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L’apocalisse ludica di fine millennio

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I precedenti capitoli qui.

 

26. I CAVALIERI DELLO ZODIACO

I Cavalieri dello Zodiaco erano una serie di amici/nemici dai capelli lunghi, il sesso incerto, l’infanzia segnata e i poteri cosmici. I personaggi erano tantissimi, tanti quanto le “mosse speciali” di ognuno, le quali, per essere efficaci, andavano gridate a squarciagola (FULMINE DI PEGASUS et similia). I più importanti di tutti erano naturalmente i cavalieri protagonisti (con i nomi delle costellazioni: Cigno, Andromeda, Grande Carro), poi c’erano i Cavalieri d’oro (ognuno aveva il nome di un segno zodiacale, ed erano capeggiati da Paolo Fox) e infine le uniche donne* : Lady Isabel (capelli lillà ed espressione grave, lacrime agli occhi perenni) e Castalia (un’inquietante signora che girava con la maschera sempre in faccia, come Leatherface). I pupazzi erano complicatissimi da collezionare, perché ognuno aveva in dotazione un bustino con l’armatura sopra, i cui pezzi si disperdevano sistematicamente per casa e inceppavano l’aspirapolvere.

In più, nella pubblicità ti facevano vedere che stavano in piedi da soli, ma COL CAZZO che ci riuscivi, cadevano giù peggio di un paralitico senza la sedia a rotelle.

*a parte Andromeda. E ho nutrito seri dubbi anche su Crystal, lui e i suoi cigni

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27. LA PISTA POLISTIL

Appurato che tutti i bambini possiedono uno spirito agonistico pari a quello di Benji quando Holly gli segna un gol (con conseguente assenza da scuola per i successivi tre mesi, depressione acuta, meditazione in mezzo ai campi di calcio, soliloqui davanti ai passanti sconvolti), gli ingegneri della Gig (sospetto siano dietro ad ogni cosa) si inventarono una pista automobilistica da comporre, sulla quale correvano macchinine elettriche. Le più longeve si rompevano dopo una settimana, se prima il bambino non ci saltava sopra o non provocava un blackout facendoci cadere il succo di frutta.

Una particolarità: Le macchinine, essendo tutte mosse dallo stesso congegno elettrico, andavano tutte alla stessa velocità, ma nella pubblicità ti facevano credere che era possibile che qualcuno vincesse (i padri, sportivamente, fingevano sempre di perdere). Quando i bambini gareggiavano con gli altri bambini, il primo che si ricordava di dire “HO VINTO!” aveva effettivamente vinto.

28. I KOMBATTINI

I Kombattini erano nati dalla certezza degli ingegneri della Gig che i bambini sono attratti dalle cose ripugnanti e colorate che si combattono. Erano formiche con espressioni truci e mitragliatori in mano, dai colori sgargianti. La particolarità di questo giocattolo era che ogni kombattino aveva il culo (proprio così) coloratissimo e con dei brillantini al suo interno, e le varie chiappe potevano essere scambiate di kombattino in kombattino. Questo creava una distorta visione del corpo umano nel bambino, che dopo qualche giorno li gettava dalla finestra per vedere se il didietro serviva per attutire la caduta, o magari, chissà, era magico (tipica ingenuità del bambino).

Deviante
Deviante.

29. I CINQUE SAMURAI

I Cinque Samurai erano uno squallido tentativo attuato da qualche furbone di imitare i Cavalieri dello Zodiaco. Il risultato era lo stesso: c’era sempre quello efebico coi capelli biondi, il leader, quello riflessivo, quello che moriva sempre, i fratelli, ecc ecc. Però con i pupazzetti davano in regalo le fasce da vero samurai (?).

A volerla dire tutta, i cinque cretini erano davvero una spudorata copia dei Cavalieri, persino nelle armature, che avrebbero dovuto ricordare quelle di un samurai, ma somigliavano più a quelle dei cavalieri d’oro. Vergogna!

Samurai un corno
Samurai un corno

30. LE ARMI GIOCATTOLO

Di armi giocattolo ne esistevano di tutti i tipi e forme. Si andava dai fucili da cowboy col tappo rosso alle riproduzioni a grandezza naturale delle armi delle Tartarughe Ninja, passando per le fionde e persino i bazooka con le palline di gommapiuma. Il bambino, subito incitato dal padre a giocare gli indiani, finiva per infilare nell’occhio dell’amico una freccia con la ventosa, e allora veniva portato dallo psichiatra infantile.

Viso pallido, avrò tuo scalpo (e tuo occhio)
Viso pallido, avrò tuo scalpo (e tuo occhio)

 

JJ

Salve, sono la Natura

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natura

Il nume della rosa

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Il nome della rosa                                                  A margine: sarà pure retorica da quattro soldi, ma io sto con lui.

 

 

L’apocalisse ludica di fine millennio

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Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

Quarto capitolo

 

21. TANYA

Tanya era il nemico naturale di Barbie. Nata per contrastare il mercato della Mattel, Tanya era in tutto e per tutto uguale alla Barbie, ma era solitaria (non aveva un Ken, né una Skipper, né una Midge, soltanto una serie di Tanye uguali a lei ma con capelli diversi, probabilmente cloni malriusciti). Esisteva anche un tipo di Tanya morbida, la quale veniva distribuita in commercio ACCARTOCCIATA IN SCATOLE DI CARTONE. Non credo di aver provato mai tanta pena per un giocattolo come quando mi sono ricordata di questa cosa. Specialmente perché quando ero bambina ero convinta che i giocattoli avessero veramente un’anima; e la fottuta Pixar ha ideato Toy Story, e io ancora sospetto che mi abbiano copiato l’idea. Ma torniamo a Tanya. Successivamente, dopo la grande fortuna riscossa da Tanya Gelato (profumava di qualcosa di disgustosamente dolce), fu fatta sparire (probabilmente sciolta nella salamoia) per aver osato tentare di imporsi sulla famiglia Barbie. Ab aeternam, Tanya.

Occhiali da sole Tanya: responsabili della cecità infantile dal 1995 al 1997
Occhiali da sole Tanya: responsabili della cecità infantile dal 1995 al 1997

22. I MINI PONY

I Mini Pony erano un esperimento di laboratorio chiaramente andato storto: erano dei pony dai colori psichedelici, con criniere e code colorate e strani simboli esoterici sulle chiappe (che spaziavano dai fiori alle stelline, dalle svastiche ai cuoricini). Parlavano e conducevano una vita sociale, intrecciandosi nastri fra le criniere (e come? Con gli zoccoli?) e affrontando i problemi quotidiani dei pony, qualsiasi essi siano (probabilmente la scarsità mondiale di fieno o le strade invase dalla merda di cavallo). Presente nella confezione anche il pettinino per incasinare ancora di più le chiome, che poi (come accadeva per le Barbie) venivano barbaramente recise, e i Mini Pony assumevano l’aspetto di punkabbestia, prima di essere lanciati contro un vetro nel momento in cui si apprendeva che le criniere viola e gialle non sarebbero mai più ricresciute. La riproduzione, inoltre, era per questi animali incredibilmente complicata: infatti dopo qualche tempo nessuno riusciva più a distinguere i sessi, e bisognava andare a caso.

Tipico aspetto di cavallo maschio adulto
Esemplare di pony adulto maschio

23. LA MACCHINA DEL GELATO

Malata invenzione degli ingegneri della Gig che avrebbe dovuto permettere all’ingenuo bambino di farsi il gelato in casa. Nella confezione c’era la macchina del gelato (da cui il nome), accessori vari per la preparazione e delle bustine di gelato in polvere da far diventare, SECONDO LORO, come quello vero. Il bambino, dopo il sesto tentativo di riprodurre qualcosa che non fosse una pappa molle e disgustosa (completamente diversa dai capolavori da bar che si vedevano in pubblicità, magari anche guarniti con ombrellini decorativi e zuccherini, mortacci vostra, che l’avevate sicuro preso da Mondi), si arrendeva e lasciava il contenuto nella scatola ad impolverarsi e il gelato pian piano collassava su se stesso. Salvo poi ricordarsi, mesi o addirittura anni dopo, “Ma io avevo LA MACCHINA DEL GELATO!! Vediamo se funziona ancora!” Sì, funzionava ancora quell’aggeggio maledetto, e la poltiglia prodotta, oltre che essere disgustosa, ora era anche LETALE.

NB: Forse la cosa più bella della Macchina del Gelato è che il volto testimonial era quello di Fabrizio Bracconeri.

 

24. LE PENTOLINE

Le pentoline erano uno stress continuo per i genitori. Le bambine ne volevano avere ancora, e ancora, e ancora, fino a che la scatola che le conteneva non pesava 45 kg, e al padre per tirarla giù dallo scaffale usciva fuori un’ernia. Diabolici oggetti in plastica o metallo, erano fedeli riproduzioni di oggetti di cucina, dalle posate ai fornelli, passando anche per cose da mangiare di plastica (che, ingerite, soffocavano il fratello minore o il cane). Le vendevano in confezioni da più pezzi dal giornalaio, e il genitore, ogni volta che acquistava un quotidiano, era assalito dalla pressante richiesta di averne delle altre. Se non altro, il giocattolo era uno dei pochi che riusciva a tenere buona la bambina, nella maggior parte dei casi, la quale però poi si guardava bene dall’aiutare la madre ad apparecchiare la tavola, quella vera.

Dai colori sobri e piacevoli
Dai colori sobri e piacevoli

25. LE TARTARUGHE NINJA

Le tartarughe ninja, prodotto di una mente malata, erano tartarughe mutanti (da questa ispirazione, come ho già detto, vennero fuori i Biker Mice, gli Extreme Dinosaurs e persino gli Street Sharks, insomma qualsiasi animale mutabile tramite scorie radioattive) seguite dal loro maestro Splinter (un ratto in kimono, gigantesco e flemmatico) che gli insegnava le arti marziali. La loro punta di diamante era una giovane giornalista vestita da banana con la stessa pettinatura di He Man (e del principe Cuorforte) chiamata April ‘O Neil, che nei giochi fra amichetti era interpretata o dall’unica femmina del gruppo o dal più effemminato della compagnia, e la sua parte consisteva per lo più nello stare seduta legata da qualche parte in attesa del salvataggio delle astute tartarughe. Il cattivo era Shredder, una specie di Diabolik di ferro, che aveva due sgherri, Rock Steady e Be-Bop, rispettivamente un rinoceronte e un facocero (anche loro mutanti, sennò gli altri si sentivano soli). E poi c’era Krang, il vertice della piramide, al quale anche Shredder si sottometteva, che era una Big Babol già masticata con dei tentacoli, dalla voce estremamente stridula. I maschi volevano sempre essere Leonardo che era il più forte (ma in base a cosa?), quello che faceva Donatello veniva scherzato perché aveva la bandana viola da femmina, Michelangelo si dava i nunchaku in faccia, le femmine si annoiavano e per Natale il bambino pretendeva di ricevere il camion sparapizze delle Tartarughe Ninja. Rovinoso.

In tempi moderni, i disegnatori del cartone ci hanno riprovato, con una versione tutta nuova, dove April ha la pancia scoperta, le tartarughe sono più coatte e hanno gli occhi bianchi. Risultato: ragazzi, non drogatevi, altrimenti diventerete come le nuove Tartarughe Ninja.

Ripropongo qui la magnifica sigla che, a distanza di più di 20 anni, non so affatto ancora a memoria, perché comunque ormai sono un’adulta responsabile.

PS: Se ci sono psicologi su questo blog vi chiedo di dirmi se è normale che da bambina fossi innamorata di una tartaruga antropomorfa con le fasce arancioni in testa.

 

 

 

JJ

Tutto quello che avreste voluto sapere su Mad Max, ma non avete mai osato chiedere

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La luce di Caravaggio

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L’apocalisse ludica di fine millennio

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Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

 

16. LA LEGO/LEGO TECHNIC

Fortunata associazione di pazzi che si inventò il fatto che curiosi omini della dimensione di una falange e dalla faccia gialla cilindroidale con sempre la stessa espressione ebete potessero diventare abilissimi ingegneri, costruttori di astronavi, parrucchieri. E’ inutile spiegare il funzionamento dei Lego, perché è chiaro a tutti. C’è pure il film. Gli altri comunque sono pregati di aggiornarsi. Le costruzioni ebbero così tanto successo che uscirono anche quelle a tema: la montagna di Indiana Jones, il Lego Star Wars, persino quello di Harry Potter, tutti a prezzi vertiginosi. La particolarità della Lego era una sola: come nei puzzle, alla fine veniva fuori che mancava sempre un pezzo, uno dei mattoncini, risultato introvabile nonostante le ricerche forsennate. Qualche mese più tardi, qualcuno finalmente lo ritrovava calpestandolo, e invocando alcuni noti santi della cultura cristiana.

Esiste una perversa sottomarca della Lego, la Lego Technic: il concetto è lo stesso, ma le macchine sono più elaborate e difficili da costruire, ci vuole almeno una brugola, e non esistono omini che le guidano. Per bambini nerd e molto soli.

 

Come carboni ardenti
Come carboni ardenti
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Non venivano mai così belli quando ci provavo io

17. MIGHTY MAX

Anche conosciuti dalle bambine come “I Polly Pocket per i maschi”, i Mighty Max erano esattamente come i Polly Pocket, con la differenza che però il personaggio era uno sfigatissimo bambino dai capelli ossigenati, che si trovava a dover combattere perennemente contro mummie, serpenti, mostri di ghiaccio, scheletri, scienziati pazzi, assassini muniti di seghe elettriche, il tutto sempre in case decappottabili, ma dall’ambiente squisitamente horror. Anche qui gli ideatori si sono sbizzarriti inserendo i Mini Mighty Max: ambientazioni più piccole, ma sempre gli stessi maniaci omicidi.

Solo nei vostri peggiori incubi
Solo nei vostri peggiori incubi

18. LE MICRO MACHINES

Quasi a voler obbligare i bambini a morire per soffocamento (o stress causato dalla perdita del giocattolo minuscolo), oltre ai Polly Pocket vennero introdotte le Micro Machines. Dal nome, macchine minuscole, lasciate dal bambino perennemente in giro, con la conseguenza di femori rotti e traumi cranici. Erano tantissime, una collezione infinita. Spaziavano dalle macchine da corsa alle ruspe, dalle navi alle barche a vela; successivamente gli ingegneri della Gig inventarono il camper che si apriva a metà e diventava una città full optional, l’elicottero dei carabinieri che era una base segreta, e via dicendo. La particolarità del giocattolo era il prezzo, inversamente proporzionale alla grandezza della macchinina. Le Micro Machines sono state recentemente rilanciate (non contro un vetro) dagli avidi ingegneri della gig.

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19. LADY LOVELY LOCKS

Lady Lovely era uno smielato cartone animato (dal quale uscirono di conseguenza anche le bambole, stampo della Skipper di Barbie) che trattava di una specie di principessa piena di fiocchi, gioielli e capelli irrimediabilmente lunghi e vaporosi (ma dai colori punk), la quale si struggeva d’amore per il principe Cuorforte (un efebo pettinato come He Man) e circondata da ridicole deficienti colorate e animali tristemente tinti di rosa e fucsia (come la tigre di He Man). La cattiva era una perfida duchessa con i capelli neri (infatti si chiamava NERONDA, nomen omen), come a dire: se non sei bionda e con la pelle di pesca, sei cattiva. Le bionde buone passavano il tempo a difendere il loro regno costellato di pony blu dalla perfida duchessa, che magari voleva solo riconquistare il proprio posto nell’alta società, vai a sapere.

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Fatevi un’altra lampada

20. LE CHERRY MERRY MUFFIN

Erano bambole di plastica dura (se le tiravi a tuo fratello, era consequenziale il trauma cranico), somigliavano a una Skipper con le caviglie gonfie, avevano vestitini dalle tinte ambigue e ognuna aveva un profumo differente (io ne avevo una gialla, gadget annesso LA BANANA con piedi e mani, deviante: la potete vedere nell’immagine sottostante). I gusti erano quelli della frutta: ciliegia, mirtillo, banana, fragola, mango, papaya, licis. L’odore, che avrebbe dovuto ricordare i frutti di cui sopra, era in realtà un’orrenda puzza di plastica radioattiva. Ideate senz’altro per far familiarizzare il marmocchio impertinente con gli alimenti ricchi di vitamine, per anni io le ho conosciute come “le bambole che profumavano di frutta”, fino alla traumatica scoperta che in realtà portavano un nome da pornostar.

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Scusate, ma la terza da sinistra a che gusto è?

JJ

L’odore delle case dei vecchi

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toni

Generatore automatico di restituzioni di Matteo Renzi

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Nel solco dei suoi illustri predecessori, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha annunciato la restituzione di 500 euri a 4 milioni di pensionati: se tanto ci dà tanto fate refresh per conoscere in anteprima le prossime restituzioni del governo (e non badate alla sensazione di deja-vù)

Scriveremo una grande riforma che restituirà a 39 milioni di italiani le coca cola che avevate ordinato e invece vi hanno portato la pepsi

Come catturare un vignettista e farla franca

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libernazione

Questo è più o meno quanto accaduto nel pomeriggio dell’altro ieri, quando sta gente qui, di come si chiama, di Libernazione, mi ha aggredito in branco per mezzo whatsapp. Che dire, volevano un disegnatore e ora ce l’hanno. Speriamo bene.

Parti comuni

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–   – Allora è lei!
– Mi perdoni, che cosa?
– È lei dico.
– Ma che cosa?
– È lei che fuma nelle parti comuni!
– No, non sono io.
– Ma che faccia tosta, ha la sigaretta in bocca!
– Ma è spenta signora, guardi, è spenta.
– Ma non mi frega mica sa, io sono vecchia no scema!
– Signora, mica la voglio fregare, la sigaretta è spenta, lo vede anche lei.
– La sigaretta è spenta ADESSO perché l’ho presa con le mani nel sacco!
– Signora, a parte che “mani nel sacco” mica sto svaligiando una banca, guardi, io esco di casa e metto una sigaretta in bocca, poi quando sono fuori del portone l’accendo, mica prima.
– Certo! Mi ha preso per scema? Ha la sigaretta in bocca ha!
– Signora, io non fumo nemmeno dentro casa mia, non fumo mai dentro i posti chiusi, fumo solo fuori.
– Ah, dentro casa no e invece nelle parti comuni si? Ha proprio un bel coraggio ha! Ma si vergogni si! E la smetta di buttare i mozziconi negli angoli, capito? Ha capito? Schifoso!
– Signora, si calmi, io manco l’accendo quando sono dentro figuriamoci se butto la cicca.
– E chi le butta allora? Chi le butta nelle parti comuni?
– Ma signora, che cazzo ne so io?
– Ma come si permette? Si sciacqui la bocca, maleducato, porti rispetto, animale, lei se ne approfitta perché sono vedova se ne approfitta!
– Signora ho detto “cazzo” come intercalare. Oh. Eh, se lei mi aggredisce io perdo la calma.
– Aggredito cosa? Aggredito cosa? Se c’era mio marito l’aggrediva lui, altroché, le faceva la faccia come il pallone le faceva!
– Va bene, ho capito.
– Ah fa il superiore? La sistemo io la sistemo!
– D’accordo, io allora vado, stia bene.
– Ci vediamo alla prossima riunione di condominio ci vediamo! Non si fuma nelle parti comuni!
– Come vuole.
– Ci vediamo alla prossima riunione ci vediamo!

Il cinese del primo piano scende le scale, sta fumando, ci guarda, butta il mozzicone per terra ed esce dalla porta.

– Ha visto che non sono io porcamadonna?
– Lei bestemmia! Bestemmia anche! Lo sa che sono vedova io? Lo sa? E lei bestemmia! La sistemo alla prossima riunione di condominio la sistemo! La sistemo! Se c’era ancora mio marito le faceva la faccia come il pallone!

L’Apocalisse ludica di fine millennio

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Prima infornata

Seconda infornata

 

11. I TROLLS

Di troll ne esistono tanti. Ci sono quelli shakespeariani, ci sono quelli fiabeschi con le guance rosa, ci sono quelli di Harry Potter enormi e cattivi e quelli del Signore degli Anelli ancora più enormi e ancora più cattivi, ci sono quelli su internet. Ma solo gli ingegneri della Gig potevano inventarsi I TROLL GARBATI! Questi esserini dal sesso incerto (nello spazio fra una gamba e l’altra c’era solo quest’arcata vuota e liscia) erano ancora più inutili degli Exogini, in quanto non credo fossero nemmeno da collezione. Ad ogni buon conto, alcuni erano muniti di occhiali da sole trendy, ma tutti sfoggiavano pettinature alla moda (fosforescenti come i pannolini dei paciocchini, e quindi facilmente abbinabili in caso di esposizione sulla libreria).

I WILL KILL EVERYONE YOU LOVE
I WILL KILL EVERYONE YOU LOVE

12. I BIKER MICE (DA MARTE)

I Biker Mice (da Marte) erano tre topi giganti e futuristici (dopo le Tartarughe Ninja hanno mutato cani e porci), dai corpi antropomorfi e pieni di metallo addosso, il tutto esplicabile col fatto che venivano da Marte (?); ai più ricordavano invece i punkabbestia della stazione Ostiense. Giravano in moto (evidentemente su Marte anche i topi giganti possono prendere la patente A) e portavano nomi riecheggianti le atmosfere automobilistiche (Pistone, Turbo, Bollodellassicurazione). Avevano un’amica umana fregna, l’equivalente di April O’Neill, anche lei con i  capelli a paggetto bruni; questa però invece della giornalista faceva il meccanico, cosa altamente improbabile se avete visto l’avvenenza media dei meccanici femmine nel mondo. Come April con Michelangelo, anche lei se la intendeva con quello più simpatico del trio. Gli altri due erano efebici, uno era il leader della banda, con gli occhiali da sole, l’altro era quello più imbottito di metallo, solitario e fissato col combattimento (era quello più virile, quindi tutti i bambini volevano essere lui e avere il suo pupazzetto). I Biker Mice (da Marte) combattevano contro un nemico che era una scoria radioattiva (non sto scherzando).

Gioventù bruciata, portavano anche l'orecchino.
Gioventù bruciata, portavano anche l’orecchino.

13. LE SORELLINE DI BARBIE

Le sorelline di Barbie non potevano essere le figlie di Barbie, perché Ken era solo il suo fidanzato, niente figli se non sposati! (nonostante sono sicura che esistesse anche una “Barbie matrimonio”, probabilmente finito in divorzio a causa delle amiche zoccole di Barbie). In ogni caso vai a occuparti della prole quando sei un medico, un calciatore, una barista, una surfista e chi più ne ha più ne metta. Quindi: sorelline. Se ne contano 4 in tutto, chiamate (in ordine decrescente) Skipper, Stacey, Shelly e Krissy. Distinte dalle altre bambole per l’uso continuo di K e Y, le sorelline di Barbie sono una vera piaga: Skipper è l’amante di Ken, Stacey dev’essere aiutata con i compiti, Shelly ha bisogno di un costume per Carnevale e Krissy necessita di due poppate al giorno più cambio di pannolini. Non sono più in fabbricazione perché eliminate dalla faccia della terra dalla stessa Barbie.

Maledette punk
Maledette punk

14. LA CASA DI BARBIE

La casa di Barbie è un termine errato. Quello corretto è LE CASE di Barbie, visto che la riccona ne aveva circa una 15ina solo in commercio in Italia, sicuramente tutte intestate alle sorelline per frodare il fisco. Le case di Barbie (che avevano nomi tipo “La casa dei sogni” o “La casa della baia incantata”, che era quella a Fregene) erano teatro di orge di ogni tipo, protagonisti Barbie, Ken, Midge, Alan (gli amici meno ricchi), e chi più ne ha più ne metta. Proprio in questa occasione fu inventata, dagli ingegneri della Mattel, anche la coppia afroamericana, per ovvi motivi riconducibili alle ammucchiate. Fra scambi di coppie e amenità varie, quando arrivava Skipper per il thè sul terrazzo, tutti si rivestivano facendo finta di niente.

Barbie, sappiamo entrambe che quel vestito finirà su una specchiera a momenti
Barbie, sappiamo entrambe che quel vestito di dubbio gusto finirà su una specchiera a momenti

15. HE MAN

He Man era una sorta di Conan il Barbaro ma aggraziato, gentile, biondo con i capelli a paggetto e vestito come uno dei California Dream Men. Il titolo completo della serie era “He Man and the Masters of the Universe” (amici di basse pretese) e la compagnia, per quello che ricordo, era formata da donne vestite come Madonna nei suoi momenti peggiori, Tom Selleck, una specie di fantasmino timido e la tigre casalinga di He Man, dal pelo barbaramente tinto, tanto all’epoca non andavano ancora di moda gli attivisti per i diritti degli animali. I cattivi erano Skeletor (il leader con le manie di protagonismo) e due sgherri, la classica donna bella e cattiva e il mostro deforme (forse c’era anche il servo stupido). I bambini si immedesimavano in He Man e passavano ore a giocare con la spada luminosa gialla, rincorrendo i gatti.

No, per dire
No, per dire

A fra due settimane, boys & girlz.

 

JJ

L’apocalisse ludica di fine millennio

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Ed è magicamente di nuovo venerdì.

Prima puntata qui.

6. I GI-JOE

Erano le bambole per i maschi, il giocattolo bellico per eccellenza ai nostri tempi (1990?). I GI-JOE (mai capito perché si chiamassero così) erano dei pupazzetti di media grandezza vestiti come i coatti in discoteca (canottiere, medagliette, anfibi e pantaloni mimetici), dei quali lo scopo vitale era la smania di combattersi a vicenda, massacrandosi senza distinzione di razza, età o ceto sociale, inneggiando però, paradossalmente, alla pace. Esisteva una sola donna fra i pupazzetti, che però era chiaramente un travestito, visti i tratti maschili e squadrati, il rossetto abbondante e il seno rifatto.

In questa immagine: il rarissimo cameo dei Village People nella serie animata dei GI-Joe
In questa immagine: il rarissimo cameo dei Village People nella serie animata dei GI-Joe

7. I DOLCI SEGRETI

I dolci segreti furono i primi giocattoli che insegnarono alle bambine quanto è bello possedere pietre colorate e luminose. Erano delle scatoline di varie forme con sopra una pietra “preziosa” (in VERA PLASTICA!). Se aperte, non si rivelavano scatoline e basta, ma si estraevano da esse braccia, gambe e testa, e si formavano orribili bamboline kitsch con i capelli rosa e fucsia. Anche loro munite di un’oggettistica da far invidia ad un coltellino svizzero, compresi i pettinini per le bambine (subito persi per sempre sotto alla libreria).

"Ucciderò tutta la tua famiglia nel sonno"
“Ucciderò tutta la tua famiglia nel sonno”

8. GLI EXOGINI

Erano degli esseri in plastica collezionabili in busta chiusa, monocolore e completamente inutili. Non erano belli. Non erano funzionali. Probabilmente se lanciati non facevano nemmeno male. Però i bambini facevano a gara a chi ne aveva di più e se li scambiavano persino fra loro. Perché? Non potevano usare le figurine come tutti gli altri?

No comment
No comment

9. GLI ECOLOGINI

Gli Ecologini erano dei mostri affetti da nanismo e con un problema evidente di bile: erano completamente verdi, il che li rendeva simili a rane. Ma nessuno ha mai capito perché si chiamassero così. Forse verde = natura = ecologia? Sì, ma che facevano questi? Ripulivano piazza San Giovanni dopo il concerto del primo maggio? Ad ogni modo, come tutti i loro fratelli che terminavano con il suffisso -ini, erano perfetti per essere lanciati con violenza contro gli altri bambini.

Li ricordavo meno inquietanti
Li ricordavo meno inquietanti

10. I PACIOCCHINI
I paciocchini erano un’infinita serie di marmocchi di plastica morbida (ma se li tiravi al tuo compagno di banco comunque facevano malissimo) dal colore rosa pallido che si esibivano ognuno in una posa diversa, ognuno con un nome diverso e ognuno col suo pannolino di spugna dai colori fosforescenti. Le bambine ne avevano a milioni, anche loro si collezionavano in busta chiusa, con la conseguenza che ti ritrovavi con 13 paciocchini seduti, 15 col cucchiaio in mano e 25 col cappellino. Gli ideatori, sadicamente, successivamente si inventarono i colori alternativi (abile tattica per avere 5 paciocchini nella stessa posa ma di colore diverso); ne esistevano di marroni, gialli, altri rosa caramella ma addirittura erano arrivati all’azzurrino e all’arancione trasparente! Ancora più in là, vennero ideati dei paciocchini più piccoli, che erano ancora più elaborati nelle pose e nei colori! Roba da galera!

Stupidi mocciosi
Stupidi mocciosi

JJ

SESSISMO ALLO CHAMPAGNE

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Mi ha molto appassionato la polemica su Hamilton che spruzza di sciampagna una valletta ed è conseguentemente accusato di sessismo, anche se io avrei preferito che venisse usata la parola “strupro”, così, per levarsi il pensiero.
Devo purtroppo rilevare, come ogni appassionato di gare automobilistiche e motociclistiche vi confermerà, che il problema non è nuovo e, au contraire, si ripete da anni col medesimo rituale barbaro, vile e ignorante.

È bene precisare che i primi a subirne le drammatiche conseguenze sono gli altri piloti di sesso maschile ma anche in questo caso – visto che non possiamo in alcun modo certificare che abbiano richiesto un tale trattamento – si può parlare di barbarie, di sevizie e ovviamente di stupro oltre che di classismo, sessismo, bullismo, priapismo, prepotentismo, soggiogantismo, sottosoprismo, colonscopismo e infine addirittura proprio lui, il prismo.

prismOecco un grazioso prismO

È un tristo fatto che i piloti, per salvaguardare un vetusto concetto di virilità, in tali frangenti fingano di divertirsi.
L’osservatore non superficiale però, fissando quelle smorfie e i ghigni, noterà che nascondono una sofferenza tale che nessuna doccia bollente sarà mai capace di mondare.

Vi lascio con alcune testimonianze poco adatte ai deboli di cuore.

Lewis Hamilton on AlonsoIl brutto vizio di Hamilton (che ricordiamolo È PURE NEGRO) questa volta su un rassegnato e mesto Alonso.

Lewis Hamilton Jason Button on Sebastian VettelLewis Hamilton (ALLORA BASTARDO INSISTI) e Jenson Button sull’orripilato e sorpreso Sebastian Vettel

Nico Rosberg e Romain Grosjean on Sebastian VettelSebastian Vettel di nuovo umiliato, questa volta da Nico Rosberg e Romain Grosjean.

Jorge Lorenzo e Valentino Rossi on Marc MarquezJorge Lorenzo e quell’infame di Valentino Rossi (non dimentichiamo la storiaccia dell’evasione fiscale) su uno spaventato e tremante Marc Marquez.

Jorge Lorenzo on Casey StonerAncora Jorge Lorenzo su un allibito Casey Stoner (che infatti ha somatizzato e perso le tre gare successive, bravo Lorenzo clap clap clap).

Valentino Rossi on EVERYBODY

Un noto evasore fiscale (che poi si è accordato con l’AdE ehehehehehehehehe) arriva a spruzzare il mesto pubblico che tanto è schiacciato lì sotto e non può far altro che subire l’incivile trattamento, così, alla traditora.

L’Apocalisse ludica di fine millennio

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Siamo stati tutti bambini negli anni ’90. Anche chi aveva 40 anni. E gli anni ’90 (come anche il decennio precedente) hanno sfornato alcuni fra i giocattoli più dannosi/inquietanti della storia. Alcuni ancora in voga, alcuni spariti, altri modificati e resi più adatti ai nostri tempi.

Popolari, di nicchia, super belli, pericolosi, di moda: vediamoli insieme, perché una traccia, più o meno, la hanno lasciata tutti.

Ogni due venerdì su Libernazione, “L’apocalisse ludica degli anni ’90”.

 

1. I PATTUMEROS

Viva gli istinti primordiali! Qualche perverso produttore di giocattoli si convinse, agli inizi degli anni ’90, che i bambini avrebbero adorato degli orribili mostri in plastica che uscivano da alcune buste della spazzatura formato mini. Insomma, si crescevano i bambini proprio come dei barboni. Si poteva arrivare all’agognato pupazzetto sciogliendo la bustina in semplice acqua, con la conseguenza che il lavandino alla fine dell’operazione avrebbe perso il suo colore naturale e si sarebbe tinto per sempre di marrone. Io ne avevo uno arancione col pelo grigio scuro (denotante dunque mala sanità anche grazie ai colori), presenza inquietante in casa finché mia madre non insistette perché me ne liberassi. Come biasimarla.

"I geni delle discariche"
“I geni delle discariche”

 

2. SKIFIDOL

Perverso. La deriva più inquietante era rappresentata da dei mostri, o alieni, o mutazioni di Chernobyl, il cui torace era costruito in gomma, che i bambini più deviati aprivano per estrarne le frattaglie (pezzi di plastica rossi bordeaux, verde marcio e beige), circondati da una sorta di muco gommoso ghiacciato, vero motivo per il quale i bambini compravano il gioco. In seguito, infatti, venne inventato un giocattolo apposito (vedi GAK, prossimamente).

 

3. SVEGLIARELLA

Nata chiaramente da un trip di acido degli ingegneri della Gig, la bambola constava di un meccanismo che la accomunava ad una sveglia, quindi i bambini si destavano al ridente suono della bambolina, che creava gravi traumi ai timpani. La pubblicità raccontava di un viaggio dalla stanzetta dei bambini fino al castello di Svegliarella, che imperterrita suonava la sveglia (non sapendo fare altro) vibrando come un Panasonic in tasca, seduta su un trono con tanto di corona e scettro e circondata da altre Svegliarelle (evidentemente di ceto inferiore).

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Non sono riuscita a trovare immagini di Svegliarella (ma vi giuro che esisteva), quindi beccatevi CIPOLLINA, della quale anche io ignoravo l’esistenza.

 

4. PALLINO, CALDO ORSETTINO

Giocattolo prettamente invernale. La genialità, secondo gli ingegneri, stava nel fatto che l’immonda creatura diventava calda se attaccata ad una spina, cosicché il bambino potesse dormire senza la paura dell’ipotermia. Era una sorta di forno miniaturizzato cucito dentro ad un orso dal pelo blu elettrico. Nella pubblicità si consigliava di staccare la spina al giocattolo prima di dormirci assieme (chiaramente la conseguenza di qualche morte tramite shock elettrico).

"Come at me, bro!"
“Come at me, bro!”

“Com’è caldo, sembra vero!”, diceva il bambino nella réclame. Andatelo a dire a lui.

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Clic sull’immagine per Dio Wikipedia

 

5. I POLLY POCKET

Uno dei giocattoli più pericolosi messi in commercio, viste le dimensioni e la mania che hanno tutti i bambini di ingoiare qualsiasi cosa che provochi soffocamento sicuro con estrema facilità. Erano mini-bamboline, il cui unico movimento possibile era quello di mettersi a 90°, con casette dalle forme più disparate e a tema, come il parrucchiere, la scuola, la casa della fatina, la sala delle torture, ecc. Le case, decappottabili per consentire alle bambine di raggiungere le postazioni, erano munite di almeno un paio di bamboline e di alcune rientranze nei pavimenti nelle quali incastrare la piattaformina costruita dagli ingegneri sotto i piedi dei personaggi. Il tutto, sfidando le più elementari leggi fisiche, tipo la gravità, o anche il fatto che se metti un letto su un piano rialzato senza nemmeno una ringhiera capace che non duri più di tanto in quella casa. Più avanti, visto il successo ottenuto, vennero aggiunti nuovi gadget (animali, tutù da ballerina intercambiabili, padelle, oggetti di uso quotidiano). Ne esistevano anche di mini, le casette erano cioè ancora più piccole (per i Polly Pocket meno facoltosi) e io ne avevo addirittura uno che era un portasapone da appendere alla vasca! Bestiale! In tempi recenti, gli ingegneri ci hanno riprovato, ma con dimensioni più umane (chiaramente in seguito a denunce per soffocamento) ma non hanno riscosso molto successo (probabilmente perché i bambini non riuscivano a ingerirli).

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Ps: si accettano suggerimenti, anche se attualmente la mia lista conta circa 175 giochetti.

Ansia urbana 3

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I’m a reasonable man. Get off my case“. Qui dentro non si respira: come da diversi giorni a questa parte, anche oggi la Metro B arriva a Piramide quando ne ha voglia. C’è il tabellone dei tempi di attesa, ovviamente truccato: per un bel po’ resta nero, poi, dopo un diciamo 3 / 4 minuti di ostinato silenzio, ci dice che mancano 8 minuti al prossimo treno – in questo modo, se e quando qualcuno si degnerà di fare un po’ di benchmark sulla qualità del (dis)servizio di trasporto pubblico romano non troverà mai picchi più alti di 8 minuti – che geni, eh?

La sensazione è di sconforto e frustrazione, un po’ come quando, sul Roma – Padova mi è venuta una colica renale. Dopo un po’ di manovre e dopo aver dovuto esercitare un po’ di pressione fisica sul muro pulsante che tende a respingermi sulla banchina, sono dentro. Incazzato, in mezzo a migliaia di altri esseri umani variamente incazzati, guardo di traverso i coglioni che abbracciano i mancorrenti, i timidi che non vogliono proprio spostarsi in un’area che non sia a 10 centimetri dalle porte, gli imbecilli che entrano con lo zaino sulle spalle sui cui ragazze raffreddate spalmano cucchiaiate di muco nasale.

Ogni tanto mi perdo a guardare i loro capelli – non cessano di stupirmi i risultati delle mie mini-statistiche su quante persone (uomini e donne) escano di casa senza essersi fatte uno shampoo. “Datemi il superfluo, farò a meno del necessario“: deve essere questa la massima che avevano in mente questi fenomeni dell’ATAC quando progettavano i nuovi convogli; non ci viene concesso il diritto a spostarci in modo dignitoso – per la verità non ci è concesso di essere dignitosi, e spesso siamo proprio noi quelli privi di dignità, vedi alla voce Scureggiatore Misterioso – ma in compenso possiamo contare su un piccolo televisore sistemato in corrispondenza delle porte. Sono perso in pensieri vagamente criminali, la rabbia (esistenza, lavoro, vita in generale, “va tutto bene, ma io sono morto”) mi risale acida come un reflusso gastrico, mentre istintivamente guardo lo schermo senza attenzione: mi rimangono impressi solo gli spot di ristoranti giapponesi all-you-can-eat a quote sospettamente basse. Ma ecco che sul display appare un cartone animato che ha come protagonista un ladruncolo, rappresentato come un tizio magro, alto e un po’ curvo, vestito con una tuta nera, una mascherina sugli occhi. Una bojata immonda, che ricordo di aver già visto in precedenza sugli altrettanto inutili schermi installati sugli autobus.

La storia. Al ladruncolo ne capitano di tutti i colori, è talmente malaccorto e sfortunato che tutte le sue imprese criminose sono destinate al fallimento. L’episodio (diciamo così) che ho visto ieri merita un premio speciale, però. Il ladro punta un signore vestito in abiti eleganti ottocenteschi, redingote e cilindro inclusi; si impadronisce in qualche modo del suo portafoglio: invece di concentrarsi su denaro e valori, il nostro sciocco protagonista consulta la carta d’identità della sua vittima, scoprendo che di nome fa “Jack” e di congnome “Lo Squartatore“, nato non-so-dove nel 1842. Un attimo dopo il derubato afferra il ladro per il collo. Sipario. Il mio problema, che ormai assomiglia ad una perversione, è che in questa merda io mi sforzo di vederci un senso. Lo so, è un atteggiamento assurdo, essendo lampante che questo cartone è il parto di qualche “creativo” fallito e raccomandato che campa con i soldi delle mie tasse. Ma io insisto: qual è il senso di questa cosa? Davvero. Avrei capito se si volesse dare l’idea che il crimine non paga, che l’ATAC, la polizia e in generale le autorità vigilano costantemente sull’incolumità dei cittadini… Ma il messaggio trasmesso da questo prodotto inutile, realizzato in modo sciatto da qualcuno asfissiato dalla mancanza di idee, sembra piuttosto: il comportamento criminale paga fino a quando non interagisce con una condotta ancor più criminale. Ripensandoci, penso che l’animazione rappresenti perfettamente la mia città.

Ansia metropolitana 2

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Davanti a me è seduta una ragazza molto grossa e trasandata: indossa un gonnellone nero che le arriva alle caviglie mentre la sua giacca esploderà al primo starnuto. Quanto a me, ho addosso una rabbia potente e corrosiva come un acido, talmente forte e virulenta che mi sta bruciando i muscoli e i tendini dei polpacci: nella scatola cranica milioni di bestemmie mi nuotano in circolo come carpe koi sotto speed in un acquario troppo piccolo. Sono talmente tante e veloci che ogni tanto la forza centripeta me ne scaraventa qualcuna in bocca: non mi resta altro da fare che sputarla fuori. La cicciona manipola il telefonino, e quando mi sente imprecare a mezza bocca  (perché, anche se a me pare di sussurrare, la gente sente) stacca gli occhi dal display e mi dà veloce un’occhiata timida, poi torna a digitare. E’chiaro che usa il cellulare per dissimulare indifferenza nei confronti di quel pazzo che le siede davanti. Siamo sulla linea B diretta a Laurentina alle 11:00 circa di una mattina qualsiasi di febbraio. E’ uno dei convogli nuovi, quelli articolati, e quindi, complice la scarsissima presenza umana, tanto a destra che a sinistra ci si presenta un lunghissimo corridoio vuoto, l’interno di una base spaziale di un film di fantascienza anni Settanta.

Antefatto – Poche ore prima sono andato al laboratorio di analisi cliniche a ritirare il referto della risonanza magnetica cerebrale di mia madre. Lasciata mia figlia a scuola, mi sono fatto a piedi i circa 3 chilometri di strada per arrivare alla Bios; speranzoso, ho seguito il percorso del bus, con l’idea di saltare a bordo casomai ne passasse uno, ma non se ne è vista nemmeno l’ombra. Faccio la fila, ritiro il referto, leggo febbrilmente la diagnosi. La busta che contiene i documenti è fuori standard per qualsiasi essere umano. Non ci sta nella mia tracolla, e si piega se provo a mettermela sotto l’ascella sostenendola con la mano, (e sì che ho braccia da primate). Forse li fanno apposta così, per aumentare l’ansia di pazienti e familiari. C’è anche un CD dentro, perché non si possono limitare a darti quello?

Fermata dell’autobus – Dopo trentacinque minuti di attesa, arriva il 910 che mi dovrebbe portate a Termini. L’atmosfera all’interno del mezzo è effervescente; risulta infatti che l’autista non conosce il percorso, e chiede aiuto ai passeggeri, i quali, stremati dalle attese, zuppi e puzzolenti di sudore e cappotti bagnati, non sanno se consegnarsi mani e piedi all’isterismo o abbandonarsi all’atarassia dei vinti. Un ragazzo ritardato se ne sta appiccicato alla cabina dell’autista parlandogli a voce altissima. Benché il suo sembri un discorso rivolto al guidatore, cui effettivamente rivolge domande e da cui sollecita commenti, gli è ormai chiaro, per esperienza pregressa, che non riceverà risposta. “Eh lo sai come ho capito che lei ci stava?” – imperterrito,  esibisce un altro argomento: “Pensa che mi ha dato quei soldi che mi doveva dopo nove anni. Hai capito? Dopo no-ve anni!”. I passeggeri in questo caso oscillano tra divertimento (un filippino se la ride sotto i baffetti) e il fastidio. Una signora “bene” redarguisce il ragazzotto sollecitandolo a non distrarre l’autista, “che già ha i suoi problemi”. Ovviamente lui la ignora: i migliaia di tentativi di far partecipi gli altri del suo mondo, a forza di discorsi strampalati sparati ad altissimo volume, non hanno avuto alcun effetto. Non sembra ferito dall’indifferenza degli altri. Succede anche che due passeggeri diano suggerimenti diversi sulla strada da percorrere: “Ecco, guardi, ora gira a destra e…” “Ma che dice, signora? Dritto deve andare, non a destra!”. C’è qualcuno che sta approfittando della confusione per farsi portare più vicino a dove deve andare.

Termini –  Arrivo alla stazione, e, visto che mi sta per scadere l’abbonamento, decido di approfittare dell’enorme ritardo accumulatosi per rinnovarlo (si può fare solo in alcune stazioni, tra cui appunto Termini). Percorrendo un dedalo di corridoi appena (mal) ristrutturati che già puzzano di piscio rancido, arrivo alla biglietteria ATAC. Faccio una breve coda (hanno il numeretto) e pago. Me ne vado molto fiero del mio senso dell’organizzazione: “ho ritirato il referto!”, “ho rinnovato l’abbonamento, addirittura in anticipo!”. Mentre mi complimento con me stesso, prendo la metro e dopo alcune fermate scendo a Piramide. Ho le cuffie addosso e sono ormai di buonumore, niente mi può far cambiare idea – ha perfino smesso di piovere! Se non fosse che, quando sono a circa 80 metri dall’ufficio, mi rendo conto che qualcosa non quadra, mi manca qualcosa dalle mani: la tracolla è al suo posto, nella mano destra ho l’ombrellino chiuso. E basta. Dopo un preoccupante numero di minuti dalla perdita di contatto, mi rendo conto che, sì, ho perso il referto. Da lì comincia un nuovo capitolo della mia odissea metropolitana.

Piramide – Mi fiondo al gabbiotto della fermata metro di Piramide: “Senta, guardi, mi è successo un casino inverosimile. Credo di aver lasciato sulla metro dei documenti medici della massima importanza… Sì, su un treno diretto a Laurentina, anzi per la precisione dovrebbe essere quello precedente a questo che sta andando via ora.” Incredibilmente, l’addetta si scuote dal suo torpore atavico e si spinge perfino a comporre un numero al telefono. “No, niente, mi spiace. Provi a vedere al capolinea. E se non dovesse trovarli lì, provi tra qualche giorno all’ufficio qui dietro, dove raccolgono gli oggetti smarriti”. A parte che sono convinto che abbia finto di fare la telefonata… l’asfalto si apre davanti a me, dalla crepa si percepisce il riverbero rovente della lava che sobbolle a due metri e mezzo dal mio naso, vorrei buttarmi dentro e prendere a calci nei coglioni quel demonio rosso con tanto di corna e coda a freccia che da quella succursale periferica dell’inferno, mi sta facendo il gesto del folle sconosciuto. Ma mi faccio coraggio, e invece prendo il primo convoglio per Laurentina.

Ed ecco che siamo di nuovo al treno bianco infinito, vuoto come il corridoio di una navicella spaziale, io e la mia dirimpettaia, grassa, trasandata, e, noto con sconcerto e perversa soddisfazione, discretamente allarmata dal mio comportamento folle. Sono vestito come sempre, ovvero male, ma pulito ed abbastanza ordinato, sembro quasi una persona normale, ma da quando ho messo piede sul treno sto pronunciando una bestemmia sottovoce ogni trenta secondi: ce l’ho con la Madonna, con Gesù, con il papa e poi con tutti i santi – i morti li lascio da parte, in ossequio al culto antico dei defunti caratteristico anche dei pagani. Mi viene in mente che, se le bestemmie fossero il carburante della metro, questo treno andrebbe a 170 all’ora e saremmo già arrivati a destinazione da venti minuti, dopo aver saltato tutte le stazioni intermedie.

Laurentina – Ed è così che arrivo a Laurentina, dove mi do a stanare un grappolo di pelandroni rintanati in un gabbiotto che sa di aria viziata e scorregge. Sono sorprendentemente gentili, forse la mia espressione sinceramente esausta ed angosciata ha fatto breccia nel loro cuore romano, duro e nichilista. Mi danno grosso modo le stesse risposte della tizia di Piramide. Sto per cedere, quando mi ricordo del posto dove ho rinnovato l’abbonamento. Vedi un po’ che, come il coglione che sono, ho lasciato lì il referto. Busso febbrilmente al gabbiotto che si è appena sigillato con uno scatto davanti al mio naso: “No, il numero della biglietteria di Termini non ce l’ho, ma guardi, qui dietro c’è ne è un’altra, e magari loro possono chiamarli. Sa, tra colleghi…”. Volo alla biglietteria di Laurentina, dove un’addetta cortesissima si dichiara disponibile a chiamare i suoi omologhi di Termini per chiedere loro se abbiano visto una busta enorme da qualche parte. Mi chiede di poter vedere l’abbonamento (sulle prime mi sembra una cosa strana – e poi capisco che è una cosa intelligente da fare, dato che in questo modo tanto il suo collega di Termini che lei stessa possono assicurarsi dell’identità di chi ha smarrito i documenti e della correttezza delle cose che sto riferendo). Si assenta per telefonare e scompare temporaneamente dal mio campo visivo. Dopo mezzo minuto, ricompare chiedendomi che cosa c’è scritto sulla busta che sto cercando e che tipo di referto è (minchia, questa deve essere un’ex poliziotta!). Rispondo in modo soddisfacente mentre la speranza di averlo ritrovato mi apre il cuore. La tizia mi fa il gesto del pollice eretto, e a quel punto lo sono anche io, in erezione. Mi rimetto sulla linea B – oggi l’ho ripassata e lucidata tutta manco fossi uno di quegli ambulanti con la chitarra – e arrivo nuovamente a Termini. Effettivamente, il referto è lì, presumibilmente dove l’ho lasciato quando ho pagato l’abbonamento. Non riesco a capacitarmi di come possa essere successo. Una cosa così importante, che costa tanti soldi, che significa troppe cose, che è in grado di far ribaltare più di una vita, giace lì sul ripiano del bancone, il manifesto alla mia inaffidabilità. Improvvisamente penso e spero che sia un fenomeno dovuto alla rimozione – diversamente, credo che avrò bisogno anche io di una risonanza magnetica al cervello.

The pope approves

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In seguito alle recenti concessioni di Papa Drugo Lebowsky primo (1, 2), che verrà ricordato nei secoli come “il papa che approvava”, il nostro insider dello Stato Pontificio ci rivela altri gesti che verrano presto sdoganati da Sua Santità:

– Ok, scaccolarsi in pubblico non è educato, però tutti sanno che una corretta respirazione facilita la preghiera.

– Convengo che pisciare sulla ciambella sia sconveniente, ma lo vogliamo dire che i water al giorno d’oggi sono strettissimi?

– Massacrare di pugni una donna è certamente sbagliato ma è comunque meglio che accoltellarla a morte.

– D’accordo, d’accordo, passare col rosso è contrario al codice della strada, però lasciar freddare il take away cinese è contrario al codice del buon senso.

– Naturalmente farsi il bidè è un abitudine che va incoraggiata, ma usando un po’ di carta igienica in più si ottiene quasi lo stesso risultato.

– Ora, che Darth Vader fosse una figura negativa è acclarato, però converrete che Luke Skywalker fosse un giovane assai indisciplinato.

– Certo, lavarsi le ascelle è un gesto rispettoso del prossimo, ma se non avete tempo basterà che teniate le braccia molto aderenti al corpo.

– Incendiare un esercizio commerciale per riscuotere l’assicurazione non è certo un gesto onesto, ci mancherebbe, però se uno è strozzato dai debiti cosa deve fare?

– Si, si, infilare i petardi in culo ai cani è senza dubbio una crudeltà, ma converrete che fa tanto ridere vedere come corrono via inviperiti.

– Non si discute, mettere il cazzo in bocca a un bambino è una cosa gravissima, ma comunque per fare un fiume ci vogliono due sponde.

Generatore automatico di articoli di Natale di blogger e tweestars

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuovi articoli di Natale di blogger famosi e tweetstars

 

È un bel Natale, ma la versione 1.0 era meglio. (Massimo Mantellini)

La corsa alla Presidenza della Repubblica (spiegata meme)

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Si susseguono le indiscrezioni sulle immininenti dimissioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ed è già partita la ridda di nomi per la successione. Noi di Libernazione li abbiamo riepilogati qui, a vostro beneficio.

Giuliano Amato (Torino, 13 maggio 1938)

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Stefano Rodotà (Cosenza, 30 maggio 1933) 

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Giovanni Letta detto Gianni (Avezzano, 15 aprile 1935) 

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Roberta Pinotti (Genova, 20 maggio 1961)

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Giuseppe Civati, più conosciuto come Pippo Civati (Monza, 4 agosto 1975)

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Emma Bonino (Bra, 9 marzo 1948)

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Romano Prodi (Scandiano, 9 agosto 1939)

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Franco Frattini (Roma, 14 marzo 1957)

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Walter Veltroni (Roma, 3 luglio 1955) 

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Piero Angela (Torino, 22 dicembre 1928) 

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Massimo D’Alema (Roma, 20 aprile 1949) 

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Gianni Morandi, all’anagrafe Gian Luigi Morandi (Monghidoro, 11 dicembre 1944)

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Grazie, capo. Ciao.

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Grazie, Capo: sono preziosi, dal punto di vista umano e professionale, gli insegnamenti che hai creduto di impartirmi in questi irripetibili cinque anni. Sei proprio una persona speciale.

L’abito non fa il monaco, si dice, ma come dimenticare quelle tue scarpe dai colori improbabili, i jeans sempre troppo grandi, le camicie difettose che finivano sempre per lasciare scoperti ettari di pelle bianca e flaccida. Si fa l’abitudine a tutto, o almeno così dicono quelli che hanno la sindrome di Stoccolma. Forse quindi arriverò a sentire la mancanza del tuo blaterare mattutino su questa o quella band: “è il massimo”, “seminale”, “definitiva”, “incredibilmente influente”.  E della domanda ricorrente: “Ma lo sai di che anno è questo pezzo?”. Hai sempre saputo che non me ne fregava un cazzo, di quelle band. Senza menzionare il fatto che te ne piacevano troppe, troppe: mi piacerebbe chiederti quali sono le cinque più importanti per te, solo per vederti macerare per un quarto d’ora nel tentativo di generare una lista ideale, cancellando e riscrivendo mentalmente cento volte le righe.

E’ È stato interessante, anche se in un modo un po’ decadente, certo, testimoniare della tua parabola discendente all’interno dell’organizzazione, da capetto rampante ad ameba. Il massimo dell’imbarazzo si è toccato quando sono arrivato a girarti gli annunci di lavoro adatti a te, o meglio coerenti con quello che eri fino a qualche anno fa. Non so se hai poi mandato curriculum; se lo hai fatto, nessuno si è disturbato a chiamarti per un colloquio. Non puoi vivere, né qui, né altrove.

Ti vedo passare le giornate a guardare lo schermo con espressione concentrata, anche se è chiarissimo che stai bruciando il tempo in qualcuna delle attività variamente  improduttive in cui ti diluisci ogni giorno. Tiro ad indovinare: sul monitor si avvicendano, anziché contratti e fogli di calcolo, rare performance live di band oscure e tutorial di basso. Quando vengo a farti firmare qualcosa, in modo alquanto comico, ti preoccupi di cambiare la schermata. E tutte quelle immagini pornografiche, naturalmente. A proposito, grazie per aver condiviso con me le tue fantasie sessuali su ogni donna passabile che ci è capitato di incrociare, in ufficio, al bar, in giro. Fantasie che sono diventate, con il passare degli anni, sempre più stravaganti.

A proposito di fantasie, mi sento un po’ tuo complice per aver testimoniato alle tue dettagliate esternazioni sulle torture,”simboliche” le chiamavi tu, cui progettavi di sottoporre moltissime persone con cui eravamo costretti a lavorare, ascoltato le terribili maledizioni di cui le facevi oggetto, le pratiche sessuali innominabili cui a tuo dire si abbandonavano; nonché  i tuoi deliranti progetti finalizzati a danneggiare nel modo più disastroso e definitivo l’organizzazione che ti impiega e i tuoi colleghi (truffe informatiche, ricatti, pestaggi commissionati a homeless alcolisti).

Da te ho imparato molto, e ti sono grato per questo. Sei una persona caratterizzata da un encomiabile autocontrollo: ormai da qualche mese bestemmi pubblicamente senza un briciolo di ritegno, e più volte, per cortesia o per pietà, sono andato a raccogliere il tuo cellulare dopo che, in un tiro di nervi, lo avevi scagliato contro il muro. Mi mancherà quel clima lavorativo sereno e controllato che solo tu riuscivi a creare. E no, non ti venderò mai droga, anche se me lo hai chiesto più volte.

Quando penserò agli anni che abbiamo passato insieme, ricorderò sempre con un tuffo al cuore la raffinata parabola “dello stronzo sotto la neve” con cui, citando Er Monnezza, hai incantato il piccolo pollaio costretto ad ascoltare le tue cazzate. Grazie Capo. E buona fortuna.

 

20 FATTI POCO NOTI SU KIM JONG-UN

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  1. Ha questa bruttissima abitudine di rivolgere indovinelli ai camerieri e quando quelli sbagliano li condanna a morte. Situazione che assume contorni drammatici quando dimentica la soluzione e finisce tutto in un bagno di sangue.
  2. Soffre di una grave idiosincrasia per l’espressione “fanalino di coda”. Se viene pronunciata in un raggio di quindici metri gli prendono fuoco le sopracciglia.
  3. La sua acconciatura è stata disegnata dal famoso architetto Philippe Starck, che in realtà voleva fargli uno scherzone ma si è lasciato prendere un po’ la mano.
  4. Il destino beffardo ha fatto si che nascesse senza il buco del culo.
    Una volta adolescente, quando un chirurgo belga ha scoperto questa peculiarità e si è proposto di operarlo, ha risposto: No grazie, sto benissimo così.
  5. Grande amico di Roberto Saviano condivide con quest’ultimo la curiosa abilità di mangiare spaghetti aspirandoli attraverso il condotto auricolare.
  6. Avete presente il raccapricciante monologo di Adriano Celentano a San Remo 2012?
    Un’ idea sua.
  7. Per un po’ di tempo si era messo in testa di diventare un posatore professionista di grès, suo padre stava impazzendo “Jong-Un santocielo! Sai benissimo che devi fare il dittatore!” e Jong-Un “No babbo, no, ormai ho deciso, voglio fare il posatore di grès, lasciami in pace.” dopo ha cambiato idea perché lui su queste cose è molto volubile.
  8. Come dimostrato nella foto qui sotto, pochi mesi fa una brutta ernia gli aveva gonfiato a dismisura lo scroto fino a farlo diventare delle dimensioni e dell’aspetto di un cavallo da corsa.KINM CAVALLO
  9. Ha studiato in Svizzera sotto copertura, nessuno l’ha mai scoperto perché la copertura consisteva nel raccontare a tutti che lui in realtà era negro.
  10. Ha inventato una variazione del famoso cocktail Bellini. Simile all’orginale rimangono invariati i 3/10 di prosecco ma al posto dei 7/10 di purea di pesca un bel 7/10 di sborra.
  11. Avete presente la storia dello zio condannato a morte e fatto divorare dai cani? Menzogne statunitensi.
    È stato fatto divorare dai cani ma non era condannato a morte.
  12. A volte si sente triste perché non comprende alcuni testi di Franco Battiato.
  13. Nelle notti di luna piena si siede vicino alla finestra, imbraccia un violino e per alcune ore suona la nota mi.
  14. Ha un tecnica di masturbazione su cui mantiene il massimo riserbo. Sappiamo solo che due volte al giorno si chiude in bagno con alcune scatole di cheerios, olio di cocco, un pungolo elettrico, l’ultimo libro di Michele Serra e una foca leopardo che puntualmente muore.
  15. Il nome completo è Kim Jog-Un-Shift-Alt-Tab-Esc-Dio-Porco.
  16. Dotato di un senso dell’umorismo all’avanguardia fa spesso battute incomprensibili, se non ridi: campi di lavoro.
    Un esempio?
    Ci sono un ebreo, un francese e un tedesco.
    Fine della battuta.
  17. Fanatico del mondo cosplay la foto qui sotto lo ritrae nel suo elaborato travestimento da Franco Frattini.
    KIM COSPLAY
  18. Nonostante anni di impegno non riesce a farsi il nodo alla cravatta, quando ci prova inizia a sudare copiosamente, poi ad un certo punto lancia un urlo isterico e corre a farsi cagare in bocca da un cane.
  19. Grande amatore, si vanta di conquistare le donne anche solo con la poesia.
    Oppure con la poesia e i fiori.
    Oppure con la poesia e i fiori e le serenate.
    Oppure col Rohypnol.
  20. Coerentemente con la sua passione per Tiziano Ferro ha stabilito che l’articolo 1 della costituzione Nord Coreana recitasse:
    Come fa male cercare, trovarti poco dopo, e nell’ansia che ti perdo ti scatterò una foto, ti scatterò una foto, eheheeeeeeeeee.

 

25 FATTI POCO NOTI SU JORGE MARIO BERGOGLIO

13 FATTI POCO NOTI SU MATTEO RENZI

 

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