un blog canaglia

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politica - page 30

Siccome vi vedo distratti

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Vi segnalo che Rosi Mauro è ancora Vice Presidente del Senato della Repubblica Italiana.

(Per quanto mi riguarda, Rosi Mauro si sarebbe dovuta dimettere -o meglio, proprio non avrebbe più dovuto mettere piede nel Senato della Repubblica Italiana- dopo questo scempio qui, ma questo è un altro discorso.)

 

Figurarsi con una polo

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Suvvia, senatore Perduca. Mi meraviglio di lei.

Le pare possibile, dico, che uno possa denunciare le assurde pretese dei culattoni, invocare un nuovo sette aprile, paragonare due donne che si baciano a chi piscia per strada, dire che Facebook è più pericoloso dei gruppi terroristici, sostenere che Eluana Englaro è stata ammazzata, affermare che le coppie hanno diritto agli aiuti solo se sono sposate e hanno dei figli, promettere che il voto agli immigrati non ci sarà mai, professarsi progressista e al tempo stesso dire no ai matrimoni gay, dirsi di sinistra e pronunciarsi contro la pillola del giorno dopo indossando una magliettina a maniche corte?

Lo so, senatore Perduca, che c’è da risparmiare sull’aria condizionata: e sono d’accordo, tant’è che nel mio studio non ce l’ho proprio. Però, andiamo, un po’ di buon senso: converrà con me che certe cose è difficile sostenerle con un minimo di credibilità perfino in doppiopetto.

Figurarsi con una polo.

Amaca chips /1 – Analfabeti

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Amaca del 6 luglio 2012 (commentata)

La feroce determinazione con la quale i berlusconiani cercano di conservare il controllo della Rai non si spiega solo con i normali parametri della lotta per le poltrone.

(violini, flashback, lacrimuccia) i bei tempi andati della pacifica lottizzazione

C’è un sovrappiù simbolico che è perfino imbarazzante dover ripetere:

ma farò questo sovrappiù di sforzo, sopportando stoicamente l’imbarazzo, solo per illuminare voi cittadini eletti della Repubblica delle Idee

un forte complesso di inferiorità culturale

eccoci al punto, finalmente: quelli di destra sono analfabeti

che scatena nella destra italiana l’impulso violento

e quindi menano

a occupare per potere

loro

ciò che non è in grado di occupare per merito.

cioè ciò che è occupato da noi, per merito nostro s’intende.

La vera tragedia del berlusconismo morente,

la tragedia del berlusconismo morente della scorsa settimana era una bazzecola, in confronto, giuro

dopo quasi due decenni di purghe, censure e scorrettezze (la più scandalosa delle quali è avere imposto alla Rai uomini Mediaset, leali alla concorrenza anche se ritiravano la busta paga in viale Mazzini),

è noto infatti che aver lavorato in Mediaset è un peccato irredimibile, per fortuna Paola Ferrari non vi ha mai messo piede e i risultati si vedono

è non essere stato capace di formare dirigenti, produttori, conduttori, artisti all’altezza degli odiati e cosiddetti “rossi”.

e come d’altra parte avrebbero potuto. si sa che i “rossi” hanno la cultura nel sangue e proprio per questo sono “rossi” (raffinatissima tautologia che solo un vero rosso può capire)

Il centrodestra — con gli ovvi distinguo — ha avuto la sua piena espressione culturale ed estetica in Mediaset.

culturale ed estetica è un eufemismo, in questo caso, si capisce: si sa che in Mediaset sbagliano i congiuntivi e non hanno mai letto Dostojevskij

Ma sapeva, sentiva,

nonostante l’inferiorità di cui sopra

che molte trasmissioni e molti uomini della Rai facevano ombra, eccome, a quella cultura e a quell’estetica.

ad esempio non hanno mai sopportato la Simona Ventura, che in molte occasioni ha letteralmente surclassato la Barbara D’Urso

Per questo la governance berlusconiana alla Rai si è manifestata soprattutto in poche e dimenticate produzioni colate a picco, e nell’accanito boicottaggio di quello che, in Rai, funzionava bene.

far vincere Emma Marrone a Sanremo, ragazzi, se non è boicottaggio questo

Non c’era bisogno di ordini superiori. Era un invincibile istinto: colpire chi è più bravo di te.

cioè, ad esempio, io.

Il PD non esiste

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Prima o poi succede a ciascuno di noi, di dover scegliere: essere qualcosa, oppure non essere alcunché e trovare una ragione di esistere solo in relazione a qualcun altro; di tal che, quando quell’altro scompare, finiamo per scomparire anche noi e ci ritroviamo a chiederci chi siamo senza riuscire a risponderci.

Si tratta, credo, di percezioni che in un modo o nell’altro abbiamo sperimentato più o meno tutti: quante ne avete conosciute, voi, di persone che non erano niente se non la sorella di Tizio, il figlio di Caio, il fidanzato di Sempronia? E che quando Tizio, Caio o Sempronia sono andati a studiare all’estero, hanno cambiato giro di amicizie o si sono trasferiti in un’altra città sono evaporati con loro, da un giorno all’altro, senza lasciare una traccia sia pure labile nella memoria di chi li aveva conosciuti?

Il bello -o il brutto, fate voi- è che il meccanismo non riguarda soltanto i rapporti d’amore o di amicizia tra le persone, ma continua a funzionare alla perfezione -e spesso perfino meglio- anche in altri àmbiti: tipo quello politico, tanto per fare un esempio.

Prendete quelli del PD. Ci hanno raccontato per anni di essere meglio -o meno peggio- di Berlusconi, invitandoci a votarli esclusivamente per questo motivo e perciò parametrando su di lui qualsiasi percezione di se stessi: senza dirci mai, una sola volta, come la pensassero su un un elenco di temi che a scriverlo su un foglio di carta occuperebbe l’intera superficie del paese; cioè senza dirci mai, una sola volta, chi cazzo fossero.

Ora che Berlusconi è uscito di scena, appare evidente a tutti che il PD non è niente: anzi, per dirla meglio che non esiste proprio, nella misura in cui l’unico elemento di realtà che era lecito riconoscergli consisteva nella contrapposizione a un avversario che non c’è più.

Non a caso, oggi, il PD paventa la possibilità di allearsi con i cattolici: perché quando non si è niente l’unico modo per affermare la propria esistenza è trovare qualcun altro che la certifichi con la sua, fungendo da elemento di contrasto che possa rendere in qualche modo visibile la propria totale trasparenza.

Occupa delle posizioni, il PD, ma in realtà non c’è. E la conferma di questo non esserci è l’evidenza del fatto che quelle posizioni si assottigliano inesorabilmente anche quando quelle degli altri si riducono, fino a lasciare ogni volta uno spazio vuoto sufficientemente ampio da permettere a qualcun altro di infilarcisi dentro.

Ieri migliori di Berlusconi, oggi quasi alleati dell’UDC, domani meno peggio di Grillo. E’ un destino infame, quello di chi non sa decidersi, una buona volta, a essere qualcosa.

Il destino infame, cinico e baro di chi non esiste.

Dialogo di un venditore di Grilli e di una militante di un vecchio partito

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Liberamente tratto da un dialogo effettivamente avvenuto tra un neo elettore del Movimento 5 stelle e una militante di un vecchio partito, entrambi emigrati a Londra.

Vend. Politici, politici nuovi; rappresentanti nuovi. Bisognano, signora, politici?

Mil. Politici per l’anno nuovo?

Vend.  Sì, signora.

Mil. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Vend. O illustrissima, sì, certo.

Mil. Come quest’anno passato?

Vend. Più più assai.

Mil. E come mai?

Vend. Quest’anno spazzeremo via la vecchia politica, quella corrotta, quella di chi è stato in Parlamento per troppi mandati e si è arricchito.

Mil. Ah, davvero. E come farete?

Vend. Candideremo gente nuova, proveniente dalla “società civile”, carne fresca che non si è mai sporcata con la vecchia politica.

Mil. Interessante, e ditemi, quale sarà la prima cosa che farete una volta eletti?

Vend. Aboliremo il finanziamento pubblico ai partiti. La Casta la smetterà di vivere alle spalle dei cittadini.

Mil. Che bell’idea, mi ricorda molto il referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, quello che poi i partiti hanno ribaltato nell’indifferenza generale della “società civile”. E ditemi, dov’era la gente nuova quando tutto questo succedeva? E più recentemente, dov’era la gente nuova quando alle elezioni i vecchi politici presentavano firme false per presentare le loro liste?

Vend. Firme, quali firme? Quella del referendum era una battaglia giusta ma sapete, noi non siamo politici di professione e al tempo non ci occupavamo di queste cose. Ma ora siamo in pista e cambierà tutto perché noi non siamo come i vecchi politici.

Mil. Giusto, dimenticavo. E ditemi, che volete fare a proposito del problema giustizia? Come affronterete il problema delle carceri?

Vend.  Prima di tutto va detto che ci sbaglia deve andare in galera. Il problema delle carceri si risolve costruendone di nuove, così saremo sicuri che chi sbaglia paga.

Mil. Ma lo sapete che i reati che intasano maggiormente le carceri italiane sono quelli legati alle droghe leggere e all’immigrazione clandestina? Non sarebbe meglio depenalizzare queste due fattispecie per lasciare in carcere chi è effettivamente pericoloso?

Vend. Eh, cara signora, piacesse a Dio che si potesse. Io da ragazzino sono finito in dei bei guai per una canna…

Mil. Ma se siete d’accordo con me, perché non votate per un partito chiaramente antiproibizionista?!? Vi do un’ultima possibilità, ditemi un’ultima cosa che farete quando sarete al potere.

Vend. Noi siamo per la protezione dell’ambiente. Trasformeremo l’Italia in un paese green bloccando TAV, rigassificatori e inceneritori.

Mil. Ah già, niente treni e niente smaltimento rifiuti, si sta molto meglio con il trasporto su gomma e con i cumuli di rifiuti per le strade. Non mi pare però di ricordare che il vostro leader abbia mai speso una parola per i referendum green fatti a Milano nel 2011 né per quelli che si stanno cercando di fare in questi mesi per Roma.

Vend. Ma io veramente questo non lo so, non so di cosa state parlando, dovrei informarmi. Però porteremo gente nuova, che non si è mai sporcata con la vecchia politica, gente onesta.

Mil. Onestamente, dove sono stati codesti signori negli ultimi vent’anni?

Vend. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Politici, politici nuovi; rappresentanti nuovi.

 

 

Berlusconi e la dignità delle donne

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Visto che è passato qualche mese, e che gli animi -o dovrei dire gli ormoni?- dell’opinione pubblica si sono raffreddati, colgo l’occasione per precisare una cosetta che mi sta sul gozzo da un bel po’: mi perdonerete, ne sono certo, se la dico dritta come la penso, al fine di evitare inutili giri di parole e arrivare subito al punto.

Con le sue feste, di qualunque genere esse fossero, Silvio Berlusconi non ha mai offeso la dignità delle donne.

Le ragazze che frequentavano casa sua, stando alle cronache ampiamente disponibili sui giornali, lo facevano consapevolmente, e non mi pare di aver letto che ve ne siano state di costrette con la forza, né tantomeno che alcune di loro abbiano ricevuto un euro in meno di quanto pattuito.

Avrà fatto delle cose poco dignitose per un presidente del consiglio, Berlusconi, si sarà reso ridicolo agli occhi degli osservatori internazionali, avrà spalancato le porte di casa a persone che potenzialmente avrebbero potuto ricattarlo: ma che ci azzecca questo con la dignità delle donne, a difesa della quale milioni di nostre concittadine scesero in piazza con tanto di cartelli, slogan e striscioni?

Mi trovo spesso a riflettere sul fatto che se quelle schiere di fiere sostenitrici della propria integrità -peraltro non minacciata da Berlusconi, che non mi risulta averle mai invitate- si fossero sentite analogamente offese -armando analogo casino- dalla legge 40, che effettivamente metteva le mani nelle parti intime di tutte -e non solo della manciata di partecipanti a qualche serata-, per giunta a prescindere dalla loro volontà -e non solo, come in quelle feste, nel caso in cui fossero consenzienti-, quel referendum l’avremmo vinto a mani basse.

Cos’è, costoro non sopportavano l’idea che delle donne, contrariamente a loro, avessero deciso di guadagnare due soldi usando il proprio corpo? Ritenevano inaudito che quelle donne seguissero delle linee di condotta e dei principi morali diversi dai loro? Si sentivano le sole depositarie della dignità perfetta, le interpreti incontrastate del corretto modello di virtù femminile, le titolari uniche dell’integrità esemplare?

Temo di sì. Al punto da arrivare a teorizzare che le donne in questione, quelle che andavano alle feste, non sapevano quello che facevano, non ne comprendevano appieno la portata, credevano di essere consapevoli mentre non lo erano affatto.

Cioè, in sostanza, dando loro -chiaro e tondo- delle deficienti.

E poi sarebbe stato Berlusconi, a offendere la loro dignità.

Amici gay, con questo snobismo sul calcio non fate neanche più ridere

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Cari amici gay e intellettuali gay,

sbagliate a scrivere e sottolineare dovunque la vostra estraneità alla gioia di tanti milioni di persone per la nazionale di calcio. Sbagliate per tanti motivi, ma il mio, quello che mi spinge a dirvelo in pubblico è che in questi giorni è diventato davvero difficile con molti di voi avere anche un minimo scambio, da vicino o sui social media. Pare che vi sentiate eroi pronti al martirio, dando continuamente ai tifosi degli idioti, dei talebani, dei dementi. Be’ non siete monaci birmani, siete solo fessi. E pure vecchi nelle cose che dite.

Vi elenco senza approfondire i vostri errori, o perlomeno quelli che secondo me sono i vostri errori:

1) Queste polemiche e questi atteggiamenti sono roba vecchia. Si va avanti da 50 anni con questa cazzata, tipica della cultura “de sinistra”, ed ogni volta bisogna spiegare all’intellettuale di turno che il calcio è bello, è una dimensione emotiva della vita ed è un’esperienza liberatoria. E che non c’è niente di male o di “alienante” a gridare gol e vi assicuro che a farlo sono tutte persone consapevoli di se stesse

2) Volete proprio farla la polemica sul fanatismo? Dunque vediamo, va tutto bene nei pride, con i culi al vento e le piume di una moda morta da 25 anni e che serve solo a far guadagnar soldi a pochi imprenditori dell’intrattenimento gayo nostrano?

Va tutto bene nei concerti di MDNA, di cui fate cronache accalorate sui social media e per i quali spendete cifre che fanno offesa alla miseria corrente e che seguite in estasi nelle vostre notti di discoteca? Io avrei molte cose da dire e ridire ma non le dico, non le rilancio perché penso che ognuno abbia diritto alla frivolezza e allo svago come bisogno individuale e sociale. A voi MDNA e noi Balotelli: e voi non siete migliori di noi, e tutti continuiamo ad essere consapevoli dei problemi della società e di quelli personali.

3) Andiamo sulle ferite aperte: non è ignoto a nessuno di voi che l’area dell’omofobia si nutre anche di pregiudizi nei confronti dei gay. Paga davvero tanto  ripetere fino al grottesco atteggiamenti che li rafforzano dentro di noi? Come scrivere a due minuti dalla fine di una partita inutili malignità diffamatorie su quel giocatore che ha scommesso o cazzate sul tatauggio di Balottelli. Voglio dire che ogni volta che guardi dall’alto in basso uno che va alla partita, tu ribadisci lo stereotipo del gay snob, scemo e fuori dal mondo. Bisogna proprio non risparmiarselo questo errore?

4)  Le informazioni che mettete alla base di questo atteggiamento sono in gran parte spazzatura vecchia e scaduta: i cani dell’Ucraina, una balla grande come il mondo con una foto quasi certamente falsa, la polemica sui miliardari e sugli scommettitori. Il moralismo sul calcio è ipocrita, come se lo star system delle vostre icone – da Sir Elton a MDNA – avesse regole di funzionamento diverse. Ma piantatela, moralisti a senso unico. E’ proprio necessario essere così maestrine elementari, così, stavolta sì, talebani, secondo lo schema che va tanto nei social, per cui lo sport è un abbrutimento? Ma davvero? Più di smenare il culo fino alle sei di mattina in disco?

Sappiatelo: lo sport è un’espressione fisica dell’intelligenza umana ed un lavoro superspecializzato. Potreste chiedere ai grandi atleti gay che lo praticano o che lo hanno fatto: da Greg Louganis a Martina Navratilova. Quindi anche sul piano scientifico e culturale, questo atteggiamento verso lo sport è merda (se poi voleste parlare di doping vi proporrei qualche domanda sui muscoli gonfi che si vedono su certe spiagge di settore).

E non mi convince neanche la battuta di Ivan Scalfarotto, fatta ieri sera, per cui ci vorrebbe un centravanti gayo che facesse tanti gol. Ci sono stati e ci sono grandi calciatori gay verso i quali sarebbe utile fare una dura e civile battaglia polemica per il coming out, ma voi ve ne state lontani dal calcio e da lontano fate le smorfie: un po’ non vi si sente e un po’ fate ridere.

Tutto questo detto in amicizia, perché mi dà fastidio che “i miei” siano così fessi

baci a voi

 

In trincea con la mazzafionda

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Se uno sta perdendo una guerra, va da sé che non è capace di combatterla: e se non è capace di combatterla vuol dire che utilizza delle armi, delle strategie e delle tattiche inadeguate.

Ebbene, è noto a tutti che l’arma usata dal mondo per combattere la guerra alla droga è il proibizionismo: e siccome il mondo quella guerra la sta indubbiamente perdendo, dovrebbe conseguirne che il proibizionismo è un’arma inefficace.

Dico dovrebbe, perché di solito a questo punto i cervelli si spengono: ti seguono nel ragionamento fino a un certo punto e poi clic, si obnubilano, perdendosi dietro a luoghi comuni indimostrati, ripetendo a pappagallo frasi sentite da altri e finendo schiacciati dai tabù che ci siamo andati ripetendo nel corso dell’ultimo secolo.

“Lo stato non può consentire che la gente si droghi”: e chi l’ha detto? “Se la droga fosse legale la gente ne userebbe di più”: abbiamo le prove di questa congettura? “La droga porta alla delinquenza”: certo, ma solo nell’attuale sistema proibizionista.

Niente. Impossibile discuterne. Impossibile pronunciare la parola “legalizzazione” senza che salti su qualche fenomeno a darti dell’estremista, del visionario, del pazzo.

Sapete cosa? A questo punto comincio a sospettare che qualcuno voglia perderla, ‘sta guerra: facendola contestualmente vincere non solo alla droga, ma soprattutto ai trafficanti che ci si arricchiscono.

Sta di fatto, perché di un fatto si tratta, che intanto siamo in trincea con la mazzafionda, mentre dall’altra parte piovono bombe, granate e colpi di mortaio: e voi ancora insistete a dire che va bene così.

Ci spieghi pure chi sono?

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Casini dice che per il paese occorre un patto tra progressisti e moderati: il che, per carità, potrebbe pure essere.

Il punto è che, dati alla mano, i progressisti e i moderati di cui parla non sono -non possono essere- quelli del PD e quelli dell’UDC: perché i primi -che sembrano cagarsi addosso alla sola idea non dico di fare proprio, ma perfino di nominare un concetto minimamente innovativo- non sono progressisti, e i secondi -che continuano a sostenere posizioni medievali su questioni come le unioni omosessuali, le scelte di fine vita, la libertà delle donne sul proprio corpo- non sono moderati.

Conclusione: io non lo so se il paese ha bisogno di un’alleanza tra progressisti e moderati, ma se Casini ritiene che sia così dovrebbe pure farci il piacere di spiegarci chi sono.

Grazie.

Ci vorrebbe un amico

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O, quantomeno, una persona di buon senso che, quando Luigi Lusi dice

Assumersi la responsabilità non vuol dire essere reo confesso. Ammissione e confessione sono due cose diverse.

gli dica “Luigi, ma cosa cazzo stai dicendo?”

L’ottativo impossibile di Li Gotti (e un marziano)

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Il congiuntivo esortativo, in italiano, è solo presente. Cioè se vogliamo invitare qualcuno a fare qualcosa siamo tenuti da Trieste in giù, come cantava la Carrà, a declinare “faccia (egli)” e non “facesse (egli)” al singolare, “facciano (essi)” e non “facessero (sempre essi)” al plurale.

Se invece il nostro congiuntivo non esprime un’esortazione ma un desiderio possiamo avvalerci della scelta dei tempi: presente per un desiderio realizzabile (sii felice!), imperfetto per un desiderio irrealizzabile (fossi felice!).

Ieri il senatore Li Gotti dell’Italia dei Valori si è rivolto ai giudici con qualcosa che sembrava un invito, cioè “Sconfinassero (i giudici)!” che invece è un desiderio, per giunta impossibile e paradossale: i tribunali non salveranno la democrazia, non purificheranno la politica. Questo perchè qualora, potendo, sconfinassero ne minerebbero le basi, mentre astenendosi dallo sconfinare sarebbero semplicemente altro dalla politica, come è giusto che siano. Il ragionamento del senatore prosegue proprio in questa direzione che, per gli elettori dell’Italia dei Valori convinti che Tangentopoli li abbia salvati da qualcosa, costituirà una notizia e, per tutti, una domanda: cosa – dunque – può salvare questa politica?

Sappiamo a memoria le risposte di sgamatissimi istrioni, di finte vergini e di ricorsivi neonati fasciati nella Costituzione: la democrazia si salva con più democrazia (qualsiasi cosa questo voglia dire), i partiti con nuovi partiti, e tautologie simili che vanno bene nelle messe laiche.

Ma le domande bontà loro contengono sempre una domanda più radicale (le domande radicali sono quelle che farebbe un marziano): questa politica è riformabile? Gli aspetti deteriori e oppressivi della democrazia sono eliminabili con miglioramenti marginali delle istituzioni e aggiustamenti delle reciproche influenze tra poteri? La democrazia deve ancora esprimere il suo potenziale in termini di liberazione degli individui? E in termini di felicità?

Bisogna stare attenti alle domande del marziano, perchè si potrebbe scoprire che le cose non possono essere meglio di quello che sono (e la speranza è una gran fregatura).

 

Mi appena vedere quell’aula trasformarsi in un’aula di tribunale

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Ci risiamo. Si vota nuovamente sulla richiesta di arresto di un parlamentare e riparte la rumba del carcere sì carcere no. Da una parte si vorrebbe spedire sempre e comunque qualsiasi parlamentare indagato dietro alle sbarre (è la stessa parte che metterebbe i lucchetti alle porte di Camera e Senato e dichiarerebbe tutti in arresto per risparmiare tempo). Dall’altra si urla alla dittatura dei magistrati e si negherebbe anche l’arresto dell’On. Jack lo Squartatore colto in flagranza di reato. Pochi in questo dibattito si ricordano, o vogliono ricordarsi, che nel caso di richiesta di arresto di un parlamentare, il Parlamento vota non nel merito del reato ma solo sull’ormai celebre “fumus persecutionis”. In sostanza viene chiesto al Parlamento se ritenga che il giudice stia richiedendo l’arresto con intento persecutorio nei confronti dell’On. Tizio in quanto parlamentare.  Tutto questo non ha nulla a che fare con l’innocenza o la colpevolezza di Tizio né con il fatto che sia giusto o meno che esista la carcerazione preventiva per questo o quel reato. La prima questione va risolta in tribunale e la seconda attraverso una riforma della giustizia. Come qualcuno ieri ha ricordato, è triste vedere il Senato della Repubblica trasformarsi in un’aula di tribunale. Come è triste vedere alcuni senatori diventare garantisti e esperti di condizione carceraria solo quando uno di loro rischia di finire dentro. Alla faccia delle altre migliaia di cittadini detenuti nelle stesse carceri nell’attesa (biblica) di un giudizio, lontani dalla luce dei riflettori. Io ieri avrei votato per l’arresto di Lusi non perché lo ritenga colpevole o perché ritenga giuste le regole sulla carcerazione preventiva in Italia, ma perché se con quelle accuse in Italia io finirei dentro, non è giusto che qualcuno, per il solo fatto di essere parlamentare, sia trattato in modo diverso da me.

Il rinoceronte di Avaaz e l’illusione della politica

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Non mi ricordo come e perchè ma una volta devo averlo fatto, firmare un appello di Avaaz. Praticamente questo secondo loro fa di me un “membro” anche se da quel giorno in poi l’ho cestinato insieme alla newsletter del supermercato.

Comunque se una volta ho preso uno yogurt alla Coop questa a buon diritto mi considera nel conto dei suoi clienti, mentre al contrario sono certo di non essere in alcun modo un membro di Avaaz. Mi domando quanti dei 14 milioni di “membri” vantati sul loro sito lo siano, almeno consapevoli essere stati contati. Se poi vale lo stesso principio per i 56 milioni di “azioni intraprese dal 2007” mi chiedo se non sia assurdo considerare “azione” una sottoscrizione on line. Se così non fosse, il parlamento si trasferisca su facebook subito e si legiferi a colpi di like.

Avaaz comunque ha un sito che è un amore e fa invidia a MTV, e i ragazzi italiani da cui ricevo le email sono pieni di entusiasmo e scrivono in buon italiano, insomma si capisce che ci credono nella rete, nella democrazia, nell’eccetera: il motivo per cui ho messo Avaaz in spam è proprio questo, che ci si finisce per credere e che questo rischia di diventare il più grosso malinteso del decennio. Che la democrazia sia questa cosa comoda come il tuo divano e facile come un click, che la politica sia qualcosa come un discount con l’assortimento ben esposto sugli scaffali e le etichette a disposizione di tutti, che per capire il mondo ti affidi a questi bravi boyscout di al gore che ci pensano loro poi tu firmi e torni a fare i giochini su farmville.

La campagna più gloriosa di Avaaz sembrerebbe questa legge anticorruzione approvata in Brasile due anni fa. Se le parole hanno un senso, pubblicizzare questo risultato come una vittoria della democrazia globale è quantomeno fuorviante. La vittoria sarà se i cittadini del Brasile, informati di questo legge, le daranno corpo e sanzioneranno politicamente chi la vìola. Fino a quel momento varrà molto poco ed è lecito ritenere improbabile che si verifichi l’ipotesi precedente, visto che la petizione è stata importata da qualche centinaia di migliaia di nerd del mondo che poco sanno del Brasile e dei brasiliani.

Si può dire che è un rischio che vale la pena correre, ma il rischio di contrabbandare certe forme di social impegnato a costo zero per battaglie democratiche, che son cosa che richiede tempo, riflessione e dialogo tutt’altro che gratis, dove lo mettiamo. Comunque, il giorno che è arrivato l’appello a firmare per salvare il rinoceronte di non so dove ho messo Avaaz nello spam.

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