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La festa spenta

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Oggi è il 25 aprile. Come sempre, ci sono manifestazioni e cortei in ricordo della Liberazione. Da qualche anno, però, la cosa non mi entusiasma e ci vado, se ci vado, senza particolare trasporto.

Non voglio scrivere un trattato sul significato della data, o sul valore della memoria. Mi limito a buttare giù due righe, personalissime, sul mio vissuto e i miei 25 aprile. Che sono sempre uguali, ogni anno più spenti, con le stesse facce e gli stessi rituali.

Prima di tutto: io non ho nulla contro la tradizione e il rituale. Anzi. Ne riconosco il valore, come collante e come mezzo di adesione a una comunità. Ma il 25 aprile non è il 4 luglio, festa nazionale: è la festa della Resistenza, di una parte del Paese, quella che fece in anni difficili una scelta giusta e su quella scelta costruì un mito fondativo. Una festa nata divisiva, alla quale ovviamente “tutti erano invitati”, ma nella quale c’erano ospiti e padroni di casa.

Per anni ho partecipato alle celebrazioni e ai cortei serenamente: io, nella parte giusta, ci ero nato e cresciuto. Non ho mai nemmeno pensato di spingere chi non veniva a venire, se non era la sua festa era una scelta sua. C’era una comunità, c’erano sempre le solite facce, la gente si conosceva e si salutava e i figli crescevano, anno dopo anno.

Oggi quella serenità non c’è più. Quella comunità si è consumata, logorata, e a contendersi l’eredità (perché quando qualcosa è di qualcuno, è ovvio che poi andrà a qualcun altro) sono gruppi che non si amano. Stiracchiando la “piattaforma” della manifestazione ci si scontra per cacciare gli estranei dal corteo: via la Brigata Ebraica perché hanno bandiere di Israele e Israele compie atti contrari ai valori della Liberazione; via i palestinesi perché i loro nonni erano amici di Hitler; via il PD perché per questa o quest’altra scelta si pone fuori dal solco dei valori resistenziali; via questi e via quelli, perché non ci piacciono e comunque noi a essere in piazza ci teniamo.

Eppure non è questo, a non farmi più sentire coinvolto nella giornata. Scontri e divisioni a sinistra ci sono sempre stati, non me ne sono fatto una malattia. Oggi mi manca proprio la scintilla: il 25 aprile festeggia una comunità e forse quella comunità non la sento più mia. Né l’ANPI, né le varie forze politiche. Forse mi toccherebbe di più una celebrazione nazionale, come dicevo prima, un 14 luglio alla francese, un 4 luglio all’americana: pomposa, generica, ma unitaria e comunitaria. Ma il 25 aprile non è questo: è la festa della parte giusta.

La parte giusta: per questo il corteo vede gruppi che ci vogliono essere e gruppi che ci devono essere. Perché il 25 aprile non puoi mancare, se vuoi avanzare anche solo formale pretesa di appartenenza al campo della sinistra. Così il PD renziano milanese sfila con le bandiere europee e quello renziano romano sfila separato dall’ANPI: ottimi motivi sulla carta (a Milano, l’Europa unita; a Roma, sfilare con la Brigata Ebraica) ma motivazioni reali molto più basse, permettere ai nuovi membri del PD che non sono nati nella parte giusta di partecipare senza mescolarsi ai rossi e ai comunisti. Come ha fatto per anni Marco Pannella, organizzando eventi paralleli il 25 aprile: sulla carta, per tenersi fuori da celebrazioni formali e andare al sodo dei valori della Liberazione; in pratica, per far felici i tanti radicali che erano nati e cresciuti in famiglie e organizzazioni di destra.

Ma mi sto perdendo. Non è per le scelte altrui, non è per il clima politico, che non sento più mia questa giornata. Le parole di Calamandrei ancora mi emozionano, la sfilata delle solite facce no. La festa di una comunità logorata, nella quale non mi sento più a casa.

Guida rapida alle Presidentielles (con endorsement)

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La campagna elettorale francese più bizzarra degli ultimi 50 anni sta volgendo al termine, domenica si vota per il primo turno che qualificherà i due finalisti per il ballottaggio di domenica 7 maggio.
Ci sono stati tanti colpi di teatro, dalla rinuncia di Hollande (mai vista dopo solo un mandato) all’eliminazione di tutti i big alle primarie (Sarkozy, Juppé, Valls), passando dagli affari giudiziari che hanno trasformato Fillon da stra-favorito a sopravvissuto (ha resistito contro i pessimi sondaggi e al quasi-consenso nel suo campo per sostituirlo in urgenza). Anche con uno scenario così folle e malgrado il fatto che si tratti di un’elezione importante per l’Europa, è possibile che la campagna non vi abbia interessati finora.
Ecco un brevissimo riepilogo della situazione e delle forze in campo. A pochi giorni del voto la situazione è molto aperta con 4 candidati appaiati tra il 18 e il 24% delle intenzioni di voto, un’indecisione molto alta tra gli elettori (il 25% non è ancora sicuro sulla preferenza da dare) per non parlare del possibile impatto dell’attacco terroristico di giovedì scorso.
I 4 potenziali finalisti in 2 righe
Jean-Luc Mélenchon: già candidato nel 2012, aveva fatto l’11,1%. Anche se la Francia ha già il 57% del PIL in spesa pubblica, propone come soluzione alla crisi 273 miliardi di euro di spesa pubblica in più. Non vuole uscire dall’UE ma minaccia di non applicarne più i trattati se non cambia come vuole lui (debito comune, armonizzazione sociale e fiscale). E se gli altri paesi non sono d’accordo? Chissà.
Emmanuel Macron: 39 anni e un’esperienza di alto funzionario, banchiere d’affari e ministro. Il suo programma “né di destra né di sinistra” propone un piano di investimenti di 50 miliardi di euro a fronte di un piano di risparmi di 60 miliardi e varie riforme per modernizzare il sistema di previdenza sociale. Vuole tanto bene all’UE e punta ad un’integrazione sempre maggiore, in particolare tra i paesi della zona euro.
François Fillon: l’ex primo ministro di Sarkozy ha vinto le primarie promettendo la soppressione di 500.000 posti di dipendenti pubblici e una terapia di shock per l’economia francese al quale non credono gli economisti (una riduzione così brutale della spesa pubblica avrebbe effetti recessivi) e che rischia di riscaldare l’anima dei francesi già infastiditi dalle rivelazioni sul suo uso dei rimborsi parlamentari. Rispetto all’UE, non è né contro, né convinto.
Marine Le Pen: è la figlia di suo padre, la Francia stava meglio prima, con confini veri. Propone una tassa sull’assunzione di dipendenti stranieri, dazi sugli importi e infine il ritorno ad una valuta nazionale. L’UE? Non merci.
Profili e personalità ben diversi ma per chi punta ad una politica pro-europea e progressista ambiziosa, solo una speranza: FORZA MACRON !

Grillo non sa scrivere in italiano

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Oggi ho provato a leggere il post di Beppe Grillo che ha scatenato l’ira di Matteo Renzi. Dopo poche righe mi sono accorto di non aver capito nulla. Mi sembrava di aver saltato interi pezzi di frasi, come quando si è distratti o del tutto disinteressati al testo. “Sarò prevenuto”, ho pensato, “e si deve essere attivato in me il filtro automatico delle stupidaggini”. Così ho ricominciato dall’inizio cercando di fare più attenzione. Niente da fare, dopo una decina di frasi avevo completamente smarrito la strada del discorso. Allora ho fatto un terzo tentativo, leggendo molto lentamente ogni singola parola. E ho capito che non era colpa mia.

Refusi. Errori grammaticali. Punteggiatura messa a caso. Subordinate e reggenti del tutto slegate tra di loro. Tempi verbali schizofrenici. C’è un periodo lunghissimo contenente la bellezza di tre “due punti”. Tre! Un disastro totale. Come fa una persona a non diventare pazza leggendo una roba simile?

Sembra di leggere quei commenti su Facebook senza capo né coda, scritti velocemente e senza essere riletti. Postati da autori che probabilmente in quel momento stanno facendo o dovrebbero fare attenzione a tutt’altro. Senza poi considerare i contenuti, che  o sono del tutto insensati, come quei discorsi di Trapattoni letti dal Signor Carlo della Gialappa’s (“Una notizia falsa è una cosa non vera al posto di una vera, oppure al posto di niente […] E’ il progetto mediatico per l’europa”), o sono insulti di una gravità abissale (Verdini e chi ha governato grazie a lui equiparati rispettivamente a Pacciani e ai compagni di merende). Viene da pensare che sia tutto studiato, tanto pare artificialmente imbarazzante.

Ma forse scandalizzarsi e indignarsi non è la mossa migliore nei confronti di Grillo. Forse una sana perculata è ciò che ci vuole. E allora, invece di proseguire in analisi approfondite sul lessico, sulla logica e sulla grammatica di Beppe Grillo, vi lascio di seguito otto commenti. Solo uno proviene dall’articolo di Beppe Grillo, mentre gli altri sono presi da Facebook. Sapete dire quale? Alla fine, la soluzione (è scritta in bianco, dovete evidenziare il testo).

1. Tutto lo scandalo del PD sta coinvolgendo anche gli altri partiti e ora di dire basta a tutti quei scandali successi negli ultimi 5 anni. L’ Italia sta vivendo momenti veramente vergognosi e ora di finirla datti una mossa e vedi di smuovere tutti i parlamentari onesti e rispondere concretamente a tutti gli Italiani.

2. Renzi è il PD sono la malattia che vuole spacciarsi per cura, lo hanno capito tutti, lo hanno capito anche loro ma, sono in preda all’istinto di sopravvivenza, solo che una società la si governa con il cuore e con la ragione non con l’istinto di chi è prossimo all’estinzione politica…
Ci vediamo alle imminenti amministrative per l’ennesima batosta dedicata a lor signori…

3. L’unica notizia vera è la frase più infelice e stupida della storia, quella del rottamatore che riuscì a rottamare il solo il padre. È appena incominciata un’altra diarrea mediatico/giornalistica, articoli e approfondimenti del nulla su papà Tiziano, nomi che sono gli stessi per tutti: Romeo, accuse non chiare, ipotesi creative , inventate da una stampa che ha un solo compito… fagocitare quello che resta della democrazia e dell’idea di famiglia. Si comporta come l’ultimo cucciolo di alien, quello bianco (mezzo uomo e mezzo alien) nasce e si mangia la madre”

4. Se le istituzioni funzionassero sul serio non ci sarebbe bisogno di questi per gli acquisti della pubblica amministrazione, per evitare sprechi e ruberie,basta fare delle leggi chiare e semplici e controllare,cosa che i sig.ri funzionari,dirigenti e raccomandati vari della pubblica amministrazione non fanno,allora leggi chiare e chi ruba o fa finta di niente a casa ,abbiamo la fila in italia di gente seria e preparata che sta li ad aspettare il miracolo del lavoro.

5.  volevo darle un dato oggettivo di come sono cambiate in peggio le cose dopo il referendum,io sono manager in in industria che produce mobili nel Veneto e l anno scorso ,durante il suo governo,dopo molti anni,abbiamo visto una crescita importante, ora i primi due mesi segnano un fermo

6. E’ uno scempio e’ vero!!! lo confermero’ sempre’ ci vuole dignita’ nella la morte di chi mangiamo ed indossiamo, chi e’ piu’ consapevole, avra’ assicurato il proprio benessere, apportando nellala propria vita modifiche…chi non lo fa e’ dietro alle sue ragioni..

7. Se a Berlusconi avessero toccato la mamma si sarebbe costituito, il menomato morale non si rende neppure conto che questa uscita lo segnerà per sempre. Come si fa a dimenticarla? Dal piazzista di pentole al piazzista di anime, ricordi, amore… mio padre è un pezzo di quel puzzle che non mi riesce mai: lo butto via, lo regalo dopo un “venghino siori venghino” al mercatino improvvisato dei cimeli di famiglia. Ma perché la ha detta? Probabilmente si è cortocircuitato l’avatar mentale del ragazzetto con la sua personalità reale

8. lei a preso un paese che con letta stava crescendo e lei per paura ha fatto quella caro gna ta per paura di essere invisibile (poi le ricordo che quando parte dallo scantinato e normale salire ,ma ricordo che siamo ultimi in europa grazie al suo non saper fare.

 

 

 

 

 

Soluzione:

1 – commentatore di Salvini

2 – commentatore di Di Maio

3 – Post di Beppe Grillo

4 – commentatore di Meloni

5 – commentatore di Renzi

6 – commentatore alla pagina “Il Disobbediente”

7 – Post di Beppe Grillo (si, vi ho ingannato, ne ho messi due)

8 – altro commentatore di Renzi

Cronaca di uno scontro mancato

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L’assemblea iniziata con due treni che correvano a rotta di collo, l’uno contro l’altro, si va a concludere senza un botto. Sì, i treni corrono, ma su due binari diversi.

Chi sta con un piede sulla porta ha fatto intervenire Epifani e solo lui: con parole pacate ma nette, ha rivendicato di essere stato leale, corretto e collaborativo e di non aver visto altrettanto nel comportamento di Renzi. Non è suo il compito di annunciare una scissione, ma rende chiaro che tutto è pronto. La maggioranza invece ha archiviato tutti i problemi di questi giorni e ha parlato, con una voce sola, di cose da fare e di cose fatte. Una narrazione vincente dopo due sconfitte, un po’ forzata. Nessuna apertura a chi pensa di uscire, richiami generali all’unità.

Cosa avrebbero poi da dirsi, le due parti? Il nuovo soggetto politico ci sarà, tutto è pronto. Evitare lo scontro è funzionale all’allocazione ottima dei posti: la scissione non ha bisogno di un immediato “o di qua o di là”, anzi; prendendosi i suoi tempi, il nuovo soggetto politico può gestire con tranquillità la nascita dei nuovi ruoli, delle nuove strutture. Ogni corrente e cordata perderà pezzi, ci saranno posti e compiti per nuovi sodali.

Il vincitore è facile da individuare: Matteo Renzi ha resistito ai suoi colonnelli e ha vinto il primo premio, un partito tutto suo. Se un’altra sfida verrà, sarà dall’interno del renzismo. Chi nella minoranza pensa di restare dentro cerca di rassicurarsi immaginando una candidatura di Orlando, ma il dato è chiaro: un’occasione per forzare la mano è passata, e ora il Congresso è tutto in salita.

Orlando, sì. Che ha parlato ai militanti, ha parlato alla sinistra: un bel discorso, una base per una candidatura. La scissione è per lui crisi e opportunità: si allontanano forze che su di lui potevano convergere, ma il loro allontanarsi gli dà una chance di centralità, dopo un’esperienza ministeriale apprezzata e discreta. Oltre a lui, guarda al congresso Emiliano, che dopo aver tuonato sabato contro Renzi ha fatto un intervento pacifico ed ecumenico davanti all’assemblea, sottolineando la sua “fiducia nel Segretario”. Le telefonate notturne fanno miracoli.

Che significa questa conclusione per il Paese? Un PD solo marginalmente indebolito ma con un leader assai più forte rispetto al dopo-referendum. La minaccia di rottura è stata al centro del dibattito mediatico e Renzi ne è uscito a petto in fuori e testa alta. Se qualche voto ulteriore se ne andrà da sinistra, i moderati dubbiosi hanno ritrovato il loro uomo della Provvidenza.

Per l’ennesima volta, la dirigenza della Ditta si è mostrata inadatta a sfidare il Principe: tanta tattica, poca strategia; tante teste, poche idee; tante speranze, poco coraggio. Del mancato scontro finale si avvantaggia chi lo scontro non temeva: Renzi farà leva in ogni crepa per massimizzare il suo vantaggio. Più inadatta ancora della Ditta si è dimostrata l’organizzazione del PD: l’assemblea non è luogo di confronto, pletorica e ingestibile; le dirette streaming impediscono ogni sincerità; chi siede negli organi di Partito scopre le posizioni del suo vicino di banco da interviste ai giornali. Ci sarebbe molto da discutere, in un Congresso vero.

Diario romano: ancora l’alba

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Notte di trattative, dopo gli eventi di ieri. Renzi resiste a ogni mediazione e si parla di crepe nel fronte antirenziano.

Due treni hanno preso velocità e fermarli sembra impossibile: se Renzi cede oggi, firma la sua archiviazione dopo le amministrative, salvo una vittoria miracolosa; gli scissionisti sanno che non ci sarà pietà né spazio se restano. Il resto del mondo PD viene travolto dai due treni e si dedica alle scelte tattiche.

La prima tattica, antica e onorata, è non esserci al momento dello scontro. Tirarsi fuori, dirsi feriti e/o preoccupati e attendere che la polvere si posi per decidere che fare. La scissione è quasi certa, pensano, ma quanto sarà grande e come sarà ricevuta è un mistero.

La seconda tattica é saccheggiare: dopo lo scontro si potrà far bottino tra le macerie. Chi resta dentro al PD potrà spartirsi le cariche lasciate libere da chi parte, si sa che la poltrona fa il dirigente. Al Congresso, poi, essere minoranza paga sempre un piccolo dividendo, se ci si adatta a non influire sulla linea.

La terza tattica, infine, è cambiar bandiera all’ultimo momento. Quando le truppe sono schierate, quello è il momento per vendersi al prezzo più alto. Tattica complessa ma redditizia, dunque, che apre la porta a uno scenario poco discusso in questo giorni dai media: la mezza scissione.

Mezza scissione: esce Bersani e resta Emiliano; resta Bersani e esce Rossi. Varie versioni dello stesso risultato: chi resta dentro saccheggia (vedi sopra), chi esce non è una minaccia per il PD. Lo sponsor principale dell’opzione, non deve stupire, è Renzi: che punta a una minoranza indebolita ma non avrebbe nulla in contrario a tenere delle personalità visibili e “di sinistra” dentro, per facilitare la permanenza dei voti di sinistra nel contenitore PD che, in quel caso, sarebbe solo e soltanto suo.

Comincia così un’assemblea nazionale poco appassionante. Decidere di stare insieme non dipende dal collettivo, ma dai singoli. Prevale la preoccupazione: che fare, cosa succederà, il Paese non ci segue. Renzi può salvare il PD o fare da levatrice al suo partito personale.

Diario romano: rombo di tuono

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Il week-end di passione del Partito Democratico è iniziato con un successo di pubblico: davanti al Teatro Vittoria, che ospitava l’iniziativa di Enrico Rossi e dei suoi ospiti, la folla che non è riuscita ad entrare ha seguito l’incontro su apposito megaschermo. Del mio viaggio fino al Teatro ho parlato qui.

Rossi, dunque, con Speranza, Emiliano e altri ospiti e sodali. Un PD che sceglie una caratterizzazione di sinistra, netta e conflittuale. Rossi parla di socialismo, di disuguaglianze da ridurre, da ingiustizie da combattere; Speranza di un partito grande con una grande storia; Emiliano di giustizia e legalità, per stare vicino agli ultimi. Il risultato non sembra raccogliticcio né posticcio: il pubblico risponde bene, sia fuori che dentro il Teatro.

Proprio dentro al Teatro, nelle prime file, D’Alema e Bersani parlottano. Le forze e i numeri per la scissione ci sono, basterà a piegare Renzi nell’assemblea di Domenica 19? I contatti ci sono stati, Delrio è notoriamente infastidito con Renzi ma la decisione finale sarà del Segretario. Sul palco la linea è univoca: evitare la scissione, battersi per salvare il PD, ma se Renzi non cambia rotta restare insieme e ricostruire il progetto del PD insieme.

Sì avvicina l’ultima fatidica notte. Emiliano ha tuonato, la sinistra romba. Renzi sa che in assemblea si troverà davanti una richiesta di Congresso in tempi lunghi: prima la Conferenza Programmatica, per parlare dei nuovi problemi, delle nuove sfide e di come affrontare la nuova fase; poi le amministrative, uniti per salvare il salvabile; infine il Congresso a settembre, per preparare il Partito alle elezioni. Accetterà?

Diario romano: prima della tempesta

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Domenica 19 febbraio a Roma c’è l’assemblea nazionale del Partito Democratico, il luogo dove Matteo Renzi dovrebbe ufficializzare le sue dimissioni da Segretario. L’attenzione dei media e dei militanti è al massimo: ci sarà, dunque, la scissione?

Il mio viaggio a Roma è iniziato ieri, venerdì 17. BlaBlaCar, ovviamente: prendere un treno all’ultimo minuto non è alla portata delle mie finanze. Coi compagni di viaggio sull’auto condivisa si parla, si parla eccome: molto favorevoli al referendum sugli appalti (due di loro sono nell’edilizia, uno dipendente, l’altro imprenditore), idee meno chiare sui voucher ma la convinzione che probabilmente sia giusto farne a meno. Un Paese ideale in quattro posti, pensavo: all’altezza di Orte invece si rivelano tutti convinti che il prezzo dei medicinali sia alto a causa di un complotto internazionale. Pazienza, piccoli passi.

Abbiamo parlato tanto, sì, ma non del PD. Al momento giusto ho detto perché scendevo: “domani voglio sentire Rossi, Speranza e Emiliano; domenica vado davanti all’assemblea nazionale del PD a vedere che succede”. Cortese interesse, domandina di rito sul mio essere militante, e basta. L’argomento non li tocca.

Inizio così un breve racconto in tre parti di questi giorni, annunciati come cruciali. Un terzo del PD prepara la scissione, un altro terzo li sfida a farla, un terzo terzo trema al pensiero di ritrovarsi da solo con il primo o col secondo. La legge elettorale proporzionale rende appetibiledirigentti l’idea di presentarsi agli elettori con un chiaro connotato ideale, se non ideologico. I militanti e gli elettori pensano meno a queste tattiche, ma i rapporti umani sono ai minimi storici e molti dicono che sì, certo, scindersi è una cosa brutta ma con QUELLI, no, con quelli mai più.

Scrivo dal teatro Vittoria, dove Enrico Rossi presenta una linea socialista: meno dirigenti con stipendi d’oro e più assunzioni; meno leader e più collegialità; schierarsi con gli ultimi e combattere l’establishment. Non a caso accanto a lui c’è Michele Emiliano, che di una linea anti-establishment sarebbe un credibile candidato alle elezioni. Qui al Vittoria c’è una massa critica sufficiente a rendere una scissione un successo, massa critica che oggi è sul tavolo, arma carica per costringere Renzi a un congresso lungo, sulle idee, fino a batterlo alle primarie. Renzi non teme la scissione, lui può correre da solo se vuole, anche senza il PD: ma gli alleati di Renzi? I Fassino, i Franceschini? L’arma carica li fa sudare freddo.

La prova logica che il Collettivo di Bologna non ha niente da dire

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Esiste un modo facile facile per capire se qualcuno ha scritto un testo banale, sempliciotto, fatto di puri slogan e frasi fatte. Si chiama “Metodo Alberoni – Tetranacci” ed è stato sviluppato nel 2009 da Ne’elam su Noise From Amerika. L’ipotesi alla base di questo metodo è che un articolo o un discorso molto banale potrebbe essere spezzato nei suoi periodi e riassemblato in maniera del tutto casuale con pochi danni per la comprensione del lettore. In altre parole, le frasi del pezzo in questione vengono tagliate, eliminate e spostate a caso. Se il risultato continua ad avere un senso e il messaggio dell’autore è ancora chiaro, siamo di fronte ad una somma di frasi fatte, senza la tipica costruzione argomentativa fatta di tesi, prove a sostegno, confutazione dell’antitesi e conclusione. Il nome del metodo deriva dalla prova fatta da Ne’elam, il quale riformulò un articolo di Alberoni secondo la sequenza Tetranacci. Il risultato fu un fratello gemello dell’editoriale originale.

Mi ero già dilettato a fare questo esperimento nel 2013 con altri giornalisti e nel 2014 con i politici. Oggi proviamo con i comunicati del Collettivo Universitario Autonomo Bologna, salito alla cronaca per la questione dei tornelli in biblioteca e delle conseguenti sommosse. L’ispirazione è nata cazzeggiando sul profilo Facebook del collettivo che, di fronte alle richieste di spiegazioni da parte di moltissimi utenti, ha linkato questi comunicati. Leggendoli ho avvertito subito il vuoto abissale di contenuti. Nessuna domanda può essere soddisfatta, perché non c’è alcuna risposta. Solo slogan e frasi fatte. Per dimostrarlo, non esiste niente di meglio che lasciarvi con questi stralci che sono frutto della somma di 2 comunicati (uno di fine gennaio e uno di questo weekend) per un totale di 32 righe, che verranno riportate per completezza in fondo all’articolo nel caso voleste cimentarvi anche voi.

Fibonacci (1,2,3,5,8,13,21):

 Le notizie che annunciavano la possibile installazione dei tornelli al 36 di via Zamboni risalgono addirittura a maggio dell’anno scorso, anche se da allora mai erano stati realizzati.

Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi

Così è stato e, sin da subito, ci siamo sentiti in dovere di prendere parola e di opporci in modo netto a questo provvedimento tanto inutile quanto controproducente imposto dell’universita’.

Uno di questi è il metodo con cui si è cercato di imporre questo nuovo dispositivo, non tenendo minimamente conto del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.

E’ l’attacco ad una comunità e attraverso essa ad ogni frammento di contestazione, di dissenso, di opposizione reale al discorso e ai soprusi di chi si arroga il diritto di decide sulle nostre vite.

 

Potenza di 2 (2,4,8,16,32):

Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi

I motivi e i fattori per cui ci si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

A partire da queste belle giornate, dove al 36 abbiamo tutti e tutte respirato un’aria positiva fatta di sentimenti collettivi e di autogestione, continuiamo l’opposizione ai tornelli per essere noi tutti a decidere collettivamente sul funzionamento della nostra biblioteca.

L’università è di chi la vive!

 

Numeri primi al contrario (31,29,23,19,17,13):

Riappropriamoci del nostro tempo e dei nostri spazi, per costruire l’alternativa possibile all’interno dell’università ormai azienda.

Perché non accada più e la forza collettiva sia il vero segno del riscatto.

Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.

Un attacco portato avanti dall’università prima con la decisione unilaterale di installare un sistema di controllo tramite i famosi tornelli, poi con l’appoggio della questura con le cariche della celere dentro il 36.

Se i tornelli rimarranno, noi resteremo ad impedire che funzionino perché il 36 è casa nostra, di tutti e tutte le studentesse e gli studenti che quotidianamente passano la giornata qui a studiare!

D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.

 

Funzione Random di Excel (20,8,23,15,28):

E’ prima di tutto questione di diritto allo studio, ma non soltanto: è questione di minare le basi dell’alterità possibile.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.

Parallelamente alla riapertura dei tornelli si sono svolte due assemblee in Aula Affreschi partecipate da centinaia di giovani che hanno ribadito l’importanza di costruire collettivamente un’opposizione forte a questo dispositivo, e che si riaggiorneranno lunedì prossimo alle 18.

Anche per Michele, per chi se ne va col cappio al collo.

 

 

I testi completi:

  1. Le notizie che annunciavano la possibile installazione dei tornelli al 36 di via Zamboni risalgono addirittura a maggio dell’anno scorso, anche se da allora mai erano stati realizzati.
  2. Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi
  3. Così è stato e, sin da subito, ci siamo sentiti in dovere di prendere parola e di opporci in modo netto a questo provvedimento tanto inutile quanto controproducente imposto dell’universit
  4. I motivi e i fattori per cui ci si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti.
  5. Uno di questi è il metodo con cui si è cercato di imporre questo nuovo dispositivo, non tenendo minimamente conto del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto.
  6. Non si tiene presente la natura di questa biblioteca, che negli anni si è rivelata un luogo pulsante della zona universitaria, attraversata da pratiche d’autogestione edun luogo la cui identità è andata costruendosi lotta dopo lotta e che ora è un punto di riferimento di socialità e cultura.
  7. Dopo le due settimane di chiusura per ultimare i lavori (in pieno periodo d’esami) lo scenario che con cui ci si è dovuti misurare è quello di barriere di vetro, dispositivi di controllo elettronico con tanto di telecamere.
  8. Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.
  9. Il discorso sicurezza adottato dall’università per giustificare i tornelli viene smontato subito dagli studenti stessi, prima allontanando la presenza poliziesca e poi decidendo di aprire una volta per tutte le porte, facendo tornare il 36 un luogo accessibile ed attraversato, come è giusto che sia.
  10. . Riaprendo i tornelli l’abbiamo ribadito: il 36 è di studenti e studentesse e solo a chi il 36 lo vive ogni giorno può capirne le dinamiche ed i bisogni.
  11. Il 36 e gli spazi dell’università sono di tutti, tutti devono potervi accedere, i tornelli sono una barriera esclusiva; barriera che sembra seguire la linea ultra-securitaria e di controllo che si respira un po’ in tutto l’occidente.
  12. In tanti abbiamo rivendicato, di fronte ai dirigenti di quest’università, che nessuno ha paura o si sente in pericolo a stare in questa biblioteca, perché l’unica garanzia siamo noi, studenti e studentesse, che conosciamo e viviamo questo posto.
  13. D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.
  14. E’ con questa convinzione che nel corso degli ultimi tre giorni i tornelli sono stati sempre aperti per fare del 36 il luogo che è sempre stato accessibile a tutti e tutte.
  15. Parallelamente alla riapertura dei tornelli si sono svolte due assemblee in Aula Affreschi partecipate da centinaia di giovani che hanno ribadito l’importanza di costruire collettivamente un’opposizione forte a questo dispositivo, e che si riaggiorneranno lunedì prossimo alle 18.
  16. A partire da queste belle giornate, dove al 36 abbiamo tutti e tutte respirato un’aria positiva fatta di sentimenti collettivi e di autogestione, continuiamo l’opposizione ai tornelli per essere noi tutti a decidere collettivamente sul funzionamento della nostra biblioteca.
  17. Se i tornelli rimarranno, noi resteremo ad impedire che funzionino perché il 36 è casa nostra, di tutti e tutte le studentesse e gli studenti che quotidianamente passano la giornata qui a studiare!
  18. Quanto avvenuto a Bologna è noto.
  19. Un attacco portato avanti dall’università prima con la decisione unilaterale di installare un sistema di controllo tramite i famosi tornelli, poi con l’appoggio della questura con le cariche della celere dentro il 36.
  20. E’ prima di tutto questione di diritto allo studio, ma non soltanto: è questione di minare le basi dell’alterità possibile.
  21. E’ l’attacco ad una comunità e attraverso essa ad ogni frammento di contestazione, di dissenso, di opposizione reale al discorso e ai soprusi di chi si arroga il diritto di decide sulle nostre vite.
  22. Dopo la gravissima irruzione della celere in antissommossa, abbiamo visto la giusta e degna risposta di chi non ci sta a chinare la testa di fronte a queste imposizioni.
  23. Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.
  24. Dicono che siamo una generazione di pigri, ci dicono che dovremmo essere flessibili, ci dicono che siamo choosy.
  25. La verità è che siamo una generazione di giovani marchiati a vita dalle politiche di precarietà del PD e di Poletti, dal lavoro gratuito stile EXPO, dall’impossibilità di tracciare prospettive di futuro ed essere imbrigliata in questo eterno presente di sofferenza.
  26. Abbiamo una grande responsabilità: rompere la solitudine di tanti coetanei e coetanee, creare una contronarrazione a chi specula sugli interessi giovanili e non fa altro che perpetuare il tempo infinito della nostra precarietà.
  27. Economica, esistenziale.
  28. Anche per Michele, per chi se ne va col cappio al collo.
  29. Perché non accada più e la forza collettiva sia il vero segno del riscatto.
  30. Facciamo perciò appello a tutte le città, agli studenti, alle studentesse ed ai tanti e tante solidali del Paese, perché giovedì 16 sia una giornata di mobilitazione e così i giorni a venire. Dal Nord al Sud alle isole segnaliamo, manifestiamo, contestiamo i responsabili delle scelte scellerate che subiamo in Università e non solo.
  31. Riappropriamoci del nostro tempo e dei nostri spazi, per costruire l’alternativa possibile all’interno dell’università ormai azienda.
  32. L’università è di chi la vive!

La scissione assicurata

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Il Congresso del PD prometteva di essere cosa interessante per una parte ben precisa del Paese: gli elettori del PD e la stampa. Poi c’è stata una svolta: oltre a minacciare rotture, una parte della minoranza del Partito ha iniziato a lavorare per organizzare un’altra forza politica. Di colpo la scissione è diventata reale, palpabile.

A sinistra il rapporto con le scissioni è complesso: l’impressione è che uscendo dal grande partitone, PCI PDS DS PD, le nuove formazioni siano destinate al declino e all’irrilevanza. È innegabile che questo è successo, a tutte le scissioni dal 1991 ad oggi. Ma la scissione paventata da Massimo D’Alema (D’Alema,  mica Che Guevara) è stata invece premiata da ottimi sondaggi. I sondaggi fatti oggi contano poco o nulla, non sappiamo quando si vota, chi si candida o quale sarà la legge elettorale. Ma il sondaggio ci dice che c’è un elettorato interessato e questa sì, è una vera novità.

Faccio due ipotesi: l’elettorato di sinistra è interessato a una scissione perché il PD ha superato dei paletti irrinunciabili, oppure perché gli scissionisti hanno proposto qualcosa di fortemente innovativo per lo scenario attuale. Nessuna delle due mi convince appieno: a portare la sinistra là dove “non si doveva andare” furono svariati leader prima di Renzi, tra i quali (guarda caso) D’Alema; e la scissione per ora è stata più declinata “contro” che “pro”, il messaggio innovativo se c’è è solo sottinteso. Resta la spiegazione organizzativa: gli scissionisti, questa volta, non sono movimentisti, non sono espressione di una base scontenta; tra di loro ci sono dirigenti di peso ed è plausibile che riescano a portarsi via una fetta di quel tesoro enorme che sono le sedi.

Sì, le sedi: che sono di proprietà, in gran parte, della fondazione dei DS. Senza le sedi una certa sinistra fa fatica a radicarsi (sì, ci piace trovarci la sera e parlare di politica, un blog non ci basta) e il messaggio sarebbe fortissimo: luoghi fisici, con insegne, realtà locali a cui unirsi. A sfidare quel che resterebbe del PD ad armi pari e ad offrire una casa a quei 500mila che durante la segreteria Renzi non hanno rinnovato la loro tessera.

Giusto, le tessere. Il PD una scissione, silenziosa, la ha già avuta: gli iscritti sono crollati e sono arrivate molte facce nuove. Il Partito del 2017 è assai diverso da quello del 2013, è letteralmente un altro Partito: a non cambiare sono i dirigenti, abili nel riposizionarsi, e gli eletti, che durano a lungo al sicuro dentro le istituzioni. Su questo calo delle iscrizioni e su questo ricambio fonda la sua forza congressuale Renzi: il PD oggi è un partito molto renziano, grazie alle sue scelte divisive. Chi non lo ama spesso se n’è andato, chi è arrivato per lui non lo tradirà per un avversario di sinistra.

Ecco che arrivo al punto: Renzi ha la forza per battersi al congresso, ma non solo. Renzi ha la forza per andarsene dal PD e farsi un partito suo. La sua segreteria ha visto il fiorire dell’attivismo parallelo: poca spinta a tesserarsi al PD, moltissima visibilità alle organizzazioni renziane create per le campagne elettorali e per seguire temi specifici. Dopo la sconfitta referendaria, temendo il congresso i “fiancheggiatori” sono stati mobilitati e spinti a iscriversi di corsa, ma non c’è alcun legame affettivo tra loro e il PD: se Renzi scegliesse di creare un soggetto nuovo, lo seguirebbero in tanti.

La scissione renziana è ancora fuori dai riflettori, per un grande fraintendimento: i più superficiali dei giornalisti hanno creduto alla narrazione renziana della vittoria, del leader che vince e governa senza alleati e coalizioni. Renzi invece sa benissimo che, da leader del PD, non ha chance di ripetere il successo delle europee e la cosa nemmeno gli interessa: quello che vuole è arrivare nel prossimo Parlamento con dei deputati fedeli, così da poter far parte del prossimo Governo e farlo cadere al momento giusto. Questo può farlo da leader PD o da leader del nuovo partito renziano, la prima opzione ha un solo vantaggio: essere leader PD elimina un partito concorrente.

Mentre scrivo procede la Direzione del PD, ma le carte le hanno Franceschini, Letta e Fassino. Se si schierano con Renzi lui vince, la scissione la fa la sinistra e loro devono sperare che il fiorentino sia generoso con loro nell’attribuzione dei posti. Se lo abbandonano, lui perde e se ne va e una parte dei loro voti lo seguiranno, rendendoli i parenti poveri nel PD che svolta a sinistra. Due brutte prospettive.

Il Cinese

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Sottomettere i nemici senza combattere è il culmine dell’abilità.

Venticinque secoli separano Sun-Tzu, stratega cinese, e Massimo D’Alema, stratega pugliese. Sembrano venticinque giorni, se osserviamo quel che ha appena combinato il secondo.

Il 4 dicembre, Matteo Renzi perde il referendum costituzionale. Aveva investito molto e perde molto: il 40% di SI non è suo, e lo sa. La campagna feroce, populista, gli ha inimicato gran parte della sinistra e tanti anche nel suo partito non hanno gradito. Sotto pressione, si dimette e lascia Palazzo Chigi a Gentiloni. Sa che lo aspettano mesi difficili, ma è un giocatore d’azzardo e non si spaventa.

Ha buoni motivi per non spaventarsi: contro di lui, ci sono tante teste ma pochi fegati. Gli viene chiesto di convocare il Congresso, per “confrontarsi dopo le due sconfitte delle amministrative e del referendum”: tradotto, per farlo fuori. Si rifiuta, e non si muove foglia. Si muove però un baffo.

Massimo D’Alema ha un passato, diciamo, sfaccettato. A palazzo Chigi c’è stato e mentre stava là voleva farci “una merchant bank”, ha fatto accordi con Berlusconi e Cossiga e permesso che si bombardasse la Serbia partendo dal suolo italiano. Non è un pupillo della sinistra, ma Renzi lo ha attaccato duramente negli anni, dipingendolo come il simbolo di una politica vecchia, inciucista, perdente. Molti dei suoi lo hanno abbandonato per seguire il giovane Principe, lui ha aspettato il momento per fargliela pagare. Ora il momento è arrivato: lo stratega pugliese ha fatto campagna per il NO al referendum e vinta la battaglia, non smobilita le truppe.

Con un incontro a Roma, i comitati per il NO organizzati da D’Alema diventano ConSenso: non un partito, ancora, ma lo scheletro di un partito. Obiettivo semplice e chiaro: organizzare chi è dentro e fuori dal PD in vista di una scissione e della nascita di un nuovo soggetto, di sinistra e concorrente. La richiesta al Segretario non più premier è netta: o si va a Congresso e si ridiscute tutta la linea politica prima delle elezioni, o alle elezioni il PD avrà un rivale credibile a sinistra.

I sondaggi amano queste operazioni e attribuiscono alla nuova creatura l’8 o perfino il 10 per cento. Sarebbe un successone, pure la metà basterebbe per azzoppare il PD. Ma non è il PD l’obiettivo dello stratega pugliese: come Sun-Tzu insegna, come Robert E. Lee e Schlieffen hanno teorizzato, per raggiungere il tuo obiettivo non devi marciare contro di esso, lasciando agli avversari il tempo e il modo di arroccarsi in difesa. D’Alema aggira, punta su Renzi e poi colpisce il punto debole del fronte: la minoranza.

Bersani, Speranza, Cuperlo: dalla vittoria di Renzi, la vecchia Ditta ha vissuto una lenta e continua erosione. Renzi offre molto, a chi cambia bandiera. Molte volte han pensato di dare battaglia, ma il timore di una sconfitta li ha trattenuti. Dopo il referendum hanno squillato le trombe ma non si sono mossi: ora però sono minacciati, il pugliese mira ai loro voti. Se la sua manovra riuscisse e la scissione ci fosse, la Ditta dentro il PD si ritroverebbe impoverita e indebolita, costretta a mendicare alla tavola del Principe mentre la linea si sposta ancor più a destra e i loro elettori si uniscono alla scissione.

Come le tessere del domino, tutto crolla quando cade la prima. La Ditta è costretta a dare un ultimatum a Franceschini, che dell’esercito del Principe controlla le truppe più numerose: se non si va a Congresso prima del voto, sono costretti a rompere. Franceschini recepisce e vede profilarsi l’ipotesi di essere nell’esercito perdente: unisce quindi la sua voce a quella della Ditta e chiede altrettanto. Il Principe, rimasto solo, cede: Gentiloni durerà e lui dovrà giocare il suo futuro al Congresso. Non potrà lanciarsi nell’ennesima campagna elettorale personalizzata, riempiendo i seggi sicuri di uomini leali.

Lo stratega pugliese osserva dal suo accampamento. Non ha ancora radunato le truppe, ha solo montato le tende ma già l’esercito avversario si agita, si scompone, si frantuma. Può quindi comunicare che la battaglia non serve più: il Congresso ci sarà e sarà là che ci si confronterà. D’Alema è il vero Cinese: senza combattere ha vinto. Ora lo aspettano i referendum della CGIL e le amministrative: altre manovre, altre marce, altri stendardi che si spostano sul campo di battaglia. Amici e avversari giocano di rimessa, mentre lui detta i tempi e i modi.

Kuperlos: la legge elettorale di oggi

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Lunedì 23 gennaio Gianni Cuperlo ha presentato una proposta di legge elettorale. Ve la descrivo brevemente, per poi dire tre cosette concentrandomi sulla Camera.

In sintesi, si tratta di una legge elettorale sul modello greco, con un sistema di collegi uninominali per assegnare i seggi. Le liste si sfidano a livello nazionale, con uno sbarramento del 3% alla Camera (o del 4%  al Senato, che è eletto su base regionale per norma costituzionale). Se la prima lista non raggiunge i 340 deputati (richiederebbe un risultato altissimo), le si assegna un premio di 63 deputati (il 10%), che non può portarla oltre i 340 deputati.

I seggi ottenuti da tutte le liste vengono distribuiti nelle circoscrizioni sulla base dei risultati di queste e all’interno delle circoscrizioni vengono eletti deputati i candidati della lista che, nel loro collegio, hanno ottenuto i migliori risultati.

La prima cosa che devo dire sul Kuperlos è che il premio greco non funziona molto bene in Grecia e temo funzionerebbe molto male in Italia. Di per sé, sembra sensato: “diamo a chi arriva primo un po’ di vantaggio per governare meglio”. In realtà, in un sistema multipolare, se chi arriva primo non è coalizzabile per scelta sua o altrui, dargli una sovrarappresentanza che non gli dà una maggioranza autonoma diventa solo un ostacolo per il secondo e il terzo, che magari erano coalizzabili e senza premio avrebbero avuto insieme una maggioranza parlamentare. In Italia, peggio che peggio: una legge del genere spingerebbe alla creazione di listoni misti, volti ad arrivare primi e ottenere il “premio” fatidico, riducendo le scelte degli elettori e cristallizzando i rapporti di forza tra i partiti e preparando il terreno perché le coalizioni elettorali si spacchino alla prova del governo.

La seconda cosa che va detta sul Kuperlos è che lega il voto alla lista al voto al candidato del collegio, a differenza di quanto succede in Germania (dove si vota con due schede e il vincitore del collegio è eletto a prescindere dal risultato del suo partito). Con la legge proposta, l’elettore del partito giallo del collegio A non avrebbe alcuna scelta, per votare il partito giallo, che votare il candidato del partito giallo nel suo collegio, anche se gli fosse sgradito. Il suo voto servirebbe quindi a far ottenere parlamentari al partito giallo a livello nazionale (cosa che gli fa piacere) ma anche a far sì che nella circoscrizione uno dei seggi assegnati ai gialli andasse al suo candidato sgradito del collegio. Questo riparto nazionale, che era il peccato originale dell’Italicum, dona a chi compone le liste elettorali e sceglie i candidati un enorme potere e priva gli elettori di quasi tutti gli strumenti di controllo.

La terza e ultima cosa che va detta sul Kuperlos è che Gianni Cuperlo non lo avrebbe proposto senza confrontarsi prima con l’attuale leadership del PD. Lo si deve quindi leggere come una mediazione, tra Renzi e la parte ‘dialogante’ della minoranza, oppure come una proposta della maggioranza avanzata per interposta persona. Una maggioranza che, quindi, ha archiviato la retorica del “vincitore la sera del voto” ma che rimane molto interessata a controllare ex ante chi saranno i nuovi deputati. Con il Kuperlos, il PD potrebbe eleggere 270 deputati arrivando primo col 30%, o eleggerne 180 arrivando secondo sempre col 30%: in ogni caso sarebbe facile individuare i 100-150 collegi dove il partito ci si aspetta sia più forte e piazzarvi chi “deve” essere eletto. Un’ipotesi che a Renzi piacerebbe assai… se fosse ancora lui, quel giorno, a poter decidere chi sono i candidati.

Generatore automatico di 43 successi di Virginia Raggi

in politica by
1. Stabilito il divieto di sesso orale nelle ore notturne
2. Promosse le lasagne in crosta di pane alla maggiorana
3. Stanziati quaranta milioni di euro per gli esclusi dal Grande Fratello
4. Congelate le tariffe dell'Hot Club di Sky
5. Varato il nuovo servizio di raccolta a domicilio dei doppioni di figurine dell'album Panini
6. Aperta al pubblico, per la prima volta, la cantina di Frongia
7. Tagliati i capelli di Mannarino
8. Attivi i primi 21 rilevatori di scie chimiche
9. Da luglio effettuati oltre mille controlli al giorno sulla regolarità delle partite di Clash Royale
10. Adesione all'OPEC
11. Agevolati gli acquisti di materiale lubrificante a scopo sessuale
12. Abolita la forfora
13. Entrato in vigore il fallo laterale battuto coi piedi
14. Individuato Mefisto
15. Tre per otto ventuno
16. Tromba di culo, faccia di mulo
17. Sconfitto il meteorismo intestinale
18. Finanziati i collezionisti di tufo
19. Debellata la piaga dei ciclisti con calosce
20. Chi fa da sé, si strozza
21. Confiscatì i cd del Volo
22. Assunti mille nuovi controllori vegani
23. Proibite le crostate alle visciole
24. Chi vola vale, chi vale vola, chi non vole è un vile
25. Ripristinata l'eucarestia obbligatoria per gli impiegati dell'anagrafe
26. Sanzionata la posizione numero tredici del kamasutra
27. Come può uno scoglio arginare il mare?
28. Aperti tre nuovi punti di ritrovo per uomini col borsello
29. Che ne sai tu di un campo di grano?
30. Definitiva pedonalizzazione di Tinder
31. Riqualificazione della bestemmia dialettale
32. Chi troppo tace non è capace
33. Abolizione definitiva della lettera kappa
34. introduzione dell'obbligo di vibratore a bordo delle auto di piccola cilindrata
35. Abrogazione del numero 35
36. Chi troppo vuole ha la moglie ubriaca
37. Divieto di elaborare liste numeriche di successi politici
38. Introduzione dell'obbligo di spoilerare le serie televisive ai vigili urbani
39. Rilancio e valorizzazione di Biagio Antonacci
40. Avvio dell'iniziativa "insieme contro i moschini"
41. Entrato in vigore il codice della navigazione
42. Adozione in tutte le scuole dell'almanacco illistrato Panini
43. Rodotà

Non Esame, non di Stato

in scuola by

La Riforma della Scuola, dopo un primo anno incentrato sull’assumere tutti i precari delle graduatorie, si sposta ora sulle deleghe. Otto deleghe su otto temi importanti per la vita della scuola, dall’inclusione dei disabili alla formazione professionale, dal diritto allo studio alla formazione dei docenti. Di scuola, però, pochissimi si occupano e il dibattito finisce per concentrarsi sull’unico tema di cui tutti ritengono di avere un’informata opinione: l’Esame di Maturità, oggi Esame di Stato, certificazione conclusiva del ciclo di studi superiore.

Come detto, tutti pensano di saper qualcosa dell’Esame e questo si traduce in abbondanti articoli sul tema. Per chi si fosse perso tutto questo, i punti che hanno acceso l’interesse delle masse sono i seguenti: l’ammissione all’Esame non richiederà più la sufficienza in tutte le materie; aumenterà nel voto dell’Esame il peso dei voti ricevuti nei tre anni finali; nel colloquio orale lo studente presenterà una relazione sulla sua attività di Alternanza Scuola Lavoro e dovrà poi discutere un testo o un problema presentatogli dalla Commissione, dimostrando di aver acquisito le conoscenze previste e di saperle collegare e mettere in relazione. Grandi cambiamenti? Parliamone.

Prima di tutto, vi svelo un segreto: no, oggi non si viene ammessi all’Esame se si ha la sufficienza in tutte le materie. Quella è una regola formale, che viene scavalcata dalla regola sostanziale: durante lo scrutinio, i docenti del Consiglio di Classe decidono se lo studente sia da ammettere o meno all’Esame, votando per testa se in disaccordo. Qualora uno studente con una o più materie insufficienti venisse ritenuto idoneo, tutte le materie insufficienti vedono il voto alzato fino a 6. Pure lo scrivente, complice una brutta depressione, vide il suo voto in Fisica passare dall’8 al 4 nell’ultimo anno di liceo scientifico; la media restava alta, mi ritrovai il 6 e fui ammesso all’Esame. Oggi lo scrivente insegna e ammette abitualmente studenti con tre, quattro insufficienze “formali” (ossia, al netto di quei voti sufficienti assegnati da insegnanti compiacenti o semplicemente desiderosi di liberarsi di studenti tonti).

Quindi, paradossalmente, l’abbassamento dell’asticella dell’ammissione all’Esame previsto dal decreto non ha alcun effetto negativo. Tutti o quasi gli studenti vengono ammessi all’Esame, ma le medie non vengono più distorte: chi aveva un sette e un quattro finiva ad avere un sette e un sei, superando il compagno con due sei; oggi, chi ha un sette e un quattro si presenterà con quelli e avrà una media più bassa del compagno con due sei.

Passiamo ora all’Esame: due prove scritte, italiano e materia d’indirizzo, un colloquio orale. Dei cento punti possibili, quaranta dipendono dai voti ottenuti in terza, quarta e quinta. Non un esame, quindi. In buona parte, una semplice certificazione dell’opinione che hanno dello studente i suoi docenti. Di sicuro, non un Esame di Stato: non vi è nulla di ‘statale’ nell’usare voti e medie assegnati da docenti diversi, con metri diversi, diversi programmi e diverse capacità. Non è un caso che le università abbiano iniziato a considerare diversamente i voti delle matricole a seconda della scuola di provenienza. Anche qua vi svelo un segreto, magari un segreto di Pulcinella: in classe io sono il Re, io decido cosa si fa e io decido come valutare gli studenti. Se voglio riposarmi, mi basta lavorare meno e rendere più facili le valutazioni per vedere i voti lievitare. Nessuno ha tempo e modo di verificare lo svolgimento dei programmi, con una eccezione: il docente che si ritrova la classe l’anno seguente, avrà chiara evidenza di quanto gli studenti hanno davvero imparato. Qua interviene l’omertà, sostenuta dalla convinzione che non ci sia modo di intervenire e quindi non serva denunciare i pigri e gli incapaci.

Concludiamo con il colloquio orale. Venti punti al massimo, il momento in cui la commissione ha la massima discrezionalità. Il colloquio ha due facce: da un lato si presenta l’Alternanza Scuola Lavoro, dall’altro si dimostrano le conoscenze acquisite discutendo un testo o un problema proposto dalla commissione. Sull’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), vale quanto detto all’inizio: pochissimi si occupano di scuola, pochissimi hanno idea di cosa sia. L’ASL però accende gli animi, complici alcune campagne di disinformazione, e vede scontrarsi chi dice che l’ASL serva in primis a fornire alle aziende lavoro non pagato e a insegnare la subordinazione agli studenti, e chi dice che l’ASL sia invece una preziosa esperienza formativa, un primo sguardo nel mondo del lavoro. Io dico che è fuffa: si fa male, senza collegarla a quanto si fa in classe. Agli studenti piace molto, perché interrompe le lezioni. Ai docenti piace poco, perché interrompe le lezioni. La normativa vorrebbe che ogni stage aziendale fosse legato a un progetto formativo (ad esempio, “andrai alla Libreria Rossi e verificherai chi sono gli acquirenti dei libri di Storia, quali periodi vedono la maggior concentrazione di pubblicazioni, quale sia l’offerta di titoli stranieri nella libreria”), la realtà è che le scuole faticano a trovare stage per tutti e che i progetti non si fanno: vai, studente, e impara qualcosa osservando come lavora la gente che lavora. Posso immaginare che belle relazioni verranno fuori, all’Esame.

Dell’altra metà del colloquio non val la pena discutere: dopo cinque anni di studio tradizionale, mnemonico e ben incasellato tra materia e materia, si chiederebbe a uno studente un approccio critico e multidisciplinare nella lettura di un testo o nella gestione di un problema. Approccio che dovrebbe pure essere valutato da docenti che non lo praticano dai tempi dell’università. Prevedo che diventi un altro momento fuffoso, una gran chiacchierata per giustificare l’assegnazione dei punti necessari a promuovere o a premiare lo studente.

Il bilancio complessivo è neutro: il nuovo Esame di Stato non è un Esame e non è di Stato, in questo non è né migliore né peggiore dell’attuale. Si tiene la barra dritta: alle superiori si deve “includere”, a costo di abbassare l’asticella e di privare la scuola della sua funzione di ascensore sociale. Ci penserà la vita a mostrare agli studenti che le differenze, di ceto e di censo, esistono.

2017 Torre Argentina: il punto sui Radicali

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La profezia di Matteo Renzi è che le prossime elezioni saranno un torneo a 3: anche ammesso, sulla composizione delle due forze alternative all’impenetrabile Movimento 5 Stelle è difficile al momento fare previsioni. Con l’eventuale schiacciamento del fronte di destra sulle leadership di Meloni e Salvini c’è da capire cosa racconteranno i liberali ai propri elettori: al momento è tutto un ribollire di movimenti e laboratori intorno a Capezzone e Parisi, acrobati nel contrabbandare il loro contributo come una spruzzata di spirito degli anni ’90.

Poi c’è il PD, e c’è il miraggio del 40% con cui Renzi prova a tenere unite sullo stesso albero le mele con le pere senza passare per un pericoloso congresso.

In questo scenario non c’è da stupirsi che la pattuglia dei Radicali Italiani guidati da Magi possa essere appetibile per transfughi di varia destra come Benedetto Della Vedova che vorrebbe traghettarsi nell’accogliente area renziana non senza un pacchetto di voti. Presidio fisso al Comitato di questi giorni insieme ai suoi collaboratori, Della Vedova è intervenuto lasciando poco del suo piano all’immaginazione: un’alleanza che guarda al centro sinistra sul rilancio del progetto europeo. In sala non manca chi si tira fuori da questa linea, evocando Ventotene come un sogno tradito: “se Spinelli fosse vivo, non difenderebbe questa Europa”. Più di qualcuno è perplesso invece all’idea di un nuovo abbraccio con il PD, dopo l’esperienza delle amministrative sia elettoralmente che politicamente deludente, e lo è tanto più nel caso di una mediazione del compagno Benedetto che lascerebbe poco spazio di manovra agli attuali dirigenti dei soggetti Radicali.

Converge sull’Europa – ci mancherebbe – almeno la linea Bonino, che rimette al centro la sua bella campagna di debunking sull’immigrazione e un piano di accoglienza dai toni molto pragmatici: l’immigrazione può pareggiare la bilancia demografica e fornire forza lavoro, ma proprio su questo ultimo tema – il lavoro – la contraddizione resta irrisolta. Palla parzialmente colta da Marco Cappato con una incerta evocazione del tema della bomba demografica tanto caro alla fronda del Rientro Dolce: allora questi immigrati servono, ma forse non tutti, allora quanti? La questione resta fin troppo aperta, amen.

Al segretario Riccardo Magi rimane l’onere della sintesi che era stato fino a poco tempo fa appannaggio di Pannella con i suoi degregoriani canestri di parole nuove: l’idea di accodarsi al Partito Democratico è “una grande cazzata” – ha sostenuto il segretario – se si confronta ad esempio il piano del Viminale sull’immigrazione che prevede la riapertura pur parziale dei CIE con la visione radicale, ed è prioritario porre questioni sullo stato di salute della democrazia (in particolare quella interna del movimento di Casaleggio) ma anche sullo stato di salute di una informazione che sbatte diffusamente in prima pagina stralci di nessuna rilevanza penale delle chat del sindaco Raggi, “sfuggiti di mano” alla solita Procura. Una cosa forse laterale ma preziosa, quest’ultima, che per quanto cerchi in giro puoi sentirla dire e applaudire ancora soltanto a Torre Argentina.

 

 

No, la Consulta non sta dicendo di votare subito

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Adesso, c’è molta eccitazione sul fatto che la Consulta abbia specificato che la legge è di immediata applicazione. Le forze politiche hanno preso questa specificazione come una esortazione al voto subito: come se la Corte abbia fatto apposta a fare una legge immediatamente applicabile perché si possa andare subito al voto e non aspettare la fine della legislatura.
Ora, spiace obiettare a queste raffinate speculazioni politico-costituzionali, però non avrebbe potuto essere altrimenti: la legge elettorale è una legge “costituzionalmente necessaria”, vuol dire che non si può stare nemmeno per un giorno senza una legge elettorale immediatamente applicabile.
Questo perché la sovranità popolare è uno dei fondamenti della Costituzione e quindi non può mai mancare una legge che consenta al popolo di votare.
Insomma, la legge che esce dalla sentenza della consulta è immediatamente applicabile perché la Corte non avrebbe mai potuto lasciare il Paese senza legge elettorale.
Il che non vuol dire né che la Consulta prema per il voto subito né che la legge uscita dalla sentenza sia necessariamente una buona legge elettorale: semplicemente, è una legge che rispetta i principi costituzionali (che è comunque già molto, viste le ultime esperienze) e che è, ovviamente, immediatamente operativa.
Il Parlamento può decidere di modificare questa legge o lasciarla così come è e andare a votare con questa una volta che Mattarella avrà sciolto le camere, quando lo riterrà necessario.
Qualsiasi decisione si prenderà però, sarà una decisione politica e della politica. Insomma, la Corte c’entra molto poco con la data del voto.

Il futuro, il lavoro, il reddito. Per una volta, grazie al M5S.

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Oggi la nostra pagina FB ha lanciato, ironicamente, una parte di una intervista al sociologo Domenico De Masi.

De Masi, assieme ad altri studiosi, invitato a una iniziativa del Movimento 5 Stelle sul futuro del lavoro. Ha poi rilasciato una intervista a La Stampa. L’intervista, a dire la verità, è un po’ sconclusionata nel senso che riporta un po’ confusamente le riflessioni di De Masi sulla ripartizione del lavoro dei disoccupati, un nuovo paradigma “rivoluzionario” del lavoro, il reddito di cittadinanza. Sembra di trovarsi di fronte al solito sproloquio utopistico. Ma non è così.

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non è molto chiaro, eh?

In realtà, letta tra le righe, sia l’intervista a De Masi – che è uno dei più autorevoli esperti di questioni del lavoro in Italia – ma soprattutto il tema di riflessione proposto dalla convegno del Movimento pongono delle questioni fondamentali. Se la prospettiva è che molti dei nostri posti di lavoro verranno automatizzati (cioè saremo sostituiti dalle macchine) e non è detto che tutti verranno riassorbiti dalla creazione di nuovi settori e occupazioni (cosa che invece è tutto sommato avvenuta, con inevitabili scompensi dall’inizio della rivoluzione industriale) che succede al lavoro? O meglio, cosa succede a una società dove la stragrande maggioranza delle persone deriva dal lavoro, o dall’avere avuto un lavoro, la fonte principale di reddito e di inclusione sociale?

Che succede a noi tutti?

Non è un tema solo italiano, altrove se ne parla anzi da tempo. La riflessione in Italia arriva anzi un po’ in ritardo e si fa molta confusione, ad esempio, tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito e poi tra altre misure di welfare (vedi alla voce “tassazione negativa” coi suoi pro e contro).

Fino ad oggi in Italia si sono espressi in pochi, manca una riflessione di sistema: se vogliamo riformare il sistema di welfare con che obiettivi lo riformiamo? Ad esempio, con l’obiettivo di sostenere tutti a condizione che si attivino per trovare un lavoro o per aggiornare la propria formazione? O con l’obiettivo, davvero rivoluzionario, di liberare dal bisogno di lavorare, dando un reddito a chiunque indipendentemente dalla sua ricerca di lavoro retribuito tradizionalmente inteso, ponendo quindi una pressione su chi offre lavoro tradizionale ad offrire condizioni decorose?

In ogni caso, quali sono le opportunità e le controindicazioni rispetto a queste scelte? E soprattutto dove troviamo i soldi?

Io credo che questi temi debbano interessare tutti ed è un sollievo sapere che alla giornata del M5S abbiano partecipato anche altri esponenti politici. E’ indispensabile che sui problemi di prospettiva del lavoro, del reddito e della inclusione sociale si reinizi a riflettere ad ampio raggio, uscendo dalle polemiche quotidiane sui voucher o sui dati mensili dell’occupazione. Che pure sono questioni importanti e di cui il Governo, incaricato di gestire il quotidiano, ha il dovere di occuparsi. Il M5S, però, come forza di opposizione ha il dovere di guardare un po’ più in là e questa volta, a differenza che in altre occasioni, sembra averlo fatto. Non si può non dargliene atto.

Santé

Dunque è questa la Democrazia Diretta™

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Allora, vediamo se ho capito bene. Il Capo politico, ma sarebbe meglio dire “il proprietario”, del Movimento per la Democrazia Diretta™ indice una elezione online per far confermare la propria decisione di tirare fuori il Movimento dall’EFDD, il Gruppo più euroscettico del Parlamento Europeo, e farlo aderire all’ALDE, il Gruppo più filoeuropeista di tutti, che da sempre professa idee opposte a quelle dell’EFDD. Il Movimento scopre infatti di non avere più lavoro da fare insieme all’EFDD e quindi di andare verso altri lidi. Ok.

La decisione di indire l’elezione viene presa dal Capo e pochi altri senza interpellare i parlamentari del Movimento, che nel 2014 sono stati eletti da 5.800.000 cittadini italiani perché li rappresentassero al Parlamento Europeo. Ma questi elettori e i loro eletti non contano. Nel Movimento per la Democrazia Diretta™ infatti prevale la votazione convocata dal Capo, su un quesito deciso dal Capo stesso, cui votano circa 41.000 persone, cioè circa lo 0,7 % dei quasi sei milioni di elettori del 2014. Il 78% di questi 41.000 fortunati decide di dire “SI” al Capo (chi l’avrebbe mai detto?). Il Movimento quindi decide di aderire all’ALDE in un mirabile tripudio della Democrazia Diretta™.

Sennonché c’è un piccolo intoppo. E cioè che l’ALDE, che non segue i Principi della Democrazia Diretta™ ma funziona secondo i biechi principi della democrazia rappresentativa, non ha un Capo: ha un presidente. Viene fuori che il presidente aveva raggiunto l’intesa col Capo del Movimento per il passaggio all’ALDE, senza decidere sul punto assieme agli altri parlamentari del proprio Gruppo. Molti parlamentari dell’ALDE a questo punto, capendo che i propri elettori sarebbero stati molto scontenti di ricevere il Movimento nel proprio Gruppo, fanno quello che sono pagati per fare e cioè rappresentano i propri elettori opponendosi alla entrata del Movimento, nonostante il loro presidente, non Capo, avesse già una intesa con il Capo del Movimento. Cioè fanno sentire la propria voce per rappresentare i propri elettori anche se questo avrebbe probabilmente scontentato i vertici del proprio Gruppo. Maledetti anarchici!

A questo punto il Movimento per la Democrazia Diretta™ rischia di rimanere senza Gruppo e quindi di perdere peso e finanziamenti all’interno del Parlamento Europeo. A quel punto cosa fa? Essendo il Movimento per la Democrazia Diretta™ uno si aspetterebbe una nuova votazione sul sito del Movimento. Invece no: il Capo fa una telefonata con il presidente della EFDD e si mette d’accordo per ritornare in quel Gruppo, nonostante ne fosse uscito per conflitti non sanabili due giorni prima.

Non è dato capire se gli europarlamentari siano stati consultati sul punto o se invece vengano mossi dentro o fuori dai Gruppi come in una specie di transumanza politica. Il 78% dei votanti sul sito, invece, che il giorno prima aveva deciso di andare nell’ALDE adesso si ritrova nuovamente nel Gruppo più lontano esistente dalla stessa ALDE.

Insomma, mi sa che se la Democrazia Diretta™ è questa io mi tengo la mia antiquata democrazia rappresentativa.

Santé

Le “multe” agli eletti del MoVimento sono nulle. Punto.

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Già in tempi non sospetti, appena Beppe Grillo annunciò che avrebbe introdotto una sanzione monetaria per tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle che disobbediscono alle regole del Movimento o se ne allontanano, avevamo spiegato che questa previsione sarebbe stata nulla. Una clausola contrattuale non può violare una norma imperativa, cioè una norma che esprime un valore superiore e da proteggere anche rispetto alla volontà delle parti contrattuali. La clausola “se non voti o ti comporti come dice il Movimento, paghi” è platealmente contraria all’articolo 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato ed è una norma imperativa.

Sennonché, la clausola che apparentemente si fa firmare ai candidati 5 stelle è po’ differente da “se sgarri paghi”. Secondo il Fatto Quotidiano, la clausola dice: “Il candidato accetta la quantificazione del danno d’immagine che subirà il M5s nel caso di violazioni dallo stesso poste in essere alle regole contenute nel presente codice e si impegna pertanto al versamento dell’importo di 150mila euro, non appena gli sia notificata formale contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio“.

Questa clausola è pensata per resistere un po’ di più di fronte a un giudice rispetto alla semplice “se non fai come diciamo, paghi”, che sarebbe manifestamente nulla. Si tratta infatti di una “clausola penale“. La clausola penale è lo strumento con cui le parti di un contratto si mettono d’accordo per dire “se violi il contratto mi devi una certa somma, indipendentemente dal fatto che io provi di aver subito un danno di quella portata”. È un modo per sveltire la liquidazione dei danni e per tutelarsi velocemente, specie quando sarebbe difficile per un giudice liquidare precisamente un danno in giudizio. In linea di principio è ammessa dall’art. 1382 del codice civile.

Se siete ancora svegli avrete allora notato che clausola del M5S non dice semplicemente: “Se sbagli paghi”. Dice: “Se sbagli provocherai un danno di immagine al Movimento, siccome questo danno sarebbe difficile da quantificare in giudizio tu accetti di quantificare già da ora questo danno in 150.000 Euro”. Molto astuto e raffinato. Ma rimane tutto nullo.

Sì perché il “danno all’immagine” da cosa sarebbe determinato? Dal fatto che l’eletto, al posto di obbedire ciecamente al Movimento, decida con la propria testa. Cioè quello che è suo diritto, oltre che dovere, secondo la Costituzione. I giuristi, nel loro latinorum, usano due espressioni che qui calzano a pennello. La prima è “Nemo auditur propriam turpitudine allegans” e cioè: non si può difendersi portando a giustificazione un proprio sbaglio. Se il Movimento, insomma, si crea un’immagine per cui gli eletti vengono comandati a bacchetta questa immagine non può essere tutelata perché è comunque contraria al divieto di vincolo di mandato. Quindi non può esserci alcun danno di immagine giuridicamente tutelabile e risarcibile. Anche perché, secondo la Costituzione, l’eletto ha tutto il diritto di votare come crede e non come gli ordinano dall’alto.

E qui torna il latinorum: “qui iure suo utitur neminem laedit” e cioè “chi esercita un proprio diritto non danneggia nessuno”, non si può essere condannati a risarcire un danno determinato dal fatto che si stia esercitando un proprio diritto. Nemmeno se quel danno è liquidato da una clausola penale come quella del Movimento, perché il divieto di vincolo di mandato previsto dalla Costituzione prevale sulla clausola penale, per quanto ben congegnata.

Allo stesso modo è del tutto nulla la clausola 9b) che dispone: “Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente“, eccetera.* La clausola impone le dimissioni a seguito di una delibera di un’entità privata ed è così evidente che non possa avere alcun effetto giuridico su un sindaco, consigliere o assessore regolarmente eletto o nominato che lo stesso contratto parla di semplice “impegno etico“, quindi non giuridicamente vincolante. Una volta accettate elezioni o nomine, si può decadere dalla carica solo per i motivi previsti dalla legge e non ovviamente a seguito di delibere private. Del resto, il sindaco eletto è sindaco di tutti i cittadini non solo dei propri elettori e pensare che, una volta eletto, questi risponda solo a una parte della cittadinanza sarebbe assurdo come ritenere che chi non ha votato il sindaco non sia obbligato a rispettare le sue ordinanze.

Solo che intanto quelle clausole son là, e magari ci sono eletti del M5S che non votano secondo proprie convinzioni solo per timore della clausole, una cosa che gli impedisce di esercitare davvero liberamente il proprio mandato, come impone la Costituzione. Perciò, sarebbe il caso di farla finita del tutto con le clausole.

Santé

 

*Grazie al lettore Tommaso per la segnalazione di questa ulteriore clausola.

Le trame intricate di Governo risolte da Evangelion.

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Solitamente le società statali sono gestite da grigi burocrati che non sono altro che l’appendice dei poteri politici esistenti in un dato momento. Se sono diligenti il loro operato rimane nell’anonimato, altrimenti la fama li aspetta sulle pagine di cronaca giudiziaria. Poi ci sono i casi eccezionali in cui la guida è affidata ad un vero leader, la cui indipendenza è garantita dal proprio carisma e da un attaccamento quasi ossessivo all’azienda, tanto da fondere casa ed ufficio in un unico edificio.

Per noi italiani il nome-simbolo è quello di Enrico Mattei, il cui appartamento si trovava racchiuso nella metanopoli di San Donato Milanese, gli uffici dell’ENI come fondamenta e l’eliporto personale come tetto. Nel mondo, invece, il ruolo di colui che subordina lo Stato –  meglio ancora, quell’insieme di Stati comunemente chiamato ONU  – anziché esservi subordinato spetta a Gendo Ikari, comandante dell’agenzia NERV.

Un uomo che secondo alcuni (in fondo in fondo secondo tutti) troppo forte materialmente e troppo debole caratterialmente. Un comandante che ha in mano l’arma più micidiale mai creata e ne consegna le chiavi al figlio quattordicenne. Eppure, a distanza di mesi, il saldo è positivo. “È positivo perché un sottoinsieme non è mai superiore all’insieme che lo contiene, e le perdite umane e materiali, per quanto grandi, non saranno mai preferibili alla fine dell’umanità.” mi dice seccamente, in piedi davanti a me, nel salone più grande della NERV. Gli dico quindi che, se la sua unica paura è la fine dell’umanità, non si farà troppi problemi ad esporre in tutta franchezza il suo parere sulla crisi di governo italiana. Per qualche secondo rimane in silenzio, e mi rendo conto che non ha la minima idea di chi io sia e di cosa ci faccia in quella stanza, uno di fronte all’altro, mentre qualsiasi cosa intorno a noi sembra fluttuare in un mare di enigmi. Lo deduco dal piegarsi delle labbra, ché lo sguardo è come sempre mascherato dai sottili occhiali da sole arancioni scuro. Poi finalmente sorride: “Oh, l’italiano! Ma certo! Ma certo! Venga, andiamo a prenderci un caffè, le va? Vero espresso italiano!” e con un saltello si avvicina bonaccione a battermi sulla spalla. Non mi aspettavo una reazione simile. “Mi scusi eh, ma pensavo fosse l’ennesimo giornalista venuto a sentirsi moralmente migliore per avermi fatto una lezione di etica.”.

La teleferica inizia la sua veloce salita dal Geofront verso la superficie, su, verso Tokyo 3. Gli chiedo se gli piaceva, Renzi. “Ho incontrato diversi premier in questi anni, e credo alla fine di aver capito una legge fondamentale. Quando non sanno di cosa si sta parlando, tirano in ballo il made in Italy. Insopportabile. È successo con Renzi, è successo con Berlusconi, tutti insopportabili. Tranne Monti.” Non le ha parlato del made in Italy? “No, lui addirittura peggio. Mi ha chiesto una stima dei consumi degli EVA in uno scenario di prezzi del petrolio in crescita.”. Quindi tutti da buttare? “No, no. Non mi dipinga anche lei come il tizio che pensa di essere sopra a tutto solo perché ha i robot. Soltanto… tanti calcoli, troppe chiacchiere e poco coraggio. Guardi questa vostra crisi, per esempio.” Ammetto di provare imbarazzo, giunto davanti a lui, nel fargli la banale domanda per cui sono arrivato fin li. Ma, visto che ci vuole coraggio… Cosa consiglierebbe a Renzi? Nel frattempo siamo giunti in superficie. Anche oggi il frinire delle cicale è fortissimo e mi chiedo se non sovrastino la registrazione (tornato a casa, riascoltando l’audio, mi verrà l’amarcord delle vuvuzela dei mondiali in Sudafrica). “Non avrei nessun consiglio, ma una semplice frase, la stessa che dico a mio figlio Shinji ogni volta che non vuole salire su un EVA: o lo piloti tu che sei il migliore e vinci, o ci mando un pilota – bravo, ma non abbastanza bravo – a farsi ammazzare.” Tipo Franceschini. “Tipo chiunque abbia a cuore una vita politica.” Però ci sono i tecnici, quelli apparentemente disinteressati ad un futuro politico. Tipo Grasso, o Padoan. “E questa è infatti la dimostrazione che governare non è una cosa seria, se possono salire al potere persone con un futuro comunque garantito”.

Entriamo in un bar e ci sediamo ad un tavolino. Pesco dal portaposate un fazzolettino umidificato, con l’immancabile insicurezza di un turista che in Giappone non sa se lo si usa solo per lavarsi le mani o anche come tovagliolo per la bocca. Ikari non si scompone: lui indossa immancabilmente i guanti bianchi. Aneddoto: diceva di lui Montanelli che, a causa dell’ossessione per i guanti, se fosse stato un cartone animato sarebbe certamente stato un abitante di Topolinia. “Vorrei rettificare ciò che ho detto: non è vero che governare non è una cosa seria. In fondo esistono persone che ci credono e sacrificano parti anche importanti. Affetti, amicizie.” Gli chiedo un esempio. “Mio figli Shinji era affezionato ad un compagno di classe, Toji. A un certo punto, plagiato, Toji si è ribellato e ha aggredito la NERV, e Shinji è stato costretto ad fermare la minaccia.” E chi sarebbe Toji, in Italia. “Tutti coloro che si sono ribellati. Fini. Civati. Tosi. Quanto spreco di tempo e risorse”. Solo che Toji è  stato vittima innocente di un attacco nemico e meschino, mentre quegli altri hanno fatto scelte personali seguendo i propri ideali. “E infatti Toji sara’ ricordato come martire, Civati e Tosi come degli stupidi perdenti.”.

Gli chiedo cosa ne pensa di Mattarella, del fatto che ha messo un freno alla frenesia collettiva per le elezioni anticipate. Mentre la mia domanda è a mezz’aria tra la mia bocca e la sua comprensione, gli suona il cellulare. In lontananza si sentono le sirene del coprifuoco. La chiamata dura pochi secondi, in cui lui rimane in silenzio. Poi posa il telefono e con la stessa bocca storta di prima, quando non sapeva chi fossi, dice: “è un angelo.”.

 

 

 

 

Foto di copertina presa dalla pagina facebook “I’ve seen some shit”. Poi se l’hanno fatta loro bene, altrimenti pazienza. Il video invece è uscito dall’internet.

Come finire in un pantano senza accorgersene

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La Costituzione da quando è in vigore, in singole parti, è stata modificata almeno 30 volte.

Quando devi vararne una nuova o modificarla ampiamente, lo puoi fare solo a maggioranza allargata, altrimenti, se lo fai da solo, ti suicidi.

Per tale motivo la riforma Boschi passò in Parlamento con la maggioranza dei 2/3.

Ci si arrivò dall’assunto che bisognava cercare una maggioranza ampia. I grillini si sfilarono subito. Silvio, dato per morto dall’esito delle politiche 2013, fiutò l’occasione per restare a galla e diede la sua disponibilità. E Patto del Nazareno fu.

Poi però quel vecchio lupo del Berlusca, per bruciarlo politicamente, come aveva fatto con D’Alema in occasione della Bicamerale, si tirò indietro lasciando il cerino in mano a Renzi. Grillo lo sapeva e non aspettava altro.

A quel punto Renzi o lasciava perdere (ma poteva mai farlo con il timbro efficientista che aveva dato a se stesso ed al suo governo?) o portava avanti la riforma attraverso il referendum, che doveva essere l’unico modo per farla passare, sigillandola con un potenziale ampio consenso elettorale.

Si potrebbe obiettare:
1) Renzi ha sbagliato a chiedere referendum. Ma il referendum sarebbe stato chiesto lo stesso dalle opposizioni o da 5 Consigli regionali.
2) Renzi ha sbagliato a personalizzare. Sicuramente si, ma poteva fare diversamente quando aveva ricevuto come obiettivo principale del suo mandato Fare le riforme?

Da capo del Governo, che rappresenta tutto il paese e non una parte soltanto, doveva starsene in disparte. Infatti all’inizio aveva dato incarico alla Boschi che però non si è dimostrata all’altezza del compito di promuoverla e portarla avanti. Renzi, di conseguenza, costretto dalle cose a personalizzare, si è trovato in acque agitate, anche perchè la sua politica economica di stampo blairiano da Terza via anni novanta, giusta o sbagliata ognuno la pensi come vuole, non ha migliorato le condizioni peggioranti di larga fascia della popolazione che, insoddisfatta, di fronte ad una sua narrazione iperottimistica da Milano da bere anni ottanta, è andata a votare e l’ha bocciato.

Come si è arrivati a tutto ciò? Facciamo un passo indietro. Elezioni 2013. Non vince nessuno, entrano in crisi, richiamano Napolitano, il quale dice “ragazzi qua siamo nella cacca quindi dobbiamo fare le riforme”. A quel punto non andando subito di nuovo al voto, i governi (Letta/Renzi) scelti dal rieletto presidente della Repubblica, hanno come obiettivo principale le riforme.

Ma che tipo di riforme? L’errore è stato questo, cioè porre un’ampia riforma della carta costituzionale al centro dell’azione di governo (una roba troppo generica e rischiosa visti i precedenti, perchè se non si sono mai fatte prima un motivo ci sarà ed è la forte contrapposizione politica).

L’errore di Renzi è stato accettare l’incarico da Napolitano. Renzi,divenuto padrone del Pd dopo la disfatta di Bersani, aveva dalla sua l’euforia della novità che porta con sé sempre un certo fascino nell’elettorato. Vinceva le Europee e si sarebbe presentato a nuove elezioni senza il carico impopolare che stare al governo comporta. Molti elettori indecisi che nel 2013 avevano votato Grillo, avrebbero votato per lui. Ma ha pagato i punti deboli degli ambiziosi: l’impazienza e la spavalderia.

L’errore di Napolitano è stato pensare di uscire dall’impasse del risultato elettorale del 2013 attraverso un troppo ampio quanto vago disegno di riforma costituzionale, quando bastava più semplicemente fare una legge elettorale decente. Poteva dare l’incarico ad una personalità superpartes con scopi brevi di ordinaria amministrazione e di riforma della legge elettorale, con un governo che per forze di cose sarebbe stato sostenuto da tutti o quasi i gruppi parlamentari. Incaricando un politico ha innescato la politicizzazione delle riforme e chi non ci è entrato infatti ha potuto gridare al “ladri ladri ladri… non avete vinto elezioni etc etc” criticizzando il contesto ancora di più.

Il Napolitano rieletto ha fatto questa mossa spinto dalla paura di consegnare il paese ai 5 Stelle. Ma da organo di garanzia e terzietà, facendo quindi una mossa da molti percepita  come ‘di parte’ e quindi facilmente strumentalizzabile, ha finito con il caricare la faccenda di una forzatura eccessiva, sporcando un intento pacificatore e stabilizzante, innescando effetti opposti e ulteriormente divisivi.

Ma l’errore principale è stato richiamare Napolitano. La proposta a rieleggerlo è nata all’interno di una rilevante parte di quel mix di mondo liberale nostrano ed ex picisti, che possono essere dei buoni tattici da salotto ma a strategia stanno a zero, capendo da sempre molto poco le dinamiche politiche e sociali della realtà italiana. La rielezione comportava di per sè il mettere sul piatto qualcosa in più per giustificarla, un plus emergenziale e drammatico sproporzionato però a ciò che poi effettivamente poteva essere concretamente realizzato e che bolliva in pentola.

Un più prudente Presidente della Repubblica, magari non condizionato dal carico emergenziale di una rielezione mai avvenuta nei settant’anni di una Repubblica che ha conosciuto momenti molto ma molto più drammatici, avrebbe detto: “Cari parlamentari, siete dei caproni, quindi fate una riforma elettorale decente entro un anno e poi rivotiamo. Inutile fare un ampia riforma costituzionale perché non ne siete capaci né ci sono le condizioni politiche e culturali, e perché se vi concedo questo mandato combinerete un bordello”.

Ed infatti bordello è.

Soundtrack:‘Brothers in arms’, Dire Straits

Cosa pensa l’ISIS del referendum

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Nonostante le difficoltà nel raggiungere Al-Raqqah, o come ci ostiniamo a chiamarla in Italia, “Rakka”, vengo finalmente accolto nel lounge del quartier generale dell’ISIS. Un po’ di panico quando il diligente ometto alla reception controlla il mio tesserino e si trova a guardare una foto di parecchi anni e parecchie interviste fa. Nonostante tutto di ospiti col mio nome ce n’è uno solo, almeno quel giorno, perciò accetta il mio precoce invecchiamento – forse più a fatica di quanto lo stia accettando io – e si avvicina all’interfono. “Mi scusi, è arrivato il Dottor Giornalista” dice con lo stesso ossequio che nella Brianza un portinaio quando dall’altro capo del filo c’è il commendatore.

Mi fa accomodare nell’anticamera, molto luminosa e pulita, e attendo qualche minuto. Percepisco in sottofondo il suono delicato di un flauto traverso che con lo scorrere del tempo diventa sempre più energico nel tentativo di mantenere la guida di altri strumenti e percussioni. Il suono è ovattato e non vedo alcun impianto di diffusione. Poi la musica termina, e pochi secondi dopo la porta si apre e ne esce un signore, scavato e occhialuto, con una custodia e una valigetta nelle mani. Si inchina un’ultima volta verso la stanza da dove è provenuto, e si congeda con un “Arrivederci alla settimana prossima, Assalamu-alaykum“. E si allontana. Pochi secondi dopo vengo chiamato dall’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico: Ibrāhīm ʿAwed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, più semplicemente conosciuto come al-Baghdadi. Ha appena riposto su uno scaffale il suo flauto e mi indica una poltrona stile Chesterfield.

Una musica meravigliosa. In quanti conoscono questa sua dote? “Oh, non è il caso né di chiamarla dote né di farci della pubblicità. Semplicemente vorrei realizzare questo sogno, diciamo extra-professionale, di riuscire a suonare Battle Hymn of the Republic di Herbie Mann. Di suonarlo bene. Forse ci sono quasi.” E’ facile conciliare hobby e califfato? “Me lo chiede con il tono che avevano certi allievi alla scuola coranica quando chiedevano come conciliare certi versetti con altri che appaiono in contraddizione.” E l’imam come rispondeva? “Li cacciava dall’aula costringendoli ad iscriversi ad altri corsi. Tipo musica”, sorride contento di avermi fatto cadere in trappola. “Comunque con questa guerra, è un miracolo di Allah potersi esercitare abbastanza da non peggiorare tra una lezione e l’altra. Pazienza”. Poi con uno scatto si sistema in punta di poltrona e preme un pulsante all’interfono, chiedendo del thé e qualche biscotto. “…Sono …finiti” gracchia l’altoparlante: “Va bene senza, grazie” chiude lui, passando poi al contrattacco “E allora, questo referendum?” Ero venuto per chiederglielo io, a dir la verità. “Addirittura! Li avete fatti passare tutti eh? Dico, voi giornalisti. Scommetto che avete chiesto proprio a tutti, dentro e fuori il confine, cosa pensavano di questo vostro referendum. Chi vi manca ormai solo il Diavolo lo sa”. Veramente ci mancava proprio lui; e ovviamente lei, Califfo. Sorride, divertito dall’essere caduto nella trappola.

“Il PD di Renzi un po’ mi ricorda l’ISIS, eh.” dice adagiandosi e incrociando le mani dietro il turbante, la gamba incrociata col mocassino che tentenna più dei suoi pensieri. Sa, Califfo, una volta con una frase del genere poteva dire addio ad un posto importante in Italia. “Oh beh, si immagini se Grillo dicesse di qualcuno qui, in Siria, che è una scrofa ferita. Che cosa intollerabile, umanamente ancor prima che in un discorso politico.” E come mai il PD le ricorda l’ISIS? “Tanti motivi, alcuni eventi paragonabili, avvenuti addirittura quasi contestualmente. Prenda il 2014 per esempio. E’ stato l’anno di maggiore crescita, penso anche di maggiore espansione per l’ISIS. Ci siamo staccati da vecchi gruppi storici, che nel frattempo erano diventati minori. E’ uscito fuori un leader – Allah ha voluto fossi io, sia lodato il Suo volere – con delle idee chiare, e un team pronto a seguirlo. Via il terrorismo fermo ai blockbuster di Bin Laden, spazio all’HD. Via i messaggi con due soldatini davanti ad un telo sciapo o ad una spelonca preistorica, e giù duri con i caroselli di pickup Toyota che invadono Twitter”. E il paragone col PD? “Eh, beh, le devo ricordare io cosa ha fatto il PD nel 2014?” Ha vinto le europee. “Ha stra-vinto le europee. Da solo, il 40%. Senza i piccoli partiti di sinistra. Segnando il record storico per la sinistra italiana.” Eppure, in due anni, quel 40% sembra così lontano che più che un ricordo è una leggenda a cui si fa fatica a credere. “E Renzi non deve permettere che la gente si dimentichi di questo. Ma le pare che io vada dai fedeli a dire ‘Vi ricordate di quella volta, nell’autunno 2014, quando arrivammo fino ad Ayn al-Arab [Kobane, nda]? Eh, lo so, cari fedeli: roba da non crederci!’? Dico, tanto basta a Renzi? Io non credo proprio. A me non basterebbe.” E forse in un certo senso il paragone prosegue, tra il calo di consensi del governo e il ritiro delle sue truppe. “Esattamente, perché ad un certo punto diventi cosi grande che ovunque ti guardi esistono solo i confini dei tuoi nemici, vecchi e nuovi. Parti da piccolo leader di provincia e trovi Russia e USA, Salvini e l’ANPI alleati a bombardarti. Diventi too big to be loved.” E il leader cosa fa a quel punto? “Il leader deve fare appunto leva su questa accozzaglia, come la chiama Renzi. Chiarire che il NO che esiste non in quanto frutto di alternative ma in quanto pura negazione è ciò che di più debole esista politicamente. E se il fronte del NO prende forza dalla testardaggine anziché dalle idee, il leader accetta più volentieri la sconfitta di una battaglia perché sa quindi di poter vincere la guerra.” Decido di non interromperlo, perché dimostra di aver ben chiaro ciò che pensa. “A quel punto sembra che tu stia facendo respirare gli avversari, ma in realtà ti stai infiltrando nei loro disaccordi. Il fronte del No vincerà col 60%? Bene, che Renzi vada subito alle elezioni a confermare il 40% restante. Con la differenza che col 40% perdi un referendum ma domini le elezioni.”

Sto per chiedergli se anch’egli soffra delle minoranze interne, ma suona il telefono sulla scrivania. Sugli occhi di al-Baghdadi passa una patina che sembra dire “No, oggi no, ti prego, no.” Non sorride più. Si alza, prende il ricevitore. “…Ho capito…era uscito di qui meno di un’ora fa. I loro tiri sono sempre più vicini.”. Poi si rivolge a me. “Niente più hobbies”. Capisco di dover andare. Uscendo mi chiedo se farà mai in tempo ad imparare bene Battle Hymn of the Republic, e se valga la pena chiedergli se lo sa che è un inno americano.

 

 

 

 

 

Attenzione. Vivendo in un momento della civiltà recentemente battezzato “della post-verità” o più semplicemente “dei boccaloni pappagalli creduloni”, è bene specificare che questa intervista non è mai avvenuta e che le opinioni qui attribuite al signor al-Baghdadi sono frutto dell’immaginazione dell’autore

Cosa potrebbe davvero succedere in caso di vittoria del No

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Nel caso il ddl Boschi dovesse essere respinto con il referendum del 4 dicembre lo scenario politico italiano diventerebbe molto interessante. Ci troveremmo con l’usuale sistema bicamerale perfetto, una maggioranza solida a guida del PD alla Camera oltre che un Senato potenzialmente meno stabile. Avremmo, come oggi, due leggi elettorali distinte per camere: una iper maggioritaria a Montecitorio, l’Italicum, al Senato il proporzionale puro.

Cosa farà a questo punto Renzi? L’ipotesi più probabile in questo scenario è che Renzi si dimetta da Presidente del Consiglio. Dopo una sconfitta di tale portata il premier difficilmente riuscirebbe a obbligare la minoranza dem ad obbedire alla linea governativa come ha fatto fino ad adesso. Come minimo i Bersani, Speranza e Cuperlo si sentirebbero legittimati a volere partecipare più attivamente alla politica di governo e di Partito. La minoranza dem cesserebbe dunque di essere considerata una riserva indiana di vecchi rancorosi per ritornare nuovamente ad essere un interlocutore di molti renziani che, dopotutto, “lo avevano sempre saputo che il Segretario stava tirando troppo la corda”. Per Renzi governare in queste condizioni sarebbe logorante oltre che estremamente difficile; l’ala sinistra proverebbe poi a isolarlo proponendo un’agenda in una rottura con l’NCD di Alfano. Sul fronte della nuova legge elettorale, inoltre, molto difficilmente si riuscirebbe a trovare una quadra con tutte le forze politiche dal momento che tutte, a partire dalla minoranza del PD, avrebbero come primo obiettivo quello di tutelare loro stessi. Obiettivo certamente comune ma non raggiungibile con un unico strumento. A Renzi converrebbe? Ovviamente no.

Ma andare ad elezioni immediatamente con l’Italicum alla camera e il proporzionale al Senato non produrrebbe una situazione analoga a quella attuale? Si, con la differenza che con i “capilista bloccati” Renzi potrebbe eleggere un gruppo PD di suoi fedelissimi alla Camera e, con un atto di imperio, rottamare i vecchi traditori al Senato. Il risultato elettorale con grande probabilità ci consegnerebbe un nuovo governo di larghe intese con Silvio Berlusconi e Alfano e tutto riprenderebbe più o meno come adesso per i prossimi 5 anni.

E nel caso in cui al ballottaggio della Camera (previsto dall’Italicum ) vincessero i 5 Stelle? Renzi potrebbe sempre logorarli facendo blocco con FI al senato.

Gli avversari di Renzi come vedrebbero l’ipotesi di elezioni anticipate? I 5 Stelle, dopo un’iniziale euforia, si troverebbero a dovere fare una campagna elettorale con un programma incentrato sulla riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica. A quel punto Renzi potrebbe ricordargli, con la usuale grazia e temperanza di modi, che è quello a cui si sono opposti al referendum. Salvini potrebbe rubare qualche parlamentare e senatore a Forza Italia ma, fatto salvo eventi gravi come attentati terroristici, crollo del sistema bancario europeo o un’invasione di migranti, difficilmente otterrà un risultato tale da permettergli di andare governo. Scelta Civica sparirebbe laddove Nuovo Centro Destra, Alleanza Nazionale e Sinistra Italiana sopravviverebbero al Senato e alla Camera con gruppi poco consistenti.

Il più probabile prossimo presidente della Francia

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Siamo nel 2016 e la democrazia non ha finito di sorprenderci. Ieri in Francia si è svolto il primo turno delle primarie per la designazione del candidato della destra e del centro per le elezioni presidenziali del 2017. Con una sinistra francese in dirotta e un’estrema destra molto forte, il ballottaggio del 2017 si dovrebbe giocare tra Marine Le Pen e il candidato della destra, motivo per cui queste primarie hanno suscitato parecchio interesse con la partecipazione di oltre 4 milioni di elettori.
I candidati erano 7, c’erano due grandi favoriti ed ha stravinto un terzo, François Fillon.

francia

Sarkozy, il ritorno perdente
L’ex-presidente Sarkozy aveva detto che si sarebbe ritirato della vita politica dopo la sua sconfitta contro Hollande nel 2012 ma a fine 2014 cambia idea e riprende la guida dell’UMP, il principale partito di destra, per poi annunciare la sua candidatura per le presidenziali. Forte della sua esperienza e appoggiandosi su una base di tifosi fedeli, Sarkozy pensava di essere il candidato naturale della destra per il 2017. Costretto ad accettare l’organizzazione di primarie, il primo turno doveva permettere di scegliere il candidato che lo avrebbe sfidato al ballottaggio. Risultato: il 21% dei voti ed un terzo posto che ha il sapore amaro di una medaglia di legno.

Juppé, l’anti-Sarkozy in crisi
Juppé, braccio destro di Jacques Chirac, premier negli anni 90, dopo qualche anno al verde dopo una condanna per impieghi fittizi, nel 2006 torna progressivamente alla politica, Sindaco di Bordeaux poi successivamente ministro della Difesa e degli Esteri sotto Sarkozy. Nella corsa alle presidenziali del 2017, si posiziona molto presto come l’anti-Sarkozy, a favore di riforme radicali ma garante di una repubblica inclusiva e tranquilla quando l’ex-presidente guarda verso l’estrema destra per contrastare Marine Le Pen. Di conseguenza Alain Juppé piace e diventa per tutta la campagna il principale challenger di Nicolas Sarkozy.

Chi è François Fillon
Classe 1954, François Fillon è stato il braccio destro del premier di Sarkozy per tutta la durata del suo mandato. Non un neofita quindi ma un personaggio sempre rimasto al secondo piano fino a ieri sera. Anche François Hollande lo archiviava in una discussione con dei giornalisti, “non ha la minima speranza”. Dal punto di vista del programma, lo schietto François Fillon rivendica la necessità di uno “choc”. Concretamente difende misure turbo-liberiste à la Thatcher e valori di vecchia destra conservatrice:
– fine della durata legale del tempo lavorativo
– pensione a 65 anni
– 500.000 dipendenti pubblici in meno e 100 mdi di riduzione della spesa pubblica
– riduzione all’osso del Codice del Lavoro
– modifica alla legge che apre l’adozione agli omosessuali
– stretta sull’immigrazione
Con un programma di destra che tanti ritengono eccessivo nella sua ampiezza ma sicuramente non originale nell’approccio, il discreto François Fillon ha stra-vinto un’elezione la cui importante affluenza doveva favorire un candidato consensuale, orientato verso il centro…

Da questa strana sequenza emerge un’unica certezza: François Fillon è ora il super favorito delle elezioni presidenziali francesi del 2017, fino al prossimo colpo di teatro?

Gli italiani all’estero e la rappresentanza un tanto al chilo

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Da qualche settimana il voto degli italiani all’estero è diventato uno dei temi più caldi della campagna referendaria. Se passasse la riforma, gli italiani all’estero, come tutti gli italiani, non eleggerebbero più direttamente i loro senatori però a differenza di chi risiede in Patria questi non sarebbero sostituiti con dei nuovi senatori eletti dai consigli regionali. La mancata presenza di senatori eletti all’estero nel nuovo Senato è stata cavalcata dal fronte del NO. Pare infatti che per qualcuno la rappresentanza consista semplicemente nella conta matematica del numero di poltrone e nulla abbia a che fare con un ragionamento su quello che poi chi occupa queste poltrone andrebbe a fare a Roma una volta alla settimana. Il nuovo Senato infatti è pensato per dare voce alle istanze delle autonomie locali. È vero che il Senato comunque voterebbe su leggi costituzionali, leggi elettorali e approverebbe i trattati europei. Ma la discussione di queste materie è oggi e sarà anche in futuro un evento piuttosto eccezionale. La maggior parte delle materie di competenza del nuovo Senato riguarderanno invece i rapporti tra lo Stato centrale e le istituzioni locali. Quale sarebbe il contributo dei rappresentanti degli italiani all’estero su queste questioni non è dato sapere. La risposta più comune che danno i sostenitori del NO è che nel nuovo Senato comunque ci saranno cinque nomine da parte del Presidente della Repubblica e dunque tanto vale metterci pure i rappresentanti degli eletti all’estero. Sicuramente la presenza dei senatori nominati dal Presidente può essere criticata (chi vi scrive avrebbe ne avrebbe fatto volentieri a meno). Ma la tesi per cui i rappresentanti debbano volare una volta alla settimana a Roma per sedere in un’assemblea che discute di questioni regionali è quantomeno buffa. Quello che i rappresentanti del NO nella migliore delle ipotesi non hanno capito (e nella peggiore vogliono ignorare per racimolare qualche voto all’estero) è che con la riforma il luogo della rappresentanza per gli italiani all’estero passerebbe da essere Camera più Senato alla sola Camera. Questo senza togliere alcuna rappresentanza effettiva agli italiani all’estero, che anzi nella nuova Camera si ritroverebbero ad avere un peso leggermente maggiore nell’approvazione delle leggi che li riguardano, passando da 18 rappresentanti su 950 con potere di fiducia a 12 su 630. Visto che i parlamentari eletti all’estero non sono patate ma rappresentanti dei cittadini, sarebbe bello che nessuno li pesasse un tanto al chilo.

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