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Dispensa per il disagio sociale, capitolo 1

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L’imbarazzo sociale è un tema caro a molti.
Per venire incontro a questi disagiati io e la collega JJ Spalletti abbiamo deciso di mettere a disposizione, in forma del tutto gratuita, un piccolo compendio sulla difficoltà di stare al mondo quando al mondo ci sono anche altri esseri umani.
L’arte di non salutare le persone per strada, o in qualsiasi altro posto,  dovrebbe essere padroneggiata da qualsiasi sociopatico che si rispetti, ecco di seguito alcune tra le mie mosse preferite in ordine di difficoltà.

la Lancia di Longino®
La Lancia di Longino possiede numerose varianti ma prende il nome da quella più semplice ed efficace.
È la semplicissima simulazione di un’ inaspettata e dolorosissima fitta sotto il costato in zona fegato. È permesso barcollare, appoggiarsi al muro, ansimare con contegno e, per gli esperti, sudare copiosamente dalla fronte, il tutto fissando il cielo ad enfatizzare una presunta punizione divina.

il Colpo di Reni®
Anche questa di facile realizzazione è però consigliata agli sportivi e a chi può avvalersi di articolazioni elastiche, vietato a chi soffre di calcificazioni e osteoporosi.
Appena notato il nemico, che in realtà non è affatto un nemico ma, al contrario, è probabilmente un vostro caro amico o un gentilissimo conoscente ma non dimentichiamo la vostra miserevole condizione di eremiti stronzi e maleducati, dicevo, appena scorto il nemico la parte superiore del tronco svirgola fulminea a destra (o a sinistra a seconda dell’opportunità) e prende a dirigersi verso il nuovo punto cardinale seguita pochi istanti dopo anche dalle gambe.
Se intendete utilizzare questa tecnica è imperativo praticare una sessione di pilates prima di ogni sortita.

la Vetrina Molto Interessante®
La Vetrina Molto Interessante consiste, come la precedente ma con meno brutalità, in un rapido cambio di direzione verso la vetrina del negozio a noi più vicino.
Non importa che negozio sia, di parrucche, abbigliamento per signore anziane o cani di porcellana, avete il diritto di interessarvi a qualsiasi cosa e nessuno deve permettersi di giudicare i vostri gusti.
Pur se con maggiore impegno la tecnica può essere eseguita in ambienti anche non urbani come spiagge o foreste, l’importante è dirigere l’attenzione su un oggetto apparentemente interessante come il ceppo di un albero, un castello di sabbia o un grosso escremento.
Perfezionamento: estrarre dalla tasca un bloc-notes e scarabocchiare un appunto annuendo pensierosi. In anni di lavoro ho imparato addirittura a cancellare quello che avevo scritto (dicendo proprio “no, no“) e a correggerlo. Di solito si tratta di piccoli peni che fiottano sperma sostituiti da altri piccoli peni che fiottano sperma.

la Sfinge Che Guarda®
La Sfinge Che Guarda è l’unica tecnica che anziché spostare l’attenzione dal soggetto che non volete salutare accentra su di esso tutta la propria enfasi.
Inizia con uno sguardo fisso negli occhi dell’individuo, la fronte si corruga e le sopracciglia convergono e si abbassano, gli occhi si fanno due fessure, poi il capo si muove di scatto verso un punto in alto a destra a simulare una ricerca in archivio e segue subitanea l’espressione di “ah, ho capito!“, si mette di nuovo il soggetto a fuoco e si accenna con la mano un principio di saluto, salvo abbassarla immediatamente e ripetere tutto da capo anche per due o tre volte di seguito lasciando il poveretto in uno stato di paura e imbarazzo.

il Conoscente all’Orizzonte®
Una delle mie preferite.
Immediatamente dopo aver individuato la persona che non volete salutare si sposta lo sguardo su un punto molto lontano alle sue spalle e si comincia a sorridere festosi.
Aprite la bocca e illuminate gli occhi, inspirate forte per riprodurre sorpresa e commozione.
Affrettaee il passo nella direzione del conoscente immaginario tenendo gli occhi ben fissi sull’obbiettivo, in questo caso aiuta molto individuare un passante effettivamente esistente e raggiungerlo per poi dileguarsi all’ultimo secondo.
Per ragioni di coerenza sarebbe bene portare l’interpretazione fino alla fine, un istante prima di aver raggiunto il passante che interpreta a sua insaputa il conoscente immaginario si dovrebbe sussultare per aver erroneamente confuso il medesimo, portare una mano alla bocca e ridacchiare nervosi.
Non importa se chi volevamo ingannare è ormai molto distante e non può apprezzare la nostra performance: le cose si fanno bene o non si fanno affatto.

la Telefonata Drammatica®
Anche in questo caso innate doti attoriali sono d’aiuto ma un esercizio serio e costante è capace di regalare grandi soddisfazioni.
La Telefonata Drammatica è un ottimo, ottimo, espediente capace di stravolgere le sorti di qualsiasi situazione, anche la più drammatica. Io, ad esempio, la uso ogni volta che entro in un negozio per errore, cosa che capita molto più spesso di quanto mi piacerebbe.
Ci sono due tipi di Telefonata Drammatica: quella giubilante e quella iraconda.
La telefonata giubilante è un’inaspettata chiamata da parte di un caro amico che non sentivate da tantissimo tempo e si apre con “Uèèèèèè mittico, ma non ci posso creeedereeee, ma sei un grandissimo, ma cazzo che bello sentirti” e prosegue con finti tormentoni inventati sul momento e riferimenti a terzi esistenti o non.
La chiamata iraconda è invece la simulazione di una telefonata dall’ufficio per questioni irrisolte che necessitano della vostra immediata attenzione e si apre con “No dai, no, no, avevo detto che mi serviva mezza giornata, la posso avere MEZZA GIORNATA? LA POSSO AVERE MEZZA GIORNATA? MEZZA GIORNATA CAZZO! E dai, via, santo cielo, dai! Dai! Ma ti pare?
Il vero sociopatico non pone fine alla telefonata appena il pericolo è scampato ma la porta a termine con la massima serietà.
Laddove necessario può durare anche diversi minuti a seconda del problema immaginario da risolvere o del legame di amicizia con la persona immaginaria che ci sta chiamando.
Una volta ho fatto una terribile Telefonata Drammatica con l’ufficio per un problema che non riuscivano a risolvere (si erano bloccate le e-mail e io non ne ero in alcun modo responsabile, per dire l’imbecillità della gente) e alla fine quando sono effettivamente arrivato in ufficio ero arrabbiatissimo con tutti finché mi sono ricordato che in realtà non era successo nulla.
Con queste cose lasciarsi prendere la mano è un attimo.

Direi che ora siete al riparo per un bel po’, uscite pure di casa senza temere il prossimo.
Vi rimando al capitolo due a cura dell’espertissima JJ Spalletti: http://libernazione.it/dispensa-per-il-disagio-sociale-capitolo-2/
Perdonatemi ma preferisco non salutarvi.

Come on San Bartolomeo, don’t be such a pussy!

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Una volta, avevo sette anni, con i miei genitori siamo andati a Bertinoro, un paesino abbarbicato sulle colline romagnole tipo San Marino ma senza banche, senza negozi di balestre medievali e senza il museo delle cere peggio riuscito del sistema solare.
E qui apro una parentesi dolorosa ma necessaria.
La prossima volta che portate soldi nel vostro fondo nero a San Marino, che è l’unica ragione per cui una creatura antropomorfa dovrebbe decidere di salire le pendici del Monte Titano, fatevi un regalo e visitate il Museo delle cere e della tortura, è un’esperienza mistica che garantisce una sofferenza tale da farvi salire in un botto cinque livelli di reincarnazione una volta morti. Entrate a livello anellide ed uscite a livello artropode complesso.
Nel tristo caso apparteniate allo scarno gruppo di italiani che non possiede un fondo nero a San Marino agevolo breve infarinatura nel video qui sotto.
Tenete conto che il montaggio professionale lo rende un po’ più bello di quanto non sia in realtà.

Chiusa parentesi.
Bertinoro, dicevo, che al massimo ha una filiale della Cassa dei Risparmi di Lido di Classe con gli infissi in alluminio anodizzati oro e un sistema d’allarme che consiste in un uomo che urla e nemmeno un negozio che venda balestre medievali, per rimediare aveva messo su una pinacoteca.
Mio padre, spesso vittima di infauste ispirazioni, in un raptus del tutto inspiegabile aveva deciso di portarci, del resto visitare una pinacoteca è un po’ il sogno bagnato di qualsiasi bambino di sette anni.
La visita alla pinacoteca durò il tempo che impiega una castagna a cadere da uno sgabello, alla prima sala ero stato preso da un attacco isterico e mi avevano dovuto raschiare via dal pavimento con la benna di un piccolo trattore. Tutto questo a causa di un gigantesco dipinto raffigurante il martirio di San Bartolomeo che la tradizione vuole scuoiato vivo, una cosa da niente non fosse che fino a quel momento i miei genitori avevano perseguito la barbara abitudine di tenermi lontano da ogni raffigurazione di violenza.
Ogni.
Ovviamente niente pistole giocattolo, nemmeno quelle ad acqua tipo super liquidator, venivo mandato alle feste al mare con lo spruzzino del vetril, cosa che ha avuto serie ripercussioni sulla mia capacità di prendere parte a qualsiasi evento estivo che coinvolga più di tre persone alla volta.
E ovviamente niente violenza visiva, niente cartoni animati giapponesi, proibita l’intera filmografia di Arnold Alois Schwarzenegger.
Terminator, Conan il Barbaro, Robocop, Atto di Forza, Commando, Predator e altri capisaldi del cinema d’azione anni ottanta mi è toccato vederli da adolescente, che avevo già perso la sospensione dell’incredulità e mi hanno fatto cagare.
A scuola, vergognandomi come un cane per questi divieti, ascoltavo i miei compagni che si raccontavano le scene, aspettavo circa venti secondi e le ripetevo apportando alcune modifiche alla composizione logica dei periodi e all’enfasi per fingere di averli visti a mia volta, stratagemma che il più delle volte non funzionava.
E poi voilà, San Bartolomeo sbucciato vivo e io che mi butto a terra urlando con le mani sugli occhi e mio padre che mi trascina via.
Da quel momento il termine pinacoteca ha assunto nel mio immaginario un significato piuttosto sinistro, tanto che anche molti anni dopo, alle medie, avevano organizzato una gita scolastica con visita ad una pinacoteca e io per stare dalla parte del sicuro mi ero dato malato.
E poi invece a quella gita si è limonato tantissimo.

E POI LA CONVERSAZIONE SI SPOSTA BRUSCAMENTE SULLE SEGHE

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– Agata, ti prego, ripetimelo come se fossi scemo.
– Che cosa?
– La cosa di un minuto fa, su Antonio e le seghe.
– Ah, certo. Antonio non si fa le seghe.

Tre secondi di silenzio.

– Niente seghe?
– No.
Mi giro verso Antonio – Antonio, amico mio, tu non ti fai le seghe?
Antonio fissa pallido la pizza margherita che inizia a freddarsi – No. – dice piano.
– Visto? – fa Agata.
– D’accordo, ma poniamo che gli venga improvvisamente voglia di farsene una.
– Allora mi chiama.
– Ti chiama?
– Mi chiama e io gli faccio una sega.
– Sei gentile.
– Se ha bisogno, ci mancherebbe.
– Ma con lo sputo?
– Con lo sputo?
– Con lo sputo o senza?
– Ma in che senso?
– Agata, tesoro, se mi fai questa domanda significa che ignori la meccanica alla base delle seghe, i fondamentali, non conosci il pentateuco della masturbazione e vuoi metterti al posto suo, sii ragionevole.
– E allora spiegamelo.
– Te lo spiego volentieri, ti sputi nella mano prima di fargli una sega?
– Ma che schifo!
– Tack.
– Ma che schifo! Che schifo! No!
– Agata, perdonami, ma se ti fa schifo sputarti nella mano come ti regoli coi pompini?
– Ad Antonio non piacciono i pompini.

Quattro secondi di silenzio.

– Agata, ti prego.
– Non gli piacciono, giuro! Antonio, ti piacciono i pompini?
Antonio è immobile da prima, non ha ancora iniziato a tagliare la pizza – No, non tanto. – mormora con voce rotta.
– Visto? – fa Agata.
– Eh, ho visto, ho visto. Comunque questa cosa che non ti sputi nella mano, Agata, lasciatelo dire, secondo me è drammatica. Le mani asciutte santo dio, roba che gli provochi una dermatite con conseguente fimosi con conseguente cazzo che gli si stacca e muore. Ma poi scusa, quando fate l’amore, lui per caso ti riscalda un po’ o te lo butta dentro come se dovesse parcheggiare la bicicletta che gli chiudono le poste?
– Non capisco la metafora.
– Immagino. Voglio dire, Agata, amica mia, che le seghe le sanno fare bene solo gli uomini perché, in anni di esperienza, hanno maturato una perizia inimitabile. Oppure le puttane, ma vanno sempre di fretta. Oppure le pornostar, ma tanto è una cosa che non ti capita mai. Tu non rientri in nessuna delle tre categorie. Sostituirlo in una funzione così importante è un gesto di una violenza inaudita. È come strappargli gli occhi e dire “tranquillo amore, le cose le vedo io e dopo ti racconto“, è terribile, osceno. Tu non ti rendi conto.
– Allora te lo ripeto, Antonio non sente il bisogno di farsi le seghe, me l’ha detto mille volte, ha già me, gli basto io.
– Ma non è così Agata, non è così. Capisco che non voglia ferirti ma, credimi, non è così. Le seghe col sesso non c’entrano nulla. Le seghe sono una cosa che serve agli uomini per non mettersi ad uccidere la gente per strada. Sono un grande, grandissimo, atto di amore verso noi stessi, un modo per prenderci cura del nostro corpo. Cosa ti costa lasciarlo libero?
– E chi me lo assicura che pensa a me mentre si fa una sega?
– Ma ti garantisco il contrario, guarda, a te non ci penserà mai. Mai!
– Visto? Hai visto? Allora vuol dire che non gli basto!
– Ma è l’opposto Agata, davvero, ragiona, tu per lui sei l’altra metà del cielo, ti adora, ti venera, ti ha idealizzata, nella sua testa sei la madre dei suoi futuri figli. Ti pare, dunque, che possa pensarti mentre ti fai sfondare da due negri con delle fave di trenta centimetri? Vuoi che ti pensi mentre ti schiaffeggiano con delle cappelle da mezzo chilo? Ti sembra una cosa rispettosa, delicata?
– Dubito che Antonio abbia delle fantasie del genere.
– Anche io. Antonio ha delle fantasie più complesse, fidati, io semplifico, nelle fantasie di Antonio ci sono anche dei nani, uncini anali, somari di passaggio, gagball, batterie per automobili e petardi esplosi a tradimento, si svolge tutto all’interno di locali con muffa alle pareti e sedie arrugginite che prendi il tetano a guardarle. Agata, seriamente, vuoi dirmi che ti piacerebbe stare al centro di una gomorra così?
– No.
– Eh no, certo che no, ovviamente no.
– …
– Ti vedo perplessa.
Agata si gira verso Antonio – Antonio, hai delle fantasie così tu?
Antonio mi guarda ed è davvero molto triste – No. – dice.
Agata guarda di nuovo me – Visto?

Donnanana

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– No, no, fermo.
– Sono fermo, non mi muovo.
– Mi stavi facendo male.
– Ho notato, cosa faccio?
– Aspetta, mi giro.
– Ok.
– Prova così. Ok, ok, ok, NO! FERMO!
– Se urli mi fai prendere un colpo.
– Scusa, fa male anche così. Possiamo continuare coi preliminari?
– Va bene, però non chiamarli preliminari.
– Come devo chiamarli?
– Dopo due ore chiamali come ti pare ma non preliminari, chiamali armadillo.
– Stai facendo lo stronzo, non fare lo stronzo.
– Scusa. Non ci avevo mica creduto quando mi ha detto della vagina piccolissima.
– Lo so, non ci crede nessuno, pensano che esageri.
– Adesso ci credo.
– Ma dai?
– Dev’essere per quel detto, donna nana…uno si crea delle aspettative.
– Ti sembra una cosa bella da dire?
– No, però non sei altissima.
– Nana ci sarà tua mamma.
– Quanto sei?
– Uno e cinquantuno.
– Eh.
– “Eh” cosa?
– Niente, andiamo avanti coi preliminari?
– No, proviamo alla fiamminga.
– Alla fiamminga?
– Non conosci la posizione?
– No.
– Alla fiamminga è: stesi sul fianco, tu dietro di me.
– Ah. Si dice “a cucchiaio” non “alla fiamminga”.
– Io sapevo fiamminga.
– No, davvero, è il cucchiaio.
– Perché il cucchiaio?
– Oh, non saprei, perché sembra un cucchiaio?
– Un cucchiaio con un cazzo sopra?
– Non ne ho idea del perché.
– È volgare.
– Non l’ho inventata io, si chiama così. “alla fiamminga” allora?
– Hai presente i fiamminghi?
– Si.
– Credo che si riferisca ad una tecnica bellica usata durante la guerra dei cent’anni.
– Una tecnica bellica?
– Si.
– Una tecnica bellica tipo come?
– Non lo so, una tecnica bellica fiamminga.
– Una tecnica bellica fiamminga?
– Si.
– Comunque il cucchiaio non può funzionare, te lo dico subito.
– Perché no?
– Perché stante questa tua, diciamo, peculiarità, l’aiuto della forza di gravità è condizione minima e indispensabile. Nella posizione del cucchiaio la gravità influisce zero.
– Allora torno sopra?
– Si.
– Va bene, ok, piano! Ok. Piano! Fermo!
– Più fermo di così vado in tanatosi.
– Puoi ammorbidirlo un po’?
– Se posso ammorbidirlo?
– Un po’.
– Un po’ quanto? Due atmosfere? Ti sembra un canotto?
– Gesù, non potevo nascere con una vagina capiente, vero? Troppo facile.
– …
– Maledetta vagina minuscola!
– …
– Vuoi dire qualcosa? Devo parlare da sola?
– Credo si stia ammorbidendo.
– Davvero? Fantastico!
– Eh. Vedrai che divertimento.
– Dai che ce la facciamo, dai, dai, ok, ok così…no.
– …
– No.
– …
– No, così è troppo morbido.
– Ma pensa, davvero?
– Si, adesso è troppo morbido, puoi irrobustirlo un po’?
– No, santodio, non ho un quadro comandi. Non funziona così.
– Però non me lo avevi detto che avevi questo problema.
– Quale problema?
– Dell’impotenza.
– Ma fai sul serio? Son due ore che sta dritto come un cristo impagliato.
– Quindi adesso è colpa mia?
– No, figurati, è mia.
– È di quella puttanata che hai detto prima sulle donne basse, vi aspettate tutti che là sotto ci sia un’hangar militare. (piange)
– Però adesso non fare così.
– Sono tre anni che non scopo. Tre!
– Tre anni sono un sacco di tempo.
– Dio che voglia che ho!
– Si. Senti, allora io andrei.
– Non vuoi rimanere?
– No, preferisco di no.
– Magari fra un po’ ti torna duro.
– Appunto.
– …
– Allora io vado eh.
– …
– Ciao.

Fischiettare parecchio

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Allora io nei periodi buoni sono uno che fischietta parecchio. Fischietto, più che altro, motivi popolari tipo l’Inno d’Italia oppure Osteria numero venti se la figa avesse i denti oppure i primi quaranta secondi della Sinfonia N.9 di Beethoven che il resto non lo conosco. A volte compongo anche, e lì posso andare avanti anche mezz”ore ma è una cosa che succede di rado e devo proprio essere di umore estivo. Comunque, quando compongo, compongo soprattutto colonne sonore di film molto belli che mi invento lì per lì, che di solito si svolgono attorno al Mississipi e c”è sempre una donna affascinante con seni giganteschi ma anche un certo portamento, poi c”è la parte triste dove impiccano un negro che però dopo lo salvano, poi fanno un giro con quelle barche che hanno l”elica dietro, dopo bevono degli alcolici trasparenti per sembrare tipi tosti ma in realtà è crema di limoncello molto diluita, che siccome io i distillati non li reggo devo trovare queste scappatoie per non demolire l’ambientazione.
Comunque, dicevo, io sono uno che fischietta parecchio.
Che anche questa è una cosa che ho preso da mio padre, che quando voleva far andare in bestia qualcuno cominciava a fischiettare, che poi ho capito che in realtà fischiettava per non andare in bestia lui, tipo autoipnosi, tipo cobra che si autosuona il flauto.
Tipo ad esempio quando mia mamma era già uscita di casa, e lo aspettava fuori, e cominciava spingere sul campanello come un’impazzita e lui era ancora in mutande, capace che fischiettasse l”opera omnia di Vivaldi, mia mamma scampanellava e lui fischiettava, che era meglio così che altrimenti capace che le torcesse il collo.
Oppure quando c”era da accomodare le tapparelle, che ogni tanto la cinghia cominciava a lacerarsi e mia nonna aveva paura che la tapparella cadesse e mi decapitasse, che infatti me lo urlava sempre non stare colla testa sotto la tapparella! e cominciava a piangere (e io le rispondevononna, non si dice “colla”, si dice “con la”, perché era una cosa che avevo appena imparato e ci tenevo a dirla in giro) e allora mio padre quando proprio la cinghia era lì lì che si stava per rompere doveva cambiarla e fischiettava moltissimo dall”inizio alla fine della procedura.
Procedura che includeva anche moltissimi viaggi alla ferramenta, ma tipo cinque-sei viaggi, che però è una storia che racconto un”altra volta.
E fischiettava sempre sempre motivetti allegri, che però lo capivi che erano allegri per finta, che lui in realtà nella sua testa pensava soprattutto ad ammazzamenti, ad incidenti gravissimi e al fatto che avrebbe voluto picchiare un gatto, che però era meglio che fischiasse per distrarsi.
Allora questa mattina stavo tornando dal centro, che ero andato a fare un giro in bicicletta e sono sceso nella rimessa per riporre la bici e uscendo fischiavo Osteria numero venti se la figa avesse i denti, che uno dice come fai a sapere che è proprio osteria numero venti se la figa avesse i denti e non, poniamo, Osteria numero due le mie gambe tra le tue o, ipotesi, Osteria quella che non mi ricordo il numero ma ci sono i frati che se lo danno nel culo?
Lo so perchè io nella mia testa, mentre fischio, scandisco anche le parole e cantavo proprio osteria numero venti paraponziponipò se la figa avesse i denti paraponziponzipò e avanti così.
E’ la strofa che in assoluto preferisco, trovo che sia, allo stesso tempo, la più divertente ma anche la più poetica perché la figa i denti non ce li ha mica, ma per certi versi invece è come se ce li avesse.
Allora mentre sto fischiettando passo davanti alla rimessa di un mio vicino di casa che è dentro con il figlio a fare ordine.
Il figlio avrà tre anni oppure quattro oppure sette, io con gli anni dei bambini non è che ci capisca molto.
Diciamo che è in quell”età che non si caga più addosso ma non è che riesca a comporre frasi molto complesse.
Allora il bambino mi sente fischiare Osteria numero venti e mi guarda bene e io gli faccio ciao con le sopracciglia, perché se i bambini non mi vengono a rompere i coglioni io cerco sempre di essere simpatico, e lui mi guarda ancora e poi si gira verso suo babbo e gli fa babbo, te sai fischiare? 
Così, domanda secca.
E allora a me mi è presa una gran tristezza perchè vuol dire che quel bambino lì, che fa una domanda così, non ha mai sentito fischiare suo padre al punto che non sa nemmeno se è capace o no.
Che di sicuro io a mio padre non gli avrei mai chiesto babbo, te sai fischiare?
Magari gli avrei chiesto babbo, te sai fare ordine nella rimessa?
Che però tra le due è molto meglio saper fischiare.
Poi ho detto, vabè, quel bambino dall”età poco precisa non ha mai sentito fischiare suo babbo ma comunque poteva andare peggio, metti che suo padre lo inculava era sicuramente peggio. E infatti uno può sempre pensare che c”è una cosa peggiore.
Metti che suo padre prima lo inculava e poi lo mandava a lezioni di corno francese era addirittura peggio che se lo inculava soltanto. Per dire.
Però comunque tutta la faccenda del bambino che non aveva mai sentito fischiare suo padre mi ha messo di umore castano, e allora quando sono stato in casa ho telefonato a mio babbo e gli ho detto oh babbo, grazie che fischiavi quando ero piccolo e lui mi ha detto come? e io ho aggiunto e comunque grazie anche che non mi hai inculato.

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