse dire che “il male” è “il bene”? Oppure non ha mai pensato che “la tecnica” fosse “il male”?

E infine, il nostro autore si spinge a condensare la filosofia di Heidegger in un invito a un “nuovo umanesimo” che coinciderebbe con il nazionalsocialismo: a una simile scorciatoia non si può che rispondere rimandando alla lettura degli oltre cento libri a disposizione degli studiosi, impresa faticosa ma che porterà a convergere sulla mancanza di qualsiasi appoggio testuale a supporto.

Per quanto riguarda le prossime puntate della vicenda – “le chicche più gustose” come le definisce il nostro – la sorpresa è ormai rovinata ai lettori ingolositi: in una delle lettere al fratello si apprende di un Heidegger effettivamente entusiasta che invita alla lettura del Mein Kampf definendo Hitler “un genio”. Si tratta di un errore grossolano che, non appena compreso, è stato rimediato dal filosofo nei limiti del possibile: rimettere la tessera sarebbe stato letto come un atto patente di ostilità verso il partito e gli sarebbe potuto costare troppo caro. Per contro, vietò fermamente al figlio di iscriversi alla Gioventù hitleriana.

Nesso di causalità e delega: due questioni di fondo della sentenza su Viareggio

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Fermo restando che le sentenze per essere commentate andrebbero lette e della sentenza sul disastro di Viareggio non ci sono nemmeno le motivazioni – il che rende oziosi  tutti i commenti giornalistici finora pubblicati – ci sono alcune osservazioni generali che si possono fare.

La questione verte essenzialmente sul “nesso di casualità nel reato omissivo colposo” e sulla questione della “delega nel diritto penale”. Si tratta di due delle questioni più complicate e dibattute dell’intero diritto penale.

Nel primo caso occorre determinare se e come una condotta negligente da parte di un soggetto che aveva il dovere di impedire che un certo evento negativo si verificasse abbia davvero contribuito a quell’evento. Detto in soldoni: la strage sarebbe avvenuta in ogni caso anche se fosse stato in piedi il più sofisticato sistema di controlli? Se sì, non può esserci reato perché non ci sarebbe colpevolezza: non sarebbe infatti stato possibile in nessun modo evitare l’evento (immaginate quanto tutto questo sia complicato da accertare oltre ogni ragionevole dubbio).

Ammettiamo in secondo luogo che la negligenza ci sia stata e che sia stata accertata tra le cause dell’incidente, rimarrebbero da accertare altri elementi relativi alla questione della delega. Innanzitutto, a quale livello aziendale si è verificata la condotta negligente che ha causato l’evento? La seconda, chi è che in azienda avrebbe dovuto vigilare affinché non si tenesse quella condotta negligente? Chi infine aveva l’obbligo giuridico di impedire l’evento? L’amministratore delle società, cioè il suo vertice? Si può pretendere che vada in giro a controllare la sicurezza di tutte le stazioni? Ovviamente no, si può pretendere invece che fosse in piedi un piano generale di sicurezza adeguato.

Ancora: se questo piano esiste ma non funziona, di chi è la colpa? Del responsabile del piano? Di chi doveva attuarlo in pratica? Dei vertici che magari non hanno verificato il comportamento di tutti questi tizi o che magari li hanno lasciati senza risorse o autonomia funzionale per attuare il piano? Di tutti questi soggetti?

Su chi deve rispondere e quando sono state scritte biblioteche anche perché i principi e gli interessi in gioco sono fondamentali: da un lato si deve evitare che un amministratore risponda di qualsiasi cosa vada storta in azienda perché questo violerebbe il principio costituzionale della personalità della responsabilità penale (in breve, non posso rispondere penalmente per un fatto di cui non ho colpevolezza), dall’altro il diritto penale deve evitare che delegando teste di paglia i vertici aziendali si spoglino dei loro doveri di controllo e vigilanza.

Insomma anche qui questioni complicatissime, molto più facili a dirsi che da attuare in pratica. Sarebbe quindi forse da evitare il tifo da stadio innocentista e colpevolista, se non da parte dei parenti delle vittime che comprensibilmente chiedono giustizia (e dare giustizia è una delle funzioni, ma non la sola, del diritto penale), quanto meno da parte dei giornali.

Trump colpa della sinistra? Nuove ossessioni della polizia fogliante

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Sostiene il Foglio e Giuliano Ferrara che è colpa della sinistra se c’è Trump.
Ma attenzione, questa non è la versione che dà la colpa alla sinistra liberal, distante dal mitico “popolo” e che offre troppe poche garanzie di distanza dalla destra.
No, no. Qui la colpa la si dà nientemeno che al popolo di Porto Alegre (“rimembri ancor…”) e Saviano. Ma sì, perché è stato il popolo di Porto Alegre, i temuti No Global, ad aprire la contestazione alla globalizzazione, a condannarne gli squilibri e non applaudire entusiasti ai magnifici risultati cui essa ci ha fatto pervenire. Loro, i No Global cattivi, sono loro che hanno aperto la strada a Trump, al suo rifiuto dei trattati di scambio internazionale, sono i No Global che volevano il protezionismo e Trump ora ce lo ha dato.
Di Saviano non mi sono ben chiare le colpe in materia, sostanzialmente Ferrara dice che lo ha scoperto trumpiano e Ferrara è un uomo d’onore. Quindi, Roberto caro, colpa tua, stacce.
Adesso che abbiamo scoperto di chi è la colpa credo siamo già a metà strada dalla soluzione: la globalizzazione va difesa a spada tratta e non si può parlare dei suoi possibili effetti negativi nei Paesi sviluppati o in quelli in via di sviluppo. Bisogna solo ripetere come un mantra che la globalizzazione ha fatto uscire dalla povertà milioni di persone (fatto vero), ma chiunque provi a sostenere che ne vadano attutiti gli effetti negativi in termini di perdita di posti di lavoro nei paesi sviluppati, condizioni di lavoro disumane nei paesi in via di sviluppo e danni all’ambiente è un filotrumpiano. Un oscurantista che fa il gioco dei populisti e fascisti di casa nostra. Al Foglio non la si fa: vigileranno loro contro questi pericolosissimi individui.
Se però – per un solo momento – usciamo da questa realtà virtuale disegnata dal Foglio in cui sono loro, i “liberisti sfrenati” dice Giuliano, a difenderci dal male, si potrebbero osservare diverse cose, vere però, non le fantasie lisergiche foglianti: si potrebbe innanzitutto chiedere chi ha tentato bordone ai tanti Trump di casa nostra negli ultimi anni, per dire? Chi difendeva a spada tratta i governi di Berlusconi e Tremonti, che di liberale non avevano niente? Chi prendeva sul serio, con poche eccezioni lodevoli, le sparate dello stesso Tremonti sulla Cina, la globalizzazione e il resto?
E ancora, già che parliamo di populismo, chi ci ha intrattenuto per anni con un antiparlamentarismo di maniera, con la retorica dell’uomo forte al comando che rompe le mediazioni consociative (prima Berlusconi, poi Renzi, ma già molto prima Craxi). Chi ha sdoganato la retorica del “ghe pensi mi”, della soluzione semplice e istantanea a problemi complessi, la cultura del “prima decidiamo, poi discutiamo”? Ed ancora, chi ha dato il via libera alla caccia alle elite, all’assalto agli intellettuali, al disprezzo dei “professoroni”?
Chi insomma, venendo in Italia, caro Giuliano, se non tu e i tuoi assieme ai vari Rizzo e Stella e alla demonizzazione della fantomatica Casta, ha spianato la strada alla retorica grillina?
O davvero pensi che Grillo e Trump siano un sottoprodotto dei No Global, di Agnoletto e Casarini? Ma dai, Giuliano, sai bene che non hanno mai contato un cazzo i peana della sinistra No Global, figuriamoci!
Ma perché poi se torniamo a Trump e a cose come il blocco dell’immigrazione da alcuni Paesi islamici a caso, e all’arresto dei rifugiati, ma caro Giuliano la colpa è dei No Global? O della destra senza freni che per anni avete supportato, della retorica anti-musulmani che fa di ogni erba un fascio che ci avete imposto? Della esaltazione del pensiero di Oriana Fallaci, che non ha azzeccato una previsione che fosse una ma ci ha lasciato un sacco di argomenti da geopolitica da bar? Ed erano forse i No Global, ancora, a sostenere il centrodestra a trazione fascioleghista, fino a pochi anni fa? E Salvini chi ce lo ha lasciato in eredità? Bertinotti, forse? E con Salvini gli altri trumpiani e trumpettari di casa nostra? In che governi avevano posto?
No, caro Giuliano, se vuoi cercare facili capri espiatori del delirio in cui ci troviamo fai una cosa, rimettiti a leggere le ultime venti annate del tuo giornale. Non ti consolerai ma almeno ti limiterà nella scrittura: dopo quello che hai combinato te ne saremmo grati.

Il requiem del garantismo nell’opinione pubblica

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Ce l’hanno fatta, alla fine, e non era poi così difficile da prevedere. Nel ciclone retorico dell’onestà come virtù cardinale della scienza politica e Pietra Filosofale della cosa pubblica, dalle virtù taumaturgiche e ricostituenti, è successo l’inevitabile. Il dibattito pubblico, che già non godeva negli ultimi anni berlusconiani di una salute di ferro, si è degradato al punto tale da dare per scontato il livello ridicolo e tossico in cui versa.

Il MoVimento 5 Stelle è, come sempre più spesso accade di questi tempi, concausa e cartina al tornasole del fenomeno. Per quanto non in qualità di pioniere, ma certamente di abile fantino, il grillismo ha cavalcato per anni l’ondata di indignazione automatica per le inchieste della politica. L’equazione messa in piedi dal M5S e dalle sue penne feroci e gli organi stampa che dirigono – e che in questo hanno avuto, nella nostrana stampa di sinistra, dei degni maestri – è quella per cui a indagine corrisponde condanna. Un avviso di garanzia è di per sé una testimonianza di colpevolezza, e il triangolo magistratura-giornalismo-speculazione politica non ha fatto prigionieri in questa certosina attività di pessima informazione. Anche la semantica ne è uscita sconvolta: l’avviso di garanzia, da ruolo appunto di garanzia che aveva, è diventata  marchio d’infamia, roba che sarebbe quasi meglio non notificare niente.

Tutta questa palude maleodorante è stata trattata come una fonte d’acqua cristallina finché questo si è rivelato utile a sobillare gli elettori, ma il pantano era prevedibilmente dietro l’angolo. Pizzarotti prima, poi Nogarin, ora il caos della giunta Raggi: chi assume ruoli di governo rischia di subire delle indagini. È una cosa normale, naturale, addirittura sana, se solo non fosse stata criminalizzata fino al giorno prima, gallina d’oro del consenso facile. E il cortocircuito è servito: sul Fatto Quotidiano è in scena uno psicodramma, mentre Di Maio rinuncia alle trasmissioni TV per non doversi trovare nell’imbarazzo di giustificare la propria irresponsabilità prima e incoerenza poi, e Di Battista sospende il tour che lo ha visto impegnato in una sorta di Festivalbar dei bei tempi, solo molto più noioso. Viene il sospetto, e un po’ la speranza, che non abbia più voce.

La cosa autenticamente disgustosa di tutto questo carnevale è, come già detto, che lo stiamo dando per scontato. È regolare e ben accettato ingessare il dibattito pubblico intorno alle iscrizioni nel registro degli indagati e agli atti dovuti che ne conseguono. Siamo completamente assuefatti alla morte del garantismo, quantomeno nella pubblica opinione, alla tavola della quale quasi nessuno che si alzi, batta forte con la punta della forchetta sul bicchiere di cristallo per poi frantumarlo a terra, e nel glaciale silenzio che ne consegue urli: “Ma siete impazziti? Tutti quanti? Tutti insieme? Vi rendete conto di cosa stiamo scrivendo e dicendo, con che faciloneria?”. Niente: si discute serenamente, quasi davanti a una tazza di tè, se dimettersi o non dimettersi, se c’è stata poca o adeguata trasparenza. Il pozzo l’avete avvelenato, e ora da lì vi tocca attingere intere caraffe. Che ci beviamo noi.

Il Giornale e il Mein Kampf: lo sdegno della domenica

in giornalismo/politica/società by

Leggendo vari commenti ed alcune riflessioni in merito alla polemica sulla diffusione da parte de Il Giornale del Mein Kampf, mi è tornata alla memoria una storiella accaduta durante l’ultimo concerto dei Nerorgasmo, avvenuto nel 1993 all’El Paso Occupato di Torino.

I Nerorgasmo sono stati una band hardcore punk italiana attiva dalla prima metà degli anni ottanta fino agli inizi dei novanta aTorino, che proponeva un hc/punk cupo e dalle tematiche nichiliste.

Riportiamo la testimonianza di Simone Cinotto, uno dei componenti e fondatori del gruppo insieme a Luca Abort Bortolorusso ( qui trovate tutta l’intervista):

“Nell’ultimo concerto alla batteria suonò Francesco Dilecce, ora mio batterista nei Via Luminosa. Con lui abbiamo fatto l’ultimissimo concerto dei Nerorgasmo, quello che è diventato l’album “Nerorgasmo Live a El Paso” e in cui Luca era vestito da nazi. Credo che sapesse che sarebbe stato davvero l’ultimo concerto. Mi ricordo che è stato tutto il giorno, dalla mattina alle otto, fino a mezzanotte, prima di suonare ad assemblare l’uniforme da ufficiale SS. Chicca, la sua ragazza dell’epoca, appena prima del concerto mi disse ‘Che due palle, mi ha portato in giro tutto il giorno per tutta Torino a cercare tutte le cose, maniacalmente.’ Voleva proprio la mostrina della particolare divisione delle SS… ti ho detto no che faceva un sacco di modellismo fin da piccolo, con la passione per i soldati nazi?” (.)

“A quel concerto c’era pure Lallo, un eccellente bassista che ha fatto tra l’altro il turnista per artisti importanti. Non avevamo ancora iniziato a suonare e Lallo ha cominciato a fare il culo a Luca per il suo abbigliamento nazi, ‘Come cazzo sei vestito? Vergognati! Levati di torno’. La cosa è andata avanti per quasi tutto il concerto. E allora Luca ha fatto quel discorso che c’è anche registrato nel disco: «Volevo ricordare alla gente che si scandalizza ancora per queste cose che la nostra società ha assorbito tutto quello che c’era da assorbire dal nazismo, tanto è vero che i viaggi in Volkswagen, le vacanze e la vita come la facciamo noi adesso è quella che era stata programmata allora! E i nostri lager sono il terzo mondo lontani dagli occhi e lontano dal cuore… quindi la gente che si scandalizza di fronte ad una croce uncinata messa al collo per provocazione dovrebbe fare un pochino più attenzione a quello che gli gira intorno e alla vita che fa… perché se vogliamo guardare la nostra società è tutta nazista!»(.)

Ora, sicuramente direte voi, che c’entra tutto questo con la polemica degli ultimi giorni?

Vuoi dire che noi viviamo sotto il nazismo?

Pensi di risolvere la questione con questa storiella di questo tipo ipersconosciuto che nessuno sa chi sia?

No No. Assolutamente.

Mi pare però giusto sottolineare che molti di questi scandalizzati della domenica si ingoino tutta la cloaca illiberale possibile ed immaginabile ogni giorno, per poi indignarsi per la distribuzione da parte di un quotidiano, di un testo scaricabilissimo gratuitamente su internet e che si trova quasi regalato in ogni mercatino di provincia e non.

La diffusa reazione indignata alla provocazione de Il Giornale, è identica a quella del tipo che durante un concerto punk insultava irritato e sdegnato un frontman di una band hardcore vestito da mezzo Ss.

Ed è, credo, un tantino, ma proprio un tantino, esagerata.

Soundtrack1:’Adagio’, Tommaso Albinoni

 

Il fascino discreto del nemico immaginato

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Succede che c’è questa bella intervista su il Foglio (sì, persino il Foglio pubblica cose ottime, il mondo è un posto che non cessa mai di stupire). Dicevo, questa bella intervista di Salvatore Merlo a Carlo De Benedetti me la sono goduta tutta.

Trasmette tante “cose” interessanti, sin dall’incipit tra il verista e il voyeuristico dell’ascensore di noce e del maggiordomo in smoking. Insomma ve la  consiglio, anche se, come mi ha fatto notare El Presidente, inizia con la “e” congiunzione, che è una roba da Giovane Holden.

Ora, però c’è una cosa che mi ha colpito molto dell’intervista, e cioè che sostanzialmente è stata condotta da De Benedetti, almeno cosî mi è parso. Cioè, su tante risposte abbastanza apodittiche e tranchant, Merlo avrebbe avuto modo di dire: “No, scusi, Ingegner, non mi pare sia andata proprio così”. E però non lo fa mai.

Eppure è una intervista de il Foglio a De Benedetti, l’editore del giornale che per i foglianti, a volte sfiorando il tic nervoso, rappresenta una specie di Moby Dick, un bersaglio sempreverde. Perché allora Merlo non ne approfitta per affondare un po’ il colpo quando può? Ed evitiamo i “per tenerselo buono” o perché pubblica il giornale dove scrive suo zio, dai, siamo seri.

A me sembra invece che ci sia qualcosa di più profondo, ed è per questo che mi è venuta voglia di scriverne. Dopo aver letto l’intervistà, è da stamattina che cerco di ricordare dove ho letto che “nessuno, più di un comunista, subisce il fascino di una duchessa”.

È possibile che chi fa militanza, specie se militanza contro qualcosa o qualcuno, come il Foglio un po’ fa verso Repubblica, si crea un’immagine di quello contro cui “lotta” che a un certo diviene autonoma dalla cosa o persona concreta contro cui si lotta.  E quando questo succede, incontrare la persona dietro l’idea, vederla in carne e ossa, che respira, parla e si muove autonomamente dall’immagine che ti sei creato, rimani spiazzato e ti affascina, tanto da essere più “molle” di chi questa lotta non la fa. Succede ai comunisti con le duchesse, magari succede anche ai foglianti con gli Ingegneri, che ne sai?

Santé

Il Post la deve smettere

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Questo articolo si pone l’obbiettivo di permettere al sottoscritto di capire se l’impressione che Il Post abbia drasticamente calato la qualità del servizio offerto corrisponda alla realtà. Ogni giorno che passa e che visito il sito o le sue appendici nei social network, mi trovo sempre di più a pensare: “Ma che brutti articoli stanno pubblicando? Ma cos’è sta roba?!”. Fatico però ad esprimermi con certezza contro il giornale di Sofri, innanzitutto perché rimane comunque a mio parere il migliore sito di informazione online in Italia. In secondo luogo, perché vi sono in un certo senso affezionato. Infine, e soprattutto, perché più che un calo della qualità assoluta potrebbe in realtà trattarsi di un cambio nella mia domanda di contenuti, magari non verso l’alto ma di certo orizzontalmente lungo diversi argomenti. Proverò quindi ad entrare nel dettaglio delle mie sensazioni, e magari qualche lettore le condividerà.

Nel momento in cui scrivo, l’home page de Il Post presenta, in ordine di apparizione, i seguenti articoli:

  • Si voterà soltanto domenica
  • A Cannes è arrivata Kate Moss
  • Editoriale di Sofri
  • Il Governo libico riceverà armi e addestramento dalla comunità’ internazionale
  • Guida alle Semifinali dei playoff di NBA
  • La rubrica “Virgolette”
  • 13 grandi canzoni dei King Crimson
  • Editoriale di Menietti sul caso Red Ronnie
  • Cosa fu l’accordo Sykes-Picot
  • I 30 anni di Top Gun
  • Galleria fotografica su un progetto inerente gli stupri
  • La nuova offerta per RCS
  • Le proteste in Afghanistan contro il percorso di una nuova linea elettrica
  • Editoriale di Mantellini sull’ultimo di Franzen
  • La Storia delle foto ritoccate di Steve Mc Curry
  • Megan Fox ha 30 anni
  • L’arresto di Mandela avvenne grazie ad una soffiata della CIA?
  • Non ci saranno piu’ serie tv di CSI
  • Che cos’e’ il giorno della Nakba
  • Guida alle elezioni di Trieste
  • Editoriale di Briguglia
  • E’ finita la Serie A
  • Le 28 pagine ancora segrete sull’11 settembre 2001
  • La storia di Hacking Team, dall’inizio
  • La bomba che non lo era all’Old Trafford
  • Le foto di domenica a Cannes
  • FotoGallery di roba varia.

Innanzitutto salta all’occhio la schizofrenia nei contenuti. Non esiste alcun ordine di genere (prima la cronaca, poi la politica, gli esteri…) né cronologico, né tanto meno di importanza. Non si spiega altrimenti il secondo posto dedicato all’arrivo di Kate Moss a Cannes. A proposito di qualità: sommessamente, vorrei stilare una classifica soggettiva di argomenti che mi interessano, di argomenti che non mi toccano ma ne capisco l’importanza per altri, di argomenti “enciclopedici” (cioè “non interessano a nessuno ma sai mai potrebbero tornare utili a Trivial Pursuit”), e infine di argomenti di un’inutilità infinita, uno vero spreco di pixel.

Ripeto: è una classificazione soggettiva. Le foto di Cannes magari sono più rosa che rosse, mentre qualche verdino potrebbe essere considerato da altri un quasi rosso. Tuttavia mi spaventa che il 30% degli articoli sia di scarso se non nullo interesse. A peggiorare la situazione è la disposizione randomica dei titoli, perché mentre con il Corriere ho capito che alla seconda scrollata entro nel fango, su Il Post questo trucco come vedete non vale.

Vale la pena dare un’occhiata agli articoli pubblicati su un solo argomento, particolarmente caro alla redazione, anzi direi quasi un’ossessione: Obama. Cerchiamo le ultime pubblicazioni con il tag “Obama”, nel periodo 21 marzo-5 maggio:

Obama <3 Star Wars
Gli invitati famosi alla cena dei corrispondenti
Chi ha inventato il mic drop?
Le migliori battute di Obama alla cena dei corrispondenti
La lettera di una bambina di otto anni ad Obama
Le foto di Obama con la famiglia reale britannica
Ma Obama e i sauditi, cosa devono da dirsi?
Qual è stato il peggior errore di Obama, secondo lui
La prova che Obama è un gran ballerino
Obama ha ballato il tango a Buenos Aires
Le foto dell’ultimo giorno di Obama a Cuba
La diplomazia nel baseball
Obama ha fatto un brutto scherzo a Raul Castro
La frase di Fidel Castro su Obama e il Papa è falsa
Le foto di Barack Obama a Cuba

No, dico, rendiamoci conto di che notizie ha pubblicato Il Post nell’arco di meno di due settimane.

Per assurdo, è la colonna destra a riscattarsi, perché laddove i siti mainstream ci buttano dentro un’accozzaglia di puttanate, Il Post mantiene inalterato il vecchio stile con le notizie in tempo reale (beh, oddio, l’ultimo aggiornamento è di 8 ore fa), lo spazio ex-Makkox, le photogallery (ahimé, le stesse del lato sinistro) e infine le nuove sezioni: Moda, Libri, Flashes.

Ecco. Parliamo un attimo delle sezioni. Il Post deve averci puntato molto, visto che ci ha dedicato pagine indipendenti sui social, trainate attraverso condivisioni costanti da parte della pagina principale. Tra queste domina Flashes, che di fatto è ciò che ha fatto traboccare il vaso della mia crescente insofferenza. Flashes è – usando sempre toni sommessi e pacati – un’accozzaglia di puttanate inutili, una discarica a cielo aperto che continua ad buttare fuori tonnellate di merda. Flashes è presumibilmente l’alter ego esatto de Il Post. Nessuna notizia, nessuna qualità, solo video simpatichelli per acchiappare più visualizzazioni possibili. Ora, anche “Il Vecchio Post” strizzava l’occhio ai lettori mettendo, tra un fact-checking di Di Luca e un editoriale di Facci, qualche articolo stupidotto su Game of Thrones, su qualche spot catchy, su qualche mostra particolarmente curiosa. All’interno di una grande sfera bianca, c’era una piccola goccia nera che rendeva più umano il sito. Ecco: come lo yin/yang è apparso Flashes, una grande sfera marrone con qualche piccola goccia bianca ogni tanto.

Negli ultimi mesi sfogliavo certe galleries del Corriere e mi dicevo: “Pensa, questa gallery qualche anno fa la faceva solo il Post”. Ma mi stavo sbagliando. La realtà è che è avvenuta una specie di scambio: da un lato i giornali hanno imparato a usare i titoli à la Sofri (il famoso argomento “spiegato bene”) mentre dall’altro Il Post ha cominciato ad importare vaccate (non dal Corriere, ma dai siti americani, cosìcche` in effetti non si tratta di “stronzate” ma di “bullshit”, parola più cool).

L’esistenza di Flashes è la mia leva per scardinare il bias dettato da un cambio nei miei gusti, cioè il rischio che: “Il Post non è cambiato, sei tu che ti sei stufato di certe cose”. Certo, ammettiamo che Il Post sia rimasto lo stesso di sempre: ora però ricevo notifiche anche da Flashes, per cui la percentuale di inutilità (o meglio, di “notizie che non lo erano”) è aumentata spaventosamente.

Penso che la redazione si sia resa conto di ciò che stava accadendo, e cioè che a furia di seguire siti come Buzzfeed stesse letteralmente rinunciando alla qualità originaria dei propri contenuti. Paradossalmente, la risposta al problema è arrivata dalla polemica sorta nel mondo dell’editoria dopo che Buzzfeed aveva postato un video su cosa succede se si avvolge di elastici un’anguria. “Molti osservatori […] si chiedono come una testata possa mantenere una propria credibilità con iniziative di questo tipo e di fronte al successo tentatore che ottengono, che sempre secondo loro non hanno nulla di giornalistico”. L’articolo de Il Post chiama a testimonianza i principali quotidiani anglosassoni e i vari social network; è un pezzo che richiama il buon vecchio stile del sito, fatto di lunghi paragrafi dettagliati, ma giunti a questo punto non mi può non venire il sospetto che sia invece una supercazzola autoassolutoria. Come dire che non si tratta di una risposta a “Come possiamo migliorare?” bensì a “Come possiamo giustificare le nostre scelte infelici?”

Scelte infelici quali la sostanziale distruzione della sezione dei commenti. Qui ne parlo veramente addolorato e un po’ mi vergogno pure, come una moglie che si era ripromessa di accettare senza sindacare un errore commesso dal marito salvo poi rinfacciarglielo davanti agli avvocati divorzisti. Fino a qualche anno fa una frase tipica dei frequentatori de Il Post era “Lo leggo anche solo per i commenti”. Si era infatti create una community forte, incentrata su un nucleo di persone educate, intelligenti, esperte ed ironiche. Per citarne alcuni, a memoria: Aghi di Pino, Uqbal, Umberto Equo, Wonder Virgola, e il mio preferito, Sfrj. Il sito poi aveva implementato – unico all’epoca, per quanto ricordi – Disqus, sovrastando per qualità ed efficienza i colossi dell’editoria. Poi l’infausta notizia: Sofri comunica che i commenti verranno severamente filtrati e potrebbero volerci minuti, anzi ore tra l’invio e la pubblicazione. E mentre sul sito la community crollava, su Facebook aumentava il tasso di pubblicazioni (Flashes) con il problema che sul social la qualità dei commenti è  indistinguibile da quelli delle pagine di Salvini o Repubblica.it.

Fortunatamente, le persone che avevano spontaneamente dato tanta qualità a Il Post non si sono scoraggiate e hanno fondato una community, Hookii.it, che funziona divinamente e che permette di commentare senza freni gli articoli di Sofri & Co. (ma non solo quelli). E tuttavia, per quanto possa essere cocente la delusione per tutte la strana, brutta strada che ha preso il sito e che temo verrà ancora percorsa, rimane una sorta di fedeltà da un lato e di mancanza di alternative dall’altro che quanto meno fa da rete di salvataggio. Ma per quanto ancora?

Intanto, sorbiamoci l’ennesima photogallery su Obama.

Vaccinazioni, Red Ronnie e Nicola Porro: questa non è democrazia

in giornalismo/società by

Parliamoci chiaro: Luca Mazzone, autore di questo post, la puntata di Virus sulle vaccinazioni non l’ha proprio vista. O, se l’ha guardata, forse nel frattempo stava facendo altro (stirare? Leggere un Harmony? Scommettere alle corse dei cavalli?).

Perché un conto è rivendicare il diritto a informare e a mostrare l’ignoranza per quello che è (perfettamente incarnata, nel caso specifico, dalle teorie di Red Ronnie), ma tutto un altro paio di maniche è difendere un prodotto destinato al pubblico generalista che presenta il dibattito su un problema scientifico come “confronto fra idee”. D’altronde, ‘Il contagio delle idee’ è proprio il titolo che il giornalista Nicola Porro ha voluto dare alla parte del suo programma dedicata ai vaccini, quasi a sottolineare che, in fondo, le personalissime opinioni di un DJ degli anni ‘70 hanno lo stesso peso dei dati presentati da un virologo di lungo corso, Roberto Burioni. E se questo non fosse stato abbastanza chiaro abbastanza sin dall’inizio, a un certo punto è lo stesso Porro a ricordare agli ospiti che l’intervento di Eleonora Brigliadori, attrice e conduttrice televisiva convertitasi all’antroposofia, è una “posizione da rispettare e da sentire”, esattamente come i fatti riportati qualche minuto prima dal medico e ricercatore Burioni.

Tutto questo basterebbe di per sé ad affossare la credibilità di un talk-show che vorrebbe fare informazione (dati scientifici ≠ opinioni), ma fingiamo, anche solo per un attimo, di sostenere la necessità del dibattito ad ogni costo (in nome di una presunta quanto fittizia potenzialità euristica della discussione da bar), e andiamo a vedere concretamente fino a che punto si è spinta la par condicio del conduttore Nicola Porro. Nel corso della trasmissione, il dottor Burioni interviene solamente una volta, mentre Red Ronnie prende la parola a ben tre riprese, alternato da un mix di opinioni (favorevoli o contrarie) di non-specialisti, genitori con esperienza traumatiche di vario tipo e gente fermata per strada (sic!). Il segmento si conclude poi con il delirio di Eleonora Brigliadori, che di fatto chiude la discussione senza che l’unico scienziato presente in diretta abbia la possibilità di replicare alle baggianate dell’attrice; al netto di 31 minuti circa di dibattito a Burioni viene lasciata la parola per soli 3 minuti – meno del 10% della durata complessiva del programma.

Insomma, alla scienza è stato lasciato ben poco spazio nel salotto democratico di Nicola Porro, che a quanto pare preferisce dar libero sfogo ai matti del villaggio piuttosto che approfondire la questione con la deontologia professionale che il suo ruolo richiederebbe. Qualunquismo non è progressismo, caro Luca Mazzone, e la libertà d’opinione a cui fai appello con tale veemenza nel concreto si riduce a puro brainwashing mediatico. Tanto più che qui vi è in ballo la salute dei minori, non qualche principio libertario sparato a caso giusto per compiacersi della propria onestà intellettuale.

Onestà intellettuale di cui, nel caso di Porro, non si è proprio vista ombra.

Roma sta morendo, e non saranno i privilegi in nome della “cultura” a salvarla

in cultura/giornalismo/politica by

Si diceva altrove che Raimo è uno al quale, nel mondo della cultura, “tutti devono almeno uno o due favori”. E scrive per una rivista letta da gente che, a torto o a ragione, si sente parte di un’Italia migliore, eletta, più sensibile, raffinata e cosmopolita. Questa cosa sembra in un certo senso informare la sua visione del mondo, se è vero che la mera applicazione della legge a persone che si trovano nel circolo delle sue frequentazioni lo porta a impugnare la penna al meglio della sua forza espressiva.

Il suo ormai popolarissimo articolo su Internazionale a proposito di Roma è però un’accozzaglia confusionaria di malcontenti, molto diffusi e veritieri, per carità, sull’innegabile degrado in cui versa la capitale. Ne viene fuori una fotografia sconfortante della città largamente condivisibile, ma anche un minestrone in cui si mischiano con disinvoltura temi disparati come il sostegno pubblico alla cultura e i problemi dell’urbanistica, il tema delle occupazioni e quello delle regole bizantine per gli esercizi commerciali, senza un nesso che non siano i gusti di Raimo in fatto di vita hipster notturna. Il punto di caduta è che, alla fine della sua giaculatoria, neanche l’autore riesce a individuare alcuna responsabilità precisa e finisce per inveire alla cieca contro chi preclude gli accessi ai suoi personali punti di riferimento culturali. Christian Raimo non è un politico, non è sua responsabilità sezionare i problemi e individuare le soluzioni, ma il rischio è che – in mancanza di analisi e ricostruzioni – questo filone mainstream del lamento generico su Roma non faccia che ridurre la cosa a un genere letterario per infinite serie di editoriali oppure di interviste ad orologeria per far fuori il sindaco scomodo di turno.

Vediamo allora di mettere ordine tra gli spunti del buon Raimo:

☛ Il fenomeno della desertificazione del centro storico è innegabile: un bel video dei Ritals ci ricorda che quello che chiamiamo “centro”  a Roma è pari a 5 volte il centro storico di Parigi e contiene più siti archeologici e di interesse artistico di interi Stati. Non si tratta però né di un problema recente né di una esternalità del capitalismo interiorizzato a causa di AirBnB. Già nei primi anni ’90, nella riedizione del libro Roma moderna, l’urbanista Insolera annotava:

Nei venti anni tra il 1951 e il 1971 il centro storico di Roma ha visto più che dimezzata la sua popolazione; inoltre anche una gran parte di quella ancora residente è cambiata con la trasformazione di abitazioni povere e medie in residenze di prestigio. In totale, si può ritenere che circa i quattro quinti dei residenti del centro storico siano emigrati in periferia. Dopo il ’70 il fenomeno si è esteso alla cerchia dei quartieri fuori le mura a macchia d’olio: come questi quartieri si erano formati dal 1870 al 1960 per alloggiare la popolazione della città in crescita, adesso si trasformano in uffici, che ugualmente si diffondono a macchia d’olio.

Insomma, la popolazione residente a partire dagli anni ’50 viene spinta fuori dalla cinta storica e addirittura ai confini del GRA; la vita civile si riorganizza nei quartieri. La crisi e il sistema di mobilità dissestato fanno in modo che ci si muova sempre meno e sempre meno verso il centro. Tutto vero, colpa di piani regolatori molto antichi e mai rivisti e di un trasporto pubblico insufficiente. Non però di Airbnb e di chi (chi, poi?) secondo Raimo avrebbe convinto i giovani a rinunciare al proprio estro.

☛ Il fenomeno dell’omologazione degli esercizi commerciali e della scadente offerta gastronomica per turisti non è invece una esclusiva di Roma, e farei fatica a correlarlo al degrado urbano dal momento che la presenza né delle patatine olandesi né le officine della ‘nduja risulta abbiamo eroso il tessuto creativo ed estetico di Milano, per dire, o di Madrid. Sono poi due tendenze che non c’entrano nulla: da una parte catene di fast food etnico, dall’altra tentativi di singoli al massimo ingenui di fare impresa in base alla moda slow food del momento, valorizzando i prodotti del proprio territorio. Insomma, con chi ce l’ha Raimo? È mai andato al Pallaro? Che fare, inibire alcuni ristoranti e favorirne altri? E soprattutto, che c’entra questo con il degrado urbano?

☛ Il tema dei fondi – ovviamente pubblici – alla cultura è sempre caldissimo a Roma, sarà che la città pullula di artisti. Ora, quale sia il numero di artisti necessario a garantire uno standard accettabile per Raimo e quindi quale debba essere la proporzione con la gente che si accontenta di lavori normali, anche un po’ brutti, e che paghi le tasse per finanziare la gente che fa l’artista non ci è dato saperlo. Sappiamo che al momento non c’è trippa per gli artisti, e sappiamo anche che se tutti fossimo artisti sarebbe anche peggio, perché i fondi li dovrebbe cacciare per intero Raimo. Il sistema dei teatri di prosa romani ha goduto per anni di un sistema di finanziamento a preventivo, al contrario di quello milanese che andava a coprire a consuntivo in base ai posti riempiti. Servirebbero delle metriche per capire che impatto abbiano avuto i due modelli, però magari una logica di produzione artistica meno ombelicale riuscirebbe ad attrarre il pubblico pagante che al momento sembra mancare.

☛ La questione spazi occupati è complessa, in alcuni casi si interseca con quella degli operatori culturali. La questione andrebbe affrontata caso per caso, per esempio nel caso del teatro Valle non si trattò sicuramente di una restituzione ai cittadini ma di una appropriazione arbitraria, vero è che dopo lo sgombero non se ne è fatto nulla. In generale, sui centri sociali, mi sento di condividere una riflessione ospitata di recente su questo stesso blog dal titolo eloquente: Non basta okkupare.

☛ Sugli esercizi commerciali chiusi a piacere dalle forza dell’ordine con ordinanze qualsiasi, prese dal ventennio o emesse ad hoc dalla stirpe dei “sindaci sceriffi”, sarebbe forse da affrontare il tema più generale di una regolamentazione così bizantina che è praticamente impossibile osservarla completamente. Si va dall’obbligo di un bagno per bar senza neanche tavolini fino allo spessore minimo del bancone. Fare impresa così, anche non ci fosse la crisi, anche non ci fosse la concorrenza dei franchising, è un incubo per tutti, non solo per chi fa cultura. Il Dal Verme è un esercizio commerciale – come tutti – sottoposto a queste regole. Invece, il punto centrale di Raimo è lo stesso con il quale uno di quelli del Dal Verme lamenta l’ingiustizia subita. Ne riporto un estratto, ma il resto della presuntuosetta chiacchierata è qui:

Il bar, specialmente quello del Verme, (anche qui chiunque l’abbia frequentato può confermare) offre nel nostro caso qualcosa di CULTURALE, perché Andrea, Francesco, Mario, i ragazzi che si occupano di star dietro al bar, sono appassionati di mixology, di birre, di vini…Insomma, ci piace bere bene e quindi abbiamo una scelta, abbiamo prodotti che vengono da microbirrifici, che noi promuoviamo culturalmente, cioè è parte del lavoro culturale anche far conoscere quei prodotti al più possibile numero di persone, di soci. Fortunatamente non esiste solo la birra Peroni: perché dobbiamo berci per forza la merda in un’associazione culturale? Quando sono diventata socia ci siamo incontrati anche su quella scelta lì, avevano dei vini da paura perché spingevano delle realtà particolari, ti spiegavano tutti i dettagli, di come si arrivava a quel vino…

Per fortuna l’intervistatore non ha chiesto di specificare, altrimenti avremmo avuto altre dieci righe di elogio del vino biodinamico, con annessa spiegazione di come il cornoletame renda il vino più fruttato, robe così. Insomma, il senso è che il loro bar è mes que un bar, ovviamente: una cosa diversa, oltre, meritevole di attenzioni particolariAbbiamo sempre trovato adorabile questa sorta di presunzione aristocratica, diffusa tra chi si considera molto alternativo e molto progressista, e che per qualche ragione ritiene di avere dei diritti speciali. E magari li ha pure, perchè se il Valle, per dirne uno, fosse stato occupato da quattro scappati di casa, la rivoluzione sarebbe durata il tempo di una notte.

Insomma, il problema delle regole per la movida e la ristorazione, quello della politica culturale e turistica sono certamente più complessi e richiedono una riflessione più grande della mera applicazione di leggi peraltro ingiuste. Ma pensare che la via d’uscita sia la legittimazione dell’eccezione, il disordinato accesso a fondi e risorse comuni degli amici di Raimo con la contestuale persecuzione delle catene o delle iniziative di sharing economy che gli stanno antipatiche, è molto, troppo poco. Specialmente per chi mostra di ritenersi migliore, più bravo, più eletto dei rivenditori di patatine olandesi.

Trivelle: è la difesa ad essere imbarazzante

in giornalismo/politica by

Ricevo, e volentieri pubblico una replica al mio post di ieri, a cura di Alessandro Gilioli

“C’è una buona ragione per apprezzare il post di Luca Mazzone sul referendum del 17 aprile: perché ne parla.

Mai si era vista infatti, nella storia dei referendum, italiani, una cortina di silenzio così solida attorno a una consultazione popolare, quale che ne sia l’argomento. Siamo a meno di tre settimane dal voto e sia sul servizio pubblico sia sulle emittenti private lo spazio dedicato al referendum è a ridosso dello zero. Siamo al contrario esatto di quanto terrorizzato da Einaudi, cioè il celebre “conoscere per deliberare”. A fronte di una conoscenza prossima al niente, presumibile che la maggior parte delle persone non riterrà di deliberare: peccato che, astenendosi, comunque delibererà, cioè porterà a una scelta.

Vedo che è molto scarsa la sensibilità in merito di Mazzone e che anzi egli non si imbarazza ad assommare l’astensione di chi non vuole cambiare la legge (e non ha la lealtà di votare No) a chi semplicemente non andrà a votare perché non informato e non sensibilizzato sul tema: pazienza, ma questi si chiamano giochetti di convenienza e sono il contrario esatto della politica come confronto etico onesto e leale, così come ce l’hanno insegnato Pannella e i radicali. A proposito, vedo che Mazzone si duole molto per la campagna a suo dire allarmista di chi è contrario alle trivelle vicine alle coste: lo capisco, anche a me i toni lontani dall’understatement e dai contenuti reali danno spesso fastidio. Tuttavia si sa che l’urlo è l’arma delle minoranza silenziate e anche questo – toh – è un insegnamento radicale: quante volte Pannella ci ha strillato di assassinio della Costituzione e di omicidio della democrazia, e con toni assai apocalittici, nello sforzo di farsi ascoltare, di ottenere quell’attenzione che gli veniva negata dai media di regime? È normale – e più che accettabile – una certa enfatizzazione dello scontro per reagire al cloroformio.

Sul resto, sui temi del referendum, Mazzone parla poco. Peccato, perché sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum), sui reali effetti quanto a posti di lavoro di una chiusura che sarebbe progressiva dal 2018 al 2035; ma sarebbe anche interessante il parere di un liberista su una modalità di capitalismo anti competitiva e anticoncorrenziale come quella sottoposta a referendum, che protegge le rendite di posizione a discapito dei newcomer.

Più in generale, sarebbe interessante vedere quali argomenti a favore della contemporaneità tecnologica e dell’economia del futuro si possono addurre nella difesa di un modello economico novecentesco basato su combustibili fossili. O forse, per usare una parola evidentemente cara al nostro difensore delle trivelle, più che interessante sarebbe – per lui – parecchio imbarazzante”

L’Erasmus non c’entra niente. Piantiamola.

in giornalismo by

La reazione alla morte delle studentesse in Erasmus mi lasciano stupefatto. Non perché non condivida il lutto di fronte alla morte di molte ragazze  giovanissime che tornavano da una festa. Dice: “Ma se fossero stati vecchini di ritorno all’ospizio ti sarebbe dispiaciuto di meno?”. Boh, non lo so, forse si, credo sia una reazione naturale piangere la vita di chi ha più vita da vivere, non so perché accade e non dico sia giusto ma spesso è così.

Mi lascia stupefatto però l’accanirsi dei media e del nostro egocentrismo generalizzato su questa tragedia. Non potendo trovare una lettura migliore, una di quelle che fa davvero vendere di più i giornali, come la pista criminale o terroristica, la tragedia viene declinata all’insegna dell’Erasmus.

E quindi giù le lacrime e il profondo coinvolgimento emotivo di quelli che hanno fatto l’Erasmus, che si sentono sconvolti perché sono loro i più toccati da questa vicenda. Capofila di questi, immancabile, Roberto Saviano che siccome ha fatto l’Erasmus si sente sconvolto dalla morte delle studentesse. A breve credo possiamo sperare in un intervento di Adinolfi o Langone che ci spiegano che se le ragazze fossero rimaste in casa a far figli, invece di andarsene in giro per l’Europa, sarebbero ancora vive.

Ora dico, possibile che nessuno chieda: “Ma cosa cazzo c’entra l’Erasmus?”. Sono morte in un incidente stradale di ritorno da una festa; poteva succedere in qualsiasi occasione e luogo: dalla gita sui castelli romani al ritorno da un rave party in una foresta austriaca, da un addio al nubilato a una tombola parrochiale. Cosa cazzo c’entra l’Erasmus? Perché uno che ha fatto l’Erasmus dovrebbe sentirsi più colpito?

Il problema è che non siamo abituati più a ricevere informazioni senza che le si racconti in un qualche story-telling, senza una ricostruzione mentale che connetta un qualunque evento, specialmente se tragico, a qualcosa che gli dia un significato più ampio, ci tocchi di persona, ci faccia sentire coinvolti. Stavolta non c’era il terrorismo, non c’era la criminalità, lo sport, la famiglia, non c’era un cazzo da dire, insomma, se non l’Erasmus. E via tutti allora a scrivere rimembrando la propria personale epopea dell’Erasmus.

È così, siamo ancora meno preparati che in passato alle tragedie senza senso, al fatto che, purtroppo, shit happens, e quindi siccome il vuoto di senso ci fa orrore, ci appropriamo di una tragedia altrui trasformandola nella Tragedia dell’Erasmus. Ma alla fine è solo story-tellying, e neppure tanto confortante.

Santé

 

 

La privacy secondo Severgnini

in economia/giornalismo/politica by

Esce oggi, a firma dell’intellettuale scomodo Beppe Severgnini, un puntuto editoriale in difesa delle libertà civili, dalla parte dei cittadini e del loro diritto ad un limite delle intrusioni governative nelle loro vite private.

Ovviamente stavo scherzando: si tratta del solito pensierino semplificato, con una prosa giovanilista che serve a farlo sembrare cool. Dice, Severgnini:

“Apple rifiuta di sbloccare l’iPhone5 del terrorista autore della strage di San Bernardino (14 morti), come richiesto da un giudice federale negli Usa. Non è solo una sottovalutazione: è una provocazione che l’azienda di Cupertino rischia di pagare cara. Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente sensibili alle questioni di privacy, come dimostrano i continui litigi tra Google e l’Unione europea sulla raccolta dei dati e il «diritto all’oblio».”

E fin qui tutto bene.

“(…) Da dove viene, dunque, quest’improvvisa sensibilità? La sensazione è che Apple abbia fatto i suoi conti: meglio irritare il proprio governo che spaventare il proprio mercato. Ha scritto Tim Cook: «Il governo ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto una versione di iOS (il sistema operativo, ndr) che renda possibile aggirare la sicurezza del telefono creando di fatto un accesso secondario all’iPhone». (…) Risposta: e allora? La protezione dei dati personali è importantissima — come l’Europa tenta da anni di spiegare all’America — ma non è un valore assoluto.”

Iniziano i problemi. Certo che non è un valore assoluto, ma se uno dice “e allora?” senza mostrare di capire il problema, forse per lui non è nemmeno un valore di qualche importanza…

“Prima viene la vita umana. Banale? Forse. Ma la questione è tutta qui.Per fermare l’infezione del terrorismo islamista dobbiamo ricorrere a medicine sgradevoli: lo stiamo scoprendo in tanti, dovunque. Intercettazioni, telecamere, controlli ossessivi negli aeroporti. (…) “

Appunto, non gliene frega nulla. Senza contare il Patriot Act, e il blocco di Schengen, eccetra. Tutta roba, tra quella citata e quella omessa, per la quale il fighetto di Como sembra pensare “e allora?”

“Tim Cook sbaglia quando dice: «Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno». Le mani dell’autorità giudiziaria non sono sbagliate. Sono le mani autorizzate dal patto sociale.”

Le mani dell’autoritá giudiziaria non sono sbagliate. Cosí, con la leggerezza di una pattinatrice sul ghiaccio, Severgnini risolve secoli di tensioni tra il diritto ad essere lasciati in pace dal potere giudiziario e il diritto ad ottenerne protezione – o, se vogliamo, tra l’obbligo contrattuale dello Stato a proteggere i cittadini, e l’obbligo pattizio dello Stato a prevenire intrusioni indebite dei suoi apparati nelle vite degli stessi.

Ma che importa, una bella chiosa giovanilistica e passa tutto, anche la voglia di pensare: Severgnini chiude suggerendo che Apple stia facendo il passo piú lungo della gamba (a meno che) Tim Cook pensi di essere il nuovo Thomas Jefferson e voglia cambiare la natura della democrazia in America, e non solo. In questo caso gradiremmo essere informati: basta un messaggio sull’iPhone.
Insomma, Severgnini dice nel suo linguaggio ovattato ciò che vari falchi dell’intrusione statale nella privacy dichiarano in modo piú esplicito: ad esempio il Senatore Repubblicano Tim Cotton, che accusa Apple di privilegiare un terrorista morto rispetto ai cittadini americani. Cercando di prendere sul serio l’argomento di Cotton, Severgnini e tutti gli altri paladini della sicurezza, mi vengono in mente due cose:
La prima la dice lo stesso Tim Cook, nella sua lettera: “the “key” to an encrypted system is a piece of information that unlocks the data, and it is only as secure as the protections around it. Once the information is known, or a way to bypass the code is revealed, the encryption can be defeated by anyone with that knowledge.” C’è bisogno di spiegare a Severgnini che questo non significa solo e soltanto “il giudice” ? Ovviamente un indebolimento della crittografia, come spiega lo stesso Cook, andrebbe a vantaggio di ogni genere di individuo, da quello in un certo senso legittimato ad agire su mandato di un giudice, ai criminali informatici.
Ma c’è di più. Una volta che Apple dovesse provvedere alla soluzione tecnica di un problema che evidentemente le autorità federali non sono in grado di risolvere da sole, cosa potrebbe garantire che queste non cerchino di replicare quella stessa soluzione all’infinito, senza limiti e garanzie? Se qualcuno pensa che questa sia paranoia: è esattamente quello che Snowden ha rivelato con lo scandalo NSA.
Infine, ci tengo a ripetere:  l’FBI e le autorità giudiziarie, quando hanno accesso ad informazioni private senza limiti, sono le mani sbagliate. Come qualsiasi mano. Concentrare troppo potere non è solo una minaccia potenziale molto grave – e in ogni caso irreversibile – alla democrazia. È anche l’esposizione dei privati cittadini a comportamenti umani, troppo umani dei difensori della legge: trovare qualche esempio di sesso, bugie e videotape non è difficile, basta cercare un po’ per scoprire come le debolezze umane possano mettere a rischio i database che l’FBI sta accumulando solo per qualche storia di figa.
Per Severgnini, ovviamente, tutto ciò è secondario. Se chiedete a lui, probabilmente vi dirà che non capisce le vostre preoccupazioni, che lui non ha niente da nascondere. Ok.
Beppe, posso avere le tue password?
P.S. se avete voglia, una discussione estesa e tutto sommato ben fatta anche se non definitiva sul problema della privacy e dell’argomento per cui chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere, è qui.

La morte di Antonin Scalia: settarismi e disinformazione

in giornalismo/politica by

È morto nella notte il giudice della Corte Suprema degli USA Antonin Scalia. Si leggeranno, nelle prossime ore e non per molto ancora, bellissimi coccodrilli anche in giornali che in vita gli hanno riservato attacchi al vetriolo. Prendiamo, ad esempio, questo del New York Times. In particolare, il passaggio:

“This intellectual importance was compounded by the way he strained to be consistent, to rule based on principle rather than on his partisan biases — which made him stand out in an age when justices often seem as purely partisan as any other office holder. Of course there were plenty of cases (“Bush v. Gore!” a liberal might interject here) in which those biases probably did shape the way he ruled. But from flag burning to the rights of the accused to wartime detention, Scalia had a long record of putting originalist principle above a partisan conservatism. And this, too, set an example for his fellow conservatives: The fact that today the court’s right-leaning bloc has far more interesting internal disagreements than the often lock-step-voting liberal wing is itself a testament to the premium its leading intellectual light placed on philosophical rigor and integrity.”

Si tratta di un riconoscimento importante, di autorità morale e intellettuale. Ma, come detto, non durerà. A cadavere ancora caldo è partita immediatamente la battaglia per sostituirne la posizione: la Corte Suprema è composta da nove giudici, e se lo storico delle nomine vede un 5 a 4 per i Repubblicani, lo storico delle decisioni restituisce un profilo bilanciato e legittimo agli occhi del pubblico americano. È vero, la Corte ha preso posizioni conservatrici in casi eclatanti (sui finanziamenti alla politica, sulle politiche ambientali, per fare due esempi); ma ha anche superato i Democratici in progressismo (ad esempio, sui matrimoni gay). In tutti i casi, lo swing vote è arrivato dal Giudice Anthony Kennedy, non a caso nominato da Reagan negli ultimi mesi del suo mandato.

Ed è su questo, per l’appunto, che si concentrerà il dibattito: i Repubblicani, in maggioranza al Senato che deve ratificarne la nomina, si rifiuteranno di accettare il nome di Obama. Obama, che appartiene alla tradizione politica per cui i checks and balances contano meno delle (proprie) convinzioni di parte, vorrebbe cogliere l’occasione per proporre una nomina di suo gradimento. La nomina di Kennedy, appunto, sembrerebbe dargli torto e ragione insieme: è stato nominato in un anno elettorale, ma ha un profilo di maggiore indipendenza.

Cosa è passato di questo, nel dibattito italiano? Al solito, i giornalisti italiani sugli USA mostrano una rara combinazione di ignoranza e partigianeria. Ne è rappresentazione quintessenziale il solito Federico Rampini, che quando non è impegnato a tradurre gli articoli della stampa di sinistra americana per riportarli su Repubblica, fa peggio e scrive di suo pugno. Oggi, ad esempio, in un articolo che significativamente riporta solo le opinioni dei Democratici, si legge la dichiarazione della Clinton:

“I repubblicani al Senato e in campagna elettorale che chiedono di lasciare vacante il posto ricoperto del giudice Scalia disonorano la nostra Costituzione. Il Senato ha una responsabilità costituzionale cui non può abdicare per ragioni partigiane”

Come da costume della stampa italiana, Rampini riporta opinioni senza accompagnarle da alcuna verifica dei fatti. Eppure sarebbe facile. Nelle parole della Clinton si intuisce che una nomina in questa fase della Presidenza sarebbe naturale, e che invece l’opposizione dei Repubblicani sia pretestuosa, priva di precedenti.

In questo ottimo articolo di Vox.com , si cita proprio il caso del giudice Anthony Kennedy, ma perchè è stato l’unico dal dopoguerra ad oggi. Peraltro Kennedy è stato nominato in circostanze particolari: il processo di nomina era stato iniziato a 18 mesi dalle elezioni, in tutt’altro clima; se la nomina è effettivamente arrivata durante l’anno della campagna, tutto il processo decisionale che ha portato ad essa (la maggioranza del Senato era Dem, il Presidente era Reagan) si è svolto ad una distanza temporale sufficiente da non spaccare il paese e turbare la legittimità della Corte. Circostanze comunque considerabili eccezionali hanno portato alla nomina di una personalità piú indipendente della media, cosa che non sembra essere nelle corde degli attori politici di oggi, in una campagna spaccata da opposti populismi.

Le esperienze di molti esponenti delle nostre istituzioni, pronti a piegare il ruolo ricoperto anche a interessi personali prima ancora che di parte, ci sembravano una nostra prerogativa. Ed ecco che la morte di un italo-americano avvicina gli americani ad uno dei difetti piú deteriori degli italiani. Si puó leggere cosí, o prenderla come occasione per un ennesimo spottone ai democratici, come farà la stampa italiana. Smettete di leggerla, fate come lui (almeno rispetto ai giornali italiani):

I carabinieri per Padre Pio: una esigenza democratica

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Ho sentito dire in questi giorni che la presenza di forze dell’ordine durante il corteo della salma di Padre Pio sarebbe uno scandalo. Seguono, ovviamente, giudizi sull’arretratezza culturale dei partecipanti all’iniziativa, accusati di vivere “nel Medioevo”. Premesso che la cosa andrebbe analizzata più con Ernesto de Martino che con categorie inopportune (che c’entra il Medioevo?), vorrei discutere dell’idea per cui, se i preti organizzano un corteo del genere, le spese dovrebbero essere a carico loro.

La confusione nasce dalla presenza di uno Stato, il Vaticano, che è dentro l’Italia e ha con essa uno status particolare. Ma rimane il fatto che ad organizzare la manifestazione sono stati cittadini italiani, non stranieri. La manifestazione è autorizzata, e il percorso presumibilmente concordato con le autorità competenti. Non è, quindi, assolutamente normale che lo Stato provveda ad uno dei suoi compiti irrinunciabili, ossia la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza?
Quali altri compiti dovrebbe assolvere uno Stato, se non questo? Possedere immobili in centro da distribuire con criteri opachi, per non dire altro, è più importante che garantire lo svolgimento pacifico di un corteo?

Ovviamente si può sempre rispondere di sì, che essendo un corteo la manifestazione di una idea di parte, le spese che lo Stato sostiene per garantirne la sicurezza vadano accollate a chi lo promuove. Piaccia o no, però, anche nel più miniarchico degli ordinamenti c’è del valore nel consentire un dibattito democratico, senza che la disponibilità di mezzi dei promotori di qualsivoglia istanza diventi un fattore condizionante la possibilità di esprimerla. Si dirà che la Chiesa di mezzi ne ha: peccato che princìpi del genere vadano applicati a tutti nello stesso modo. Un altro tassello di minima convivenza democratica che gli anticlericali di professione hanno imparato a disimparare.

Leosini come Arendt: contro la censura del male

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Nel suo reportage per il New Yorker sul processo al criminale nazista Adolf Eichmann che poi diventerà famoso come il saggio sulla banalità del male, Hannah Arendt ammoniva sulle finalità del processo con queste parole: “Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze delle vittime.”

E nel raccontare il processo si attenne fedelmente a questo comando, constatando  di non avere davanti un gigante del male bensì “un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi, il quale per tutta la durata del processo se ne starà con lo scarno collo incurvato sul banco (neppure una volta si volgerà a guardare il pubblico) e disperatamente cercherà riuscendovi sempre di non perdere l’autocontrollo, malgrado il tic nervoso che gli muove le labbra e che certo lo affligge da molto tempo.”

Molto più complessa la tragedia storica dell’Olocausto, che implicava temi quali l’obbedienza, il senso dello stato e della storia, finanche Martin Lutero e Immanuel Kant sul banco degli imputati. E, rispetto al titolo del saggio, molto più tortuoso e ironicamente affatto banale il discorso della Arendt sulle colpe degli esecutori dell’infernale macchina nazista. La comunità ebraica tuttavia non la prese bene, come se concedere al carnefice lo sguardo antropologico e psicologico lo rendesse meno colpevole.

Per alcuni l’intervista di Franca Leosini all’aggressore di Lucia Annibali ha proprio queste peccato originale: consentire al “mostro” la pietà del pensiero.

Questo è invece proprio il suo merito, far vedere il mostro, il femminicida, questo nemico pubblico del decennio, per quello che è davvero: nel caso di Varani, non un sadico manipolatore, né un orco violento e neppure un preculturale che odia le donne. Un drogato forse? Neppure.

Semplicemente, il classico perfetto imbecille del quale è facile innamorarsi, scambiando la stolidità per tenebrosità, il disturbo mentale per fascino, le bugie per promesse.

Non c’è verità più utile che possa essere detta sul male, che si tratti di tragedie storiche o di brutta cronaca nera, della verità fino in fondo, cioè che spesso il male è a un passo dalle stupide routine, alla distanza di una decisione rimandata o di un lasciar fare di troppo. Verità che la voce di questi mediocri carnefici indica molto meglio rispetto al lamento delle vittime.

 

Il compagno Giachetti e i Radicali: la divisione esiste ma non è tra destra e sinistra

in giornalismo/politica by

La candidatura del fiero Radicale renziano Roberto Giachetti a sindaco di Roma ha riportato in auge una questione che interessa poco a molti ma molto ai pochi liberali italiani, ovvero la questione Radicale, ovvero del Partito Radicale, come i più si ostinano a chiamarlo anche dopo le ventennale balcanizzazione in un pulviscolo di sigle e “sportelli” tematici (si va dai Radicali esperantisti ai Radicali animalisti passando per le femministe, secondo il vecchio principio – mai applicato con tanta esattezza – dell’una testa, una carica grazie al quale la percentuale di dirigenti Radicali in rapporto agli iscritti non ha niente da invidiare al rapporto dirigenti/operativi delle peggiori municipalizzate romane).

Dalla sua rubrica de Il Foglio, l’insider Massimo Bordin fa notare opportunamente che all’interno dei Radicali si sono formati due archetipi di reazione alla candidatura del compagno Giachetti, entrambi favorevoli, si badi: un fronte di sbandieratori entusiasti riconducibile agli ideologi dell’amnistia, seguaci di Marco Pannella, Papa Francesco e qualcuno perfino di Raffaele Sollecito, che negli ultimi sei anni hanno fatto coincidere mezzi e fini del partito con la causa dell’amnistia per la Repubblica invocandola quale misura strutturale per la risoluzione del problema Giustizia, e un fronte sicuramente distinto di Radicali che subordinano il loro sostegno attivo a Giachetti alla condivisione di politiche e prospettive sull’oggetto del contendere, ovvero l’amministrazione del comune di Roma.

L’analisi del Direttore è accurata, ma a mio parere deraglia nel colorare politicamente le due fazioni e nel ridurre la questione ad una atavica contrapposizione tra Radicali “di destra” e Radicali “di sinistra” dove, nella fattispecie, a destra si collocherebbe Pannella e a sinistra, per esclusione e per una circostanza di collaborazione con Civati, tutti gli altri. Verrebbe da dire che l’amnistia non ci risulta essere un cavallo di battaglia delle destre di alcun paese, ma non si tratta solo di questo.

Forse per benevolenza, Bordin sembra applicare al caso una chiave di lettura fin troppo ideale rispetto alla realtà di quel che si verifica in Torre Argentina. Non che non sia mai esistito il tempo della dialettica tra Radicali di destra e Radicali di sinistra, basti pensare al ciclo capezzoniano e all’esodo dei liberisti nelle file berlusconiane, ma quella stagione si è esaurita da quasi dieci anni lasciandosi dietro ben poco.

Da anni i Radicali sono pressoché assenti dalla politica nazionale proprio sui temi “di destra” a loro più propri, cioè quelli economici come riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, liberalizzazioni e privatizzazioni. Temi che, insieme alle posizioni in politica estera e alla distanza dal pacifismo, li tengono storicamente ben distinti e respinti dalle diverse sinistre, che non mancano al contrario di riconoscerli come il fronte inossidabile dei diritti civili.

Temi “di destra” che abbiamo ritrovato invece nel biennio da consigliere capitolino di Riccardo Magi, attuale segretario di Radicali Italiani, che più di una volta ha opposto allo sfascio della gestione pubblica della città soluzioni nette di taglio della spesa e di affidamento a privati, come nella battaglia su Farmacap e le dichiarazioni su Atac.

Non pare insomma che le categorie di destra e sinistra aiutino a comprendere la scissione, se di scissione si tratta. Più che una prospettiva politologica può aiutare quella cronologica: il fronte amnistia vede in Giachetti la rivalsa del progetto naufragato delle liste Amnistia Giustizia e Libertà del 2012-13, un progetto contorto che puntava a raccogliere su base prima europea e poi locale i sovrastimati consensi per la campagna nazionale sull’Amnistia, in opposizione a quanto deliberato nell’ultimo congresso di Radicali Italiani, ovvero il rilancio del federalismo e della sovranità locale su base comunale come antidoto all’ingrossarsi dei livelli istituzionali intermedi.

Apparentemente non c’è alcun motivo ideale per cui queste anime debbano procedere disgiunte o addirittura opposte, c’è invece più di un motivo fattuale tra i quali, senza scendere nel pettegolezzo, si può citare il mancato appoggio di Marco Pannella alla candidatura di Marino, e di conseguenza di Magi nella lista civica a supporto, proprio per lo smacco subìto nel non avere potuto presentare la lista AGL alle comunali romane del 2013. Il tutto si esplicitò in curiosi endorsement via Radio Radicale per il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, e la sintesi non è mai avvenuta in un rimpallo di rimproveri espliciti e rancori taciuti nei comitati, nei congressi e nei corridoi.

Altra punta dell’iceberg sono i più recenti strali di Pannella contro Emma Bonino, rea di frequentare salotti, di aver accettato incarichi istituzionali e di essere diventata una costola del PD, cosa che curiosamente non costituisce invece capo di accusa ai danni del compagno Giachetti.

Di tutto questo, del casino da ricomporre a Torre Argentina tra crisi di nervi, conti in rosso, licenziamenti e tentativi di riprendere il filo della politica attuale senza spezzare il cordone della storia del partito, il compagno Giachetti non si è comprensibilmente occupato pur rinnovando di anno in anno la tessera. Non potrà non occuparsene ora, conteso tra i “padri” del partito con cui condivide le lodevoli ispezioni nei penitenziari e l’opportunità, che spero diventi necessità, di consolidare la sua candidatura sul piano della concretezza e della discontinuità dal PD di Mafia Capitale facendo propria l’agenda di Magi.

Più che tra destra e sinistra, con buona pace di Bordin, la scelta pare attenere all’esistenziale, ai molti modi in cui si può essere un Radicale nel 2016: il modo citazionista, da tessera e cartolina, quello di cui tutti stimano la grande tradizione politica, o il modo futurista, da trincea, quello da cui molti hanno qualcosa da temere.

Una scelta, oppure una sintesi.

Il senso del Foglio per Repubblica

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Ricorre in questi giorni il quarantennale di Repubblica che giustamente festeggia il proprio compleanno, un po’ come tutti. Fin qui, chissenefrega.

Sennonché, la cosa sembra fregare a qualcuno, oltre agli affezionati lettori di Repubblica. Perché, fenomeno unico nella storia del giornalismo mondiale, in Italia esistono gli haters di uno specifico giornale, esiste il partito degli haters di Repubblica che hanno addirittura un proprio giornale-organo a loro disposizione, cioè il Foglio.

Al Foglio questa cosa dei quarant’anni di Repubblica non va proprio giù. Anzi è proprio Repubblica ad andargli di traverso, anche se loro direbbero “Rep.” e non Repubblica.

Sì, perché rimproverano a Ezio Mauro di considerare Repubblica e i suoi lettori come un club ma allo stesso modo adottano un linguaggio da iniziati, così che ci si riconosca subito tra lettori de il Foglio. Loro non leggono “Rep.” se non per percularla, del resto sono contro il “pol.corr.”, che ricorda un po’ Pol Pot e infatti sta per “la dittatura del politicamente corretto”, loro leggono gli editoriali dell’Elefantino e di Cerasa, che quando può si firma col disegno di una ciliegia (“cerasa”, appunto, in dialetto siciliano).

Fatto sta che il Foglio, tramite la penna di Guido Vitiello ci ha regalato la sublimazione dell’astio per “Rep.”: l’articolo contro i 40 anni di “Rep.”. Si parte da un’affilata critica dell’idea di Ezio Mauro di far fare ai propri lettori un selfie con la prima copia originale del giornale, chi l’avesse ancora (io conservo il numero zero di “Venom” della Marvel, aspettandone il quarantennale per fare lo stesso, del resto).

Non sia mai: è macabro. Ricorda la polaroid di Moro che, prigioniero, tiene in mano Repubblica. Uno dice: ma ci sono state migliaia di prime pagine di Repubblica che hanno accompagnato la storia e la cronaca italiana per 40 anni, che c’entra Moro? Niente. Ma per Vitiello, il fatto è grave, gravissimo: richiama alla mente nientemeno che “la macabra “moda alla ghigliottina” di fine Settecento – le dame aristocratiche con un nastro di seta rossa al collo per ricordare le vittime del Terrore“. Poffarbacco!

Dopodiché Vitiello ci spiega che lui la foto non se la fa perché, insomma gli dispiace, ma non si sente parte del club. Lui, insomma, non si sente tale e quindi non se la sente di farsi la foto. E pazienza. Ma seppure non ha fatto la foto:

“[…] ho fatto qualcosa di meglio, ho letto il primo numero da cima a fondo, dalla pubblicità della Sanyo in alto a pagina 1 a quella dei mangimi Mignini in basso a pagina 24, se non altro in cerca di indizi, di premonizioni, di segnali che potessero spiegare la mia triste inappartenenza [al suddetto “club di Repubblica”, N.d.A].

Ed ecco che si mette a leggere da cima a fondo il giornale in cerca di indizi che avrebbero già segnalato l’orrore che verrà: e li trova, perdinci, “in coda a un commento di Andrea Barbato: “La questione morale si chiuderà soltanto quando si apriranno per alcuni le porte dei tribunali”. Ecco, non dico che mi sentirei più a mio agio sfoggiando un vezzoso paio di manette in un party di notabili socialisti decaduti, magari lanciando monetine di cioccolato sull’anfitrione, ma insomma!

Eheheh! Sgamati, vecchi forcaioli di Repubblica! Lo si capiva fin da subito che eravate dei manettari!

Poi la pagina della cultura, ma qui il Nostro si perde perché attacca Michele Serra che un giorno si dichiara pop ed estimatore di Zalone e il giorno dopo rimpiange la lettura di Campana alle Feste de l’Unita. Questi “sono sintomi di una schizofrenia più generale” di Serra. Del resto, se ti piace Zalone non puoi aspirare a letture pubbliche dei testi di Campana: è una contraddizione in termini. Alla festa popolare, è noto, non puoi leggere Campana: a ciascuno il suo, Zalone per il pueblo, Campana per l’intellighenzia.

E via andare, alla ricerca di strafalcioni nel primo numero di Repubblica.

Ora, rimane da domandarsi, in primo luogo: se andassimo a pescare (parti di) editoriali e articoli non di quarant’anni ma di quattro anni fa, in qualsiasi giornale, quante opinioni che in seguito si sarebbero rivelate cazzate troveremmo? Quante cose che nessuno si sognerebbe di riscrivere? È una operazione che ha un minimovalore giornalistico?

Ma, soprattutto, il rimprovero sostanziale che da principio si muoveva a Repubblica, quello – non del tutto infondato – di considerare un giornale un club di iniziati e i non-lettori sostanzialmente degli sfortunati meschini, è esattamente quello che replicano, in piccolo, il Foglio e Vitiello (e ovviamente quello che ancora più in piccolo verrà rimproverato a noi che facciamo la metalettura della metalettura di Vitiello e Repubblica): insomma, i lettori di Rep. non sono lettori di un giornale, sono replicanti trinariciuti di una dottrina fideistica che vorrebbe insegnare agli altri come vivere e cosa pensare.

Fortuna che ci sono il Foglio, i suoi giornalisti e i suoi lettori che hanno gli strumenti intellettuali per insegnarci come vivere e pensare per salvarci da questa pericolosa china, che potrebbe portarci al Terrore giacobino.

Non che ci dispiaccia essere salvati, ma insomma signora mia, avremo pure il diritto di dire che il ponte della scialuppa non è tirato a lucido? Perché d’accordo che i monumenti sono fatti per essere sporcati ma qui si comincia a perdere il senso. I 40 anni di Repubblica sono un’occasione imperdibile per farsi due risate alle spalle di Scalfari & co (che ci mettono del loro, bisogna ammetterlo), ma numero dopo numero dopo numero, viene il sospetto che quella dei foglianti per Rep. sia una vera ossessione. I limiti di Repubblica sono arcinoti a chiunque abbia l’onestà di vederli, sono gli stessi da un bel po’ di anni a questa parte e sono tutti legati al protagonismo dei suoi editorialisti. Accanto a questi, e costituisce il 90% del giornale, c’è la copertura della notizia politica, di cronaca, di sport (nessuno tocchi Gianni Mura), fatta con competenza e indagine. Repubblica è un giornale “classico” che riporta  e commenta i fatti del giorno, il Foglio un esperimento quasi più letterario che giornalistico, fatto di soli commenti. Uno ha la potenza di fuoco dei grandi giornali, l’altro la nicchia di un pubblico affezionato e fedele quanto quello di Rep.

Se da un lato è facile comprendere che Rep. è diventata il simbolo del perbenismo borghese di sinistra, nevrosi e tic compresi, dall’altro faccio fatica a comprendere come questa critica possa diventare una categoria giornalistica a sé stante. Lo dico da ormai ex lettore di Repubblica, ora lettore del Foglio, per il poco che leggo.

Che palle.

È un peccato perché nonostante mi trovi quasi sempre in disaccordo con Ferrara e molti altri, apprezzo sia lo stile di tanti che ci scrivono (ultimo questo godibilissimo articolo su Roma e il suo rapporto con la letteratura contemporanea) che il coraggio nel prendere posizioni coraggiose. E’ ovvio che quello che ci piace del Foglio è proprio il suo essere altro rispetto a Repubblica, ma vi prego, basta, smettete di ricordarcelo e fate quello che sapete fare meglio: scrivete.

Continuare a perculare Repubblica comincia a ricordarmi l’amico, tutti ne abbiamo uno così, che non perde occasione per fare una battuta sul nuovo tipo della sua ex, e come dice Michael Stipe “Living well is the best revenge

Brevi interviste con uomini schifosi- La persona sieropositiva

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Cosa vuol dire essere una Megastar positiva all’HIV? L’abbiamo chiesto ad un diretto interessato.

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Tecniche: De Luca vs. Gotor

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“Miguel Gotor. Io pensavo sinceramente che si trattasse di un ballerino di flamenco, un tanghero. Mi hanno detto che è un parlamentare, questo. È quello che ha lanciato per aria il grido di dolore piú straziante. Un grido di dolore si è diffuso per le valli dell’ appennino emiliano, di porcilaia in porcilaia. Mi hanno detto che vuole dichiararsi prigioniero politico: vada a lui tutta la nostra solidarietá e la nostra cristiana comprensione”

Le tirate di De Luca contro i suoi avversari sono ormai leggendarie. Secondo alcuni, il modo liquidatorio con il quale si rivolge ai suoi avversari è un filo fascista. Puó essere. C’è peró un motivo per cui certe espressioni (su Zanotelli, Beppe Grillo, Peter Gomez, il centrodestra campano, Rosi Bindi) sono diventate popolari, e hanno fatto guadagnare simpatia, nonostante fossero vere e proprie picconate. In breve, De Luca riporta a una dimensione consona soggetti che hanno acquisito una autorevolezza ingiustificata. Quando dice “vada a fare gli esercizi spirituali, padre Zanotelli”, esprime in modo forse violento, forse estremo, un pensiero che peró tantissimi avevano in mente: ma che ci fa questo, che titolo ha questo per parlare di questi temi? Non si è fatto prendere la mano?

I bersagli di De Luca sono dei personaggi sfortunatamente sovrarappresentati nelle èlite politiche, burocratiche, mediatiche e accademiche italiane: individui che per meriti sconosciuti, per lo piú relazionali, hanno guadagnato posizioni di visibilità e/o potere, e da lí pontificano. L’efficacia liquidatoria delle sue battute sarebbe infinitamente minore se invece di attaccare questi soggetti se la prendesse con altri bersagli, di diverso spessore: ve lo immaginate, De Luca che percula Angelo Panebianco, Franco Moretti, Marcello Pera? Questi scrollerebbero le spalle, dandogli del poveretto. E risultando vincitori. Nel caso presente, Gotor critica De Luca poggiando sull’autorevolezza di cui gode nel suo circolo, e quindi prendendosi la libertà di usare espressioni un po’ roboanti. De Luca, con abile mossa, gli fa notare che fuori dal suo giro non lo conosce nessuno (di certo non è credibile non lo conosca lui) e purtroppo per lui Gotor non può rispondere riferendosi ai suoi indubbi meriti, ma deve abbozzare o al piú lamentare il colpo. Di sicuro, la prossima volta proverà a criticare in modo piú puntuale, e in modo da non prestare il fianco.

Ecco, di De Luca ci sono cose che piacciono e non piacciono. Ma, paradossalmente, queste sue bastonate credo aiutino a rendere il dibattito piú sobrio, meno retorico, e a riportare ciascuno alla sua dimensione. Ce ne fossero.

 

 

 

 

Emergenze democratiche

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Ho passato la serata di ieri in un ristorante zurighese con appesi al muro i ritratti di Turati e “Carlo” Marx. Nel menu, dove si racconta brevemente della storia del locale, si cita un episodio in cui Bertold Brecht avrebbe lamentato, guardando le pareti, l’assenza due compagni di massima importanza: Lenin e Stalin. Sentitosi rispondere che i socialisti svizzeri erano dalla parte della libertà, non dei dittatori, un Brecht irritato liquidò questi distinguo come “quisquilie”. Abbiamo poi potuto comprendere fino in fondo quanto irrilevanti fossero queste quisquilie, aggiunge la storia.

Questa era la sinistra svizzera, quando quella italiana e francese inneggiavano a Stalin in maggioranza, e in alcuni casi non vedevano l’ora di rovesciare le instabili democrazie post-belliche. Mentre noi cenavamo, i primi risultati delle elezioni federali venivano commentati dalla stampa locale e internazionale. Un riassunto sobrio: la vittoria dell’Unione Democratica di Centro, con il rafforzamento dei Liberali, il ridimensionamento dei Socialisti e il crollo dei Verdi sposta a destra il baricentro della politica svizzera. Bisogna dire che i risultati non spostano in maniera clamorosa i rapporti di forza tra i partiti in un sistema votato a una certa stabilità.

Poi arriva il giornalismo stile rotocalco che ormai domina la nostra stampa: fioccano i paragoni tra Magdalena Martullo-Blocher e Marine Le Pen. Ad alcuni viene in mente di paragonare Blocher a Berlusconi. Alemanno non se lo fa dire due volte e paragona la destra degli amici suoi, quelli dei saluti romani in Campidoglio, all’UDC svizzera. Chissà che dramma, ora che questi fascisti xenofobi populisti e demagoghi hanno vinto, no?

Un primo sassolino negli ingranaggi della propaganda dei media: questi erano già il primo partito. Quindi non è esattamente una svolta epocale. Se invece di lanciare solo sassolini alla macchina della propaganda la si vuole letteralmente lapidare, allora basta compiere un atto eversivo e rivoluzionario: informarsi da soli e leggere il programma di questi pericolosi populisti. Perchè esistono i manifesti, dellUDC: sono il primo argomento che viene usato per liquidarli, e devo dire che retoricamente la cosa ha una forza indiscutibile, dato che sono orrendi. Orrendi nel senso dei contenuti, nel senso che fanno venir voglia di menar le mani con quello che li ha proposti. Però per giudicare un politico bisogna, innanzitutto, vedere cosa propone e cosa fa. E in un paese in cui il programma elettorale è una buona cartina tornasole di cosa sosterrà un partito, leggere il programma aiuta. Segue qualche considerazione.

È, indubbiamente, un programma che ha aspetti difficili da digerire per un liberale. D’altronde un partito liberale in Svizzera esiste (programma qui), è in salute ed in aperta polemica con l’UDC proprio sui punti caldi: immigrazione (notare la perla: la si vuole severa ma giusta), rapporti con l’UE, e una concezione meno conservatrice della società. Insomma, se si pensa alla destra svizzera bisogna pensare a una cosa in cui ci sono due partiti grandi, entrambi  relativamente in pace con il fatto che il 18% dei residenti attuali è immigrato, che esistono le unioni civili, che il sistema di asilo è largamente generoso, e così via. Il tutto, per entrambi, in un quadro improntato ad un liberalismo economico declinato in modi differenti – l’UDC è pur sempre l’ex partito dei contadini, quindi il PLR è ovviamente più ortodosso – ma che viaggia ad anni luce dal corporativismo clientelare gollista, berlusconiano, salviniano, e finanche merkeliano.  Proprio sugli immigrati aiuterebbe paragonare l’UDC svizzera, che propone cose attuabili anche se dannose, con le proposte lunari delle destre dei paesi vicini: da chi propone di bombardare navi nei porti stranieri a chi parla di ruspe, passando per chi solidarizza con il filo spinato di Orban mentre prende i soldi di Putin. È possibile sperare che si recuperi, per qualche ora, il senso delle proporzioni?

Esagererò, ma pare di assistere al solito atteggiamento dei giornalisti italiani quando parlano di una elezione all’estero in cui non ha vinto la sinistra: se c’è occasione di etichettarla come estremista e xenofoba farlo fino alla paradossalità (i Tories inglesi vengono fatti coincidere con Theresa May, l’UDC diventa una specie di Front National, il fpö austriaco viene caricaturizzato), se invece è inattaccabile allora semplicemente si ignora (si è letto quasi nulla di Passos Coelho). In compenso, si è molto generosi coi populisti di sinistra, anche di fronte all’evidenza del disastro – vedi Tsipras, vedi Podemos. Non credo di aver spiegazioni dietrologiche in materia: molto probabilmente il giornalista italiano medio è solo una persona che ha da fare, di letture mediocri, e che quindi non ha mai avuto la maturità nè il tempo di mettere in discussione i quattro luoghi comuni di sinistra che garantiscono accettabilità in un contesto sociale standard in quel di Roma o Milano. Quindi, nel liquidare ogni vittoria elettorale della destra come frutto di paura, regressione, volontà di chiusura e cedimento al populismo non fa altro che soddisfare il proprio sciocco pregiudizio per cui i buoni sono sempre e comunque a sinistra. Cose che succedono quando gli editorialisti del quotidiano della borghesia lombarda vanno ogni anno a portare i fiori sulla tomba di Togliatti. Peccato che a gente così sia affidato il compito di formare l’opinione pubblica di un Paese. L’effetto, che lo si voglia o meno, è legittimare la polarizzazione italiana (ma lo stesso ragionamento vale per molta della narrativa internazionale sulle elezioni in paesi diversi dal proprio) dicendosi che, in fondo, i freak sono un po’ ovunque, che anche quelli sono un po’ razzisti, un po’ demagoghi, un po’ cialtroni. Non proprio un bel servizio perchè, per l’appunto, le differenze tra Magdalena Blocher e Marine le Pen sono tutt’altro che quisquilie.

 

¡Que viva La Zanzara!

in giornalismo by

Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

Lasc Johnny in peace, Italian femmin

in giornalismo/internet/società by

Dear Italian femmin,
But che dick want you from my Johnny? Who does incul you? Quando have we chiest your opinion? Mica we have chiest: “Sorry, all Italian femmins, but what do you pens of Johnny?”
I think you stai a rosica’ because Johnny not te se fila even di striscio pure now that he is a bit chiatto. But man of panz, man of substance, zia!
And remember infatt che Johnny has the substance and if he wants he accatta himself an esercito of personal trainers and in meno that 3 weeks he is back as a fico and with big muscols che nemmeno Leonida in the 300 film. Big Jim je make a pippa.
But poi we don’t frega cazz di outside bellezza, Johnny is beautiful dentro. And also he is so rich that quando striscia the American Express the cassa starts making fuochi d’artificio che nemmeno a Naples at Piedigrotta. And pure io don’t scherz. And you say my Johnny is dressed like monnezza? My Johnny? But when ti sei made Kate Moss and Winona Ryder and quella di Dirty Dancing what te ne fott of eleganza?
And poi m’have you vista? Johnny can be brutt but he stays with me and I am so bell that when your boyfriend sees me on the rivista, he walks veloce to the bathroom and comes out with big occhiaie.Perciò give me retta, zia, lasc my Johnny in peace and torna a wait for the SMS of that cassonetto of your collega che maybe ti invita out with his new Panda Special. I have no temp for you and your friends pussy di legno, because me and Johnny go to camporella with his yacht.
Ciao and saluta your sister.
Amber

 

And please, Italian femmin and masculi, invece di stay a make nu cazz on the computer or look at quant chiatt is Johnny, go and vote Libernazione at this minchia di Macchianera Italian Awards 2015

 

 

No. Nessuna funzionaria americana è stata arrestata in nome del matrimonio gay

in giornalismo/società by

Probabilmente sarete già stati subissati, come me, dalle grida allarmate sulla povera funzionaria del Kentucky arrestata perché si rifiutava di mettere in atto la decisione della Corte Suprema, che rende legale il matrimonio omosessuale in tutti gli Stati Uniti.

Sentiremo reazioni isteriche di allarme contro lo Stato Etico, la “Dittatura-del-politicamente-corretto”™, i progressisti che in realtà sono fascisti perché impongono con la forza le proprie idee agli altri.

Negli Stati Uniti chi non vuole i matrimoni gay va in galera…

Ovviamente si tratta di una cazzata: la tizia non è stata arrestata perché non gli piace il matrimonio omosessuale, è stata arrestata perché non ha rispettato l’ordine di un tribunale. A differenza che in Italia e in altri Paesi di civil law, negli Stati Uniti si può essere sanzionati anche con la galera per contempt of court.

Avete presente quando nei film americani il giudice minaccia: “la faccio arrestare per oltraggio alla corte”? Ecco, il contempt of court è questa cosa qui: è un illecito grave mancare di rispetto a un tribunale, come ad esempio nel video qui sotto, dove un imputato in un processo ha insultato il giudice e per questo è stato seduta stante condannato a 60 giorni di carcere per contempt.

https://www.youtube.com/watch?v=woT39N57pcY

Ma si può essere condannati per contempt of court non solo per aver presto a maleparole il giudice ma anche perché ci si rifiuta di obbedire a un ordine legittimo di una corte. Ed è esattamente quello che è successo alla funzionaria del Kentucky. Nessuna dittatura, insomma, ma semplice rispetto della legge. Ditelo a il Foglio prima che facciano un inserto speciale su questa nuova eroina della libertà di pensiero.

Santé

 

Parlare di deportazione

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Non voglio entrare più di tanto nel merito dei provvedimenti sulla scuola del governo Renzi e del suo ministro Giannini. L’impressione, da anni, è di avere a che fare con governi tendenzialmente frettolosi e approssimativi, cui si contrappongono gli interessati, forti di una visione della scuola, dell’impiego pubblico e del Paese talmente fuori di testa da legittimare per differenza le posizioni del governo in carica.

Le due cose più contestate del pacchetto “la Buona Scuola” (maronnapureloroconquestinomi) sono

  1. La “chiamata” degli insegnanti da parte del preside;
  2. Il fatto che le cattedre debbano essere assegnate dove ci sono gli studenti secondo un algoritmo.

Vediamo: in sostanza, gli stessi che di fronte all’assegnazione di un potere discrezionale ma chiaramente attribuito gridavano al clientelismo, al favoritismo, oggi vanno in piazza perchè il metodo più oggettivo e non discrezionale che ci sia (un algoritmo che assegna a una destinazione andando in ordine di punteggio e secondo le preferenze espresse) è disumano ed è analogo a – tenetevi forte – una deportazione? Stiamo parlando della stessa categoria di persone che non si fida dei presidi perchè sono dittatoriali e potenzialmente corrotti,  che fapubbliche lezioni di civismo citando la prima parte della Costituzione (vabbè), che va in piazza “in nome del futuro dei nostri figli” e poi, guardacaso sopratutto al Sud, ci espone al ridicolo internazionale per una discontinuità comica nelle serie dei test di valutazione?

Io, sinceramente, credo che l’Italia abbia da imputare il suo relativo declino a tante, tantissime concause. Alcune non dipendenti da fattori interni. Però, se c’è qualcosa che rallenterà il paese per i prossimi decenni, perchè intoccabile da riforme, regolamenti, direttive, questa è la mentalità degli insegnanti, specialmente del Sud. Un Governo che fosse interessato al futuro del Paese dovrebbe porre il problema di come liberarsi di dipendenti così clamorosamente dannosi, più che improduttivi, e come fare in modo di non rendere cronico l’errore di averne assunti in massa. Oltre a questo, per il futuro, bisognerebbe capire come evitare di assumerne altri, dato lo stato pietosamente lisergico in cui versa gran parte dell’accademia umanistica in Italia, che alla scuola fornisce per forza di cose una buona parte della forza lavoro.

Purtroppo non sembra questa la preoccupazione di nessuno degli attori coinvolti. Bisognerebbe, però, che qualcuno inizi a far notare con molta severità che parlare di deportazione per una assegnazione di cattedra, a prescindere dal modo confusionario in cui la cosa si è venuta a creare, è grottesco e insultante. Sposta, e non era facile, il dibattito pubblico di un altro po’ nella direzione in cui le parole non hanno più alcun significato preciso, se non quello evocativo, partigiano ed emozionale che autorizza a parlare di “invasione” per l’arrivo di decine di migliaia di immigrati in età da lavoro in un paese di sessanta milioni, di “neoliberismo” o “austerità” per più o meno qualsiasi cosa si voglia criticare, di “deriva autocratica” per ogni riforma delle istituzioni, e così via.

Finirà che, a forza di urlare alla deportazione, qualcuno penserà che certi personaggetti in cattedra vadano accompagnati alla porta con meno gentilezza di quanto avrebbe fatto uno Stato civile e democratico. Tanto è uguale, è comunque deportazione. E chi subirà, a quel punto, non si renderà conto di quanto ha contribuito nel tempo a gettare le premesse di questo imbarbarimento reciproco.

 

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