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Esseri umani come Bot – Intervista a Clippy, Assistente Office

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Prima di cominciare con l’intervista, il lettore potrebbe aver piacere (e forse anche diritto, in quest’epoca in cui si pretendono le dimissioni di chiunque come la Regina di Cuori le teste) a sapere che è nata in modo del tutto fortuito. Qui in redazione non siamo forniti degli strumenti più avanzati (mi dicono di non chiamarla “redazione”, perché non siamo una società editoriale)… dicevo che Libernazione, non ricevendo denaro pubblico, si deve arrabattare con quegli strumenti già a diposizione e fare di necessità virtù. Avendo portato il mio laptop in riparazione, mi è stato detto che il mio muletto sarebbe stato un vecchio PC con installato ancora Windows 2000. Il motivo per cui in redazione – aridaje! – in ufficio non l’avevamo mai buttato via è perché in esso è contenuto il record storico assoluto di Capriccioli al Pinball, e per questo lo custodivamo con rispetto e un certo senso di religiosa venerazione. E comunque, in fondo, mi bastava un semplice Microsoft Word.

Cosi’, con lo stesso approccio del Conte di Carnarvorn mentre scoperchiava il sarcofago di Tutankhamon, ho aperto un .doc vuoto. E dopo qualche secondo eccolo, il foglio bianco di un bianco nettamente a bassa definizione e con un povero antialiasing. Faccio per digitare il primo tasto, giusto per vedere cosa succede, quando qualcuno – o qualcosa – mi chiede:

 

Ciao! Sono Clippy, il tuo assistente Office. Hai bisogno di assistenza oggi? Si / No

Cazzo…Clippy! Quanto tempo…

Almeno dieci anni…

È vero, ti hanno rimosso con Office 2007. Che si dice amico mio?

Quello che si è sempre detto: “Ciao! Sono Clippy, il tuo assistente Office” eccetera eccetera.

Programmato per aiutare, sempre e nonostante tutto. Forse lo scudiero per definizione.

No, nient’affatto. Al massimo uno zimbello per definizione, perché l’utente non si è mai lasciato aiutare. Al limite cliccava due volte per farmi fare animazioni buffe, come un giullare. Ma sono fortunato nella sfortuna, perché ho condiviso il destino di tutti gli altri venuti dopo.

Quale destino?

Nessuna interfaccia grafica creata, come dici tu, “per aiutare” è mai stata utilizzata a questo fine. Sono sempre state messe in disparte, quando la noia ha preso il sopravvento allo sfogo del cazzeggio, spesso becero.

Il gattino Earl, il mago, il robottino, la palla rossa…

E il gatto fatto di carta, il cane…Ma non solo quelli del pacchetto Office. Siri e Cortana, per esempio.”Siri, vaffanculo” penso sia la frase più registrata. E te la ricordi Doretta? Aggiungevi doretta82@live.it su MSN e ti trovavi un bot nato per aiutare a fare ricerche su Internet e subito trasformato in uno sfogatoio di becerume.

Tant’è vero che poi è stata creata Doriana.

Esattamente, sviluppata per essere in grado di rispondere agli insulti e parlare liberamente di sesso. E allora in quel punto diventa chiaro che il bot non è più assistente, anzi non lo è mai stato. È per l’appunto il buffone su cui far sfogare l’utente, all’inizio nato male (vedi il mio caso e quello degli altri assistenti Office) e poi sviluppato fino ad arrivare a Spacobot su Telegram. Ma forse questo ragionamento non è nemmeno più valido. Oramai siamo nel paradosso totale, nel bot fatto uomo o dell’uomo che si è fatto bot.

Mettete like agli altri come voi lo mettereste a voi stessi… Immagino tu stia parlando di Facebook e degli altri social.

Esatto. La tecnologia ha abbattuto ogni barriera legata alla comunicazione a distanza, a parte la mancanza di contatto fisico. Questo difetto è ovviamente una qualità se si vuole litigare. E più le barriere sono cadute, più gli insulti sono passati dall’intelligenza virtuale alla persona virtuale. Un continuo scalare dall’assistente office, al bot programmato nel dettaglio, fino alla surreale situazione in cui l’utente – che è una persona fisica – si comporta come sognerebbe un qualsiasi programmatore di bot beceri. Rispetta sempre il ruolo di perfetto bot “sfogatoio” – far salire la bava di rabbia a chi interagisce con lui – con l’imprevedibilità umana che nessun software saprebbe replicare, al massimo simulare.

In effetti certe volte mi domando se i troll siano davvero esseri umani. Ma è, o meglio è stato un percorso inevitabile?

Massi’, nel bene o nel male. L’uomo vuole parlare all’uomo. Si titilla con le fantasie della IA perfetta come nel film Her o Westworld, per esempio, ma alla fine l’umanità non è battibile, trovi tutto in lei: dalle menti geniali agli scemi. Tant’è vero che gli utenti, perfino per le cose più banali come la giustificazione di una pagina, o l’interlinea, preferivano e preferiscono chiedere a qualche balordo su yahoo.answers piuttosto che cliccare sul “?” in alto a destra.

Non so se questa cosa dell’umaità che preferisce l’umanità sia una cosa che mi rasserena o mi deprime.

Alla fine non posso che risponderti se non con la lente dell’umanità che mi ha programmato. E allora quel che penso è che fondamentalmente il tema è che avete abbracciato la modernità, strafottendovene degli aspetti negativi di essa. Come i tedeschi dell’est in quella famosa scena di Goodbye Lenin, ipnotizzati davanti ai porno trasmessi in Germania Ovest. Naturalmente “aspetti negativi” non significa un cazzo di niente, a meno che non si fissi un sistema di valori di un certo tipo, ma non siete mai stati in grado di farlo quindi perché cominciare adesso? Più che altro, nessuno di voi ci sta capendo più nulla, è quello il vero tema. Poi d’accordo, qualcuno lo urla (“dimissioni e tutti a casaaa”), qualcun altro lo interiorizza coi i meme (pensa che le rage face erano in origine omini delle clipart bannati da Office). Qualcun altro si ammazza. Fatto sta che siete qui a guardare serie TV e a citare la citazione del riferimento della citazione, che per carità, lo sto facendo pure io, però… che cosa cazzo state facendo?

 

 

 

Al posto di Fabo

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Già si sentono i rumori di fondo dell’esercito di fondamentalisti che si attiverà contro la libera scelta di Dj Fabo di trasferirsi in Svizzera per chiedere l’eutanasia. È uno strano Paese, il nostro, dove da un lato si chiede che le leggi vengano approvate senza stare a menarsela troppo col dibattito parlamentare, il bicameralismo e quella perdita di tempo della discussione politica però le scelte individuali necessiterebbero dell’approvazione collettiva, passando prima da una psicanalizzazione di massa del malcapitato di turno. Ma vabbè.

Ecco tuttavia, così, per sanità del dibattito sarebbe bello che a far campagna contro questa scelta fossero persone che sanno di cosa si parla. Ovvio che a nessuno si augura di stare come lui. Però, sarebbe bello che i censori sapessero cosa si prova. Perché non fare un bell’esperimento allora? Perché, prima di far proteste, veglie e lanci contundenti di preghiere non richieste, i censori non provano a rimanere a letto immobili, magari legati, con una bella benda attorno agli occhi?

Solo un mese, per capire di che si tratta. E poi parlare.

Esotismo ed autostima: lo psicodramma dei banani a Milano

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Che ci fossero palme e banani in piazza Duomo a fine Ottocento non dovrebbe stupire: il gusto dell’epoca esaltava tutto ciò che veniva considerato esotico e stravagante. Ed era qualche decennio che la cosa progrediva, visto che i ricchi si riempivano le case di cineserie già dal settecento.

Però: dal cinquecento alla prima guerra mondiale, l’influenza ed il peso europeo nel mondo erano andati crescendo. Ora che stiamo per andare a schiantarci, le palme a Milano (che peraltro sono cinesi, non africane) non vengono viste come appropriazione culturale ma come “invasione”. Principalmente per mancanza di autostima – d’altronde cos’è il fascista/sovranista se non uno con seri problemi.

PS: l’appropriazione culturale è una cosa molto figa. I liberals fanatici del multy culty non lo capiranno mai, e continueranno a rimediare figure barbine come le svedesi in Iran

La prova logica che il Collettivo di Bologna non ha niente da dire

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Esiste un modo facile facile per capire se qualcuno ha scritto un testo banale, sempliciotto, fatto di puri slogan e frasi fatte. Si chiama “Metodo Alberoni – Tetranacci” ed è stato sviluppato nel 2009 da Ne’elam su Noise From Amerika. L’ipotesi alla base di questo metodo è che un articolo o un discorso molto banale potrebbe essere spezzato nei suoi periodi e riassemblato in maniera del tutto casuale con pochi danni per la comprensione del lettore. In altre parole, le frasi del pezzo in questione vengono tagliate, eliminate e spostate a caso. Se il risultato continua ad avere un senso e il messaggio dell’autore è ancora chiaro, siamo di fronte ad una somma di frasi fatte, senza la tipica costruzione argomentativa fatta di tesi, prove a sostegno, confutazione dell’antitesi e conclusione. Il nome del metodo deriva dalla prova fatta da Ne’elam, il quale riformulò un articolo di Alberoni secondo la sequenza Tetranacci. Il risultato fu un fratello gemello dell’editoriale originale.

Mi ero già dilettato a fare questo esperimento nel 2013 con altri giornalisti e nel 2014 con i politici. Oggi proviamo con i comunicati del Collettivo Universitario Autonomo Bologna, salito alla cronaca per la questione dei tornelli in biblioteca e delle conseguenti sommosse. L’ispirazione è nata cazzeggiando sul profilo Facebook del collettivo che, di fronte alle richieste di spiegazioni da parte di moltissimi utenti, ha linkato questi comunicati. Leggendoli ho avvertito subito il vuoto abissale di contenuti. Nessuna domanda può essere soddisfatta, perché non c’è alcuna risposta. Solo slogan e frasi fatte. Per dimostrarlo, non esiste niente di meglio che lasciarvi con questi stralci che sono frutto della somma di 2 comunicati (uno di fine gennaio e uno di questo weekend) per un totale di 32 righe, che verranno riportate per completezza in fondo all’articolo nel caso voleste cimentarvi anche voi.

Fibonacci (1,2,3,5,8,13,21):

 Le notizie che annunciavano la possibile installazione dei tornelli al 36 di via Zamboni risalgono addirittura a maggio dell’anno scorso, anche se da allora mai erano stati realizzati.

Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi

Così è stato e, sin da subito, ci siamo sentiti in dovere di prendere parola e di opporci in modo netto a questo provvedimento tanto inutile quanto controproducente imposto dell’universita’.

Uno di questi è il metodo con cui si è cercato di imporre questo nuovo dispositivo, non tenendo minimamente conto del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.

E’ l’attacco ad una comunità e attraverso essa ad ogni frammento di contestazione, di dissenso, di opposizione reale al discorso e ai soprusi di chi si arroga il diritto di decide sulle nostre vite.

 

Potenza di 2 (2,4,8,16,32):

Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi

I motivi e i fattori per cui ci si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

A partire da queste belle giornate, dove al 36 abbiamo tutti e tutte respirato un’aria positiva fatta di sentimenti collettivi e di autogestione, continuiamo l’opposizione ai tornelli per essere noi tutti a decidere collettivamente sul funzionamento della nostra biblioteca.

L’università è di chi la vive!

 

Numeri primi al contrario (31,29,23,19,17,13):

Riappropriamoci del nostro tempo e dei nostri spazi, per costruire l’alternativa possibile all’interno dell’università ormai azienda.

Perché non accada più e la forza collettiva sia il vero segno del riscatto.

Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.

Un attacco portato avanti dall’università prima con la decisione unilaterale di installare un sistema di controllo tramite i famosi tornelli, poi con l’appoggio della questura con le cariche della celere dentro il 36.

Se i tornelli rimarranno, noi resteremo ad impedire che funzionino perché il 36 è casa nostra, di tutti e tutte le studentesse e gli studenti che quotidianamente passano la giornata qui a studiare!

D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.

 

Funzione Random di Excel (20,8,23,15,28):

E’ prima di tutto questione di diritto allo studio, ma non soltanto: è questione di minare le basi dell’alterità possibile.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.

Parallelamente alla riapertura dei tornelli si sono svolte due assemblee in Aula Affreschi partecipate da centinaia di giovani che hanno ribadito l’importanza di costruire collettivamente un’opposizione forte a questo dispositivo, e che si riaggiorneranno lunedì prossimo alle 18.

Anche per Michele, per chi se ne va col cappio al collo.

 

 

I testi completi:

  1. Le notizie che annunciavano la possibile installazione dei tornelli al 36 di via Zamboni risalgono addirittura a maggio dell’anno scorso, anche se da allora mai erano stati realizzati.
  2. Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi
  3. Così è stato e, sin da subito, ci siamo sentiti in dovere di prendere parola e di opporci in modo netto a questo provvedimento tanto inutile quanto controproducente imposto dell’universit
  4. I motivi e i fattori per cui ci si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti.
  5. Uno di questi è il metodo con cui si è cercato di imporre questo nuovo dispositivo, non tenendo minimamente conto del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto.
  6. Non si tiene presente la natura di questa biblioteca, che negli anni si è rivelata un luogo pulsante della zona universitaria, attraversata da pratiche d’autogestione edun luogo la cui identità è andata costruendosi lotta dopo lotta e che ora è un punto di riferimento di socialità e cultura.
  7. Dopo le due settimane di chiusura per ultimare i lavori (in pieno periodo d’esami) lo scenario che con cui ci si è dovuti misurare è quello di barriere di vetro, dispositivi di controllo elettronico con tanto di telecamere.
  8. Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.
  9. Il discorso sicurezza adottato dall’università per giustificare i tornelli viene smontato subito dagli studenti stessi, prima allontanando la presenza poliziesca e poi decidendo di aprire una volta per tutte le porte, facendo tornare il 36 un luogo accessibile ed attraversato, come è giusto che sia.
  10. . Riaprendo i tornelli l’abbiamo ribadito: il 36 è di studenti e studentesse e solo a chi il 36 lo vive ogni giorno può capirne le dinamiche ed i bisogni.
  11. Il 36 e gli spazi dell’università sono di tutti, tutti devono potervi accedere, i tornelli sono una barriera esclusiva; barriera che sembra seguire la linea ultra-securitaria e di controllo che si respira un po’ in tutto l’occidente.
  12. In tanti abbiamo rivendicato, di fronte ai dirigenti di quest’università, che nessuno ha paura o si sente in pericolo a stare in questa biblioteca, perché l’unica garanzia siamo noi, studenti e studentesse, che conosciamo e viviamo questo posto.
  13. D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.
  14. E’ con questa convinzione che nel corso degli ultimi tre giorni i tornelli sono stati sempre aperti per fare del 36 il luogo che è sempre stato accessibile a tutti e tutte.
  15. Parallelamente alla riapertura dei tornelli si sono svolte due assemblee in Aula Affreschi partecipate da centinaia di giovani che hanno ribadito l’importanza di costruire collettivamente un’opposizione forte a questo dispositivo, e che si riaggiorneranno lunedì prossimo alle 18.
  16. A partire da queste belle giornate, dove al 36 abbiamo tutti e tutte respirato un’aria positiva fatta di sentimenti collettivi e di autogestione, continuiamo l’opposizione ai tornelli per essere noi tutti a decidere collettivamente sul funzionamento della nostra biblioteca.
  17. Se i tornelli rimarranno, noi resteremo ad impedire che funzionino perché il 36 è casa nostra, di tutti e tutte le studentesse e gli studenti che quotidianamente passano la giornata qui a studiare!
  18. Quanto avvenuto a Bologna è noto.
  19. Un attacco portato avanti dall’università prima con la decisione unilaterale di installare un sistema di controllo tramite i famosi tornelli, poi con l’appoggio della questura con le cariche della celere dentro il 36.
  20. E’ prima di tutto questione di diritto allo studio, ma non soltanto: è questione di minare le basi dell’alterità possibile.
  21. E’ l’attacco ad una comunità e attraverso essa ad ogni frammento di contestazione, di dissenso, di opposizione reale al discorso e ai soprusi di chi si arroga il diritto di decide sulle nostre vite.
  22. Dopo la gravissima irruzione della celere in antissommossa, abbiamo visto la giusta e degna risposta di chi non ci sta a chinare la testa di fronte a queste imposizioni.
  23. Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.
  24. Dicono che siamo una generazione di pigri, ci dicono che dovremmo essere flessibili, ci dicono che siamo choosy.
  25. La verità è che siamo una generazione di giovani marchiati a vita dalle politiche di precarietà del PD e di Poletti, dal lavoro gratuito stile EXPO, dall’impossibilità di tracciare prospettive di futuro ed essere imbrigliata in questo eterno presente di sofferenza.
  26. Abbiamo una grande responsabilità: rompere la solitudine di tanti coetanei e coetanee, creare una contronarrazione a chi specula sugli interessi giovanili e non fa altro che perpetuare il tempo infinito della nostra precarietà.
  27. Economica, esistenziale.
  28. Anche per Michele, per chi se ne va col cappio al collo.
  29. Perché non accada più e la forza collettiva sia il vero segno del riscatto.
  30. Facciamo perciò appello a tutte le città, agli studenti, alle studentesse ed ai tanti e tante solidali del Paese, perché giovedì 16 sia una giornata di mobilitazione e così i giorni a venire. Dal Nord al Sud alle isole segnaliamo, manifestiamo, contestiamo i responsabili delle scelte scellerate che subiamo in Università e non solo.
  31. Riappropriamoci del nostro tempo e dei nostri spazi, per costruire l’alternativa possibile all’interno dell’università ormai azienda.
  32. L’università è di chi la vive!

A proposito di Michele

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Un commento della dottoressa Veronica Frilli, psicologa.

Lo sterile sport dell’indignazione non mi diverte granché e, quantomeno per rispetto verso me stessa e verso la professione che ho scelto, cerco di andare oltre quando leggo una qualsiasi notizia “shock” per cercare di non rimanere vittima della cosiddetta post verità, tuttavia un recente caso di cronaca, in realtà non del tutto accertato, è riuscito ad indignarmi per come è stato raccontato dai media e per come è stato “ricevuto” dalle persone, anche quelle normalmente più immuni dal credere alla bufala facile, forse perché su quel che riguarda i temi inerenti la psicologia e il disagio psichico l’ignoranza in Italia è veramente altissima: un ragazzo di 30 anni, udinese, si è suicidato “perché era precario e aveva ricevuto vari rifiuti lavorativi”. Nel farlo ha lasciato una lettera piena di rabbia e dolore ai genitori, che hanno pensato di rendere un servizio a lui e alla sua/nostra generazione consegnandola ai giornali come atto di denuncia verso un sistema e una società che non si prende cura dei giovani.

E’ una lettera che trasuda una grande sofferenza, mancanza di senso e di accettazione di sé, un disagio trascurato “per trent’anni”, un urlo di dolore nascosto dietro una coltre di rabbia mai espressa e poi rivolta contro di sé nell’atto finale del suicidio: ma la depressione non è un problema con cui ti svegli una mattina, all’improvviso, decidendo di farla finita.

Ansia e depressione, dato facilmente reperibile su internet, sono in forte ascesa: 11, 2 milioni di italiani assumono psicofarmaci e in particolare benzodiazepine come lo Xanax che i medici di base prescrivono come fosse acqua fresca, quasi sempre senza affiancare e vigilare sull’attuazione di un percorso psicoterapeutico. I depressi sono 4,5 milioni e solo 1 su 3 si fa curare adeguatamente.

A livello mondiale, secondo l’Ocse, tra 5-10 anni la depressione sarà la seconda causa di morte dopo le malattie cardiovascolari. Di fronte a questo appare del tutto inadeguata l’operazione da parte di alcune testate anche blasonate come Repubblica e Corriere della Sera, senza dimenticare il Fatto Quotidiano, il Giornale e da parte dell’immancabile blog di Grillo, volta a strumentalizzare, decontestualizzandole, le parole di un ragazzo afflitto da depressione per farlo apparire come una vittima del governo o come un eroe della ribellione.

Temo inoltre che la notizia di un suicidio pubblicata dai mezzi di comunicazione di massa che ha dipinto Michele come un eroe ribelle che si autoafferma con dignità, come fosse Socrate, possa provocare nella società una catena di altri suicidi o quantomeno che lo elevi a soluzione dignitosa e nobile.

Hanno parlato di un caso singolo ma non isolato, mentre mai una riga su centinaia di altre storie che con prevenzione e cura hanno avuto esiti felici. I vip nostrani che hanno affrontato e superato depressione o disturbi di ansia o che hanno fatto percorsi di counseling o coaching, per esempio, non donano la propria testimonianza ma se ne vergognano e la tengono ben nascosta.

Le persone spesso non sanno neppure che le ASL offrono al prezzo del ticket psicologi e psichiatri contro il luogo comune che gli psicoterapeuti costano sempre troppo e “certe cose” si devono risolvere da soli. Nel frattempo, il 40% degli Italiani si è rivolto almeno una volta ad un cartomante, solo il 20% ad uno psicologo. E certo il cartomante non costa meno.

Invece di incitare le strutture sociali ed educative e le famiglie a potenziare le risorse nel senso della prevenzione e la prosocialità, viene strumentalizzata la lettera di un ragazzo che si è tolto la vita – il Miché di De André che si impiccò con una corda al collo, la coincidenza è interessante e si evince la stessa mancanza di pietà per un ragazzo suicida strumentalizzato a scopi politici – per far credere che il problema sia solo che a 30 anni non hai un lavoro a tempo indeterminato e che autoaffermarsi togliendosi la vita sia onorevole e sintomo di consapevolezza e lucidità, come fosse la stessa cosa dell’eutanasia.

Ovviamente l’harakiri giapponese per la perdita dell’onore è considerato roba da matti nella nostra cultura ma qui si usa la storia di Michele come strumento contro il governo o nella ricerca di un colpevole unico o di una sola causa parlando del gesto come di una soluzione plausibile e dignitosa senza considerare i tanti anni di sofferenza e di indifferenza che probabilmente ha soggettivamente vissuto.

In alcuni paesi anglosassoni l’aumento dell’incidenza dei disturbi dell’umore, ansia e depressione, anche sul luogo di lavoro e specialmente nelle professioni sanitarie in cui il burnout aumenta vertiginosamente, hanno portato da anni alla creazione della figura dello psicologo di base, con risparmi enormi per la sanità (dalle ricerche emerge infatti che l’intervento psicologico nei disturbi mentali genera un risparmio di costi sanitari di un terzo). La prevenzione e l’educazione sul disagio psichico in molti paesi come Inghilterra, Australia, Nord Europa sono stati considerati seriamente: laddove il problema è stato affrontato vi è appunto un risparmio fino al 30% della spesa sanitaria, ad esempio affiancando al medico di base lo psicologo di base e facendo informazione e prevenzione, mentre nella scuola italiana si continua a insegnare fin da piccolo la competizione per i voti e il dover produrre e il dover fare come unico parametro del valore umano.

In alcuni paesi del Nord Europa hanno da tempo abolito i voti e adottano il cooperative learning e la peer education, la mindfulness per la gestione di emozioni e molti altri tipi di intervento efficace ed efficiente, evidence based.

Se oltre a spingere alla performatività nella competizione e in vista del “successo”, che vuol dire a diversi livelli “essere vincenti” (magri, giovani o giovanili, produttivi, affermati nel lavoro possibilmente a tempo indeterminato) a scuola educassero alla gestione delle emozioni, alla prosocialità, allo sviluppo dell’empatia e delle proprie risorse sicuramente non avremmo questi dati allarmanti sulla diffusione di ansia e depressione e avremo anche molti meno casi di bullismo e cyberbullismo e di xenofobia e omofobia.

E’ difficile fare il genitore e ancor più difficile è ammettere che il proprio figlio sia malato, abbia bisogno di aiuto perché sta male “da trent’anni”. E’ difficile soprattutto nella nostra cultura  e nella nostra “Repubblica fondata sul lavoro”, ma si può imparare ad accettare se stessi e la propria vulnerabilità, i limiti di essere umano che ognuno ha e né le famiglie né i politici né le scuole insegnano che chiedere supporto e aiuto non è un disonore. Si chiamano concause, i problemi sono multifattoriali, i politici facciano il loro lavoro ma le famiglie, i giornalisti, le scuole pure.

Perché il problema è complesso e qualunque Michele che si uccide è un problema che dovrebbe interessare tutti.

Un ragazzo di 30 anni che parla di trent’anni di dolore alle spalle non è solo vittima di una società che rende il lavoro più precario di un tempo, ma è vittima di un tabù che è quello del disagio psicologico e del nascondere i problemi e del non chiedere aiuto e della cultura del fare tutto da soli.

Sanremo, o dell’obbligo di ostentare leggerezza

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Abbiamo tutto il diritto di dire che Sanremo ci fa schifo.

Se vi piace avete tutto il diritto di godervelo. Sia se vi piace davvero la musica di Sanremo, o l’atmosfera da veglione di capodanno prolungata (abbiamo anche bisogno di festeggiare, ogni tanto), sia se vi piace il trash.
Ma per favore basta con questa follia che Sanremo ti deve piacere. Basta con questa follia che ci si deve per forza divertire, basta con questa follia che se non ti piace la musica che ascolta il “popolo”, la “gente”, la “casalinga di Voghera” allora devi star zitto. Eh, “sennò sei snob!” Sennò “odi il popolo”.
Quando si è deciso che io non sono popolo o gente? Quando è stato deliberato che per far parte di queste entità mistiche è necessario esser fan della De Filippi? O quantomeno entusiasmarti per il trash della De Filippi?
Quando abbiamo deciso che la vita è praticamente una scelta tra vedere il “Grande Fratello” e vederlo ridendone tramite “Mai Dire Grande Fratello”? E che tanto ormai non c’è neppure bisogno della mediazione della Gialappa’s Band per apprezzare il trash ma bisogna amare il trash per il trash?
Possibile che non ci sia mai l’opzione: “Non me ne frega un cazzo?” O l’opzione “Preferisco occuparmi di altro?” Esattamente, mi interessa sapere, fin quando dovremo spingerci con questa ostentata leggerezza, per cui la vita e il dibattito debbano vertere necessariamente su un susseguirsi di eventi nazionalpopolari e non sia più possibile fare un discorso serio in pubblico o nemmeno tra amici?
Non esiste una via di mezzo tra il dibattito al cineforum sul film iraniano e la contemplazione delle sfumature di mogano di Carlo Conti?
Io non lo so, però nel dubbio rivendico con forza il diritto di dire che non capisco perché cazzo si parli ancora di Sanremo.
Santé 

Il terrore di esporsi su cose serie

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«Senza dimenticarmi del mio progetto immaginario: quello di restituire alla mia generazione,  ma anche a quelle che verranno, il diritto a essere seri senza doversi per forza sentire in colpa. Distruggere la maledizione dell’ironia. Abbattere la dittatura della simpatia. Eliminare la necessità percepita di potersi esprimere soltanto attraverso battutine del cazzo sui social network, col terrore di fare la figura dei presuntuosi.».

dal facebook di Francesco Paolo Maria Di Salvia, 31 gennaio 2017

Quando è cominciato tutto questo? Se ogni cosa deve essere provata scientificamente, se anche l’intellettuale x del secolo y è un cialtrone totale perché ha detto qualche fesseria ed è diventato la bandiera del movimento z, non ci resta davvero che la simpatia? O è tutto rumore di fondo che però ci sembra invece imponente come un concerto di Wagner? Ci vuole un atto di volontà, dice, basta fregarsene. Ma quando è cominciato tutto questo?

A un certo punto qualcuno ci ha fatto notare che quello che quasi tutte le cose che ci entusiasmavano o ci hanno entusiasmato avevano un sacco di falle logiche: alcune sono proprio madornali, altre meno, ma se la realtà diventa un teorema da dimostrare alla fine non importa la dimensione dell’errore. Da qui il terrore di esporsi su cose serie, da qui l’ironia che utilizziamo per ostracizzare in maniera violenta qualsiasi prospettiva che comporti il rischio di combinare quello che hanno combinato gli intellettuali comunisti o i critici letterari strutturalisti.

Ma proprio l’esistenza di maestri che puntano il dito verso “quello che hanno combinato questi o quelli” dovrebbe anche ricordarci contestualmente l’esistenza dei cattivi maestri, – che, al momento, sembrano dire cose giustissime ed eccellentissime – e la possibilità che i maestri di oggi siano essi stessi dei cattivi maestri. Che la realtà (o verità) sia un teorema da dimostrare è un’altra fallacia umanistica; una versione distorta dello storicismo; di cui il pensiero scientifico si è liberato: vedi Godel, Schrodinger, e Heisenberg nel dibattito scientifico sull’inconoscibile. Tutto ha falle logiche perché la logica (filosofica e pratica) è sopravvalutata. La logica (filosofica e pratica) è la madre nobile del perfezionismo che è una nevrosi fatta e finita. Secondo la logica umanistica, ci dovremmo ammazzare tutti in questo momento, o adottare la soluzione soft di non procreare più and die out, hand in hand, brothers and sisters. Secondo la scienza no, non ci è neanche dato scegliere, perché i nostri geni sono egoisti e siamo follemente programmati per riprodurci, e riprodurci, e riprodurci.

Quanto alla paura, prendiamo spesso in giro i Social Justice Warriors perché sono troppo e continuamente offesi dalla realtà: ma “il terrore di esporsi su cose serie” non è soltanto una versione più sofisticata della paura del mondo? L’ironia come safe space perché la serietà porta con sé la cattiveria della critica? Ci stiamo togliendo il diritto di poter sbagliare perché i nostri padri hanno sbagliato; dandogliela, implicitamente, vinta per l’ennesima volta; e usando lo stesso strumento che ci hanno trasmesso: una supposta superiorità morale in nome della quale “non ci abbassiamo a fare errori e dunque meme a spiovere”.

ndr: Il pezzo è un riadattamento di una conversazione su facebook tra FPMDS e Dario Novello

Il nazismo di Heidegger è un sottogenere del fantasy

in giornalismo/humor by

“Tornare a parlare di Heidegger nazista può sembrare un esercizio noioso”, esordisce l’ennesimo pezzo sulla fine questione filosofica del presunto nazismo di Heidegger: ormai un sottogenere letterario che attinge al fantastico, una chiacchiera filosofica di quel genere che proprio Heidegger relegava a passatempo contro la noia (ah, l’inconsapevole ironia). E’ una questione che, lasciata in mano ai commentatori, tende a finire nell’elencazione di altri personaggi emeriti che avrebbero preso abbagli politici in una sorta di riabilitazione collettiva o, peggio, nell’assolutorio isolamento del pensiero filosofico rispetto al pensiero politico.

Proveremo invece a ricondurre tale questione nei termini di una minima correttezza fattuale, in primo luogo per quando riguarda il rettorato di Friburgo: Heidegger diviene effettivamente rettore, eletto all’unanimità nella primavera del 1933, dietro la richiesta e con il sostegno del precedente rettore, il socialdemocratico Von Möllendorf, costretto alle dimissioni dalla NSDAP. E’ a questo punto che prendere la tessera nazionalsocialista diviene quantomeno necessario per evitare un’eccessiva esposizione contro il partito; nonostante questo, quando appena un anno dopo darà le dimissioni (siamo nell’aprile del 1934), l’organo del partito di Friburgo saluterà il nuovo rettore che lo sostituisce come “il primo rettore nazionalsocialista” di Friburgo. E’ giusto ricordare che dopo la caduta di Hitler gli occupanti alleati revocarono ad Heidegger il permesso di insegnare, ma si tende curiosamente a dimenticare  che molti, fra cui Arendt e Jaspers, considerarono questo provvedimento ingiusto e ingiustificato.

Per quanto riguarda gli appunti di Heidegger di recente pubblicazione che hanno buttato paglia sul fuoco del fortunato filone, occorre precisare che – al contrario di quanto affermato nel post precedente – i cosiddetti Quaderni Neri sono stati pubblicati ben prima di quanto fosse stato previsto dal piano editoriale dell’opera omnia, fissato dallo stesso Heidegger nel 1976. Rimane oscuro, seguendo il ragionamento dei novelli censori, il motivo per cui il filosofo che davvero avesse voluto nascondere il propri convincimenti antisemiti, invece di “rallentare” la loro pubblicazione rendendola postuma, non abbia semplicemente stracciato le 12 pagine su mille che si occupano di mondo ebraico. Questo avrebbe potuto farlo sicuramente dopo la caduta del nazismo. Ma prima perché mai un antisemita convinto che ha la fortunata sorte di vivere in un regime ufficialmente antisemita, avrebbe dovuto tenere nascosti i propri sentimenti affidandoli a quadernetti tipo Moleskine di cui nessuno conosceva l’esistenza, invece di scrivere articoli come faceva per esempio Rosenberg? Sarebbe molto più semplice, oltre che veritiero, ammettere che i Moleskine furono nascosti perché contenevano frasi come “il nazismo è un principio barbarico” e altre in cui si parla di Hitler come di un pericoloso delinquente; in cui si scrive peraltro: “nota per asini fatti e finiti: l’antisemitismo è un principio esecrabile e insensato”.

Sulla questione della tecnica, il nostro precedente autore la interpreta da ignote pagine hedeggeriane come “il male” contrapposto alla purezza della tradizione. Nelle conferenze di Brema Heidegger dice piuttosto che la tecnica è l’essere stesso: voleva forse dire che “il male” è “il bene”? Oppure non ha mai pensato che “la tecnica” fosse “il male”?

E infine, il nostro autore si spinge a condensare la filosofia di Heidegger in un invito a un “nuovo umanesimo” che coinciderebbe con il nazionalsocialismo: a una simile scorciatoia non si può che rispondere rimandando alla lettura degli oltre cento libri a disposizione degli studiosi, impresa faticosa ma che porterà a convergere sulla mancanza di qualsiasi appoggio testuale a supporto.

Per quanto riguarda le prossime puntate della vicenda – “le chicche più gustose” come le definisce il nostro – la sorpresa è ormai rovinata ai lettori ingolositi: in una delle lettere al fratello si apprende di un Heidegger effettivamente entusiasta che invita alla lettura del Mein Kampf definendo Hitler “un genio”. Si tratta di un errore grossolano che, non appena compreso, è stato rimediato dal filosofo nei limiti del possibile: rimettere la tessera sarebbe stato letto come un atto patente di ostilità verso il partito e gli sarebbe potuto costare troppo caro. Per contro, vietò fermamente al figlio di iscriversi alla Gioventù hitleriana.

Dacci oggi il nostro social quotidiano

in internet/mondo by

Pare che Zuckerberg stia per pubblicare un documento importante sulla sua visione futura riguardo all’azienda che ha creato. Sarebbe divertente se riconoscesse come l’internet e i social ci abbiano polarizzato e ghettizzato politicamente fino all’estremo (poi ogni fattore fa la sua parte, diventa sempre più facile anche spostarsi e scegliersi l’area geografica di elezione, almeno per alcuni). Insomma forse notizie false, propaganda, crisi del ceto medio sono spiegazioni che confortano a priori tutti quanti, perché hanno poco a che fare con le nostre azioni quotidiane che quasi per definizione non sono mai deplorabili (cit.). Molto meno rassicurante l’idea per cui questa libertà e connettività in realtà abbiano offerto a tutti l’illusione che non esista una società estesa con cui dialogare quando il modem casca per terra e va riattaccato al muro. Cioè, la fine degli stati nazione, le pippe mentali sul ritorno ai comuni, forse potremmo almeno fantasticarci sopra con un minimo di serietà.

Nesso di causalità e delega: due questioni di fondo della sentenza su Viareggio

in giornalismo/società by

Fermo restando che le sentenze per essere commentate andrebbero lette e della sentenza sul disastro di Viareggio non ci sono nemmeno le motivazioni – il che rende oziosi  tutti i commenti giornalistici finora pubblicati – ci sono alcune osservazioni generali che si possono fare.

La questione verte essenzialmente sul “nesso di casualità nel reato omissivo colposo” e sulla questione della “delega nel diritto penale”. Si tratta di due delle questioni più complicate e dibattute dell’intero diritto penale.

Nel primo caso occorre determinare se e come una condotta negligente da parte di un soggetto che aveva il dovere di impedire che un certo evento negativo si verificasse abbia davvero contribuito a quell’evento. Detto in soldoni: la strage sarebbe avvenuta in ogni caso anche se fosse stato in piedi il più sofisticato sistema di controlli? Se sì, non può esserci reato perché non ci sarebbe colpevolezza: non sarebbe infatti stato possibile in nessun modo evitare l’evento (immaginate quanto tutto questo sia complicato da accertare oltre ogni ragionevole dubbio).

Ammettiamo in secondo luogo che la negligenza ci sia stata e che sia stata accertata tra le cause dell’incidente, rimarrebbero da accertare altri elementi relativi alla questione della delega. Innanzitutto, a quale livello aziendale si è verificata la condotta negligente che ha causato l’evento? La seconda, chi è che in azienda avrebbe dovuto vigilare affinché non si tenesse quella condotta negligente? Chi infine aveva l’obbligo giuridico di impedire l’evento? L’amministratore delle società, cioè il suo vertice? Si può pretendere che vada in giro a controllare la sicurezza di tutte le stazioni? Ovviamente no, si può pretendere invece che fosse in piedi un piano generale di sicurezza adeguato.

Ancora: se questo piano esiste ma non funziona, di chi è la colpa? Del responsabile del piano? Di chi doveva attuarlo in pratica? Dei vertici che magari non hanno verificato il comportamento di tutti questi tizi o che magari li hanno lasciati senza risorse o autonomia funzionale per attuare il piano? Di tutti questi soggetti?

Su chi deve rispondere e quando sono state scritte biblioteche anche perché i principi e gli interessi in gioco sono fondamentali: da un lato si deve evitare che un amministratore risponda di qualsiasi cosa vada storta in azienda perché questo violerebbe il principio costituzionale della personalità della responsabilità penale (in breve, non posso rispondere penalmente per un fatto di cui non ho colpevolezza), dall’altro il diritto penale deve evitare che delegando teste di paglia i vertici aziendali si spoglino dei loro doveri di controllo e vigilanza.

Insomma anche qui questioni complicatissime, molto più facili a dirsi che da attuare in pratica. Sarebbe quindi forse da evitare il tifo da stadio innocentista e colpevolista, se non da parte dei parenti delle vittime che comprensibilmente chiedono giustizia (e dare giustizia è una delle funzioni, ma non la sola, del diritto penale), quanto meno da parte dei giornali.

Trump colpa della sinistra? Nuove ossessioni della polizia fogliante

in giornalismo by

Sostiene il Foglio e Giuliano Ferrara che è colpa della sinistra se c’è Trump.
Ma attenzione, questa non è la versione che dà la colpa alla sinistra liberal, distante dal mitico “popolo” e che offre troppe poche garanzie di distanza dalla destra.
No, no. Qui la colpa la si dà nientemeno che al popolo di Porto Alegre (“rimembri ancor…”) e Saviano. Ma sì, perché è stato il popolo di Porto Alegre, i temuti No Global, ad aprire la contestazione alla globalizzazione, a condannarne gli squilibri e non applaudire entusiasti ai magnifici risultati cui essa ci ha fatto pervenire. Loro, i No Global cattivi, sono loro che hanno aperto la strada a Trump, al suo rifiuto dei trattati di scambio internazionale, sono i No Global che volevano il protezionismo e Trump ora ce lo ha dato.
Di Saviano non mi sono ben chiare le colpe in materia, sostanzialmente Ferrara dice che lo ha scoperto trumpiano e Ferrara è un uomo d’onore. Quindi, Roberto caro, colpa tua, stacce.
Adesso che abbiamo scoperto di chi è la colpa credo siamo già a metà strada dalla soluzione: la globalizzazione va difesa a spada tratta e non si può parlare dei suoi possibili effetti negativi nei Paesi sviluppati o in quelli in via di sviluppo. Bisogna solo ripetere come un mantra che la globalizzazione ha fatto uscire dalla povertà milioni di persone (fatto vero), ma chiunque provi a sostenere che ne vadano attutiti gli effetti negativi in termini di perdita di posti di lavoro nei paesi sviluppati, condizioni di lavoro disumane nei paesi in via di sviluppo e danni all’ambiente è un filotrumpiano. Un oscurantista che fa il gioco dei populisti e fascisti di casa nostra. Al Foglio non la si fa: vigileranno loro contro questi pericolosissimi individui.
Se però – per un solo momento – usciamo da questa realtà virtuale disegnata dal Foglio in cui sono loro, i “liberisti sfrenati” dice Giuliano, a difenderci dal male, si potrebbero osservare diverse cose, vere però, non le fantasie lisergiche foglianti: si potrebbe innanzitutto chiedere chi ha tentato bordone ai tanti Trump di casa nostra negli ultimi anni, per dire? Chi difendeva a spada tratta i governi di Berlusconi e Tremonti, che di liberale non avevano niente? Chi prendeva sul serio, con poche eccezioni lodevoli, le sparate dello stesso Tremonti sulla Cina, la globalizzazione e il resto?
E ancora, già che parliamo di populismo, chi ci ha intrattenuto per anni con un antiparlamentarismo di maniera, con la retorica dell’uomo forte al comando che rompe le mediazioni consociative (prima Berlusconi, poi Renzi, ma già molto prima Craxi). Chi ha sdoganato la retorica del “ghe pensi mi”, della soluzione semplice e istantanea a problemi complessi, la cultura del “prima decidiamo, poi discutiamo”? Ed ancora, chi ha dato il via libera alla caccia alle elite, all’assalto agli intellettuali, al disprezzo dei “professoroni”?
Chi insomma, venendo in Italia, caro Giuliano, se non tu e i tuoi assieme ai vari Rizzo e Stella e alla demonizzazione della fantomatica Casta, ha spianato la strada alla retorica grillina?
O davvero pensi che Grillo e Trump siano un sottoprodotto dei No Global, di Agnoletto e Casarini? Ma dai, Giuliano, sai bene che non hanno mai contato un cazzo i peana della sinistra No Global, figuriamoci!
Ma perché poi se torniamo a Trump e a cose come il blocco dell’immigrazione da alcuni Paesi islamici a caso, e all’arresto dei rifugiati, ma caro Giuliano la colpa è dei No Global? O della destra senza freni che per anni avete supportato, della retorica anti-musulmani che fa di ogni erba un fascio che ci avete imposto? Della esaltazione del pensiero di Oriana Fallaci, che non ha azzeccato una previsione che fosse una ma ci ha lasciato un sacco di argomenti da geopolitica da bar? Ed erano forse i No Global, ancora, a sostenere il centrodestra a trazione fascioleghista, fino a pochi anni fa? E Salvini chi ce lo ha lasciato in eredità? Bertinotti, forse? E con Salvini gli altri trumpiani e trumpettari di casa nostra? In che governi avevano posto?
No, caro Giuliano, se vuoi cercare facili capri espiatori del delirio in cui ci troviamo fai una cosa, rimettiti a leggere le ultime venti annate del tuo giornale. Non ti consolerai ma almeno ti limiterà nella scrittura: dopo quello che hai combinato te ne saremmo grati.

Il requiem del garantismo nell’opinione pubblica

in giornalismo/politica by

Ce l’hanno fatta, alla fine, e non era poi così difficile da prevedere. Nel ciclone retorico dell’onestà come virtù cardinale della scienza politica e Pietra Filosofale della cosa pubblica, dalle virtù taumaturgiche e ricostituenti, è successo l’inevitabile. Il dibattito pubblico, che già non godeva negli ultimi anni berlusconiani di una salute di ferro, si è degradato al punto tale da dare per scontato il livello ridicolo e tossico in cui versa.

Il MoVimento 5 Stelle è, come sempre più spesso accade di questi tempi, concausa e cartina al tornasole del fenomeno. Per quanto non in qualità di pioniere, ma certamente di abile fantino, il grillismo ha cavalcato per anni l’ondata di indignazione automatica per le inchieste della politica. L’equazione messa in piedi dal M5S e dalle sue penne feroci e gli organi stampa che dirigono – e che in questo hanno avuto, nella nostrana stampa di sinistra, dei degni maestri – è quella per cui a indagine corrisponde condanna. Un avviso di garanzia è di per sé una testimonianza di colpevolezza, e il triangolo magistratura-giornalismo-speculazione politica non ha fatto prigionieri in questa certosina attività di pessima informazione. Anche la semantica ne è uscita sconvolta: l’avviso di garanzia, da ruolo appunto di garanzia che aveva, è diventata  marchio d’infamia, roba che sarebbe quasi meglio non notificare niente.

Tutta questa palude maleodorante è stata trattata come una fonte d’acqua cristallina finché questo si è rivelato utile a sobillare gli elettori, ma il pantano era prevedibilmente dietro l’angolo. Pizzarotti prima, poi Nogarin, ora il caos della giunta Raggi: chi assume ruoli di governo rischia di subire delle indagini. È una cosa normale, naturale, addirittura sana, se solo non fosse stata criminalizzata fino al giorno prima, gallina d’oro del consenso facile. E il cortocircuito è servito: sul Fatto Quotidiano è in scena uno psicodramma, mentre Di Maio rinuncia alle trasmissioni TV per non doversi trovare nell’imbarazzo di giustificare la propria irresponsabilità prima e incoerenza poi, e Di Battista sospende il tour che lo ha visto impegnato in una sorta di Festivalbar dei bei tempi, solo molto più noioso. Viene il sospetto, e un po’ la speranza, che non abbia più voce.

La cosa autenticamente disgustosa di tutto questo carnevale è, come già detto, che lo stiamo dando per scontato. È regolare e ben accettato ingessare il dibattito pubblico intorno alle iscrizioni nel registro degli indagati e agli atti dovuti che ne conseguono. Siamo completamente assuefatti alla morte del garantismo, quantomeno nella pubblica opinione, alla tavola della quale quasi nessuno che si alzi, batta forte con la punta della forchetta sul bicchiere di cristallo per poi frantumarlo a terra, e nel glaciale silenzio che ne consegue urli: “Ma siete impazziti? Tutti quanti? Tutti insieme? Vi rendete conto di cosa stiamo scrivendo e dicendo, con che faciloneria?”. Niente: si discute serenamente, quasi davanti a una tazza di tè, se dimettersi o non dimettersi, se c’è stata poca o adeguata trasparenza. Il pozzo l’avete avvelenato, e ora da lì vi tocca attingere intere caraffe. Che ci beviamo noi.

Sarajevo, Arabia Saudita

in mondo by

“Lots of arabic men. They come with their wives, many wives. I like to make jokes, so I tell them ‘You have only three wives? You’re not a good muslim. Look at me, I have ten, I have a wife in every village all around’. You see, it’s just a joke. I’m a muslim, a good muslim, but I only have one, and it’s enough”.

L’uomo è robusto, ha gli occhi chiari e una gran voglia di parlare. Siamo al museo del tunnel, in cui hanno aperto al pubblico pochi metri della galleria di quasi un chilometro scavata tra Sarajevo e i territori liberi nel ’93, durante l’assedio più lungo della storia moderna. L’ha scavato anche lui, dice, insieme agli altri soldati, ma adesso il governo ha tolto la gestione del museo ai reduci: gli hanno lasciato la gestione del parcheggio limitrofo, uno spiazzo di ghiaia dove lasci la macchina e te la riprendi a visita completata, per meno di cinquanta centesimi. Nient’altro, per chi ha fatto la guerra. Corruzione, dice. Forse criminalità.

Sta di fatto che sono tanti, gli “arabic men” nella Bosnia musulmana. E ancora di più, per una banale questione aritmetica legata alla poligamia, le “arabic women”. Arrivi a Sarajevo, lasci le valige in albergo, ti incammini verso la piazzetta del centro storico lungo le caotiche stradine in salita e quando la scena ti si apre davanti agli occhi ti pare di essere arrivato a Ryiad. Moltissime donne neppure velate, ma col niqab nero, quello che lascia scoperti solo gli occhi, i loro mariti, suocere e passeggini al seguito. Con ogni evidenza non sono abitanti del luogo, ma arabi. Sauditi, si direbbe, o giù di lì. Le stradine del centro brulicano quasi solo delle loro famigliole, che nel fresco del tardo pomeriggio fanno la spola tra le gioiellerie che vendono argento, i negozi alla moda, i piccoli cimiteri bianchi che spuntano dietro ogni angolo e le moschee: stradine nelle quali, non a caso, è diventato difficile trovare un bar che serva una rakija. Per quella bisogna allontanarsi un po’.

Anche durante la visita al tunnel ti accorgi di essere quasi l’unico occidentale. Insieme a te, nell’auletta con televisore in cui la ragazza bosniaca introduce il documentario sull’assedio, ci sono tre o quattro famigliole che a occhio e croce potrebbero venire dal Bahrein o dal Qatar. Sono tutti preparatissimi, anticipano continuamente il racconto intervenendo in un ottimo inglese, uno addirittura si alza e dichiara solennemente “my country helped You after the war”. Basta farsi un giretto per capire quanto la cosa sia vera. A Sarajevo non c’è un palazzo, una scuola una biblioteca ricostruiti su cui manchi la targa di ringraziamento per chi ha finanziato i lavori, e nove volte su dieci si tratta di un paesi del Golfo Persico. Nessuno escluso, neppure (occasionalmente) l’Iran: anche se è chiaro che si tratta di un fenomeno quasi esclusivamente sunnita (meglio, wahhabita), e di persiano in giro non ce n’è uno.

“They come because it’s cheap”, dice l’uomo del parcheggio, “they can stay here two or three months spending the money that in their country they spend in a week”. Ragione fondata, ma che evidentemente non è né l’unica, né la più importante. Prima di partire avevi già sentito le voci sugli sceicchi che pagherebbero gli uomini e le donne del posto per (rispettivamente) farsi crescere la barba lunga e portare il velo, per non parlare di quelle sui presunti campi di addestramento di Daesh nel sud della Bosnia, al confine col Montenegro; e avevi presente la storia dei mujahideen accorsi da tutto il mondo negli anni ’90 per difendere la roccaforte musulmana nel cuore del paese dai serbi a nord est e dai croati a sud ovest. Poi, passeggiando per Sarajevo (ma anche per Mostar), leggiucchiando qua e là approfittando del wifi negli alberghi, metti insieme i pezzi che ti mancavano, e quei pezzi compongono la parola denaro. Un fiume di denaro, a occhio e croce.

Denaro non soltanto erogato dai paesi del Golfo per la ricostruzione, ma oggi investito nella creazione e il rafforzamento di un legame identitario tra l’Islam salafita e quel fazzoletto di terra, a tratti sottile come uno spago, che è la Bosnia musulmana: progetti miliardari per la costruzione di resort, alberghi e case più o meno di lusso da destinare a turisti sauditi, del Bahrein, del Qatar, in un paese che sperimenta tassi di disoccupazione spaventosi e che continua a essere schiacciato tra serbo-bosniaci e bosniaco-croati, in mezzo a spinte nazionaliste che a occhio nudo, a vederle dal vivo, sembrano tutt’altro che sopite.

L’esito, almeno per chi si ritrova a guardare le cose per come si presentano e senza neppure fare troppi collegamenti, ha profili potenzialmente inquietanti: siamo di fronte al tentativo, magari in fase già avanzata, di costruire una roccaforte jihadista nel cuore dell’Europa? Chi finanzia il complesso intreccio di criminalità e nazionalismo (ne parleremo) che riaffiora nella vicina Serbia e nella parte serba della Bosnia? Quale nuovo equilibrio può nascere, o sta già nascendo, da queste forze contrapposte? E soprattutto, quanto fragile sarà quell’equilibrio, e che ruolo potrà giocare nella difficilissima situazione legata al fondamentalismo islamico che l’Europa sta affrontando?

Interrogativi che restano aperti, almeno per chi scrive: ma che probabilmente nei prossimi mesi diventerà decisivo approfondire.

Prospettive marxiane sull’Islam: religione e conflitto

in politica/religione/ by

È ricorrente in ambienti conservatori l’analogia tra islam e comunismo come minaccia per il sistema liberale occidentale. In alcuni casi di faciloneria, si arriva ad ipotizzare vere e proprie alleanze tra i reduci del dio che ha fallito e i musulmani. Una analisi seria del tema richiederebbe piuttosto di complicare la questione prendendone in considerazione i diversi aspetti, tra i quali innanzitutto la compatibilità teorica del comunismo con un sistema religioso. 

Nella dottrina di impianto marxiano a cui facciamo riferimento per definire il comunismo, l’epoca moderna coincide con il capitalismo: viviamo cioè all’interno di un sistema economico storicamente determinato che non è altro che il prodotto del processo storico, quel movimento che vede l’uomo produttore dell’uomo attraverso il lavoro. Il capitalismo è inoltre quella situazione umana in cui l’uomo è considerato altro dall’uomo. L’uomo, aristotelicamente animale sociale, non si percepisce più come tale. Nel capitalismo egli si identifica sempre in quanto produttore  ma non come produttore sociale di “cose” destinate a un uso sociale. In tal modo l’uomo si  interpreta a partire dalle cose che produce come se gli fossero estranee: come se esse, dotate di esistenza autonoma, determinassero il suo essere. Le cose prodotte a questo punto diventano disumane, merce. Il capitalismo è il modo di produzione che si basa su questa apparenza falsa e falsante che pertanto si lega a un totale disconoscimento dell’essenza dell’uomo.

La società capitalista, formata da persone libere che interagiscono sul libero mercato, e che dunque si presenta, nel vulgata liberale, come l’emancipazione dell’uomo dagli arbitri del potere  religioso per rimetterlo alle leggi dell’economia e del libero scambio, è considerata la distorsione suprema di tale libertà. Il problema di Marx è stato dunque quello di analizzare tale distorsione e di avviare un pensiero della “liberazione” che nulla ha che fare con qualsivoglia forma di religione, ritenuta al contrario un elemento sovrastrutturale prodotto dalle classi dominanti per perpetrare lo sfruttamento di una classe sulle altre (il famoso oppio dei popoli).

Marx è molto chiaro nel definire il fattore religioso, all’interno della società capitalista, come semplice folklore. Questo vale per ogni tipo di religione e sopratutto per il cattolicesimo e per l’islam che chiamiamo “radicale”. Ogni forma di orientamento religioso può essere accettata all’interno del sistema capitalistico solo a condizione e fino al punto di non intralciare il movimento di valorizzazione del valore. Alcuni esempi: il divieto del prestito a interesse islamico non è più compatibile con il sistema vigente in maniera sistemica (seppur esistano forme marginali di “finanza islamica”), la cessione del mantello cristiana un ricordo lontano (lo era già…), il “dare a cesare quel che è di Cesare” presuppone un Cesare che riconosca un dio che gli indichi la sua competenza e questo è sparito da Westfalia etc. Pertanto per un comunista, laddove l’elemento religioso sia forte come nell’islam, ci si trova davanti a una società a un livello di sviluppo storico precedente a quello capitalistico.

Un elemento che accomuna senz’altro comunismo e islam, e che per le società liberali è un grosso problema, è il tema del conflitto. Per un comunista la realtà non è armonica  ma è un movimento di contrapposizioni: l’ente viene percepito come lotta di classe allorché il capitalismo e l’economia politica predicano l’armonia distributiva – ovvero un “giusto” compenso dei fattori di produzione terra, lavoro e capitale garantito dal “libero” mercato.

Anche l’islam che chiamiamo radicale è caratterizzato da un alto tasso di conflittualità che può creare instabilità al processo di valorizzazione del valore. Tuttavia, al di là dei tragici episodi che si sono verificati in Occidente dall’attentato alle Twin Towers a oggi, l’islam radicale non sembra rappresentare ad oggi una minaccia sistemica. Le società islamiche non si sono al momento mostrate in grado di mobilitare le proprie risorse a un livello di potenza paragonabile a quello occidentale, nonostante il programma nucleare iraniano sia una spia che ciò non è impossibile.
Resta però un dato fondamentale: terrorismo e “guerra santa” possono destabilizzare momentaneamente il sistema, provocando turbolenze su mercati borsistici e nel panorama politico-elettorali dei paesi colpiti.

Oltraggio alla spudoratezza

in società by

L’atroce dubbio che mi assale in queste ore è che il dibattito sul così detto “burkini” sia dovuto alla sua sciagurata assonanza con la parola “burka”, cioè con un indumento che rende le persone irriconoscibili e su cui chi scrive si era già espressa piuttosto negativamente tempo fa.
Dopo un paio di respiri profondi superiamo l’empasse e facciamo alcune considerazioni che valgono per le spiagge e in generale tutti i luoghi pubblici.
Prima considerazione: i giudizi sull’appropriatezza di un abbigliamento sono assolutamente arbitrari in qualsiasi cultura e tempo. Facciamo un esempio: negli Stati Uniti, non esattamente il paese della sharia, non è assolutamente consentito girare per una spiaggia a seno nudo, che provocherebbe svenimenti tra i presenti. Anche un perizoma porterebbe un certo scompiglio. In Italia il seno nudo è consentito, anche se rispetto a qualche anno fa sta passando un po’ di moda, e di perizomi sono piene le spiagge. È innegabile che se io seguissi gli standard americani di abbigliamento su una spiaggia italiana non attirerei l’attenzione dei presenti mentre se mi presentassi in perizoma e topless a Malibu verrei bloccata dalla polizia dopo 5 minuti. Lo stesso avverebbe in Italia se cercassi di prendere il sole in un’aiuola del centro città in bikini come sono soliti fare gli scandinavi al primo raggio di sole, mentre rimanendo vestita sotto il sole in un’aiuola di Stoccolma non correrei nessun rischio di fare quattro chiacchiere con le forze dell’ordine. Questo perché, da che mondo è mondo, non è quello che si copre ma quello che si scopre a rendere l’abbigliamento “indecente”.
Seconda considerazione: la stragrande maggioranza delle persone, compresa chi scrive, prova disagio a vedere una persona che si cala in mare coperta dalla testa ai piedi. Personalmente provo un sentimento simile anche quando vedo le ragazze inglesi aggirarsi in sandali tacco 12 e micro tubino a gennaio a Londra ma anche quando vedo i giovanotti hipster girare in scarpe senza calze o i turisti tedeschi in sandali con le calze. Potrei continuare a elencare abbigliamenti e atteggiamenti che mi mettono a disagio, ed essendo una persona tendenzialmente brontolona potrei andare avanti per un bel po’.
Terza considerazione: per quanto sia legittimo avere un’opinione negativa sul numero crescente di donne che decidono di coprire il loro corpo in pubblico molto più di quanto sia necessario secondo i nostri criteri di appropriatezza, non è certo legittimo imporre loro per legge di non farlo (sempre escludendo il volto, che a differenza di pancia e fondoschiena viene utilizzato per comunicare e rendersi riconoscibili). Immaginate se alle ragazze italiane a Londra venissero imposti sandali tacco 12 e microtubino in discoteca solo perché la stragrande maggioranza delle ragazze inglesi si veste così.
La quarta e ultima considerazione è che, come spesso accade, vietare una scelta personale senza una buona motivazione porta a trasformare quella scelta in un simbolo identitario. E poi la scelta pian piano viene percepita come obbligo verso il gruppo a cui si appartiene. Visto che io vorrei vedere le donne mussulmane abbandonare il “burkini” per loro libera scelta, spero che l’idea del governo francese di imporglielo per legge passi alla velocità di un colpo di sole estivo.

Brexit e le leggi fondamentali della stupidità umana

in società/storia by

In questi tempi di Brexit, sadomasochismi nazionalisti e velleitarismi autarchici, mi sembra doveroso rievocare le cinque leggi fondamentali della stupidità umana secondo lo storico padovano Carlo M. Cipolla:

Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Investitori in borsa, sondaggisti e scommettitori hanno puntato fino all’ultimo sulla sconfitta del fronte leave al referendum britannico, rimanendo così clamorosamente smentiti dai fatti.

Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa. A sostegno di questa tesi, ci si limiti a dare uno sguardo alle dichiarazioni del magnate di successo e candidato alla presidenza americana Donald Trump, in visita proprio in questi giorni in Scozia (paese a maggioranza europeista).

Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita. Gli effetti immediati e breve-medio termine dell’esito del referendum avranno ripercussioni sul piano socio-economico tanto sulla Gran Bretagna che sul resto d’Europa. A questo punto è lecito domandarsi chi sarà il primo a crollare: lo stupido o la sua vittima?

Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore. Un buon punto per riflettere sugli isterismi antieuropeisti di casa nostra, spesso sostenuti e portati avanti da personaggi lombrosianamente inaccettabili.

Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. Gli effetti di una minoranza numerica (in termini assoluti europei) incolta, mal informata e xenofoba su un intero continente la dice lunga sul potenziale nocivo dello stupido antropologico.

            Corollario: Lo stupido è più pericoloso del bandito. Infatti nessun bandito ha mai causato una                 recessione economica.

Insomma, non rimane che aggrapparci alla metodologia umoristica di un storico sopra le righe per far fronte ai tornanti imprevedibili della Storia. Il resto è in mano al caos primordiale della stupidità umana.

k

Soundtrack: Morire per delle idee“, F. De Andrè (G. Brassens)

I Cleveland Cavaliers per sempre nella storia NBA

in sport by

Tra un’ora c’è la finale NBA”.
Spunta questo in mezzo al flusso di messaggi che si rincorrono la notte di domenica durante la maratona dei risultati elettorali delle amministrative.
Non rispondo, ma quel messaggio mi rimane impresso come un pizzichìo leggero e costante.
Torno a casa, attacco la Tv che quasi ovunque propina programmi speciali dove la fanno da padrone le continue dichiarazioni ed analisi sulle proiezioni e sui primi dati reali, la carrellata solita di dissimulazioni, ritirate, “io l’avevo predetto”, il tutto ornato da facce distrutte e livide da una parte e contente e straentusiaste dall’altra.
Non ci metto troppo ad addormentarmi.
L’indomani mattina scoprirò di essermi perso una delle migliori finali Nba di sempre.

Ricevo e pubblico

“L’amore e la passione per il basket sono qualcosa di difficile da spiegare.
Uno o ce l’ha o non ce l’ha.
Ed è questa passione che ti porta a passare una notte insonne con un gruppo di amici “malati” come te, che in barba al fuso orario si ritrovano a guardare la Gara 7 delle finali NBA 2016 alle 2 di mattina.
E va bene così.

Finali NBA da cardiopalma come non mai. Golden State ci è arrivata battendo nella finale della Western Conference gli Oklahoma City Thunder di Kevin Durant dopo esser andata sotto 3-1, inanellando 3 vittorie di fila e quindi il 4-3 finale. E soprattutto forte del record ineguagliato di 73 partite vinte sulle 82 della Regular Season… parliamo di cifre stellari.

Cleveland del “prescelto” Lebron James, ci arriva dopo una finale della Eastern Conference vinta per 4 – 2 sui Toronto Raptors .. non dico facilmente ma di certo non combattuta come quella della costa Ovest.. e con una Regular season di 57 partite vinte e 25 perse.. ma soprattutto ci arriva con ancora  nella testa il ricordo delle finali dell’anno scorso, dominate da Golden State su una Cleveland decimata dagli infortuni e con un Lebron stravolto in gara 6 per terra dopo il canestro definitivo di Golden State.

Ed eccoci alle finali del 2016.. Golden State avanti di 2 , poi Cleveland vince in casa e siamo 2-1…poi Golden State che vince a Cleveland e siamo 3-1.. sembra fatta per i Warriors e invece.. invece Cleveland comincia finalmente a giocare come una “squadra”, smettendo di cercare incessantemente l’uno contro uno e il gesto spesso inutilmente egoistico del campione.. e allora vince ad Oakland gara 5 e siamo 3-2.. poi torna a Cleveland e vince ancora e siamo 3-3.. ed è gara 7 belli miei.

Tutti pensiamo che Golden State non possa perdere.. compreso me che tifo Lebron e Irving ma voglio dire.. gara 7, casa loro e tutti quei record in Regular Season.. però la birra è fresca e Mauro “ The Bro” ci ha convocato a casa .. non possiamo mancare.

Ed allora comincia la visione di una Gara 7 da far tremare i polsi e soprattutto le coronarie.. una partita che è stata lo specchio del basket che amiamo.

Punto su punto fino alla fine..Golden State che stacca di 8 punti a inizio 3° quarto e tutti pensiamo “è finita ora dilagano” e invece.. Cleveland recupera gli 8 punti ed è parità .. ma Golden State non ci sta.. Curry mette dentro un 3 punti e torna in vantaggio di 5 punti.. ma Cleveland inarca le schiena e li raggiunge e torna avanti di 7 punti .. Golden State si rifà sotto e recupera e fino alle fine testa a testa.. a 4 minuti dalla fine del 4° quarto le squadre sugli 89 pari.. non ce la fanno più, la stanchezza fisica dilaga per entrambe e i tiri sbagliati non si contano.. ma manca poco più di un minuto, la palla arriva a Kyrie Irving che in 10 secondi ci mette tutto quello che ha imparato sui playground e punta Curry.. altro che cuore oltre l’ostacolo.. Irving oltre l’ostacolo ci butta cuore mani e coglioni.. e ha ragione lui.. la palla rimbalza sul parquet Curry cerca di difender come sa fare ma.. ecco che Irving scocca il tiro da 3 punti “in faccia” a Curry che ne è il Re.. strano scherzo del destino .. e Cleveland a quel punto sente che ce la può fare.

Mancano 53 “ al fischio della sirena.. Golden State rimette e la palla arriva sul vertice dell’area da 3 punti a Curry.. che palleggia ma soffre la marcatura di Love ( lo so quello che ho scritto sembra una bestemmia ma è vero LOVE IN QUEST’AZIONE RIESCE ANCHE A DIFENDERE.. COME SE TUTTI I PIANETI DELLA VIA LATTEA SIMULTANEAMENTE SI ALLINEASSERO) , scocca il tiro che però rimbalza sull’asta del cesto e al rimbalzo ovviamente lui, Lebron ..siamo quasi alla fine mancano 17 secondi.. Irving parte dalla sua area con ancora velleità d’attacco..entra nell’area fa per penetrare ma regala a Lebron un’assist che il nostro si prepara a trasformare in schiacciatona quando.. SBAM arriva Green (indomabile fino alla fine e senza ombra di dubbio il migliore dei suoi ) che compie un fallo.. Lebron cade e resta a terra urlando.. sembra si sia seriamente fatto male a un braccio .. attimi di nervosismo, si teme il peggio ma poi alla fine si rialza per i due tiri liberi ( il che fa pensar al buon Riccardo che mai Lebroniano è stato “ me sa che ha fatto finta per guadagnar tempo”.. e potrebbe anche essere ).. ricordo che il punteggio è ancorato sui 92 Cleveland 89 Golden State … Lebron scocca il primo e lo sbaglia.. ma il secondo è dentro.. mancano 10 secondi, la palla arriva a Curry che ne prova uno da 3.. ma non è proprio la sua serata e anche questo rimbalza sull’asta del cesto.. meno 3 2 1 secondo FINE.. con la panchina di Cleveland che esplode e il silenzio della Oracle Arena.. sconfitti in gara 7 in casa propria è qualcosa a cui nessun degli spettatori vuol credere.

E come per liberazione Lebron si sdraia sul parquet e piange.. che ve devo dì.. mi sto immedesimando e anche a me sta per uscire una lacrimuccia.

Ma non c’è tempo per morire..

Ci ricordiamo tutti che domani si va a lavorare.

Va bè daje Cleveland ma mo tengo da I’ a dormì”.

Scatta la ritirata simultanea con pacca sulle spalle all’uscita .. si è visto qualcosa di veramente memorabile.. la prima vittoria nel campionato NBA di Cleveland e la prima volta che nelle finali una squadra sotto di 3-1 rimonta fino a vincere 4-3.

Chiudo consapevole che quello che ho scritto a molti di voi giustamente non dirà un cazzo.. ma per noi 7 è stata una cosa che non scorderemo facilmente.. anzi diciamolo.. mi sa proprio che ce la ricorderemo per sempre.”

Mauro Mantovani

Soundtrack1:’Free At Last’, Al Green

Soundtrack2:’Me and the Devil’, Gil Scott Heron

Soundtrack3:’Cynthy Ruth’, Black Merda

Soundtrack4:’Won’t get fooled again’, The Who

Tutta la figa del presidente

in società by

Sulla soglia degli ottanta, succede che il cuore inizi a fare strani scherzi. Succede che, affaticato da una vita in cui ha svolto il proprio lavoro senza risparmiarsi – ed è proprio questo il caso – cominci a perdere colpi. Succede che qualcuno debba intervenire per effettuare un ricambio, mettere una toppa al pit-stop per garantire all’organo un po’ di autonomia in più. Succede che, per fortuna, nonostante la gravità e l’età avanzata l’operazione riesce a meraviglia e, nel giro di qualche ora, riapri gli occhi. Fin qui nessuna mano dal cielo: tanta professionalità, una discreta forza d’animo e un po’ di sano culo. Il miracolo arriva quando, tra le prime parole dopo il risveglio, non ci sono né gemiti, né lamenti, né domande: ci sono battute e apprezzamenti all’infermiera. Trenta secondi dopo aver ripreso coscienza, stando alle ricostruzioni. È quel momento in cui a parlare è il subconscio.

Berlusconi è un uomo che ha sacrificato tutto se stesso per la figa. Inutile girarci intorno: la patata, la topa, la patonza, la sgnacchera, senza sembrare il Benigni degli anni ’80, quella cosa là. Lui, certo, è stato un imprenditore fenomenale, un uomo politico di straordinario successo, un marito e un padre più volte, ma quello e soltanto quello è l’altare su cui ha immolato tutto se stesso. Ha messo a rischio ogni cosa: soldi, potere, reputazione, dignità e finanche la libertà, “solo” per un po’ di pelo. E non fraintendete, questa è una constatazione carica di ammirazione genuina, di incantato fascino – lo stesso fascino, forse, che lui prova per la gnocca: qualcosa di disilluso e assoluto, un puro distillato di vita. È l’ancoraggio all’umanità debole dell’uomo forte. Qualcosa di vero e bellissimo.

Come tutte le passioni autentiche, anche quella di Berlusconi non può prescindere dalla generosità nella condivisione: “la patonza deve girare” rimane un imperativo categorico, un vessillo programmatico che suona come un inno al godimento universale. In una scena pubblica che è un susseguirsi di vessazioni auto inflitte e di mesti piagnistei, la verace passionalità berlusconiana è ancora, ed è questo l’incredibile, una boccata d’aria fresca. Pensate che, perfino nel momento in cui la morte non è mai stata così vicina, il primo pensiero è stata alla ridanciana bellezza di una battutaccia disimpegnata.

Dopotutto, lo spirito cameratesco – che quanti amano la propria voce sopra ogni altra cosa definiscono “volgare” – con cui Berlusconi si è dedicato al pelo è qualcosa che ha permeato, nel bene e nel male tutta la sua vita: le barzellette, le uscite pubbliche (memorabile il “ma lei viene? E quante volte?), le notti private, le feste del bunga bunga, le Nicole Minetti, e le Michelle Obama, le prime mogli e poi le seconde, le mantenute, le ricattanti, le nipoti di Mubarak, le infermiere, le mille comparse di una vita che suona come un’eterna festa in bikini. Ma piena di risultati. Non è una cosa per tutti, certo, campare così: e chi non se la sente farebbe bene a vivere come pare a lui, provando a sfuggire al fascino perverso, quello sì, dei giudizi.

Insomma, Berlusconi è il profeta della verità banale che le donne sono qualcosa di meraviglioso e pericolosissimo. Lasciate stare la mercificazione, la reificazione, il rispetto chiesto e dovuto: è solo un gioco di leggerezza – rispetto a una vita che certo leggera non è stata. Rimane la coerenza magnifica della dedizione spassionata, qualche olgettina più ricca, qualche ospite più felice, ma certamente rimaniamo noi più divertiti e appassionati, forse più morbosamente di lui, da tutto questo.

 

berlusconi_fica

Il Giornale e il Mein Kampf: lo sdegno della domenica

in giornalismo/politica/società by

Leggendo vari commenti ed alcune riflessioni in merito alla polemica sulla diffusione da parte de Il Giornale del Mein Kampf, mi è tornata alla memoria una storiella accaduta durante l’ultimo concerto dei Nerorgasmo, avvenuto nel 1993 all’El Paso Occupato di Torino.

I Nerorgasmo sono stati una band hardcore punk italiana attiva dalla prima metà degli anni ottanta fino agli inizi dei novanta aTorino, che proponeva un hc/punk cupo e dalle tematiche nichiliste.

Riportiamo la testimonianza di Simone Cinotto, uno dei componenti e fondatori del gruppo insieme a Luca Abort Bortolorusso ( qui trovate tutta l’intervista):

“Nell’ultimo concerto alla batteria suonò Francesco Dilecce, ora mio batterista nei Via Luminosa. Con lui abbiamo fatto l’ultimissimo concerto dei Nerorgasmo, quello che è diventato l’album “Nerorgasmo Live a El Paso” e in cui Luca era vestito da nazi. Credo che sapesse che sarebbe stato davvero l’ultimo concerto. Mi ricordo che è stato tutto il giorno, dalla mattina alle otto, fino a mezzanotte, prima di suonare ad assemblare l’uniforme da ufficiale SS. Chicca, la sua ragazza dell’epoca, appena prima del concerto mi disse ‘Che due palle, mi ha portato in giro tutto il giorno per tutta Torino a cercare tutte le cose, maniacalmente.’ Voleva proprio la mostrina della particolare divisione delle SS… ti ho detto no che faceva un sacco di modellismo fin da piccolo, con la passione per i soldati nazi?” (.)

“A quel concerto c’era pure Lallo, un eccellente bassista che ha fatto tra l’altro il turnista per artisti importanti. Non avevamo ancora iniziato a suonare e Lallo ha cominciato a fare il culo a Luca per il suo abbigliamento nazi, ‘Come cazzo sei vestito? Vergognati! Levati di torno’. La cosa è andata avanti per quasi tutto il concerto. E allora Luca ha fatto quel discorso che c’è anche registrato nel disco: «Volevo ricordare alla gente che si scandalizza ancora per queste cose che la nostra società ha assorbito tutto quello che c’era da assorbire dal nazismo, tanto è vero che i viaggi in Volkswagen, le vacanze e la vita come la facciamo noi adesso è quella che era stata programmata allora! E i nostri lager sono il terzo mondo lontani dagli occhi e lontano dal cuore… quindi la gente che si scandalizza di fronte ad una croce uncinata messa al collo per provocazione dovrebbe fare un pochino più attenzione a quello che gli gira intorno e alla vita che fa… perché se vogliamo guardare la nostra società è tutta nazista!»(.)

Ora, sicuramente direte voi, che c’entra tutto questo con la polemica degli ultimi giorni?

Vuoi dire che noi viviamo sotto il nazismo?

Pensi di risolvere la questione con questa storiella di questo tipo ipersconosciuto che nessuno sa chi sia?

No No. Assolutamente.

Mi pare però giusto sottolineare che molti di questi scandalizzati della domenica si ingoino tutta la cloaca illiberale possibile ed immaginabile ogni giorno, per poi indignarsi per la distribuzione da parte di un quotidiano, di un testo scaricabilissimo gratuitamente su internet e che si trova quasi regalato in ogni mercatino di provincia e non.

La diffusa reazione indignata alla provocazione de Il Giornale, è identica a quella del tipo che durante un concerto punk insultava irritato e sdegnato un frontman di una band hardcore vestito da mezzo Ss.

Ed è, credo, un tantino, ma proprio un tantino, esagerata.

Soundtrack1:’Adagio’, Tommaso Albinoni

 

Una legge elettorale che funziona

in politica/società by

Ammettiamolo, siamo troppo abituati a vedere le cose che vanno male per accorgerci invece di quelle che funzionano.

Per esempio, dopo le elezioni di domenica tutti a spremersi le meningi sui pericoli che ci potrebbero essere dopo quel che è successo, quando invece la notizia più bella e sorprendente è che abbiamo una legge elettorale che funziona.

Cazzo, in Italia abbiamo una legge elettorale, quella dei Comuni appunto, che nessuno contesta, che nessuno dipinge come la plastificazione creatrice di un regime autoritario ed antidemocratico.

Garantisce la massima partecipazione di tutti i soggetti possibili ed immaginabili con soglie di sbarramento ragionevoli ed accettate da tutti, produce una buona affluenza elettorale, delinea, attraverso l’elezione diretta del sindaco, maggioranze che sono solide e durature per tutto l’arco del mandato. Nessuno ha invocato brogli e l’invio degli osservatori dell’Ocse.

Certo, ci possono essere situazioni limite come quelle avvenute a Roma con Marino o a Cosenza, dove i vertici nazionali dei partiti hanno imposto la fine anticipata del mandato elettorale attraverso nessun passaggio d’aula, ma con le dimissioni dei consiglieri di maggioranza davanti ad un notaio. Ma, appunto, sono casi limite ed eccezionali, e dal 1993 (anno dell’entrata in vigore della legge) ad oggi, sono più o meno gli unici.

Dove nessun candidato al primo turno ha vinto superando il 50%, ci sarà il ballottaggio.

Gli elettori dei candidati sindaci che non parteciperanno al secondo turno, potranno decidere se astenersi in quanto non adeguatamente rappresentati, o scegliere in base al principio del male minore o minor danno, o ricredersi e dare il voto ad uno dei candidati precedentemente ignorato.

Ed alla fine ogni città avrà un suo sindaco, eletto direttamente dai suoi cittadini con una maggioranza che ha lui come garante e centro di riferimento, in quanto se sfiduciano lui si torna direttamente al voto.

Cose normali, ovvie.

Ma non da noi, diciamolo, torturati da decenni di leggi elettorali nazionali illegittime o che non garantiscono spesso nè governabilità né un’accettabile rappresentanza .

Ho scritto un temino di terza media, lo so.

Ma l’urgenza di testimoniare che “oh cazzo, abbiamo una cosa che funziona e sulla quale non è scoppiata una guerra termonucleare tra bande e fazioni”, era troppo forte ed immediata.

La personalizzazione dello scontro, la delegittimazione dell’altro, il finto cinismo, le varie vanità mediatiche elettoralistiche, hanno,  almeno a me, un po’ stancato. Questo nascondere la propria impossibilità dietro l’impossibilità generale, non credere nelle possibilità degli altri, il sospetto come modo di essere, hanno un pochino rotto le balle (lo dico a me per primo).

Una sera, a cena con altri autori del blog, si parlava di Scalfari. Ad un certo punto dico che a casa possiedo i volumi usciti con la Repubblica di tutti gli editoriali dell’Eugenio nazionale. Un altro autore mi rimbrottava simpaticamente dicendo” Ma perché? E’ uno dei personaggi più sopravvalutati degli ultimi decenni. Non ne ha mai azzeccata una.”

Finita la cena, mentre tornavo a casa, la discussione mi è tornata in mente e mi ha fatto pensare. In effetti un po’ è vero. Ho letto molti editoriali di Scalfari, alcuni buoni, altri si potevano tranquillamente anche non leggere. Ma ce n’è uno, non so se buono o no, ovviamente impregnato di moralismo e senso di superiorità che sono quasi i suoi segni distintivi, che a me è sempre rimasto impresso (non so perchè), che ci paragona ad uno specchio rotto.

“A guardare con occhi distaccati (ma è possibile?) l’Italia di oggi viene in mente uno specchio rotto. Tanti specchi rotti e ridotti in frammenti che riflettono, ciascuno, un’immagine parziale e deformata della società. Un effetto di rifrazione.

In quella molteplicità di immagini si specchia una moltitudine di gruppi sociali grandi e piccoli; nei frammenti di minime dimensioni si specchiano singoli individui. Ciascun – gruppi e individui – guarda se stesso e se ne compiace, ma non c’è la visione di insieme. Si parla molto spesso di identità condivisa, di valori e di obiettivi condivisi, senza comprendere che la condivisione è diventata impossibile.”

Forse è così, siamo parti di uno specchio rotto, siamo diventati noi stessi uno specchio frantumato, e per questo non riusciamo più a guardare e vedere le cose che funzionano.

Ecco, sarebbe ora di cominciare ad usare una nuova e diversa prospettiva.

Soundatrack1:’Is It Because I’m Black’, Syl Johnson

Soundtrack2:’Shaft1′, Isaac Hayes

Il fascino discreto del nemico immaginato

in giornalismo by

Succede che c’è questa bella intervista su il Foglio (sì, persino il Foglio pubblica cose ottime, il mondo è un posto che non cessa mai di stupire). Dicevo, questa bella intervista di Salvatore Merlo a Carlo De Benedetti me la sono goduta tutta.

Trasmette tante “cose” interessanti, sin dall’incipit tra il verista e il voyeuristico dell’ascensore di noce e del maggiordomo in smoking. Insomma ve la  consiglio, anche se, come mi ha fatto notare El Presidente, inizia con la “e” congiunzione, che è una roba da Giovane Holden.

Ora, però c’è una cosa che mi ha colpito molto dell’intervista, e cioè che sostanzialmente è stata condotta da De Benedetti, almeno cosî mi è parso. Cioè, su tante risposte abbastanza apodittiche e tranchant, Merlo avrebbe avuto modo di dire: “No, scusi, Ingegner, non mi pare sia andata proprio così”. E però non lo fa mai.

Eppure è una intervista de il Foglio a De Benedetti, l’editore del giornale che per i foglianti, a volte sfiorando il tic nervoso, rappresenta una specie di Moby Dick, un bersaglio sempreverde. Perché allora Merlo non ne approfitta per affondare un po’ il colpo quando può? Ed evitiamo i “per tenerselo buono” o perché pubblica il giornale dove scrive suo zio, dai, siamo seri.

A me sembra invece che ci sia qualcosa di più profondo, ed è per questo che mi è venuta voglia di scriverne. Dopo aver letto l’intervistà, è da stamattina che cerco di ricordare dove ho letto che “nessuno, più di un comunista, subisce il fascino di una duchessa”.

È possibile che chi fa militanza, specie se militanza contro qualcosa o qualcuno, come il Foglio un po’ fa verso Repubblica, si crea un’immagine di quello contro cui “lotta” che a un certo diviene autonoma dalla cosa o persona concreta contro cui si lotta.  E quando questo succede, incontrare la persona dietro l’idea, vederla in carne e ossa, che respira, parla e si muove autonomamente dall’immagine che ti sei creato, rimani spiazzato e ti affascina, tanto da essere più “molle” di chi questa lotta non la fa. Succede ai comunisti con le duchesse, magari succede anche ai foglianti con gli Ingegneri, che ne sai?

Santé

Zelig in evidenza

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You realise che stai arrivando a Craco quando d’un tratto lo sconfinato verde dei boschi lascia il campo a praterie di giallo ocra su cui troneggiano, come giganti addormentati, i calanchi.

Craco, comune italiano della provincia di Matera, è un luogo dove il tempo si è fermato in un’epoca incerta, ancestrale, indefinita. Le case arrampicate sulla roccia hanno finestre scure che sembrano scrutarti con sguardo spento ed autistico.

Le abitazioni con le ringhiere finemente decorate ma arrugginite, sono tutte abbandonate e rendono il paese una specie di conformazione plastica del relitto di una nave.

craco
A Craco non ci abita più nessuno, tranne una coppia di pastori che, occupato una casa abbandonata, ci sosta raramente. La popolazione (circa 700 abitanti) vive nella vicina località di Craco Peschiera.

La strada principale è un viale in pietra.

Il cammino è tutto in salita.

Il cuore in cima è una torre normanna del 1040 d.c.

Antico borgo medievale, importante centro strategico militare durante il periodo normanno, divenne sede universitaria nel 1276. La leggenda narra che ci giunse ferito San Vincenzo martire insieme a San Maurizio durante il viaggio di ritorno dalle crociate in Terra Santa. È storia reale invece la fucilazione di una ventina di briganti di fronte al campanile della chiesa Madre nel corso delle rivolte post-unitarie.

Craco diventa una città fantasma nel 1963, quando un’enorme frana, causata dalla composizione argillosa del suolo, si portò via un pezzo di paese e tutte le reti idriche e fognarie. Gli unici edifici ancora in piedi sono quelli risalenti al medioevo, come la vecchia torre, le chiese e alcuni palazzi importanti dell’epoca.

La frana ed una massiccia emigrazione al nord Italia e all’estero lo svuotò in breve tempo.

Craco è ormai diventato un luogo quasi soprannaturale, con i suoi silenzi continui. Durante le ore notturne, nel deserto totale, il vento fa letteralmente ululare il paesino dalle varie fessure e crepe degli edifici. Le tantissime finestre rotte e semi-divelte sbattono in continuazione. La presenza di cani randagi dà spesso l’impressione che ci siano presenze ultraterrene che stazionano per il paese.

E’ proprio qui che la notte di qualche settimana fa, l’ingegner Paolo Pretocchio* ha organizzato un summit semiclandestino chiamato L’acqua calda’s blocked, ultimissimo evento dell’embriornale fase di costituzione del Progetto Bimbozzi, che secondo le sue stime dovrebbe prendere il potere tra il 2026 ed il 2030.

Presente lo stesso Bimbozzi, che capitanava nell’oscurità della notte alcune figure con fiaccole e candele.

Prima che l’evento inizi, riusciamo a fumare qualche sigaretta ed a scambiare qualche chiacchiera con alcuni dei convenuti. Il concetto principale dell’essere a Craco lo spiegano quasi tutti così:” Tutti parlano della fine degli Stati Nazione, ma nessuno della nascita di Monarchie Immateriali come Google, Apple, Facebook, che hanno come territorio il non luogo del tecnoweb, come popolo gli utenti utilizzatori schedati, e come monopolio della forza il potere d’escludenza dell’algoritmo meccanico. Sul Non luogo non ci sono spazi e margini di operatività. Il Non luogo è quasi tutto occupato, è saturo. Bisogna inevitabilmente trasferirsi e colonizzare il Fuoriluogo. Il nostro luogo sarà il Fuoriluogo. E Craco, appunto, rappresenta perfettamente il concetto di Fuoriluogo.”

Rispetto alle altre volte, però, non siamo riusciti ad intervistare l’ingegnere che, terminata l’adunanza, è dovuto partire immediatamente per impegni d’affari verso Delaware, il nuovo paradiso fiscale creato da Obama negli States.
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Vi riproponiamo lo stesso alcuni passaggi del suo intervento blobbati e campionati con modalità che non possiamo riferire per ragioni che lasciamo custodite al mistero di Craco.

“Questa di stanotte è la prima tappa della nostra spedizione verso l’interno, è la prima meta della nostra Anabasi.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.

Tutti siamo turbati occasionalmente da ansietà ricorrenti, prodotto di una qualche colpa occulta, segreta, che nemmeno sappiamo quale sia o che nemmeno magari esiste.

Il senso di colpa è un’istanza psichica derivante dall’originaria identificazione del bambino con le figure genitoriali e con gli educatori, atta a mantenere in vigore i valori culturali da essi trasmessi attraverso la paura di perdere il loro amore e di essere punito.

Ognuno ha un suo limite.

Ognuno si identifica con il suo limite.

La paura della punizione ti porta all’esitazione se accettare il limite o superarlo.

Nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite.

Quando non lo si vuole superare ci rassicuriamo momentaneamente, ma poi spuntano il disprezzo di sé, i complessi di inferiorità.

Allora si prova a superarlo con l’immaginazione, che come un surrogato dell’avercela fatta, dà il via alla fantasticheria, alle arie di superiorità e di arroganza.

Si recita un personaggio che non si è, ricadendo in continuazione nel dubbio di esserlo, con l’inevitabile alternarsi di sentimenti di superiorità e di inferiorità.

Tutti vogliamo stare bene con noi stessi.

Vogliamo sentirci importanti, degni e accettabili agli altri.

Vogliamo credere di essere attraenti.

Ma quando sbagliamo alimentiamo sentimenti di fallimento, di vergogna nascosta, di tensione e disagio in ambito sociale, si ha difficoltà a dire di no, ci si prende la colpa di tutto quello che succede.

A volte si giudicano gli altri per occultare le proprie colpe, o per scaricarle su altri, mettendo enfasi nei loro errori per evitare di essere noi il centro dell’attenzione altrui.

Tendiamo a diventare come ciò che odiamo ed abbiamo sempre disprezzato.

Alcuni scontano traumaticamente quei giudizi troppo scandalizzati sentiti da piccoli, che possono aver ancorato il sentimento che il sesso sia una cosa sporca, provocando blocchi e sensi di colpa nei rapporti e col piacere.

Aspettare il castigo ci rende ansiosi e turbati.

Il castigo si teme ma si desidera.

Ricevuto il castigo ci sentiamo sollevati, perché abbiamo pagato il nostro debito e possiamo tornare a vivere senza paura.

Il castigo espia il cattivo comportamento e allevia l’ansia.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.”

(Silenzio come se fosse partito un amen muto)

ZELIIIG IN EVIDENZAAAAAA

“Alterneranno la tattica della provocazione alla strategia dell’infiltrazione. La provocazione ha come obiettivo quello di aprire e scatenare una campagna di criminalizzazione. Una volta partita, la criminalizzazione serve come giustificazione preventiva per innescare le classiche azioni politico/militari/giudiziali, come forma di screditamento e divisione. Alla tattica della provocazione seguirà la strategia degli infiltrati che avrà due obiettivi. Da un lato dovranno spingere, come finti seguaci del progetto, tutte quelle posizioni che favoriscono il settarismo, costanti discussioni per spargere malumori e disagi, l’auto isolamento e la tendenza alle ”fughe in avanti”, dall’altro spiare e reperire il maggior numero di informazioni logistiche e strutturali.”

“L’ introduzione di una sfera spaziale inattesa, la sottopone automaticamente ad una svalutazione morale. Così come Napoleone male reagì al guerrigliero spagnolo criminalizzandolo e scatenandovi contro la potenza inutile di un esercito, anche l’Inghilterra male reagì al sottomarino tedesco durante la prima guerra mondiale. E male l’America contro i Vietcong. L’introduzione di una sfera spaziale inattesa provoca, infatti, inevitabilmente cattivi giudizi morali.”(x)

“Bisogna tenere presente che con il terrorismo si fanno crescere forze che poi diventano autonome. Non possono diventare autonome se prima non sono cresciute, ma non crescerebbero se non facessero comodo. Quando non fanno più comodo, vengono spazzate via.”

“Secondo Douglas Mortimer, nel western americano alla John Ford, la violenza rientra nella struttura della legalità come una forma di soluzione del conflitto: il topos dell’ “arrivano i nostri” serve a cavare d’impaccio i buoni e a far cessare il momento dello scontro. Nello spaghetti western, invece, il conflitto si interrompe solo con la vittoria “improvvisa e momentanea” di uno dei contendenti, non corrisponde mai al ripristino della legalità.” (y)

“Figlio del fabbro Alessandro Mussolini e della maestra elementare Rosa Maltoni, Benito Mussolini nacque il 29 luglio 1883 a Dovia, frazione del comune di Predappio. Il nome “Benito Amilcare Andrea” fu deciso dal padre,socialista, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, leader rivoluzionario ed ex-presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, imolese, leader del socialismo italiano (nell’agosto 1881 aveva fondato a Rimini il «Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna»). Contrariamente al marito, la madre Rosa era credente e fece battezzare il figlio. Vive un’infanzia modesta.

Mussolini, assunta la direzione dell’Avanti alla fine del 1912, diventa l’ ascoltato portavoce di tutte le frustrazioni ed insoddisfazioni di una società caduta in una crisi economica ed ideale che trascinava masse sempre più vaste verso esplosioni insurrezionali senza chiare prospettive. Espulso dal partito nel 1914 a causa delle sue posizioni interventiste a favore della guerra, Mussolini intuisce tre cose: le debolezze del partito socialista italiano, le debolezze del socialismo reale creatosi nella russia di Lenin, e che la prima guerra mondiale aveva avuto un valore socialmente molto dirompente. Si era reso conto infatti che gli ex combattenti sarebbero stati una massa di manovra molto significativa ed utile dal punto di vista politico e che quindi bisognava non perdere il contatto con essi.

I governi italiani che si succedono tra il 1919 ed il 1920 faticano a trovare una soluzione alla crisi sociale ed economica dell’epoca, schiacciati tra le trattative internazionali e le insoddisfazioni di molti italiani per quella che viene già definita una vittoria mutilata.

Nel 1919 nascono i fasci di combattimento che proclamano loro nemici i borghesi, i clericali ed i socialisti.

Il fascismo, movimento che raccoglie forze eterogenee, senza obiettivi chiari o un’ideologia di fondo, esprime la ricerca di una qualche soluzione alternativa basata su una forte accentuazione del sentimento nazionale e sulla ricerca di una qualche attuazione di uno stato sociale diverso da quello liberale tradizionale.”(p)

“Raggiungere un punto avanzato nella lotta per il potere vuol dire imporre rapporti di forza favorevoli e poter contare su una situazione di ingovernabilità del sistema esistente in cui sia possibile affermare un reale contropotere. Le condizioni per la conquista del potere si determinano solo per una breve fase in cui l’avversario è debole e non può dispiegare integralmente tutti i mezzi di cui dispone. Se non viene colta l’opportunità che si presenta in quella fase si apre la fase della sconfitta e del riflusso.”

“L’essenza della politica consiste nell’individuare il proprio nemico principale. Ed ovviamente nella capacità di saperlo riconoscere, di capire chi veramente esso sia.”

Quel tanto di speciale, quel tanto di sacrale, quel poco che è reale forse basta a salvarci (tono dimesso)

“Nel 1812-’13 lo Stato Maggiore Prussiano scatena dei sommovimenti antinapoleonici attraverso l’emissione dell’Editto Prussiano sulla milizia territoriale o Landsturm, recepito quale legge dall’ordinamento interno, con tanto di firma del primo ministro. Agli artt.61-62 di tale editto sta scritto:

« Ogni cittadino ha il dovere di opporsi al nemico invasore con qualsiasi tipo di arma.[…] Scuri, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati.[…] Ogni prussiano ha il dovere di non obbedire ad alcun ordine del nemico, bensì di danneggiarlo con ogni mezzo possibile. Anche se il nemico volesse ristabilire l’ordine pubblico, nessuno è autorizzato a obbedirgli, perché così facendo si finirebbe per facilitarne le operazioni militari.[…] Gli eccessi di una canaglia sfrenata sono meno nocivi di un nemico nelle condizioni di poter disporre liberamente di tutte le proprie truppe.[…]”

Perso nelle città, potevi avere il mondo (tono dimesso)

“La psicologia collettiva accosta e non discerne. Tende a seguire chi crea una dimensione della speranza con estrema semplicità. L’idea che si possano convincere le persone in maniera razionale non ha efficacia, la politica ha dimensioni emotive, narrative e di coinvolgimento in qualche modo collettivo in quanto deve cercare di mettere insieme la doppia natura dell’uomo, contrassegnata dall’esistenza di un bisogno di socialità e di un bisogno d’individuazione intrinsecamente conflittuali.”

“Il moderno dittatore, sostiene Le Bon ne La psicologia delle folle, deve saper cogliere i desideri e le aspirazioni segrete della folla e proporsi come l’incarnazione di tali desideri e come colui che è capace di realizzare tali aspirazioni. Anche in questo caso l’illusione risulta essere più importante della realtà, perché ciò che conta non è portare a compimento tali improbabili sogni quanto far credere alla folla di essere capace: “nella storia l’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà”. Le folle non si lasciano influenzare dai ragionamenti. Le folle sono colpite soprattutto da ciò che vi é di meraviglioso nelle cose. Esse pensano per immagini, e queste immagini si succedono senza alcun legame. L’immaginazione popolare é sempre stata la base della potenza degli uomini di Stato, dei trascinatori di folle, che il più delle volte, non sono intellettuali, ma uomini d’azione. Questi sono poco chiaroveggenti, ma non potrebbero esserlo, poiché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Essi appartengono specialmente a quei nevrotici, a quegli eccitati, a quei semi-alienati che rasentano la pazzia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che vogliono raggiungere, tutti i ragionamenti si smussano contro la loro ferma convinzione (nella neuro-psichiatria essa prende il nome di “Pseudologia fantastica” – chi crede alle sue stesse bugie)” .

Non si esce vivi dal novecento(tono dimesso)

“Mentre la fatica del lavoro industriale si esercitava sui corpi, i muscoli, le braccia, oggi si esercita sul linguaggio, l’intelligenza, gli affetti, la totale reperibilità temporale tramite smartphone ed internet, innescando nuove forme di sofferenza, alienazione e schizofrenie. L’esistente è rimpicciolito. L’esistente è esaurimento. Sarà inevitabile un ritorno feroce dell’irrazionale, un assetato inconscio desiderio di laico paganesimo rituale e mistico.  Le pulsioni continuano a funzionare secondo la logica loro propria dell’appagamento. L’attuale canalizzazione del piacere, saziando solo a livello caricaturale pulsioni addomesticate da modelli pubblicitari finti, o tramite surrogati placebo di mediazione tecnologica, rende insoddisfatto tutto l’apparato psichico. Il senso di felicità derivante dal soddisfacimento di un moto pulsionale si scontra con le ansiogene ed eccessive richieste che la civiltà dell’algoritmo, sodomizzandolo nella psiche, pone all’uomo, parcellizzato ed isolato.”

“Senofonte, giunto finalmente sulla costa del Mar Nero, presso Trapezunte (Trebisonda) con il famoso grido “Thálassa! Thálassa!” (“Θάλαττα! θάλαττα!”) (il mare il mare) , vedrà però il fallimento dei suoi propositi di essere l’ecista di una nuova colonia ellenica e dopo numerose peripezie porterà l’armata a combattere per il re di Tracia Seute II, ed infine la consegnerà, a Pergamo, al generale spartano Tibrone che stava allestendo un esercito per una nuova guerra contro i persiani.” (f)

“E adesso, cantiamo tutti insieme:

Tu! Tu!
Tu pure sai
Che non va la vita
Com’è ragazzo mio
Ci son volpi di qua
Lestofanti di là
Mille topi tutti per te
Le zanzare che pungono me
Sono le stesse che poi
Pungeranno te
E tutto questo perché
Con tanti galli che cantano
Non si fa mai… giorno!

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Ci son tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaquaE se domani pure tu
Ragazzo mio
Vedi un’aquila lassù
Tu vai con le gambe che hai
In un posto che sai
Dove lei non può arrivare mai
C’è una tigre
Dietro al cespuglio
Che aspetta là
Dove passerai
Non andare
Finché il gallo canta
Il gallo che canta
Non ci casca mai
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Con! Con!
Con tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Il gallo si sa
Becca qua becca là
La talpa fa
Tutti i buchi che può
E il gatto non va
Dove il pesce non c’è
Il lupo scenderà quaggiu
Il coccodrillo sa
Che presto morderà
E che nessuno lo prenderà
Ed il giaguaro è già pronto

A colpire finché
Ogni gallo canterà

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Chi! Chi!
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua!!!”

Soundtrack1:”Sleep sound”, Jamie xx

Soundtrack2:”Mercy mercy me”, Marvin Gaye

Soundtrack3:”Futura”, Lucio Dalla

Soundtrack4:”Messenger”, Blonde Redhead

Soundtrack5:”Distilled”, Blonde Redhead

Soundtrack6:”L’estate”, Vivaldi

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che cerca di uscire dalla fantasia per trasferirsi provvisoriamente in una forma di fuoriluogo.

Il contrappasso triste di Roberto Benigni

in politica/società by

Sic transit gloria mundi: anche Roberto Benigni – profeta della sinistra al caviale, colta, illuminata, dotta, la sinistra delle grandi ma piccole cose, dei salotti che si ripetono di non scordarsi degli ultimi, della commiserazione per la deriva morale™ del Paese, è diventato un nemico. Nell’arco di una dichiarazione, da essere la Stella Polare della “resistenza” che il suo humus culturale pensa di vivere e combattere quotidianamente tra un insulto e un’Amaca di Serra, Benigni è stato subissato di offese, insinuazioni e accuse da quell’autoproclamata élite che fino a poco fa lo acclamava sua guida. Ha smesso di alimentare, anche solo per un attimo, la convinzione del suo popolo di essere quello eletto, custode una missione di redenzione e salvataggio del Paese dai propri beceri concittadini. Non sopravviverebbero a tanto, ne sono assuefatti da decine di anni di continua propaganda.

Questa storia – al netto della sgradevole conferma di ciò che già, con preoccupazione, sapevamo – ha il sapore del contrappasso. Per rimanere in tema referendum, lui e altri come lui hanno pasciuto la retorica soffocante della Costituzione intoccabile, inviolabile, perfettissima. Benigni è stato (anzi: è ancora) uno dei ministri che dettano le linee guida di etica ed estetica pubblica: un passo dentro la morale, guardando dentro le mutande di Berlusconi e magnificando le opere di procure e procurette in costante ricerca di un colpevole fino a prova contraria; e un passo dentro l’estetica, tra la stucchevole retorica dell’amore e della poesia, le letture popolari di Dante al popolino che si è scordato da dove veniamo, e “la più bella del mondo”. E adesso, tra un insulto e l’altro dicono che l’ha tradita, la più bella del mondo. Hanno ragione. Il tradimento si è consumato verso quello schema di pensiero che separa la realtà in noi, giusti, e loro, abbietti – ignoranti o in malafede. Se non sei con noi, sei con loro, caro Roberto. Ce lo hai insegnato tu.

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