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“I Mercati siamo noi”

in economia/giornalismo/politica by

Qualche giorno fa Mario Monti ha parlato di “percorso di guerra” per l’Italia, ad agosto, in relazione a possibili attacchi speculativi che potrebbe subire il nostro Paese nel corso dell’estate.

Il Corriere di oggi riporta un virgolettato secondo cui “Palazzo Chigi parla di un «attacco contro di noi mosso dal cuore della City londinese per affondare l’euro»”.

Non ho le competenze economiche per avanzare alcun tipo di analisi e tanto meno di soluzione del problema. Mi viene da riflettere su qualcos’altro.

Qualche giorno fa è circolato molto in rete, specie sui social networks, una risposta di Pietro Ichino (1) ad un’amaca di Michele Serra sul tema dei “mercati”.

Serra si chiedeva, con un bel grado di retorica, “chi diavolo sono questi mercati”? Ichino rispondeva che i mercati sono composti da “i gestori dei fondi-pensione dei lavoratori americani o giapponesi, o dei fondi di investimento nei quali hanno messo i propri risparmi la casalinga di Voghera o l’artigiano di Sao Paulo. Sì, certo, poi ci sono anche gli speculatori; ma questi non fanno altro, a ben vedere, che scommettere sulle scelte che faranno i gestori dei fondi; e pesano complessivamente molto meno di questi ultimi (tanto è vero che diventano molto più pericolosi in agosto, quando i gestori dei fondi vanno in vacanza).”

Ed ancora: “l’eventuale collasso dell’euro costerebbe loro [i gestori dei fondi pensione o “i ricchi magnati russi”] assai caro: non hanno alcun interesse a provocarlo; ma il loro primo dovere è salvaguardare i risparmi dei loro mandanti, e qualche volta questo può comportare azioni che avvicinano, se non il collasso dell’euro, il default di qualche debitore.”

Secondo Ichino, quindi, i mercati siamo tutti noi che investiamo quattrini in titoli e fondi. Ci sono in particolare i fondi pensione, i cui gestori rispondono direttamente alla casalinga di Voghera ed all’artigiano di Sao Paolo: se sbagliano si dimettono, la pagano cara! Come no? Il mondo è pieno di ex gestori di fondi pensione licenziati perché incapaci, del resto: sono un problema sociale!

Poi, certo, ci sono gli speculatori che però non vanno demonizzati perché certo nessuno ha interesse a far cadere l’euro. Evidentemente, a Palazzo Chigi – covo di irriducibili attivisti antiglobalizzazione e indignados – non hanno letto il pezzo di Pietro Ichino.

Lo avessero fatto, si sognerebbero bene di avanzare l’ipotesi che dalla city di Londra possano partire attacchi volti ad “affondare l’euro”, complice il fatto che i gestori di fondi pensione – baluardo della democrazia – ad agosto sonnecchiano in vacanza (chissà perché tutti i gestori di fondi del mondo vadano in vacanza ad agosto, poi…).

Anche gli speculatori d’oltremanica non leggono il sito di Ichino che purtroppo esce solo in italiano: lo leggessero saprebbero bene che non gli conviene affossare l’euro…Ve lo dice Pietro!

Rimane da capire perché sia lecito parlare ed essere preoccupati di attacchi speculativi mirati solo da Palazzo Chigi. Da qualunque altro luogo lo si faccia, invece, avanzare dubbi sui benefici effetti della speculazione finanziaria comporta solo sorrisetti di compatimento da parte di chi la sa lunga: perché legge i pezzi di Pietro Ichino. Santè

 

 

(1) Chi scrive non sogna altro da anni che incontrare Ichino al supermercato o in spiaggia o per strada e chiacchierare con lui su tutto quello che non condivide delle sue idee. Purtroppo la cosa non succederà, almeno a breve, perché il senatore Ichino è prigioniero di chi lo minaccia e gli impone di doversi sempre muovere con una scorta, anche al mare (una volta – è vero – ho visto Ichino al mare, scortato). Un uomo che non possa muoversi se non scortato è un uomo imprigionato. E nessuno può essere imprigionato per le sue idee.

Debiti for dummies

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(disclaimer: l’obiettivo di questo post è solo uno. Farvi capire che il debito, in sé, non è qualcosa di sbagliato. Non è qualcosa che ci deve far preoccupare. Non è qualcosa di negativo. In sé.)

Per debito si intende l’obbligo giuridico di eseguire una determinata prestazione. C’è scritto così su Wikipedia, e vi confermo che corrisponde a verità. Il debito finanziario, di conseguenza, è il debito nel quale la prestazione si sostanzia nel versamento di danaro.

E’ giunto il momento di fare una piccola panoramica su quello che è un bilancio. Non starò qui a parlarvi di strumenti ibridi di patrimonializzazione, obbligazioni, derivati plain vanilla e altre cose tecniche. Cerchiamo di usare una terminologia molto terra terra e superficiale (uso ad esempio entrate e ricavi o uscite e costi come sinonimi, anche se non è esattamente così. Abbiate pazienza).

Innanzitutto sgombriamo il campo da quello che molti di voi pensano: il bilancio non è un librone dove sono segnate entrate e uscite di cassa come nei fumetti di Walt Disney. Il bilancio è invece composto, per farla breve, da due documenti: lo stato patrimoniale ed il conto economico. Lo stato patrimoniale si divide in passivo (ovvero le fonti grazie alle quali l’ente funziona, che in massima parte sono il capitale sociale -i soldi dei soci- e i debiti) e attivo (ovvero come sono impiegate tali fonti di finanziamento, in massima parte tutto quanto è connesso alla produzione). Il conto economico, sempre a grandi linee, contiene i costi ed i ricavi che ha generato l’ente nel corso dell’esercizio.

Concentriamoci adesso sullo stato patrimoniale. Il passivo genera uscite di cassa, rappresentate, nel caso del capitale, dai dividendi da erogare alla proprietà; nel caso dei debiti, dagli interessi e dal capitale da corrispondere a fronte del danaro preso in prestito. L’attivo genera invece entrate di cassa, rappresentate dai proventi prodotti grazie ai beni strumentali acquisiti (parlo di vendita di beni e servizi, ma anche di rendite derivanti dal detenere una determinata attività -titoli che generano cedole, palazzi che generano affitti etc-). Un ente che funziona adeguatamente e che non ha problemi riesce a ripagare i costi connessi al passivo con i ricavi generati dall’attivo.

Faccio un esempio per rendere più chiaro il concetto. Immaginate un piccolo artigiano che produca enormi gatti d’acciao e che abbia deciso di non avere debiti. Il suo stato patrimoniale sarà composto al passivo dal capitale, rappresentato qui dal lavoro dell’artigiano nel modellare il gatto d’acciaio e dal danaro speso dall’artigiano per acquistare tutto ciò gli è necessario per porre in essere la produzione, mentre all’attivo da quei beni acquistati per porre in essere la produzione.
Immaginiamo quindi che l’artigiano, a fine anno, faccia il suo bravo bilancio. L’attivo, ipotizziamo, è pari a 100 e gli ha fruttato 10. Quel 10 è tutto suo, in quanto il passivo (chiaramente anch’esso pari a 100) era composto solamente da danaro di sua proprietà che egli ha deciso di investire.
Immaginiamo quindi, a questo punto, che l’artigiano veda in tv lo spot di una banca, in cui la banca gli offre di prendere a prestito del danaro (ipotizziamo per semplicità 100) pagando una rata annuale pari a 7. Cosa dovrebbe fare l’artigiano assennato a quel punto?

Ve lo dico io. Prendere dei soldi a prestito. Fare i famigerati debiti.

Perché? Perché il suo attivo rende 10, mentre il costo di prendere altri danari è 7. Se quindi l’artigiano prendesse a prestito del danaro e lo immettesse nel suo processo produttivo, alla fine del secondo anno il suo bilancio presenterebbe un attivo pari a 200, il suo passivo pari sempre a 200 (composto però da 100 di capitale e 100 di debiti). Il suo attivo, però, renderebbe stavolta 20. Il suo passivo, invece, gli costerebbe 7. Penso appaia evidente, a questo punto, che l’artigiano ha ottenuto un extra profitto pari a 3. Questo concetto, in economia, si chiama leva finanziaria.

In altre parole: contrarre dei debiti, come ho già detto all’inizio, in sé non è qualcosa di sbagliato. Diventa sbagliato quando il flusso di rimborso del debito supera quelle che sono le entrate dell’ente. Se invece le entrate dell’ente sono superiori all’ipotetico flusso di rimborso del debito, beh, è da pazzi non contrarre un debito.

Non mi credete? Comprensibile, quello appena esposto è un concetto abbastanza anti intuitivo, e soprattutto cozza con il sentire comune. Allora vi do un dato, così magari vi convincete che “avere dei debiti” non è un concetto sbagliato o pericoloso, non è segno di debolezza o di fallimento. Sapete a quanto ammontano i debiti della Coca Cola Company al 31 marzo 2012? All’incirca 40 miliardi di dollari. Capito? Quanto una legge finanziaria (e anche bella rigorosa) dello Stato Italiano. Secondo voi la Coca Cola Company sta fallendo? No. La Coca Cola Company applica semplicemente la leva finanziaria. Quei 40 miliardi costano x, ma generano profitti per x + y, pertanto è logico, auspicabile, sensato che la Coca Cola Company abbia dei debiti.

Certo, se poi quei debiti li usi per pagare gente che va in pensione a 40 anni, falsi invalidi, migliaia di forestali inutili, lo stipendio a Scilipoti e via dicendo, beh, evidentemente lì c’è un problema. E c’è anche qualcuno che te lo fa notare (il famigerato mercato). Ma questa è un’altra storia.

Il nemico sbagliato

in economia/società/sport by

Durante le Olimpiadi di Londra centinaia di agenti saranno in missione per l’Inghilterra a scovare i commercianti abusivi ma anche quelli “che si richiamino illegalmente ai Giochi olimpici a spese degli sponsor ufficiali come Adidas, McDonald’s, Coca Cola e British Petroleum” con licenza speciale di elevare multe fino a 20.000 sterline.

I ristoratori non potranno esporre piatti associati all’evento e 800 negozi sono stati diffidati dal servire patatine fritte per assicurare a McDonald’s l’esclusiva sul servizio di fast food.

Ma non basta: le aziende non potranno usare nelle pubblicità le parole “oro”, “argento” e “bronzo” e neppure “estate”, “sponsor”  e “Londra”.

Ora, a qualcuno è già venuto il dubbio che il famigerato libero mercato sia il nemico sbagliato?

L’Agenda Monti è “de sinistra”!

in economia/politica by

Il PD si faccia carico dell’azione e della politica del Governo Monti e la porti nella prossima legislatura. E’ questo il senso dell’appello firmato da 15 parlamentari democratici qualche giorno fa.

“I termini essenziali dell’agenda riformatrice dei prossimi mesi sono chiari”, secondo i 15. “Incisiva e coraggiosa revisione della spesa pubblica, per conseguire il pareggio strutturale di bilancio, per ridurre l’imposizione fiscale sul lavoro e l’impresa, per tornare a investire sulla formazione del capitale umano, sulla ricerca e sull’infrastrutturazione del Paese, per introdurre maggiori elementi di equità intergenerazionale nel sistema del welfare, affrontando la fase transitoria  con soluzioni coerenti e non regressive rispetto alla logica della riforma. Nel breve, devono derivare da risparmi di spesa le risorse necessarie per centrare l’obiettivo del pareggio strutturale senza ricorrere – dal primo ottobre prossimo – al già deliberato aumento delle aliquote Iva, che finirebbe per approfondire la recessione in atto”.

Se questi sono i contenuti dell’agenda di Mario Monti non è che siano proprio tanto chiari. Si tratta più di un elenco di “tante belle cose” senza uno straccio di indicazione più concreta su come conseguire questi obiettivi: in particolare su come farlo senza scaricare il risanamento esclusivamente sulle fasce meno abbienti della popolazione.

Eh, già! Perché trattandosi di parlamentari del PD che si rivolgono innanzitutto al PD stesso, forse un qualche accenno a quest’ultimo tema ce lo si dovrebbe aspettare, invece nulla! Perseguiamo il rigore per il rigore, senza se e senza ma (trad. da: “per il pieno superamento, nel Partito democratico…di ogni residua ambiguità sul giudizio circa l’azione svolta fino ad oggi dal Governo Monti”.

Al di là dei dubbi sulla efficacia di questa azione, ha senso riflettere su un altro tema. L’Agenda Monti così disegnata, il rigore per il rigore, non provocherebbero l’isolamento del PD rispetto alle altre forze progressiste europee? Senza scomodare Mr Obama (Mishterobamaaaaaaaa!!!), il PS francese, la SPD o i laburisti inglesi sottoscriverebbero mai un’Agenda Monti o hanno invece “agende” tutte diverse? E si parla di partiti che già governano o si candidano seriamente a governare Paesi europei non meno complessi dell’Italia, non di gruppi di indignados.

Perché il vero problema è che, sebbene i nostri 15 parlamentari ci assicurino che l’Agenda Monti “corrisponda alle aspettative della maggioranza degli italiani”, l’Agenda Monti così com’è i voti per andare al Governo non ce li ha affatto: si tratta di convincere ancora una volta gli elettori progressisti a turarsi il naso e votare il rigore in salsa italiana, fatto di politiche regressive e zero ridistribuzione di risorse e opportunità, perché di altri voti in giro non se ne trova.

Qualche anno fa girava un libro che invitava la sinistra di allora ad abbandonare le posizioni conservatrici del sindacato ed abbracciare politiche del tutto nuove: allora si diceva “riformiste”, in contrapposizione con la CGIL e l’ala sinistra degli allora DS che, come è noto, si proponevano di governare dopo aver assalito in armi il Palazzo d’Inverno.

Diversi degli autori di quel libro li troviamo tra gli odierni 15. Forse, però, ci si dovrebbe rendere conto che abbiamo cambiato decennio e che convincere qualcuno che liberismo (per di più all’italiana) e rigore siano “de sinistra” è davvero dura al giorno d’oggi. Se il PD vuole suicidarsi definitivamente, ingoiare l’Agenda Monti sembra la strada più breve. Santè

Una proposta alla settimana

in economia/politica by

Sembra diventato il nuovo sport nazionale degli economisti – indipendentemente dal loro luogo di residenza. Buttano lì una proposta di policy oggi, un’altra tra una settimana, un’altra ancora tra due settimane. E pazienza se non sono neanche coerenti: se abbiamo tollerato il Giavazzi da eurobond sì  a eurobond no nel giro di due mesi, potremo ben tollerare peccati più veniali.

E ora siete tutti fan di Zingales che ne ha, lui, davvero una alla settimana.

Grandi erezioni collettive per la sua proposta di demandare all’Unione Europea l’erogazione di un sussidio di disoccupazione. Sì, una roba coerente con una “area valutaria ottimale”. E il bello è che nessuno ride!

Dico, seriamente: dove vivete? Li avete visti voi, gli uffici dello United States of Europe Department of Labour? Da chi sono gestiti? Con quali regole? Chi viene assunto in questi uffici? Con quali procedure? Perché, visto che pagano i tedeschi, non dovrebbero esserci un 90% di disoccupati a Salonicco, Marsala, Valencia, e Oporto?

Ma si tratta di una proposta coerente con la realizzazione un’area valutaria ottimale, scusate. Che cazzo pretendevo, io.

Spread for dummies

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Kermit

(disclaimer: quando ho pensato di scrivere questo post, mi sono detto “vabbe’, ma è un anno che se ne parla, ti pare che c’è ancora bisogno di un post del genere?”. Poi ho parlato con un tassista.)

Per spread si intende differenziale. Dato un determinato punto di riferimento, lo spread indica quanto diverge dal punto di riferimento un determinato fenomeno. Tale definizione vale quindi per qualsiasi tipo di differenziale. Qualcuno di voi si ricorderà, per esempio, che il tasso di interesse del proprio mutuo casa è “euribor più spread dello X%”.

Il famoso spread di cui sentite parlare tutti i giorni in tv, sui giornali e sull’Internet da gente la cui maggiore preoccupazione è che si veda che la propria cravatta è di Marinella, non è altro che il differenziale tra il rendimento dei titoli di stato italiani a dieci anni e i titoli di stato tedeschi a dieci anni.

Aggiungiamo qualche concetto per rendere più chiaro quanto appena esposto.

Ogni Paese del mondo (tranne qualche sfigato paese africano) emette titoli di debito. Ovvero, fa quello che fa ognuno di voi quando per esempio acquista una motocicletta o una automobile: si fa prestare dei soldi. Qui si potrebbe già notare qualcosa di molto divertente: voi quando prendete i danari, di solito, dovete dimostrare che vi servono a qualcosa. Lo Stato no, lo Stato intanto se li prende, poi vede cosa deve farne. Ma questo è un altro discorso, non divaghiamo.

Quando si prendono soldi in prestito, di solito, bisogna pagare un interesse, dato dal tasso di interesse moltiplicato per il capitale residuo da rimborsare. Il tasso di interesse, a grandi linee, è dato da due variabili fondamentali e in qualche modo connesse: il rendimento privo rischio (risk free rate) che è un valore abbastanza rigido, dato da una formula, e il premio per il rischio, che invece dipende in massima parte dal merito creditizio (ovvero: rischiosità) di chi prende i soldi in prestito. Quindi, per esempio, se prendete un mutuo e vi propongono un tasso di interesse del 6%, tale 6% si compone come segue: un 2% circa è il prezzo che dovete pagare per prendere i soldi in prestito, dato da una formula che tiene conto dell’ammontare che avete richiesto, del tempo per il quale prenderete in prestito i danari, della frequenza delle rate con la quale rimborserete il prestito (dati, converrete con me, abbastanza neutri e pacifici). Il rimanente 4%, invece, dipende dalla vostra rischiosità. Per rischiosità si intende la probabilità che voi non rimborsiate in tutto o in parte il capitale che avete preso in prestito. La vostra rischiosità è data da molteplici fattori, in questo caso un po’ più “aleatori” rispetto a quelli del rendimento privo di rischio. Essi possono essere i più diversi (il vostro paese di origine, la vostra professione, la vostra età, il fatto che il siete governati da una entità nella quale prende le decisioni Scilipoti, il modo in cui in passato vi siete comportati nel rimborsare un prestito e chi più ne ha più ne metta. Volendo, anche il vostro colore di capelli, se solo le statistiche avessero dimostrato che i biondi sono più affidabili dei rossi. E’ la statistica, baby). Anche qui il risultato di tale percentuale è frutto di una formula, certo, ma le variabili che si possono inserire nella formula sono, tendenzialmente, infinite.

Se state ancora leggendo e non avete invece cominciato una partita di Angry Birds, possiamo tornare al famoso differenziale tra titoli italiani a 10 anni e titoli tedeschi a 10 anni.

Per convenzione, negli ambienti economici, si tende a prendere come riferimento del risk free rate un titolo emesso da un debitore particolarmente solido, talmente solido che il suo premio per il rischio è zero o comunque tende a zero. Si suppone quindi, nel caso di tale debitore, che il rendimento atteso del prestargli danari sia dato esclusivamente dal risk free rate, e che il premio per il rischio sia zero.

Come i più attenti di voi avranno già intuito, nell’anno di grazia 2012 il titolo considerato risk free è il famigerato Bund tedesco a 10 anni. Di conseguenza, ogni variazione dal rendimento del Bund (o anche: ogni soldino in più che un debitore debba pagare rispetto a quanto paga il glorioso popolo tedesco) è da considerarsi come, appunto, un premio per il rischio.

Lo spread, quindi, non è un Moloch o un Leviatano, non è un oscuro oggetto misterioso che sta a Bruxelles o Francoforte e che, se solleticato, in qualche modo può aumentare o diminuire. No. Lo spread misura la differenza di rendimento che il mercato chiede all’Italia (o alla Spagna, o al Portogallo, o a chiunque altro -se il tuo fruttivendolo chiedesse un prestito per 10 anni e l’interesse che gli venisse chiesto fosse 7.5%, lo spread tra il fruttivendolo e il Bund tedesco a dieci anni sarebbe all’incirca 600 punti base) per prestare ad essa del danaro. E, posto che il rendimento del Bund è da considerarsi privo di rischio, ogni singolo punto in più di quel rendimento è in qualche modo da considerarsi come un termometro che misura la maggiore o minore rischiosità.

Senza queste basilari conoscenze non si può in nessun modo ragionare sul perché si sia alzato tale differenziale, su quali siano le misure adatte a farlo scendere (ovvero: ad essere meno rischiosi) e su tutto il resto, cosa che farò in un altro post perché vi ho distratto fin troppo dalla Fico e da Balotelli.

Kermit

Huffington: 6 cose da tenere a mente

in economia/giornalismo/internet by

Poi, benedetto un direttore di prestigio un po’ meno inviso alla Rete di Lilli Gruber ma che sappia badare al soldo, comincerà il reclutamento vero.

Allora, blogger italiano, prima di rispondere alla fatidica domanda se trasferire il tuo piccolo blog sulle pagine dell’Huffington Post, ovviamente aggratis, dai un’occhiata a questo studio del NYTimes, o in alternativa tieni bene a mente i seguenti sei punti, prima di finire incazzato nero (peraltro a torto) come i blogger americani di #huffpuff:

1. l’Huffington Post non è un aggregatore di blog e men che meno un blog collettivo, ma un vero e proprio giornale online (il che vuol dire che il suo valore economico si basa sulle notizie e sulle inchieste fatte da giornalisti professionisti o agenzie, questi sì lautamente pagati)

2. le notizie politiche ricevono in America una media di 800 commenti al giorno, che secondo le stime di Quantcast varrebbero 50 visualizzazioni cadauno, dunque una media di 40.000 visualizzazioni singole al giorno. pubblicando quotidianamente più di cento notizie, HP tira su quella che si direbbe una paccata di contatti, il che fa volare le sue quotazioni tra gli inserzionisti. di contro, un post politico riceve una media di 43 commenti, cioè circa 2.000 visualizzazioni: pochine. tra l’altro, lo scostamento della performance di un blogger VIP rispetto agli altri è rilevante (circa tre volte), quindi la media delle 2.000 visualizzazioni scordatela se non sei nessuno. fuori da lì, se scrivi cose interessanti e sai un po’ farci con blogspot quei numeri li fai tranquillamente da solo

3. HP ha vantato nel 2010 30 milioni di dollari di ricavi a fronte di quasi 5 miliardi di visualizzazioni nello stesso anno. il conto di quanti euro possa valere in proporzione il tuo post da mille visualizzazioni, fallo tu (aiutino: meno di una pizza margherita). vale a dire che se Arianna non ti paga non ha tutti i torti: effettivamente, non sei tu il suo asset

4. i grandi numeri di traffico del sito possono essere allettanti, ma la correlazione tra questi e le visite che riceverà il tuo blog è molto bassa e dipende, tra le altre cose, dall’esposizione che gli verrà data. in breveuna testata più piccola potrebbe offrirti molto di più di HP in termini di visibilità e rilevanza. essere un pesce piccolo in un acquario enorme raramente paga

5. che l’Huffington si arricchisca alle spalle dei blogger è un’opinione infondata, come abbiamo dimostrato (i blogger generano meno del 20% del traffico totale). d’altra parte è vero che non redistribuisce in alcun modo la “ricchezza” che produce tra i blogger che la alimentano, ma questo in rete è tutto meno che un tabù: anche la ricchezza di Facebook o di Twitter è data dagli utenti e dall’effetto rete che essi sviluppano, ma non per questo vengono remunerati. la differenza sta nel fatto che l’utente trae sufficiente vantaggio dal social network per il semplice fatto di esservi iscritto. valuta se il “servizio” editoriale offerto dall’Huffington sia abbastanza remunerativo di per sè (ad esempio, andrebbe indagato se offra qualche forma di copertura legale, mentre è certo che offre una considerevole visibilità all’interno dei principali motori di ricerca)

6. l’Huffington è mainstream : nel caso tu sia uno di quei blogger fieri e autarchici, che la libertà della rete dipende dall’autonomia di chi la usa, è una cosa che dovresti considerare. la tua immagine sarebbe rafforzata dal marchio o quello che scrivi è autorevole perchè indipendente? e questa storia della rete libera è una cosa viva, o stiamo andando naturalmente verso una normalizzazione della rete come grande canale di massa? buona occasione per farci un po’ di queste domande.

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