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Le tre posizioni della sinistra radicale a proposito di Paesi Arabi

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La crisi ideologica che la sinistra sta attraversando la porta ad assumere posizioni molto eterogenee in materia di politica estera. In particolare sulla questione islamica e il rapporto con i Paesi arabi emergono differenze profonde nel modo di concepire la politica da parte delle diverse fazioni radicali. Possiamo individuare almeno tre filoni di pensiero che vanno per la maggiore: gli antiamericani, i movimentisti e i destabilizzatori.

    1. ANTIAMERICANISTI: l’antiamericanismo è una componente trasversale della sinistra; c’è però una parte di essa che pur di limitare l’egemonia statunitense ha cominciato a vedere in Putin una guida (anche a destra abbiamo posizioni di questo tipo). Poco importa la politica interna del presidente russo e il suo imperialismo ai confini dell’ex URSS: per questi orfani della guerra fredda l’unica cosa che conta veramente è costruire un polo alternativo che possa contrastare gli americani. In Ucraina, Georgia e recentemente in Siria il presidente russo si è guadagnato tante medaglie su questo versante. Nietzsche diceva che se vuoi combattere i draghi devi diventare un drago: per quest’area di sinistra tale principio è diventato un faro. Non riuscendo a percepire la Cina come attore antiamericano, dato l’intreccio di relazioni commerciali e finanziarie tra i due Paesi, la Russia viene vista come l’unico attore indipendente in grado di creare un contropotere internazionale. Gli antiamericani cercano di essere realisti, come le altre correnti hanno una venerazione per i curdi e il loro movimento, ma al contrario dei movimentisti non credono alla capacità di questi gruppi di emanciparsi da soli senza l’aiuto di una potenza forte alle spalle. Lo stesso tipo di ragionamento prevale nella loro considerazione sull’Egitto di al-Sisi: meglio il dirigismo economico e lo stato di polizia rispetto alla disorganizzazione movimenti sindacali e islamici che gli fanno opposizione. Gli antiamericani di sinistra difficilmente perdoneranno gli attacchi della Nato in Libia che hanno lasciato il paese nel caos, in mano ai fanatici religiosi, ai terroristi e ai militari. L’analisi sulla situazione libica rafforza l’idea che hanno del potere, quello che temono è la sua assenza e la mancanza di un’opposizione al grande “Satana americano”. In fondo sono cultori della potenza, retaggio di un bolscevismo che fu e che è ben radicato nel pensiero occidentale.

 

    1. MOVIMENTISTI: essi rifiutano ogni forma di imperialismo, compreso quello russo. Credono che l’esempio dato dal popolo curdo sia la strada da seguire. Hanno visto di  buon occhio le primavere arabe e tutti i moti di rivolta contro l’establishment. Al contrario dei compagni filorussi e alsisiani non hanno mai perdonato il patto tra al-Sisi e il premier israeliano Netanyahu in funzione di contrasto ad Hamas. Non considerano il fattore religioso come un discrimine nelle loro prese di posizione, simpatizzano più per Hamas che per al-Fatah, rimangono però anti-Isis e sostengono i movimenti sindacali tunisini. Si mantengono spontaneisti sempre e comunque, anche quando ciò crea dei cortocircuiti ideologici. È una sinistra  che in Italia affonda le radici nel movimento del ’77, nel decostruzionismo oltre che nell’anarchismo spagnolo degli anni Trenta: la storia li ha sempre schiacciati, ma mai annientati. Sono la maggioranza dei frequentatori dei centri sociali più politicizzati del Nord Italia e alcuni di loro sono andati a combattere in prima persona, fianco a fianco, in una sorta di brigate internazionali 2.0.

 

  1. DESTABILIZZATORI: questi ultimi credono che qualunque forma di intralcio al funzionamento del capitalismo internazionale possa essere considerata positiva. Sono spinti dall’idea che “il nemico del mio nemico sia un amico” e, pertanto, gli attentati in Europa non sono che una reazione della violenza che l’Occidente porta in giro per il mondo; la riemersione del fattore religioso è visto come un fenomeno positivo in quanto forma di resistenza al nichilismo del società dei consumi; la crisi economica appare come un momento di confusione più che di rivoluzione (chissà poi quale…). I più noti di loro si definiscono allievi indipendenti di Marx, dicono di avere meditato la questione della tecnica oltre all’opera di Pasolini e di Gramsci (vedi Fusaro); come spesso accade, però, i sincretisti finiscono per diventare dei “sincretini” e gli allievi indipendenti verrebbero pesantemente bocciati dal maestro di riferimento. Quest’area della sinistra è presente nei talk show e trova spazio nei giornali (proprio perché innocua), non ha una base definita ma nella confusione generale crea consensi anche fuori dall’alveo della sinistra radicale (principalmente destra estrema, cattolici reazionari e populisti vari).

Cari comunisti, Israele è roba vostra

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Un paio di post fa si è mostrata l’incompatibilità teorica tra comunismo e qualsiasi forma di dottrina religiosa, tuttavia è risaputo che  durante la guerra fredda i rapporti tra i comunisti e gli stati islamici furono intensi e duraturi. Ciò che è meno noto è il fatto che senza l’apporto dei comunisti non sarebbe mai nato lo stato di Israele. Visto che la questione israeliana è uno dei verminai del secondo Novecento, per il quale ancora oggi si è lontani da trovare un rimedio, vale la pena approfondire il tema.

Riflessioni di questo tipo possono sembrare un’assurdità per i duri e puri della sinistra moderna, non bisogna però dimenticare che la maggior parte degli alti gradi del partito bolscevico della prima ora erano composti da ebrei: Zinov’ev, Trotsky e persino Lenin, che aveva parenti ebrei.

Tale preponderanza della componente israelitica, seppur laica, spinse politici del calibro di Churchill a considerare il comunismo come un “complotto del giudaismo internazionale” (esternazione già sentita, vero?). A ben guardare erano pochi gli stati membri in Europa orientale nei quali gli ebrei non fossero ai vertici del Partito: in Ungheria i padri del comunismo come Kun erano ebrei, a Praga ̶  per dirla con le parole di Gobbeles  ̶  i medesimi ebrei “infestavano il governo”; erano inoltre ebrei anche i filosofi di rifermento come Lukács e, nemmeno a dirlo, Karl Marx.

Al termine della seconda guerra mondiale, per tenere fede alla dichiarazione Balfour, oltre che sull’onda emotiva di ciò che era successo durante il conflitto, l’ONU riconobbe lo Stato di Israele, al quale doveva essere affiancato uno stato palestinese. L’intervento americano e occidentale in assemblea fu tiepido, mentre furono decisivi il voto e l’arringa dell’URSS: ciò contribuì a far scoppiare il primo conflitto arabo-israeliano. Per Israele era in gioco la propria esistenza, gli stati arabi lottavano per una parte del territorio che consideravano loro; nel mezzo c’erano i palestinesi, privi di esercito e ritenuti dai loro fratelli arabi scevri da ogni diritto.

Per farla breve, Israele si salvò grazie agli ingenti aiuti militari e logistici forniti dai comunisti cecoslovacchi. In questa prima fase della nascita dello stato di Israele gli USA mantennero le distanze, poiché pensavano di compromettere i rapporti con i partner commerciali arabi; d’altro canto inglesi e francesi erano fortemente contrari alla formazione di uno stato che minava la loro influenza nell’area. La tensione internazionale crebbe quando gli USA protestarono ufficialmente con il governo cecoslovacco a causa dell’aiuto “illegale” procurato da quest’ultimo agli ebrei di Palestina.

Resta da spiegare perché i comunisti cecoslovacchi aiutarono Israele. A questo proposito bisogna ribadire che a Praga gli ebrei si trovavano in tutti i gangli del Partito, per di più la Cecoslovacchia era il paese sovietico in cui il numero di sinagoghe era aumentato maggiormente durante i primi anni di comunismo. A quel tempo si pensava inoltre che Israele si sarebbe potuto unire all’Internazionale Comunista in un numero esiguo di anni.

Dopo la vittoria della guerra Israele si consolidò e nel giro di pochi mesi si assistette a uno dei più grandi stravolgimenti delle relazioni internazionali che si ricordi, con gli USA a sostegno dello stato di Ben Gurion e l’URSS sempre più distante nei confronti degli ebrei, sia dentro che fuori dai propri confini. In seguito iniziarono le purghe interne e le denunce di fantomatici complotti giudeo-capitalisti (dovuti alla definitiva affermazione del panslavismo sostenuto fermamente da Stalin), ci fu l’eliminazione di molti quadri in Ungheria e Cecoslovacchia durante le rispettive “rivoluzioni”, infine si ebbe l’avvicinamento all’asse arabo prima e al movimento di liberazione palestinese poi.

Questa è una pagina della storia del movimento comunista mondiale che rimane sempre nelle retrovie. I “compagni”  di oggi, rigorosamente antisionisti, spesso non la conoscono nemmeno. Da un lato ciò va imputato al fatto che quasi tutta la sinistra radicale odierna ripudia l’esperienza sovietica  ritenuta deviata dallo stalinismo. Dall’altro lato i reduci più ortodossi si sono anagraficamente formati un momento in cui l’Urss e i partiti comunisti occidentali sostenevano la causa palestinese. Nei primo anni 50 la situazione era un po’ più complessa: le alleanze sovietiche vanno considerate come contingenti, ricordando che il fattore religioso fu sempre impiegato in base a interessi di potenziamento e di influenza specifici della potenza comunista.

Partito Radicale for dummies

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Dopo il Congresso del Partito Radicale che ha avuto luogo nel carcere di Rebibbia dall’1 al 3 settembre 2016, alcune persone mi hanno chiesto delucidazioni sui radicali, sul loro assetto, sulle loro proprietà e sulla loro struttura.
Questo post, nel quale non esprimerò pareri personali né considerazioni politiche (riservandomi, eventualmente, di farlo in un secondo momento), è un contributo di conoscenza per chi mi ha posto quelle domande, e per tanti altri che pur non avendomele fatte siano interessati a capire un po’ meglio come stanno le cose.

LA GALASSIA
La cosiddetta “galassia radicale” è organizzata nel modo che segue. Al centro c’è il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito (PRNTT), registrato dal 1995 come ONG presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, e attorno ad esso vi sono i “soggetti costituenti”, cioè le varie associazioni territoriali o tematiche che lo costituiscono: Radicali Italiani, Associazione Luca Coscioni, Nessuno Tocchi Caino, No Peace Without Justice, ERA (Esperanto Radikala Asocio), Certi Diritti, Anticlericale.net.
Queste associazioni, fino al Congresso di Rebibbia dello scorso fine settimana (ci torneremo) che ha “sospeso” l’organo, formavano, ciascuna con i suoi due massimi esponenti (leggasi: segretario e tesoriere), il Senato del Partito Radicale, con funzioni di coordinamento e, in taluni casi, di supplenza ad altri organi statutari.

LE QUOTE DI ISCRIZIONE
Questa configurazione a “galassia” ha anche degli importanti risvolti a livello di iscrizioni. Infatti è possibile iscriversi al PRNTT, sia ai singoli soggetti costituenti, con ciò finanziandoli direttamente, ovvero fare la cosiddetta iscrizione “a pacchetto”, che per una cifra forfettaria di 590 euro comporta l’iscrizione contestuale sia al Partito, sia ai soggetti costituenti. La differenza tra i due casi è che l’importo delle iscrizioni “a pacchetto” non viene ripartito tra tutti i soggetti, ma affluisce interamente nelle casse del PRNTT, quale contributo ai “costi comuni” (sede, utenze ecc.).

LE PROPRIETA’
La proprietà dei beni “radicali”, vale a dire degli immobili (la sede di Torre Argentina e la sede della radio di via Principe Amedeo), delle frequenze radiofoniche di Radio Radicale, dell’archivio e dei simboli, non è del PRNTT, come il concetto di “galassia” che ho appena spiegato lascerebbe presumere, ma di altri soggetti.
In particolare, la sede di Torre Argentina è di proprietà di una società chiamata “Torre Argentina Servizi SpA”, mentre le frequenze e la sede di Radio Radicale sono di proprietà di un’altra società chiamata “Centro di Produzione SpA”.
Le azioni di dette società sono così ripartite: la “Torre Argentina Servizi SpA” è (fatti salvi gli spicci) per 3/4 di un’associazione denominata “Lista Politica Nazionale Marco Pannella” e per poco meno di 1/4 della “Centro di Produzione SpA”; mentre la “Centro di Produzione SpA” è di proprietà della suddetta “Lista Politica Nazionale Marco Pannella” per circa il 52%.
Ne consegue che la “Lista Politica Nazionale Marco Pannella”, oltre a essere diventata, di recente, direttamente proprietaria dell’archivio e dei simboli radicali, controlla entrambe le società che a loro volta sono proprietarie degli immobili e delle frequenze. Si tratta di un’associazione alla quale non è possibile iscriversi liberamente, essendo necessaria una delibera di “ammissione” da parte dell’assemblea (e perciò degli altri soci), che prima della morte di Marco Pannella era composta da Marco Pannella stesso e da Laura Arconti, Rita Bernardini, Aurelio Candido e Maurizio Turco, mentre attualmente è composta solo dagli ultimi quattro.

COSA HA DECISO IL CONGRESSO
Il Congresso di Rebibbia non è stato convocato dal segretario del partito (Demba Traoré, che da anni non partecipa all’attività politica), ma attraverso una raccolta firme promossa tra gli iscritti dal primo firmatario Maurizio Turco, come previsto dallo statuto.
La mozione generale approvata in chiusura di congresso non ha eletto le cariche statutarie, ha stabilito di sospendere tutti gli organi del PRNTT (il Segretario, il Tesoriere, il Senato, il Regolamento, l’Assemblea dei Legislatori, il Consiglio Generale, i Congressi di area, il Comitato di Coordinamento, il Presidente d’Onore), con la sola eccezione del Congresso ordinario biennale (che tuttavia a norma di statuto può essere convocato solo dal Segretario, la cui figura, però, è stata sospesa, o in mancanza dal Senato, anch’esso sospeso), di affidare alla Presidenza del Congresso (con il coordinamento di Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio D’Elia e Maurizio Turco) la responsabilità di assumere tutte le iniziative necessarie al conseguimento degli obiettivi, di attribuire la rappresentanza legale del Partito (oltre alla facoltà di proporre ogni azione giudiziaria per la tutela dei diritti e degli interessi del Partito, di nominare avvocati e procuratori) a Maurizio Turco, e di attivare tutte le procedure per la liquidazione (a quanto pare senza la necessità di un ulteriore passaggio congressuale) qualora non venga raggiunto l’obiettivo dei 3.000 iscritti nel 2017 e altrettanti nel 2018: il che comporta, a quanto è dato capire, che in mancanza del raggiungimento di tali condizioni il Congresso ordinario non verrà più convocato.

Il requiem del garantismo nell’opinione pubblica

in giornalismo/politica by

Ce l’hanno fatta, alla fine, e non era poi così difficile da prevedere. Nel ciclone retorico dell’onestà come virtù cardinale della scienza politica e Pietra Filosofale della cosa pubblica, dalle virtù taumaturgiche e ricostituenti, è successo l’inevitabile. Il dibattito pubblico, che già non godeva negli ultimi anni berlusconiani di una salute di ferro, si è degradato al punto tale da dare per scontato il livello ridicolo e tossico in cui versa.

Il MoVimento 5 Stelle è, come sempre più spesso accade di questi tempi, concausa e cartina al tornasole del fenomeno. Per quanto non in qualità di pioniere, ma certamente di abile fantino, il grillismo ha cavalcato per anni l’ondata di indignazione automatica per le inchieste della politica. L’equazione messa in piedi dal M5S e dalle sue penne feroci e gli organi stampa che dirigono – e che in questo hanno avuto, nella nostrana stampa di sinistra, dei degni maestri – è quella per cui a indagine corrisponde condanna. Un avviso di garanzia è di per sé una testimonianza di colpevolezza, e il triangolo magistratura-giornalismo-speculazione politica non ha fatto prigionieri in questa certosina attività di pessima informazione. Anche la semantica ne è uscita sconvolta: l’avviso di garanzia, da ruolo appunto di garanzia che aveva, è diventata  marchio d’infamia, roba che sarebbe quasi meglio non notificare niente.

Tutta questa palude maleodorante è stata trattata come una fonte d’acqua cristallina finché questo si è rivelato utile a sobillare gli elettori, ma il pantano era prevedibilmente dietro l’angolo. Pizzarotti prima, poi Nogarin, ora il caos della giunta Raggi: chi assume ruoli di governo rischia di subire delle indagini. È una cosa normale, naturale, addirittura sana, se solo non fosse stata criminalizzata fino al giorno prima, gallina d’oro del consenso facile. E il cortocircuito è servito: sul Fatto Quotidiano è in scena uno psicodramma, mentre Di Maio rinuncia alle trasmissioni TV per non doversi trovare nell’imbarazzo di giustificare la propria irresponsabilità prima e incoerenza poi, e Di Battista sospende il tour che lo ha visto impegnato in una sorta di Festivalbar dei bei tempi, solo molto più noioso. Viene il sospetto, e un po’ la speranza, che non abbia più voce.

La cosa autenticamente disgustosa di tutto questo carnevale è, come già detto, che lo stiamo dando per scontato. È regolare e ben accettato ingessare il dibattito pubblico intorno alle iscrizioni nel registro degli indagati e agli atti dovuti che ne conseguono. Siamo completamente assuefatti alla morte del garantismo, quantomeno nella pubblica opinione, alla tavola della quale quasi nessuno che si alzi, batta forte con la punta della forchetta sul bicchiere di cristallo per poi frantumarlo a terra, e nel glaciale silenzio che ne consegue urli: “Ma siete impazziti? Tutti quanti? Tutti insieme? Vi rendete conto di cosa stiamo scrivendo e dicendo, con che faciloneria?”. Niente: si discute serenamente, quasi davanti a una tazza di tè, se dimettersi o non dimettersi, se c’è stata poca o adeguata trasparenza. Il pozzo l’avete avvelenato, e ora da lì vi tocca attingere intere caraffe. Che ci beviamo noi.

Prospettive marxiane sull’Islam: religione e conflitto

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È ricorrente in ambienti conservatori l’analogia tra islam e comunismo come minaccia per il sistema liberale occidentale. In alcuni casi di faciloneria, si arriva ad ipotizzare vere e proprie alleanze tra i reduci del dio che ha fallito e i musulmani. Una analisi seria del tema richiederebbe piuttosto di complicare la questione prendendone in considerazione i diversi aspetti, tra i quali innanzitutto la compatibilità teorica del comunismo con un sistema religioso. 

Nella dottrina di impianto marxiano a cui facciamo riferimento per definire il comunismo, l’epoca moderna coincide con il capitalismo: viviamo cioè all’interno di un sistema economico storicamente determinato che non è altro che il prodotto del processo storico, quel movimento che vede l’uomo produttore dell’uomo attraverso il lavoro. Il capitalismo è inoltre quella situazione umana in cui l’uomo è considerato altro dall’uomo. L’uomo, aristotelicamente animale sociale, non si percepisce più come tale. Nel capitalismo egli si identifica sempre in quanto produttore  ma non come produttore sociale di “cose” destinate a un uso sociale. In tal modo l’uomo si  interpreta a partire dalle cose che produce come se gli fossero estranee: come se esse, dotate di esistenza autonoma, determinassero il suo essere. Le cose prodotte a questo punto diventano disumane, merce. Il capitalismo è il modo di produzione che si basa su questa apparenza falsa e falsante che pertanto si lega a un totale disconoscimento dell’essenza dell’uomo.

La società capitalista, formata da persone libere che interagiscono sul libero mercato, e che dunque si presenta, nel vulgata liberale, come l’emancipazione dell’uomo dagli arbitri del potere  religioso per rimetterlo alle leggi dell’economia e del libero scambio, è considerata la distorsione suprema di tale libertà. Il problema di Marx è stato dunque quello di analizzare tale distorsione e di avviare un pensiero della “liberazione” che nulla ha che fare con qualsivoglia forma di religione, ritenuta al contrario un elemento sovrastrutturale prodotto dalle classi dominanti per perpetrare lo sfruttamento di una classe sulle altre (il famoso oppio dei popoli).

Marx è molto chiaro nel definire il fattore religioso, all’interno della società capitalista, come semplice folklore. Questo vale per ogni tipo di religione e sopratutto per il cattolicesimo e per l’islam che chiamiamo “radicale”. Ogni forma di orientamento religioso può essere accettata all’interno del sistema capitalistico solo a condizione e fino al punto di non intralciare il movimento di valorizzazione del valore. Alcuni esempi: il divieto del prestito a interesse islamico non è più compatibile con il sistema vigente in maniera sistemica (seppur esistano forme marginali di “finanza islamica”), la cessione del mantello cristiana un ricordo lontano (lo era già…), il “dare a cesare quel che è di Cesare” presuppone un Cesare che riconosca un dio che gli indichi la sua competenza e questo è sparito da Westfalia etc. Pertanto per un comunista, laddove l’elemento religioso sia forte come nell’islam, ci si trova davanti a una società a un livello di sviluppo storico precedente a quello capitalistico.

Un elemento che accomuna senz’altro comunismo e islam, e che per le società liberali è un grosso problema, è il tema del conflitto. Per un comunista la realtà non è armonica  ma è un movimento di contrapposizioni: l’ente viene percepito come lotta di classe allorché il capitalismo e l’economia politica predicano l’armonia distributiva – ovvero un “giusto” compenso dei fattori di produzione terra, lavoro e capitale garantito dal “libero” mercato.

Anche l’islam che chiamiamo radicale è caratterizzato da un alto tasso di conflittualità che può creare instabilità al processo di valorizzazione del valore. Tuttavia, al di là dei tragici episodi che si sono verificati in Occidente dall’attentato alle Twin Towers a oggi, l’islam radicale non sembra rappresentare ad oggi una minaccia sistemica. Le società islamiche non si sono al momento mostrate in grado di mobilitare le proprie risorse a un livello di potenza paragonabile a quello occidentale, nonostante il programma nucleare iraniano sia una spia che ciò non è impossibile.
Resta però un dato fondamentale: terrorismo e “guerra santa” possono destabilizzare momentaneamente il sistema, provocando turbolenze su mercati borsistici e nel panorama politico-elettorali dei paesi colpiti.

Abolire l’ONU

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Questo articolo citerà sette cose, in ordine sparso, che avrebbero gettato discredito su qualunque organizzazione. Esistono ovviamente decine e decine di inside stories che chi ha lavorato nell’ambiente conosce, quindi la lista non è esaustiva – neanche delle informazioni pubbliche, di cui qui si propone una rassegna evocativa.

Le Nazioni Unite nascono dopo la Seconda Guerra Mondiale per perpetuare su larga scala le inefficienze e gli insuccessi della Società delle Nazioni – se per stoltezza o per malafede dei proponenti, questo non è dato saperlo. Negli anni, oltre alle ambizioni di stabilire una sorta di global legalism (se ancora ci credete forse è il caso di acquistare libri come questo), le Nazioni Unite hanno fondato agenzie dedite al perseguimento degli obiettivi più vari, e dopo la fine della Guerra Fredda hanno provato a giocare un ruolo di peace-keeper.

Il fallimento delle Nazioni Unite, da Vienna a New York, da Ginevra a Parigi, dovrebbe ormai essere evidente. Di seguito sette esempi da usare per convincere gli amici che abolire l’ONU è prioritario.

  • Il fallimento clamoroso di praticamente ogni operazione di peace-keeping
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    I caschi blu sono intervenuti, ad oggi, in 69 conflitti. Un numero considerevole, con il numero degli interventi in crescita negli ultimi anni. A parte due casi di relativo successo – si vedrà quanto, in Sierra Leone e Burundi, terrà la pace – sono ormai storia i soldati olandesi che non muovono un dito di fronte al massacro di Srebrenica (1),  le violenze perpetrate dai soldati stessi durante il fallimentare intervento somalo (2), o la tremenda inazione nel caso del genocidio in Rwanda di cui responsabile fu anche Kofi Annan (3).
  • Gli episodi di corruzione tra il tragico e il ridicolo: i casi Arlacchi e Kofi Annan
    Le Nazioni Unite sembrano, a chi viene da paesi molto corrotti, un’oasi di giustizia e assenza di corruzione. Non si vuole fare del moralismo, ma è utile far notare come dinamiche corruttive da terzo mondo si manifestino a maggior ragione in organismi che mancano di qualsiasi controllo democratico o giudiziale. Valga questo esmepio. Pino Arlacchi viene nominato Executive Director del UN Office for Drug Control and Crime Prevention: un ufficio che tra le altre cose si occupa di corruzione, basato a Vienna. Ebbene, dopo qualche anno  di alterni risultati Kofi Annan è costretto a chiedergli di dimettersi sulla base di una lettera, firmata da parecchi suoi collaboratori in cui si denunciano spese pazze, tra cui una Mercedes, vasi cinesi, decine di migliaia di dollari in consumi personali e altre amenità. Il problema di corruzione sembra non essere sparito con la  dipartita di Arlacchi, si veda (4), il quale nel frattempo era andato a certificare la correttezza delle elezioni azere, salvo venire smentito dall’OCSE e difendersi dicendo che l’ha fatto “per tutelare interessi italiani”.
    Nel frattempo è lo stesso Kofi Annan a trovarsi invischiato nella melma, con il fratello ambasciatore implicato nello scandalo Oil For Food di cui si dirà dopo (5), e la sua famiglia intiera coinvolta in uno scandalo da poracci che ricorda le case di D’Alema, Carla Fracci e le peggiori affittopoli italiane (6).
  • I programmi per la pace che portano alla guerra: il caso Oil for Food
    Lo scandalo Oil for Food dovrebbe essere noto, ma aiuta ricordarne i tratti salienti. Siamo nel 1995, l’idea è quella di aiutare l’Iraq a uscire dall’emergenza scambiando il petrolio con cibo e farmaci. Pur essendo lo scopo iniziale quello di permettere l’applicazione delle sanzioni senza causare emergenze umanitarie, l’esito finale è l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti dopo le ripetute provocazioni di Saddam (di cui la cacciata degli ispettori fu il punto culminante); nel frattempo, le forniture di cibo si rivelavano per lo più inadatte al consumo umano, ma si è permesso ai burocrati vicini al regime di accumulare somme considerevoli grazie allo spaventoso giro di corruzione alimentato dal programma. (7) – (8)
  • Le agenzie usate come parcheggio dei privilegiati: i francesi all’UNESCO
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    Sarebbe facile citare la FAO, d’altronde Laura Boldrini non è il politico più popolare d’Italia. Più in generale, è noto tra gli insiders che gli uffici nelle città più ambite (Parigi e New York, ma anche Roma, Ginevra) sono pieni di delegati e impiegati dei paesi poveri che hanno la peculiare caratteristica di essere personalmente parenti o prossimi del gruppo al potere nel proprio Paese. Ma i paesi ricchi non sono da meno, specialmente quando le agenzie sono in casa loro: si prenda ad esempio lo scandalo scoppiato a fine anni ’90 dopo che il Guardian ha rivelato un memo in cui si rivelavano le pressioni per far assumere ex membri dello staff presidenziale di Chirac all’UNESCO. I documenti rivelavano la corruzione interna alla struttura; il 40% delle promozioni violava persino le (lasche) regole interne, con una composizione dell’organico così fortemente simile a una piramide inversa da avere troppi capi e non abbastanza dipendenti (nonostante il mezzo miliardo di dollari di fondi ricevuti ogni anno) per portare avanti la maggioranza dei progetti. Praticamente l’ATAC. (8)
  •  I diritti umani questi sconosciuti: il premio Gheddafi a Erdogan, il premio FAO a Maduro
    Se tra gli obiettivi delle Nazioni Unite, specialmente dopo la caduta dell’Unione Sovietica, vi è stata la promozione dei diritti umani, il risultato non è esaltante. Due episodi potrebbero sollevare un po’ di (tragica) ironia. Il primo è quello del premio Gheddafi, istituito dal regime libico qualche decennio prima di essere rovesciato, mantenuto fino alla guerra civile e assegnato a varie personalità e/o soggetti, principalmente con lo scopo di promuovere l’agenda politica di Gheddafi stesso. L’ultimo premio, appunto poco prima della guerra civile, era da assegnarsi al campione dei diritti civili Recep Tayyip Erdogan. Cosa c’entra l’ONU? Niente, sennonchè le intersezioni tra gli advisory committees del premio Gheddafi e dell’ufficio ONU che si occupa di Human Rights non sono nulle, e le pressioni perchè lo svizzero Jean Ziegler si dimettesse sono iniziate solo a regime caduto (9). Più triste, e ancora più paradossale, è la storia del premio dell’agenzia per l’alimentazione (la FAO), assegnato a Maduro – attualmente presidente della repubblica bolivariana (cioè, socialista) del Venezuela. Il premio è stato assegnato nel 2013. Solo due anni dopo, mentre negli zoo gli animali vengono alimentati a mango, questi sono i venezuelani in fila per ricevere la razione di pasto quotidiano, giacchè il paese si appresta a razionarlo come nella vicina Cuba:631x445xline-venezuela.jpg.pagespeed.ic.Bv1UKopon2nohaycomida
  • Gli interventi non tanto umanitari
    In molti casi, parlando con chi lavora nel settore, si guarda con sospetto l’entusiasmo di chi va a lavorare in paesi “difficili” e magnifica l’esperienza. Chi pensava che ciò fosse dovuto unicamente alle condizioni – invero molto vantaggiose – in cui vengono messi gli aid workers UN, potrebbe doversi ricredere sulle persone con cui ha preso una birra. Due storie recenti dovrebbero lasciar supporre che, se non altro per inefficienza, molto spesso si starebbe meglio senza gli interventi umanitari ONU. Recentissima è l’ammissione da parte degli stessi ufficiali delle Nazioni Unite di essere i responsabili dell’ultima epidemia di colera ad Haiti, che nel frattempo miete migliaia di vittime (11); meno recente, ma forse più grave perchè non accidentale, è la storia degli aid workers dediti allo sfruttamento sessuale dei bambini del Sierra Leone (12).
  • Le democrazie non contano, le dittature si coordinano: Israele nemico pubblico
    Un vero problema delle Nazioni Unite è che sono, per quanto riguarda il rapporto tra Stati, invero molto democratiche. Questo porta i blocchi di nazioni non democratiche a ottenere un rimarchevole grado di coordinamento sui temi di interesse comune, mentre le democrazie si dividono e vanno ognuna per la propria strada. Questo finisce per minarne l’efficacia, come accade per i tribunali di giustizia internazionale – ai quali non a caso gli USA non partecipano mai. Un esempio dello straordinario coordinamento delle dittature è dato dalla capacità dei paesi arabi di raccogliere consenso nelle votazioni contro Israele. Sono centinaia le risoluzioni, condanne, e ammonizioni passate dall’assemblea generale (13). In linea generale, ogni anno Israele riceve più attenzione di tutti gli altri paesi del mondo messi assieme. E no, questa non è una battuta: più dell’Iran, più dell’Arabia Saudita, più della Birmania, più del Venezuela. E Cuba? Beh, su Cuba c’è tempo, intanto bisognava condannarne l’embargo.

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    Risoluzioni di condanna da parte dell’UNHRC

    Si potrebbero citare tanti altri motivi per chiudere le Nazioni Unite, a partire dalla gestione opaca dei benefit e dei contributi dei singoli Stati, ma questo magari si potrà proporre per una puntata successiva.

    Fonti:

(1) : https://en.wikipedia.org/wiki/United_Nations_Protection_Force

(2): https://en.wikipedia.org/wiki/Somalia_Affair

(3): http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2001/09/bystanders-to-genocide/304571/

(4): http://www.iowatch.org/archive/recentdevelopments/topcorruptioncorrupted.shtml

(5): http://www.defenddemocracy.org/media-hit/un-secretary-generals-brother-kobina-annan-may-have-played-a-role-in-oil-/

(6): http://www.nysun.com/national/mystery-surfaces-over-apartment-of-kofi-annan/45403/

(7): http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/4131602.stm

(7): https://en.wikipedia.org/wiki/Oil-for-Food_Programme

(8): https://www.theguardian.com/world/1999/oct/18/jonhenley1

(9): http://www.unwatch.org/icj-advisory-opinion-relied-on-founder-of-gaddafi-human-rights-prize/

(10) : http://www.bbc.com/mundo/ultimas_noticias/2013/06/130616_ultnot_venezuela_maduro_premio_fao

(11): http://mobile.nytimes.com/2016/08/18/world/americas/united-nations-haiti-cholera.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news&_r=1&referer=https%3A%2F%2Ft.co%2FLSWVZyxzkm

(12): http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/1842512.stm

(13): https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_the_UN_resolutions_concerning_Israel_and_Palestine

I numeri distorti del Fatto Quotidiano sul referendum

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Un articolo pubblicato mercoledì sul Fatto Quotidiano sostiene di dimostrare numeri alla mano che non sia poi così vero che ci sia bisogno di accelerare i tempi di approvazione delle leggi (“già adesso viene emanata una legge ogni 5 giorni”), e che il Parlamento è già nettamente schiavo dell’esecutivo, in quanto ogni 10 norme sono ben 8 quelle di iniziativa del Governo.

Utilizzare numeri e statistiche è sempre una cosa buona, ma il rischio di cadere nel cherry picking è alto. Ancor più alto se si parla di politica. Il campanello d’allarme suona in particolar modo quando i numeri sono snocciolati un po’ alla rinfusa, presi da un campione ristrettissimo e decontestualizzato, e soprattutto quando da questa situazione l’analista riesce comunque a trarre conclusioni perentorie.

L’articolo del FQ mi sembra che proprio un esemplare di quanto appena descritto. Non spiega se una legge ogni 5 giorni è una cosa brutta o cattiva. Parla di un peso delle leggi di iniziativa del governo pari all’80% nell’ultima legislatura paventando una sorta di dominio del Premier sulle camere, ma non spiega se sia una cosa tipica dell’attuale assetto istituzionale italiano o un colpo di mano di Renzi. E insomma, mentre tra i quasi 900 commenti il più’ votato dice “La democrazia sarà così veloce da sembrare una dittatura!” a me qualche domanda è venuta, e ho provato ad approfondire il discorso partendo dalla più ovvia: da dove vengono questi dati?

L’origine

La fonte (non citata dal FQ) è il portale internet del Senato, che raccoglie le statistiche circa le leggi approvate ogni anno da ciascuna legislatura e il tempo medio di generazione (dalla prima lettura all’approvazione), con ulteriori dettagli circa il tipo di iniziativa (parlamentare o governativa) e di legge (ordinaria, di bilancio…). Questo database è piuttosto ben fatto, per quanto non mi siano chiarissimi alcuni principi con cui è stato costruito. Ma fa niente: diciamo che i numeri rappresentano esattamente il lavoro delle due Camere. I dati disponibili partono dal 1996 (inizio della XIII legislatura) e arrivano fino ad oggi. Riguardano pertanto l’operato di 5 legislature e di parecchi governi, di destra (Berlusconi), di sinistra (Prodi), tecnici (Monti, Amato…) e di larghe intese (Letta, Renzi).

Il dominio del Premier

Riferendosi a Renzi il FQ parla di “strapotere sul Parlamento”, perché le leggi di iniziativa del Governo sono di gran lunga di più di quelle delle camere. La domanda che quindi ci poniamo è: prima di Renzi la situazione com’era?

grafico legge 1

Il grafico qui sopra mostra due cose: le barre indicano il numero di leggi approvate mentre la linea azzurra mostra il peso di quelle di iniziativa governativa.

Osservate come la media, dal 1996 ad oggi, sia praticamente all’80%, giusto giusto in linea con la legislatura corrente. Non solo, ma quando il FQ parla di strapotere di Renzi, dimentica che il primo Premier di questa legislatura e’ stato Letta, e che dall’anno di insediamento di Renzi la linea si piega fino a scendere sotto la media. Molto peggio fece invece sia Prodi, sempre vicino al 90% e Berlusconi (100% il primo anno del suo quarto governo). Curiosità interessante: il momento in cui l’iniziativa parlamentare e’ stata maggiore (ossia i punti più’ bassi della linea) coincidono con i due governi tecnici: Amato nel 2001 e Monti nel 2012.

La legge a settimana.

E per quanto riguarda le tempistiche? Dice il FQ: “I numeri, in ogni caso, smentiscono che ci si trovi di fronte a un processo legislativo che impedisce decisioni veloci” e quindi spiega che dividendo le leggi emanate per il numero di giorni delle due legislature, si scopre che ogni 4-5 giorni viene pubblicata una nuova norma. Abbracciando acriticamente tale misuratore (che, attenzione, è completamente distorto e vi spiego il perché tra poco) è impossibile non notare che 20-30 anni fa venivano promulgate molte più leggi di oggi: basta guardare l’altezza delle barre: l’ultima legislatura ha prodotto in 3 anni circa 240 leggi, mentre tra il 1997 e il 1999 ne sono state prodotte circa 580, più del doppio. E quindi, amici del FQ, cosa dobbiamo dedurne? A me pare palese un rallentamento della “produttività” delle Camere.

La metodologia scelta dal FQ è totalmente assurda, e non solo perché non può tenere conto di elementi fondamentali (per esempio la portata e la qualità delle leggi) ma perché non è comunque in grado di misurare la velocità del potere legislativo. Scrivere “ogni settimana si approva una legge” non significa nulla: sembra una cosa bella, ma cosa pensereste se allungassi la frase a “ogni settimana si approva una legge che è sotto discussione da almeno due anni?”

Vi mostro quest’altro grafico, che riporta i tempi medi di approvazione delle leggi così come misurati annualmente dal Senato e citati dal FQ in maniera molto approssimativa.

grafico legge 2

 

Innanzitutto, si vede come sia le leggi di iniziativa parlamentare che quelle governative soffrano dello stesso trend, sebbene la linea dei primi sia decisamente più marcata. L’andamento è piuttosto interessante: in pratica, nel corso di una legislatura i tempi si allungano in maniera impressionante per poi crollare con l’avvento di nuove elezioni. A mio parere – ma chiedo ai lettori se hanno altre interpretazioni – questo grafico descrive molto bene come funziona il parlamento italiano, dove è molto semplice proporre un disegno di legge ma è molto difficile vederne la realizzazione. Si crea quindi un collo di bottiglia per cui le proposte si accumulano e poche alla volta passano il voto, creando tempi di attesa che come ben potete notare crescono in maniera allucinante. Il crollo ciclico che vedete non è dato da un’improvvisa accelerazione: semplicemente ci sono nuove elezioni, per cui è probabile che i disegni di legge rimasti in bozza in quella precedente vengano completamente cancellati per far spazio alle idee della nuova maggioranza.

Ma torniamo alla tesi del FQ per cui Renzi ha soggiogato il Parlamento. Abbiamo visto che le leggi di iniziativa dell’esecutivo sono meno della media degli ultimi 30 anni. E la questione della velocità? Se guardate il secondo grafico, è evidente che da sempre le leggi volute dal Governo sono più facili da approvare (grazie al ricorso della fiducia) rispetto. Tuttavia, negli ultimi due anni la linea blu supera la media. Ovvero, il Governo Renzi ha impiegato mediamente 220-230 giorni per far approvare leggi di sua iniziativa: peggio di cosi solo tra periodo 1998-2000 e nel 2005.

Possono esserci mille motivi riguardo a questi numeri: può anche essere che Renzi imprima la velocità (con la fiducia e i canguri) solo alle poche norme che desidera, lasciando nel dimenticatoio quelle di Letta. O magari è un fattore intrinseco nella struttura delle Camere. Oppure entrambe le cose. Ma non è questo il punto essenziale. La questione è che la riforma costituzionale è certamente criticabile ma, come spesso accade in politica, ad una critica ben costruita le forze in gioco prediligono un’argomentazione falsa o distorta in quanto più efficace su lettori che non vogliono o non possono porsi troppe domande. Ed eccoci così a leggere di omicidi alla democrazia e dittature nascoste.

Tutti i migliori candidati USA in lista (non sono quei due che pensate)

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E quindi i due candidati alla Casa Bianca sono Trump e Clinton. Eppure, se avete qualche amico negli States su Facebook o ricevete le newsfeed di giornali americani, vi potrebbe essere capitato di leggere questioni sul Third Party, ossia la tentazione di molti elettori di votare un terzo candidato perche’ quelli scelti dalle convention repubblicane e democratiche (in particolare quest’ultima) non piacciono. Una sorta di voto di protesta che in Europa inizialmente veniva deriso (Lega, M5S, UKIP) e che oggi invece ha un peso decisivo sul palcoscenico politico.

La nascita del terzo polo antisistema puo’ accadere anche in America? E’ difficile, in un ambiente dove da sempre esistono solo due partiti, enormi e potentissimi. Senza contare l’opinione di chi, come un pacatissimo Dan Savage, ritiene che queste alternative porterebbero “the folks — and I love you and I respect you […] — who are fooled by them (the third parties, ndr), who are sucked into this bullshit, who are tricked by these grandstanding, attention-seeking, bullshit-spewing charlatans, into wasting your vote.

Ma alla fine, chi sono queste Third Parties? Chi sono i candidati alternativi a Trump e Clinton? Beh, la lista e’ lunga: ce ne sono esattamente 1.794, tutti iscritti e riportati nella lista ufficiale della Federal Election Commission.

Sapendo di potervi trovare qualcosa di veramente cursioso, li ho letti tutti e ho selezionato i miei preferiti. Se fossi  americano, non si tratterebbe di votare il meno peggio, anzi: sono uno piu’ bello dell’altro.

PS: se entrate sulla lista della FEC, e cliccate sui nomi, potete anche guardare il documento pdf di registrazione di questi candidati. Per alcuni di questi trovate lo screenshot qui, assieme alla lista

  • AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA, AAAAAAAAAAAAAAAAAAAA, democratico
  • A$$, DAT PHAT, repubblicano
  • AAA, TRUEPROSNC,  repubblicano
  • AKA THE PROPHET AKA EARL, TRIPPYCUP AKA YOUNG TRIPPZ AKA THE GOAT SIR, federalist
  • ANTICHRIST,THE, communist party
  • ASS, DAT, indepentent
  • ASS, MMMM DAT MR., independent
  • BALBOA, ROCKY, indepedent
  • BEELER, MATTHEW DALE “EBOLA”, independent
  • BIDEN, JOSEPH ROBINETTEE, democratico,
  • BOB, AMBIGUOUS VII, unaffiliated

hoc3

 

  • BUSHDID, 9/11, independent

hoc4

 

  • CENA, JOHN, Socialist party
  • CHECK, MIC, independent
  • CHICKEN, FROSTY, independent

hoc5

 

  • CHRIST, JESUS, unaffiliated
  • CLOWN, TOUCHY THE PEDOPHILE SERIAL KILLER UNCLE, unknown
  • CONRAD, none
  • COOKIES, ‘MURICAN, DC Statehood Green Party
  • COSTELLO, LAGOON THE DOLPHIN MR., American Independent Party.
  • CRAY, MARO DAY, libertarian
  • CRITIC, NOSTALGIA, Ace Party

hoc1

  • CRUNCH, CAPTAIN, independent
  • CTHULU, OURLORDANDSAVIOR DR., communist
  • D-23, MEGATRON THE, DEC
  • DAD, SOUTHERN, none
  • DADDY, DISCO, other
  • DANIEL, DAMN, independent
  • DICK, TIPA DIS, independent
  • DOG, VERY ODD, Natural Law Party
  • DRACULEA, VLAD BESERIUS, none
  • DUBS, DUB, independent
  • DUMP, TRONALD, repubblicano
  • DURRITOS, JARRITOS, independent
  • EVERDEEN, KATNISS MS., independent
  • FAKE, THIS IS, repubblicano
  • FROG, KERMIT, other
  • FRONG, PEPE LE MR., independent
  • GOAT, ANUS THE, democratico
  • GOD, FOR PRESIDENT, repubblicano
  • GOODMEME, JOHNNY, independence party
  • GUMP, FORREST, democractico
  • HANNURABI, HEAVEN, indipendent
  • HEY HE STOLE THAT GUY’S, PIZZA, Concerned Citizens Party Of Connecticut
  • HIP HOP FOR PRESIDENT, democratico
  • HIROSE, KIOCHI, La Raza Unita
  • HITLERDID, NOTHINGWRONG, independent
  • ICE, ELSA QUEEN, independent
  • JEKYLL, DR. other
  • KAWAII, SPARKLE LADY independent
  • LANNISTER, TYRION MR, HOL
  • LINCOLN, ABRAHAM, repubblicano
  • LMAO, AYYY, communist partyhoc2

 

  • LOLMYNAMEISJOHN, @, Peace and Freedom
  • MANDELA, BARACK OBAMA MR., democratico
  • MCSATANANTICHRIST, CHILDEATER/MOLESTER KKK RONALD JR., repubblicano
  • ME, HAVE SEX WITH, unaffiliated
  • MOOSE LOOKALIKE FOOL THAT WILL, DOG EATING MANIACAL FISH BRAINED UGLY COMMANDANT BE ELECTED, communist party

 

hoc6

  • MYY NIGGA, MYY NIGGA N, proibithion party
  • NUTS, BOFA DEEZ Independent
  • NUTS, CEEDEEZ Independent
  • NUTS, DEEZ Independent
  • NUTZ, DEEZ W. Other
  • NUTZ, HOLD MA, US Taxpayers Party
  • OAWLAWOLWADOL, PRINCESS, none
  • PALPATINE, EMPEROR, Concerned Citizens Party Of Connecticut
  • PANTS, CRANKY, independent
  • PEPE, RAREST, unknown
  • PEPPER, DOCTOR, American Independent Party
  • PLEASE, BITCH, repubblicana
  • POONTANG OLE BISCUIT BARREL, TARQUIN FINTIMLINBIN BUS STOP POONTANG MR, SIL
  • POTTER, HARRY THE MLG WIZARD ULTRA-MC UMC HP, commandements party
  • POUND, DICK YOUR MOM, Right to Life
  • PRESENT, THE GHOST OF CHRISTMAS MMXV, One Earth Party
  • PRESIDENT, BANANA FOR, unaffiliated
  • PRINCE OF DARKNESS, SATAN LORD OF UNDERWORLD H. MAJESTY !, repubblicano
  • PUTIN, VLADIMIR, communist party
  • ROOSEVELT, JOHNNY GODDAMN MR, other
  • SMITH, SATAN KING, other Independent
  • TESTICLES, TOY Independent
  • THE CLOWN, BIPPY None
  • THE COCKROACH, ZORRO Communist Party
  • THE ELF, BUDDY Write-In
  • THE PUPPET, ZIBBLE No Party Affiliation
  • THE SAVAGE, WALT
  • THOOOOOOSE, WHAT ARE, independent
  • TROLLS, WHY SO MANY, other
  • ULTRAPERVERT, DJ Green Party
  • UN, KIM JONG, independet
  • UNDERWOOD, FRANCIS J, democratico
  • VOICE, STUDENT, independet
  • WARLORD STOCK, LUTHER T. THE MERCILESS LIEUTENANT RIDICULOUS, unknown
  • WHY NOT ZOIDBURG, other
  • WOW, DOGE, unknown

 

Reato di integralismo islamico for (very) dummies

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Siccome, lo ammetto, a volte vengo assalito da una curiosità morbosa, stavo dando un’occhiata alla proposta di legge della Meloni per l’introduzione del reato di integralismo islamico.
Che recita, testualmente, così:

1. Dopo l’articolo 270-sexies del codice penale è inserito il seguente:
«Art. 270–septies (Integralismo islamico) Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da quattro a sei anni chiunque, al fine di o comunque in maniera tale da mettere in concreto pericolo la pubblica incolumità propugna o propaganda idee dirette a sostenere sotto qualsiasi forma:
a) l’applicazione della pena di morte per apostasia, omosessualità, adulterio o blasfemia;
b) l’applicazione di pene quali la tortura, la mutilazione e la flagellazione;
c) la negazione della libertà religiosa;
d) la schiavitù, la servitù o la tratta di esseri umani.

Quello che mi lascia a metà tra il riso e il pianto, al di là del “propugna” e del “propaganda” (che pure meriterebbero molta attenzione, perché qua siamo a tutti gli effetti nel campo del reato d’opinione), si può riassumere nella seguente domanda: dove sta scritto che chi fa le cose elencate nelle precedenti lettere da a) a d) dev’essere, come recita il titolo della norma, necessariamente islamico? Cioè: voi non avete mai sentito nessun italiano, o europeo, o occidentale, o comunque non musulmano dire che per i pedofili ci vorrebbe la castrazione, che i froci andrebbero messi al muro, che bisognerebbe infliggere delle pene corporali ai criminali particolarmente recidivi? Non forse è l’Italia, il paese in cui non si riesce a introdurre il reato di tortura perché “non consentirebbe alle forze dell’ordine di lavorare con serenità”? Non è l’Italia il paese di Bolzaneto e della Diaz, di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi e di Giuseppe Uva, dei sudanesi ridotti in schiavitù che crepano come le mosche nei campi di pomodori per un euro l’ora, delle nigeriane vittime di tratta strappate alle (o comprate dalle) loro famiglie, violentate e sbattute a prostituirsi in mezzo alla strada, di chi va dicendo che bisognerebbe radere subito al suolo tutte le moschee?

Facciamo una cosa: approvatela in fretta e furia, ‘sta proposta di legge sul reato di “integralismo islamico”, e dal giorno dopo iniziate ad applicarla in modo accurato, capillare e sistematico. Dopodiché, aspettiamo qualche mese e iniziamo a contare.
Ho come la sensazione che nove condannati su dieci saranno italiani.

Non importa l’esito del referendum, Renzi potrebbe vincere in ogni caso.

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Una volta alla settimana succede che si finisce a parlare di riforma costituzionale e del referendum annesso. Vuoi perche’ e’ uno dei punti politici piu’ importanti degli ultimi due anni, vuoi perche’ i referendum costituzionali, di portata certamente maggiore rispetto alla maggior parte di quelli abrogativi, sono stati un evento piuttosto raro nella vita della Repubblica. Ma soprattutto, perche’ al suo esito sono state collegate le sorti di questo governo ed in particolare di Matteo Renzi.

Gli ultimi referendum non hanno portato a cambiamenti politici delineati. Quello sulle trivelle per esempio non ha avuto impatti diretti sul governo. Quello sull’acqua pubblica nemmeno, salvo darci i primi segnali dell’arrivo dei 5 stelle. Questo soprattutto perche’ in questi tipi di consultazioni il coinvolgimento delle forze politiche tradizionali e’ sempre piuttosto bassa se c’e’ incertezza, se c’e’ poco da guadagnare o se e’ alta la probabilita’ di essere sconfitti: per esempio il centrodestra non fece di fatto nulla per salvare il Decreto Ronchi, ed onestamente ben pochi hanno idea di chi abbia approvato la legge sulle estrazioni in mare.

Questa volta invece Renzi ha voluto incentrare su di se’ il voto e le opposizioni hanno benedetto questa scelta perche’ ha spostato il dibattito dai temi difficili e noiosi di un testo costituzionale a quelli piu’ vicini al Bar Sport.

Eppure la personalizzazione, per quanto forse controproducente per il PD e per quanto frutto di meri calcoli opportunistici, non e’ stata una scelta sbagliata come molti dicono. Probabilmente Renzi non l’ha fatto apposta, ma di fatto sta rispettando quanto indicato da Napolitano nei giorni caotici nella primavera 2013, quando a seguito delle elezioni non si riusciva a trovare ne’ un governo ne’ un nuovo Presidente della Repubblica. Vi ricordate cosa disse Re Giorgio, nel discorso di apertura del suo secondo mandato? Disse: Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi. […] Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.

E’ evidente quindi che qualunque governo sarebbe uscito dalle consultazioni avrebbe dovuto avere nelle priorita’ la legge elettorale e la ristrutturazione delle Camere.

E’ cio’ che e’ avvenuto: un governo di larghe intese (Forza Italia inclusa) ha prodotto l’Italicum e la Riforma Renzi-Boschi. E’ quindi giusto che un’eventuale bocciatura si tramuti in una sconfitta drastica dell’esecutivo, con le relative dimissioni. Per questo Renzi sta facendo di tutto per vincere, comprese promesse ahime’ al limite della cialtroneria quali il “ciao ciao Equitalia”, che ricordano terribilmente le panzane di Berlusconi.

Eppure una strategia piuttosto affascinante esiste, e si rifa’ al discorso di Napolitano. Il governo potrebbe infatti promettere le dimissioni anche in caso di vittoria. Se a questo governo – anzi, se a questa legislatura – e’ stato affidato il compito di portare a casa tali riforme, e’ bene che termini la sua vita sia con una vittoria dei SI che con quella dei NO. Con un annuncio di questo tipo le opposizioni, sia partitiche che gentiste, si troverebbero spiazzate e costrette a parlare esclusivamente della riforma e della difficolta’ di giustificare punti tecnici votate anche da loro.

Un’osservazione finale. L’eventuale sconfitta potrebbe non significare affatto la fine politica di Renzi. Immaginiamo che i NO vincano per il 60%. In una sfida cosi’ altamente personalizzata, vorrebbe dire che i favorevoli a Renzi sono il 40%, tutti compatti. Gli sfavorevoli, invece, sono dispersi in un 60% dato dalla somma di forze di sinistra, di destra, e antisistemiche. Quando nel 2006 ci fu un referendum molto simile e anch’esso piuttosto personalizzato, il governo Berlusconi perse 40 a 60. Lo stesso anno ci furono le elezioni e vinse Prodi e la sua disomogenea ammucchiata, ma con margini risicatissimi. E dopo appena due anni Palazzo Chigi era di nuovo in mano al biscione.

 

E’ arrivato Grillusconi

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Se arriveranno gli avvisi di garanzia, se i dirigenti ostacoleranno il sindaco, queste manovre si ritorceranno contro di loro.

Diciamoci la verità: se una frase del genere l’avesse pronunciata Berlusconi vent’anni fa, in relazione a un sindaco qualsiasi eletto nelle liste di Forza Italia in una qualsiasi città italiana, in molti avrebbero iniziato a stracciarsi le vesti e a prodursi nelle lamentazioni che conosciamo fin troppo bene, avendole sentite decine e decine di volte.
In testa al coro, naturalmente, ci sarebbe stato lui, Beppe Grillo, insieme a tutti i suoi accoliti: per i quali fin troppe volte un semplice avviso di garanzia è stato più che sufficiente per fare sfoggio di un giustizialismo tanto fondamentalista quanto urlato, e le ipotesi complottiste sui magistrati politicizzati hanno rappresentato a lungo altrettante confessioni di colpevolezza, specialmente se declinate, come si dice, mettendo le mani avanti.
Senonché, oggi una frase del genere non viene pronunciata da Berlusconi, ma da Grillo. Il quale, evidentemente, ha smesso di ritenere che gli avvisi di garanzia equivalgano alle condanne per passare a una posizione più articolata, in base alla quale essi assumono significati diversi, o per meglio dire opposti, a seconda di chi li riceve: sentenze inoppugnabili di colpevolezza nei casi in cui riguardano gli altri, dimostrazioni cristalline di onestà, in quanto evidentemente riconducibili a meccanismi cospirativi, quando toccano a loro.
Così quello che fino a ieri, per l’universo mondo, altro non è stato che un marchio d’infamia, da oggi, e solo per i grillini, si trasforma paradossalmente in un vero e proprio bollino di onestà: e contestualmente iniziano a prendere forma, a esistere nel mondo reale, le “manovre” che fino a pochi mesi fa, quando venivano evocate da altri, costituivano irripetibili occasioni di prodursi in frizzi, lazzi e attribuzioni di nomignoli assortiti.
Proprio come quello che lo scrivente, indegnamente, è stato costretto a coniare nel titolo di questo post.
Il nostro amico, del resto, se lo merita.

A Roma hanno privatizzato la democrazia

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Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 6:

Nella presentazione delle proposte di atti politici e/o amministrativi, dovrà essere data preferenza a quelli diretti al conseguimento degli obbiettivi indicati nel programma del M5S per Roma Capitale e a quelli idonei a incidere in senso favorevole alle indicazioni emerse in seguito alle espressioni di voto in Rete degli iscritti al M5S.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 7, lettera b):

Le proposte di nomina dei collaboratori delle strutture di diretta collaborazione o dei collaboratori dovranno essere preventivamente approvate a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 9, lettera b):

Il Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente al presente codice di comportamento, al rispetto delle sue regole e dei suoi principi e all’impegno assunto al momento della presentazione della candidatura nei confronti degli iscritti al M5S, con decisione assunta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio o dagli iscritti M5S mediante consultazione online.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 10:

Ciascun candidato si dichiara consapevole che la violazione di detti principi comporta l’impegno etico alle dimissioni dell’eletto dalla carica ricoperta e/o il ritiro dell’uso del simbolo e l’espulsione dal M5S e che pertanto a seguito di una eventuale violazione di quanto contenuto nel presente Codice, il M5S subira’ un grave danno alla propria immagine,che in relazione all’importanza della competizione elettorale, si quantifica in almeno Euro 150.000.

Ricapitolando:

  • il governo di Roma dovrà andare nella direzione indicata da un numero imprecisato di soggetti sconosciuti iscritti a un sito privato;
  • non si potrà procedere a nomine senza aver consultato lo “staff”, anch’esso di natura privata e ovviamente non eletto da alcuno;
  • il sindaco, gli assessori e i consiglieri dovranno dimettersi se lo decideranno arbitrariamente Beppe Grillo (e Gianroberto Casaleggio, ora deceduto), che è un soggetto privato non eletto dal alcuno, o gli iscritti del movimento mediante votazione online effettuata sul sito privato di cui sopra;
  • in ragione di tale insindacabile giudizio i candidati, oltre ad avere l’obbligo “etico” di dimettersi, dovranno pagare almeno 150mila euro di risarcimento danni.

Delle due l’una: o quello che c’è scritto in questo “Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016” non vale neppure il costo della carta su cui è stato stampato, oppure siamo di fronte alla più singolare operazione di privatizzazione di tutti i tempi: non la privatizzazione di un servizio, non la privatizzazione di un ente e neppure quella di una funzione, ma una vera e propria privatizzazione della democrazia, il cui esercizio e le cui conseguenze su tutti i cittadini vengono di fatto appaltate a singoli soggetti non eletti, a società commerciali, a persone pressoché sconosciute e scelte da terzi con criteri arbitrari.
Roba che il celeberrimo “conflitto d’interessi” di Berlusconi, al confronto, era una carezza, una cacatina, una sciocchezzuola da terza elementare.
A far venir meno la surreale situazione che in questo modo si viene a creare, perdonatemi, non valgono le solite infantili argomentazioni tipo “ah, allora era meglio quando si governava mettendosi d’accordo coi mafiosi”, o “ah, allora era meglio quando si andava avanti a forza di mazzette”, o ancora “ah, allora erano meglio Buzzi e Carminati”: perché è fin troppo evidente che se l’asservimento alla criminalità non è certo un buon modo per governare la cosa pubblica, allo stesso modo non lo è questa bizzarra democrazia privata, nella quale le decisioni cruciali sono sistematicamente affidate, in ultima analisi, a persone fisiche o giuridiche che non sono state elette, delle quali neppure si conosce il nome, o a consultazioni effettuate sì con meccanismi democratici, ma riservate a un insieme di persone che afferiscono a contesti non soltanto privati, ma spesso e volentieri perfino di carattere commerciale. Con buona pace della democrazia (quella vera) e dei “sarò il sindaco di tutti”.
Datemi retta: con queste premesse, vi conviene davvero dire che quel pezzo di carta non vale niente.

Il Giornale e il Mein Kampf: lo sdegno della domenica

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Leggendo vari commenti ed alcune riflessioni in merito alla polemica sulla diffusione da parte de Il Giornale del Mein Kampf, mi è tornata alla memoria una storiella accaduta durante l’ultimo concerto dei Nerorgasmo, avvenuto nel 1993 all’El Paso Occupato di Torino.

I Nerorgasmo sono stati una band hardcore punk italiana attiva dalla prima metà degli anni ottanta fino agli inizi dei novanta aTorino, che proponeva un hc/punk cupo e dalle tematiche nichiliste.

Riportiamo la testimonianza di Simone Cinotto, uno dei componenti e fondatori del gruppo insieme a Luca Abort Bortolorusso ( qui trovate tutta l’intervista):

“Nell’ultimo concerto alla batteria suonò Francesco Dilecce, ora mio batterista nei Via Luminosa. Con lui abbiamo fatto l’ultimissimo concerto dei Nerorgasmo, quello che è diventato l’album “Nerorgasmo Live a El Paso” e in cui Luca era vestito da nazi. Credo che sapesse che sarebbe stato davvero l’ultimo concerto. Mi ricordo che è stato tutto il giorno, dalla mattina alle otto, fino a mezzanotte, prima di suonare ad assemblare l’uniforme da ufficiale SS. Chicca, la sua ragazza dell’epoca, appena prima del concerto mi disse ‘Che due palle, mi ha portato in giro tutto il giorno per tutta Torino a cercare tutte le cose, maniacalmente.’ Voleva proprio la mostrina della particolare divisione delle SS… ti ho detto no che faceva un sacco di modellismo fin da piccolo, con la passione per i soldati nazi?” (.)

“A quel concerto c’era pure Lallo, un eccellente bassista che ha fatto tra l’altro il turnista per artisti importanti. Non avevamo ancora iniziato a suonare e Lallo ha cominciato a fare il culo a Luca per il suo abbigliamento nazi, ‘Come cazzo sei vestito? Vergognati! Levati di torno’. La cosa è andata avanti per quasi tutto il concerto. E allora Luca ha fatto quel discorso che c’è anche registrato nel disco: «Volevo ricordare alla gente che si scandalizza ancora per queste cose che la nostra società ha assorbito tutto quello che c’era da assorbire dal nazismo, tanto è vero che i viaggi in Volkswagen, le vacanze e la vita come la facciamo noi adesso è quella che era stata programmata allora! E i nostri lager sono il terzo mondo lontani dagli occhi e lontano dal cuore… quindi la gente che si scandalizza di fronte ad una croce uncinata messa al collo per provocazione dovrebbe fare un pochino più attenzione a quello che gli gira intorno e alla vita che fa… perché se vogliamo guardare la nostra società è tutta nazista!»(.)

Ora, sicuramente direte voi, che c’entra tutto questo con la polemica degli ultimi giorni?

Vuoi dire che noi viviamo sotto il nazismo?

Pensi di risolvere la questione con questa storiella di questo tipo ipersconosciuto che nessuno sa chi sia?

No No. Assolutamente.

Mi pare però giusto sottolineare che molti di questi scandalizzati della domenica si ingoino tutta la cloaca illiberale possibile ed immaginabile ogni giorno, per poi indignarsi per la distribuzione da parte di un quotidiano, di un testo scaricabilissimo gratuitamente su internet e che si trova quasi regalato in ogni mercatino di provincia e non.

La diffusa reazione indignata alla provocazione de Il Giornale, è identica a quella del tipo che durante un concerto punk insultava irritato e sdegnato un frontman di una band hardcore vestito da mezzo Ss.

Ed è, credo, un tantino, ma proprio un tantino, esagerata.

Soundtrack1:’Adagio’, Tommaso Albinoni

 

Olimpiadi a Roma: una soluzione semplice

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Sembra che il tema Olimpiadi 2024 stia diventando l’argomento principale della disputa del Ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma.

In realtà, diciamolo subito, esiste una soluzione molto semplice.

E cioè far decidere i cittadini romani attraverso un semplicissimo referendum.

La richiesta c’è già ed è quella proposta mesi addietro dai Radicali.

Basterebbe che i due candidati a sindaco sostenessero tale iniziativa e, in subordine, si impegnassero, una volta eletti e qualora non si riuscisse a raccogliere le firme, ad indirlo con una loro iniziativa come previsto dallo statuto dell’ente comunale.

Si prendano la responsabilità di far decidere i romani.

Semplice, non vi pare?

Perché devono decidere Montezemolo o pochi altri?

Decidessero i romani se ospitare o meno queste Olimpiadi.

Si indice un referendum e si sceglie.

Ci saranno quelli favorevoli perché le Olimpiadi creeranno posti di lavoro e serviranno come occasione per rilanciare l’immagine e la reputazione mediatica di Roma dopo gli scandali degli ultimi anni.

Quelli contrari, per i quali sono solo l’ennesimo favore da fare ai soliti costruttori e palazzinari speculatori, l’ennesimo evento inutile in confronto ai tanti problemi che affannano la città, sui quali sarebbe meglio che l’azione amministrativa si concentrasse totalmente.

E quelli disinteressati che se ne staranno a casa.

Ognuno porterà a sostegno delle proprie tesi opinioni e tabelle con costi, benefici, vantaggi o svantaggi impattanti negativamente o positivamente sulla città.

Si vota e la maggioranza decide.

Si è votato sul nucleare e volete che non si possa fare un referendum sulle Olimpiadi?!

Perché avere paura delle decisioni delle maggioranze su un tema del genere?

Se in questi giorni sentirete dibattiti e insulti e teatrini vari, le speculazioni sulle frasi di Totti, gli aut aut di Montezemolo e Renzi o le ambiguità contraddittorie della Raggi, sappiate e dite che la soluzione c’è, è semplice ed è già partita..

Il referendum, appunto.

C’è un’iniziativa in tal senso che va avanti da mesi.

Seguitela e, se volete, sostenetela.

Soundtrack:’Higgs boson blues’, Nick Cave

Una legge elettorale che funziona

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Ammettiamolo, siamo troppo abituati a vedere le cose che vanno male per accorgerci invece di quelle che funzionano.

Per esempio, dopo le elezioni di domenica tutti a spremersi le meningi sui pericoli che ci potrebbero essere dopo quel che è successo, quando invece la notizia più bella e sorprendente è che abbiamo una legge elettorale che funziona.

Cazzo, in Italia abbiamo una legge elettorale, quella dei Comuni appunto, che nessuno contesta, che nessuno dipinge come la plastificazione creatrice di un regime autoritario ed antidemocratico.

Garantisce la massima partecipazione di tutti i soggetti possibili ed immaginabili con soglie di sbarramento ragionevoli ed accettate da tutti, produce una buona affluenza elettorale, delinea, attraverso l’elezione diretta del sindaco, maggioranze che sono solide e durature per tutto l’arco del mandato. Nessuno ha invocato brogli e l’invio degli osservatori dell’Ocse.

Certo, ci possono essere situazioni limite come quelle avvenute a Roma con Marino o a Cosenza, dove i vertici nazionali dei partiti hanno imposto la fine anticipata del mandato elettorale attraverso nessun passaggio d’aula, ma con le dimissioni dei consiglieri di maggioranza davanti ad un notaio. Ma, appunto, sono casi limite ed eccezionali, e dal 1993 (anno dell’entrata in vigore della legge) ad oggi, sono più o meno gli unici.

Dove nessun candidato al primo turno ha vinto superando il 50%, ci sarà il ballottaggio.

Gli elettori dei candidati sindaci che non parteciperanno al secondo turno, potranno decidere se astenersi in quanto non adeguatamente rappresentati, o scegliere in base al principio del male minore o minor danno, o ricredersi e dare il voto ad uno dei candidati precedentemente ignorato.

Ed alla fine ogni città avrà un suo sindaco, eletto direttamente dai suoi cittadini con una maggioranza che ha lui come garante e centro di riferimento, in quanto se sfiduciano lui si torna direttamente al voto.

Cose normali, ovvie.

Ma non da noi, diciamolo, torturati da decenni di leggi elettorali nazionali illegittime o che non garantiscono spesso nè governabilità né un’accettabile rappresentanza .

Ho scritto un temino di terza media, lo so.

Ma l’urgenza di testimoniare che “oh cazzo, abbiamo una cosa che funziona e sulla quale non è scoppiata una guerra termonucleare tra bande e fazioni”, era troppo forte ed immediata.

La personalizzazione dello scontro, la delegittimazione dell’altro, il finto cinismo, le varie vanità mediatiche elettoralistiche, hanno,  almeno a me, un po’ stancato. Questo nascondere la propria impossibilità dietro l’impossibilità generale, non credere nelle possibilità degli altri, il sospetto come modo di essere, hanno un pochino rotto le balle (lo dico a me per primo).

Una sera, a cena con altri autori del blog, si parlava di Scalfari. Ad un certo punto dico che a casa possiedo i volumi usciti con la Repubblica di tutti gli editoriali dell’Eugenio nazionale. Un altro autore mi rimbrottava simpaticamente dicendo” Ma perché? E’ uno dei personaggi più sopravvalutati degli ultimi decenni. Non ne ha mai azzeccata una.”

Finita la cena, mentre tornavo a casa, la discussione mi è tornata in mente e mi ha fatto pensare. In effetti un po’ è vero. Ho letto molti editoriali di Scalfari, alcuni buoni, altri si potevano tranquillamente anche non leggere. Ma ce n’è uno, non so se buono o no, ovviamente impregnato di moralismo e senso di superiorità che sono quasi i suoi segni distintivi, che a me è sempre rimasto impresso (non so perchè), che ci paragona ad uno specchio rotto.

“A guardare con occhi distaccati (ma è possibile?) l’Italia di oggi viene in mente uno specchio rotto. Tanti specchi rotti e ridotti in frammenti che riflettono, ciascuno, un’immagine parziale e deformata della società. Un effetto di rifrazione.

In quella molteplicità di immagini si specchia una moltitudine di gruppi sociali grandi e piccoli; nei frammenti di minime dimensioni si specchiano singoli individui. Ciascun – gruppi e individui – guarda se stesso e se ne compiace, ma non c’è la visione di insieme. Si parla molto spesso di identità condivisa, di valori e di obiettivi condivisi, senza comprendere che la condivisione è diventata impossibile.”

Forse è così, siamo parti di uno specchio rotto, siamo diventati noi stessi uno specchio frantumato, e per questo non riusciamo più a guardare e vedere le cose che funzionano.

Ecco, sarebbe ora di cominciare ad usare una nuova e diversa prospettiva.

Soundatrack1:’Is It Because I’m Black’, Syl Johnson

Soundtrack2:’Shaft1′, Isaac Hayes

Perché Virginia Raggi è il candidato meno inadatto a governare Roma

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La mia dichiarazione di voto per il sindaco di Roma l’avevo già fatta in tempi non sospetti e quanto successo in questi mesi non mi ha fatto cambiare idea: domenica entrerò nella mia cabina elettorale, prenderò un bel respiro e metterò una bella x sul nome di Virginia Raggi. E lo farò perché, nonostante condivida buona parte di quanto riportava il mio compare Francesco, c’è il non trascurabile problema che in questo momento le alternative siano di gran lunga peggiori.

E quali sono queste alternative?

  • CaltagironAlfio Marchini: la volpe sindaco del pollaio
  • Giorgia Meloni: Alemanno 2, Electric Boogaloo
  • Stefano Fassina: Fassina chi? Il viceministro del governo Letta che finché è stato nella squadra vincente ha votato la qualunque e col nuovo capo si è scoperto alfiere delle masse sfruttate? Quello che ha formato un partito con più parlamentari che elettori?
  • Roberto Giachetti: Giachetti si potrebbe pure votare se non avesse il lieve inconveniente di non esistere. Candidato in primarie farsa contro gente praticamente raccattata per strada, Giachetti è l’anti-Marino per antonomasia: simpatico a tutti, farà esattamente quello che gli viene detto di fare senza alzate di ingegno o velleità personalistiche (e mi fa morire dalle risate chi si straccia le vesti perché la Raggi risponde solo a Grillo come se Giachetti non rispondesse solo a Renzi). È l’uomo perfetto per gestire l’esistente se non fosse per il piccolo particolare che l’esistente è una fogna a cielo aperto.

Purtroppo l’attuale situazione romana è tale che affidarsi ad una qualsiasi delle suddette persone non solo non risolverebbe il problema ma anzi lo acuirebbe in quanto tali persone sono esse stesse il problema: sono espressione più o meno diretta del (perdonate l’autocitazione) “blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana”. Potrebbero forse avere i mezzi per tentare di migliorare la situazione ma di certo non ne hanno la volontà.

Per tutto questo in questo momento non c’è alternativa a votare un sindaco 5 Stelle: perché il loro essere estranei a tutto questo rappresenta l’unica speranza per questa città*. Diamo dare loro modo e tempo di acquisire quell’esperienza utile a essere un’alternativa di governo credibile e vediamo se saranno capaci di diventare un soggetto politico vero invece del branco di scimmie urlatrici che sono stati finora.

*Non è esattamente vero: i Radicali sono la perfetta sintesi di competenza e estraneità al malaffare di cui Roma avrebbe un disperato bisogno e semmai Riccardo Magi si candiderà a sindaco lo voterò col veleno. Nel frattempo la next best thing è la loro lista per il consiglio comunale nella quale troverete anche qualche nome noto ai frequentatori di questo blog. Chi ha orecchie per intendere intenda.

Il contrappasso triste di Roberto Benigni

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Sic transit gloria mundi: anche Roberto Benigni – profeta della sinistra al caviale, colta, illuminata, dotta, la sinistra delle grandi ma piccole cose, dei salotti che si ripetono di non scordarsi degli ultimi, della commiserazione per la deriva morale™ del Paese, è diventato un nemico. Nell’arco di una dichiarazione, da essere la Stella Polare della “resistenza” che il suo humus culturale pensa di vivere e combattere quotidianamente tra un insulto e un’Amaca di Serra, Benigni è stato subissato di offese, insinuazioni e accuse da quell’autoproclamata élite che fino a poco fa lo acclamava sua guida. Ha smesso di alimentare, anche solo per un attimo, la convinzione del suo popolo di essere quello eletto, custode una missione di redenzione e salvataggio del Paese dai propri beceri concittadini. Non sopravviverebbero a tanto, ne sono assuefatti da decine di anni di continua propaganda.

Questa storia – al netto della sgradevole conferma di ciò che già, con preoccupazione, sapevamo – ha il sapore del contrappasso. Per rimanere in tema referendum, lui e altri come lui hanno pasciuto la retorica soffocante della Costituzione intoccabile, inviolabile, perfettissima. Benigni è stato (anzi: è ancora) uno dei ministri che dettano le linee guida di etica ed estetica pubblica: un passo dentro la morale, guardando dentro le mutande di Berlusconi e magnificando le opere di procure e procurette in costante ricerca di un colpevole fino a prova contraria; e un passo dentro l’estetica, tra la stucchevole retorica dell’amore e della poesia, le letture popolari di Dante al popolino che si è scordato da dove veniamo, e “la più bella del mondo”. E adesso, tra un insulto e l’altro dicono che l’ha tradita, la più bella del mondo. Hanno ragione. Il tradimento si è consumato verso quello schema di pensiero che separa la realtà in noi, giusti, e loro, abbietti – ignoranti o in malafede. Se non sei con noi, sei con loro, caro Roberto. Ce lo hai insegnato tu.

Amici di sinistra, niente da dire su Chavez?

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Quando ero al Liceo, Chavez era da qualche anno saldamente al potere in Venezuela. Locali dirigenti dei partiti di sinistra andavano in pellegrinaggio in Venezuela e tornavano estasiati, come piccoli Sartre di ritorno da Mosca, magnificando la rivoluzione bolivarista.

Non era una fascinazione limitata a qualche giovincello cresciuto nella provincia italiana che avrebbe poi cercato una raccomandazione da qualche politico locale – il vero socialismo realizzato da noi. Chavez aveva ammiratori nella pubblicistica mainstream di sinistra anche negli Stati Uniti: si veda qui, qui; politici oggi alla guida della sinistra inglese magnificavano i risultati del bolivarismo, come si vede qui. Non ha fatto eccezione la stampa italiana, da Internazionale (si veda qui) a davvero tutti gli altri (qui una rassegna, curata da Formiche.net).

Non c’è poi bisogno di citare il documentario di certo non critico di Oliver Stone, distribuito in Italia con il titolo Chávez – L’ultimo comandante, e applauditissimo a Venezia nel 2009.

Finchè le cose andavano bene, ossia finchè il prezzo del petrolio tirava e il costo delle scelte del governo socialista poteva essere spostato in avanti, il Venezuela ha rappresentato l’ennesima reiterazione delle illusioni della sinistra mondiale, convinta di poter ignorare lo stato di diritto, i vincoli di bilancio, la logica e qualsiasi altra cosa che si opponesse ai propri desiderata. Tra gli ostacoli, nel caso del Venezuela, ci sono stati non trascurabilmente i diritti umani. E non parlo solo degli oppositori politici come Leopoldo Lopez – la sua farsesca vicenda era troppo grottesca perchè anche la stampa italiana non ne desse conto, quindi si veda qui – ma anche dei comuni cittadini.

Ora, in un paese ormai nel caos, con la violenza per le strade, le squadracce filogovernative che hanno reso Caracas simile a Gaza, gli ospedali in disarmo, la carenza di beni di prima necessità, l’iperinflazione, la crisi fiscale e valutaria, scopriamo che il regime ritiene indispensabile pagare il debito estero comprimendo ancora di più i consumi interni. Come suggerisce anche Mario Seminerio, questo potrebbe spiegarsi con la volontà di salvaguardare i propri conti esteri – no, non quelli dello Stato, ma quelli della banda di criminali che oggi lo controllano. Di questo è già più difficile trovare traccia sulla stampa di sinistra, come del fatto che la figlia di Chavez è probabilmente la persona più ricca del Venezuela.

Stiamo parlando di un gruppo di potere spietato, disposto ad affamare i propri governati come e peggio di un dittatore africano di anni che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. Eppure, la reputazione di Chavez e Maduro a sinistra non è ancora riuscita a modificarsi – e per molti, anche solo paragonare Chavez/Maduro a Pinochet è offensivo verso i primi. Come se di fronte alle proprie preferenze estetiche, di appartenenza, non contassero niente le condizioni di vita di chi deve fare esperienza di queste politiche.

Seriamente: cari amici di sinistra, non è il caso di fare un passo in avanti, ammettere che vi siete sbagliati? È vero o è falso che il pregiudizio ideologico vi ha portato a sostenere la causa di dei criminali, difendendoli anche quando negavano i diritti delle opposizioni ed esultando quando sono riusciti a rimanere al potere, nel 2002?

La domanda, ovviamente, è rivolta anche agli autori di questo blog, come Absinthe, che di fronte alla citazione del problema, da qualche mese, sanno rispondere solo con insulti e attacchi personali.

Forza, ce la potete fare.

Spazi culturali e vita sul materasso: prima parte.

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Sappiamo tutti che sulle colonne delle riviste perbene è in corso da tempo un lungo dibattito sul destino degli spazi culturali e sulla necessità di finanziarli, di chiudere un occhio sulla loro osservanza dei regolamenti, di ricordare alle istituzioni il ruolo fondamentale che svolgono nel mantenere vivace una città in declino: Roma. Poi in realtà io vivo a Milano e, pochi giorno dopo un invettiva strappa-condivisioni ad opera di un noto intellettuale romano, ascolto Beppe Sala, candidato PD alle elezioni comunali, pronunciare la seguente frase in un confronto elettorale al Franco Parenti: “Bisogna anche guardare alle periferie, dotarle di teatri di quartiere”.

La butto sul ridere, e un paio di giorni dopo mi ritrovo a cena con amici che mi spiegano, ad esempio, come i meccanismi di finanziamento delle produzioni teatrali possono essere sotto forma di rimborsi ex post, oppure possono essere erogati in anticipo in base a una valutazione preventiva: segue ovvia discussione sul disallineamento degli incentivi, si prosegue con una riflessione sul declino dei centri storici, si finisce sbroccando qua e là sui doveri del comune di garantire una vita culturale alla città. La sostanza del discorso collettivo alla fine è che, ovvio, parlare di “teatro di quartiere” fa molto ingenuo, ma il fatto che se ne parli esprime comunque una necessità vera, reale, impellente, per chi è costretto a vivere al di fuori di un perimetro ideale che solca piazza Repubblica, si fa tutto il percorso della linea nove del tram, arriva ai navigli e poi ti lascia libero di prendere la metro verde, magari di ritorno fino a Garibaldi, e quindi di nuovo corso Como, Porta Nuova e fermata Repubblica.

(Adesso, a passare in rassegna questi luoghi viene in mente la riflessione carina del deboscio.com sulle misure migliori per stabilire cosa sia o non sia il centro di Milano; cercando casa anni fa, mi resi conto di quanto scadente fosse poi l’umanità che bivacca la sera attorno ai navigli, di tutto il casino inutile che si trova risalendo per viale Montenero, del disagio frequente che incontri a Brera in chi viene lì a far serata direttamente da x-ate, x-ago, in Opel Tigra e giacca elegante presa a Mendrisio, che insomma, ormai raggiungo il centro-centro solo ad appuntamenti precisi e dico dove abito con la curiosità di capire se l’interlocutore sia più o meno succube di questi confini tracciati negli anni 90 da un’insolita coalizione di studenti liceali e fuorisede meridionali).

Torniamo alla cena. Cosa significa vita culturale? A farlo in maniera estemporanea rischio ogni volta un attacco di panico. Raggiungo la serenità necessaria quando provo a tradurre vita culturale nel mio linguaggio interiore da bambino di otto anni: tempo libero. Per noi contemporanei, tempo libero significa un sacco di cose: guardare serie-tv, godere dei nostri ordini Amazon, ordinare cibo da casa, invitare gente a casa, e quando il tempo è ok uscire e fare qualcosa. In questo “uscire e fare qualcosa”, il comune, i soldi del comune, il ministero dei beni culturali, il direttore del museo hanno un ruolo che oggi, nel 2016, è una frazione ridottissima rispetto a chi ha avuto vent’anni negli ottanta o novanta. Un’orda di multinazionali cattive ha lavorato da anni per far collassare il nostro tempo tempo libero a casa nostra e ci è riuscita. Non abbiamo bisogno di cinema d’essai quando possiamo accedere al catalogo Criterion in 15 minuti, quando un 40 pollici costa 300 euro e quando il cibo ti arriva in mezz’ora caldo uguale rispetto al ristorante. E non abbiamo bisogno di librerie storiche quando le librerie storiche sono in realtà grosse catene dove ormai ti devi ordinare direttamente i libri di Ennio Flaiano, perché “forse è in magazzino, no, si deve ordinare ma se ne parla dopo le feste”. Poi ovvio, i teatri, gli stadi, le discoteche, sono tutte cose che continueranno ad esistere, ma esisteranno solo come stacchi rispetto ai nostri ambienti privati, e quindi diventeranno un lusso.

La questione degli spazi culturali nelle “zone di periferia” è una questione di lussi. E’ un lusso per gli amici di chi ci scrive editoriali sopra, perché è un modo di continuare a fare qualcosa che alle persone, alle persone colte, interessa solo marginalmente, roba da due volte l’anno coi biglietti spacciati dall’amico o dall’amica a prezzo ridotto. E diventerà un lusso per quei borghesi che prima o poi si convinceranno che al centro si vive male e andranno a vivere a Lambrate, fuori da area C, e potranno così mettersi gli abiti del popolo e avanzare il diritto a non pagare la benzina nei fine settimana. In questa trattazione disonesta su dei beni di lusso, gioca un ruolo importante l’idealizzazione disonesta del passato. Magari è vero, i nostri genitori uscivano e andavano a teatro, e appendevano nei loro appartamenti serigrafie contemporanee di quadri che ritraevano la gente uscire dal teatro, e ricordano molto bene di quando Albertazzi fece quella cosa straordinaria o di quando invitarono i loro genitori a vedere Paolo Poli; ma le case dei nostri nonni erano case dove fondamentalmente ci si annoiava. Dove la tecnologia portava un solo televisore, dove non esisteva internet e dove gli spazi privati venivano sacrificati a favore di grandi saloni con sedie scomode, pavimenti che si graffiano e tavolini da stare attenti. Nel racconto di certe esigenze, il mutamento di questi spazi privati viene consapevolmente soppresso con lo scopo infame di far sembrare le classi più umili come spacciate, fondamentalmente sfigate e destinate a sfogare la noia al bingo o alla stecca. Oggi, nel 2016, puoi avere la sfiga di nascere in ambienti sfigati, ma puoi imparare l’inglese guardando roba su internet, e quindi puoi emanciparti eventualmente dalla miseria culturale che hai in casa, puoi scoprire la musica su Spotify e la puoi condividere coi tuoi compagni di scuola: lo spazio pubblico non deve più necessariamente essere contemporaneamente punto di scoperta e aggregazione: si vivrà bene o male anche soltanto in relazione a quanto gli spazi pubblici sapranno aggregarci in maniera civile; e alla fine quasi tutta la dimensione di scoperta sarà relegata alla comodità dei nostri materassi.

E quindi sì, i politici che da qui agli anni avvenire cavalcheranno l’onda cretina degli “spazi” saranno tutti, nessuno escluso, dei grandissimi paraculo, succubi a loro volta di intellettuali con un complesso molto forte di status. Come ne sono così sicuro? Oggi ho fatto la spesa alle undici e mezza di mattina nel quartiere Isola. Isola è un ex quartiere popolare di Milano che adesso invece non lo è più. Con euro trecentomila compri 70 metri quadri, e probabilmente ci andrai a vivere da solo. Questo ha fatto sì che per andare a fare la spesa trovi il supermercato normale ma se cammini un po’ trovi anche quello costoso con la pasta di segale e gli hamburger di tempeh. Esco da questo secondo tipo di supermercato; un candidato consigliere comunale mi avvicina e comincia a parlarmi dei suoi progetti. Mi dice che la sua ambizione è rendere questo quartiere più vivibile e mi nomina subito la struttura x. Io rispondo “La struttura x?”. “Sì, è quel complesso di edifici tra y e z dimessi dal comune tempo fa, ecco, sarebbe bello potere ricavare spazi per tutti i cittadini come ad esempio un piccolo teatro di quartiere”. Io ovviamente non conoscevo nemmeno l’esistenza della struttura x, e avrei potuto ricordare y o z solo nel caso in cui ci avessi fatto una visita medica, e quindi niente. Cosa racconta l’accaduto:

1) Un candidato di una lista civica di sinistra decide di fare campagna elettorale in un quartiere ex popolare.

2) Sceglie un argomento realisticamente sensibile, come quello di alcuni edifici dimessi, in cui si può sostenere di tutto, dalla vendita ai privati alla costruzione di case popolari.

3) Sceglie di raccontarlo nel luogo meno adatto, cioè il supermercato buono, in cui anche l’appartenenza geografica al quartiere è equivoca e incerta.

4) Sceglie di raccontare la sua proposta di teatro di quartiere a quelli come me, che hanno con il quartiere un rapporto di dormitorio-palestra-ricetta-antibiotici, e di cui fregherà un cazzo qualsiasi cosa succeda.

(Alla fine sono tornato a casa e ho messo il riso a cuocere. Mi sono attaccato Rossini su Spotify e su Messenger ho provato a capire cosa fare verso le sette di sera. Mio padre, che è venuto a trovarmi, si è poi disteso sul mio letto e siccome poi sa che mi da fastidio il fatto che russa ha attaccato con sta storia che lui e mio zio dormivano nella stessa camera e russavano entrambi. Non avevano nemmeno un cellulare per distrarsi.)

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

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La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Referendum costituzionale e dimissioni

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Come ci fa notare oggi Nagasaki, a ottobre si vota sulla Costituzione e non su Renzi e Boschi. Che la scheda del referendum costutuzionale contenesse al suo interno un sì o un no alla riforma costituzionale non dovrebbe sorprendere l’elettore medio. Quello che va tenuto presente è però che voteremo sulla modifica della Costituzione che è stata al centro dell’azione del Governo Renzi fin dalla sua nascita ed è dunque del tutto logico che se questa venisse respinta Renzi e Boschi dovrebbero andare a casa. È anche del tutto logico che chi ritenesse quella riforma sbagliata non boccerebbe solo la riforma ma anche chi l’ha scritta. Non è chiaro infatti come potrebbe procedere l’azione di un governo dopo che una parte così consistente del suo operato venisse rigettata dagli elettori. Per non parlare del fatto che se il governo dovesse continuare, sarebbero proprio i Nagasaki di turno i primi a lamentarsene suonando la campana a morto per la nostra democrazia.

Da che mondo è mondo, i governi vivono e muoiono a seconda del loro operato senza che ciò venga considerato un ricatto. Viene quasi il sospetto che quelli del fronte del NO, che ora si affannano a dire che il voto non riguarda il governo, abbiano paura di scoprire che la riforma Boschi risponde a molte richieste dei cittadini, la gran parte dei quali non ha particolarmente a cuore il futuro politico di Renzi o Boschi, nel bene e nel male. Sai che tragedia se un vittoria dei SÌ fosse dovuta non a cieca partigianeria ma a una valutazione della riforma nel merito?

Andiamo dunque tutti a esprimere la nostra serena opinione sulla riforma senza far finta che sia stata portata dalla cicogna e senza cascare dal pero se chi l’ha scritta si prenderà le sue responsabilità in caso di bocciatura.

Ciao, canaglia.

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Votiamo sulla Costituzione, non importa di Renzi e Boschi.

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I sostenitori della riforma e del governo si spendono moltissimo sulle conseguenze che una vittoria del NO, portando – a dir loro – il NO alla caduta di Renzi e conseguentemente alla rovina del Paese. Tralasciando questo ultimo argomento, del tutto indimostrato e quindi irricevibile, bisogna dire due cose.

La prima, siamo abituati ormai a governi che del responso delle urne tengono conto minimo; se anche Renzi perdesse il referendum non è affatto detto che mollerà né che mollerà subito, a dispetto di quanto egli stesso ha dichiarato. Una scusa per rimanere al governo là si trova sempre, l'”Emergenza X” è sempre una scusa ottima.

La seconda, è stato Renzi a dire che se perde il referendum se ne va. Ieri pure la ministra Boschi ha detto che farà altrettanto.  Ora, legare la riforma alla sua persona è stata una scelta sbagliatissima. I sostenitori della riforma dicono che il NO raccoglie gente cui della Costituzione non frega nulla ma che vogliono solo far cadere il governo. Possono star tranquilli che anche il SI raccoglie gente cui la riforma non piace ma che non vogliono far cadere il governo.

Insomma stiamo per scegliere le regole del gioco democratico dei prossimi decenni non sul merito ma sulla tenuta di un governo e di un Presidente del Consiglio che tra l’altro ha già dichiarato che non si ricandiderà dopo il secondo mandato. Ma si può sapere chi se ne frega di quello che fa Renzi se vince il NO? Chi gli ha chiesto di dire che mollerà? Noi dobbiamo votare sulla Costituzione, cioè di quello che potranno fare Governi e Parlamenti ben oltre la vita politica di Renzi e Boschi. Davvero, non si può pensare a un modo più sbagliato di approcciare la questione è l’unico modo per uscirne è che Renzi dica: “‘mi sono sbagliato, scusate, votate sulla Costituzione e la riforma, non su di me”.

Sarebbe una marcia indietro che forse avrebbe ripercussioni negative su di lui ma eliminerebbe una grossa ipoteca dal dibattito. Ovviamente non succederà mai. E allora teniamoci i NO e i SI drogati da considerazioni che col referendum non c’entrano nulla. Ma la responsabilità di questo ricade tutta sul Governo, non ci sono scuse.

Le idee dei partigiani sul referendum: e chissenefrega?

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Surreale che, in un Paese bloccato da mille problemi, nell’anno del signore 2016, si possa ancora fare una polemica che includa i partigiani. Non come figure storiche, ma come attori presenti nel dibattito.

Non sto qui a riassumere tutta la vicenda, che ruota secondo alcuni intorno al modo in cui dovrebbero essere considerate le opinioni di un signore con grandi meriti, nato nel 1926 e animato da grande passione civile. Ma mi limito a segnalare che – ribadisco: troviamoci oggi nell’anno 2016 – gli iscritti all’ANPI oggi non possono che essere (a) gente che ha fatto la Resistenza, ma che a parte mirabili eccezioni non sarà nel pieno delle proprie facoltà cognitive o (b) gente che si è iscritta dopo all’ANPI come ci si iscrive all’ARCI Bellezza per ballare il tango.

Ora, francamente, di fronte ai vari Ciwati che agitano i partigiani come un feticcio per “argomentare” la propria contrarietà a questo o quello, facciamo uno sforzo di maturità democratica e diciamocelo: va bene l’idea dei signori dell’ANPI, ma non è un attentato alla Costituzione pensarla diversamente.

P.S. per inciso, io non ho nè una posizione definita sul referendum nel merito, nè grande simpatia per Renzi (e pochissima per i renziani). Ma la pretestuosità, l’ipocrisia, il nichilismo e in ultima analisi l’assenza di ogni visione costruttiva dei suoi critici mi rendono ogni giorno meno antipatico il renzismo e tutti i suoi derivati.

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