un blog canaglia

Category archive

politica - page 3

Quei consiglieri che spendono e spandono, ma che nessuno conosce

in politica by

Facciamo un gioco: fate una ricerchina su Google e provate a scorrere i nomi dei consiglieri comunali di Roma degli ultimi quindici anni, non importa se di maggioranza o di opposizione. Leggeteli con attenzione, soffermatevi il giusto su ognuno di essi e poi provate a dire quanti ne avete sentiti nominare almeno una volta per un’iniziativa, una proposta, una dichiarazione. Scoprirete, con una certa meraviglia, che ne conoscete sì e no il 20%. Uno su cinque, diciamo. Sugli altri quattro, buio completo.

Ora fate mente locale su un fatto: quei consiglieri, anche quelli che non avete mai sentito nominare, hanno preso migliaia di preferenze per essere eletti. Migliaia, e a volte decine di migliaia. Ragion per cui, la prima domanda è: come fa uno sconosciuto a prendere migliaia di preferenze?

La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: ed è una delle chiavi, forse la più importante, per comprendere a fondo il disastro di questa città.

Il punto è che spesso e volentieri le preferenze si comprano: e la moneta con cui vengono pagate, naturalmente, consiste nei favori che gli eletti prestano ai loro elettori durante la consiliatura.
In estrema sintesi quello che chiamiamo “sistema clientelare” è tutto in questa spiegazione semplice: e la prova del nove della sua esistenza è il fatto che quasi tutti i consiglieri comunali, che una volta eletti guadagneranno poco più di mille euro al mese, spendono decine (se non centinaia) di migliaia di euro per la propria campagna elettorale. Da cui la seconda domanda: chi è così pazzo da investire centinaia di migliaia di euro per occupare una postazione che gliene restituirà soltanto una minima parte? Voi mi direte: be’, magari si tratta di persone così appassionate di politica, così desiderose di spendersi al servizio della cittadinanza, così sicure dell’importanza del loro apporto per il benessere collettivo da essere disposte a pagare di tasca propria pur di contribuire al bene comune. Cosa che però ci riporta alla domanda iniziale: se le cose stanno davvero così, com’è mai possibile che nessuno conosca questi benefattori del popolo?

La realtà, quella vera, ci è stata mostrata in modo impietoso dall’inchiesta “mafia capitale”, ed è più o meno questa: il problema è proprio il sistema basato sulle preferenze, che consente, anzi incoraggia, comportamenti clientelari come quelli che vi ho appena descritto. E che prima o poi dovremo eliminare, magari sostituendolo con un sistema di collegi uninominali, se vogliamo davvero sconfiggere la piaga che chiamiamo voto di scambio.

E non limitarci, come fanno alcuni, a strillare scompostamente “onestà”.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Metilparaben.it

Nessuno tocchi Porro

in politica/società by

Non guardo molta tv, tra le altre ragioni perchè non trovo interessanti i talk show, mi annoia la pubblicità, e alla fine se ho tempo libero preferisco impiegarlo in un altro modo.

Capisco però che per molti, per formazione o per il modo in cui occupano le giornate, vi facciano ricorso per informarsi, o per costruirsi una opinione circa le cose del mondo. È così da decenni, e il modo in cui è strutturato Internet da qualche anno a questa parte (ne parla Morcy in un bel post qui, al quale spero avrò il tempo di rispondere) non ha cambiato di molto le cose. Insomma, in qualche modo la televisione ancora conta.

Ora, nella tv di oggi esistono vari personaggi che, in una scala di preferenze che vanno dalla Gabanelli a Paragone, usano lo spazio per propagandare le loro tesi. In entrambi i casi, a mio parere, si tratta quasi sempre di cazzate irrazionali e criminali, di disinformazione e di sensazionalismo, e un direttore editoriale con un minimo di senso della sua professione, di lungimiranza o anche solo di buon gusto chiuderebbe la trasmissione e farebbe un cazziatone ai responsabili. Non è questo, almeno non sempre, il caso degli altri talk show. Che mancano di approfondimento (i tempi televisivi purtroppo quelli sono), di temi interessanti e di ospiti decenti, ma non sono necessariamente delle antenne di propaganda – questo è il caso del programma di Porro, per quanto ho potuto vedere.

Ora, in questi giorni Porro è sotto attacco per aver dato spazio a una serie di ciarlatani intenti a convincere la gente di cose pericolosissime come il non credere mai alla necessità delle vaccinazioni obbligatorie – se ne parla bene qui; la sua difesa, però, merita di essere considerata. Dice Porro, in sostanza, che settori importanti della società hanno iniziato a convincersi di queste follie (vero) alle quali personalmente lui non crede per nulla (bene) ma che l’unico metodo per combatterle è parlare apertamente con gli estensori di queste teorie e metterli di fronte alle loro contraddizioni (verissimo!).

Il problema di molti è il convincersi dell’esistenza di una verità indiscussa e indiscutibile in un numero molto ampio di questioni – la qual cosa si è peraltro estesa dal campo scientifico a quello sociale – senza ammettere alcun tipo di contraddittorio. Purtroppo o per fortuna, in una società democratica questo è un atteggiamento perdente. Chiudersi nella torre d’avorio, facendo trasmissioni come piacerebbero a quei critici, significa non attirare alcuno degli spettatori convinti di queste cose, e spingerli verso le trasmissioni “a tesi” come quelle di Paragone. Una tesi buona, invece, se esiste, può emergere da un dialogo ben strutturato. Poi, certo, esistono quelli che NON BISOGNAVA PERMETTERE A RED RONNIE di esprimersi. E che probabilmente pensavano la stessa cosa degli scienziati contro il referendum sul nucleare, o degli economisti contro il referendum che si è amato definire “dell’acqua pubblica”. Ex malo bonum: se a questi indignati venisse in mente di far partire da questo un movimento per privatizzare la RAI, ditemi dove firmare.

Ma il punto è che a molti non è che stia a cuore la scienza, o il benessere generale, o che altro: gli stanno solo sul cazzo quelli che – ragionevolmente o meno – hanno opinioni diverse dalle proprie, e quindi devono tacere. Peggio ancora se tutto ciò succede in uno spazio esterno al giornalismo pettinato e progressista, come da Porro. È uno dei sintomi di una società che ha rinunciato a parlare oltre le barriere, o a mettere in discussione le proprie certezze, per chiudersi in piccoli recinti di opinioni rassicuranti e coerenti con la propria visione del mondo. Per questo non si può non difenderlo, a prescindere dai suoi limiti e dai suoi demeriti.

Forza Porro.

 

M5S: se il problema non sono gli avvisi di garanzia

in politica by

Gli avvisi di garanzia hanno iniziato a bussare anche alla porta immacolata del M5S. Non è certo una bella notizia, ma forse più l’opportunità per il MoVimento di testare sulla propria pelleun po’ del valore del garantismo, che puntella quello stato di diritto dileggiato quotidianamente dalla barbarie del loro giustizialismo sbraitato. Pizzarotti è l’ultimo della lista degli amministratori pentastellati indagati, proprio stamattina, Nogarin qualche giorno fa.

Il problema, qui, non sono però gli avvisi di garanzia. Dopotutto, si tratta dell’inizio di un procedimento penale, aspettiamo che faccia il suo corso prima di gridare allo scandalo: nella selva di regole e regolette, rischiare di inciampare per un amministratore pubblico – anche nella più completa buonafede – è un rischio con cui scendere ai patti nel momento stesso della propria candidatura. Il problema qui sono le condotte rivendicate dai 5 stelle, a prescindere dal reato eventualmente contestato.

Prendiamo il caso Nogarin ad esempio. C’è un avviso di garanzia per il reato di concorso in bancarotta fraudolenta per l’avvio del concordato preventivo di Aamps, la municipalizzata dei rifiuti livornese. Voci giornalistiche insistono su altre ipotesi di reato, ma concentriamoci su questa: qual è la questione? Nogarin ha stabilizzato 33 precari dell’azienda quando già stato dato mandato al Cda di presentare la richiesta di concordato preventivo. Con una mano si dichiara che l’azienda è alla frutta, e con quell’altra si stabilizzano i contratti di trentatré dipendenti, con gli oneri che questo comporta. Ora, qui nessuno si augura naturalmente il licenziamento di nessuno. Ma a fronte di questi lavoratori stabilizzati, altri vedranno tremare il proprio posto di lavoro a causa dei crediti non incassati verso l’Aamps che fallisce, e che magari farà fallire a loro volta le aziende fornitrici. Con un atto del genere il sindaco sostiene, di fondo, che il posto di lavoro dei dipendenti della municipalizzata, partecipata al 100% dal Comune di Livorno, ha più valore di un qualsiasi altro posto di lavoro di un’azienda sul mercato. Ma la retorica della stabilizzazione del precario fa molta presa, naturalmente, e quindi Nogarin rivendica fieramente questa posizione:

A ben vedere, però, non è andata proprio così, se è concesso un parallelo fuori dalla stretta semantica giuridica: in un certo senso, rubare si è rubato, decidendo di spendere male i soldi del comune – e quindi dei cittadini; in un certo senso frodare si è frodato, nei confronti di quei creditori che non vedranno più i loro soldi, con le annesse conseguenze; in un certo senso corrompere si è corrotto, perché si sono sostanzialmente usati denari pubblici per acquistare voti.

Tutta questa vicenda è penalmente rilevante? Chissenefrega. Non è questo il punto. Anzi: speriamo di no, speriamo che non lo sia – renderebbe solo un fatto, già grave di per sé, doppiamente grave. Il punto è la costante rivendicazione politica da parte del M5S di scelte sbagliate, dannose, deprecabili, imprudenti e irrispettose, solo perché bellegiuste. Alla fine, si stabilizzano 33 lavoratori e ci si fa un bel titolo e un po’ di voti. Delle conseguenze se ne occuperà qualcun altro. E non parlo della magistratura.

In Francia la riforma del lavoro che scontenta tutti

in politica by

In Francia nessuno è contento della riforma del lavoro sulla quale il Governo ha posto la fiducia.

La riforma è partita come una riforma di ispirazione liberale, con una definizione più chiara del licenziamento in termini economici e un limite alle penali che l’azienda può essere tenuta a pagare ad un dipendente licenziato illegittimamente. La destra esultava, la sinistra era arrabbiata. Dopo una prima manifestazione, è iniziato #NuitDebout che dal 1° marzo (data di partenza del loro nuovo calendario, infatti oggi siamo il 72 marzo 2o16) cerca di liberare le menti francesi dall’oppressione neoliberista.
Di fronte alla ribellione del popolo di sinistra, la riforma è stata aggiornata e sono stati messi pezzi di socialismo dentro, per esempio: la tassa sui contratti a tempo determinato (proposta poi abbandonata ma rende l’idea). L’unico vero risultato di questa mossa è stata che la destra ha smesso di sostenere la riforma mentre la sinistra è rimasta arrabbiata.
Insomma, il disegno legislativo non è più né di sinistra né di destra ed è probabilmente anche troppo marginale per meritare il nome di riforma ma il governo deve farla passare. Non avendo l’appoggio della sua maggioranza di sinistra, è costretto a ricorrere al 49.3, la versione francese del voto di fiducia, anche se il suo uso è molto più raro (ogni mese in Italia vs 1,4 volta all’anno in Francia). Alla fine quindi, la sinistra vera rimane pura ed indignè, la destra resta in opposizione al governo che perde un altro po’ di credito e i disoccupati restano disoccupati. Ouf!

Spoiler: Hollande ha i numeri per farla passare, la legislatura è quindi salva nel pieno solco della tradizione della V Republique. Ah, il presidenzialismo!

E anche la riforma costituzionale è in mano ai cari vecchi swing voters

in politica by

Sono quelli che nel 1994 hanno voluto dare una possibilità a Berlusconi pur non essendo necessariamente di destra o essendo di destra ma non amando Berlusconi. Se non hanno votato per Lui, hanno dato un voto simbolico a qualche partito non coalizzato aprendo la strada al Cavaliere. Poi si sono pentiti della scelta e nel 1996 hanno votato, non senza difficoltà, l’Ulivo di Prodi (io avevo 13 anni e ricordo chiaramente qualcuno di cui non posso fare il nome che giurava di essersi dovuto fisicamente tappare il naso nella cabina elettorale). Non molto contenti di essersi di li’ a poco ritrovati con il comunista D’Alema al governo, nel 2001 hanno fatto come nel 1994: Berlusconi di nuovo o voto simbolico, e via con altri cinque anni di Cavaliere. Nel 2006, chiamati a decidere sulla riforma costituzionale voluta dalla Lega hanno senza tanto clamore deciso per il no. Del resto non sono fedeli a nessuna parte e sono gli unici che in referendum del genere votano nel merito e non pensando alle conseguenze sul governo di turno. Sono gli unici a pensare davvero che i governi vanno e vengono (li fanno andare e venire loro!) mentre le costituzioni restano. Come nel 1996, nel 2006 si sono in qualche modo convinti dell’impossibile: voto all’Unione di Prodi. Come sia finita lo sappiamo. Nel 2008, come da copione, si sono nuovamente votati a Berlusconi o a qualche partito fuori dalle coalizioni, considerando Veltroni il solito comunista ripulito. Nel 2013, ormai sfiancati, hanno preso atto del tramonto berlusconiano e hanno votato un po’ PD, un po’ Monti, un po’ magari 5 stelle e un po’ chissà’: ne risulta il caos che conosciamo, ennesimo governo tecnico e palude. Ecco, questi elettori tra non molto si troveranno a votare di nuovo per una riforma costituzionale che questa volta invece dei volti vagamente inquietante di Calderoli e Bossi ha quelli più tranquillizzanti, ma per loro non ipnotici, di Renzi e Boschi. Questi elettori sono gli unici che valuteranno nel merito la riforma e loro e solo loro decideranno, come sempre, le sorti del Paese. Se avevate già deciso cosa votare ancora prima che la riforma venisse approvata allora rilassatevi e aspettate che i silenziosi “swing voters” decidano che fine faremo.

 

P.S. Avete presente quella persona che si era tappata il naso per votare Prodi nel 1996? Ha già pronta la matita in mano e non vede l’ora di andare a votare. Secondo voi cosa vota?

Roma sta morendo, e non saranno i privilegi in nome della “cultura” a salvarla

in cultura/giornalismo/politica by

Si diceva altrove che Raimo è uno al quale, nel mondo della cultura, “tutti devono almeno uno o due favori”. E scrive per una rivista letta da gente che, a torto o a ragione, si sente parte di un’Italia migliore, eletta, più sensibile, raffinata e cosmopolita. Questa cosa sembra in un certo senso informare la sua visione del mondo, se è vero che la mera applicazione della legge a persone che si trovano nel circolo delle sue frequentazioni lo porta a impugnare la penna al meglio della sua forza espressiva.

Il suo ormai popolarissimo articolo su Internazionale a proposito di Roma è però un’accozzaglia confusionaria di malcontenti, molto diffusi e veritieri, per carità, sull’innegabile degrado in cui versa la capitale. Ne viene fuori una fotografia sconfortante della città largamente condivisibile, ma anche un minestrone in cui si mischiano con disinvoltura temi disparati come il sostegno pubblico alla cultura e i problemi dell’urbanistica, il tema delle occupazioni e quello delle regole bizantine per gli esercizi commerciali, senza un nesso che non siano i gusti di Raimo in fatto di vita hipster notturna. Il punto di caduta è che, alla fine della sua giaculatoria, neanche l’autore riesce a individuare alcuna responsabilità precisa e finisce per inveire alla cieca contro chi preclude gli accessi ai suoi personali punti di riferimento culturali. Christian Raimo non è un politico, non è sua responsabilità sezionare i problemi e individuare le soluzioni, ma il rischio è che – in mancanza di analisi e ricostruzioni – questo filone mainstream del lamento generico su Roma non faccia che ridurre la cosa a un genere letterario per infinite serie di editoriali oppure di interviste ad orologeria per far fuori il sindaco scomodo di turno.

Vediamo allora di mettere ordine tra gli spunti del buon Raimo:

☛ Il fenomeno della desertificazione del centro storico è innegabile: un bel video dei Ritals ci ricorda che quello che chiamiamo “centro”  a Roma è pari a 5 volte il centro storico di Parigi e contiene più siti archeologici e di interesse artistico di interi Stati. Non si tratta però né di un problema recente né di una esternalità del capitalismo interiorizzato a causa di AirBnB. Già nei primi anni ’90, nella riedizione del libro Roma moderna, l’urbanista Insolera annotava:

Nei venti anni tra il 1951 e il 1971 il centro storico di Roma ha visto più che dimezzata la sua popolazione; inoltre anche una gran parte di quella ancora residente è cambiata con la trasformazione di abitazioni povere e medie in residenze di prestigio. In totale, si può ritenere che circa i quattro quinti dei residenti del centro storico siano emigrati in periferia. Dopo il ’70 il fenomeno si è esteso alla cerchia dei quartieri fuori le mura a macchia d’olio: come questi quartieri si erano formati dal 1870 al 1960 per alloggiare la popolazione della città in crescita, adesso si trasformano in uffici, che ugualmente si diffondono a macchia d’olio.

Insomma, la popolazione residente a partire dagli anni ’50 viene spinta fuori dalla cinta storica e addirittura ai confini del GRA; la vita civile si riorganizza nei quartieri. La crisi e il sistema di mobilità dissestato fanno in modo che ci si muova sempre meno e sempre meno verso il centro. Tutto vero, colpa di piani regolatori molto antichi e mai rivisti e di un trasporto pubblico insufficiente. Non però di Airbnb e di chi (chi, poi?) secondo Raimo avrebbe convinto i giovani a rinunciare al proprio estro.

☛ Il fenomeno dell’omologazione degli esercizi commerciali e della scadente offerta gastronomica per turisti non è invece una esclusiva di Roma, e farei fatica a correlarlo al degrado urbano dal momento che la presenza né delle patatine olandesi né le officine della ‘nduja risulta abbiamo eroso il tessuto creativo ed estetico di Milano, per dire, o di Madrid. Sono poi due tendenze che non c’entrano nulla: da una parte catene di fast food etnico, dall’altra tentativi di singoli al massimo ingenui di fare impresa in base alla moda slow food del momento, valorizzando i prodotti del proprio territorio. Insomma, con chi ce l’ha Raimo? È mai andato al Pallaro? Che fare, inibire alcuni ristoranti e favorirne altri? E soprattutto, che c’entra questo con il degrado urbano?

☛ Il tema dei fondi – ovviamente pubblici – alla cultura è sempre caldissimo a Roma, sarà che la città pullula di artisti. Ora, quale sia il numero di artisti necessario a garantire uno standard accettabile per Raimo e quindi quale debba essere la proporzione con la gente che si accontenta di lavori normali, anche un po’ brutti, e che paghi le tasse per finanziare la gente che fa l’artista non ci è dato saperlo. Sappiamo che al momento non c’è trippa per gli artisti, e sappiamo anche che se tutti fossimo artisti sarebbe anche peggio, perché i fondi li dovrebbe cacciare per intero Raimo. Il sistema dei teatri di prosa romani ha goduto per anni di un sistema di finanziamento a preventivo, al contrario di quello milanese che andava a coprire a consuntivo in base ai posti riempiti. Servirebbero delle metriche per capire che impatto abbiano avuto i due modelli, però magari una logica di produzione artistica meno ombelicale riuscirebbe ad attrarre il pubblico pagante che al momento sembra mancare.

☛ La questione spazi occupati è complessa, in alcuni casi si interseca con quella degli operatori culturali. La questione andrebbe affrontata caso per caso, per esempio nel caso del teatro Valle non si trattò sicuramente di una restituzione ai cittadini ma di una appropriazione arbitraria, vero è che dopo lo sgombero non se ne è fatto nulla. In generale, sui centri sociali, mi sento di condividere una riflessione ospitata di recente su questo stesso blog dal titolo eloquente: Non basta okkupare.

☛ Sugli esercizi commerciali chiusi a piacere dalle forza dell’ordine con ordinanze qualsiasi, prese dal ventennio o emesse ad hoc dalla stirpe dei “sindaci sceriffi”, sarebbe forse da affrontare il tema più generale di una regolamentazione così bizantina che è praticamente impossibile osservarla completamente. Si va dall’obbligo di un bagno per bar senza neanche tavolini fino allo spessore minimo del bancone. Fare impresa così, anche non ci fosse la crisi, anche non ci fosse la concorrenza dei franchising, è un incubo per tutti, non solo per chi fa cultura. Il Dal Verme è un esercizio commerciale – come tutti – sottoposto a queste regole. Invece, il punto centrale di Raimo è lo stesso con il quale uno di quelli del Dal Verme lamenta l’ingiustizia subita. Ne riporto un estratto, ma il resto della presuntuosetta chiacchierata è qui:

Il bar, specialmente quello del Verme, (anche qui chiunque l’abbia frequentato può confermare) offre nel nostro caso qualcosa di CULTURALE, perché Andrea, Francesco, Mario, i ragazzi che si occupano di star dietro al bar, sono appassionati di mixology, di birre, di vini…Insomma, ci piace bere bene e quindi abbiamo una scelta, abbiamo prodotti che vengono da microbirrifici, che noi promuoviamo culturalmente, cioè è parte del lavoro culturale anche far conoscere quei prodotti al più possibile numero di persone, di soci. Fortunatamente non esiste solo la birra Peroni: perché dobbiamo berci per forza la merda in un’associazione culturale? Quando sono diventata socia ci siamo incontrati anche su quella scelta lì, avevano dei vini da paura perché spingevano delle realtà particolari, ti spiegavano tutti i dettagli, di come si arrivava a quel vino…

Per fortuna l’intervistatore non ha chiesto di specificare, altrimenti avremmo avuto altre dieci righe di elogio del vino biodinamico, con annessa spiegazione di come il cornoletame renda il vino più fruttato, robe così. Insomma, il senso è che il loro bar è mes que un bar, ovviamente: una cosa diversa, oltre, meritevole di attenzioni particolariAbbiamo sempre trovato adorabile questa sorta di presunzione aristocratica, diffusa tra chi si considera molto alternativo e molto progressista, e che per qualche ragione ritiene di avere dei diritti speciali. E magari li ha pure, perchè se il Valle, per dirne uno, fosse stato occupato da quattro scappati di casa, la rivoluzione sarebbe durata il tempo di una notte.

Insomma, il problema delle regole per la movida e la ristorazione, quello della politica culturale e turistica sono certamente più complessi e richiedono una riflessione più grande della mera applicazione di leggi peraltro ingiuste. Ma pensare che la via d’uscita sia la legittimazione dell’eccezione, il disordinato accesso a fondi e risorse comuni degli amici di Raimo con la contestuale persecuzione delle catene o delle iniziative di sharing economy che gli stanno antipatiche, è molto, troppo poco. Specialmente per chi mostra di ritenersi migliore, più bravo, più eletto dei rivenditori di patatine olandesi.

Fact-checking sull’intervista della Raggi a Micromega

in politica by

Ieri su questo blog si scriveva che la Raggi è la candidata meno adatta a governare Roma. L’autore di quel post ha però dichiaratamente un giudizio negativo nei confronti del Movimento 5 Stelle. Non è così per tutti, e alcuni di noi hanno salutato con favore la candidatura della Raggi perché in consiglio comunale si è fatta la fama di “una brava”. Proprio per questo la seguiamo con attenzione e abbiamo letto nei dettagli la sua intervista su Micromega di oggi.

Anche se questo è un blog di opinioni, e rivendichiamo questa impostazione, abbiamo pensato di mutuare lo schema del fact-checking ispirandoci a Pagella Politica per verificare alcune sue proposte e affermazioni sui diversi temi affrontati.

 

DEBITO DI ROMA

  • C’è la piaga del debito che è una cassa diversa, una gestione separata, come se fosse una bad company rispetto a Roma Capitale. E pare impossibile entrarci. Quando eravamo all’opposizione abbiamo provato a fare richiesta di accesso agli atti e ci è stata chiusa la porta in faccia.

VERO: la gestione del debito precedente al 2008 (anno di elezione di Alemanno) è stata affidata tramite il decreto cosidetto “Salva Roma” poi convertito in legge  a una gestione commissariale separata rispetto alla gestione ordinaria –  in modo effettivamente analogo a una bad company. A fronte di questo il Governo si è impegnato a contribuire con 500 milioni l’anno al piano di rientro. Il commissario attuale, nominato da Renzi, è la dott.ssa Silvia Scozzese.

  • Il debito è nato per l’indebitamento di Roma Capitale verso fornitori e soggetti vari, pensi che un miliardo riguarda le indennità da esproprio per i mondiali di calcio di Italia ‘90. C’è poca chiarezza.

FALSO: Il debito è nato per l’indebitamento (incredibile!) ma non c’è poca chiarezza. È stato effettuato un assessment da parte di una società di consulenza e c’è una relazione molto approfondita della Corte dei conti del 2010 che ricostruisce la composizione e fa una valutazione del piano di rientro proposto. Le diverse fonti sono raccolte in un dossier sul sito dei Radicali.

  • Tronca e i subcommissari non hanno ritenuto importante analizzare e approfondire la composizione di tale debito pur essendo una spada di Damocle per l’amministrazione della città: un mutuo che finiremo di pagare tra il 2040 e il 2048 a tranche di 500 milioni di euro l’anno.

VERO: l’analisi non è stata ripetuta perchè già effettuata negli anni passati.

  • Da sindaco, avanzerei l’ipotesi di un’Audit sul debito e pretenderei di entrare nella gestione commissariale, ormai priva di qualsiasi possibilità di controllo malgrado tutti i cittadini italiani paghino per ripianare questo debito.

IMPROMETTIBILE: il sindaco di Roma non ha competenze sulla gestione commissariale, il controllo può essere effettuato in sede parlamentare.

MUNICIPALIZZATE

  • In molte municipalizzate persevera la politica dei mega appalti dati ovviamente a soggetti terzi per effettuare servizi che gli stessi operatori di Acea potrebbero tranquillamente effettuare: dalla manutenzione, alle riparazioni, alla gestione dei guasti. Le società municipalizzate si trovano, di fatto, a pagare due volte per lo stesso servizio.

IRRILEVANTE: il problema delle municipalizzate non sta tanto negli appalti esterni, quanto nel metodo con cui essi vengono concessi (affidamenti diretti e affidamenti in proroga). Dopodiché, molto spesso il problema delle municipalizzate è la loro stessa esistenza, giacché la maggior parte di loro non svolge alcuna funzione di pubblica utilità, è utile solo a fini clientelari e quindi andrebbe chiusa.

OLIMPIADI

  • I fondi messi a disposizione dal CIO non sono sufficienti quindi la città dovrebbe indebitarsi ulteriormente per sostenere le Olimpiadi.

IRRILEVANTE: nessuno con un minimo di raziocinio ha mai immaginato di organizzare i Giochi usando soltanto la parte dei diritti, delle sponsorizzazioni e dei biglietti che il CIO destina alla città ospitante. Ovviamente la maggior parte dei costi vanno finanziati con risorse proprie (stupisce perfino doverlo dire): il punto vero riguarda la qualità, e quindi il ritorno, di quegli investimenti. L’utilizzo della leva finanziaria in sè non è una cosa negativa, come spieghiamo qui.

RIFIUTI

  • La discarica di Malagrotta verrà chiusa del tutto? Si lavorerà in tale direzione. Gli inceneritori? Non fanno parte del nostro vocabolario.

IMPROMETTIBILE: ai sensi dell’art.35, comma 1, del decreto “sblocca-Italia”, l’eventuale riaccensione del gassificatore di Malagrotta è diventata di competenza nazionale ed in parte regionale. Quindi il futuro sindaco, “vocabolario” o non “vocabolario”, non potrà farci proprio un bel niente. Attenzione, prima di fare promesse che non si possono mantenere.

DIRITTI CIVILI

  • Sulle coppie di fatto siamo stati i primi a depositare la proposta di delibera in Aula Giulio Cesare.

MAH: la prima delibera sulle famiglie di fatto era di iniziativa popolare promossa dai Radicali nel 2007. Fu votata e bocciata in aula, e poi riprensentata in una nuova formulazione sempre dai Radicali nel 2012. Nel 2015 ne furono depositate diverse in tempi ravvicinati da Cinque Stelle e da SEL, ma quella finalmente approvata fu presentata congiuntamente dalla maggioranza in Consiglio (PD, SEL, Lista civica Marino, Centro Democratico) e Movimento Cinque Stelle. Bravi, ma andiamoci piano con i primati.

In generale, a nostro parere, Virginia Raggi ha risposto su tutti i temi con un certo grado di semplicismo, con analisi corrette ma soluzioni non sempre adeguate e in ben due casi (debito e discarica di Malagrotta) attribuendosi competenze che ai sensi di legge non le spettano.

Su altri temi, come i servizi sociali e l’accoglienza dei migranti, le risposte non sono state verificate perché molto vaghe o addirittura politicamente inconsistenti dal momento che rimandano all’“ascolto dei cittadini”. Sul centro di accoglienza Baobab, per esempio, ha dichiarato che la valutazione sulla riapertura sarà fatta “ascoltando la voce dei cittadini: che siano i residenti e che siano tutti quei volontari che vi hanno prestato servizio” dei quali gli uni diranno una cosa, gli altri l’opposto. Tipico caso di interessi inconciliabili in cui l’ascolto, senza la politica, serve a poco.

Perché Virginia Raggi è il candidato più inadatto a governare Roma

in politica by

Affermare che Roma è una città alle corde non è certo dare una notizia. Parliamo di una capitale sostanzialmente fallita, che non lo è tecnicamente solo perché, naturalmente, too big to. Ma questa è cronaca quotidiana, fatta di servizi che non esistono o non funzionano, sporca, inefficiente, corrotta e degradata, a tratti addirittura brutta, la città più bella del mondo, affaticata dal peso di stratificazioni di potentati locali e nazionali, cioè sostanzialmente dal suo rinnovato ruolo di capitale di un ennesimo impero decaduto.

La prima reale notizia allora, in questo quadro, è l’imbarazzante livello della competizione elettorale, che tutto sembra riguardare tranne i programmi delle candidature e le scelte associate. La notizia nella notizia, però, è che in pole position, secondo tutti gli analisti sondaggi alla mano, si trova Virginia Raggi, candidato del Movimento 5 Stelle, e decisamente il più inadatto tra quelli papabili. Si tratterà certamente di una cara e specchiata persona, e stendiamo subito un velo pietoso sulla miseria degli attacchi che la vorrebbero vicina a Berlusconi e Previti. Temo che non basti, però.

Il problema con la Raggi si pone su ben altri livelli. Prima di tutto, la Raggi e i 5 stelle non hanno nessuna esperienza di governo. Zero. Si può guardare a questo fatto ostentando fierezza e imbastendosi di un po’ di retorica della novità, ma la verità è che l’inesperienza – in una macchina complessa e ingolfata come quella romana – è solo un problema. Nel tempo in cui Raggi e compagnia si renderanno conto non solo di come funzionano gli ingranaggi, ma di dove e quando intervenire, con quali modalità e con che sensibilità per essere incisivi, le burocrazie e i potentati che si mangiano la città avranno campo libero per consolidare le proprie posizioni di rendita e potere. Roma non è neanche lontanamente nella condizione di potersi permettere di aspettare turni fermi a imparare le regole del gioco.

In seconda battuta, la Raggi è di gran lunga il candidato meno coraggioso tra quelli a disposizione; o meglio, quello da cui ci si possono aspettare scelte meno coraggiose. La retorica grillina, di cui ho già avuto modo di scrivere, riduce tutto a un bianco e nero che si sostanzia in una dicotomia tra bene e male. Naturalmente, i grillini scelgono il primo, che tradotto significa nove volte su dieci non scontentare nessuna minoranza cavalcando un po’ di argomenti populisti. Ma Roma è una città che per essere cambiata ha bisogno di scontentare molti, moltissimi, e certo non mi aspetto che la Raggi si metterà contro corporazioni locali come i tassisti, gli ambulanti, o le orde di dipendenti pubblici che banchettano al tavolo dell’inefficienza della capitale. Il grillismo è alfiere del “servizio pubblico”, che tradotto significa municipalizzate con management inadeguato e amico degli amici, e dipendenti che sono di fatto beneficiari dell’assistenzialismo di stato. Da chi fa dell’acqua pubblica una bandiera, da chi auspica un aumento dell’estensione della mano pubblica locale, cosa possiamo aspettarci quando ci sarà da mettere mano all’insostenibilità di ATAC e dei suoi dodicimila dipendenti, all’inefficienza di AMA nella gestione dei rifiuti, o della giungla di concessionarie pubbliche che gestiscono appalti e appaltini? Certo, sulla carta c’è il municipio benefattore che si prodiga per i propri concittadini, ma nella realtà c’è Roma e le sue rendite. Ci sarà da calpestare i piedi a più di una persona, per metterci mano.

Poi, c’è il fango. La campagna elettorale della Raggi vive del fango gettato sugli avversari, sul noi contro di loro e le colpe del passato. Nessuno le nega, sono anni che Roma non conosce un’amministrazione adeguata, ma mi sembra un po’ poco su cui costruire un progetto di città, oltre che una testimonianza di debolezza assoluta: è anche su questa debolezza che fa conto chi vuole tenere Roma dov’è. Finora, da parte della Raggi, si è visto uno stuolo di no alle proposte altrui, decisamente poca propositività e un po’ di chiacchiere sulle biciclette, che sembrano essere il tema cardine della campagna elettorale dell’avvocatessa. Ho come l’impressione che tutto questo fango non aiuterà se e quando ci saranno da prendere decisioni difficili che avranno bisogno di tutta la forza del Consiglio Comunale e delle competenze ed influenze di quanti vi siederanno.

Una Serena Grandi provata dal tempo, mentre esce dalla torta di compleanno di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza, esclama concitata e sorridente: “Auguri Jep, auguri Roma!”. Ecco. Soprattutto auguri Roma.

Votare non è mai un obbligo, far campagna per astenersi è sbagliato

in politica by

A ben vedere, l’argomento che la costituzione, prevedendo un quorum al referendum, giustifichi la campagna per l’astensione non convince molto. Il quorum è un istituto che serve a evitare che minoranze organizzate possano sfiancare la democrazia rappresentativa promuovendo continue consultazioni alle quali i cittadini a lungo andare si disinteresserebbero, lasciando mano libera alle stesse minoranze organizzate. Non è che siccome c’è il quorum allora si può non votare; perché in questo caso dovremmo desumere un obbligo di voto quando il quorum non è previsto, cosa che nessuno si sogna di fare.
Da qui a dire che la norma sul quorum autorizzi le istituzioni a far campagna per l’astensione, insomma, ce ne corre.

In realtà è l’articolo 48 che dovrebbe sconsigliare una campagna del genere. Ma non la parte sul “dovere civico”, anzi quella parte rende chiaro che i costituenti non si esprimessero in favore di un obbligo giuridico di votare ma optassero per un semplice invito alla partecipazione politica, con buona pace di Bordin de il Foglio, che evidentemente è troppo occupato a far la guerra alla costituzione, salvo giustificare gli isterismi radicali sulla costituzione stessa quando fa comodo a lui. Quando Napolitano nel 2011, da Presidente della Repubblica, dichiarò che sarebbe andato a votare perché lui fa sempre il suo “dovere” si riferiva quindi alla semplice opportunità politica, al dovere del buon cittadino di partecipare alla vita politica del paese. Che è come il dovere di essere beneducati: non è un obbligo, non c’è alcuna sanzione, ma è bene partecipare. Si presume intendesse questo, allora. Sarebbe però interessante capire come mai oggi ha cambiato idea.

Quanto al resto, in realtà è la parte sul voto segreto che dovrebbe scoraggiare una campagna astensionistica. Caricando il non voto di un significato politico, infatti, e cioè giocando a sommare i voti dei contrari al quesito con quelli di chi si asterrebbe a qualsiasi consultazione, si rende palese l’indirizzo di voto di chi invece si reca a votare. Chi va votare lo fa contro l’indicazione del governo e non ha modo di evitare che questo si sappia. La volta che ci fossero interessi sostanziosi legati al referendum, inoltre, sarebbe quasi impossibile evitare fenomeni di voto di scambio perché il voto è sostanzialmente scritto o – in caso di astensione – non scritto sulla tessera elettorale.

Fare campagna per l’astensione, insomma, non sembra offrire agli elettori tutte le garanzie previste dalla Costituzione. Questo le istituzioni paiono esserselo scordato. Magari la prossima volta sarà meglio

Vilipendio, satira e libertà

in politica/società by

Sul finire del 1978, a poca distanza dalla salita al soglio pontificio di Karl Wojtyła, la rivista satirica il «Male» decise di prendere di mira il neoeletto papa polacco con una serie di attività dentro e fuori la pagina. Tra queste, lo storico staff editoriale composto (tra altri) da Pino Zac, Vincino, Vauro e Andrea Pazienza, decise di eleggere un proprio antipapa, Vojtilo o Giovanni Paolo III (interpretato dal disegnatore Roberto Perini), poi spedito sul balcone della redazione a difendere urbi et orbi la rivista, sottoposta a continui attacchi sia da destra che da sinistra a causa dei suoi “eccessi” derisori.

Probabilmente le autorità non la presero molto bene, tant’è dopo poche ore si presentò sul luogo la polizia per arrestare il direttore Vincenzo Sparagna con la ridicolissima accusa di “vilipendio di capo di Stato estero” – Perini invece se la scampò per un pelo.

La risposta del Male non tardò ad arrivare, e venne pubblicata sul numero successivo. La trovate qui in basso, e penso che si possa applicare ancora oggi al caso di Jan Böehmermann, comico tedesco a rischio condanna penale per una poesia satirica sul premier turco Erdogan, letta nel corso di un programma televisivo trasmesso in Germania qualche settimana fa. L’accusa alla base del procedimento giudiziario in corso, avvallato dal governo di Angela Merkel, è sempre la stessa: offesa a un capo di Stato straniero.

Ieri come oggi, la libertà si conquista  (anche) a colpi di satira.

 VILIPENDIO_MALE02

(L’aneddoto e la pagina sono tratti da: Vincino, Il Male. 1978-1982. I cinque anni che cambiarono la satira, Rizzoli 2007).

____

Hollande en campagne

in politica by

Manca appena un anno e un mese alle elezioni presidenziali francesi, la Champions League della politica transalpina in termini di suspense, colpi di scena e gloria per il vincitore.

Lo scorso giovedì sera François Hollande ha giocato la prima manche per la qualificazione: una situazione quantomeno strana in Francia per il campione dopo il suo primo titolo.
Anche noi abbiamo una Costituzione, che non sarà la più bella del mondo ma dice che dopo due titoli di fila non è più possibile competere. Ne deriva che il Presidente uscente ha di solito un accesso diretto al primo giro di qualifiche (primo turno delle elezioni) con, nei fatti, una partecipazione garantita alla finale (secondo turno), con esiti sia positivi (Mitterrand 1988, Chirac 2002) che negativi (Valery Giscard d’Estaing 1981, Sarkozy 2012).
Ma allora perché Hollande deve giocarsi i play-off?
Né Libernazione né la Champions League vanno d’accordo con i sondaggi, ma per le Présidentielles è difficile farne a meno. Ecco un paio di numeri: l’85% dei francesi non si fida di lui e l’80% non vuole che il Président si ricandidi.
Di fronte ad una situazione così c’è chi lascerebbe stare, ma un Président è prima di tutto un campione con una certa idea di se stesso e del suo destino e quindi non si ferma a questi numeri da contabili e si butta nella battaglia. In fin dei conti, con una destra in crisi (ci sono più di 10 candidati alle primarie) e una sinistra divisa tra Nuit Debout (Los Indignados a Parigi) e En Marche! (il movimento socialista e business-friendly di Emmanuel Macron), François Hollande può sempre sperare di essere il candidato meno peggiore.
Prima mossa dell’operazione “remontada”: un talk-show televisivo con quattro citoyens-testimoni, tre giornalisti, il Président e argomenti caldi come lavoro, terrorismo e crisi della democrazia.
Questa forma di intervista esiste dal 1985 ed è un grande classico, spesso noioso. Dopo avere sprecato il suo capitale di fiducia, accumulato dopo gli attentati, con il fiasco della privazione della cittadinanza, e disilluso prima la sinistra e poi la destra con il progetto di riforma del mercato del lavoro, Hollande ha risposto allo sconcerto dei propri concittadini con numeri precisi e un ottimismo misurato. Meglio di niente, ma sicuramente non abbastanza per invertire la tendenza.
Come ha detto lui stesso, il suo mandato non è ancora finito e sono lunghi i mesi che lo separano da dicembre e dall’inizio della campagna elettorale; ma dovrà sfoderare una performance da fuoriclasse – e avere molta fortuna – per non essere costretto ad un’uscita di scena prematura e del tutto inedita, per un presidente al primo mandato, nella storia della Quinta Repubblica francese.

Una clava chiamata referendum

in politica by

Non è più una questione tecnica, e forse non lo è sostanzialmente mai stata, quella del referendum del 17 aprile. Gli impatti sostanziali, sotto il profilo della politica energetica, di quella ambientale, sotto il profilo ecologico ed economico di ritorno, sono del tutto trascurabili, se dovesse vincere il sì. C’è un altro referendum, poi, in arrivo, e di ben altra portata. Ieri la Camera ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale e l’ultimo passo che separa l’Italia dalla più imponente revisione della propria architettura istituzionale è proprio il quesito referendario di ottobre.

La cosa che accomuna questi due eventi, e che peraltro trovo vagamente spaventosa, è lo scollamento che si verifica tra gli effetti reali e quelli dichiarati nei quesiti. A nessuno importa niente dell’impatto energetico o dell’analisi tecnica, per quanto riguarda il 17: chi vota lo fa per opposizione al governo Renzi e a ciò che per alcuni rappresenta, non alle trivelle. Gli effetti prodotti, quelli reali, sono semplicemente politici: se vince il sì il governo ne esce indebolito, e questo fatto sarà il Paese a pagarlo, con un ulteriore abbassamento della qualità delle politiche proposte. Ogni argomento è buono per nascondere quello che, di fatto, si configura come un quesito plebiscitario sul governo, accompagnato dalla retorica (le banche, gli affari, il petrolio, le multinazionali) che lo circonda. Lo stesso vale per il referendum costituzionale: la riforma è buona? Non è buona? Funziona? Le risposte a queste domande, spesso complicate, non hanno niente a che vedere con come si voterà al referendum. Non è stato forse lo stesso anche per l’acqua pubblica?

Ieri, durante le dichiarazioni di voto alla Camera – tanto per citarne un paio – Brunetta ha dichiarato che Forza Italia voterà contro perché il parlamento è illegittimo, facendo riferimento all’incostituzionalità del porcellum; il Gruppo Misto, per bocca dell’on. Roccella, ha annunciato il proprio voto contrario e invitato al no al referendum come ripicca all’approvazione della Cirinnà, leggendo una lettera aperta di Gandolfini, il capoccia del Family Day. Gli esiti dei referendum su argomenti tecnici, ormai, non c’entrano nulla con i temi di cui trattano – siano essi d’impatto impercettibile o rivoluzionario. Ogni pretesto è buono per consumare un fine squisitamente politico o, se vogliamo essere gentili, ideologico. Il petrolio, il papà della Boschi, le intercettazioni della Guidi, le cozze inquinate, la Cirinnà, il porcellum, sono tutti argomenti agitati come clave, e l’epicentro in cui trovano la propria esaltazione sono proprio questi due referendum, con cui nulla condividono. Tanto varrebbe aggiungere che Renzi parla male l’inglese e che fa le facce buffe e magari che non è stato eletto.

Non so voi, ma io provo un lieve senso di vertigine a sapere che è così che si deciderà l’esito della riforma costituzionale, e a seguire la continuazione quindi dell’esecutivo e della stabilità politica dell’intero paese. Dalle trivelle all’architettura istituzionale, si parla di temi tecnici che non andrebbero sporcati con altro. Sarà che “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre”, come diceva Churchill. Figuriamoci quella diretta.

Non è ingerenza, ora?

in politica by

Vedo certi vescovi molto attivi, recentemente. Molto attivi in temi classicamente religiosi, come la politica energetica, le trivellazioni, l’ambientalismo. Infatti la CEI invita a maggiore attenzione al referendum, il vescovo di Taranto fa campagna per il SI dopo aver peraltro ben pasteggiato alla mensa dei petrolieri, insieme a quello di Lamezia Terme e tanti altri.

Una volta, per questi interventi a gamba tesa, ci sarebbero stati i grandi paladini della laicità dello Stato, i sostenitori della necessità di portare le dichiarazioni dei Vescovi entro un preciso recinto, i difensori della democrazia nazionale contro le ingerenze dei ministri di uno Stato estero. Primi tra tutti in questa battaglia, di solito, i Radicali – ma anche i tanti a sinistra.

Li avete sentiti?

Io no.

Forse perchè, tanto per gradire, si sono uniti al coro di Michele Emiliano (i Radicali da ieri), e quindi una voce in più fa comodo. Bravi!

Trivelle: centralizzare per scelta o per necessità?

in politica by

Si vede poca attenzione alle cause profonde che hanno portato al caos istituzionale degli ultimi anni, di cui il referendum sulle trivelle sembra essere solo una conseguenza. Ancora una volta, questa è l’occasione per una chiacchierata telematica con un amico*, qui riportata integralmente, come in altre occasioni.

 

Luca: Direi di partire da qui. Il referendum nasce come un braccio di ferro “simbolico” tra Stato e Regioni. I comitati avevano cercato di raccogliere le firme, con l’appoggio del movimento di Civati e di altre sigle, non ci sono riusciti, e allora sono state varie regioni, più o meno interessate al fenomeno, a prendere in carico la cosa. Si nota, infatti, l’assenza della Regione Sicilia che pure all’estrazione e la raffinazione di idrocarburi non è estranea…

Tommaso:  Esatto. Come ha scritto Michele Ainis all’origine del referendum vi è uno «scontro fra poteri, ancor prima che fra partiti e movimenti». Mai era accaduto, nella storia d’Italia, che alcune regioni si avvalessero di questa facoltà. E già questo rivela, secondo me, un preoccupante logoramento nei rapporti fra Stato e enti locali. Raccogliere mezzo milione di firme non è una passeggiata; ottenere una delibera da cinque Consigli regionali, su questioni macro che riguardino il ‘Sud’ o il ‘Nord’, è più semplice. Il conflitto fra potere centrale e certe aree del Paese potrebbe, in futuro, diventare endemico.


Luca
: Bene. Prima di procedere, su questo ho due domande. La prima: quanto di questo conflitto nasce dalle riforme costituzionali degli ultimi vent’anni, e quanto da una progressiva incapacità dei livelli di governo di prendere decisioni? La seconda: quanto la vicenda delle trivelle è una spia di un assetto istituzionale formale inadeguato? Nella seconda domanda è implicito il giudizio che le istituzioni “informali” – nel caso specifico, il senso dello Stato di chi occupa le cariche – siano in una situazione abbastanza grave. Questo in particolare se è vero, come penso io, che Michele Emiliano è consapevole di tutto quello che stiamo toccando superficialmente qui, ma lo vede unicamente come uno strumento per la sua personale scalata politica.

Tommaso: Dunque: per quanto riguarda le riforme costituzionali, non v’è dubbio che, nel 2001, alle regioni italiane siano state conferite competenze molto ampie, in alcuni casi superiori a quelle dei Länder tedeschi. Questo ha indotto alcuni Presidenti a considerarsi i depositari dell’interesse generale, laddove un ordinamento federale ben funzionante preserva sì le autonomie locali ma crea anche contesti in cui i conflitti inter-istituzionali possono essere risolti, o quantomeno attenuati.
In Italia ciò non è accaduto: un Senato federale sarebbe stato assai utile, e avrebbe prevenuto il boom dei contenziosi. Per quanto riguarda la capacità decisionale, la situazione a livello regionale è eterogenea, e riflette anche la qualità molto varia del ceto politico. Non tutte le regioni sono un peso morto, anzi: il decentramento ha favorito la sperimentazione e permesso l’affermarsi di eccellenze (si pensi alla sanità veneta o emiliano-romagnola).  In merito al referendum di aprile, mi pare si mescolino varie questioni: il rapporto fra poteri, senza dubbio, ma anche le ambizioni dei leader coinvolti (Emiliano, Renzi).

Luca: In che senso, secondo te, il referendum chiama in causa il rapporto tra i poteri? La politica energetica non dovrebbe essere un tema nazionale?

Tommaso:  Premetto, a scanso di equivoci, che considero il referendum popolare uno strumento non idoneo a risolvere una questione tecnicamente complessa e delicata come la durata delle concessioni estrattive: ragion per cui mi asterrò.

Detto questo, il conflitto fra Stato e Regioni sulle c.d. trivelle va inserito in un quadro più ampio, che coinvolge anche la riscrittura del titolo V. La mia impressione è che Renzi si sia convinto che la modernizzazione del Paese richieda uno Stato forte: non necessariamente uno Stato ingombrante, ma sicuramente uno Stato che non è frenato da decisioni assunte a livello substatale. Renzi si considera il sindaco d’Italia e non gradisce che i suoi ‘quartieri’ (ossia regioni e comuni) interferiscano con la sua agenda. Se guardiamo alla riforma costituzionale, il disegno complessivo è chiarissimo. Dopo l’abolizione delle Province e le esenzioni IMU-TASI, viene soppressa anche la competenza concorrente Stato-regioni, rendendo un gran numero di materie (non solo la politica energetica!) di competenza esclusiva statale. Viene inoltre introdotta una clausola di supremazia che permette allo Stato di intervenire in materia regionale “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale” (una formulazione sufficientemente vaga per permettere ogni genere d’ingerenza e di commissariamento informale). La tassazione locale, poi, dovrà conformarsi “ai fini di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” fissati da Roma. E così via. Insomma: agli enti locali (con l’eccezione delle Regioni a statuto speciale, escluse dalla riforma per evitare – suppongo – sollevazioni popolari) spetterà un ruolo residuale, di fatto subalterno alla volontà del governo in carica. Una vera e propria inversione a U rispetto all’orientamento espresso dal centrosinistra quindici anni fa.

È una scelta del tutto legittima, ma a mio parere destinata a produrre esiti fallimentari. L’Italia è un Paese troppo vasto e disomogeneo al suo interno per essere interamente governabile dal centro. Non solo: le regioni più virtuose vedranno inspiegabilmente compressa la loro autonomia decisionale, nonché un probabile abbassamento nella qualità dei servizi. Al tempo stesso, la sindrome NIMBY potrebbe manifestarsi in forme ancor più virulente, perché mancheranno interlocutori istituzionali in grado di incanalare e gestire il dissenso.

Esiste, infine, un interrogativo che i modernizzatori benintenzionati dovrebbero porsi: che succederebbe se, dopo una riforma simile, una forza anti-sviluppo vincesse le elezioni? Vogliamo davvero che tutto dipenda dagli equilibri politici creatisi fra Palazzo Chigi, Montecitorio e Madama, oppure preferiamo un sistema pluralistico, che valorizzi il buongoverno locale (laddove già esiste)?

Luca: Sono d’accordo, in linea di principio. Però, caso per caso, questa idea va applicata anche dove il governo centrale è necessario – ad esempio, appunto, nella politica energetica? Perché in quel caso trovo difficile legittimare la richiesta di decentralizzazione: le Regioni si trovano spesso a prendere scelte di cui poi tutto il paese subisce i costi, senza che questo abbia alcun tipo di ripercussioni tangibili. Il che ovviamente da un lato rende costoso politicamente essere più ambiziosi, dall’altro moltiplica i “filtri” politici e quindi le occasioni di corruzione. Altrove, invece, dovrebbe essere il governo centrale a fare dei passi indietro, permettendo alle best practices di essere adottate localmente, e ai cittadini di avvantaggiarsene spostandosi dentro il territorio nazionale come nel caso della sanità. Ti torna?

Tommaso: Sì, condivido. Conferire competenza concorrente in materia energetica alle Regioni fu, molto probabilmente, un errore. Già nel 2002 un economista serio, Carlo Scarpa, invitava a “riformare la riforma” del titolo V in quest’ambito per ragioni di manifesta irrazionalità economica. Dopodiché, non penso dovremmo essere costretti a scegliere tra un modello in cui il singolo ente detiene il potere di veto su progetti di interesse nazionale e uno in cui l’apertura di un impianto viene stabilita a notte fonda, in base a dinamiche poco trasparenti (l’ultima direzione del PD mi ha ricordato “Rashomon” di Kurosawa: un fatto, ricostruzioni molteplici che non combaciano).

È possibile ipotizzare forme e gradi diversi di coinvolgimento dei territori e degli enti locali, non solo mediante la Conferenza Stato-regioni. Alcuni parlamentari del PD, ad esempio, stanno elaborando una legge modellata sul débat public francese.  Insomma, le terze vie non mancherebbero: a condizione che si riconosca la necessità di fare sintesi fra esigenze talvolta divergenti anziché ripiombare in una concezione romanocentrica dello sviluppo economico.

Al tempo stesso, sarebbe interessante capire perché, in Italia, gli enti locali spesso sposino le tesi dell’ambientalismo più radicale. Ciò non avviene altrove. In Alaska, ad esempio, i rappresentanti dello Stato sono per lo più favorevoli a estendere le trivellazioni (la governatrice Sarah Palin sdoganò uno slogan di successo)  mentre il governo di Washington è tendenzialmente contrario. Ha a che fare con le modalità di assegnazione delle royalties? Forse. È un problema culturale? Anche. Ma è un tema da approfondire e su cui riflettere. In Emilia-Romagna, ad esempio, non mi risulta che le piattaforme abbiano frenato il turismo. Nel piacentino hanno persino inaugurato un museo del petrolio e del gas promosso da Eni ed Edison. Eppure la regione incassa dalle compagnie molto meno che la Basilicata (sia in valore assoluto sia in percentuale), dove le trivellazioni non sembrano essere viste di buon occhio.

 

 

Luca: Mi sembra un ottimo punto. Credo che per alcune classi dirigenti locali – specialmente al Sud – conti più il potere di intermediazione ottenibile o conservabile che non l’interesse dei territori da rappresentare. Per questo, pur capendo la bontà degli argomenti federalisti, sto iniziando a convincermi che ogni passaggio in questo senso debba essere costituito da una serie di griglie definite in modo molto rigido a livello centrale. Costituisce un rischio, casomai dovessero andare al potere i populisti, ma ormai siamo diventati abbastanza propensi al rischio – come un giocatore di poker che ha le ultime fiches e preferisce sopravvalutare le opportunità piuttosto delle possibili perdite.

 

Tornando al centro del nostro discorso, sono molto sorpreso dal fatto che non si discuta di quale emendamento ha portato alle dimissioni di Federica Guidi. Perchè, alla luce di quanto abbiamo detto, Renzi può avere ragione di difenderlo se, come sembra, vuole ri-centralizzare una parte importante delle decisioni politiche. Cito: “nella Legge di Stabilità 2015, al comma 552, è introdotta l’estensione dell’autorizzazione unica anche per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti…”. Cosa sia l’autorizzazione unica credo sia spiegato bene qui.

 

Ora, la questione è: Renzi si sta facendo portatore di una visione ideologica, che in sè non fa male ma è contestabile partendo da altre premesse, o ha pragmaticamente preso atto dell’inadeguatezza delle (sue, visto che ad esprimerle è prevalentemente il PD) classi dirigenti locali? Se fossi a Roma, potrei avere in mente un contesto ottimale di lungo periodo con una maggiore decentralizzazione, ma oggi anche assumermi il rischio di centralizzare delle decisioni pur di procedere nel breve. Ti sembra una prospettiva troppo benevola?

 

Tommaso:  Non saprei. Io dubito che Renzi si sia soffermato a lungo sulle implicazioni istituzionali dello Sblocca Italia. Dal suo punto di vista contano i fini (in questo caso il rilancio di progetti infrastrutturali fermi da anni, il che incide sulla credibilità internazionale del suo governo, dal momento che alcuni investimenti, fra cui quelli per Tempa Rossa, sono esteri) e i mezzi vengono scelti di conseguenza. È lo stesso approccio tenuto nel modificare la legge elettorale: pur di assicurare un vincitore certo dentro l’Italicum è stato inserito di tutto (dal ballottaggio nazionale al premio di maggioranza), senza andare troppo per il sottile.

Sicuramente Renzi ci tiene a non passare per immobilista, il che è un bene, se si considera il contesto in cui opera. Ma certe inclinazioni accentratrici e decisioniste, io credo, servono anche a compensare un deficit di classe dirigente di cui è corresponsabile. Non va dimenticato che il primo Renzi, quello candidatosi alle primarie del 2012, al Sud era debolissimo: in Calabria raccolse il 25%, in Sicilia il 33%. Un anno dopo, anziché puntare su candidati locali propri, archiviò la rottamazione, strinse accordi con i Pittella, gli Emiliano, i De Luca, e le percentuali sotto Roma schizzarono al 55-60%. Poi ha rimpiazzato Letta con le modalità ben note, trovandosi a gestire un gruppo parlamentare non suo e ministri ex berlusconiani in transito. Per puntellare la maggioranza ricorre a Verdini mentre Orfini co-gestisce il partito.

Il mio non è moralismo: la politica si basa anche su compromessi. Ma non c’è da stupirsi se un’ascesa realizzata in questo modo renda più difficile riformare il Paese. Forse l’unica strada, per lui, è davvero concentrare quante più competenze possibili a Roma e cercare di conservare il potere a lungo, scavalcando le élite locali che lo avevano appoggiato. Così facendo, però, rischia di innescare dinamiche centrifughe incontrollabili. Tu accennavi, giustamente, ai costi del decentramento. Beh, seppellire il federalismo significa far riemergere la questione settentrionale, tuttora irrisolta ma mitigata dalla riforma del 2001. La recente conversione all’autonomismo di Luca Zaia è significativa, e potrebbe innescare un effetto domino.  Vedremo. Certo è che il PD, oggi, non sembra spendere troppe energie interrogandosi su questi temi. Le priorità, evidentemente, sono altre.

 

*Tommaso Milani e’ attualmente dottorando in International History alla London School of Economics and Political Science.

 

Panama Papers: la favola per liberisti e comunisti

in mondo/politica by

Chiunque sappia cosa siano, questi Panama Papers, è stato allo stesso tempo sommerso da una valanga di opinioni sul tema. Sono, tendenzialmente, due tesi:

  1. (maggioritaria, corrente “colpa del neoliberismo”): i paradisi fiscali sono criminali, chi mette i soldi nei paradisi fiscali è un furbetto, l’evasione fiscale è uno dei grandi problemi del nostro tempo, bisogna ridurre le garanzie e i diritti individuali pur di combattere questo fenomeno;
  2. (minoritaria, corrente “statoh ladroh”): citazione di Einaudi che magnifica gli esportatori di capitali come individui che fuggono dalle mani dello stato predatore, salvo riportarveli quando saranno migliorate le condizioni del Paese;

Gli aderenti a ciascuna delle due visioni hanno, in più, la graziosa caratteristica di considerare gli appartenenti all’altra più o meno come dei miserabili idioti. Eppure hanno torto. Entrambi.

È vero, le aree fiscalmente vantaggiose sono, in astratto, un vincolo molto utile per i governi più rapaci, perchè forniscono un’ancora di salvataggio a cittadini e imprese oppressi da un fisco predatore. Questo è vero per l’Irlanda o la Svizzera, ed è il motivo per cui gli appelli all’armonizzazione fiscale che vengono da certi soloni vanno rifiutati in blocco. D’altra parte, i paradisi fiscali rimasti non hanno niente a che vedere con paesi competitivi, a tassazione leggera, dove vivere o lavorare: a Panama, per esempio, non viveva nessuno. Portavano lì i loro soldi per lo più gli autocrati o i loro famigli, come anche chi deve a ragioni in parte criminali la sua ricchezza – cosa questo abbia a che vedere con la narrativa del gruppo 1, o del gruppo 2, è ad oggi non noto. Come una persona normale, anche molto benestante, possa trovare conveniente mettere lì i suoi soldi rimane, per lo più, un mistero.

Se i paradisi fiscali hanno una relazione con lo stato ladro, è che ne permettono la perpetuazione, diventando il rifugio di chi se ne avvantaggia – ma poi non vuole essere soggetto alle stesse regole. Parlarne con il moralismo della stampa italiana, che li usa per giustificare i metodi criminali di esazione dello Stato Italiano, da qualche lustro abituato a taglieggiare i contribuenti ben oltre il già esoso dovuto legale, grida vendetta e fa rabbia. D’altra parte parlarne in toni elogiativi come se potessero beneficiarne il barista a cui viene chiuso l’esercizio per uno scontrino, il piccolo imprenditore che subisce accertamenti per cifre inferiori al costo del ricorso, il cittadino che paga due volte la stessa tassa comunale o una multa non dovuta,  invita alla chiamata di una bella ambulanza.

In entrambi i casi, forse c’è un motivo se l’italiano medio che lavora versa quasi due terzi del suo reddito allo Stato: questa diffusione di narrative fantasiose, e conseguenti rimedi magici, per fatti che richiedono una più serena umiltà. Non finirà bene.

 

Il M5S e la rovina del dibattito pubblico

in politica by

Come hai fatto ad andare in rovina? – chiese Bill.
In due modi – rispose Mike – gradatamente prima, e poi di colpo.

Ernest Hemingway riportava questo scambio di battute nel suo primo romanzo, Fiesta, ed era il 1926. Ora sono passati 90 anni tondi tondi e sembra che, nelle maglie larghe dell’adattabilità delle frasi brevi, questa citazione vesta bene anche la qualità del dibattito pubblico italiano. Se è vero come è vero che la rovina è arrivata, appunto, gradatamente, mi sembra che il “colpo”, quello repentino e inatteso come un autentico gancio, sia coinciso con l’ingresso sulle scene politiche di quella compagine sgangherata che va sotto il nome (mai sufficientemente analizzato: io ancora non l’ho capito) di MoVimento 5 Stelle.

È stato un liberi tutti, a quel punto. Sì, è vero, volendo lasciar fuori la Prima Repubblica e il suo ben altro tenore del confronto, Berlusconi non è mai stato un asso di coerenza comunicativa. Una sparata prima, la sua ritrattazione dopo, alzare l’asticella con la mano destra e riabbassarla subito con la sinistra mentre si afferma che, no, mai vista nessuna asticella. Era lo stile comunicativo del singolo però, un personaggio realmente fuori dal comune per quel che si era visto fino ad allora – e dunque quasi una firma – e comunque centellinato, senza abusarne. Non a caso non mancava chi, proprio su questa contradditorietà apparentemente goffa, non perdeva occasione per bastonarlo.

L’utilizzo quotidiano e reiterato dell’approssimazione – della spannometria – come metro di misura del mondo e della sua qualità è invece un marchio di fabbrica grillino. Beninteso, nessuna novità, se non il fatto di averlo reso un metodo non occasionale, ma puntuale e quotidiano. La volgarità della banalizzazione opposta al presunto latinorum di chi “non ci dice le cose” è l’essenza stessa del MoVimento: non c’è analisi, non c’è complessità, non esistono chiaroscuri. Quello di Di Battista e di Di Maio, dei loro post esplicativi, è un universo binario, fatto di noi e di loro, in cui ogni questione è fatta a brandelli, smembrata e spalmata in una “spiegazione” che in realtà è solo narrazione. Le banche, le lobby, il rapporto con la politica, le trivelle, le indagini – non c’è stata una parola su nessuno di questi temi recenti che fosse sostanziata da un’analisi; tutto è semplicemente filtrato dalla dicotomia di buoni e cattivi, mentre la complessità viene rigettata e bollata come fumo negli occhi. Non è un caso che il sistematico rifiuto nel riconoscere la complessità sfoci in posizioni che sono assolutamente predicibili prima delle dichiarazioni: OGM? No. TAV? Ci mancherebbe. Bail-in? Per carità. Bail-out? È il contrario di quello di prima, ma comunque no. Rapporto politica e investitori? Non sia mai. Grande industria? Il male. Trivelle? Inquinano. Potrei andare avanti all’infinito. È vero? Non è vero? Non importa, fintanto che si può costruire una narrazione dicotomica. Naturalmente vale il converso, cioè un sì generalizzato e convinto a tutto quello che può sembrare buono in senso assoluto, senza fare un passo oltre nell’analisi degli scenari, della fattibilità, dei costi, dei conversi. Nulla.

Ma qual è il vero rischio di questa impostazione? Se il M5S fosse un sistema isolato, nessuno: basterebbe non votarlo – e sarebbe la democrazia, bellezza. Ma non è questo il caso, e siccome la semplicità del bicromatismo è affascinante – non richiede sforzo, non servono competenze, e voilà! si ha sempre un’opinione su tutto – il metodo inizia a prendere piede anche al di fuori dei grillini. Ditemi, ad esempio, che differenza c’è tra un Di Battista ed Emiliano sullo show che stanno mettendo in atto intorno alle trivelle. Certo, Emiliano si muove con ben altra consapevolezza politica, ma lo stile è tutto mutuato dal grillismo: il tema è complicato ma noi ce ne freghiamo, facendo leva su argomenti semplici e di facile presa, come l’ecologismo spicciolo, l’inquinamento, il petrolio, la bellezza, il mare cristallino, le rinnovabili, i torbidi rapporti tra industrie e politica. E perché no, magari in tutto questo calderone ci sta anche una bella spallata al governo, che è un po’ come il prezzemolo. Attenti a non farne indigestione, però, ché rischiate di dovere uscire dal recinto della narrativa e confrontarvi con la realtà.

Ti amavo. Poi hai scritto sul referendum delle trivelle.

in politica by

Abbiamo chiesto a Fabio Catalano, nostro amico e lettore, di prestarci un suo scritto sul referendum e le energie rinnovabili. Grazie, Fabio!

Questo post è inutile perché sono già avvenute le polarizzazioni da tifosi sul referendum del 17 Aprile. Dato che il sì sembra essere sostenuto dal M5S, allora è sicuramente una roba brutta e va combattuto. Il problema tuttavia rimane.

Cioè è insopportabile che tra i Paesi europei il nostro non abbia un serio dibattito sul riscaldamento globale, ma solo tifoseria da social. C’è un unico programma di approfondimento in tv e va in onda di notte solo per alcune puntate. Se leggeste come lo ha stroncato Aldo Grasso, con quali argomenti di rigorosa logica, potreste farvi un’idea del livello della discussione odierna sui temi ambientali. Adesso confrontiamo tutto questo con la Germania, dove le istanze “verdi” vengono portate avanti da partiti che entrano nei governi, soprattutto nei Land, e legiferano, ed ecco il problema.

Il premier, Matteo di MediaShopping, ha dichiarato che il referendum è uno spreco di denaro pubblico, e chiaramente nessun giornalista gli ha ricordato che si poteva mitigare lo spreco mettendo insieme i referendum nello stesso giorno, come avvenuto nel precedente election day. Inoltre, va ad inaugurare l’impianto di Fallen, USA, con tanto di pompa magna sull’italianità stile “Istituto Luce”.

Per favore, se avete tempo, andate a controllare in quali aree sviluppa Enel Green Power ed in quali Paesi assume. Vedrete quanta italianità c’è: sono anni che EGP non assume in quantità consistenti in Italia. Questo perché l’Italia ha smesso di sostenere lo sviluppo delle fonti energetiche alternative dal governo Monti in poi, questo governo incluso. Il settore è praticamente morto. Non basta essere green, non basta scrivere una cosa nelle slide per farla accadere

. L’italianità del claim disneyano “Paese più bello del mondo”, come quella speculare del “prima gli italiani”, sarebbe stato bello vederla operare nel sostenere un settore altamente innovativo come quello delle rinnovabili. Un settore “di frontiera”, così innovativo che molti italiani sono dei pionieri nel mondo. Due miei colleghi italiani hanno sviluppato due software assolutamente rivoluzionari. Uno per il calcolo delle perdite acustiche, mai visto prima, ed uno per i dati di vento, potente e stabile come solo i programmi di grandi case sembravano poterlo essere. Ecco, questi due italiani, formati in scuole ed università pagate dagli italiani e geniali perlomeno nel settore eolico, grazie al combinato Monti-Letta-Renzi, adesso lavorano in Danimarca, per i danesi.

Piuttosto, il “venditore di pentole” avrebbe potuto portarsi dagli USA la lezione di Obama che ha ribaltato l’approccio energetico statunitense rendendo possibile il sorpasso del numero dei lavoratori nelle rinnovabili su quello nell’industria delle fonti fossili. Il referendum riguarda le concessioni ad estrarre, limitate alla scadenza prefissata oppure con possibilità di sfruttare il giacimento fino a fine vita. Questa possibilità è stata introdotta dal governo Renzi. I maligni dicono in contrasto con le regole europee sulle concessioni pubbliche, che devono essere sempre soggette a scadenza.

Inoltre, a me appare curioso che le concessioni autostradali abbiano una scadenza, che per gli stabilimenti balneari le concessioni scadranno quest’anno o se va bene nel 2020, mentre per le piattaforme in mare queste dovrebbero essere potenzialmente perpetue. Si, per me, fatte le dovute proporzioni, l’investimento di una multinazionale in una piattaforma è paragonabile a quello fatto da una famiglia in uno stabilimento balneare che vorrebbe farlo ereditare ai figli anche dopo la scadenza della concessione. Le concessioni a scadenza hanno la funzione di verificare lo stato del bene concesso, in quanto bene di tutti. Oltre 30 trivelle sono già risultate inquinanti, per esempio. Allo stesso tempo, alla scadenza si può verificare lo stato del giacimento e, se esausto, si può chiedere lo smantellamento ed il ripristino dello stato dei luoghi.

Quello che ho visto sui social in questi giorni è inquietante. Per esempio paragonare con leggerezza le energie alternative alle fonti fossili. I pannelli solari devono essere smaltiti e le turbine anche, quindi sono inquinanti allo stesso modo rispetto agli idrocarburi? No! La produzione di energia da fonti fossili produce gas serra ed inquina, le fonti alternative no. La dismissione di un impianto di estrazione o di raffinazione è di gran lunga un processo più inquinante rispetto alla dismissione di un impianto eolico o fotovoltaico.

L’acciaio delle turbine è completamente riciclabile, ad esempio, ed è di altissima qualità. Il territorio torna esattamente com’era in precedenza, dopo i 25-30 anni di produzione. La vita utile dell’impianto è maggiore nel caso delle fonti fossili, ma durante questa vita utile tali impianti producono sostanze inquinanti.

Escludendo pure la questione ambientale, che in Italia per taluni resta una fissa da hippy romantici, dovrebbe in ogni caso preoccupare la spesa sanitaria pubblica necessaria a curare chi vive nelle aree fortemente inquinate. Se invece è una questione estetica e siete d’accordo con Sgarbi sull’inquinamento visivo delle turbine, sarebbe utile considerare quali situazioni si portano come esempio. Si potrebbe pensare a quel parco naturale toscano che ha le turbine integrate e non invasive o ai parchi eolici francesi di alcuni dipartimenti ed imitarne le regole.

Se invece si scelgono come riferimento delle aree d’Italia dove non funziona nulla, dalle strade alle fogne, dagli appalti alle scuole, non ci si può aspettare che per l’eolico sarebbe stato diverso. Hanno creato “l’effetto selva” su quelle montagne, e vi assicuro in certe aree è inaccettabile e perfino controproducente per l’impianto stesso, allo stesso modo con cui hanno assunto come dirigente tecnico del comune il cognato del sindaco, quello con la terza media.

Così come per la criminalità organizzata, pensavate davvero che l’eolico fosse un business diverso dagli altri e che in certe aree ad alta mafiosità questi parassiti non ci avrebbero messo le mani? Anch’io trovo che le distese di pannelli solari su terreni (spesso incolti) siano state una stupidaggine. Esistono milioni di metri quadrati di tetti di capannoni industriali e di edifici pubblici da ricoprire. Ma ciò non mi fa odiare i pannelli solari. Siete mai atterrati all’aeroporto di Monaco di Baviera? Ecco, pensate a quegli impianti su quegli edifici ma col nostro sole. Inoltre, concentrarsi sul puro fattore estetico può far male.

Potrebbe farvi dispiacere vedere delle turbine eoliche su una montagna in cui andate una volta all’anno, ma potrebbe farvi dimenticare che una centrale a carbone è ben nascosta sotto la Lanterna di Genova, a pochi passi dal centro. Anche se non si vede, inquina lo stesso e Genova conta 600 mila abitanti! Invece sarebbe giusto pensare in termini marginali, ovvero a quante famiglie usano energia elettrica senza produrre gas serra, ed anche una sola famiglia in più è un guadagno per tutti.

Non avevamo bisogno della caciara di questo referendum, né delle dichiarazioni di Matteo di MediaShopping, per scoprire che le energie alternative da sole non ce la fanno. Si chiama “mix energetico” e la maggior parte dei Paesi sta cercando di spingere sulla quota rinnovabile. Ho studiato centinaia di siti francesi, in Francia installano turbine pur avendo il nucleare.

Porsi in un atteggiamento binario, da social e semplicistico, non aiuta. Non è che devo scegliere le energie alternative o le fonti fossili per forza. Si possono integrare. Se ci sono degli abitanti della mia città che vanno in autobus, non penso che l’autobus non riuscirà mai a sostituire l’automobile. Piuttosto penso che almeno quelli che vanno in autobus non contribuiscono ad intasare ed inquinare la città. E se sono civile e moderno mi batto affinché questa quota di persone divenga sempre più alta, mai il contrario.

Ho letto altre cavolate sul sostegno pubblico alle rinnovabili, tifosi che dimenticano in malafede o ignorano per accodamento pure gratuito che le fonti fossili hanno ricevuto 17,5 miliardi di euro l’anno. Se devo finanziare un settore, preferisco che sia il meno inquinante e quello che crea più posti di lavoro. Ecco, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili crea fino a dieci volte più posti di lavoro di quella generata dalle fonti fossili. Andate in Basilicata, in uno dei giacimenti di petrolio più grandi d’Europa. Chiedete dove lavorano i giovani lucani, se continuano a lasciare i loro paesini d’origine, anche quelli interessati dalle estrazioni. Chiedete se l’elemosina delle royalty e della “carta idrocarburi” li ripaga del disastro che si sta consumando su quella terra.

Si, io voglio muovermi con lo scooter a benzina e farmi il caffè con la moka sulla cucina a gas. Tuttavia, questo non mi farà accettare l’arroganza di chi ha deciso di tifare per le fonti fossili senza se e senza ma. Nessuno è obbligato ad accettare insieme all’uso dell’automobile anche la signora col SUV 5000 a benzina che accompagna il figlio a scuola facendo quei 300 metri che potrebbe fare a piedi. Non implica nemmeno di vietarglielo, ma di disincentivarlo sì. Non abbiamo un cervello binario, si/no, bianco/nero.

Possiamo ancora discutere e migliorare, ci sono parecchi stadi intermedi. In molte città c’è il carsharing, anche elettrico. Ci sono diverse iniziative per far risultare sconveniente l’uso delle fonti fossili. Ed è l’unica strategia: l’indirizzo politico e la sensibilizzazione pubblica che diventano incentivo. Altrimenti resta l’eroismo del singolo che mentre cerca di evitare qualche grammo di emissioni nocive, deve anche sentirsi rimproverare con arroganza che se usa la macchina, allora per “coerenza” deve usare per forza quella che piace all’arrogante di turno.

 

* La parte sul sindaco e sulla Basilicata è stata scritta prima della pubblicazione delle intercettazioni che hanno portato alle dimissioni del ministro Guidi. Il fact-checking lo farà la magistratura.

Il canone in bolletta è una brutta notizia per il libero mercato

in economia/politica by

Benché la Rai lo inserisca nei suoi bilanci tra le “vendite e prestazioni” e lo chiami spesso un “abbonamento”, il canone televisivo è e rimane un’imposta sul possesso della prima TV, istituita da un Regio decreto nel 1938. L’idea di farlo pagare nella bolletta della luce è un’idea di Renzi, già proposta a Novembre 2014. Fu allora bocciata per mancanza di tempo ma non completamente abbandonata. Riproposta di nuovo nell’autunno scorso ha superato il varco del Parlamento ed è stata inserita nella Legge di Stabilità.

Le modalità di attuazione sono state chiarite nel decreto della scorsa settimana, mentre sul piano teorico generale resta aperta la questione di coerenza tra questo provvedimento e i principi ispiratori del Ddl Concorrenza, che dovrebbe finalizzare la liberalizzazione del mercato elettrico iniziata da Bersani e ad oggi nei fatti incompiuta, con il 75% delle famiglie tuttora dormienti nella maggior tutela.

Per discutere del Canone RAI in bolletta abbiamo incontrato Michele Governatori, presidente di AIGET, l’Associazione Italiana dei Grossisti di Energia e Trader, nonché autore di Derrick, la trasmissione dedicata all’energia, l’ambiente e l’economia su Radio Radicale e del relativo blog.

  • Da dov’è venuta a Renzi l’idea di mettere il canone Rai nella bolletta della luce?

“Il canone RAI è un’imposta molto evasa e molto invisa ai contribuenti, anche perché non ha il coraggio di chiamarsi “imposta” pur essendolo a tutti gli effetti. (E anche, aggiungerei io, perché la connotazione di servizio pubblico della RAI è troppo flebile per giustificare simili trasferimenti economici). L’idea del Governo, mi pare, è stata quella di rovesciare l’onere della prova di mancato possesso della tivù (o di altre condizioni di legittimo non pagamento del canone), fatturando il canone a tutte le famiglie che abbiano un’utenza elettrica senza che sia il contribuente a dover attivarsi. È un’idea furba, ma ha grandi controindicazioni.”

  • Quali?

“Su tutte ne cito un paio: è un’ingerenza su operatori di mercato che non hanno alcun dovere di esazione per il Governo se non per imposte indirette legate al consumo di ciò che vendono, e trasforma la fattura di un servizio (elettricità) in un contenitore che include una voce che non c’entra nulla, ma che finisce per interagire coi pagamenti del servizio principale offerto.

Inoltre, compie una presunzione di obbligazione rispetto alla quale il contribuente passivo viene comunque tassato. Questo lo trovo iniquo: una prepotenza di Stato.”

  • I casi particolari, di chi non ha la televisione o cambia residenza, come verranno gestiti? Nessuno rischia di pagare più del dovuto?

“Sono casi insidiosi. Per quanto riguarda il mancato possesso della tivù, l’Agenzia delle Entrate ha già predisposto un modello di autocertificazione che sarà inoltrabile anche online. Sui dati anagrafici, e in generale su tutte le informazioni necessarie a identificare i soggetti passivi dell’imposta, sarà l’Agenzia delle Entrate a dover inviare ad Acquirente Unico (un soggetto istituzionale del settore energia) gran parte delle informazioni. I venditori di energia le acquisiranno e si comporteranno di conseguenza, senza alcuna possibilità o dovere di sindacarle. Errori nei dati, quindi, non saranno gestibili dai venditori di energia, che opereranno solo (ed è un impegno già gravosissimo) come soggetto di fatturazione e incasso.”

  • Lato fornitori, il canone Rai implica complicazioni organizzative. Sono pronti a gestirlo?

“I fornitori dovranno modificare i propri sistemi gestionali e la propria capacità di interazione coi clienti e con le istituzioni coinvolte a molti livelli. Se saranno pronti dipenderà anche dalla velocità con cui le specifiche verranno rese note. Di sicuro si tratta di un processo di aggiornamento critico e costoso.”

  • Sarebbe possibile avere precisazioni sui costi che dovranno sostenere i fornitori?

“Due semplici esempi: il primo: aggiornare un sistema di amministrazione basato su SAP nelle modalità richieste costa nell’ordine delle centinaia di migliaia di Euro. Si tratta di uno dei costi fissi di adeguamento. Il secondo: rispondere a più telefonate tramite il customer care costa quanto il lavoro che gli operatori devono dedicarci, più la loro preparazione. Già ora gli operatori stanno ricevendo un incremento molto significativo di chiamate, che non possono certo ignorare. 300 telefonate in più alla settimana, di dieci minuti l’una, significano 50 ore settimanali di lavoro di una persona, da formare e retribuire.”

  • Non era previsto all’inizio ma sembra che finalmente ci saranno rimborsi per i fornitori. E’ stata una negoziazione difficile?

“È stata una negoziazione difficile perché gli operatori si sono trovati a dover sottostare a una legge già scritta (la Stabilità). Hanno quindi cercato di convincere il Governo che se la RAI o l’Agenzia delle Entrate non remunerassero un’attività che la legge ha girato ai venditori di elettricità, e di cui quindi gli interessati originari si sono in parte liberati, quest’attività finirebbe per essere pagata nel prezzo dell’energia. Il che sarebbe iniquo e costituirebbe una tassa occulta.”

  • Cosa ci dobbiamo aspettare?

“Nel migliore dei casi, una bolletta un po’ meno trasparente (perché “inquinata” da una cosa che non c’entra nulla) e un onere annuale della prova (autocertificazione) a carico dei cittadini che (come me) non hanno la tivù. Nel peggiore (se non ci saranno i tempi minimi per mettere tutto in piedi) problemi e perdita di credibilità dei venditori dell’energia e del Governo. Nel caso dei venditori, anche perdita di denaro. Speriamo di no.”

Trivelle: apologia dell’astensione

in politica by

Parliamoci chiaro: a nessuno interessa veramente il tecnicismo del testo referendario. Forse, sì, là fuori c’è qualche geologo, qualche docente di economia dell’energia, qualche reale appassionato ambientalista che effettivamente ha studiato il testo del quesito, ha approfondito il tema e gli impatti reali della vittoria di uno o dell’altro schieramento – a breve e lungo termine – ha condotto un’accurata analisi costi benefici, e ha infine deliberato. Ma tutti gli altri, tutti noi – me compreso, che pure ho letto e studiato in questi giorni, mi sono informato ascoltando chi sembra decisamente saperne più di me, non occupandomi di questo – non abbiamo nessuno strumento reale per decidere in questo frangente.

La verità è che si è ridotto tutto a uno scontro di tifoserie, che però speculari non sono. Perché gli attivisti del sì, quelli che voto sì perché il mare sono io, quelli che fermiamo le trivelle – o che costruiscono inesistenti correlazioni con le scelte sulle energie rinnovabili e parlano di petrolio, quando niente (o quasi) c’entra, quelli hanno riversato su questo referendum tutto il cemento composto di populismo, ideologia cretina, bieco opportunismo, retorica d’accatto, straccionismo ambientalista di cui erano capaci. Non è più un referendum su una piccola (piccolissima!) scelta che riguarda un segmentino di politica energetica, ma è un plebiscito che tira in ballo il capitalismo, le multinazionali, il petrolio, le multinazionali del petrolio (combo!), l’allarmismo ambientalista, il turismo, il mare più bello del mondo, le cozze, le cozze più buone del mondo, Renzi, il governo Renzi, il governo delle banche, la retorica del piccolo è bello – tutto condito con una saporita salsa NIMBY, che lava le coscienze ed evidentemente anche un po’ i cervelli. Per non parlare, poi, chi tutta questa vulgata la cavalca per spicciolissimo interesse politico, come il buon Emiliano – che vede in questo spaccato populista uno spazietto da ritagliarsi: eccolo subito assurgere alle cronache nazionali come novello paladino del turismo pulito dell’acqua cristallina contro l’aspetto scuro, melmoso e decisamente poco rassicurante del greggio.

Insomma, l’altra faccia, quella del no, cioè del non andare a votare, in mezzo a tutta questa insalata mista di cretinerie si trova spaesata. Non c’è nessun dovere nel voto. Noi, quelli che non andranno a votare con la volontà precisa di far fallire l’ennesimo referendum trattato perniciosamente e cavalcato allo squillo di tromba delle analisi superficiali, ecco noi stiamo tranquilli. Non ci esprimiamo su un argomento di cui sappiamo sostanzialmente poco e che ci compete ancor meno, e ce ne stiamo a casa. Con buona pace di chi vede ogni occasione utile per fare un polpettone di una retorica che non si rassegna al proprio anacronismo.

Trivelle: se questo è il fronte del “SÌ”, impari dalla Svizzera

in politica by

Ho ospitato volentieri la replica di Alessandro Gilioli al mio articolo sul referendum (puntate qui e qui), nel senso di aver detto “si” già prima di leggerla, per predisposizione personale all’apertura al dialogo verso chi vuole dialogare con argomenti. Al costo di annoiare chi legge, però, devo dire (e spiegare perchè), se questi sono gli argomenti, allora tanto vale lasciar perdere. Vado per punti:

  1. Le fonti fossili non sono “liberiste”: questo argomento mi ha fatto girare la testa. Cosa vuol dire? Essere liberisti, qualunque cosa significhi per lui o per me, di certo non vuol dire appartenere a una Chiesa che ha una risposta univoca per ogni questione. E anche dando una definizione abbastanza larga della questione – un liberista è chiunque sia scettico delle capacità di risolvere problemi sociali per vie politiche, e crede invece che i mercati liberi e la concorrenza siano parte integrante del patto sociale – non si vede perchè ne debba discendere una posizione universale sulle fonti fossili. La verità è che spesso molti liberisti sono anche realisti, e vedono che la dipendenza da fonti fossili è nel breve periodo un dato, non una variabile.Allo stesso modo, un liberista che pure riconosce l’utilità di ridurre gli impatti ambientali della produzione di energia non può ignorare che (a) nel breve rinunciare alle fonti fossili che utilizziamo porterebbe sostanzialmente a sostituirle con altre fonti fossili, e peggiori; (b) i sussidi a pioggia alle rinnovabili sono stati un fallimento clamoroso: hanno aumentato a sproposito il costo dell’energia in Italia distruggendo posti di lavoro e PIL (di circa 12 miliardi l’anno, cui bisognerà aggiungere un altro paio di miliardi l’anno per indennizzare le centrali inattive tramite i c.d. capacity payments), hanno rallentato l’innovazione (invece del rent-seeking) e promosso in parallelo la creazione di veicoli, spesso in mano a criminali, messi in piedi solo allo scopo di intercettare i soldi pubblici.
  2. La questione dei “grandi interessi”: Gilioli lascia intendere che una delle buone ragioni per votare SI sia dare una lezione ai soliti capitalisti cattivi, ad esempio quando dice: “sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum)“. Non è il solo: basta cercare su Google per trovare decine di riferimenti ai “loschi interessi”, al “favore fatto ai petrolieri” (nel non fare l’election day). Bene, caro Gilioli e cari tutti: è ora che usciate da questa cazzo di retorica da teenager. Non c’è altro modo di dirlo: argomentare usando lo spauracchio del cattivo capitalista o banchiere, a prescindere e solo in quanto capitalista o banchiere, è inaccettabile e vi porta al livello di Forza Nuova. Questo non implica certamente che i capitalisti o i banchieri siano brave persone a prescindere: ma gli argomenti ad hominem fanno sempre schifo, esattamente come fanno sempre schifo gli argomenti basati su pregiudizi di categoria, esattamente come fanno pena gli argomenti francamente infantili contro la ricchezza. Le persone sane di mente odiano la povertà, non la ricchezza – e vogliono che non ci siano poveri, non che non ci siano ricchi. La distinzione non è di lana caprina. Crescete, per il bene vostro e della sanità del dibattito pubblico. Se il dibattito è inquinato da loschi interessi, allora dica chi e quali sono quelli che influenzano chi e come, con nomi, ragionamenti e riferimenti precisi. Altrimenti è b-a-r-b-a-r-i-e, ok? Esattamente come quando i fascisti parlavano di incomprensibili complotti plutocratici.
  3. La questione dell’astensione: è uno strumento retorico abusato durante la seconda repubblica, quando i quorum sono stati meno frequenti, questo della negazione della legittimità dell’astensione consapevole. Si tratta ovviamente di uno strumento retorico che altri – immagino diversi da Gilioli, visto che di sue posizioni opportunistiche in tal senso non ho memoria (anzi, lui ribadisce il contrario, giusto oggi, anche qui) – hanno mostrato di utilizzare con molta libertà – specialmente a sinistra. Tutti grandi sostenitori del valore della consultazione a prescindere nel 2011 e oggi, ma altrettanto compatti nell’invitare all’astensione solo due anni prima.

Per concludere, torno un’altra volta sulla cornice istituzionale del referendum. Se è vero che del metodo referendario in generale Gilioli è da sempre un coerente sostenitore, lo inviterei a farsi promotore di iniziative per avvicinare la legislazione italiana a quella svizzera. Breve sommario: in Svizzera:

  • non è previsto quorum;
  • i referendum federali necessitano di maggioranze qualificate anche su base cantonale;
  • il governo e le forze che lo sostengono sono obbligati a esprimere una posizione argomentata sul quesito;
  • Ai testi è allegata una breve e oggettiva spiegazione del Consiglio federale, che tenga anche conto delle opinioni di importanti minoranze. Essa deve riprodurre letteralmente le domande figuranti sulla scheda. Nel caso di iniziative popolari e referendum, i comitati promotori trasmettono le proprie argomentazioni al Consiglio federale; questi le riprende nella spiegazione. Il Consiglio federale può rifiutare o modificare dichiarazioni lesive dell’onore, manifestamente contrarie alla verità oppure troppo lunghe. Nella spiegazione sono ammessi rimandi a fonti elettroniche soltanto se gli autori degli stessi dichiarano per scritto che tali fonti non hanno contenuto illecito e non contengono collegamenti a pubblicazioni elettroniche di contenuto illecito (questo è tratto letteralmente dalla Legge che regolamenta i referendum: un esempio anche di civiltà giuridica, data la chiarezza e la comprensibilità, che dovrebbe imbarazzare i giuristi italiani: il resto è qui)
  • per quel che ho visto (ma questo attiene alla cultura e non alla legge), anche le posizioni più folli vengono di solito analizzate sui media da persone di una qualche competenza: in Italia a parlare di quesiti tecnici abbiamo visto il circo dei Zanotelli, Ilaria D’Amico, Finardi, Magdi Allam. Più che la capacità di approfondire, lo stesso servizio “pubblico” della RAI sembrava voler replicare in versione meno brillante il freak show pomeridiano di Cruciani;

Questo è quanto ho da dire. Ovviamente si potrebbe discutere delle questioni tecniche centrali nel referendum. Ma avrete notato che i primi a non farlo, chissà perchè, sono proprio i sostenitori del SI.

I referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute.

in politica by

Ebbene sì, i referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute. Sicuramente, alla mia. Perché io vi giuro che divento pazzo, pazzo! quando leggo le dichiarazioni dei politici quando si tratta di referendum che coinvolgono temi riguardanti la natura. Che poi la chiave di lettura è una, la stessa di molte altre occasioni, fatto salvo che in questi casi è bella in evidenza e nessuno però la afferra per poi correre a chiudere la gabbia di matti. Oppure non serve una chiave, ma anche solo degli auricolari speciali che trasformano le parole dette in parole sottintese. Per esempio:

“Senta, Onorevole XYZ, cosa voterà al prossimo referendum su questo importante tema ambientale?”

(il pubblico si mette le cuffie magiche)

“VOTEREMO COSI’ SOLO PER OPPORCI A PRESCINDERE AGLI AVVERSARI”

Ma seriamente, perché voi credete che a Renzi, Salvini, Meloni o Di Battista fotta qualcosa delle trivelle? Stiamo assistendo a ribaltamenti concettuali pazzeschi, roba da salto triplo senza rete protettiva. Pertanto, guarda un po’, troviamo tutte le opposizioni serrate a favore di un referendum che, sempre casualmente, è fonte di una decisione del governo, con quest’ultimo come da copione che invece di entrare a gamba tesa e spiegare per filo e per segno perché sia una legge da mantenere, vivacchia e fa finta di niente, complice il (mal)funzionamento del sistema del quorum.

Quindi, per fare un po’ di esempi.

Salvini, Meloni, e M5S si dichiarano favorevoli alla chiusura di centri di produzione italiana, dove lavorano italiani, che pagano le tasse allo Stato italiano. Meglio quindi importare tutto da paesi stranieri (magari quelli arabi!) che tanto la produzione interna è poca cosa. Eh, ma l’olio tunisino allora? “Guai a chi tocca la produzione italiana a favore dei paesi stranieri! Ecco le facce dei criminali che hanno abolito i dazi!”

Dall’altra parte della barricata, stesso identico imbarazzo. Vi ricordate come il PD spalleggiava sornione i movimenti “per l’acqua pubblica”, nonostante lo stesso Bersani fosse favorevole al Decreto Ronchi? E quindi, l’acqua del mare non dev’essere pubblica quanto quella del rubinetto? Il silenzio del Governo di adesso mi ricorda lo stesso identico silenzio di quello del 2011, come già giustamente notato da altri su questo blog.

Pertanto, vi prego, vi scongiuro: fateli questi referendum, ma non chiedete un parere ai politici. Sembrerà assurdo, lo so, ma vi giuro che alla fine vi sentirete meglio.

La vecchia Fiamma: storia della destra dall’MSI alla Meloni

in politica by

Dato che di recente è apparso un articolo sul PD di cui condivido il contenuto, in questo contributo cercherò di analizzare ciò che succede in un’altra area che “viene da lontano”: la destra post fascista.

Forse a chi legge non pare possibile ma lo scontro che si sta svolgendo in casa ex An è forse più duro di quello che si sta svolgendo nel PD. Se per gli ex comunisti, specialmente tra gli iscritti, la lotta nel partito viene percepita come una lotta generazionale, per i neri lo scontro è per lo più politico.

Tutte le parti in campo amano riscaldarsi al tepore della Fiamma, ognuna ritiene però di sapere interpretarne l’essenza. Prima però una brevissima cronistoria.

Nel 93 in pochi nell’ MSI non lessero il l’articolo di Storace sul Secolo d’Italia con grande entusiasmo. L’articolo dell’allora portavoce di Fini rilanciava l’ipotesi di una unione dei missini con altri soggetti politici conservatori e comunque di diversa provenienza politica, e poco dopo cominciarono ad arrivare i primi successi. Il 35,5% di Fini a Roma e il 31% della Mussolini a Napoli aprirono la strada all’abbraccio con Berlusconi e i moderati. Da quel momento in avanti una classe politica formata ai margini del potere entrò nel palazzo dalla porta principale e, sopratutto, ci entrò compatta.

I corridoi dei ministeri si dimostrarono però insidiosi e quel gruppo prima si logorò, poi si divise tra le braccia di Berlusconi. Il loro leader, Gianfranco Fini, pensando che il Cavaliere fosse prossimo a dipartita, iniziò un processo volto a rendere lui e i suoi fedelissimi presentabili internamente e internazionalmente. Operazione delicata che tra viaggi in Israele, denunce del fascismo e aperture alla borghesia liberale stava dando i suoi frutti. La formazione del partito il Popolo delle Libertà sembrava pertanto essere il compimento di un lavoro politico minuzioso durato quasi vent’anni. In molti rimasero delusi quando il Cavaliere decise di non lasciare. A quel punto ricordiamo lo strappo di Fini, l’autunno in cui sembrava che quel colpo potesse uccidere Berlusconi oltre che il tentativo di saldarsi a Monti. Dallo strappo con Silvio in avanti la figura di Fini ha però conosciuto un rapido declino culminato con l’esclusione dal parlamento alle politiche del 2013 (sedeva a Montecitorio dall’83).

A questo punto tre domande sorgono spontanee: Cos’è rimasto di quel gruppo dopo la morte politica del loro leader? Il processo politico cominciato da Fini può essere rilevato da qualcun altro? Esiste uno spazio politico per la Destra in Italia?

Alcuni seguirono Fini (Ronchi, Menia, Urso e Buonfiglio o come il fedelissimo Bocchino). Altri ne criticarono aspramente la scelta e si aggrapparono a Berlusconi (Gasparri, La Russa e la Meloni). Ci fu poi chi, come Gianni Alemanno, per la posizione che ricopriva, restò ambiguo. Altri ancora avevano già abbandonato Fini quando venne fondato il PDL (vedi Storace). Insomma, quel blocco granitico che aveva resistito alle molotov e alle chiavi inglesi non riuscì a resistere alle ambizioni dei suoi colonnelli.

Data la scarsa popolarità di Monti e del suo governo, oltre che dalla paura di un’epurazione preventiva dalle liste del PDL, una parte consistente degli ex AN fondarono Fratelli d’Italia e cominciarono ad opporsi al governo tecnico e alle sue politiche.

Ricapitolando: da un lato Fini, che aveva passato una vita a guardare al centro, dall’altro La Russa e Meloni che intravedevano nella crisi europea ed italiana la fine di una possibile saldatura tra la borghesia filoeuropeista e la destra popolare. Fini andò contro il muro, Fratelli d’Italia non sfondò ma prese l’egemonia di quel mondo pur senza potere accedere ai fondi della Fondazione AN. Alla fine del 2013 venne presentata da Meloni-La Russa-Alemanno la richiesta di concedere a Fratelli D’Italia il logo di Alleanza Nazionale per un anno e l’assemblea della Fondazione si espresse favorevolmente.

Nel 2014 la Meloni venne elette presidente del Partito e cominciò un’operazione di avvicinamento alla Lega di Salvini, condividendo con i lumbard molte battaglie all’opposizione dei governi Letta e Renzi oltre che contro le politiche europee.

Nel 2015 è andato in scena il penultimo atto della saga all’assemblea della Fondazione AN. Da un lato i “quarantenni” (Bonelli, Facci, Orsomarso, Santoro, Vignale e Urzì più Fini e Alemanno) che auspicavano la nascita di una associazione che racchiudesse tutte le anime della destra . E dall’altro gli esponenti di Forza Italia (Gasparri e Matteoli) e Fratelli-d’Italia-An (Meloni e La Russa) per i quali sia la destra che i moderati avevano già i loro partiti di riferimento in parlamento. I secondi l’hanno spuntata, per il momento però i 180 milioni di euro della Fondazione non si toccano.

Atto ultimo. Elezioni di Roma. Meloni rompe con Berlusconi. Rinforza l’asse con Salvini con il quale spera di costruire l’unico polo di opposizione a Renzi a destra. Cip e Ciop sono convinti che i becchini abbiano già l’indirizzo di Arcore. Fini , Alemanno e i quarantenni stanno con Storace( della serie a volte si ritorna amici). Certo è che tra flussi di migranti, la disoccupazione elevata e l’Europa in cortocircuito la fiamma potrebbe tornare ad ardere. In Francia la destra avanza, in Grecia e nella penisola iberica no. In Italia? Vedremo.

Trivelle: è la difesa ad essere imbarazzante

in giornalismo/politica by

Ricevo, e volentieri pubblico una replica al mio post di ieri, a cura di Alessandro Gilioli

“C’è una buona ragione per apprezzare il post di Luca Mazzone sul referendum del 17 aprile: perché ne parla.

Mai si era vista infatti, nella storia dei referendum, italiani, una cortina di silenzio così solida attorno a una consultazione popolare, quale che ne sia l’argomento. Siamo a meno di tre settimane dal voto e sia sul servizio pubblico sia sulle emittenti private lo spazio dedicato al referendum è a ridosso dello zero. Siamo al contrario esatto di quanto terrorizzato da Einaudi, cioè il celebre “conoscere per deliberare”. A fronte di una conoscenza prossima al niente, presumibile che la maggior parte delle persone non riterrà di deliberare: peccato che, astenendosi, comunque delibererà, cioè porterà a una scelta.

Vedo che è molto scarsa la sensibilità in merito di Mazzone e che anzi egli non si imbarazza ad assommare l’astensione di chi non vuole cambiare la legge (e non ha la lealtà di votare No) a chi semplicemente non andrà a votare perché non informato e non sensibilizzato sul tema: pazienza, ma questi si chiamano giochetti di convenienza e sono il contrario esatto della politica come confronto etico onesto e leale, così come ce l’hanno insegnato Pannella e i radicali. A proposito, vedo che Mazzone si duole molto per la campagna a suo dire allarmista di chi è contrario alle trivelle vicine alle coste: lo capisco, anche a me i toni lontani dall’understatement e dai contenuti reali danno spesso fastidio. Tuttavia si sa che l’urlo è l’arma delle minoranza silenziate e anche questo – toh – è un insegnamento radicale: quante volte Pannella ci ha strillato di assassinio della Costituzione e di omicidio della democrazia, e con toni assai apocalittici, nello sforzo di farsi ascoltare, di ottenere quell’attenzione che gli veniva negata dai media di regime? È normale – e più che accettabile – una certa enfatizzazione dello scontro per reagire al cloroformio.

Sul resto, sui temi del referendum, Mazzone parla poco. Peccato, perché sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum), sui reali effetti quanto a posti di lavoro di una chiusura che sarebbe progressiva dal 2018 al 2035; ma sarebbe anche interessante il parere di un liberista su una modalità di capitalismo anti competitiva e anticoncorrenziale come quella sottoposta a referendum, che protegge le rendite di posizione a discapito dei newcomer.

Più in generale, sarebbe interessante vedere quali argomenti a favore della contemporaneità tecnologica e dell’economia del futuro si possono addurre nella difesa di un modello economico novecentesco basato su combustibili fossili. O forse, per usare una parola evidentemente cara al nostro difensore delle trivelle, più che interessante sarebbe – per lui – parecchio imbarazzante”

Trivelle: un referendum imbarazzante

in economia/politica by

Con un sistema politico al collasso e in perdita quasi irreversibile di credibilità, non stupisce che si assista a periodiche fiammate populiste di fronte alle quali governi anche ben indirizzati sono incapaci di opporre una voce ferma, o anche solo condurre il dibattito presentando una opinione ragionata e dati a supporto.

Questo è stato il caso nel 2011, con il triste silenzio della maggioranza di centrodestra, e l’infame voltafaccia opportunista del centrosinistra: Berlusconi e Bersani non difesero una riforma dei servizi pubblici locali che pure entrambi avevano sostenuto anche con atti concreti in Parlamento. Con un sistema ancora piú abborracciato a una stabilità di governo che dipende inesorabilmente dal contenimento dei grillini, oggi questi dettano l’agenda politica sui temi ogniqualvolta alzano la voce: per non rischiare di perdere consensi si è costretti a inseguirli su ogni cosa.

Questo, purtroppo, è anche il caso della campagna di squallida disinformazione portata avanti dalle associazioni “ambientaliste” nel caso del referendum delle trivelle. Il referendum del 17 Aprile include un quesito unico sopravvissuto a una campagna su piú temi portata avanti, tra gli altri, da un Civati in versione sfascista di cui si è parlato qui. Primo sponsor politico della campagna, il governatore pugliese Emiliano: uno che non se ne fa mancare una, dai tempi in cui sosteneva la necessità di compensare i professori meridionali vincitori di cattedre al Nord, chiamandoli “deportati”. Un utile riassunto di cosa c’è in ballo si puó trovare anche su fonti di informazione “di sinistra” come ilPost, non c’è bisogno di chiedere all’ENI: si veda, ad esempio, qui .

La campagna di sigle come Greenpeace, invece, mira unicamente a confondere le acque. Tra le altre cose, gli attivisti:

  • affermano che le royalties italiane siano le piú basse del mondo; ma questo non solo non è vero, è proprio una informazione che tratta in maniera disonesta una materia complessa! Si veda, ad esempio, la guida alle politiche sull’estrazione di idrocarburi realizzata dalla società Ernst & Young, qui. Alcuni paesi, ad esempio il Regno Unito, non applicano alcuna aliquota per le royalties, e incamerano entrate da estrazione solo con le tasse sulle imprese! Altri paesi, primariamente in via di sviluppo, applicano tassi disomogenei che dipendono dalla quantità di materiale estratto. Fare paragoni è molto difficile, ma non esiste una formulazione in cui Greenpeace stia dicendo la verità sul tema.
  • impostano la campagna sulla paura delle perdite di petrolio, quando la questione riguarda principalmente l’estrazione di gas: la produzione di grezzo a mare nel 2009 è stata in totale di 525.905 tonnellate, a fronte di 4.024.912 tonnellate di gas (fonte qui), e si tratta peraltro di piattaforme considerate molto sicure – anche perchè la tecnologia per la messa in sicurezza delle piattaforme off-shore è quasi tutta una eccellenza italiana. Tecnologia che viene applicata moltissimo nel mare del Nord, dove si trovano 450 piattaforme petrolifere per lo più norvegesi e britanniche. Chi agita lo spettro del più grande disastro della storia delle piattaforme, cioè quello di BP nel Golfo, omette di indicare che gli studi condotti a cinque anni di distanza sono molto meno unanimi nel parlare di disastro irrecuperabile di quanto non sembrasse all’inizio (vedasi qui e qui). Immagini come quella che segue sono disoneste, fuorvianti, disinformative:

 

social_trivelle

 

  • sostengono posizioni irrealistiche sul tipo di mix energetico che emergerebbe a conseguenza di un “Si”. Poichè l’effetto di breve riguarderebbe principalmente una diminuzione delle estrazioni di gas, l’effetto più probabile sarebbe quello di aumentarne l’importazione – il che, dal momento che per l’opposizione spesso degli stessi soggetti è impossibile da farsi per via di gasdotti, implica l’approdo di un numero maggiore di navi, quelle si più inquinanti e pericolose.
  • rappresentano l’Italia come un Paese dotato di un mix energetico sbilanciato nella direzione dei combustibili fossili. Questo fa ridere perchè, almeno in questa dimensione, il mix energetico italiano sarebbe peggiore solo di quello francese – a meno che come spesso accade non si sia altrettanto ostili al nucleare, nel qual caso il nostro Paese sarebbe il modello da imitare, e non il contrario. Si vedano i dati:

12903565_10153379943515588_633089928_o 12900142_10153379943340588_1553449921_n 12910203_10153379943230588_1442200478_n

 

L’intera campagna è diventata uno spaventoso caso di fanatismo collettivo basato su sogni e rappresentazioni utopiche, nel rifiuto totale di ogni valutazione mediata e meditata, e nella fuga dei corpi intermedi, dei partiti e delle istituzioni da ogni capacità di migliorare la qualità del dibattito.

L’ultima volta che ho controllato, il voto era un dovere solo nelle democrazie plebiscitarie. Tanto più quando votando si aumenta il rischio di ulteriori interventi politici nella vita di cittadini e imprese, in nome del fanatismo ideologico di minoranze che ,complici l’ignoranza e la malafede dei media, vogliono vendere il referendum come un voto su cose che parlano d’altro.

In questi casi l’astensione è un diritto il cui esercizio assume quasi i contorni di un dovere morale. Chi fa la morale sull’importanza del voto si impegni perché venga abolito il quorum, o perché vengano garantiti spazi informativi seri, autorevoli e ad ampia diffusione sulle materie referendarie.

1 2 3 4 5 30
Go to Top